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Volkswagen, la strategia per l’Europa: auto prodotte nel continente e nuovi modelli elettrici

Il Gruppo Volkswagen rilancia la sua strategia europea con l’iniziativa For Europe, presentata a margine del Salone di Parigi. Il messaggio del gruppo tedesco è quello di rafforzare la produzione, la tecnologia e la filiera dell’auto nel continente, puntando su prodotti costruiti in Europa e pensati per il mercato europeo. Il Ceo Oliver Blume ha sintetizzato la linea del gruppo con una frase centrale: “L’Europa per noi non è un mercato, è la nostra casa, la nostra culla”. La strategia arriva in una fase complessa per Volkswagen, impegnata in una trasformazione industriale che riguarda elettrico, software, riduzione dei costi e concorrenza internazionale.

For Europe, la strategia Volkswagen per l’Europa: cosa cambia

Con l’iniziativa For Europe, Volkswagen punta a valorizzare l’Europa come sede industriale e tecnologica del futuro. Il gruppo intende ridurre la complessità interna, semplificando prodotti, processi e strutture. L’obiettivo è accelerare le decisioni e concentrare gli investimenti sulle tecnologie e sui segmenti considerati più rilevanti per i clienti e per l’azienda.

La strategia prevede anche un rapporto più stretto con i decisori politici europei. Volkswagen chiede un quadro normativo capace di sostenere la mobilità elettrica, tutelare la produzione europea e garantire una concorrenza internazionale più equilibrata.

Per Volkswagen non si tratta solo di un’etichetta commerciale. Il gruppo punta a rafforzare la presenza europea lungo tutta la catena del valore dell’automotive. Questo significa investire in ricerca, sviluppo, software, soluzioni meccaniche ed elettriche, con l’obiettivo di realizzare prodotti affidabili, competitivi e progettati per le esigenze del mercato europeo. Il tema è legato anche alla concorrenza cinese, sempre più forte nel settore dell’auto elettrica. Per Volkswagen, la risposta passa dal rafforzamento della sovranità tecnologica e industriale europea.

Il possibile fronte comune dell’auto europea

Con For Europe, Volkswagen apre anche alla collaborazione tra i grandi costruttori del continente. Il gruppo tedesco punta a un approccio più coordinato tra imprese europee, in una fase in cui l’industria dell’auto deve affrontare la transizione elettrica, la pressione sui costi e la competizione dei produttori asiatici.

Il tema richiama l’idea di una maggiore integrazione industriale europea nel settore automotive, con possibili sinergie tra gruppi come Volkswagen, Stellantis e Renault. L’obiettivo indicato è evitare dispersioni, ridurre duplicazioni e rafforzare la capacità del settore europeo di competere su tecnologie, piattaforme e produzione.

La nuova famiglia elettrica urbana di Volkswagen

A Parigi Volkswagen ha presentato anche i dettagli della nuova Electric Urban Car Family, una gamma di city car elettriche sviluppate da più marchi del gruppo. Il progetto comprende quattro modelli: Volkswagen ID. Polo, Volkswagen ID. Cross, CUPRA Raval e Škoda Epiq.

Tutte le vetture nasceranno su una piattaforma tecnologica comune e condivideranno oltre l’80% dei componenti. La standardizzazione riguarderà soprattutto le parti non visibili o non caratterizzanti dei veicoli, mentre i singoli marchi manterranno una propria identità stilistica e commerciale. La condivisione di piattaforme e componenti è uno degli elementi principali della nuova strategia industriale.

Secondo le stime indicate, questa impostazione consentirà risparmi per circa 600 milioni di euro lungo l’intero processo di sviluppo. Volkswagen punta così a rendere più efficiente la produzione delle auto elettriche urbane, contenendo i costi senza rinunciare alla differenziazione tra i marchi.

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Più attenzione ai territori nelle raccomandazioni dell’Europa

Si possono fare alcuni passi per rendere più efficaci le raccomandazioni del semestre europeo a livello regionale. A patto di non dimenticare che in zone diverse gli effetti sono diversi e che il territorio non coincide con le regioni amministrative.

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Nuova tassa sugli acquisti online extra-Ue: da novembre fino a 5 euro in più a pacco

Nuova stretta sugli acquisti online extra-Ue. Con la pubblicazione del nuovo vademecum operativo da parte della Commissione Europea, Bruxelles ha tracciato le linee guida per l’applicazione di due nuove tasse doganali sulle spedizioni a distanza importate da Paesi terzi.

Il provvedimento, pensato per tutelare i mercati comunitari e contrastare la concorrenza sleale dei colossi del commercio online, come Shein, Temu o AliExpress, combina una misura temporanea sui piccoli pacchi con una nuova tassa fissa di gestione destinata a diventare permanente.

Dazio temporaneo sui piccoli pacchi: 3 euro a pezzo

La prima novità riguarda il dazio doganale introdotto dal regolamento Ue 2026/382. La misura prevede l’applicazione di una tassa fissa da 3 euro su ogni singolo vestito o oggetto comprato online da siti fuori dall’Unione Europea, se il valore del pacco non supera i 150 euro.

Fino a poco tempo fa i pacchi piccoli non pagavano la dogana. Adesso questa franchigia è stata cancellata. In concreto significa che:

  • chi acquista pagherà 3 euro di tassa su ogni articolo presente nel pacco, una misura che resterà in vigore per due anni (fino al 1° luglio 2028);
  • i 3 euro si pagano su qualsiasi oggetto, compresi alcolici, profumi e tabacco;
  • la tassa viene imposta su tutte le merci inviate da Paesi extra-Ue, a prescindere da chi si occupa della spedizione finale in Italia;
  • entro il 1° dicembre 2027 l’Ue deciderà se prorogare questa tassa oltre il 2028.

Dal 1° novembre la tassa di gestione: altri 2 euro a pezzo

A questa prima tassa se ne aggiunge un’altra: la Union handling fee, ovvero la tassa europea di gestione introdotta dal regolamento Ue 2026/2108 ai sensi del nuovo Codice doganale comunitario.

A partire dal 1° novembre 2026, si pagherà un ulteriore tributo di 2 euro su ogni singolo prodotto comprato online da Paesi extra-Ue. A differenza dei 3 euro sui piccoli pacchi, questa tassa di 2 euro si applica su tutti gli oggetti a prescindere dal prezzo, anche per acquisti sopra i 150 euro, ed è permanente, cioè non scadrà mai.

Chi paga davvero e come funzionano i controlli

Sulla carta la responsabilità di versare le tasse alla dogana spetta a chi dichiara la merce, ossia i grandi colossi dell’online come Shein, o i corrieri. Nella pratica è molto probabile che le piattaforme di e-commerce addebiteranno questi costi direttamente all’acquirente nel carrello prima del pagamento, oppure la somma verrà riscossa dal corriere al momento della consegna a casa.

Inoltre, dal 1° novembre 2026 scatta l’obbligo del codice identificativo di prodotto (Pid) per tutte le merci extra-Ue sotto i 150 euro: una sorta di carta d’identità del pacco che servirà alle dogane per tracciare chi ha prodotto l’oggetto e bloccare subito i vestiti o i prodotti che non rispettano le norme di sicurezza europee.

Il risultato per le tasche dei consumatori è un rincaro combinato. Per fare un esempio pratico: chi acquista una maglietta da 5 euro da un sito cinese, da novembre rischia di pagare 3 euro di dazio temporaneo più 2 euro di tassa di gestione.

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Sfuggire a Trump. Come l’Ue pensa di riscuotere soldi dalle Big Tech

A Bruxelles stanno prendendo in considerazione una proposta che potrebbe aumentare i fastidi di Washington. Sul tavolo della Commissione europea c’è infatti la possibilità di modificare il contributo forfettario sulle grandi imprese, già inserito all’interno del bilancio comunitario per il settennato 2029-2034. L’idea è di alzare la soglia di accesso e aumentare il peso a carico delle aziende. Tra queste, ovviamente, anche quelle digitali. In questo modo, scrive il Financial Times, le Big Tech verrebbero tassate senza aggiungere una nuova imposta sui servizi digitali. Un sotterfugi per evitare che l’amministrazione di Donald Trump batta di nuovo i pugni sul tavolo. A giugno la Casa Bianca aveva minacciato di introdurre dazi al 100% per quei Paesi che introducevano una tassa sui servizi digitali – con un esplicito riferimento all’Europa. Difficilmente però il presidente statunitense non si accorgerà del trucco.

Il contributo, pensato a luglio scorso, prevede di tassare le aziende con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro che operano sul territorio comunitario. La modifica si concentrerà sull’allargamento delle società da includere, ritoccando quindi i requisiti necessari per rientrare nella tassazione, e allo stesso tempo sull’importo che dovrebbero versare. Al momento, il sistema imporrebbe il pagamento di 100mila euro per le aziende – tutte, non solo quelle tecnologiche – con un fatturato netto compreso tra i 100 e i 250 milioni, fino a un massimo di 750mila euro per quelle che hanno ricavi minimi di 750 milioni. Il totale della cifra che finirà nelle tasche dell’Ue è pari a 6,8 miliardi di euro.

Passare dalla teoria alla pratica non sarà semplice. La discussione è accesa, proprio perché potrebbe potenzialmente comportare conseguenze non del tutto positive. C’è chi non è propenso a introdurre una tassa digitale per non inimicarsi gli americani, sostiene una fonte riservata al Ft. E c’è chi è contrario al versamento di una somma forfettaria, come previsto dal Corporate Resource for Europe (Core) per le società che offrono servizi digitali che hanno una filiale sul territorio comunitario. Da qui l’idea di estendere una tassa già esistenti a tutte le aziende, senza discriminazioni settoriali. In questo modo il risultato sarebbe duplice: verrebbe garantito un gettito in entrata superiore, senza scontentare nessuno. Almeno sulla carta.

Da quando Trump ha messo di nuovo piede alla Casa Bianca, gli europei fanno gli equilibristi per provare a tenere insieme l’interesse comunitario con un’alleanza storica. Trump e la sua amministrazione sono stati però piuttosto chiari: nessuna azienda americana deve essere trattata peggio delle altre. Il tycoon non fa sconti a nessuno. Austria, Francia, Italia e Spagna sono state già oggetto di indagine da parte di Washington a causa della loro imposta sui servizi digitali. Leggere che l’Ue ha trovato un modo per aggirare i suoi paletti non gli farà di certo piacere.

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Meno raffinerie, più dipendenza energetica

La capacità di raffinazione del petrolio e dei suoi derivati si è ridotta progressivamente in Europa. Si tratta però di prodotti indispensabili per l’economia. In un contesto geopolitico sempre più instabile, diventa un problema di sicurezza energetica.

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Appalti pubblici più green, ma senza escludere le Pmi

La Commissione europea propone una riforma degli appalti pubblici. Tra i criteri di aggiudicazione dà più peso a economia circolare e innovazione sostenibile. Il rischio è che procedure più complesse penalizzino le microimprese. Ecco come salvaguardarle.

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Nella gara dei sussidi i paesi piccoli perdono*

Nel 2024 la Germania ha erogato circa un quarto del totale degli aiuti di stato dell’Ue. Imitare le grandi economie su questo terreno è per i piccoli una strategia costosa. Servono politiche orizzontali, interventi verificabili e più coordinamento europeo.

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