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Raccontare la fragilità a teatro, oltre il pietismo

Quattro personaggi e quattro solitudini. In Cost of Living, il testo dell’autrice americano-polacca Martyna Majok che arriva al Teatro Franco Parenti, due coppie si incrociano senza mai incontrarsi del tutto: da una parte Eddie, camionista, e la sua ex moglie Ani, diventata tetraplegica da nove mesi dopo un incidente d’auto; dall’altra John, giovane con paralisi cerebrale, e Jess, che si presenta a un colloquio per diventare la sua assistente.

La regia è di Raphael Tobia Vogel, con Sara Bertelà, Filippo Lai, Pietro Micci, Martina Sammarco. Lo abbiamo incontrato alla vigilia del debutto. Delle molte tematiche che emergono dal testo, il regista ne indica due su tutte: la solitudine e la fragilità umana da un lato, dall’altro l’importanza della cura.

La prima, spiega Vogel, è di grande attualità «in una società che, anche per colpa dei social, ci tiene a mostrarsi sempre al meglio, a rimuovere quei lati dell’esistenza che ci fanno soffrire o sentire soli». I quattro protagonisti vivono invece ai margini, isolati, spesso segnati da traumi o da forme di dipendenza, fisica ed economica. Chiedono solamente di essere visti e provare una connessione, ma al contempo temono di essere feriti.

La seconda tematica, quella della cura, è ciò che più lo ha sorpreso: Martyna Majok rovescia lo stereotipo del forte che si prende cura del debole. Ani non può vivere senza l’aiuto di Eddie, ma Eddie ha bisogno di sentirsi importante per lei, e forse di espiare una colpa. Jess lava e veste il corpo di John, ma ha bisogno di compagnia e di uno stipendio, in un mondo in cui tutto costa troppo, anche per mandare soldi alla madre malata. «Il rapporto è sempre biunivoco», sintetizza il regista: chi ha più potere non è per forza il più forte, e non ha meno bisogno dell’altro.

Come si racconta la disabilità evitando eroismo e compassione? Secondo il regista, il merito è anzitutto della drammaturgia. Nel cinema e a teatro la disabilità viene spesso raccontata con toni eroici, o come una tragedia; Majok, invece, universalizza la vulnerabilità.

I suoi personaggi hanno desideri, ma anche difetti: John è arrogante, classista, con un senso di superiorità; Ani è rabbiosa, scontrosa, vendicativa. E John è un ragazzo bellissimo, un aspetto che manda in crisi le aspettative: arrivando al colloquio, Jess si trova spiazzata da una forte attrazione fisica. «Sono tutte cose che vanno contro i sentimentalismi tipici di questo tipo di racconti».

Per salvaguardare l’autenticità del racconto, la compagnia ha incontrato associazioni di persone con disabilità e con tetraplegia, tra cui l’associazione AUS Niguarda e l’APL, Associazione Paraplegici Lombardia. Un lavoro necessario, spiega il regista, anche perché, sottolinea, quello di scegliere attori non disabili per i ruoli dei personaggi disabili è un caso raro.

Le associazioni hanno risposto a tutte le domande della regia: le attività quotidiane, il ritorno a casa dopo l’ospedalizzazione, che cosa si prova quando un caregiver deve stare molto vicino, in modo intimo, e se questo imbarazza, supera i confini personali o toglie dignità. Alcuni dei loro membri sono venuti anche alle prove per dire se la direzione fosse credibile, anche nei movimenti che restituiscono gli spasmi della paralisi cerebrale. «Il testo è già molto crudo a suo modo: volevamo non perdere questo naturalismo».

Sul tema della cura, Raphael Tobia Vogel allarga lo sguardo: nel testo dello spettacolo esistono molte forme di cura, per lavoro, per amore, per obbligo, per scelta etica, o come modo di comunicare un affetto che non si è saputo dare prima. Un tema a cui il regista è particolarmente sensibili, essendo da poco diventato padre.

«Ti accorgi che ogni istante che passi con la tua neonata è un istante in cui quella vita ha bisogno totale della tua presenza, anche solo per sopravvivere», racconta. «Ma chi dà cura riceve in cambio moltissima energia». È ciò che accade a John e Jess: all’inizio sono distanti, ancora chiusi, ma a furia di prendersi cura di un corpo, sbloccano lati di sé che fino ad allora non avevano conosciuto. Lo stesso vale per Eddie, uomo medio americano, a tratti scurrile e maschilista, che arriva a lavare la moglie in una vasca da bagno con una delicatezza «quasi sacra».

In scena ci sono sia una scena di doccia sia una di vasca, e il modo di rappresentarle è stato influenzato proprio da questa riflessione. Il processo, osserva il regista, vale anche per chi cura una madre anziana o una persona con problemi di salute. Majok stessa è stata caregiver di due uomini in difficoltà nei periodi di precarietà economica, «e si vede». Gesti come lavarsi o vestirsi, che diamo per scontati e facciamo in fretta, per una persona disabile sono più difficili, faticosi e lunghi. Motivo per cui in scena l’azione dura «tutto il tempo necessario»: non è un montaggio che serve a passare al momento successivo, ma un restare nel presente. Può mettere a disagio, «non tanto per la nudità quanto per la lentezza», ma è anche una «lente di ingrandimento voyeuristica» su ciò a cui non pensiamo mai.

Vogel invita a non temere la propria fragilità. Chi ha subìto marginalizzazione a volte fatica a empatizzare con quella altrui; vedere sul palco difficoltà più intense può invece aiutare a riconoscere in sé fragilità e solitudini mai ammesse, e ad aprirsi con compagne, genitori, amici.

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C2C si prepara alla nuova edizione del festival con il record di presenze internazionali

Il C2C Festival si prepara a spegnere venticinque candeline consolidando la sua statura di punto di riferimento globale per la musica avant-pop e la youth culture. Dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, Torino tornerà a trasformarsi nel capitale europea dell’elettronica d’avanguardia e della sperimentazione sonora per l’edizione 25 YEARS OF. Il quarto di secolo della kermesse – nata nei primi anni Duemila con il nome di Club To Club – arriva accompagnato da numeri record: le vendite dei biglietti viaggiano spedite verso il sold out per il quinto anno consecutivo, ma è la componente geografica a segnare uno storico sorpasso. Per la prima volta, infatti, il pubblico internazionale ha superato quello italiano, attestandosi al cinquantatrè per cento delle presenze complessive, a cui si affianca una schiacciante quota del settantotto per cento di spettatori under 35.

Il traguardo dei 25 anni segue i recenti successi internazionali del marchio torinese, con i sold out registrati sia alla seconda edizione di C2C NYC a New York sia al prestigioso Barbican Centre di Londra. Per l’occasione, il festival presenta il programma più esteso e ambizioso di sempre, estendendosi su una rete capillare di venue cittadine che raccontano l’anima barocca, post-industriale e contemporanea di Torino.

Se la main venue di Lingotto Fiere accoglierà le serate di venerdì e sabato mettendo al debutto il nuovo DAZED Stage, le OGR Torino confermano il proprio ruolo strategico ospitando il Grand Opening del giovedì e il Finissage della domenica. Non mancheranno poi storici ritorni e format evocativi: a undici anni dall’ultima volta, il Teatro Carignano riaprirà le porte sabato 31 ottobre per uno speciale matinée ideato con il supporto del Teatro Stabile e la coproduzione di MITO SettembreMusica. La giornata conclusiva del 1° novembre vedrà invece un evento diffuso accessibile con un unico titolo d’ingresso tra Le Roi — la celebre ballroom progettata da Carlo Mollino — e il Notorius, storico locale tra i luoghi simbolo della primissima edizione del 2002.

A completare la mappa del festival saranno il Teatro Regio, sede diurna dell’hub di incontri e dibattiti C2C Talks, e l’headquarters di Combo Torino. Quest’ultimo accoglierà già domenica 25 ottobre la preview C2C KIDS!, l’appuntamento dedicato ai più piccoli il cui ricavato di biglietteria sarà integralmente devoluto allo storico partner etico Medici Senza Frontiere.

La proposta artistica del 2026 riunisce icone pop, debutti attesissimi ed esclusive nazionali. Tra i set più attesi figura l’icona pop svedese Robyn, di ritorno a sette anni dall’ultimo lavoro solista con il nuovo album Sexistential, ma anche l’inedita e rara apparizione di coppia per i rapper e producer svedesi Yung Lean & Bladee. Spazio poi all’art-pop etereo della producer francese Oklou, al ritorno di Arca e a quello di Kelela, oltre allo show di Chuquimamani-Condori (fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia) e ai set di Shygirl, The Avalanches, Theo Parrish (protagonista di una maratona sonora di 7 ore), Grouper, Lorenzo Senni, Smerz e Sonnets/HEADACHE.

La celebrazione del venticinquennale si proietta infine nel futuro attraverso l’investimento sulle nuove generazioni. Quest’anno ha preso il via C2C Curators, un programma gratuito di formazione e professionalizzazione dedicato alla memoria del fondatore Sergio Ricciardone. Tra le oltre duecento candidature ricevute da tutta Italia, dodici giovani curatrici e curatori under 35 sono stati selezionati per affiancare i mentor internazionali Bill Kouligas, Simone Trabucchi ed Elisa Luengo, entrando direttamente nei meccanismi produttivi e curatoriali del festival.

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