Ciò che rimane di una vita a bordo, nelle fotografie di Max Cavallari

«L’ultima volta che abbiamo provato ad attraversare, il telefono satellitare che il trafficante ci aveva dato per le emergenze era scarico e senza credito, il carburante del motore era completamente esaurito e l’acqua stava entrando nella barca […]. La cosa più confortante per me ora è che, per la prima volta in anni, non ho paura. Posso dormire profondamente senza preoccuparmi per le mie figlie».
Fidaa è siriana. Nel luglio del 2012 è fuggita da un sobborgo di Damasco con i suoi cinque figli, il più piccolo di appena otto giorni. Ha vissuto dieci anni in Giordania, poi è partita per la Libia: un anno chiusa nei “magazzini” dei trafficanti, poi otto tentativi di traversata. È stata soccorsa dalla Humanity 1 nel 2024. La sua è una delle tante testimonianze raccolte a bordo.
Storie come questa attraversano ogni giorno il ponte delle navi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Alcune di queste sono state raccontate dal fotografo Max Cavallari nel progetto Acquaintance, esposto al Festival di Fotografia Etica di Lodi, aperta fino al 25 ottobre. Per Cavallari, nato in un piccolo paese in provincia di Cremona, il Festival è stato il primo incontro con il fotogiornalismo, all’età di sedici anni.

Acquaintance è un progetto che nasce dalla sua prima missione a bordo di una nave umanitaria di ricerca e soccorso dell’Ong SOS Humanity nell’autunno del 2022, poco prima dell’insediamento del governo Meloni. Tra il 22 e il 24 ottobre la nave effettua diversi salvataggi, ritrovandosi con 179 persone a bordo, resta bloccata per oltre una settimana in attesa di ricevere l’assegnazione di un porto sicuro. Sono servite 21 richieste prima di attraccare, finalmente, a Catania. «A un certo punto a bordo non si sapeva più come spiegare alle persone quando sarebbero sbarcate», racconta Cavallari.
Nello stesso periodo la Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la Ocean Viking di SOS Mediterranée si trovavano nella stessa situazione. In totale erano più di mille le persone ad attendere, su quattro navi. A Catania, dopo gli sbarchi, circa quaranta persone vengono lasciate a bordo perché la loro condizione viene considerata “non emergenziale”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi le definì “carico residuale”. Restarono ferme in banchina per tre o quattro giorni prima di essere fatte sbarcare. Fu l’ultima missione prima del decreto-legge Piantedosi sulle Ong e sui flussi migratori, entrato in vigore il 2 gennaio 2023, che introduce l’obbligo a raggiungere subito il porto assegnato, spesso lontano.
Acquaintance significa “conoscenza”, inteso come legame intenso e allo stesso tempo superficiale «perché è quello poi che rimane di di quello che che vivi su su una nave. Non riesci mai ad entrare completamente all’interno, anche se ti sembra di farlo nel momento in cui sei in questo ambiente chiuso. In verità sono conoscenze che stimolano sentimenti molto forti, ma che rimangono sulla superficie». In due giorni le persone a bordo della missione si moltiplicano, dalle trenta persone dell’equipaggio si arriva presto a duecento. Molte delle persone a bordo sono appena sfuggite a una tempesta. Ognuno arriva con la propria storia, le proprie fragilità, la propria scala di valori.

Quello che Cavallari ha cercato di osservare sono le interazioni sulla nave. Spiega come in un contesto così compresso sentimenti, sensazioni e rapporti umani, nel bene e nel male, si amplificano a livelli che non avevo mai visto altrove. Ogni persona è diversa, ognuno reagisce in maniera diversa, ci sono persone che sono più abituate a quella stanza, altre persone che come me ci sono entrate per la prima volta. Acquaintance è una conoscenza superficiale, è quello che poi rimane di quello che vivi su una nave. È ciò che rimane di una vita a bordo».
Acquaintance è anche una scelta di campo sul modo di raccontare. «Si cerca in qualche modo di dare un punto di vista diverso, un po’ anche per un’utilità perché alla gente non interessano le immagini drammatiche, non stimolano più l’empatia. E quindi ce lo sta chiedendo anche il pubblico stesso che che frequenta, che legge i nostri articoli o che guarda le nostre fotografie. E dall’altro credo che sia fondamentale ad un certo punto trovare una scala diversa di raccontare di raccontare un’immagine al di là della persona che fugge in mare», spiega Cavallari. Fa riferimento all’ “ennesima foto del bambino in braccio o della donna piangente”, che “buca lo schermo”, senza chiedersi se la persona ritratta sarebbe d’accordo a mostrarsi così.
Nel lavoro sul campo, spiega, si fotografa, si scrive, si fa. Il taglio si decide dopo, quando si sistema il materiale e si sceglie come parlare al pubblico. Una riflessione che rischia talvolta di portare all’autocensura, spiega il fotoreporter, che sottolinea come la verità, spesso, stia nel mezzo. Si tratta di capire quando un’immagine è davvero essenziale e quando invece aggiunge soltanto altro dolore.

Allo stesso tempo, Cavallari rifiuta la romanticizzazione del lavoro di giornalista. Sottolinea come il suo compito sia quello di documentare, essere sul posto e raccontare con i propri occhi. Ricorda un’esperienza personale. Nell’agosto 2025 si trovava a bordo della Ocean Viking quando una motovedetta libica ha sparato contro la nave. Lui si trovava sul ponte mentre i vetri andavano in frantumi. «Il rischio per chi lavora in mare c’è. E sul campo ci sono sempre pochi giornalisti, spesso freelance che pagano tutto di tasca propria».
Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dal 2014 a oggi sono oltre 26.800 le persone annegate nel Mediterraneo centrale. Ma il bilancio generale potrebbe essere superiore, considerando i naufragi che sfuggono a ogni registrazione. Nel 2026 sono stati almeno mille i morti e i dispersi tra Libia, Tunisia, Italia e Malta: l’inizio d’anno più letale dal 2014. Nel 2025, secondo i dati raccolti da Missing Migrant Project sarebbero almeno 1.340 le persone che hanno perso la vita lungo questa rotta.
SOS Humanity è un’organizzazione non governativa di ricerca e soccorso che lavora perché nessuno muoia mentre fugge. Con la Humanity 1, operativa da agosto 2022, ha soccorso 5.105 persone in 91 operazioni, quasi un terzo delle quali minori (1.451). Dalla sua fondazione nel 2015 come SOS
MEDITERRANEE Germania, l’organizzazione ha salvato in tutto 39.736 persone.
Cavallari ha continuato a imbarcarsi: quattro missioni in tre anni, e ancora oggi si occupa di ricerca e soccorso, in mare e sulla terraferma. A chi fa il suo mestiere consiglia di fare questa esperienza almeno una volta nella vita «perché qualcuno deve raccontare ciò che si cerca di tenere nascosto».
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