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PFAS nelle padelle antiaderenti, l’Ue verso la stretta sulle sostanze tossiche in cucina

Dal 2020 le padelle antiaderenti non possono essere prodotte con PFOA, ovvero l’acido perfluoroottanoico. Si tratta di una sostanza della famiglia dei PFAS, le sostanze considerate cancerogene per la salute umana dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Da allora molti prodotti presentano la scritta “senza PFAS”. Non tutti i produttori mantengono la promessa allo stesso modo: in diversi test di laboratorio sono state trovate tracce di queste sostanze.

Ci sono poi produttori che vengono accusati apertamente di fare ancora uso di tali sostanze, in un contesto nel quale l’Europa si sta impegnando attivamente per vietare i PFAS nei prodotti di consumo di uso quotidiano. Ci sono delle deroghe per alcuni settori considerati critici, come la difesa e la sanità; la proposta ufficiale è attesa per l’inizio del 2027, dopo la relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche che arriverà a dicembre.

L’Europa vieta le sostanze PFAS?

La direzione dell’Europa sembra essere quella del divieto delle sostanze PFAS. Anche i lobbisti, come cita Euronews, sono per la riduzione di queste sostanze in maniera sensata, ma anche misurata e proporzionata.

La proposta di legge è attesa per l’inizio del 2027, dopo l’arrivo della relazione finale dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, prevista per dicembre 2026. Già nel marzo 2026 però l’agenzia aveva affermato che le sostanze PFAS “rappresentano rischi crescenti per le persone e per l’ambiente”, chiedendo un divieto generalizzato del loro utilizzo, con eccezioni in assenza di alternative.

Alternative che esistono in cucina, e per questo uno dei settori che dovrebbe veder sparire i PFAS è proprio questo.

Il caso delle pentole SEB

Un produttore di pentole francese, Groupe SEB, è stato raggiunto da un ultimatum di tre organizzazioni ambientaliste. Secondo queste, il gruppo continua a utilizzare PFAS in alcune sue pentole antiaderenti. Scrivono che l’azienda utilizza un approccio “obsoleto e inadeguato”, ma soprattutto non conforme ai requisiti di legge previsti tanto dalla normativa europea quanto da quella francese in materia di responsabilità sociale d’impresa.

L’azienda continuerebbe a utilizzare il PTFE, che è un tipo di PFAS impiegato da molti altri produttori, nello specifico da chi produce pentole e padelle, per via della resistenza all’acqua, alle macchie e al grasso. Rispetto ad altri PFAS tossici, il PTFE non è stato collegato al cancro. Secondo le organizzazioni ambientaliste, però, l’azienda ha utilizzato pratiche commerciali ingannevoli legate alla campagna pubblicitaria di questo prodotto, raccontandolo come totalmente sicuro.

Perché, anche se il PTFE non è tossico, come spiegano gli esperti è il modo in cui viene prodotto e smaltito che può rilasciare PFAS tossici. Uno dei metodi di smaltimento errati è quello tramite incenerimento. Quindi questi prodotti, se utilizzati quotidianamente, non causano problemi di salute, ma la maniera nella quale sono stati prodotti e il modo in cui saranno smaltiti in futuro potrebbero aver contaminato o contaminare l’ambiente.

Le accuse arrivano in un momento di acceso dibattito in attesa della legge del 2027. A questa diffida l’azienda ha risposto che “esaminerà i contenuti e risponderà in conformità con la legge”.

Inquinamento da PFAS in Europa

Non c’è quindi in gioco soltanto la salute singola di chi acquista una padella antiaderente con PFAS, ma anche un più ampio fenomeno di inquinamento. I PFAS sono diventati un simbolo della crisi ambientale. Il Belgio, per esempio, è stato denunciato per violazione dei diritti umani per la sua incapacità di affrontare la contaminazione da PFAS.

Hélène Duguy, ambientalista di ClientEarth:

I PFAS sono piuttosto emblematici di una realtà sociale diffusa, che accetta danni collaterali in nome di profitti a breve termine.

Sono sostanze difficili da rimuovere dall’ambiente e possono avere effetti dannosi sulla salute umana. L’inquinamento da PFAS, inoltre, è particolarmente diffuso in Europa. Secondo le indagini del 2023, in tutto il continente ci sono circa 23.000 siti contaminati da PFAS. In Italia 300 famiglie saranno risarcite proprio a causa della diffusione di PFAS.

All’inizio del 2026 è entrata in vigore una normativa che impone ai singoli Stati di monitorare i livelli di PFAS nell’acqua potabile. Nel caso i risultati siano superiori ai limiti, dovranno adottare misure per ridurre i livelli e tutelare la salute pubblica. Il problema, secondo le organizzazioni, è che in questo modo si agisce sul sintomo ma non sulla prevenzione, ovvero andando alla fonte per fermare la produzione, la commercializzazione o il rilascio stesso dei PFAS.

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Terry Tao Is on the Front Lines of the Debate Over AI and the Future of Math

The Fields Medalist Terence Tao is on the front lines of a debate about artificial intelligence and the future of his field.

© Ariana Drehsler for The New York Times

Terence Tao's celebrated status has made him an unofficial spokesman for mathematics, a job that for now is consuming most of his time.
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La sostenibilità ambientale, sociale ed economica, insieme al benessere animale delle DOP al centro dell’interesse di AECIS

Per molto tempo il benessere animale è stato raccontato come una questione di sensibilità: si è a favore, difficile essere contrari. Oggi è diventato qualcosa di più preciso. È un parametro di sostenibilità che si misura, si certifica e finisce nelle valutazioni ESG, nei capitolati della grande distribuzione e nelle analisi di rischio di chi finanzia le imprese agroalimentari.

A spostare le cose è stata l’Europa. Dal Trattato di Lisbona del 2009 gli animali sono riconosciuti come esseri senzienti (art. 13): in grado quindi di provare dolore, piacere, emozioni. Da quel principio discendono una responsabilità condivisa fra Commissione e Stati membri e una strategia, Farm to Fork, che al centro del Green Deal ha trasformato la transizione verso sistemi alimentari sostenibili in un obiettivo industriale. E l’Italia è stata la prima in Europa a mettere risorse della Politica Agricola Comune sul benessere degli animali allevati.

Su questo terreno lavora AECIS, Associazione Europea Cultura Innovazione Sostenibilità, nata dall’esperienza di Alti Formaggi (2011) e costituita dai Consorzi di tutela di Provolone Valpadana DOP, Casciotta d’Urbino DOP e Piave DOP. Ed è il terreno del convegno “Sostenibilità in scena”, che l’Associazione dedica alle tre dimensioni in cui la sostenibilità si gioca davvero: ambientale, sociale ed economica. Sono anche le tre chiavi di questa lettura, perché un impegno conta qualcosa solo quando diventa verificabile. E lo strumento che lo rende tale ha un nome: SQNBA.

Che cos’è il SQNBA, in parole semplici

Il Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale è uno schema di certificazione nazionale ad adesione volontaria: nessuno è obbligato a entrarci, chi lo fa è perché ci crede. Fissa le regole e i criteri tecnici con cui va condotto l’allevamento, li misura su indicatori costruiti dalla ricerca scientifica e ne affida la verifica a organismi accreditati. Chi aderisce si impegna a tenere livelli di salute e di benessere più alti di quanto già chiedano le norme europee e italiane, a contenere il ricorso agli antibiotici e a rendere l’allevamento più sostenibile nel suo insieme.

Il vantaggio più immediato è l’ordine. Fino a oggi sullo stesso tema convivevano protocolli di certificazione diversi: faticosi da confrontare per un buyer, praticamente illeggibili per chi fa la spesa. Il SQNBA mette ordine e potrebbe diventare l’unico riferimento.

Per ora il Sistema si applica agli allevamenti bovini, da latte e da carne, e suini: sono le specie per cui il Comitato Tecnico Scientifico sul Benessere Animale ha già rilasciato le relative norme tecniche. I requisiti vivono dentro Disciplinari diversi a seconda della specie, dell’indirizzo produttivo e del modo in cui si alleva, ed è previsto che il perimetro si allarghi a tutte le specie di interesse zootecnico.

L’ingresso passa da ClassyFarm, la piattaforma informatica con cui il Ministero della Salute tiene sotto osservazione gli allevamenti e li classifica per livello di rischio. Il veterinario aziendale, o un collega incaricato e in possesso della qualifica, compila la check list dei prerequisiti e il portale risponde con un semaforo: verde se ci sono tutti, rosso se ne manca anche uno. Sul colore incidono anche le verifiche ufficiali già effettuate in stalla.

Ambiente: un animale che sta bene ha bisogno di meno farmaci

La prima ricaduta è insieme ambientale e sanitaria, e parte dal fatto che un animale che vive bene si ammala meno, e un animale che si ammala meno richiede meno trattamenti. Condizioni di allevamento e ricorso ai farmaci sono ormai due variabili che si muovono insieme, e il SQNBA nasce dentro una strategia che punta a ridurre l’antimicrobico resistenza (AMR), uno dei dossier più delicati della sanità pubblica europea.

Non è un principio astratto. Il consumo di antimicrobici e la suscettibilità sono fra le aree che monitora ClassyFarm, insieme al benessere degli animali, alla biosicurezza aziendale e alla fase di macellazione: i dati non restano in un cassetto, entrano in un sistema di classificazione del rischio che viene consultata dall’autorità sanitaria.

La direzione è quella di un modo di allevare più sostenibile, con ricadute positive sull’ambiente e sul tessuto sociale, con risvolti ambientali e sociali positivi e produzioni di qualità più alta. E vale la pena guardare dove sta andando l’Europa: dal 2020 la Commissione sta aggiornando la legislazione sul benessere animale – allevamento, trasporto, abbattimento, fino all’uscita progressiva dalle gabbie – e nella Visione 2025 per l’agricoltura e l’alimentazione ha confermato l’impegno di avvicinare gli standard richiesti anche a ciò che arriva da fuori Unione. Per un’impresa, certificarsi oggi vuol dire farsi trovare pronta.

Sociale: una filiera che si lascia leggere

La definizione più citata ha quasi mezzo secolo. Nel 1976 l’etologo B.O. Hughes descrisse il benessere animale come una condizione di piena salute, tanto fisica quanto psichica, in cui l’animale si trova in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Tre anni dopo il Farm Animal Welfare Council britannico tradusse quel principio nelle Cinque Libertà: niente fame né sete, niente disagio, niente dolore né malattia, la possibilità di comportarsi secondo la propria natura, nessuna paura e nessuno stress. Restano la griglia a cui le norme europee continuano a ispirarsi.

Il passaggio che riguarda da vicino chi compra è che tutto questo diventa visibile. Gli operatori certificati possono portare in chiaro i dati previsti dallo schema per distinguere i propri animali e i propri prodotti: il modo in cui si alleva, lo stabilimento da cui la partita arriva e logo SQNBA in etichetta, con una tracciabilità completa dall’allevamento alla tavola. Non è l’ennesimo bollino da decifrare ma è la possibilità di scegliere sapendo che cosa c’è dietro, nei pochi secondi che si passano davanti al banco frigo.

Ma le stalle gestite secondo standard più alti sono anche posti di lavoro migliori per chi ci passa le giornate. E i formaggi DOP restano parte integrante delle comunità in cui nascono, restano un pezzo delle comunità in cui nascono, perché il valore che producono non si ferma a monte ma si spalma su tutti gli anelli della catena.

Economia: dove si vede il ritorno

Per un’impresa zootecnica il benessere animale non è un costo a fondo perduto. Animali tenuti bene e in salute lasciano il segno su più voci di bilancio: rese più alte, lavoro meno pesante in stalla, una posizione più forte sui mercati, meno esposizione al rischio nella gestione quotidiana, una reputazione che cresce.

Per le filiere a Indicazione Geografica c’è un effetto in più. Affiancare al marchio europeo di qualità certificata, DOP o IGP, il logo SQNBA produce un ritorno di immagine e di valore che supera la semplice addizione di due marchi verificati da terzi perché consolida la credibilità dell’azienda e alzano l’asticella della qualità lungo la stessa linea che le Indicazioni Geografiche battono da decenni, e ridistribuiscono il valore in modo più equo fra tutti gli anelli della catena certificata.

Ci sono poi i costi organizzativi, perché aderire a uno schema di certificazione serio significa scrivere e applicare procedure in ogni angolo della gestione aziendale e in ogni passaggio di mano lungo la filiera – fra allevatore e caseificio, per esempio – per tenere i processi sotto controllo e correggere la rotta appena si devia. È lavoro in più ma non è una duplicazione di adempimenti: è un insieme di azioni coordinate che rafforza gli standard qualitativi di produzione, nel solco di quanto le Indicazioni Geografiche già fanno, e che porta a una distribuzione più equa del valore lungo tutta la filiera certificata.

Tre DOP diverse, un impegno comune

Provolone Valpadana, Casciotta d’Urbino e Piave sono tre mondi distanti: zone di produzione diverse, formaggi diversi e storie diverse. I rispettivi Consorzi condividono però la stessa scelta di fondo, cioè affrontare con serietà il miglioramento della filiera per rispondere alle esigenze di oggi senza scaricarne il conto su chi verrà dopo.

È una posizione coerente con la natura stessa delle denominazioni di origine, che portano la sostenibilità scritta nel proprio codice genetico: standard di sicurezza alti, prodotti con un buon profilo nutrizionale, una ripartizione del guadagno meno sbilanciata, pratiche produttive che rispettano i valori del luogo in cui sono nate.

Quello che mancava era un modo riconoscibile di dimostrarlo. Il SQNBA prende un patrimonio di pratiche spesso già in atto e lo rende certificabile, confrontabile e comunicabile. A un buyer, a un istituto di credito e, soprattutto, a chi legge un’etichetta avendo cinque secondi di attenzione a disposizione.

Ed è il percorso che “Sostenibilità in scena” porta sul palco: ambiente, persone ed economia non come tre capitoli separati di una relazione, ma come tre facce dello stesso lavoro quotidiano di chi produce un formaggio a denominazione di origine.

Le date degli incontri di approfondimento:

10 novembre 2026 – Cadeo (Pc) ore 15-17
La Scottina Relais & Bistrot
Strada del Riglio snc
Loc. Scottina – 29010 Cadeo (PC)

11 novembre 2026 – Invorio (No) ore 15-17
Sala Curioni del Municipio di Invorio
Via G. Curioni 2
28045 Invorio (No)

12 Novembre 2026 – Lodi ore 15-17
Ristorante Isola Caprera
Via Isola Caprera 14 – Lodi

16 Novembre 2026 – Treviso ore 15-17
Ristorante Albronsèr
Via di Sant’Angelo, 162
31100 Treviso (TV)

1° dicembre 2026 – Saronno (Va) ore 15-17
Istituto Prealpi di Saronno
Va San Francesco 13 – Saronno (Va)

In collaborazione con AECIS

 

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Risparmio energetico, le ore strategiche per consumare in modo intelligente: cambiare abitudini fa bene

Carichiamo due lavatrici identiche, con lo stesso programma e gli stessi panni. La prima parte alle 19.30, quando mezza Italia rientra a casa, accende il forno e la rete elettrica lavora al massimo. La seconda alle 14.00 di una giornata di sole, con il fotovoltaico del Paese che produce a pieno ritmo e la domanda ancora bassa. Il bucato viene identico ma il costo dell’energia che le ha alimentate non è lo stesso.

Capire quando conviene consumare energia elettrica è diventato uno dei modi più semplici per alleggerire la bolletta, e una delle trasformazioni più importanti in corso nel mercato dell’energia. Non ci viene chiesto di consumare meno, né di più ma di farlo nel momento giusto. Un’idea elementare, che però ribalta un’abitudine vecchia di decenni che considera l’elettricità una risorsa sempre identica a se stessa, a qualsiasi ora del giorno.

Perché il costo dell’energia elettrica cambia ora per ora

L’energia, nel corso della giornata, non è mai disponibile nella stessa misura. Il sole produce quando c’è, il vento quando soffia: la generazione da fonti rinnovabili segue i suoi ritmi, che non coincidono quasi mai con quelli delle nostre abitudini domestiche. Allo stesso tempo, la domanda ha i suoi picchi la mattina presto, e soprattutto la sera, quando tutti rientrano e accendono tutto insieme.

Il mercato quindi oscilla parecchio, e sempre di più. Nelle ore centrali delle giornate soleggiate, con tanta produzione rinnovabile e poca richiesta, il prezzo dell’energia all’ingrosso scende in modo netto. Nelle ore di punta serali succede l’opposto perché la rete è sotto pressione ed entrano in gioco gli impianti più costosi e più inquinanti.

Secondo il report trimestrale sul mercato elettrico di ITALIA SOLARE, nel secondo trimestre del 2026 le zone Sud, Calabria e Sicilia hanno messo insieme 106 ore con prezzo zonale pari a zero, la Sardegna 74. Il 12 maggio 2026, in Sud e Sicilia, il prezzo dell’energia è rimasto azzerato per nove ore consecutive, dalle 10 alle 18.

Tutte le ore con prezzi pari o inferiori a 20 €/MWh si sono concentrate fra le 10 e le 18, con il picco nella fascia di massimo irraggiamento, tra mezzogiorno e le 16. Nelle ore notturne, nemmeno una.

In mezzo a queste due curve – quella della produzione pulita e quella dei nostri consumi – c’è uno spazio enorme, e in gran parte ancora inutilizzato. Riempirlo significa, molto concretamente, spostare qualche consumo da un’ora all’altra.

Energy Break Octopus
Octopus Energy
Energy Break Octopus

Fasce orarie F1, F2 e F3: cosa dicono, e cosa non dicono più

Chi cerca di capire quando costa meno la corrente parte quasi sempre dalle fasce orarie che compaiono in bolletta, definite da ARERA: la F1 copre i giorni feriali dalle 8 alle 19, la F2 le ore di spalla (dalle 7 alle 8 e dalle 19 alle 23 nei feriali, più il sabato diurno), la F3 le notti, le domeniche e i festivi. La regola che tutti conoscono è che la F3 è la fascia più economica e la F1 la più cara.

Quella regola deriva però da una delibera del 2006, scritta in un Paese in cui il fotovoltaico era marginale. Vent’anni dopo, il sole ha spostato il baricentro perché oggi, soprattutto in molte giornate di primavera ed estate, le ore meno care sono ormai quelle centrali della giornata, che la F1 classifica come ore di punta.

Le fasce orarie restano utili per leggere la bolletta e scegliere tra tariffa monoraria, bioraria e multioraria. Ma raccontano la giornata con tre blocchi disegnati vent’anni fa, mentre il sistema elettrico oggi cambia ora per ora. Ed è esattamente lo spazio in cui si inserisce l’idea di spostare i consumi: non più seguire tre fasce fisse, ma muoversi sui momenti in cui l’energia è davvero abbondante e pulita.

Spostare i consumi: cosa ci guadagnano la rete e la bolletta

Il primo binario è quello del sistema. Ogni kilowattora consumato quando c’è abbondanza di rinnovabili è una risorsa che non viene chiesta a una centrale a gas nelle ore serali, quando il sole cala. Spostare i consumi riduce le tensioni sulla rete, limita il ricorso agli impianti di riserva e permette di sfruttare energia pulita che, altrimenti, in certi momenti rischierebbe semplicemente di andare sprecata.

Il secondo binario, quello che interessa più da vicino chi guarda la bolletta, è economico. Se l’energia nelle ore favorevoli costa meno, chi riesce a concentrare lì una parte dei propri consumi ha tutto da guadagnare. Non serve rinunciare a nulla: la lavatrice, l’asciugatrice, la lavastoviglie, il forno, la ricarica dell’auto elettrica sono consumi che, nella maggior parte dei casi, possono tranquillamente slittare di qualche ora senza che nessuno in casa se ne accorga. È una logica che il mercato italiano sta iniziando a scoprire adesso.

Power Up ed Energy Break: come Octopus Energy premia chi sposta i consumi

Octopus Energy, compagnia energetica attiva nel settore delle rinnovabili, in Italia dal 2022 e arrivato a un milione di utenze in gestione, ha costruito su questo principio due iniziative speculari, aperte ai propri clienti e strutturate come “sessioni”: finestre di poche ore, annunciate in anticipo, in cui viene chiesto di fare una cosa molto precisa.

Con i Power Up la richiesta è di consumare di più. Durante la finestra indicata – tipicamente nelle ore in cui la produzione rinnovabile è abbondante – l’energia consumata oltre i livelli abituali viene regalata. Tradotto in pratica: è il momento di far partire la lavatrice e la lavastoviglie insieme, infornare la teglia che si rimandava da giorni, accendere il condizionatore o mettere in carica tutto ciò che si può. Le prime sessioni raccontano quanto la cosa abbia preso: 160.000 iscritti, 150.000 famiglie che hanno effettivamente aumentato i consumi beneficiando di energia gratuita, e un incremento complessivo di 201 MWh concentrato in cinque sessioni, per un totale di sette ore.

Gli Energy Break fanno l’esatto contrario, e intervengono nei momenti di maggiore pressione sulla rete: per un’ora si riducono temporaneamente i consumi, rimandando ciò che può essere rimandato, e in cambio arriva uno sconto in bolletta. Lo scorso agosto i clienti coinvolti sono stati oltre 95.000, con un risparmio complessivo di 21,3 MWh in una sola ora: l’equivalente di quasi 20.000 condizionatori spenti tutti insieme.

Due direzioni opposte ma con la stessa logica di fondo: nessuno chiede di consumare meno nell’arco del mese, si chiede di scegliere meglio il quando.

Intelligent Octopus: la ricarica dell’auto elettrica nelle ore più convenienti

Bisogna però ricordarsi l’orario, segnarsi la finestra, far partire l’elettrodomestico al momento giusto. Funziona, come dimostrano i numeri delle sessioni, ma richiede un minimo di attenzione.

Il livello successivo è quello in cui a occuparsene è la tecnologia. È il caso di Intelligent Octopus, il servizio che gestisce in automatico la ricarica domestica dell’auto elettrica. Il meccanismo è semplice da raccontare: il sistema dialoga con il veicolo o con la wallbox, legge quando l’energia sulla rete è più pulita e più conveniente, e distribuisce la ricarica in quelle finestre. All’utente resta una sola cosa da fare: indicare a che ora vuole trovare l’auto pronta.

Il resto accade senza che nessuno debba cambiare abitudini. La ricarica viene ottimizzata da sola, l’auto è carica all’orario richiesto, e sull’energia utilizzata in modalità Intelligent si applica uno sconto del 30% sulla componente energia fino al 31 ottobre 2026. Nel frattempo, migliaia di ricariche che si spostano nelle ore giuste diventano un contributo reale alla stabilità della rete e a un uso migliore delle rinnovabili.

Il servizio conta oggi quasi 500.000 dispositivi connessi nel mondo e circa 4.300 in Italia: numeri ancora piccoli sul totale del parco auto, ma che descrivono bene la direzione. È la stessa logica che, negli anni, arriverà a pompe di calore, sistemi di accumulo e impianti fotovoltaici domestici.

Consumare meglio, non meno: un’abitudine che non chiede rinunce

Per anni il risparmio energetico è stato raccontato come una sottrazione: spegnere, abbassare, rinunciare. Questa è una storia diversa. Qui non si tratta di fare a meno di qualcosa, ma di collocare gli stessi consumi in un punto diverso della giornata, quello in cui l’energia è più pulita, più abbondante e meno cara.

Il beneficio è doppio e non entra in conflitto con se stesso: la rete respira e la bolletta si alleggerisce. E più sono le famiglie che si muovono, più l’effetto diventa visibile sull’intero sistema elettrico nazionale.

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Rinnovabili, cosa cambia con il decreto carburanti: impianti anche vicino ai siti Unesco

La strada per installare nuovi impianti da fonti rinnovabili potrebbe diventare meno complicata in alcune aree oggi sottoposte a vincoli.

Gli emendamenti al decreto carburanti approvati dalla Commissione Ambiente del Senato cambiano infatti il quadro.

Rinnovabili, quali sono le novità

Il cambiamento più immediato riguarda la possibilità di realizzare impianti anche nelle cosiddette buffer zone, le fasce cuscinetto che circondano i siti riconosciuti dall’Unesco, purché siano rispettate precise condizioni.

Gli interventi normativi arrivano mentre le previsioni di Terna e Snam per il sistema energetico e le stime dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) mettono in evidenza come aumentare la capacità di produzione da fonti pulite non basta se le reti, i sistemi di accumulo e le procedure per collegare gli impianti non riescono a tenere il passo.

La principale modifica al Testo unico delle rinnovabili riguarda le aree di protezione dei siti Unesco. Attualmente in queste zone è previsto un divieto di carattere generale per gli impianti interessati dalla disposizione. Con il nuovo emendamento potranno essere ammessi anche progetti soggetti a procedura abilitativa semplificata e ad autorizzazione unica.

Per realizzare gli impianti dovranno essere rispettate due condizioni:

  • il progetto dovrà ricadere interamente nella fascia di protezione del sito Unesco;
  • il terreno dovrà possedere le caratteristiche di idoneità previste dalla normativa statale o regionale.

Anche quando il progetto rispetterà i requisiti richiesti, non potrà beneficiare della disciplina semplificata prevista per le aree idonee. L’iter autorizzativo resterà quello ordinario.

Aree idonee e Regioni

Un secondo emendamento riguarda l’individuazione delle aree idonee per gli impianti da fonti rinnovabili. Le Regioni sono chiamate a individuare con legge ulteriori aree nelle quali favorire la realizzazione degli impianti.

Biogas, via libera a nuovi sottoprodotti

Un’altra disposizione riguarda il biogas: gli emendamenti consentono di utilizzare nella digestione anaerobica, come sottoprodotti, anche i residui delle filiere dei biocombustibili, delle biomolecole e dei biomateriali.

Le condizioni sono le stesse già previste per gli scarti dell’industria agroalimentare. In particolare, occorre che:

  • i residui non contengano sostanze pericolose ai sensi del regolamento europeo Reach;
  • il produttore consegni al gestore dell’impianto la documentazione necessaria;
  • il materiale residuo rispetti i limiti stabiliti dalla legge.

Italia, gli scenari di Terna e Snam fino al 2040

Il Documento di Descrizione degli Scenari 2026 elaborato da Terna e Snam sotto la regia di Arera traccia le possibili traiettorie del sistema energetico al 2030, 2035 e 2040.

Secondo lo scenario al 2030, si stima che le energie rinnovabili arrivino a coprire il 63% della generazione elettrica, in linea con il target indicato dal Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima). Il raggiungimento di questa quota si accompagnerebbe però a una domanda complessiva inferiore alle attese delle istituzioni, anche per il rallentamento nell’adozione di veicoli elettrici e pompe di calore. La capacità rinnovabile crescerebbe senza il contributo dell’eolico offshore, mentre il gas naturale continuerebbe a mantenere volumi considerevoli. Gli scenari indicano inoltre che i data center potrebbero diventare un fattore importante per la crescita della domanda elettrica, con richieste di connessione concentrate in specifiche aree del Paese. In questo quadro, gli accumuli sarebbero necessari per limitare i tagli alla produzione solare ed eolica.

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Bonus energia: perché 14 miliardi finiranno comunque per alzare le bollette della luce

A fine settembre, nella cornice dello Soteu, Ursula von der Leyen ha messo in evidenza il legame inscindibile tra sicurezza energetica e costi economici. Per un insieme di Paesi privo di materie prime, una crisi geopolitica come quella scatenata dalle tensioni nel Golfo Persico fa emergere con forza questa interdipendenza.

Agli Stati membri si chiede di elettrificare il più possibile per ridurre la dipendenza da gas e combustibili fossili, ma l’assenza di strumenti vincolanti porta il sistema energetico nazionale italiano ad accusare storture peculiari.

Con la Manovra di Bilancio 2027, grazie alla clausola di salvaguardia, l’esecutivo si appresta a mettere in campo circa 14 miliardi di euro in bonus energia e misure di contenimento. Un’imponente dote finanziaria che, tuttavia, non si tradurrà in un reale calo delle bollette per le famiglie e le imprese.

Il quadro europeo

La Commissione ha legato a più riprese la sicurezza energetica ai costi economici delle importazioni, ricordando come gli shock geopolitici siano costati all’Unione oltre 90 miliardi di euro in acquisti di fonti fossili. Per affrancarsi da questa dipendenza, Bruxelles ha fissato l’obiettivo di raddoppiarne la quota nel mix energetico entro il 2040, stimando un risparmio di 260 miliardi di euro all’anno.

Tuttavia, queste ambizioni non sono state accompagnate da alcuna dotazione finanziaria di bilancio né da atti vincolanti a sostegno dei consumatori. A complicare il quadro si aggiunge la recente revisione al ribasso degli obiettivi Net Zero e del calendario sulle emissioni: una mossa politica che concede ossigeno ai produttori di auto a combustione interna, ma che rischia di rallentare ulteriormente gli investimenti sull’elettrico.

In parallelo, il meccanismo europeo di carbon pricing (Ets) fa gravare i costi della CO2 sull’energia elettrica, esentando ancora per gran parte i combustibili tradizionali e rendendo il vettore pulito paradossalmente più caro.

Il caso Italia: la fiscalità che punisce chi elettrifica

Se l’Europa offre un quadro normativo frammentato, la struttura tariffaria italiana accentua la distorsione. Come evidenziato dalle analisi di ECCO, che riportiamo per semplicità in tabella, in Italia l’energia elettrica paga tasse e oneri sproporzionati rispetto al gas e ai carburanti tradizionali.

Ambito d’uso Vettore Elettrico Vettore fossile Impatto dell’imposizione
Utenze domestiche Fino a 0,0873 euro al kWh (fisco e oneri) 0,0231 euro al kWh sul gas naturale L’elettricità paga 3-4 volte più del gas
Pmi e industria Fino a 0,1119 euro al kWh in bassa tensione 0,0057 euro al kWh sul gas naturale L’elettricità paga fino a 20 volte più del gas
Trasporti e ricariche Da 0,141 a 0,398 euro al kWh per ricarica pubblica 0,089 euro al kWh per la benzina L’elettrico paga fino a 4 volte più dei fossili

Questo fenomeno deriva dalla scelta di continuare a scaricare oltre l’80% degli oneri di sistema per il finanziamento delle fonti rinnovabili unicamente sulle bollette elettriche, nonostante l’Ue consigli di andare in direzione opposta. Di conseguenza, tecnologie ad altissima efficienza come le pompe di calore o i veicoli elettrici vedono azzerato gran parte del risparmio economico potenziale a causa del peso fiscale applicato al kilowattora.

A soffrirne maggiormente è il tessuto produttivo nazionale. Come già denunciato dai rappresentanti di Confindustria a giugno in un convegno sugli Ets, la competitività delle industrie che scelgono di rimanere in Italia e di non delocalizzare riesce a mantenere performance accettabili pur sostenendo una doppia tassazione energetica: quella sulla corrente elettrica e quella sulle quote di carbonio necessarie alla produzione.

Deficit sopra il 3% e i limiti dei 14 miliardi in Manovra

Lo stato delle finanze pubbliche italiane rende ancora più difficile la gestione dell’emergenza. Con il rapporto deficit/Pil che ha di nuovo superato la soglia del 3%, l’esecutivo punta a sfruttare l’ipotesi di uno scostamento di bilancio fino allo 0,3% del Pil, facendo perno sui margini di flessibilità concessi dalla clausola di salvaguardia nazionale per la difesa e la sicurezza energetica.

Finanziare in deficit 14 miliardi di euro per tamponare il rialzo delle bollette sarà una misura necessaria per evitare il collasso sociale, ma è inutile negarlo: è un intervento di breve respiro. C’è bisogno di una maggiore trasparenza nella gestione della liquidità derivata dagli Ets, da cui perdiamo quasi 9 miliardi; serve una riforma organica della fiscalità energetica che riequilibri il carico fiscale tra fonti fossili ed elettricità, rendendo l’uso dei fossili davvero svantaggioso.

Impiegare risorse pubbliche per congelare temporaneamente i prezzi rischia solo di appesantire il debito, senza risolvere il nodo della dipendenza dalle materie prime esterne e senza garantire reali ribassi in per cittadini e imprese.

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Appalti pubblici più green, ma senza escludere le Pmi

La Commissione europea propone una riforma degli appalti pubblici. Tra i criteri di aggiudicazione dà più peso a economia circolare e innovazione sostenibile. Il rischio è che procedure più complesse penalizzino le microimprese. Ecco come salvaguardarle.

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