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Banda minicar, il fratello di uno dei due ragazzi: “Li avevamo divisi, perché insieme erano esplosivi. Ha sbagliato, ora è giusto che paghi”

Dopo la mamma, parla anche il fratello del 16enne a bordo della minicar la notte tra il 4 e il 5 ottobre: “Sei, sette mesi fa ci eravamo messi d’accordo tra famiglie, avevamo deciso che loro due non si sarebbero dovuti più incontrare perché insieme diventano esplosivi. Adesso che è successo tutto questo, è giusto che mio fratello paghi”, ha dichiarato il 26enne Matteo a Repubblica. Suo fratello, insieme all’amico di 17 anni (figlio di un carabiniere) ha aggredito sei persone nel quartiere Monteverde di Roma, stando alle loro confessioni. L’attore Davide Iacopini è ancora in terapia intensiva. Il motivo delle gesta criminali? Un antidoto contro la noia, divertirsi festeggiando il compleanno di uno dei due. Entrambi sono stati rintracciato dopo le indagini condotte dalla procura di Roma e grazie alla testimonianza del meccanico che aveva reso la macchina inconfondibile, con adesivi e led.

Matteo, il fratello del 16enne, ora non si nasconde: “L’altro ragazzo ha messo in moto la macchinetta? Allora la colpa è al cinquanta per cento”. Anche Matteo, operaio con moglie e figlio, ha avuto i suoi trascorsi con la giustizia. Il fratello 16enne ha un precedente per furto commesso proprio con l’amico del tandem “esplosivo”. “Sei o sette mesi fa – ha detto Matteo alla testata romana – anche se non è un reato grave, avevano preso delle cose da una macchinetta”. Chiarendo l’ammissione di responsabilità: “Ha sbagliato, ha fatto un infamità, è giusto che paghi. Solo pagando il conto con la giustizia può crescere. Ma il fratello ha difeso il contributo educativo suo e della madre: “In famiglia abbiamo fatto di tutto per fargli capire che non doveva fare cose sbagliate, ma non siamo onnipotenti, non puoi controllarlo 24 ore su 24. Se ti fai la doccia e tuo figlio esce di casa, o se esce dalle tre del mattino mentre dormi, tu che puoi fare?”.

Ieri la madre del 16enne, sulle pagine del quotidiano diretto da Stefano Cappellini, si era scusata con la vittima che rischia la vita all’ospedale al San Camillo di Roma, ammettendo le colpe del figlio: “Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa”. Anche lei, come suo figlio maggiore, ha difeso l’operato genitoriale, invitando a riflettere sugli insegnamenti che gli adolescente ricavano inevitabilmente dalla società, fuori dal contesto famigliare. Il mio è “un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social – ha raccontato la donna – Ho cresciuto lui e suo fratello affrontando difficoltà enormi, cercando di trasmettere loro dei valori. La mattina esco alle 5 per andare a lavorare ma sono stata presente, li ho ripresi, ho combattuto contro i loro errori, anche quando sarebbe stato più semplice voltarmi dall’altra parte. Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo. Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro”.

Il padre del 16enne è morto nel 2016, dieci anni fa. Matteo nega che l’assenza paterna abbia influito sulle scelte sbagliate sue e di fratello: “Abbiamo avuto le nostre difficoltà, ma ci siamo ripresi. Anche io ho avuto un problema con la legge, ho pagato, mi sono ripreso”. Il 26 enne ora rivendica la sua vita onesta, con famiglia e un lavoro da traslocatore. E commenta così le scelte e la vita del fratello: “Non è una questione famigliare. Mio fratello è cresciuto male, abbiamo fatto tutto quello che si poteva, Ma le battaglie contro i mulini a vento non puoi vincerle.
Anche se sono suo fratello penso quello che pensano tutti, deve pagare e basta”. A Repubblica, consegna una postilla: ““L’altro ragazzo è figlio di un carabiniere? La minicar è la sua? L’ha messa in moto, giusto? Allora pure lui ha sbagliato. La colpa è al cinquanta per cento”.

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Caso minicar, spunta la pista dei social: gli investigatori cercano nuove risposte

Roma, la Procura dei minori indaga sui due ragazzi di 16 e 17 anni accusati di sei aggressioni. Sequestrati anche i telefoni dei genitori: si cercano video, chat e possibili collegamenti con sfide online. Davide Iacopini ancora in terapia intensiva.

Un gioco, sostengono loro. Ma il conto di quella notte di ordinaria follia romana è pesantissimo: sei persone aggredite, un attore gravemente ferito e due adolescenti finiti sotto inchiesta per tentato omicidio e lesioni. La vicenda della minicar nera che seminava paura tra Monteverde e Testaccio entra adesso in una nuova fase. Dopo l’identificazione e le ammissioni dei due ragazzi, di 16 e 17 anni, l’inchiesta passa alla Procura per i minorenni. E il sospetto degli investigatori è che dietro quelle aggressioni possa nascondersi qualcosa di più di una bravata degenerata.

Cellulari sequestrati: c’era una sfida social dietro le aggressioni?

La novità riguarda gli accertamenti informatici. Gli investigatori analizzeranno i telefoni dei due minorenni e quelli dei rispettivi genitori, alla ricerca di messaggi, fotografie e filmati. Al vaglio anche una telecamera installata sulla vettura. L’obiettivo è capire se gli episodi siano stati ripresi, condivisi o addirittura organizzati nell’ambito di qualche sfida online. Per il momento è soltanto un’ipotesi investigativa, non una circostanza accertata. Intanto, i due ragazzi restano denunciati a piede libero. La magistratura minorile dovrà valutare l’eventuale richiesta di misure cautelari.

Le madri chiedono scusa, Iacopini lotta in ospedale

A rompere il silenzio sono state anche le famiglie. La madre del sedicenne ha riconosciuto la gravità dell’accaduto, sostenendo che il figlio dovrà rispondere delle proprie azioni, e ha espresso il desiderio di chiedere personalmente scusa alla madre di Davide Iacopini.

L’attore, colpito mentre viaggiava in monopattino, rimane ricoverato in terapia intensiva al San Camillo. Dopo due interventi neurochirurgici, i medici hanno avviato la progressiva riduzione della sedazione. La prognosi resta riservata, secondo gli ultimi aggiornamenti clinici disponibili.

L’ombra della baby gang e i precedenti dei ragazzi

Le ultime indiscrezioni aggiungono un particolare inquietante: secondo Repubblica, il sedicenne era già stato segnalato per una presunta baby gang a Trastevere, mentre entrambi risultano coinvolti in un precedente furto. Il parroco di Santa Maria Liberatrice, che conosceva i giovani, ha raccontato di comportamenti problematici e di averli temporaneamente allontanati dagli ambienti parrocchiali.

Nel frattempo, il bollettino del San Camillo del 15 ottobre parla di condizioni di Iacopini stabili nella gravità, senza complicazioni nel decorso, ma con supporto intensivo ancora completo. I progressi saranno valutati nelle prossime settimane.

La minicar è sotto sequestro. Il futuro giudiziario dei due ragazzi è nelle mani della Procura minorile. E la distanza tra una bravata raccontata e le sue conseguenze non è mai stata così drammatica.

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Pestato dal branco dopo aver difeso la figlia: identificati otto giovanissimi, ci sono anche i figli di due poliziotti

Una lite tra ragazzine, l’intervento di un giovane in scooter e poi la violenta reazione di un gruppo di amici. È la sequenza che, secondo quanto ricostruito finora, avrebbe portato al pestaggio di un uomo di 50 anni nel quartiere Vomero, a Napoli, durante la serata di sabato 10 ottobre. L’uomo era intervenuto dopo aver saputo che sua figlia era stata aggredita. Circondato da una decina di giovanissimi, sarebbe stato colpito ripetutamente anche quando era già a terra. Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla procuratrice per i minorenni Patrizia Imperato, hanno portato finora all’identificazione di otto ragazzi, quasi tutti minorenni. Gli accertamenti proseguono per chiarire il ruolo di ciascuno e individuare tutti i partecipanti. Tra gli identificati ci sarebbero anche i figli di due appartenenti alla Polizia.

La vicenda avrebbe avuto inizio con una lite tra tre ragazzine, nata per un ragazzo conteso. Durante lo scontro, una delle giovani sarebbe stata colpita e spinta contro il parabrezza di un’auto, finendo poi a terra. Nella ricostruzione degli investigatori compare anche un giovane arrivato in scooter, che avrebbe aggredito la ragazza. Il padre, informato di quanto accaduto alla figlia, avrebbe rintracciato il ragazzo e lo avrebbe schiaffeggiato. A quel punto, il giovane avrebbe chiamato alcuni amici, dando origine al pestaggio dell’uomo.

Durante la colluttazione è intervenuto anche un camion per la raccolta dei rifiuti, che avrebbe investito accidentalmente il cinquantenne. L’impatto gli ha provocato gravi lesioni a una gamba. Trasportato all’ospedale Cardarelli, è stato sottoposto alle cure necessarie per scongiurare il rischio di amputazione. Le sue condizioni sono in miglioramento, ma resta lo choc per l’aggressione. La moglie ha riferito che anche le figlie sarebbero state minacciate.

Le immagini del pestaggio, circolate sui social, hanno suscitato reazioni e richieste di intervento. Il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha annunciato un rafforzamento dei controlli nella zona. Il sindaco Gaetano Manfredi e l’azienda comunale Asia hanno espresso solidarietà alla vittima. Sull’episodio è intervenuto anche il nuovo questore di Napoli, Fausto Lamparelli, che ha definito le immagini dolorose e una sconfitta per gli adulti, richiamando l’importanza della prevenzione e dell’educazione alla legalità. Il cardinale Domenico Battaglia ha chiesto di affiancare alla risposta giudiziaria un impegno concreto per le famiglie, le scuole e i luoghi di aggregazione: “L’emergenza educativa è soprattutto un problema degli adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono”.

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Minicar nera, cosa spinge due giovani a compiere aggressioni così pericolose?

di Stefano Borioni

“L’abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo”. È forse questa la frase più inquietante dell’intera vicenda legata alla minicar che da giorni seminava il panico in zona Monteverde. Non soltanto per la gravità dei comportamenti, oggettivamente terribili, ma per il significato che sembra attribuire loro chi li ha compiuti: la sofferenza altrui trasformata in un diversivo, un passatempo per allontanare la noia, per colmare un vuoto.

In queste ore, la domanda di molte persone mi pare ruoti intorno al perché: perché due ragazzi arrivano a compiere gesti simili? Io, da psicoterapeuta, proporrei un passo ulteriore: come può accadere che il dolore di uno sconosciuto diventi un gioco? Cosa può essersi rotto se l’altro, da persona con un corpo, una storia, una vita, una famiglia, è diventato un bersaglio da colpire?

Colpisce noi, pur non sorprendendoci molto, che i ragazzi avrebbero dichiarato di essersi fermati dopo aver saputo che la persona ferita fosse un attore. Se confermata, questa circostanza ci pone un interrogativo ulteriore: la sofferenza altrui acquista rilevanza soltanto quando riguarda qualcuno di noto? È il reality che batte la realtà, lo status che batte lo stato delle cose e il valore di una vita – unisco un mio pensiero ai tantissimi che in questi giorni vengono dedicati a Davide Iacopini – sembrerebbe passare anche attraverso la sua visibilità sociale. La notorietà come discrimine del “mi dispiace” postumo alla presa di coscienza, non l’empatia come prima censura dell’impulso aggressivo a bordo della minicar.

Già, la minicar. L’abitacolo potrebbe creare una separazione fisica e psicologica: noi e loro, dentro e fuori. Siamo qui, nella nostra macchina con i led che abbiamo fatto modificare e l’adesivo del serpente, mentre l’altro rimane per strada, esposto alle conseguenze delle nostre azioni. Siamo forti. Il filtro dell’abitacolo, come una barriera, può depotenziare la percezione di ciò che accade fuori. Un colpo al malcapitato, un altro di acceleratore, sgommata, adrenalina, 500 metri e via: non è successo nulla. Mica è un essere umano, è un diversivo per gestire una noia che fa paura. Perché se mi annoio sento, mi guardo dentro e chissà cosa trovo se resto solo.

Meglio in due. Quello che da solo magari non farei, insieme diventa più facile, diventa complicità. La responsabilità personale non scompare, ma morde un po’ meno: il mio gesto è visto, approvato – o quantomeno non fermato, tollerato – dal mio amico. Che poi è pure la sua festa di compleanno: bisogna festeggiare.

Cosa accomuna una festa per i diciott’anni, una laurea, una comunione o un party in ufficio per il pensionamento di un collega? Sono festeggiamenti, certo, ma anche rituali di passaggio che segnano un prima e un dopo. Crescere significa cercare nuovi modi per sentirsi autonomi, capaci. Se questa ricerca non trova riconoscimento, se invece di avere intorno gente che mi festeggia sono qui, la trasgressione può diventare una scorciatoia per sentirmi figo.

Il fatto che uno dei ragazzi sia figlio di un appartenente alle forze dell’ordine non mi pare poi autorizzi tutte le interpretazioni che sto leggendo in queste ore, che ne sappiamo se la violenza è una sfida alla figura paterna? Allo stesso modo, la collaborazione delle famiglie con gli investigatori non consente di conoscere la qualità dei legami familiari, ma può rappresentare un punto di partenza per affrontare quanto accaduto, senza negarne la gravità.

Quando avvengono episodi così importanti – questi strappi nel tessuto di quel pezzo di reale che pensavamo di sapere – la condanna non basta più a comprendere il problema. Bisognerebbe a quel punto chiedersi come si costruisce il riconoscimento dell’altro in chi quel riconoscimento non lo sperimenta, come si impara a tollerare la frustrazione e quali relazioni possano aiutare un ragazzo a gestire la propria noia senza disumanizzare il mondo attorno a sé e colpirlo, ferirlo, mandarlo in coma, finché non sente qualcosa.

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