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Ex professore del Mit accusato di molestie: si difende, e il tribunale gli dà ragione. Risarcimento record
Un punto di vista diverso in Europa, quello di un popolo senza terra. Il racconto di Chiapello
“Costruiamo un futuro diverso”: questo è stato il titolo del 34° convegno internazionale dell’AIZO Rom e Sinti, associazione fondata e presieduta dalla sociologa Carla Osella che da 55 anni si occupa di quella che la stessa Commissione Europea riconosce essere la più numerosa minoranza etnica in Europa considerando che la popolazione romanì è stimata tra gli 11 e i 12 milioni di persone con un po’ più di 6 milioni nell’Unione Europea, cittadini per lo più residenti nell’area balcanica.
In Italia si parla di 150/180 mila Rom, Sinti, Camminanti, di questi nei campi, destinati a chiusura per indicazione dell’Ue secondo i numeri dell’Unar, ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ne rimangono 12 mila, in forte calo dal 2015: si tratta di un popolo che nel complesso supererebbe numericamente altri popoli europei ma rimane il più colpito da pregiudizi che assumono la forma dell’antizingarismo.
All’importante convegno di Torino, del 2 ottobre, aperto con l’inno “Gelem Gelem” suonato dalla violinista, oltre che artista e operatrice sociale, Rebeca Devora Covaciu, centrali sono stati i problemi e le loro evoluzioni che Carla Osella dal 1971 affronta da quando andò a vivere con una famiglia di Sinti piemontesi ed iniziò un cammino, quello che durante l’intervista alla giornalista Maria Teresa Maetinengo è stato definito un sogno che diventa storia.
Nei saluti gli assessori del Comune Torinese, che ha patrocinato l’evento, Jacopo Rosatelli e Francesco Tresso, tra l’altro quest’ultimo obiettore AIZO in gioventù, hanno indicato parole utili sia per la popria esperienza personale che istituzionale, come “schierarsi” da parte dei vulnerabili, “diversità” da accogliere, “cittadinanza” i cui problemi diventano enormi, “ostacoli” da rimuovere a cui sono dedicati i servizi municipali contro marginalità ed emergenze.
Una delle grandi questioni l’ha toccata nel suo intervento la professoressa Marianna Filandri, sociologa, Università degli Studi di Torino, ossia il valore della casa: occorre focalizzare il fatto che la questione del “tetto” è legata al benessere generale e in realtà nessun Paese europeo l’ha risolta, emergendo i problemi legati al reddito e al sovraffolamento, cioè le case col calo demografico ci sarebbero ma ne è difficile l’accesso a quelle che siano adeguate e a prezzi sostenibili per cui diventa rilevante l’intervento pubblico per calmierare.
Tra le altre cose la professoressa ha sottolineato l’importanza della scelta politica, perché non è irrilevante l’approccio diverso secondo l’assessorato o il ministero sotto cui la casa viene messa, affari sociali o lavori pubblici, differenza che aiuta o meno a focalizzarsi su quelle disuguaglianze su cui l’AIZO ha lavorato, come affermato nella presentazione al convegno dal presidente della sezione trentina Gian Luca Magagni, anche per sostenere il successo personale di coloro a cui si è stati accanto come stile e metodo.
Il direttore UNAR Mattia Peradotto ha descritto il lavoro dell’ufficio nazionale tra progetti e piattafome rinnovati e nuovi, partendo dal collegamento con Agenda 2030 sulla sostenibilità, collegato alla riduzione della disuguaglianza, che non può prescindere dal dialogo con gli enti locali insito nella Strategia 2021/2030: ha sottolineato come l’antizingarismo sia un elemento molto trasversale con la percezione delle comunità dei Rom e Sinti così insufficiente da portare a dinamiche di esclusione nei diversi settori della vita comunitaria.
Lo sguardo deve essere complessivo non potendo essere utili dei microservizi, con gli enti che si occupano dei diversi aspetti, dal sanitario, allo scolastico, fino ai comuni che devono operare delle prese in carico che siano efficaci: su questo punto Osella ha parlato di necessario dialogo tra istituzioni e realtà come l’associazione nazionale che presiede che in anni passati fu anche protagonista nella redazione delle prime leggi regionali sui campi sosta per arrivare alle questioni di oggi come quella della apolidia, affrontata dal direttore che ha indicato l’impegno per superare tale tema con 2500 apolidi tracciati attraverso una iniziativa puntuale per avviare percorsi di inclusione che non possono prescindere dal lavoro e dal dialogo tra l’UNAR e le Regioni che hanno in capo le politiche lavorative.
Tutto ciò basta? No, il contrasto all’antizingarismo può farsi solo se si recupera l’elemento del racconto e del raccordo delle comunità romanì nel contesto europeo, dunque centrale è quel tema culturale che Peradotto indica e i convegni internazionali AIZO rappresentano.
Quest’anno la dimensione europea è stata garantita dalla presenza spagnola, svedese e tedesca, che, presentando le rispettive esperienze, ponendole all’attenzione di un salone gremito ed attento composto di esperti, esponenti di associazioni e istituzioni, giovani Rom e Sinti, ha permesso paragoni, approfondimenti e quella visione complessiva che proprio AIZO ha fin dalle origini, con la sua adesione al World Roma Organization e all’I.R.U. International Romani Union, e che è fondamentale come banco di prova per quel processo democratico innescato ad Helsinky da Aldo Moro per la stessa Unione Europea: sono state ascoltate dunque le esponenti dell’Associazione Fakali della Spagna, Paese dove la cultura gitana ha influenzato ad esempio la musica, associazione che è partita riguardando la salute delle donne, che oggi esprime la vice presidente della realtà consultiva creata dal governo.
L’esperienza in Svezia l’ha portata Marcela Kovacsova che ha creato un’associazione per informare e insegnare e rivendicare diritti in un Paese dove l’integrazione è significativa ma non mancano diseguaglianze che portano ad avere, come Rom, successo fino ad un certo punto, mentre Jasna Kosanovic, dalla Germania, ha parlato in particolare della sua attività di scrittrice che fa memoria del genocidio dei Rom e Sinti nei campi di sterminio nazisti.
La presentazione, in dialogo con la consigliera regionale piemontese Gianna Pentenero, di un progetto di villaggio di 10 casette ripetibile, che prende atto del desiderio di molte famiglie allargate di voler vivere insieme, da parte dell’architetto Dario Guazzo, creato con AIZO, ha permesso di affrontare il tema della sicurezza fuori dalla mera emergenza e legandolo alla qualità della vita incrociando una sempre più necessaria solidarietà istituzionale orizzontale e verticale. In ultimo la lettura da parte di Naomi, giovane Rom di Torino, della lettera ai docenti “Guardatemi come tutti gli altri: la scuola che vorrei” con una esplicita richiesta di pari opportunità e la tavola rotonda “dalle esperienze alle prospettive: risultati conseguiti e sfide ancora aperte” che ha fatto confrontare dirigenti pubblici, esponenti associativi e mediatori culturali, non hanno chiuso il convegno ma idealmente rilanciato verso la dimensione quotidiana collaborazioni e azioni per il futuro.
L’onore di moderare questa intensa giornata mi porta ad una riflessione conclusiva: accanto alla conservazione dell’umanità grazie a Carla, che ha avuto, sostenuta dalla sua fede, come progetto di vita quello di “esserci” accanto al più escluso dei popoli per cui c’è da lottare ancora oggi per i diritti fondamentali come poter avere documenti in regola, si pone la sfida di far sventolare la bandiera romanì tra quelle europee soprattutto come simbolo non legato al solito pacifismo militante o all’esasperato e ottuso nazionalismo, che non è amor di Patria, bensì educante alla pace da parte di quelli che furono un tempo figli del vento, che non hanno mai fatto una guerra: come hanno cantato Tozzi e Raf “i sogni sanno attraversare ogni confine…”.
L’illusione dell’accesso. Ecco le nuove recinzioni digitali
Il 19 settembre scorso ho partecipato ad Assisi, nell’ambito del Cortile di Francesco, al convegno “Tecnologia e sviluppo. La persona al centro”, organizzato insieme a Polisophia del prof. Ruben Razzante, sotto la magistrale moderazione di Donatella Milani. Un titolo che pone una questione fondamentale: come garantire che il progresso tecnologico sia e rimanga uno strumento al servizio delle persone, anziché trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza. Nel mio intervento ho affrontato il tema dal punto di vista dei paesi in via di sviluppo, partendo da un paradosso. Nell’età dell’intelligenza artificiale (IA), la più insidiosa delle barriere potrebbe non avere l’aspetto di un muro, ma quello di una porta spalancata.
Dalle terre comuni alla conoscenza
Se è vero, come è vero, che siamo figli del nostro passato, la storia meno recente ci dà una lezione per il nostro presente. Per secoli le recinzioni hanno delimitato risorse e stabilito chi potesse utilizzarle e appropriarsi del valore che producevano. Nell’Inghilterra delle enclosures, terre precedentemente destinate a usi comuni furono progressivamente sottratte all’accesso collettivo e assoggettate a diritti esclusivi. Un processo che trasformò l’economia agricola e i rapporti sociali.
Nel 2003 il giurista americano James Boyle, nel saggio The Second Enclosure Movement and the Construction of the Public Domain, riprese questa vicenda per descrivere una nuova forma di appropriazione: quella della conoscenza. L’espansione dei diritti di proprietà intellettuale rischiava, secondo Boyle, di sottrarre al patrimonio comune idee, informazioni e risorse culturali che costituiscono il presupposto della produzione di nuova conoscenza.
La sua non era una contestazione della proprietà intellettuale in quanto tale. Brevetti e diritti d’autore possono incentivare investimenti e innovazione. Il problema nasce quando l’estensione dei diritti esclusivi riduce lo spazio comune dal quale l’innovazione trae alimento, ostacolando proprio la creatività che dovrebbe promuovere.
Estendendo questa riflessione all’intelligenza artificiale, le nuove recinzioni riguardano anche le infrastrutture e le capacità necessarie per produrre conoscenza, elaborarla e trasformarla in valore economico. Non occorre impedire l’accesso a una tecnologia per controllarne i benefici. Può bastare stabilire le condizioni alle quali gli altri possono utilizzarla.
La lezione delle materie prime
Chi si occupa di sviluppo conosce bene questo meccanismo. Un Paese può possedere grandi riserve minerarie e restare ai margini delle catene globali del valore. Il minerale è estratto localmente, ma la raffinazione, la produzione dei componenti, la ricerca e ii brevetti sono concentrati o sviluppati altrove. Possedere una risorsa non significa controllarne la trasformazione.
Con l’intelligenza artificiale accade qualcosa di simile. La catena del valore comprende dati, competenze, semiconduttori, centri dati, potenza di calcolo, modelli e applicazioni. La questione si concentra su chi governi i passaggi attraverso i quali queste risorse acquistano valore.
Esiste però una differenza. Una miniera è legata a un territorio sul quale uno Stato può esercitare poteri regolatori. I sistemi digitali attraversano le frontiere e possono essere gestiti da infrastrutture collocate altrove. Questo rende più difficile esercitare un controllo effettivo, soprattutto per i paesi con minore capacità negoziale.
L’IA conserva, però, anche una dimensione materiale, spesso trascurata. Richiede energia, acqua per il raffreddamento, minerali, reti e infrastrutture fisiche. Anche i paesi che non sviluppano modelli avanzati possono disporre di risorse strategiche. Resta da capire se essi sappiano e siano in grado di utilizzarle per ottenere investimenti, trasferimento di competenze e una partecipazione più significativa alla filiera dell’intero processo.
La porta aperta che può diventare recinzione
Siamo soliti misurare il divario digitale contando le persone connesse a Internet. È un indicatore ancora importante, ma insufficiente.
Un Paese può avere milioni di cittadini che utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale e dipendere da modelli sviluppati all’estero, addestrati su dati scarsamente rappresentativi delle sue lingue e culture, ospitati su infrastrutture controllate da altri.
L’accesso esiste, ma non comporta necessariamente autonomia. Quando imprese, università e amministrazioni costruiscono le proprie attività intorno a piattaforme proprietarie, cambiare fornitore può diventare tecnicamente complesso ed economicamente oneroso. La recinzione non impedisce più di entrare: rende difficile uscire.
Questa dipendenza riguarda anche l’Europa. Il controllo congiunto di infrastrutture cloud, potenza di calcolo e modelli avanzati pone questioni di concorrenza che il semplice ampliamento dell’accesso non risolve.
In diversi Paesi in via di sviluppo, inoltre, migliaia di lavoratori contribuiscono all’addestramento dei sistemi attraverso l’etichettatura dei dati e la moderazione dei contenuti, talvolta in condizioni particolarmente difficili. Partecipano già all’economia dell’IA, ma spesso nelle posizioni poco remunerative. Essere parte della produzione non garantisce una distribuzione equa dei benefici.
Quattro capacità e una sovranità da costruire
Il Global Digital Compact, adottato dalle Nazioni Unite nel 2024, individua quattro capacità da rafforzare, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: accedere all’intelligenza artificiale, svilupparla, utilizzarla e governarla.
La distinzione è essenziale. Si può utilizzare un modello senza poterlo adattare ai propri bisogni; accedere a una piattaforma senza incidere sulle condizioni del suo funzionamento; scrivere regole senza avere le competenze per farle rispettare. Ridurre il divario significa rendere possibili tutte e quattro queste capacità.
È qui che assume significato la sovranità digitale. Non richiede che ogni Stato costruisca un proprio sistema nazionale di IA o che si isoli dalle reti internazionali. Significa disporre di alternative, comprendere le tecnologie utilizzate, negoziare condizioni contrattuali paritetiche e partecipare alla definizione delle regole.
La sovranità non può, però, diventare un alibi per il controllo dei cittadini. Un governo che usa la tecnologia per limitare la libertà di espressione o rafforzare la sorveglianza può sostituire una dipendenza privata con un controllo pubblico. Governare l’IA deve servire a proteggere le persone, attraverso diritti fondamentali, istituzioni responsabili e controllo democratico.
Quali risorse devono rimanere comuni
Definire l’intelligenza artificiale un bene comune sarebbe una risposta troppo semplice. I modelli sono anche il risultato di investimenti, ricerca, lavoro e rischio imprenditoriale. È giusto ritenere che non tutto possa o debba essere liberamente disponibile.
La domanda suggerita dalla riflessione di Boyle è diversa: quali condizioni devono essere preservate affinché il controllo di alcune risorse non impedisca agli altri di innovare.
Penso ai diritti, che non possono dipendere dalla forza economica di uno Stato; alla conoscenza scientifica, agli standard aperti, all’interoperabilità e alle infrastrutture digitali pubbliche; alla formazione e alle capacità tecnologiche.
Fornire gratuitamente un modello a un’università africana non significa renderla autonoma. Occorrono ricercatori, dati rappresentativi delle realtà locali, energia affidabile e potenza di calcolo. Consorzi regionali e infrastrutture condivise possono offrire soluzioni concrete.
In questa direzione, si pone la proposta di un fondo globale per le capacità nell’IA, avanzata nel 2024 dall’organo consultivo di alto livello del Segretario generale delle Nazioni Unite nel rapporto Governing AI for Humanity. Il Compact ne richiama le raccomandazioni e chiede di sviluppare opzioni di finanziamento volontario. È una proposta da sostenere, purché produca competenze e autonomia anziché nuove dipendenze (e metta a disposizione risorse sufficienti, considerazione non peregrina considerando l’ingente importo degli investimenti in essere e di quelli richiesti).
Partecipare, non soltanto accedere
La diffusione dell’intelligenza artificiale può dare l’impressione che le disuguaglianze si stiano riducendo, mentre il potere economico e decisionale continua a concentrarsi. Purtroppo, però, anche sedere al tavolo delle regole serve a poco se mancano gli strumenti per incidere.
La sfida consiste nell’impedire che il controllo dei passaggi essenziali della filiera escluda intere società dalla possibilità di contribuire alla sua evoluzione.
Ad Assisi, mettere la persona al centro significava anche questo: ricordare che lo sviluppo si misura dalle scelte che siamo realmente liberi di compiere. Le nuove recinzioni digitali si superano quando l’accesso diventa capacità, la capacità diventa partecipazione e la sovranità torna a significare libertà di scelta.
La crisi del diritto tra ragionevolezza e autorità. Scrive il prof. Corbino
Tra le ragioni che hanno reso esasperatamente conflittuali le nostre società, credo meriterebbe molta più considerazione la crisi nella quale, da almeno un cinquantennio, è precipitato il diritto.
Politica e diritto hanno sempre convissuto. Non vi è stato tempo nel quale le società umane non siano state rette da leggi e costumi e dunque da una continua riflessione sul loro significato normante (diritto) cui guardare per le necessità della pratica. Quasi dovunque nella storia delle civiltà, questa concreta “determinazione” della regola è stata agevolata da “interpreti” accreditati. Nelle società antiche, erano in genere sacerdoti. Poi, nel tempo, persone individuate attraverso modalità più complesse. Le nostre attuali affondano le radici nelle due (non uniformi) visioni che ne praticarono Greci e Romani.
Ad Atene (che adottava la democrazia) era la collettività cittadina che “dichiarava” quale fosse il diritto cui fare riferimento. Vi provvedeva, in astratto, deliberando (in assemblea, a maggioranza) quale fosse il “senso” vincolante dei costumi (tali anche in ragione del consenso divino che li assisteva), che divenivano così “enunciati formali” di più definita configurazione (leggi appunto). E ne faceva seguire, in concreto, una decisione delle liti – orientata da quelle leggi – rimessa a tribunali popolari di così larga numerosità (centinaia, non raramente migliaia, di giudici sorteggiati) da potersi considerare sicuramente rappresentativi del pensiero della città. Il diritto nasceva, insomma, dal combinarsi delle tradizioni (come codificate) e dall’effettività sancita dal giudizio dell’autorità delegata (tribunale), cui spettava di sciogliere, con la decisione, le antinomie e le ambiguità.
A Roma (che adottava logiche politiche meno lineari), le cose presero una strada diversa. Dopo un’iniziale legittimazione di specialisti (ritenuti tali in ragione dello studio che dedicavano al problema) “anche” sacerdoti, la materia si considerò di competenza di specialisti spontaneamente accreditati nella pratica quotidiana. Gli interessati chiedevano loro “consiglio”, che essi elargivano e che gli altri specialisti approvavano/disapprovavano. Si formavano così nel tempo “opinioni” di largo seguito, alle quali si uniformavano gli attori della vita sociale (privati, magistrati e senato, giudici). Il diritto si fece “scienza”, espressione di un sapere coltivato liberamente (attraverso cioè il meccanismo dell’adesione/rifiuto), che generava “precetti” (ammaestramenti) di (tendenziale) generale condivisione. Condizionavano l’agire di tutti. Ne derivò un “ordinamento” della comunità (regole di organizzazione e di relazione) in permanente discussione. Quando la legge e il costume perdevano presa sociale, gli specialisti – forti del loro credito sociale di uomini di “scienza” (dal sapere perciò “convergente” e non “individuale”) – ne suggerivano (ordinariamente ascoltati) le opportune revisioni. Il “diritto” non si formava (come ad Atene) in ragione di “autorità” (una posizione eminente “attribuita”), ma di “autorevolezza” (una posizione eminente spontaneamente “riconosciuta”). Fatto che non impediva tuttavia che l’autorità conservasse un suo importante ruolo “politico”. Era pur necessario sciogliere infatti le ambiguità del costume e i dissensi degli specialisti. Da qui, la “legge” (un enunciato di “parole certe”) e il “decisore” (designato): un magistrato pubblicamente eletto (per gli affari politici) e un giudice “scelto” in accordo dai diretti interessati (per spegnere i conflitti insorti).
Semplificando nel massimo, il “diritto” era, dunque, concepito a Roma come il frutto di una “razionalità” impersonale e politica. Impersonale, perché ricavata da una riflessione dialetticamente condotta. Politica, perché operante come sintesi colta (conseguita cioè da specialisti) e momentanea (provvisoria e rivedibile) del pensiero sociale. Si “imponeva” solo nel “caso” (l’affare in questione). Per un’evidente ragion pratica. Non si poteva non chiudere un conflitto aperto o non assumere una decisione richiesta dalle circostanze. Ma l’autorità (del magistrato o del giudice) vincolava solo nel caso a mani. Con conseguenze anche di efficienza. Di un giudice scelto (fiduciariamente investito) non si poteva contestare la decisione (non esisteva perciò appello). La discrezionalità del magistrato assicurava tempestività, ma era temperata dai limiti della collegialità. Subiva il “veto” del collega nella carica, del magistrato gerarchicamente superiore, di un tribuno della plebe. Fattualmente operante era però (in quella cultura di governo) non il “veto”, ma il “non veto”.
La descritta visione cedette nel tempo.
La difficoltà di coltivare un sistema di equilibri complessi come quelli accennati (in un tempo nel quale la città divenne la capitale di un impero universale di molto meno compatta cultura) aprì la strada alla crisi della repubblica e all’avvento (dopo un travagliato secolo di lotte intestine) del principato. Dilagò lo strumento (semplificante) dell’autorità. Si moltiplicarono le “leggi” e i sapienti (giuristi) non furono più legittimati da spontaneo consenso ma dal principe, che ora ne autorizzava direttamente l’attività (ovviamente, dei fedeli ideologicamente). Si spense la discrezionalità dei magistrati (tenuti ad osservare le direttive del principe). I giudici divennero pubblici funzionari (e i loro giudizi perciò appellabili). Il diritto non fu più espressione di una razionalità “impersonale” (e mediante), ma di una “personale” (e indirizzante). Conformativa. Non ne siamo più usciti.
Da quel momento, si è imposta come “naturale” l’idea di una giuridicità espressione di un soggettivo punto di vista (quello del “governante” insediato). Al punto che – caduto l’assolutismo – è stata fatta propria dai regimi (“liberali” e poi “democratici”) subentrati. Ne hanno solo spostato il focus. Non più il “monarca”, ma la “maggioranza”. È stata rimossa dal nostro orizzonte l’idea (di Roma repubblicana) di una “politica” che dovesse agevolare convergenze piuttosto che prevalenze.
Siamo così a oggi.
È divenuta comune l’idea che il “diritto” sia uno strumento rivolto ad “affermare” visioni e valori. A “plasmare” ideologicamente le società. Nelle “autoritarie”, spudoratamente. Surrettiziamente, purtroppo, anche nelle “libere”. Adottiamo costituzioni “rigide”, tarate non su una storia in movimento, ma su una cristallizzata (quella del tempo della loro scrittura). Non comprendendo che – divenendo quel tempo progressivamente più distante – tende a riflettere equilibri spesso non più sostenibili, che non sopiscono ma acuiscono le tensioni.
L’autorità è una componente ineliminabile della “giuridicità”. Non ne può essere però la dominante. Il diritto ha una funzione pratica. Serve a governare le “decisioni”. A scegliere tra possibilità. Altro, perciò, che la sua determinazione “autoritativa” (legge, sentenza) operi come criterio ultimo dirimente (il “punto di vista” di una provvisoria maggioranza o di un giudice), altro invece come criterio primo. Se si cancellano dall’orizzonte i costumi (che tuttavia vivono e orientano nei fatti) e si vede nella “legge” il solo criterio di riferimento, se il giudice diviene un “funzionario” preposto che esprime la “sua” razionalità (di individuo o di corporazione non cambia molto) e non quella ricavata da un’elaborazione studiata “aperta” (un approdo “mediante” di convergenti consensi), accadrà quel che osserviamo quotidianamente. Con il seguito di montanti tensioni che ne vengono.
Solo a titolo di esempio. La Corte costituzionale francese ha giudicato di recente “irragionevolmente” compressivo della libertà di espressione, limitare l’uso dei cellulari ai minori di 15 anni. Quella spagnola ha dichiarato addirittura che il mare non è una barriera e che chi, perciò, approda su una costa esposta non viola alcun confine. Due idee di “ragionevole” che non so quanti sottoscriverebbero.
Siamo sicuri che le nostre (intendo quelle “libere” nelle quali viviamo) siano ancora società presidiate da regole che abbiano la finalità di assicurare a chi vi appartiene limiti che siano espressione di una “razionalità” comune o non piuttosto aggregati che subiscono vincoli giustificati da una “razionalità” (rispettabile, ma) soggettiva? La “razionalità” che orienta il “decisore” pubblico di una vicenda a lui rimessa nasce ancora dai consociati o non piuttosto da una ristretta e “chiusa” cerchia di legittimati “autoritativamente”? È una razionalità che può dirsi ancora fonte di “diritto” (regola mediante e storicamente fluida) o non piuttosto di “legge” (regola imposta), per di più né di parole certe e nemmeno voluta da una maggioranza (come almeno la decisione parlamentare resta ancora)?
È davvero un progresso civile avere esasperato il ruolo della “legge” (la decisione “autoritativa”) e cancellato il “diritto-scienza” (la proposta “autorevole”) dai nostri orizzonti?
Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi
C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.
Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.
Due economie complementari al sistema produttivo italiano
Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.
La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.
Minerali critici ed energia, una partita strategica
Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate. Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.
La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.
Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane
Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.
Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.
La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.
Il fattore decisivo delle competenze
Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.
Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.
Una nuova fase per le relazioni economiche
L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.
Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.
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Guerra, cyberspazio e tecnologie emergenti. Come cambia la leadership secondo il gen. Mannino
L’attuale scenario internazionale è caratterizzato da instabilità, incertezza e imprevedibilità, condizioni che rendono sempre più difficile comprendere l’evoluzione degli eventi e assumere decisioni efficaci. La rapidità dei cambiamenti e l’interdipendenza tra fenomeni politici, economici, tecnologici e sociali hanno trasformato la complessità in una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Una realtà che impone di ripensare gli strumenti attraverso cui interpretare i fenomeni, esercitare la leadership e preparare le future classi dirigenti.
La definizione di una nuova normalità, richiamata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, restituisce la dimensione di questo cambiamento. Crisi apparentemente distanti producono conseguenze che attraversano settori e aree geografiche differenti, rendendo sempre meno efficaci gli schemi interpretativi tradizionali. È la condizione della policrisi, nella quale eventi di natura diversa si manifestano simultaneamente e amplificano reciprocamente i propri effetti.
Sullo sfondo si colloca la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, accompagnata dall’affermazione delle tecnologie emergenti e dirompenti. La tecnologia ha progressivamente superato la funzione di semplice strumento a supporto del cambiamento, diventandone uno dei principali fattori trainanti. La capacità di sviluppare e controllare queste innovazioni rappresenta ormai una componente essenziale del potere geopolitico.
A modificare gli equilibri contribuisce anche la crescente influenza di attori non statuali. Organizzazioni terroristiche, reti criminali transnazionali, grandi gruppi finanziari e compagnie tecnologiche dispongono in alcuni casi di risorse paragonabili, o superiori, a quelle di Stati di media potenza. I governi si trovano così a operare in un sistema nel quale non detengono più il controllo esclusivo delle dinamiche che incidono sulla sicurezza e sull’economia.
Anche la natura delle minacce è cambiata. Ai tradizionali domini terrestre, marittimo e aereo si sono aggiunti lo spazio, il cyberspazio e la dimensione informativa e cognitiva. Le minacce ibride attraversano questi ambienti, producendo effetti che possono trasferirsi da un settore all’altro. Un attacco informatico o una campagna di disinformazione possono incidere sulle istituzioni, sulle attività economiche e sulla percezione collettiva della realtà. La sicurezza richiede pertanto una capacità di lettura multidimensionale, in grado di riconoscere le connessioni tra fenomeni differenti.
La stessa geopolitica ha conosciuto una trasformazione profonda. Alla dimensione tradizionale, legata al territorio e alla sovranità degli Stati, si è affiancata quella economica, alimentata dalla globalizzazione, e successivamente una dimensione digitale sempre più rilevante. Il controllo dei dati e delle infrastrutture fisiche e virtuali costituisce oggi una leva fondamentale di influenza. Parallelamente, la guerra in Ucraina ha riportato in primo piano il valore del territorio e della forza militare convenzionale, mostrando come le nuove forme di competizione convivano con dinamiche strategiche tradizionali.
A rendere il quadro più articolato contribuisce la trasformazione delle alleanze internazionali. Accanto ai rapporti fondati su valori condivisi emergono forme di cooperazione a geometria variabile, nelle quali le convergenze si modificano in funzione degli interessi contingenti. La rilevanza delle identità religiose nelle dinamiche politiche, gli squilibri economici, le pressioni demografiche e le questioni legate alla sostenibilità rappresentano ulteriori fattori di instabilità, le cui conseguenze si intrecciano con quelle delle altre trasformazioni.
Questo scenario incide direttamente sulla capacità decisionale. Gli Stati incontrano difficoltà crescenti nel governare fenomeni che superano i confini nazionali, mentre la velocità degli avvenimenti riduce il tempo disponibile per comprenderli e intervenire. In assenza di informazioni complete, i decisori politici, militari e istituzionali possono essere indotti a rinviare scelte che comportano rischi e responsabilità. Anche la mancata decisione, tuttavia, produce conseguenze, lasciando che siano gli eventi a determinare l’evoluzione delle situazioni.
In questo contesto assume particolare rilievo il rapporto tra essere umano e tecnologia. Le capacità di elaborazione dei dati offerte dall’intelligenza artificiale rappresentano una risorsa importante per affrontare scenari complessi, ma l’efficienza tecnologica non può sostituire la responsabilità umana. Gli strumenti possono sostenere l’analisi e accelerare i processi, mentre il giudizio sulle conseguenze e sulle implicazioni etiche delle decisioni deve rimanere affidato alle persone.
La questione investe anche i fondamenti della convivenza sociale. Dignità della persona, bene comune e solidarietà costituiscono riferimenti essenziali in un contesto nel quale gli interessi economici e le trasformazioni tecnologiche assumono un peso crescente. Le difficoltà attraversate dalle tradizionali agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, pongono inoltre interrogativi sulla capacità di trasmettere alle nuove generazioni valori, strumenti critici e senso di appartenenza alla comunità. Una sfida che coinvolge anche istituzioni come le Forze armate e le organizzazioni religiose.
La risposta a queste trasformazioni passa dall’investimento sul capitale umano. È il principio che orienta l’attività del Centro alti studi per la difesa, concepito come luogo di formazione e confronto aperto ai dirigenti militari italiani, ai rappresentanti di Paesi alleati e amici, alle istituzioni, all’industria e alla società civile. Una dimensione internazionale e intersettoriale che permette di mettere in relazione esperienze differenti, contribuendo alla preparazione delle attuali e future classi dirigenti.
Il percorso si sviluppa attraverso due dimensioni complementari, formazione ed educazione. La prima riguarda l’acquisizione di conoscenze e competenze professionali, alle quali devono affiancarsi capacità trasversali come la visione strategica, il lavoro di gruppo, la gestione dello stress e l’adattamento al cambiamento. In questa direzione opera anche la Leadership and Soft Skills Academy, dedicata al rafforzamento delle competenze necessarie per agire in ambienti complessi.
L’educazione riguarda invece la dimensione dell’essere, attraverso la costruzione di un patrimonio culturale e valoriale. La competenza tecnica deve accompagnarsi all’integrità personale, alla responsabilità e alla consapevolezza del ruolo esercitato nella collettività. L’obiettivo è preparare persone capaci di affrontare problemi articolati senza perdere di vista le conseguenze delle proprie decisioni e il riferimento al bene comune.
Questo approccio richiede una concezione della leadership fondata sull’apprendimento continuo, sulla capacità di adattamento e sul coraggio di decidere. La rapidità delle trasformazioni rende necessario aggiornare costantemente le proprie conoscenze e rimettere in discussione convinzioni consolidate. Nelle situazioni più complesse raramente esistono risposte perfette o informazioni complete, ma chi esercita funzioni di comando deve comunque assumere decisioni ponderate. È una responsabilità particolarmente significativa nell’ambito militare, dove le conseguenze delle scelte possono incidere direttamente sulla vita delle persone.
Altrettanto importanti sono inclusività e umiltà. Nessun individuo possiede da solo tutte le conoscenze necessarie per affrontare problemi multidimensionali. Il confronto tra competenze ed esperienze differenti permette di costruire valutazioni più solide, mentre il lavoro di squadra e il coinvolgimento dell’intero Sistema Paese rappresentano condizioni essenziali per affrontare sfide che nessuna istituzione può governare isolatamente.
Pace e sicurezza si inseriscono in questa prospettiva come responsabilità collettive. La prima richiede un impegno quotidiano, mentre la seconda costituisce una condizione necessaria per lo sviluppo della società. Entrambe dipendono dalla capacità di coltivare conoscenza, integrità e senso di responsabilità, mantenendo al centro la persona.
Per le nuove generazioni, la sfida sarà imparare a interpretare una realtà in continua trasformazione senza rinunciare alla capacità di agire. Preparazione, curiosità, adattabilità e rigore morale costituiscono gli strumenti per affrontare l’incertezza. Le tecnologie continueranno a modificare i processi decisionali, ma la qualità delle scelte dipenderà dalla capacità delle persone di utilizzarle con consapevolezza. La formazione e l’educazione rimangono quindi fondamentali per governare la complessità e preservare il valore delle istituzioni.








