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Maxi richiamo alimentare, diversi prodotti ritirati per rischio microbiologico: i lotti

Il Ministero della Salute ha reso noto un maxi richiamo per vitello tonnato, tacchino e lonza per Listeria e di pesce per rischio microbiologico.

I rischi legati al consumo riguardano la presenza di due batteri oltre i limiti tabellari. Nelle note di richiamo si invita a evitare il consumo e di riportare i vari prodotti acquistati al punto vendita.

Maxi richiamo per Listeria all’Eurospin

Un nuovo maxi richiamo alimentare per prodotti da gastronomia sotto diversi marchi.

Prodotti Portami Via

Il marchio del prodotto è Portami Via e provengono dallo stabilimento in via Gioberti 36, a Spresiano.

Si tratta di tacchino arrosto al limone in vaschette da 170 grammi (data di scadenza dal 18 ottobre al 3 novembre), con numeri di lotto:

L265/26, 266/26, 268/26, 271/26, 272/26, 273/26, 274/26, 275/26, 278/26, 280/26 e 281/26

Anche vitello tonnato, in vaschette da 180 grammi (data di scadenza dal 17 ottobre al 2 novembre), con numeri di lotto:

L264/26, 265/26,266/26, 267/26, 268/26, 271/26, 272/26, 273/26, 274/26, 275/26, 278/26, 279/26 e 280/26

Prodotti A.M.M. 53 Pasticceria-Gastronomia

Sempre del reparto gastronomia, provenienti dallo stesso stabilimento, il ministero della Salute ha richiamato altri prodotti.

Si tratta di tacchino al forno, in confezioni da 2 kg (data di scadenza dal 17 ottobre al 7 novembre), con numeri di lotto:

L260/26, 264/26, 266/26, 267/26, 272/26, 274/26, 280/26 e 281/26

Anche arrosto di tacchino ai funghi, in confezioni da 2 kg (data di scadenza dal 17 ottobre al 7 novembre), con numeri di lotto:

L260/26, 261/26, 264/26, 266/26, 267/26, 271/26, 272/26, 274/26, 278/26 e 282/26

E ancora vitello tonnato, in confezioni da 1,5 kg (data di scadenza dal 16 ottobre al 1 novembre), con numeri di lotto:

L259/26, 264/26, 267/26, 271/26 e 275/26

Infine vitello tonnato, in vaschetta da 300 grammi (data di scadenza dal 16 ottobre al 1 novembre), con numeri di lotto:

L259/26, 264/26, 267/26, 271/26 e 275/26

I prodotti per Eurospin provengono dallo stesso stabilimento, quello che si trova in via Gioberti 36, a Spresiano in provincia di Treviso (marchio di identificazione IT M2V1X UE).

Richiamo pesce spada per rischio microbiologico

Un nuovo richiamo alimentare per un prodotto da congelatore. Il produttore è Promarine Srl e il nome di vendita è Filetto di pesce spada decongelato.

Il lotto ritirato fa riferimento a una data di affissione specifica: il 21 ottobre 2026. Il lotto è stato richiamato per rischio legato alla presenza di una “non conformità microbiologica” non specificata.

Tra le azioni da fare, nelle avvertenze:

ai clienti che avessero acquistato il prodotto in questo ngozio dal 12 ottobre 2026 al 17 ottobre 2026 (vendita servita al banco pescheria o preincarto) si raccomanda di non consumarlo ed eliminarlo.

Dettagli per riconoscere il prodotto

È utile conoscere altri dettagli per identificare al meglio il prodotto sotto richiamo e non rischiare la consumazione accidentale.

Le informazioni del richiamo pubblicate dal Ministero della Salute ci danno altri dettagli.

Per il filetto di pesce spada, con lotto di produzione 2026160285:

  • la denominazione di vendita è Filetto di pesce spada decongelato;
  • il nome o ragione sociale dell’Osa a nome del quale il prodotto è commercializzato è Promare Srl;
  • la data di scadenza o il termine minimo di conservazione è il 21/10/2026;
  • il marchio di identificazione dello stabilimento è IT N3487 UE;
  • la sede dello stabilimento è via della Pesca 18 – 00054, Fiumicino (RM);
  • il peso/volume dell’unità è variabile.

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Bonus affitto per genitori in scadenza, escluse le coppie mai sposate: c’è ancora tempo

Sta per scadere il termine ultimo per inviare le domande per il bonus affitto 2026 dedicato ai genitori separati o divorziati. La piattaforma del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti accoglierà le domande fino alle 12:00 del 28 ottobre 2026.

Chi invierà la domanda rispettando i requisiti richiesti otterrà un contributo fino a 500 euro al mese, per un massimo di 6.000 euro l’anno, che copre il 50% del canone di locazione.

Cos’è il bonus affitto per genitori separati

Il bonus affitto per i genitori separati è stato previsto dalla legge di Bilancio 2026 e si tratta di un fondo per il sostegno abitativo dedicato ai genitori separati o divorziati non assegnatari dell’abitazione familiare di proprietà.

La misura prevede complessivamente 60 milioni di euro in tre anni e una platea di almeno 5.000 beneficiari. Le risorse saranno ripartite tra le varie regioni, tenendo conto del numero dei genitori separati e divorziati e del livello di tensione abitativa.

Chi ha diritto al bonus affitto 2026

I requisiti per ottenere il bonus devono valere al momento dell’invio della domanda, che per il 2026 è entro il 28 ottobre alle ore 12:00.

Il richiedente deve:

  • essere un genitore separato o divorziato;
  • essere in possesso del provvedimento di separazione o divorzio;
  • non essere assegnatario dell’abitazione familiare di proprietà;
  • avere almeno un figlio di età inferiore a 21 anni;
  • essere in regola con gli obblighi di cura e mantenimento dei figli.

Ma soprattutto, trattandosi di un bonus affitto, deve avere intestato un contratto di locazione regolarmente registrato.

Chi è escluso?

Restano esclusi i richiedenti che hanno un reddito individuale che supera i 35.000 euro o che sono proprietari di immobili a uso residenziale nello stesso comune dell’abitazione familiare o nei comuni limitrofi.

Non possono fare domanda neanche i richiedenti che sono già beneficiari di altri sussidi pubblici, statali o di altri enti destinati al sostegno abitativo.

Genitori non sposati

Una categoria esclusa è quella dei genitori mai sposati. Il Ministero ha infatti sottolineato come il bonus possa essere richiesto solo da genitori separati o divorziati.

Quindi, anche se si tratta della conclusione di una convivenza lunga dalla quale sono nati dei figli, con tanto di provvedimento di affidamento, collocamento o mantenimento, la normativa non li tiene in considerazione.

Quanto vale il bonus?

Si parla di un bonus fino a 500 euro, ma in realtà il contributo è pari al 50% del canone di locazione sostenuto. Esiste però un tetto, che è pari a 6.000 euro annui.

Se si riesce a ottenere la somma massima, l’importo su base mensile corrisponde a 500 euro. Non si tratta però di un’erogazione mensile, ma di un’unica erogazione annuale.

Per raggiungere il tetto massimo serve un canone di almeno 1.000 euro al mese. Quindi:

nel caso di un affitto di 700 euro mensili, il bonus copre sempre il 50% del contratto, quindi 350 euro al mese per un massimo di 4.200 euro l’anno.

Come e quando presentare la domanda

Per presentare la domanda bisogna accedere con la propria identità digitale alla piattaforma dedicata del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Verrà chiesto di confermare i requisiti obbligatori per l’accesso al bonus e compilare tutti i dati richiesti, tra i quali reddito, informazioni sui figli e dati catastali.

Per quanto riguarda i tempi, la finestra resta aperta ancora per poco: fino alle ore 12:00 del 28 ottobre 2026.

Attenzione: presentare la domanda non significa ottenere il bonus. Sarà infatti stilata una graduatoria elaborata automaticamente dalla piattaforma e separatamente per ciascuna regione. Il contributo viene pagato fino a esaurimento delle risorse.

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Bonus busta paga, confermate esenzioni per fringe benefit: importo ed erogazione

C’è da aspettarsi diversi bonus in busta paga per il 2027. Sul calcolo delle buste paga infatti, a partire dal prossimo anno, ci sono alcune certezze e una di queste è il potenziamento delle agevolazioni su fringe benefit e premi di produttività. Certezza dovuta sia al fatto che la maggioranza punta a rendere strutturale per il prossimo anno la detassazione dei fringe benefit, sia perché questi sono già stati confermati con una deroga.

Ma cosa sono i fringe benefit e a chi spettano? Anche se non è stata ancora approvata la manovra 2027, si può parlare di quanto già confermato.

Cosa sono?

Facciamo un piccolo passo indietro e capiamo che cosa sono i fringe benefit e perché sono tra i temi al centro della Manovra 2027. Si tratta di benefici previsti dal contratto o concessi volontariamente dal datore di lavoro. Sono benefici accessori che possono tradursi in beni o servizi, ma anche in somme erogate o rimborsate.

Fringe benefit confermati per il 2027

Non sappiamo cosa ci sarà esattamente nella Manovra 2027, ma si dovrà discutere anche di fringe benefit. Non tanto per il 2027, perché quelli sono già stati confermati, ma per il prossimo triennio.

Infatti la legge di bilancio 2025 ha dettato le linee guida per il 2025-2027. Tra queste, le soglie che non concorrono alla formazione del reddito da lavoro dipendente:

  • 1000 euro all’anno per tutti i dipendenti;
  • 2000 euro all’anno per i dipendenti con figli fiscalmente a carico.

Cosa succede se si supera il limite?

Se il valore complessivo dei fringe benefit supera il limite applicabile al dipendente, magari per via di diverse somme erogate o rimborsate dal datore di lavoro, l’importo diventa imponibile.

Attenzione: se il valore supera il limite, l’intero importo diventa imponibile, non soltanto la quota che eccede la soglia.

Può accadere soprattutto quando è il datore di lavoro che riconosce benefici e servizi. Si possono infatti attribuire ad personam, quindi anche a un singolo dipendente. Per questo bisogna fare attenzione al peso dei fringe benefit nei piani di welfare aziendale.

Quali sono i fringe benefit?

Quali sono i fringe benefit? Nella categoria dei beni accessori rientrano tanto le auto aziendali quanto le utenze domestiche.

Una breve lista potrebbe essere la seguente:

  • l’auto aziendale a uso promiscuo;
  • lo smartphone e il computer concessi a uso promiscuo;
  • i buoni acquisto e i buoni carburante;
  • i prestiti ai dipendenti;
  • i fabbricati in uso ai dipendenti;
  • utenze domestiche: rimborso per le spese di acqua, luce e gas;
  • polizze assicurative.

Quando arrivano i fringe benefit: tempi di erogazione

I tempi di erogazione possono variare. Secondo l’art. 51 del TUIR, le somme e i valori corrisposti dal datore di lavoro entro il 12 gennaio successivo sono considerati fiscalmente percepiti nell’anno precedente.

Quindi i fringe benefit riferiti al 2026 possono anche essere messi a disposizione del dipendente entro il 12 gennaio 2027 e concorrere al calcolo delle soglie relative al 2026.

Dal 13 gennaio invece il benefit rientra nel nuovo periodo d’imposta e sarà quindi considerato ai fini delle soglie applicabili al 2027.

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Hai perso reddito durante l’anno, quando conviene aggiornare l’ISEE

Sta per chiudersi il 2026, ma nel corso dell’anno tante cose possono essere cambiate nel reddito. Lo stipendio potrebbe essere calato, si potrebbe perdere il lavoro o chiudere la partita Iva. In ogni caso l’ISEE potrebbe non essere aggiornato. L’indicatore fatto a inizio anno racconta la situazione economica di due anni fa e questo può penalizzare il beneficiario di un bonus, la riduzione delle rette universitarie per un figlio o portare a un importo più basso di un assegno.

Per far fronte a questo, esiste uno strumento che corregge durante l’anno la propria situazione. Si chiama ISEE corrente. Vediamo come si può chiedere e quando conviene.

Differenza tra Isee ordinario e Isee corrente

All’inizio del 2026 gli italiani hanno ottenuto l’ISEE calcolato sui propri redditi, che fa riferimento a due anni prima, ovvero al 2024. Se nel corso del 2025 o durante il 2026 è cambiata la propria situazione, per esempio una delle persone del nucleo familiare perde il lavoro o chiude la partita Iva o per qualche motivo vede il proprio stipendio ridursi, l’ISEE non è più “veritiero”.

Questo è il paradosso dell’ISEE ordinario, che fotografa una situazione passata che potrebbe non esistere più nel presente. Infatti, l’ISEE ordinario si basa sui redditi del secondo anno precedente alla presentazione della DSU. Nel 2026 significa i redditi del 2024 e il patrimonio al 31 dicembre 2024.

Cos’è l’ISEE corrente e a chi serve

L’ISEE corrente è, quindi, l’aggiornamento sulla base dei redditi e dei trattamenti degli ultimi 12 mesi. Possono richiederlo solo i nuclei familiari che sono già in possesso di un ISEE ordinario valido.

L’ISEE corrente è utile quando redditi e patrimonio peggiorano e quindi si ha la necessità di chiedere prestazioni assistenziali, bonus, sussidi eccetera. Con l’ISEE ordinario questo non accade, perché fa riferimento alla situazione economica migliore.

Chi può richiedere l’ISEE corrente?

Dal 2021 l’ISEE corrente può essere richiesto quando c’è:

  • una variazione dell’attività di lavoro autonomo o dipendente (o di trattamenti assistenziali, previdenziali o indennitari, anche esenti IRPEF);
  • una variazione del reddito complessivo del nucleo familiare superiore al 25%;
  • una diminuzione del patrimonio (mobiliare e/o immobiliare) del nucleo familiare di oltre il 20% rispetto a quello indicato nell’Isee ordinario (di 2 anni prima).

Come si richiede

Per richiedere l’ISEE corrente serve la Dichiarazione Sostitutiva Unica. Il dichiarante infatti può integrare la DSU con una domanda di ISEE corrente. Per farlo va compilato il modulo MS:

  • quadro S1, indicare il codice fiscale (deve essere lo stesso del dichiarante dell’Isee ordinario);
  • quadro S2, indicare i componenti del nucleo familiare per i quali si è registrata una variazione della situazione lavorativa o reddituale;
  • quadro S3, indicare tutti i redditi; solo nel caso di interruzioni di lavoro o riduzione dell’attività lavorativa si possono indicare i redditi percepiti negli ultimi 2 mesi, che saranno moltiplicati per 6;
  • quadro S4, indicare la certificazione della variazione (es: lettera di licenziamento);
  • quadro S5, indicare una variazione di tipo patrimoniale.

Come ha specificato l’Inps nel messaggio 3155 del 21 settembre 2021, l’ISEE corrente aggiornato ha validità fino al 31 dicembre dell’anno di presentazione del modulo sostitutivo della DSU.

Attenzione: se viene presentata una nuova DSU per modificare i redditi o i patrimoni, dopo un precedente aggiornamento di una sola componente, non sarà più possibile considerarle separatamente e vanno aggiornate entrambe.

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Cosa fare se si trovano dei soldi a terra, come restituirli e quanto spetta in cambio

Cosa si deve fare se si trova una somma di denaro per terra? Può essere utile fare chiarezza su cosa prevede la legge se si trova una somma di denaro incustodita o abbandonata.

In questi casi non vale la regola informale del “chi lo trova se lo tiene”. Appropriarsi di denaro o beni di cui non si può ricostruire la provenienza può infatti comportare conseguenze legali. La legge obbliga a restituire qualsiasi cifra si trovi a terra, anche se non racchiusa all’interno di un portafoglio con documenti. Esiste infatti una procedura ben precisa da seguire.

Cosa fare se si trovano soldi in un portafoglio?

La situazione più semplice da gestire è il ritrovamento di banconote all’interno di un portafoglio. In questo caso la norma è netta: i soldi vanno restituiti a chi li ha smarriti. La presenza dei documenti d’identità rende immediata l’individuazione del proprietario.

In questa circostanza è possibile:

  • consegnare il portafoglio alle autorità (Polizia Locale, Polizia di Stato o Carabinieri);
  • spedire il portafoglio tramite posta all’indirizzo riportato sui documenti;
  • tentare la riconsegna di persona, se la residenza del proprietario si trova nelle vicinanze.

Cosa fare se si trovano banconote per terra senza portafoglio?

Più complessa è la situazione in cui si rinvengono contanti sparsi a terra, privi di portafoglio o elementi identificativi. Anche in questo caso sussiste l’obbligo legale di restituzione, ma occorre capire come procedere non conoscendo l’identità dello smarritore.

La soluzione è fare riferimento all’Ufficio Oggetti Smarriti presente in ogni Comune. Recandosi presso la casa comunale è possibile consegnare la somma: gli operatori redigeranno un verbale indicando l’importo, il luogo del ritrovo e le generalità del ritrovatore. Chi ha smarrito il denaro potrà rivolgersi al medesimo ufficio per chiederne la restituzione, fornendo dettagli specifici su luogo, orario e taglio delle banconote per confermare la propria titolarità.

Il Comune pubblicherà poi l’avviso di ritrovamento nell’Albo Pretorio omettendo i dettagli riservati del verbale, così da consentire la verifica delle richieste di reclamo.

C’è un beneficio per chi trova il denaro: se trascorso un anno dalla pubblicazione dell’avviso nessuno si presenta a richiedere la somma, questa spetta di diritto alla persona che l’ha consegnata in Comune.

Si ha diritto a una ricompensa?

Sia in caso di ritrovamento di un portafoglio sia di contanti a terra, chi ritrova la somma ha diritto per legge a un premio. Il Codice Civile stabilisce infatti che il ritrovatore possa richiedere una percentuale sulla somma ritrovata (pari al 10% fino a un certo valore e al 5% per la quota eccedente). Il proprietario non può rifiutarsi di corrispondere tale importo.

Nota bene: per ottenere la ricompensa, chi ha trovato i soldi deve farne esplicita richiesta al momento della restituzione.

Cosa si rischia a tenere i soldi?

La tentazione di trattenere una somma trovata per strada può essere forte, ma comporta dei rischi sul piano legale. Trattenere denaro altrui senza attivare le procedure di restituzione non costituisce più un reato penale (il reato di appropriazione di cose smarrite è stato depenalizzato), ma rappresenta un illecito civile.

Chi si appropria dei soldi rischia una sanzione pecuniaria comminata dal giudice, il cui importo viene calcolato in base alla gravità del fatto, all’entità della somma e alle condizioni economiche delle parti. Per evitare contenziosi e sanzioni, la condotta corretta e sicura resta sempre la consegna alle autorità o agli uffici comunali preposti.

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Debito USA a 40mila miliardi, perché il record costa casa anche a Europa e Italia

Il debito degli Stati Uniti è fuori controllo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito la sostenibilità del debito pubblico statunitense preoccupante, con una traiettoria giudicata insostenibile nel medio e nel lungo periodo.

I problemi americani, però, non resteranno dall’altra parte dell’Oceano e toccheranno anche l’Europa e l’Italia. Questo perché gli Stati Uniti, per finanziare il proprio maxi-debito, offrono rendimenti alti e privi di rischio reale.

Come sta il debito statunitense?

Non bene. Gli Stati Uniti spenderebbero circa 2,9 miliardi di dollari al giorno solo per gli interessi sul debito. Sono i dati pubblicati dal Tesoro sull’anno fiscale chiuso il 30 settembre scorso.

Il deficit è a 1.990 miliardi di dollari, il 12% in più dell’anno precedente, e gli interessi sono diventati la terza voce del bilancio federale, dietro a pensioni e Medicare e prima della difesa. Gli interessi netti hanno raggiunto la cifra record di 1.050 miliardi, crescendo più delle entrate, della spesa complessiva e del PIL.

La difficoltà degli Stati Uniti è legata al costo del denaro: tasso medio al 3,53% (il doppio del 2021), debito lordo oltre i 40.000 miliardi e rendimento del decennale sopra il 5% dopo le tensioni e la guerra con l’Iran, contro il 4,1% previsto dal Congressional Budget Office.

Le stime, inoltre, rischiano di peggiorare: come calcola il Committee for a Responsible Federal Budget, se i rendimenti restassero un punto sopra le stime, nel 2030 gli interessi costerebbero 2.800 miliardi, pari al 5,9% del PIL.

Il peso del debito USA sull’Europa

Fin qui il problema sembra riguardare solo gli Stati Uniti, ma non è così. Il Tesoro americano deve rinnovare oltre 10.000 miliardi di dollari di debito a breve termine. Per convincere gli investitori a comprare i suoi titoli (i Treasury), sta offrendo tassi di interesse molto elevati, superiori al 5%.

Un grande vantaggio per risparmiatori e fondi di investimento, che preferiscono spostare i capitali negli Stati Uniti anziché investirli in Europa. Il rapporto Draghi metteva già in guardia sui circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo che vanno ogni anno all’estero, principalmente verso i mercati americani.

Questo denaro finisce così per finanziare le innovazioni tecnologiche americane (data center, intelligenza artificiale, microchip) e la difesa degli Stati Uniti. Risorse che potrebbero andare a sostenere la transizione ecologica, la riconversione industriale e l’autonomia strategica dell’Unione Europea, ma gli USA offrono di più.

L’Italia paga un prezzo doppio

L’Europa sta già pagando il conto, ma l’Italia versa un prezzo doppiamente alto a causa dell’enorme dimensione del suo debito pubblico. Sul piano dei conti pubblici l’Italia si sta comportando bene e i mercati si fidano, come dimostra lo spread storicamente basso intorno ai 105 punti.

Il punto è che il rendimento dei BTP italiani non può scendere sotto un certo margine: se il debito americano (la valuta di riserva mondiale) rende il 5%, nessun investitore comprerebbe un BTP italiano a un tasso molto inferiore, ad esempio al 3%. I tassi USA stabiliscono una sorta di tetto minimo dal quale l’Italia non può prescindere.

Ed è in questo contesto che il Tesoro italiano si trova costretto a collocare il BTP Valore e il nuovo BTP Valore Insieme con rendimenti e cedole particolarmente alti, proprio per convincere le famiglie a trattenere i risparmi in patria.

Cosa bisogna fare?

Secondo il Fondo Monetario Internazionale c’è il rischio che si inneschi un meccanismo difficile da arrestare: più debito porta a una maggiore esposizione all’aumento dei tassi e, se gli investitori iniziano a dubitare della sostenibilità dei conti, possono chiedere interessi ancora più alti per prestare denaro.

Secondo le stime del Fondo, il costo medio effettivo del finanziamento dei governi potrebbe salire dal 2,3% del 2021 al 3,7% nel 2031.

Il debito pubblico mondiale, già al 94% del PIL nel 2025, potrebbe così raggiungere il 100% entro il 2029. Cosa fare, dunque? La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, ha indicato poche ma significative linee:

  • alla Cina si chiede di spendere di più per sostenere la domanda interna;
  • agli Stati Uniti di risparmiare di più e tagliare il deficit;
  • all’Europa di investire di più.

L’avvertimento finale, però, riguarda tutti: più si rinvia il riequilibrio dei conti pubblici, più diventerà costoso e doloroso raggiungerlo.

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Bolletta della luce, quanto puoi risparmiare cambiando offerta prima dell’inverno

La crisi energetica, che ha accompagnato tutto l’anno, sta per abbattersi sull’inverno 2026-2027. In molti si domandano quindi cosa convenga fare per risparmiare sulle bollette di luce e gas. Se tutti potevamo aspettarci un aumento, era difficile da quantificare. Ora, con gli ultimi dati comunicati a settembre da ARERA, possiamo sapere di quanto aumenteranno le bollette: +37,3% nel trimestre ottobre-dicembre per la luce e +12,7% per il gas.

Questi sono gli aumenti previsti per i milioni di utenti vulnerabili rimasti nel regime di maggior tutela, quindi chi usufruisce delle tariffe stabilite dall’Autorità di regolazione dell’energia sulla base dell’andamento del mercato all’ingrosso della stessa. Un mercato che però sta vivendo forti tensioni internazionali. Lo stesso clima di tensione riguarda anche gli utenti con contratti a prezzo variabile nel mercato libero, perché dipendono dalle fluttuazioni del mercato all’ingrosso.

Oggi scegliere la tariffa migliore può portare a risparmiare molto in bolletta. Quale valutare? Mettiamo in ordine tutto ciò che sappiamo fino ad oggi.

Quanto costa la bolletta della luce

La bolletta della luce costa cara: secondo i dati forniti per i clienti vulnerabili, il costo è di 43,43 centesimi a kilowattora. Altroconsumo ha stilato tre esempi:

  • una famiglia di tre persone con consumo annuo intorno ai 2.000 kWh vedrà la spesa salire da 173 a 237 euro (64 euro in più);
  • una famiglia di due persone vedrà la spesa salire da 87 a 118 euro (31 euro in più);
  • una famiglia di quattro persone con consumo annuo intorno ai 3.000 kWh vedrà la spesa salire da 260 a 357 euro (97 euro in più).

Quanto si risparmia cambiando offerta?

Risparmiare è possibile. Si possono attuare comportamenti virtuosi facendo attenzione al contatore, certo, ma si possono anche cambiare offerte o fornitori. La prima mossa consigliata è proprio quella di cercare offerte più convenienti sul mercato libero.

Ricordiamo infatti che i clienti del mercato tutelato possono passare al mercato libero e chi è già sul mercato libero sa che può guardarsi intorno per individuare l’offerta migliore.

Lasciare il mercato tutelato conviene?

Sul piano economico sì: il mercato libero offre soluzioni più vantaggiose, che possono portare a un risparmio anche di circa 50 euro l’anno (il 9% in meno).

Tra le offerte convenienti c’è, per esempio, il prezzo scontato e bloccato per tre anni di Enel.

Attenzione: il passaggio al mercato libero non va valutato guardando soltanto il prezzo al kilowattora, ma anche i propri consumi.

Quando conviene cambiare contratto?

Cosa bisogna guardare nel contratto e quando è meglio cambiarlo? Nella bolletta della luce, così come in quella del gas, è presente il box dell’offerta. Vengono indicate qui le condizioni che si sono accettate, dal costo alla durata del contratto.

Solitamente alla scadenza vengono proposte nuove condizioni economiche: è il venditore a mettersi in contatto con il cliente con diversi mesi di anticipo per rinnovare l’offerta. Generalmente si tratta di proposte in linea o vantaggiose, che spingono l’utente a confermare lo stesso fornitore.

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PFAS nelle padelle antiaderenti, l’Ue verso la stretta sulle sostanze tossiche in cucina

Dal 2020 le padelle antiaderenti non possono essere prodotte con PFOA, ovvero l’acido perfluoroottanoico. Si tratta di una sostanza della famiglia dei PFAS, le sostanze considerate cancerogene per la salute umana dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Da allora molti prodotti presentano la scritta “senza PFAS”. Non tutti i produttori mantengono la promessa allo stesso modo: in diversi test di laboratorio sono state trovate tracce di queste sostanze.

Ci sono poi produttori che vengono accusati apertamente di fare ancora uso di tali sostanze, in un contesto nel quale l’Europa si sta impegnando attivamente per vietare i PFAS nei prodotti di consumo di uso quotidiano. Ci sono delle deroghe per alcuni settori considerati critici, come la difesa e la sanità; la proposta ufficiale è attesa per l’inizio del 2027, dopo la relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche che arriverà a dicembre.

L’Europa vieta le sostanze PFAS?

La direzione dell’Europa sembra essere quella del divieto delle sostanze PFAS. Anche i lobbisti, come cita Euronews, sono per la riduzione di queste sostanze in maniera sensata, ma anche misurata e proporzionata.

La proposta di legge è attesa per l’inizio del 2027, dopo l’arrivo della relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, prevista per dicembre 2026. Già nel marzo 2026 però l’agenzia aveva affermato che le sostanze PFAS “rappresentano rischi crescenti per le persone e per l’ambiente”, chiedendo un divieto generalizzato del loro utilizzo, con eccezioni in assenza di alternative.

Alternative che esistono in cucina, e per questo uno dei settori che dovrebbe veder sparire i PFAS è proprio questo.

Il caso delle pentole SEB

Un produttore di pentole francese, Groupe SEB, è stato raggiunto da un ultimatum di tre organizzazioni ambientaliste. Secondo queste, il gruppo continua a utilizzare PFAS in alcune sue pentole antiaderenti. Scrivono che l’azienda utilizza un approccio “obsoleto e inadeguato”, ma soprattutto non conforme ai requisiti di legge previsti tanto dalla normativa europea quanto da quella francese in materia di responsabilità sociale d’impresa.

L’azienda continuerebbe a utilizzare il PTFE, che è un tipo di PFAS impiegato da molti altri produttori, nello specifico da chi produce pentole e padelle, per via della resistenza all’acqua, alle macchie e al grasso. Rispetto ad altri PFAS tossici, il PTFE non è stato collegato al cancro. Secondo le organizzazioni ambientaliste, però, l’azienda ha utilizzato pratiche commerciali ingannevoli legate alla campagna pubblicitaria di questo prodotto, raccontandolo come totalmente sicuro.

Perché, anche se il PTFE non è tossico, come spiegano gli esperti è il modo in cui viene prodotto e smaltito che può rilasciare PFAS tossici. Uno dei metodi di smaltimento errati è quello tramite incenerimento. Quindi questi prodotti, se utilizzati quotidianamente, non causano problemi di salute, ma la maniera nella quale sono stati prodotti e il modo in cui saranno smaltiti in futuro potrebbero aver contaminato o contaminare l’ambiente.

Le accuse arrivano in un momento di acceso dibattito in attesa della legge del 2027. A questa diffida l’azienda ha risposto che “esaminerà i contenuti e risponderà in conformità con la legge”.

Inquinamento da PFAS in Europa

Non c’è quindi in gioco soltanto la salute singola di chi acquista una padella antiaderente con PFAS, ma anche un più ampio fenomeno di inquinamento. I PFAS sono diventati un simbolo della crisi ambientale. Il Belgio, per esempio, è stato denunciato per violazione dei diritti umani per la sua incapacità di affrontare la contaminazione da PFAS.

Hélène Duguy, ambientalista di ClientEarth:

I PFAS sono piuttosto emblematici di una realtà sociale diffusa, che accetta danni collaterali in nome di profitti a breve termine.

Sono sostanze difficili da rimuovere dall’ambiente e possono avere effetti dannosi sulla salute umana. L’inquinamento da PFAS, inoltre, è particolarmente diffuso in Europa. Secondo le indagini del 2023, in tutto il continente ci sono circa 23.000 siti contaminati da PFAS. In Italia 300 famiglie saranno risarcite proprio a causa della diffusione di PFAS.

All’inizio del 2026 è entrata in vigore una normativa che impone ai singoli Stati di monitorare i livelli di PFAS nell’acqua potabile. Nel caso i risultati siano superiori ai limiti, dovranno adottare misure per ridurre i livelli e tutelare la salute pubblica. Il problema, secondo le organizzazioni, è che in questo modo si agisce sul sintomo ma non sulla prevenzione, ovvero andando alla fonte per fermare la produzione, la commercializzazione o il rilascio stesso dei PFAS.

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Economia non osservata, oltre 218 miliardi tra sommerso e illegale: aumenta il lavoro nero

È di 218 miliardi il valore dell’economia non osservata nel solo 2024. Si tratta di un dato in aumento rispetto al 2023 (+0,3%) a fronte di una crescita del Pil del 3,2%. L’incidenza di questo valore rimane inferiore rispetto allo scorso anno (dal 10,2% al 9,9%). Mentre l’economia sommersa si attesta intorno ai 198,4 miliardi, con le attività illegali che scendono a 19,8 miliardi, il lavoro irregolare è di 3.277.000 unità, in aumento rispetto al 2023.

Sono questi i dati dell’ultimo report sull’Economia non osservata nei conti nazionali per gli anni 2021-2024, pubblicati dall’Istat il 16 ottobre 2026.

Economia non osservata: oltre 218 miliardi nel 2024

L’Istat ha pubblicato il report su “Economia non osservata nei conti nazionali”, ovvero tutte quelle attività produttive di mercato che sfuggono all’osservazione diretta. Si parla di economia sommersa ed economia illegale, che insieme raggiungono un valore di 218,2 miliardi di euro, in aumento dello 0,3% rispetto all’anno precedente (217,6 miliardi).

Un valore a fronte di una crescita del Pil a prezzi correnti del 3,2%, sul quale l’economia non osservata incide per il 9,9%, in diminuzione rispetto al 10,2% del 2023.

La dinamica dell’economia non osservata viene sostenuta dalla crescita del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare, che aumenta del 3,9%. Nel 2024 cambia la composizione delle componenti dell’economia non osservata:

  • sale al 36,8% la quota del valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare;
  • scende il valore delle sotto-dichiarazioni al 49,3%.

Per gli anni 2021-2024, la tabella:

Tabella economia non osservata Istat
Istat
Tabella economia non osservata Istat

Aumenta il sommerso

Il valore dell’economia sommersa si attesta intorno ai 198,4 miliardi di euro, in aumento rispetto all’anno precedente (+0,4%). Incide sul Pil per il 9%, tornando ai livelli del 2021 e interrompendo la tendenza mostrata nel biennio precedente. La componente delle sotto-dichiarazioni è pari a 107,6 miliardi di euro, mentre quella connessa all’impiego di lavoro irregolare raggiunge gli 80,3 miliardi di euro.

La diffusione del sommerso, spiega l’Istat, è legata al tipo di mercato di riferimento e non alla tipologia di bene o servizio prodotto. Nel complesso il peso del sommerso sul valore aggiunto è più elevato:

  • negli altri servizi alle persone (30,7%);
  • nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,5%);
  • nelle costruzioni (17,7%);
  • negli altri servizi all’impresa (5%);
  • nella produzione di beni di investimento (4%);
  • nella produzione di beni intermedi (1,4%).

Cresce il lavoro irregolare: i settori

Aumenta anche il lavoro irregolare, ovvero le posizioni lavorative per le quali non viene rispettata la normativa in materia fiscale e contributiva, relative ad attività illegali e quindi non osservabili direttamente attraverso le fonti amministrative. Di queste unità di lavoro, nel 2024 se ne contano oltre 3 milioni (nello specifico 3.277.000) e di queste 2.396.000 sono occupate come dipendenti, ma con contratti irregolari.

L’incremento del tasso di irregolarità è dovuto alla crescita del lavoro non regolare (+4,6%) e si conferma più elevato tra i dipendenti rispetto agli indipendenti.

Il lavoro irregolare è aumentato in numerosi settori; gli unici comparti in controtendenza sono l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale. Mentre i comparti dove si osserva l’aumento più consistente sono:

  • altri servizi alle persone (+0,9%);
  • agricoltura, silvicoltura, pesca e costruzioni (+0,8%);
  • commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (+0,5%);
  • produzione di beni di investimento (+0,5%);
  • produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (+0,3%);
  • produzione di beni alimentari e di consumo (+0,2%);
  • servizi professionali (+0,1%).

In generale, l’incidenza del lavoro irregolare pesa di più nel terziario e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli “altri servizi alle persone”. Ma risulta significativa anche la presenza di lavoratori irregolari nell’agricoltura, nel commercio, nei trasporti, negli alloggi e nella ristorazione.

Economia illegale in lieve calo

Un dato positivo è quello riferito all’economia illegale, che nel 2024 è stimata a 19,8 miliardi di euro. Si tratta di un dato in diminuzione di 0,2 miliardi di euro. Tra questi risalta il traffico di stupefacenti, che registra una lieve diminuzione, mentre si confermano marginali l’attività di contrabbando di sigarette e le irregolarità nel settore dei trasporti e del magazzinaggio.

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Manifestazione 17 ottobre a Roma, Cgil chiama “La Via Maestra”: orario e percorso

Per la Cgil, la politica non si sta concentrando sui problemi degli italiani, che sono i salari, la sanità, la scuola, il fisco, l’ambiente e la pace. Al contrario si spendono soldi in armi e si volta la testa di fronte agli studenti nelle tende per il caro affitti, agli agricoltori, agli autotrasportatori e agli operai che da giorni stanno bloccando strade e attività.

È da qui che parte La Via Maestra, una manifestazione nazionale che si radunerà in Piazza della Repubblica a Roma il 17 ottobre, a partire dalle 13:30, fino a raggiungere Piazza del Popolo.

Manifestazione 17 ottobre: La Via Maestra

Si chiama “La Via Maestra” la manifestazione della Cgil e di oltre 100 associazioni che si sono riunite per rilanciare “un nuovo protagonismo sociale” e “la piena attuazione della Carta Costituzionale”. Come si legge sul sito della Cgil Milano, si tratta di una mobilitazione resa necessaria di fronte a una “torsione autoritaria del Paese, ma anche in Europa e nel mondo”.

Tra i tanti temi, uno molto sentito è la pace, perché questa non passa attraverso la conversione dell’economia in un’economia di guerra.

Altri temi toccati nella piazza del 17 ottobre saranno:

  • fisco;
  • welfare pubblico universalistico;
  • ambiente;
  • lavoro e occupazione;
  • emergenza salariale;
  • contrasto alla precarietà;
  • disuguaglianze e divari territoriali;
  • democrazia costituzionale.

Orari e percorso

La manifestazione nazionale “La Via Maestra” è in programma per sabato 17 ottobre. Le associazioni che si sono unite alla chiamata della Cgil si ritroveranno a Roma per chiedere politiche che rimettano al centro lavoro, diritti, casa, sanità e le nuove generazioni.

Il raduno è previsto in Piazza della Repubblica intorno alle 13:30. La partenza dipenderà dalle persone in arrivo, ma si stima un orario di conclusione del corteo intorno alle ore 17:00 a Piazza del Popolo.

Cosa chiede la Cgil

Il segretario generale, Maurizio Landini, denuncia il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e le difficoltà che colpiscono soprattutto i giovani. Per questo, per il leader del sindacato, è arrivato il momento di “far emergere i bisogni reali del Paese” e di costruire un fronte comune capace di “unire le lotte sociali che sono in campo sul lavoro, per il diritto allo studio, per il diritto alla casa, per una sanità che funzioni”.

Nel suo intervento, Landini ha richiamato l’attenzione anche sui lavoratori dell’Ilva in sciopero a Genova, Taranto e Alessandria, chiedendo che non venga interrotta quell’attività affinché l’Italia non diventi l’unico Paese industriale al mondo dove la produzione di acciaio viene cancellata.

Poi il focus critico sull’aumento delle spese militari (pari a 14 miliardi) annunciato dal governo:

Oggi noi abbiamo bisogno di investire sul lavoro perché non sia precario, sugli stipendi perché si arrivi alla fine del mese, per la scuola, per la sanità pubblica, per il diritto alla casa.

 

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Enel blocca il prezzo delle bollette, sconto del 50% per tre anni: i requisiti

Con l’arrivo del freddo e del maggior consumo di energia, arriva la preoccupazione per gli effetti in bolletta della crisi energetica. Enel conferma il sostegno alle famiglie e alle imprese con uno sconto del 50% rispetto al prezzo attuale dell’elettricità. Lo fa con l’offerta a prezzo fisso “Enel Digital Luce”. Offerta che si affianca alle proposte del governo, che in Europa punta a interventi anti-ricavi.

Un paracadute che al momento è segnato soprattutto dalle società del settore e dalla scelta dei clienti rispetto all’offerta più conveniente o protetta. Oltre il 50% delle famiglie infatti ha scelto il mercato libero con contratti a prezzo fisso. I clienti Enel hanno scelto questa strada nell’85% dei casi. Da qui la conferma dell’offerta a prezzo fisso.

Caro energia: le mosse sul prezzo fisso

ARERA, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, ha stimato un quarto trimestre di aumenti, con un balzo del 37,3% della bolletta elettrica per i clienti vulnerabili a maggior tutela.

Il governo ha lanciato un appello agli operatori energetici, che di conseguenza hanno iniziato a muoversi con sconti e tariffe di varia natura, da Eni ad Enel, fino agli operatori più piccoli.

Al momento, con l’attuale quadro geopolitico, è difficile immaginare un ridimensionamento dei prezzi. Nel nostro Paese il gas continua ad avere un ruolo determinante e le tensioni internazionali incidono fortemente sul suo prezzo. A causa di questa instabilità, i consumatori stanno cercando certezza nella spesa e quindi si spostano verso soluzioni a prezzo fisso.

Le aziende stanno intervenendo su quelle voci della bolletta dove possono mettere mano, mentre il resto del conto finale comprende i costi di trasporto, la gestione della rete, gli oneri di sistema e le imposte.

Enel rinnova l’offerta Digital Luce

In un comunicato ufficiale di Enel, la società conferma l’offerta a prezzo fisso Enel Digital Luce. Si tratta di una soluzione della durata di tre anni che prevede un prezzo della componente energia di 108 euro al megawattora, pari a circa il 50% dell’attuale valore di mercato dell’elettricità all’ingrosso (attualmente superiore a 230 euro al megawattora).

Nell’annuncio si legge che è il prezzo più basso per la componente energia che si trova sul mercato dei grandi operatori ed è una tariffa inferiore anche a quella offerta nel servizio di maggior tutela per i consumatori vulnerabili.

Chi può ottenere l’offerta?

Si tratta di un’offerta compatibile con un requisito fondamentale: essere un nuovo cliente. Si rivolge sia a chi cerca un’alternativa alla tariffa di maggior tutela, sia a chi ha un contratto con un altro operatore in cui la componente energia si trova a prezzi più elevati.

L’offerta è destinata ai nuovi clienti e in modalità “Digital”. Questo significa che può essere sottoscritta unicamente sul sito internet di Enel.

A chi conviene?

L’offerta Enel Digital Luce non è pensata per tutti, ma per rispondere alle necessità delle famiglie. Sempre dal comunicato di Enel si apprende che è pensata per le famiglie medie il cui consumo annuo non supera i 2,1 megawattora.

Attenzione: il prezzo di 0,108 euro al kilowattora per la componente energia è applicato fino a un consumo mensile massimo di 175 kWh, superato il quale si applicano 0,175 euro per ogni kilowattora aggiuntivo.

Con questa soluzione si può arrivare a risparmiare fino a 200 euro rispetto all’attuale prezzo all’ingrosso.

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Carburante esaurito e scaffali vuoti, l’Ilva blocca il Sud: rischio stop nazionale

I blocchi degli operai dell’Ilva di Taranto, degli autotrasportatori e degli agricoltori stanno mostrando i loro effetti: le pompe di benzina appendono cartelli con la scritta “carburante esaurito” e nei supermercati gli scaffali sono vuoti.

La disponibilità ridotta di carburanti si fa sentire in ampie zone di Puglia e Calabria, dove per tutto il giorno (e anche la notte) sono state registrate lunghe code alle stazioni di servizio. Situazione critica segnalata nella provincia salentina, a Foggia, in Basilicata, nel Cosentino e nel Catanzarese.

Carburante esaurito: in quali regioni

Dal 12 ottobre, da quando gli operai dell’Ilva di Taranto hanno bloccato la raffineria Eni, le scorte di carburante hanno iniziato a scarseggiare. Per chi si muove in aereo e, peggio ancora, per chi si muove su strada, iniziano a diffondersi bollettini e cartelli con la scritta “carburanti esauriti”.

Così all’aeroporto di Bari si parte ancora, ma senza bagaglio per alleggerire il peso; mentre gli automobilisti cercano benzina e diesel anche di notte, alle volte senza successo.

È quello che sta avvenendo in diverse regioni d’Italia:

  • Puglia;
  • Basilicata;
  • Calabria.

Si tratta delle regioni che si riforniscono alla raffineria Eni di Taranto. A dare i numeri della carenza sono i sindacati di categoria: in Puglia sono rimasti a secco 7 distributori su 10. A Matera la polizia è dovuta intervenire per regolare il traffico nei pressi di alcune stazioni di servizio, mentre in Calabria aumentano i controlli in vista delle manifestazioni contro il caro carburanti promosse da agricoltori e autotrasportatori.

Verso il blocco nazionale

Le proteste a Taranto, quelle degli agricoltori e quelle degli autotrasportatori si stanno intrecciando in una non volontaria maxi manifestazione contro il caro carburanti. Nei prossimi giorni i blocchi all’Ilva potrebbero esaurirsi perché i sindacati hanno ottenuto la convocazione a Palazzo Chigi il 27 ottobre, mentre la protesta degli altri due settori potrebbe decollare.

Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, spiega:

La situazione è molto preoccupante perché l’eccesso di prezzo che sta subendo l’autotrasporto ha generato una situazione di alta tensione fra le imprese del settore che è sfociata in proteste spontanee in alcune aree del Paese.

Proteste che si stanno allargando soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, dove si stanno organizzando blocchi stradali spontanei, non proclamati da associazioni di categoria. Per Russo “si stanno muovendo nell’ambito della disperazione degli imprenditori”.

Cosa chiedono al Governo

Anche se si tratta di proteste spontanee, il rappresentante di Conftrasporto ricorda al Governo la promessa fatta: le risorse stanziate e non ancora arrivate per il caro carburante. Che comunque non basterebbero, fanno notare: servirebbero tariffe fisse e il riconoscimento dei ristori anche a veicoli Euro 4 e di classe inferiore. Secondo Russo si dovrebbe mantenere l’impegno di prevedere ulteriori stanziamenti di risorse qualora il caro gasolio dovesse continuare ad avere queste dinamiche di prezzo.

Il rischio, prosegue, è che i focolai di protesta si compattino in un unico grande fronte. Anche per questo è stata chiesta una convocazione urgente delle associazioni, che il Ministero delle Infrastrutture ha accolto sempre per il 27 ottobre.

Scaffali vuoti: l’appello del settore agroalimentare

Anche dal settore degli agricoltori arriva il malcontento. In queste ore, con i serbatoi dei camion vuoti, si stanno registrando difficoltà di approvvigionamento nei supermercati. Iniziano infatti a scarseggiare i prodotti freschi come frutta e verdura.

Raffaella Altamura, presidente di Confesercenti Puglia, fotografa la situazione:

Se nei prossimi giorni non arriveranno segnali concreti o provvedimenti da parte del governo, le ripercussioni finiranno per incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini.

Raffaele Drei, presidente di Confcooperative Agroalimentare, sottolinea la necessità di evitare che la protesta finisca per penalizzare produzioni che per loro natura non possono attendere.

Chiede agli autotrasportatori di pensare agli agricoltori come alleati, garantendo la circolazione di prodotti ortofrutticoli freschi e deperibili “che non possono attendere ai margini delle strade”.

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Consiglio europeo, Meloni detta le condizioni: no a sconti su contributi nazionali, agricoltura e coesione

Il 15 e 16 ottobre è in calendario la riunione del Consiglio europeo e la linea di Giorgia Meloni è manifesta: “Agire subito in modo coordinato”, in primis per calmierare i costi dell’energia al fine di dare ossigeno a famiglie e imprese.

In vista dell’appuntamento cruciale, la presidente del Consiglio aveva già parlato al Senato e alla Camera puntando su competitività dell’Unione europea, sul caro energia e sull’accordo sul gas Trump-Putin.

La piattaforma comune europea

Anche l’Italia lavora alla creazione di una piattaforma comune con gli Amici della Coesione, finalizzata ad affrontare il negoziato sul bilancio pluriennale dell’Ue.

I 17 Amici della Coesione sono i capi di Stato e di governo di un gruppo di Paesi Ue uniti per difendere i finanziamenti destinati alla Politica di coesione e all’Agricoltura nel prossimo bilancio pluriennale.

Nella piattaforma sono inseriti i punti cruciali dell’accordo: nessun nuovo taglio al bilancio, sostegno alla Pac, sostegno alla Coesione (e non solo nei finanziamenti ma anche nelle regole di applicazione) no ai rebates, inserimento di risorse proprie ed equilibrate.

Il piano di Meloni per il Consiglio europeo

Così ha scritto su X la premier Meloni, in vista del Consiglio europeo, citando nell’incipit del suo messaggio il presidente della Romania:

Insieme a Nicușor Dan ho riunito i Capi di Stato e di Governo del gruppo degli Amici della Coesione in vista dell’#EUCO. Abbiamo deciso di restare uniti nel negoziato sul prossimo bilancio UE attorno a quattro priorità:

Questi i quattro punti citati:

  1. risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni;
  2. salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento;
  3. contribuzioni eque da parte degli Stati membri;
  4. no agli sconti sui contributi nazionali.

La conclusione:

Continueremo a lavorare insieme perché queste priorità siano riflesse nell’accordo finale!

Costo dell’energia e competitività

Il giorno precedente, il primo tema affrontato da Giorgia Meloni nella comunicazione al Senato in vista del Consiglio Europeo era stato quello del costo dell’energia e del suo peso sull’economia.

Aveva spiegato che:

La questione che oggi pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese è il costo dell’energia. Nessuno può rispondere efficacemente da solo e per questo serve una risposta coordinata e rapida.

L’annuncio:

  • proposte per correggere il sistema ETS, perché il prezzo della CO2 rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza;
  • rinvio dell’ETS2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese;
  • un meccanismo che consenta di contenere il prezzo del gas utilizzato per produrre energia elettrica;
  • semplificazione normativa e meno oneri amministrativi con l’Agenda “One Europe, One Market”.

Nel discorso di Meloni si è puntato al decreto Bollette. Poi anche al “successo italiano” del rinvio della stretta sul metano.

Bilancio Ue

Sul bilancio Ue, ovvero il prossimo Quadro finanziario pluriennale, Meloni aveva annunciato che non firmerà l’accordo per rispettare una data, ma “quando sarà giusto per l’Italia”.

I paletti:

  • no a un bilancio che ridimensioni la PAC;
  • ragionare su un rimborso graduale per il Next Generation EU;
  • più margine per misure come il taglio dell’Irpef.

Ucraina e Russia

Su Ucraina e Russia, la premier aveva criticato l’Europa:

Offre un’immagine di sé infantile ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca, e di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Per “regali” potrebbe però intendere il precedentemente citato accordo stipulato da Donald Trump con Vladimir Putin, che consente alla Russia di esportare più gasolio per far abbassare i prezzi. L’aveva definita una mossa “rischiosa” e una “legittimazione per Mosca”.

Sulla pace, aveva detto:

Il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile […], nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace.

Difesa e sicurezza

Si è poi toccato il tema della difesa e della sicurezza. Sul punto, Meloni aveva dichiarato che una maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Aveva quindi ribadito che:

Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro.

Meloni aveva richiamato l’attenzione su:

  • minacce ibride;
  • droni;
  • danneggiamento dei cavi sottomarini;
  • sabotaggi delle reti ferroviarie.

Al Consiglio si discuterà anche della situazione in Iran, puntando alla libertà di navigazione. Così aveva detto Meloni in Aula:

Per questo credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora.

Gaza, Libano e Israele

Restando a Est, tra i temi c’è stata la sicurezza dello Stato di Israele, ma anche la preoccupazione per le azioni del Paese in Libano e in Cisgiordania. Meloni punta, con l’avvio del nuovo governo israeliano, ad aprire un nuovo percorso di pace.

Proporranno di:

  • riavviare il dialogo;
  • trasferire le entrate fiscali all’Autorità Palestinese;
  • bloccare gli insediamenti.

La Presidente del Consiglio aveva ribadito la necessità di inviare aiuti alla popolazione di Gaza e di compiere un primo passo (franco-italiano) per una pace duratura tra Israele e Libano.

Stato della migrazione

Per quanto riguarda i dati relativi al tema migrazione, la premier aveva rivendicato il calo di oltre il 50% in due anni degli ingressi irregolari. Come confermano i dati di Frontex:

gli attraversamenti irregolari in ingresso sono passati da circa 381 mila nel 2023 a poco meno di 178 mila nel 2025.

Il Consiglio Europeo discuterà dei flussi migratori, anche alla luce degli eventi di Ceuta. Meloni sottolinea la regolarità della scelta di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna.

Focus anche sulla richiesta di maggior spazio nel prossimo bilancio europeo per:

  • il Piano Mattei;
  • i return hub nei Paesi terzi.

Allargamento Ue

Sul tema dell’allargamento, l’Italia porterà al Consiglio Europeo il sostegno al processo di adesione basato sul principio del merito. Aveva dichiarato:

All’Unione, però, spetta riconoscere, senza ritardi, quei risultati con avanzamenti concreti.

Da qui la priorità è l’avanzamento di Montenegro e Albania.

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Divieto stufe e camini, dal 15 ottobre si rischiano multe fino a 5mila euro

Si possono ancora usare stufe e camini per riscaldare la propria abitazione? In Italia non esiste un divieto a livello nazionale che impedisca l’utilizzo di questi sistemi di riscaldamento, ma delle limitazioni esistono. Queste vengono applicate dalle Regioni e riguardano il divieto di installazione di nuovi apparecchi che non rispettano gli standard di emissione o il divieto di utilizzare gli apparecchi già presenti in casa se troppo inquinanti. Dal 2017 esiste un criterio per capire se il proprio generatore a biomassa, quindi una stufa o un camino a legna o pellet, rientra nello standard accettato. Si chiama “classe ambientale” ed è una certificazione rilasciata dal produttore attraverso il libretto dell’apparecchio.

In alcune zone, che risentono particolarmente del freddo, ci sono regole più restrittive. L’area della Pianura Padana è una di queste, perché il riscaldamento attraverso stufe e camini genera maggiori polveri sottili e inquina l’aria. Così dal 2017 Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna hanno firmato un accordo che introduce delle misure comuni contro lo smog.

Il riscaldamento a legna è vietato?

No, il riscaldamento a legna non è vietato, ma esistono delle limitazioni. Regioni come Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna hanno le proprie regole generali ed alcune che si applicano alla pubblicazione dei bollettini sulla qualità dell’aria.

Facciamo l’esempio della Lombardia, che dal 2026 ha previsto limitazioni a stufe, camini e altri generatori alimentati a biomassa. Non è il primo anno con limitazioni, ma nel tempo la Regione Lombardia ha introdotto norme sempre più severe per contenere le emissioni di particolato atmosferico.

Infatti è dal gennaio 2020 che è vietato utilizzare generatori a biomassa che non raggiungono almeno la classe ambientale tre stelle, quindi gli apparecchi di classe inferiore non possono essere utilizzati. Nel caso di nuove installazioni i requisiti sono più severi, perché il nuovo apparecchio deve essere almeno di classe ambientale quattro stelle. La classificazione ambientale è disciplinata dal D.M. 186 del 2017.

I limiti dei caminetti a legna

Così come chi possiede una vecchia stufa, anche i caminetti a legna non sono automaticamente inutilizzabili. Per chi possiede una stufa vecchia è bene recuperare la certificazione o, in assenza di questa, reperire la documentazione del produttore così da verificare marca, modello, potenza e certificazione ambientale.

Per quanto riguarda i caminetti a legna, invece, la disciplina regionale individua alcune situazioni nelle quali questi possono essere accesi saltuariamente a scopo ricreativo. La potenza al focolare è permessa fino a 10 kW.

Attenzione: limitazioni o permessi temporanei potrebbero perdurare nel tempo in caso di maggiore inquinamento atmosferico. A dettare le linee guida sarà quindi la Regione una volta acquisiti i dati sull’inquinamento dell’aria.

Cosa succede dal 15 ottobre?

A partire dal 15 ottobre 2026 scatta in Lombardia la normativa sul riscaldamento a biomassa. Diventano applicabili nuovi requisiti emissivi relativi agli impianti con potenza termica al focolare superiore a 35 kW.

Requisiti e limiti:

  • possono essere richiesti sistemi per l’abbattimento delle polveri;
  • sistemi di accumulo inerziale.

Attenzione: i requisiti possono variare in relazione all’altitudine.

Quindi, una stufa o un camino con potenza inferiore a 35 kW è utilizzabile senza problemi, almeno fino al 15 ottobre 2027, quando poi scatterà un ulteriore livello di severità sugli impianti. Intanto bisogna fare attenzione a non superare tale limite, per esempio con un nuovo acquisto.

Rischio sanzioni da 500 a 5.000 euro

La normativa prevede anche una corretta manutenzione, come la pulizia della canna fumaria. La Regione infatti ha ricordato che una canna fumaria sporca o una combustione non corretta possono determinare maggiori emissioni, consumi più elevati e problemi di sicurezza.

La nuova normativa prevede sanzioni da 500 a 5.000 euro per il mancato rispetto delle limitazioni per i generatori a biomassa.

I divieti nelle altre Regioni

Dopo aver esplorato l’esempio della Lombardia, possiamo andare veloci con i divieti e le limitazioni d’uso di stufe e camini. Anche in Veneto infatti sono in vigore restrizioni all’uso di stufe e camini inquinanti, ovvero di classe inferiore a 2 e 3 stelle.

In Emilia-Romagna, con il Piano Aria Integrato Regionale, ci sono limitazioni su camini, stufe a legna e pellet con il divieto per apparecchi di classe 1 e 2 stelle.

Infine il Piemonte, che vieta l’installazione di generatori di calore a biomassa legnosa con una potenza inferiore a 35 kW e classi di prestazione inferiori a 3 o 4 stelle.

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Pensioni 2027, dal 15 ottobre si scelgono aliquote e detrazioni: a chi conviene

I pensionati possono comunicare all’Inps come gestire le trattenute fiscali. Si tratta di una richiesta che è attiva dal 15 ottobre e fa riferimento alla pensione per il 2027. Si può, per esempio, chiedere di non applicare alcuna detrazione fiscale o di utilizzare un’aliquota Irpef più elevata rispetto a quella ordinaria. Lo ha chiarito l’Inps con il messaggio n.3245 del 13 ottobre 2026, nel quale ricorda come questo sia un sistema utile per chi percepisce, oltre alla pensione, anche altri redditi.

La domanda deve essere compilata e presentata attraverso il servizio dedicato, ovvero la “Dichiarazione per le detrazioni d’imposta per reddito e per carichi di famiglia”, disponibile sul sito dell’Inps.

Pensioni 2027: detrazioni e aliquote

I pensionati dal 15 ottobre possono comunicare una diversa gestione delle trattenute fiscali. L’Inps, quando eroga la pensione, calcola le tasse guardando l’importo della pensione stessa. Applica le aliquote Irpef ordinarie e le detrazioni da lavoro dipendente o pensione che riducono l’imposta da pagare.

L’Irpef però è un’imposta progressiva sul reddito complessivo e se, oltre alla pensione, si percepiscono altri redditi, come per esempio da affitto di un immobile, consulenze o altre prestazioni di lavoro, i redditi si sommano facendo salire il pensionato in una fascia di reddito più alta.

L’Inps applica le trattenute standard e quindi calcolerà le tasse al ribasso. Ma in sede di dichiarazione dei redditi, l’Agenzia delle Entrate calcolerà e chiederà di pagare la differenza in un’unica soluzione o a rate.

Cosa chiedere dal 15 ottobre?

Dal 15 ottobre i pensionati possono quindi richiedere di rinunciare o ridurre le detrazioni fiscali oppure di applicare un’aliquota Irpef più alta.

Sono due infatti le operazioni per evitare sorprese:

  • chiedere all’Inps di non applicare in tutto o in parte le detrazioni per la pensione o per familiari a carico durante l’anno;
  • chiedere all’Inps di applicare ogni mese un’aliquota fissa superiore a quella di base in previsione del reddito totale.

A chi conviene?

Come già descritto, questa richiesta conviene soprattutto a chi sa di avere altre entrate rispetto alla sola pensione.

Esempio:

Pensione da 20.000 euro l’anno, più reddito da affitto da 10.000 euro l’anno, per un totale di 30.000 euro l’anno. Senza la richiesta, le trattenute Inps saranno più basse e si rischia, con l’esito della dichiarazione dei redditi, di dover saldare una somma più alta. Ma con la richiesta all’Inps, ogni mese, rinunciando a detrazioni o aumentando l’aliquota, si arriverà all’esito della dichiarazione dei redditi con un saldo neutro o un piccolo conguaglio.

Cosa cambia rinunciando alle detrazioni?

Il pensionato o la pensionata che decide di rinunciare alle detrazioni fiscali vedrà l’importo trattenuto ogni mese aumentare e quindi la pensione netta diminuire.

Attenzione: rinunciare alle detrazioni e chiedere un’aliquota Irpef più alta sono due operazioni differenti. Nel primo caso si riducono gli sconti fiscali, nel secondo caso aumenta la percentuale utilizzata per calcolare la ritenuta.

Come fare la richiesta

La richiesta su come gestire le trattenute fiscali va rinnovata ogni anno. A partire dal 15 ottobre 2026 è possibile fare richiesta per il periodo d’imposta 2027.

Anche chi aveva già presentato la comunicazione l’anno scorso deve inviare una nuova domanda attraverso i servizi online dedicati.

Chi riceve soltanto la pensione e non ha altre entrate non ha bisogno di fare nulla, perché l’Inps applica già le regole fiscali ordinarie.

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In 25 anni i prezzi di spesa e utenze sono raddoppiati, fino a +120% per le famiglie

Negli ultimi 25 anni i beni e i servizi primari sono aumentati, costano il doppio. E i dati, secondo l’analisi del Codacons, sono destinati a peggiorare nel 2026. Alla base dell’analisi ci sono i numeri dell’Istat del report “Storie di dati” che racconta le trasformazioni dell’Italia, l’inflazione, il ruolo delle crisi energetiche, ma anche l’evoluzione dei prezzi tra i prodotti e l’Italia nel contesto europeo. Quello che ne emerge è che i prezzi sono cresciuti a un ritmo molto più sostenuto rispetto all’inflazione media.

I numeri dell’Istat confermerebbero i numerosi allarmi lanciati negli ultimi anni dal Codacons circa l’andamento dei listini al dettaglio in Italia. Come spiega l’associazione, prezzi e tariffe crescono di anno in anno, ma le voci indispensabili per le famiglie subiscono gli aumenti maggiori e in alcuni casi beni e servizi costano il doppio rispetto a 25 anni fa. È il caso dell’abitazione, delle utenze, degli alimenti, tutte spese alle quali una famiglia non può rinunciare trattandosi di beni primari.

Prezzi +63% tra il 2000 e il 2025

Si esce dal supermercato con la metà delle buste di un tempo e l’Istat ci conferma questa sensazione individuale. I numeri infatti mostrano l’andamento collettivo di un’Italia che tra il 2000 e il 2025 ha visto i prezzi in media aumentare del 63%. In alcuni casi i prezzi sono cresciuti di oltre il 100%, come quelli legati a case, utenze, alcolici, tabacchi e servizi finanziari.

Il report “Storie di dati” dell’Istat fotografa un periodo molto più lungo degli ultimi 25 anni, addirittura risale ai primi anni dall’Unità d’Italia. Quello che interessa a noi oggi però sono i prezzi di beni e servizi dal 2000 in poi.

Cosa è aumentato?

Mentre la crescita generale dell’indice dei prezzi al consumo tocca il 63%, ci sono voci di spesa che vedono un aumento anche superiore al 100%, per esempio è il caso del dato aggregato di abitazione e utenze; altre voci invece aumentano, ma rimangono inferiori al 30% come per i servizi di istruzione e sanità.

Alcuni dati:

  • abitazione e utenze domestiche +120%;
  • alimentari +90%.

Quasi un secolo di aumenti

Il racconto che fa l’Istat è quello di un andamento dei prezzi che nel breve e nel lungo periodo mostra differenze significative in termini di intensità e persistenza. I prezzi dei beni sono cresciuti di meno perché rispetto ai servizi c’è stato un progresso nella produttività del lavoro e nell’esposizione alla concorrenza internazionale.

Infatti, dalla metà degli anni ’50 i prezzi dei beni sono aumentati di circa 30 volte, mentre quelli dei servizi di circa 60. Come racconta l’Istat, questo aumento diversificato si può spiegare con lo sviluppo dell’industria, dove i beni possono essere prodotti impiegando meno lavoro o sprecando meno risorse, mentre per quanto riguarda i servizi la componente lavorativa continua ad avere un peso maggiore.

Negli anni ’70 e poi negli anni ’80 i prezzi hanno subito una forte accelerazione in corrispondenza degli shock petroliferi e delle tensioni inflazionistiche dei due decenni. Solo a partire dalla metà degli anni ’80 i prezzi hanno iniziato a rallentare, ma dagli anni 2000 fino ai giorni nostri, per effetto della crescita più contenuta dei prezzi dei beni, la differenza tra prodotti e servizi è tornata ad aumentare.

C’è poi lo shock energetico del 2022 che ha determinato l’impennata dei prezzi dei beni anche fino a oltre il 100% e, nell’ultimo triennio, la situazione di instabilità ha mantenuto i prezzi più o meno stabili (quindi alti). All’inizio del 2026, con il conflitto nel Golfo Persico, ci si trova ad aspettare una nuova impennata dei prezzi.

L’aumento dei prezzi dell’energia

In particolare, il focus è sull’aumento dei prezzi dell’energia registrato sia dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sia quello attuale dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Andrea De Panizza, economista e dirigente di ricerca dell’Istat, ha spiegato che:

La crescita dei prezzi al consumo di energia nel 2022 è stata addirittura superiore rispetto alle fiammate inflazionistiche degli anni ’60.

Eppure l’impatto è risultato più contenuto per la diversa durata degli aumenti e le condizioni economiche. De Panizza aggiunge anche che, nelle crisi petrolifere del passato, i rincari si erano protratti a lungo e si attivava un meccanismo di indicizzazione salariale che oggi è assente.

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Riscaldare casa in modo economico, quale costa di meno tra pellet e gas: confronto prezzi

L’inizio dell’inverno 2026 mette gli italiani di fronte alla domanda su come riscaldare le proprie abitazioni nella maniera più economica ed efficiente possibile. Dopotutto il riscaldamento della casa causa un enorme impatto sul consumo di energia e quindi sui costi in bolletta, soprattutto se si utilizzano sistemi vecchi da aggiornare. Qual è quindi il sistema di riscaldamento più economico?

Qual è il riscaldamento più economico oggi?

Un’alternativa più economica alla caldaia a gas è la stufa a legna o a pellet, quindi una caldaia a biomassa. La convenienza dipende soprattutto dal costo delle materie prime che sono facilmente reperibili, soprattutto se si possiede una casa in montagna. Lo svantaggio in molti casi è la manutenzione, che ha un costo più elevato.

Quali sono le biomasse?

Quali sono gli altri combustibili da biomassa? Facciamo riferimento alle fitomasse, ovvero le biomasse provenienti da piante come:

  • legna;
  • pellet;
  • cippato;
  • noccioline;
  • sansa;
  • segatura.

Ma dentro si trovano anche sottoprodotti agricoli come paglia e ramaglie, oppure i residui dell’industria alimentare locale come la vinaccia, la sansa e l’agri-pellet.

Ognuna di queste ha caratteristiche specifiche, che vanno dall’efficienza al basso costo, fino alla semplificazione dello stoccaggio o all’assenza di impurità.

Riscaldare l’abitazione con le biomasse può essere più o meno vantaggioso a seconda di quale si utilizza, dal cippato di legno alla legna da ardere, fino al pellet. La soluzione più economica, grazie a una filiera corta e alla disponibilità locale che riduce i costi di trasporto o approvvigionamento, è il cippato di legno a 32 euro al megawattora, la metà della legna da ardere che invece si stabilizza a 67 euro circa al megawattora.

Quanto si risparmia con il pellet rispetto al gas?

Le tensioni geopolitiche internazionali hanno spinto in alto i prezzi dell’energia e le biomasse legnose per il riscaldamento si confermano per il 2026-2027 le soluzioni più stabili, economiche e sostenibili.

Anche se da gennaio 2026 il pellet sta registrando una crescita del 27% rispetto all’anno precedente, resta ancora il più competitivo se messo a confronto con il costo dell’energia per megawattora. Mettendo a confronto i dati ARERA e i prezzi del pellet certificato ENplus A1:

Combustibile Unità di Misura Costo Medio (Ottobre 2026) Costo Termico (€/MWh) Risparmio stimato vs Metano
Legna da Ardere Ton / Quintale ~18 – 22 € / q.le 60 – 67 € fino al 45%
Pellet (ENplus A1) Sacco 15 kg ~7,10 – 7,30 € / sacco 96 – 99 € fino al 18%
Gas Metano Smc ~1,05 – 1,15 € / Smc 110 – 115 € Riferimento
GPL Litro ~1,15 – 1,25 € / Litro 135 – 145 € Più caro del Metano (+20%)
Gasolio Riscaldamento Litro ~1,40 – 1,50 € / Litro 140 – 150 € Più caro del Metano (+30%)

Quale consuma di più: la stufa a pellet o il condizionatore?

Con lo stesso principio si può rispondere alla domanda su quale consumi di più tra stufa a pellet e condizionatore. Da una parte abbiamo l’utilizzo di un elettrodomestico a energia elettrica, che subisce gli effetti della vulnerabilità internazionale rispetto agli aumenti di prezzo dati dall’instabilità in Medio Oriente; dall’altra abbiamo il prezzo delle biomasse, piuttosto stabile nel tempo, che utilizza risorse locali e quindi è indipendente dalle importazioni.

I dati dell’Associazione Italiana Energie Agroforestali ci raccontano che l’Italia dispone di un grande patrimonio forestale, di oltre 11 milioni di ettari su circa il 40% del territorio. Si tratta di un potenziale definito “poco sfruttato” perché utilizzato tra il 18% e il 37% rispetto a una media europea del 73%.

Con le biomasse si risparmia sul gas e si toglie la propria abitazione dal sistema di dipendenza energetica. A ricordarlo è il presidente dell’associazione, Marco Bussone.

Quale scegliere?

È difficile dare una risposta univoca, perché per diversi tipi di impianti di riscaldamento serve un investimento iniziale piuttosto elevato. Certo, si può rientrare dalla spesa nel corso del tempo, ma questo non risponde direttamente a cosa convenga per l’inverno 2026-2027 che ormai è alle porte. Per esempio, un primo modo per risparmiare sul riscaldamento è passare da una vecchia caldaia a gasolio a una a metano. Si può poi puntare sulle pompe di calore, ma senza fotovoltaico non portano a risparmiare così tanto.

Il riscaldamento domestico sta andando verso un’integrazione tra tecnologie, in particolare in un edificio efficiente, ovvero con cappotto termico e adeguatamente isolato, al quale si aggiunge l’energia elettrica prodotta da pannelli fotovoltaici e una pompa di calore per costruire un unico sistema.

Per ottenere questo risultato ci sono dei bonus da poter utilizzare, come il “Conto Termico“, cioè il contributo diretto erogato dal Gestore dei Servizi Energetici per chi sostituisce un vecchio impianto di riscaldamento con un moderno impianto a pellet o legna. Oppure si può guardare agli interventi di riqualificazione energetica o ristrutturazione edilizia con Ecobonus e Bonus Casa.

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Multa al supermercato, il Codice della Strada resta valido: sanzioni fino 1.000 euro

Le regole del Codice della Strada non svaniscono all’interno del parcheggio di un supermercato o di un centro commerciale. Quelle norme infatti sono attive anche nell’area privata di un parcheggio. Una nozione che, se si è dimenticata, può costare molto cara.

Lo ha ricordato la Corte di Cassazione con la sentenza numero 17279 del 2009, che ha richiamato le regole generali della circolazione e la loro applicazione nei parcheggi privati aperti al pubblico. Diverso invece è per un parcheggio privato di un’abitazione o uno spazio chiuso, riservato a poche persone autorizzate. La proprietà di un supermercato, invece, non esclude l’applicazione delle norme stradali.

Quindi anche all’interno di un parcheggio di un centro commerciale possono essere riconosciute violazioni e applicate le relative multe.

Multe nel parcheggio del supermercato

Il parcheggio di un supermercato è un’area privata, ma ad uso pubblico. Quindi si applica il Codice della Strada. A fare la differenza è il numero di persone che possono accedere a quest’area privata. Il cortile di un condominio è diverso dal parcheggio di un centro commerciale, dove un incidente, l’ammaccatura provocata da ignoti o l’occupazione di un posto riservato a persone disabili o mezzi di soccorso seguono le stesse regole del Codice della Strada.

La giurisprudenza infatti lo ha chiarito con la sentenza della Cassazione 17279 del 2009, che ha riconosciuto l’applicabilità delle regole generali sulla circolazione dei veicoli anche nei parcheggi privati di centri commerciali, supermercati e simili.

Valgono quindi in questi spazi la segnaletica, le precedenze, gli stop, i divieti di sosta e altre prescrizioni applicabili. Quello che il cliente deve sapere è che un parcheggio di un centro commerciale o di un supermercato è un’area privata, ma segue le regole degli spazi pubblici, quindi in generale non possono essere ignorate le norme del Codice della Strada.

Cosa succede in caso di incidente?

In caso di incidente all’interno di un parcheggio privato ma ad uso pubblico, come per la strada e i parcheggi pubblici, si dovrà verificare la responsabilità del sinistro.

Capire quindi se la natura dell’incidente sia dovuta all’assenza di un segnale di stop, alla velocità, a una manovra azzardata o rischiosa. Uno spazio privato non esclude l’applicazione di norme e neanche l’intervento delle forze dell’ordine.

Queste possono procedere a:

  • accertamenti;
  • contestare eventuali violazioni;
  • sottoporre i conducenti ai controlli alcolemici.

Cosa succede in un “parcheggio non custodito”?

Anche la dicitura “parcheggio non custodito” non cambia il fatto che, all’interno dell’area, si debbano rispettare le regole del Codice della Strada. Infatti, parcheggio non custodito indica soltanto l’assenza di responsabilità in caso di furto di oggetti lasciati nell’auto, mentre per un parcheggio a pagamento è previsto l’obbligo di custodia.

Non viene meno, invece, la responsabilità rispetto alla sicurezza e alla manutenzione dell’area parcheggio. Quindi, se un’automobile subisce danni a causa di una buca non segnalata o di un tombino rialzato, la struttura è responsabile dei danni provocati alle cose sottoposte a custodia.

Attenzione: la responsabilità non scatta in automatico e di volta in volta bisognerà accertare il rapporto tra cosa, condizione dell’area, danno ed eventuale caso fortuito.

In caso di furto, gli esercizi commerciali che dispongono di telecamere di videosorveglianza possono rilasciare i filmati per permettere a chi ha subito il furto di analizzarli e scoprire l’identità del ladro.

Attenzione però alla conservazione di questi dati, che non può essere superiore alle 72 ore. Per ottenere i filmati bisogna:

  • rivolgersi alle autorità competenti;
  • fotografare subito il danno;
  • annotare data e orario;
  • individuare le telecamere;
  • informare la direzione;
  • chiedere la conservazione delle registrazioni;
  • denunciare l’ignoto ladro all’autorità.

Cosa succede se si parcheggia nei posti per disabili?

Un parcheggio privato, abbiamo capito, deve rispettare le regole del Codice della Strada e così vale anche per i posti adibiti alle persone con disabilità. Quindi in un parcheggio privato di un centro commerciale o di un supermercato non si possono occupare senza l’autorizzazione.

A regolare il parcheggio per disabili è l’articolo 158 del Codice della Strada, che vieta la sosta negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli al servizio delle persone con disabilità. La sanzione va da 330 a 990 euro, con decurtazione di sei punti dalla patente.

Attenzione anche all’automobilista che, in possesso del contrassegno unificato per i disabili europeo (il CUDE), non lo espone. In questo caso la sanzione arriva fino a 600 euro con la decurtazione di quattro punti dalla patente. In caso di rimozione forzata, le spese del carroattrezzi devono essere pagate da chi ha infranto la legge.

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Riscaldamenti 2026, si accendono i termosifoni ma molti Comuni rinviano le date

L’inverno 2026-2027 sarà più mite. Secondo gli esperti le temperature saranno più alte rispetto alla media stagionale e per questo il calendario dell’accensione dei riscaldamenti sta subendo diverse modifiche. Per quanto riguarda quello ufficiale, deciso per le sei zone nelle quali l’Italia è suddivisa dal decreto del 1993, Comuni e Regioni possono applicare delle modifiche. È quello che sta accadendo soprattutto al Nord, la prima zona che dovrà accendere i riscaldamenti secondo il calendario nazionale.

Non ci sono però soltanto le condizioni meteo più miti a dettare le disposizioni, ma anche gli obiettivi di sostenibilità ambientale e soprattutto la riduzione dell’inquinamento atmosferico in città, con particolare attenzione alla diminuzione delle polveri sottili PM10 responsabili dell’insorgere di malattie gravi. È così che Monza, Bergamo, Pavia e diverse altre città hanno deciso di intervenire sul calendario dell’accensione dei riscaldamenti con slittamenti, anticipazioni o conferme.

Quando si possono accendere i termosifoni

Per l’inverno 2026-2027 l’accensione dei termosifoni è, come negli anni precedenti, stabilita in base a un calendario nazionale. Non c’è una risposta univoca per tutti: dipende dall’area nella quale il proprio Comune è stato inserito dopo la suddivisione delle zone climatiche. Ci sono Comuni che possono accendere i riscaldamenti prima, quelli che dovranno attendere ancora diverso tempo e poi ci sono Comuni che non hanno limiti stagionali.

La prima data per molti Comuni sarà il 15 ottobre. Si tratta dei Comuni che appartengono alla zona climatica E, la maggior parte dei quali si trova in un’ampia area del Nord Italia. Le località di questa zona climatica accendono il riscaldamento il 15 ottobre e lo spengono il 15 aprile, con un tetto massimo di 14 ore al giorno.

Accensione 15 ottobre: quali città

La prima data del calendario delle zone climatiche per l’accensione dei riscaldamenti è il 15 ottobre. Possono iniziare a riscaldare le abitazioni, quindi, i Comuni nella zona climatica E, quella più a Nord.

Rientrano tra questi città come:

  • Milano;
  • Torino;
  • Bologna;
  • Venezia;
  • Verona;
  • Brescia;
  • Bergamo;
  • Trieste.

Ma quest’anno ci sono diverse novità. Non tutte le città nella zona E hanno deciso di rispettare il calendario.

Modifiche al calendario delle accensioni

Entrando nel dettaglio di alcune città, scopriamo che Monza ha disposto uno slittamento di una settimana rispetto all’accensione del 15 ottobre. Quindi l’accensione ufficiale sarà il 22 ottobre. La decisione è stata presa dal sindaco Paolo Pilotto, che ha stabilito anche i limiti previsti per le temperature interne: abitazioni ed edifici privati con tetto massimo a 19°, per le attività industriali e artigianali limite a 18°.

L’ordinanza esplicita chiaramente che la decisione è stata presa tenendo conto delle previsioni elaborate da ARPA Lombardia, che mostrano temperature medie superiori alla media stagionale, ma anche per contenere le emissioni inquinanti nell’aria e ridurre i consumi energetici in città.

Stesse motivazioni per Bologna, Modena e Reggio Emilia che hanno concordato un rinvio fino al 1° novembre. Bergamo, invece, ha deciso di posticipare l’avvio dell’accensione dei riscaldamenti di sette giorni, anche questo per allinearsi alle politiche di contenimento delle emissioni.

Como, Lecco e Pavia potrebbero confermare la data del 15 ottobre, ma si attendono le ordinanze specifiche. Mantova ha scelto di attendere, ma è propensa a far slittare la data in base al monitoraggio in tempo reale dei bollettini meteo.

Poi ci sono situazioni speciali, come a Cremona, dove si sta valutando l’accensione posticipata degli impianti, ma forse nelle scuole avverrà comunque prima; questo perché, a causa del nubifragio dello scorso 28 agosto, in molti casi non ci sono le finestre ma dei pannelli.

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