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Blocchi e rabbia al Sud, gli autotrasportatori: “Fermiamo tutto”. Il governo li convoca per il 27 ottobre

Circa cento tir stanno bloccando dalla notte il traffico pesante lungo la statale 106 ionica, all’altezza dello svincolo con la Fondovalle dell’Agri, a Scanzano Jonico, nel Materano, nell’ambito della protesta contro il caro carburanti e il carovita che coinvolge autotrasportatori, agricoltori e cittadini della Basilicata. La mobilitazione, destinata a proseguire fino al 20 ottobre, interessa diversi snodi strategici della viabilità regionale. I presidi sono stati organizzati in particolare in corrispondenza degli incroci tra la Statale 106 e la Statale 598 Val d’Agri, a Scanzano Jonico, e tra la Ionica e la Statale 653 Sinnica, nell’area tra Rotondella e Policoro. Il blocco riguarda camion e autoarticolati, mentre viene garantito, 24 ore su 24, il transito di auto private, autobus di linea, scuolabus e mezzi di soccorso.

“Ci troviamo sull’orlo del collasso, senza risposte siamo pronti al fermo nazionale“. Il caro carburanti rischia di far esplodere la protesta dell’autotrasporto. Unatras, Assotir, Conftrasporto, le sigle che rappresentano gli autotrasportatori, circa 100 mila imprese, sono sulle barricate. La convocazione arriva nella serata di ieri: il 27 ottobre al ministero dei Trasporti. «Un passo in avanti — dice Uggè, presidente Unatras — ma vediamo nel frattempo cosa succederà”. Perché la tensione non si scioglie. In molte città del Sud la protesta è già scoppiata con fermi spontanei dei camion e blocchi autonomi dalla Puglia alla Calabria.

Giornata di mobilitazione oggi in Calabria per la protesta degli autotrasportatori contro il caro carburante. Sono previsti 17 punti distribuiti nelle cinque province calabresi, di cui cinque nel Cosentino. Nel territorio di Cosenza vengono indicati il nodo Sibari-Frascineto-Villapiana, la statale 18 tra Santa Maria del Cedro e Tortora, l’area Montalto Uffugo-Cosenza Nord-Rende, San Lucido e Guardia Piemontese. Possibili disagi per la circolazione dei mezzi. Dalla mezzanotte al 20 ottobre stop ai Tir. Nessun blocco stradale, ma rimarranno nei rispettivi piazzali e le navi con i prodotti ortofrutticoli e gli alimentari per i supermercati non saranno scaricate. Lo annuncia Salvatore Bella, rappresentante del Comitato trasporto siciliano. Il rischio è che i banchi dei supermercati rimangano vuoti.

Ma la posta in palio è altissima, secondo il rappresentante della categoria, a causa dell’impennata dei prezzi del carburante: “Abbiamo costituito il Comitato trasporto siciliano perché non ci sentiamo più rappresentati dalle organizzazioni sindacali nazionali, colpevoli di aver smesso di fare i nostri interessi. Dobbiamo fermare l’effetto domino che si va a innescare: l’impennata del carrello della spesa e il rincaro di tutte le materie prime che trasportiamo finiscono per abbattersi direttamente sull’utente finale, ovvero il cittadino”. In Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite fra 700 e 900 euro al giorno per ogni mezzo. E il 22 ottobre toccherà ai pescherecci.

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Venezuela, il tradimento del progressismo e l'enigma della resistenza: perché la storia smentisce l'ipocrisia liberale di Petro e Lula


di Fabrizio Verde

 

Gustavo Petro ha provato a confondere le acque e smarcarsi, ma al XXX Seminario Internazionale sui partiti e la nuova società ha trovato un muro di indignazione. Definire il petrolio venezuelano un "bottino" finito nelle mani di Donald Trump e accusare Caracas di non aver saputo proteggere le proprie risorse è stata una provocazione che la delegazione del PSUV non ha lasciato passare.

Prima ancora che la deputata Tania Díaz prendesse la parola, era stato un altro esponente del PSUV, Jesús Faría, a interrompere Petro con un grido che ha sorpreso la sala: "Questa è una menzogna! Non è vero quello che sta dicendo. Dica la verità, questa è una menzogna. Petro, devi avere dignità".

Tania Diaz: Militarmente esa noche (3 de enero) no se pudo. Pero ¿qué pasó al día siguiente? ¿Cuántas narrativas no se cayeron con el sacrificio del presidente Nicolás Maduro? ¡Viva Nicolás Maduro! ¡Viva Cilia Flores! Y lamentablemente hubo gobiernos de la región, aliados, que no reconocieron al gobierno del presidente Nicolás Maduro. Deslegitimaron la acción democrática de un pueblo que es revolucionario, es chavista y que hoy día es mayoría política en Venezuela. Y se metieron y lo secuestraron, pero nadie salió a defender a la derecha el 3 de enero. Allí salimos, los millones de militantes del Partido Socialista Unido de Venezuela. Salimos a pedir que regresaran a Nicolás Maduro. Se demostró el 3 de enero, como se demostró el 13 de abril y como se demostró en tantas otras oportunidades, que el poder de Venezuela no está solamente en el Palacio de Miraflores. ?????@taniapsuv

— El Político (@elpoliticove) October 9, 2026

Díaz ha poi portato il dibattito nel vivo della ferita ancora aperta, inchiodando l'ex presidente colombiano alle sue responsabilità. Ha descritto la portata dell'attacco militare del 3 gennaio 2026, con oltre cento velivoli e elicotteri da combattimento puntati su Caracas, culminata nel sequestro illegale di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores. "Si è dovuta fare un'invasione militare per poter tirare fuori Nicolás Maduro dal Venezuela", ha affermato la parlamentare. Poi, il colpo più duro, quello sferrato guardando Petro negli occhi: "Io so che lei era al corrente dell'operazione militare contro il Venezuela e se ne è rimasto zitto".

Díaz ha tracciato un parallelo amaro con le divisioni seminate da Santander ai tempi di Bolívar, ma ha anche voluto chiarire una cosa: "Dal Venezuela non riceverete nessuna espressione di confronto tra fratelli, e tanto meno tra fratelli bolivariani". E ha chiuso citando il Libertador: "Uniamoci o l'anarchia ci divorerà".

A fare da cornice a questa denuncia c'è la memoria di un sacrificio che non può essere strumentalizzato, come ha fatto Petro citando la testimonianza di un militare cubano che faceva parte della sicurezza di Maduro in quella nefasta notte. Come ha ricordato su X Jorge Arreaza: "Il nostro riconoscimento eterno ai 32 fratelli cubani e agli 87 venezuelani che hanno dato la vita per difendere la sovranità del Venezuela e della Nostra America". E poi, rivolto a chi usa quel dolore come arma politica: "Interpretare testimonianze così dolorose per cercare di creare fratture tra i nostri popoli non è etico ed è inutile".

Nuestro reconocimiento eterno a los 32 hermanos cubanos y a l@s 87 venezolan@ que dieron su vida por defender la soberanía de Venezuela y Nuestra América. Interpretar testimonios tan dolorosos para tratar de crear fracturas entre nuestros , pueblos, no es ético y es inútil.

— Jorge Arreaza M (@jaarreaza) October 10, 2026

Le accuse di Díaz non cadono dal vuoto, ma si scontrano con una narrazione che per mesi ha dominato il dibattito regionale. Quella narrazione, però, si è rivelata una colossale operazione psicologica. L'apparato di propaganda della Casa Bianca ha finito per inciampare nei propri stessi ingranaggi. Nel tentativo di dare credibilità alla tesi dell'illegittimità di Maduro, l'amministrazione Trump ha spinto per la declassificazione di documenti dei servizi segreti, convinto di trovare la prova regina di un sistema di frode elettronica.

Il risultato è stato un boomerang storico. Quei stessi rapporti della CIA, analizzati a mente fredda, rivelano che gli analisti di Langley non hanno mai potuto confermare "in modo definitivo che sia stata commessa una frode elettronica su larga scala in specifiche elezioni in Venezuela". Il documento ammette esplicitamente che le preoccupazioni sul sistema di voto non si sono mai tradotte in prove concrete. Anzi, gli stessi servizi segreti degli USA si vedono costretti a riconoscere che "vi sono altri fattori che spiegano meglio i risultati elettorali". In altre parole, la forza del chavismo si spiega con la coesione sociale della sua base e la frammentazione dell'opposizione, non con hackeraggi fantasma. La CIA ha dovuto confessare che le proprie fonti su queste presunte frodi erano "limitate", alimentate per anni da racconti di parte dell'opposizione locale e da operazioni di disinformazione, prive di qualsiasi riscontro sul campo.

Quindi bisogna rileggere le parole dei governi progressisti della regione all’epoca per capire la portata di quel voltafaccia, che ha contribuito in maniera determinante a isolare il Venezuela di Maduro e confermare la falsa narrazione spinta da Washington. Quando una radio brasiliana chiese a Lula se accettasse la vittoria di Maduro, la risposta fu un laconico: "Non ancora. Non ancora. Lui sa di dovere una spiegazione alla società brasiliana e al mondo". Da Santiago, Gabriel Boric fu ancora più esplicito: "Se avessero vinto in modo netto, avrebbero mostrato i famosi verbali elettorali". Petro, dal canto suo, aumentò il carico delle accuse contro Maduro: "Con il presidente Lula abbiamo concordato un punto fermo: se non vengono presentati i verbali, non c'è riconoscimento". E parlò di un "errore di fondo", perché "si è messa una società a disputare il potere politico senza libertà". Spingendosi finanche a definire Maduro un “dittatore”.

Oggi quelle stesse parole risuonano come un'accusa contro chi le ha pronunciate. Perché se la CIA ha dovuto ammettere che non c'erano prove di brogli, allora quelle richieste di verbali e quelle condanne preventive non erano atti di responsabilità democratica, ma il preludio diplomatico a un'aggressione che tutti, in qualche modo, hanno contribuito a rendere possibile.

Eppure, guardare solo a Petro significherebbe perdere di vista una trasformazione interna ancora più preoccupante. Quello che è successo dopo il 3 gennaio 2026 merita una riflessione onesta, perché su quella giornata e sulle sue conseguenze permangono grossi dubbi e zone d'ombra molto inquietanti. Il linguaggio usato recentemente da Delcy Rodríguez all'Assemblea Generale dell'ONU segnala un cambio di passo inequivocabile. Non si parla più di resistenza o di contrapposizione frontale all'imperialismo. I termini d'ordine sono diventati "transizione democratica", "riconciliazione" e "riforma della giustizia", con un'enfasi particolare sugli accordi energetici con Washington, presentati come una svolta storica.

È il ritratto di un chavismo che cerca di sopravvivere addomesticandosi. La nuova leadership sembra voler dimostrare di essere un interlocutore affidabile per gli Stati Uniti, accettando di fatto i margini di manovra definiti dall'esterno dopo il rapimento di Maduro. Come avvenuto con l’accordo petrolifero nettamente sbilanciato a favore degli Stati Uniti che possono ottenere petrolio venezuelano a prezzo di favore. Il rischio è che il progetto bolivariano si svuoti della sua anima conflittuale e trasformativa, diventando una versione edulcorata e innocua di se stesso, normalizzata sotto la tutela di chi ha orchestrato il colpo di mano.

Ed è proprio in questo contesto che vanno rilette le dichiarazioni di quei leader latinoamericani che, all'epoca, contribuirono a costruire la narrazione dell'illegittimità.

Tutto questo ci costringe a riflettere su un errore di fondo che serpeggia in certa sinistra progressista latinoamericana: la tendenza a considerare la democrazia liberale e formale come l'unico modello valido, ignorando che di democratico, spesso, ha ben poco. Il Venezuela di Chávez e Maduro ha sempre puntato a una democrazia sostanziale e partecipativa.

Non si tratta di propaganda, ma di fatti verificabili. La Costituzione del 1999 ha blindato diritti civili e politici, garantendo la separazione dei poteri e una rappresentanza reale a donne, indigeni e comunità afro-venezuelane. Il sistema elettorale, dotato di votazione elettronica biometrica dal 2004, è stato definito dall'ex presidente statunitense Jimmy Carter come "il migliore al mondo" per la sua trasparenza.

La vera misura di una democrazia, tuttavia, sta nella sua capacità di garantire dignità a un popolo. A differenza dei regimi neoliberisti, come l'Argentina di Javier Milei, dove le politiche economiche rendono una conquista quotidiana persino il diritto a un pasto dignitoso per le famiglie, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto al centro la giustizia sociale. Programmi di assistenza, alloggi per tutti e istruzione sono stati difesi a oltranza, anche sotto il peso schiacciante delle sanzioni illegali.

Che senso ha parlare di democrazia guardando all'Europa, dove la volontà popolare viene costantemente scavalcata da tecnocrazie economiche, o a governi che affamano il proprio popolo in nome del mercato? Il sistema bolivariano di Chavez e Maduro, con tutti i suoi difetti e le immani sfide affrontate, ha dimostrato che si può andare oltre la fasulla democrazia liberale. Ha scelto la strada della sovranità e del multipolarismo. Difendere questa scelta, oggi, significa rifiutare le narrazioni tossiche di chi, come i vari Petro, Lula e Boric hanno dimenticato da che parte della storia si dovrebbe stare.

Il tempo, si sa, è galantuomo e prima o poi farà piena luce su quanto è realmente accaduto in Venezuela, chiarendo anche eventuali responsabilità interne che oggi restano nell'ombra. Ma fino ad allora, una cosa è certa: personaggi come Gustavo Petro non hanno alcun diritto morale di mettere sotto accusa il Venezuela, né di dare lezioni a chicchessia, alla luce del loro agire ambiguo e delle pesanti complicità che si sono lasciati alle spalle.

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Deputata del PSUV inchioda Petro: "Sapeva dell'invasione e ha taciuto"


di Fabrizio Verde

 

Gustavo Petro ha provato a confondere le acque e smarcarsi, ma al XXX Seminario Internazionale sui partiti e la nuova società ha trovato un muro di indignazione. Definire il petrolio venezuelano un "bottino" finito nelle mani di Donald Trump e accusare Caracas di non aver saputo proteggere le proprie risorse è stata una provocazione che la delegazione del PSUV non ha lasciato passare.

Prima ancora che la deputata Tania Díaz prendesse la parola, era stato un altro esponente del PSUV, Jesús Faría, a interrompere Petro con un grido che ha sorpreso la sala: "Questa è una menzogna! Non è vero quello che sta dicendo. Dica la verità, questa è una menzogna. Petro, devi avere dignità".

Tania Diaz: Militarmente esa noche (3 de enero) no se pudo. Pero ¿qué pasó al día siguiente? ¿Cuántas narrativas no se cayeron con el sacrificio del presidente Nicolás Maduro? ¡Viva Nicolás Maduro! ¡Viva Cilia Flores! Y lamentablemente hubo gobiernos de la región, aliados, que no reconocieron al gobierno del presidente Nicolás Maduro. Deslegitimaron la acción democrática de un pueblo que es revolucionario, es chavista y que hoy día es mayoría política en Venezuela. Y se metieron y lo secuestraron, pero nadie salió a defender a la derecha el 3 de enero. Allí salimos, los millones de militantes del Partido Socialista Unido de Venezuela. Salimos a pedir que regresaran a Nicolás Maduro. Se demostró el 3 de enero, como se demostró el 13 de abril y como se demostró en tantas otras oportunidades, que el poder de Venezuela no está solamente en el Palacio de Miraflores. ?????@taniapsuv

— El Político (@elpoliticove) October 9, 2026

Díaz ha poi portato il dibattito nel vivo della ferita ancora aperta, inchiodando l'ex presidente colombiano alle sue responsabilità. Ha descritto la portata dell'attacco militare del 3 gennaio 2026, con oltre cento velivoli e elicotteri da combattimento puntati su Caracas, culminata nel sequestro illegale di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores. "Si è dovuta fare un'invasione militare per poter tirare fuori Nicolás Maduro dal Venezuela", ha affermato la parlamentare. Poi, il colpo più duro, quello sferrato guardando Petro negli occhi: "Io so che lei era al corrente dell'operazione militare contro il Venezuela e se ne è rimasto zitto".

Díaz ha tracciato un parallelo amaro con le divisioni seminate da Santander ai tempi di Bolívar, ma ha anche voluto chiarire una cosa: "Dal Venezuela non riceverete nessuna espressione di confronto tra fratelli, e tanto meno tra fratelli bolivariani". E ha chiuso citando il Libertador: "Uniamoci o l'anarchia ci divorerà".

A fare da cornice a questa denuncia c'è la memoria di un sacrificio che non può essere strumentalizzato, come ha fatto Petro citando la testimonianza di un militare cubano che faceva parte della sicurezza di Maduro in quella nefasta notte. Come ha ricordato su X Jorge Arreaza: "Il nostro riconoscimento eterno ai 32 fratelli cubani e agli 87 venezuelani che hanno dato la vita per difendere la sovranità del Venezuela e della Nostra America". E poi, rivolto a chi usa quel dolore come arma politica: "Interpretare testimonianze così dolorose per cercare di creare fratture tra i nostri popoli non è etico ed è inutile".

Nuestro reconocimiento eterno a los 32 hermanos cubanos y a l@s 87 venezolan@ que dieron su vida por defender la soberanía de Venezuela y Nuestra América. Interpretar testimonios tan dolorosos para tratar de crear fracturas entre nuestros , pueblos, no es ético y es inútil.

— Jorge Arreaza M (@jaarreaza) October 10, 2026

Le accuse di Díaz non cadono dal vuoto, ma si scontrano con una narrazione che per mesi ha dominato il dibattito regionale. Quella narrazione, però, si è rivelata una colossale operazione psicologica. L'apparato di propaganda della Casa Bianca ha finito per inciampare nei propri stessi ingranaggi. Nel tentativo di dare credibilità alla tesi dell'illegittimità di Maduro, l'amministrazione Trump ha spinto per la declassificazione di documenti dei servizi segreti, convinto di trovare la prova regina di un sistema di frode elettronica.

Il risultato è stato un boomerang storico. Quei stessi rapporti della CIA, analizzati a mente fredda, rivelano che gli analisti di Langley non hanno mai potuto confermare "in modo definitivo che sia stata commessa una frode elettronica su larga scala in specifiche elezioni in Venezuela". Il documento ammette esplicitamente che le preoccupazioni sul sistema di voto non si sono mai tradotte in prove concrete. Anzi, gli stessi servizi segreti degli USA si vedono costretti a riconoscere che "vi sono altri fattori che spiegano meglio i risultati elettorali". In altre parole, la forza del chavismo si spiega con la coesione sociale della sua base e la frammentazione dell'opposizione, non con hackeraggi fantasma. La CIA ha dovuto confessare che le proprie fonti su queste presunte frodi erano "limitate", alimentate per anni da racconti di parte dell'opposizione locale e da operazioni di disinformazione, prive di qualsiasi riscontro sul campo.

Quindi bisogna rileggere le parole dei governi progressisti della regione all’epoca per capire la portata di quel voltafaccia, che ha contribuito in maniera determinante a isolare il Venezuela di Maduro e confermare la falsa narrazione spinta da Washington. Quando una radio brasiliana chiese a Lula se accettasse la vittoria di Maduro, la risposta fu un laconico: "Non ancora. Non ancora. Lui sa di dovere una spiegazione alla società brasiliana e al mondo". Da Santiago, Gabriel Boric fu ancora più esplicito: "Se avessero vinto in modo netto, avrebbero mostrato i famosi verbali elettorali". Petro, dal canto suo, aumentò il carico delle accuse contro Maduro: "Con il presidente Lula abbiamo concordato un punto fermo: se non vengono presentati i verbali, non c'è riconoscimento". E parlò di un "errore di fondo", perché "si è messa una società a disputare il potere politico senza libertà". Spingendosi finanche a definire Maduro un “dittatore”.

Oggi quelle stesse parole risuonano come un'accusa contro chi le ha pronunciate. Perché se la CIA ha dovuto ammettere che non c'erano prove di brogli, allora quelle richieste di verbali e quelle condanne preventive non erano atti di responsabilità democratica, ma il preludio diplomatico a un'aggressione che tutti, in qualche modo, hanno contribuito a rendere possibile.

Eppure, guardare solo a Petro significherebbe perdere di vista una trasformazione interna ancora più preoccupante. Quello che è successo dopo il 3 gennaio 2026 merita una riflessione onesta, perché su quella giornata e sulle sue conseguenze permangono grossi dubbi e zone d'ombra molto inquietanti. Il linguaggio usato recentemente da Delcy Rodríguez all'Assemblea Generale dell'ONU segnala un cambio di passo inequivocabile. Non si parla più di resistenza o di contrapposizione frontale all'imperialismo. I termini d'ordine sono diventati "transizione democratica", "riconciliazione" e "riforma della giustizia", con un'enfasi particolare sugli accordi energetici con Washington, presentati come una svolta storica.

È il ritratto di un chavismo che cerca di sopravvivere addomesticandosi. La nuova leadership sembra voler dimostrare di essere un interlocutore affidabile per gli Stati Uniti, accettando di fatto i margini di manovra definiti dall'esterno dopo il rapimento di Maduro. Come avvenuto con l’accordo petrolifero nettamente sbilanciato a favore degli Stati Uniti che possono ottenere petrolio venezuelano a prezzo di favore. Il rischio è che il progetto bolivariano si svuoti della sua anima conflittuale e trasformativa, diventando una versione edulcorata e innocua di se stesso, normalizzata sotto la tutela di chi ha orchestrato il colpo di mano.

Ed è proprio in questo contesto che vanno rilette le dichiarazioni di quei leader latinoamericani che, all'epoca, contribuirono a costruire la narrazione dell'illegittimità.

Tutto questo ci costringe a riflettere su un errore di fondo che serpeggia in certa sinistra progressista latinoamericana: la tendenza a considerare la democrazia liberale e formale come l'unico modello valido, ignorando che di democratico, spesso, ha ben poco. Il Venezuela di Chávez e Maduro ha sempre puntato a una democrazia sostanziale e partecipativa.

Non si tratta di propaganda, ma di fatti verificabili. La Costituzione del 1999 ha blindato diritti civili e politici, garantendo la separazione dei poteri e una rappresentanza reale a donne, indigeni e comunità afro-venezuelane. Il sistema elettorale, dotato di votazione elettronica biometrica dal 2004, è stato definito dall'ex presidente statunitense Jimmy Carter come "il migliore al mondo" per la sua trasparenza.

La vera misura di una democrazia, tuttavia, sta nella sua capacità di garantire dignità a un popolo. A differenza dei regimi neoliberisti, come l'Argentina di Javier Milei, dove le politiche economiche rendono una conquista quotidiana persino il diritto a un pasto dignitoso per le famiglie, la Rivoluzione Bolivariana ha mantenuto al centro la giustizia sociale. Programmi di assistenza, alloggi per tutti e istruzione sono stati difesi a oltranza, anche sotto il peso schiacciante delle sanzioni illegali.

Che senso ha parlare di democrazia guardando all'Europa, dove la volontà popolare viene costantemente scavalcata da tecnocrazie economiche, o a governi che affamano il proprio popolo in nome del mercato? Il sistema bolivariano di Chavez e Maduro, con tutti i suoi difetti e le immani sfide affrontate, ha dimostrato che si può andare oltre la fasulla democrazia liberale. Ha scelto la strada della sovranità e del multipolarismo. Difendere questa scelta, oggi, significa rifiutare le narrazioni tossiche di chi, come i vari Petro, Lula e Boric hanno dimenticato da che parte della storia si dovrebbe stare.

Il tempo, si sa, è galantuomo e prima o poi farà piena luce su quanto è realmente accaduto in Venezuela, chiarendo anche eventuali responsabilità interne che oggi restano nell'ombra. Ma fino ad allora, una cosa è certa: personaggi come Gustavo Petro non hanno alcun diritto morale di mettere sotto accusa il Venezuela, né di dare lezioni a chicchessia, alla luce del loro agire ambiguo e delle pesanti complicità che si sono lasciati alle spalle.

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Mojo

Retour sur l'album Graceland, de l'Américain Paul Simon, partiellement enregistré en 1986 en Afrique du Sud, mêlant parfois anglais et zoulou, et qui fut critiqué pour ne pas avoir respecté le boycott culturel. Le groupe britannique The Damned évoque les débuts du punk, dont il fut l'un des grands acteurs. (N° 394, septembre, mensuel, 7,35 livres sterling. — Londres.)

Voir en ligne : /revues/mojo
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Géopolitique, le domaine confisqué

Issus des mêmes écoles, habitués des cercles du pouvoir, journalistes et experts propagent une lecture manichéenne des grands événements internationaux, sans laisser aucune place aux voix discordantes. Heureusement, il existe désormais un outil pour résister à l'air du temps : notre « Manuel d'autodéfense intellectuelle » consacré à la géopolitique.

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Pages du Manuel d'autodéfense intellectuelle — Géopolitique, disponible chez les marchands de journaux, sur notre boutique en ligne et en version électronique dans notre application mobile. Le sommaire est consultable ici.

Le 30 avril 1998, George Kennan, inspirateur de la doctrine de l'endiguement de l'Union soviétique au début de la guerre froide, pousse un soupir de colère mêlée de désespoir. Le Sénat américain vient de ratifier l'extension de l'Organisation du traité de l'Atlantique nord (OTAN) à trois anciens pays du bloc de l'Est, la Pologne, la Hongrie et la République tchèque. L'année précédente, Kennan avait pourtant prévenu qu'une telle décision serait « la plus funeste erreur de la politique américaine de toute l'ère post-guerre froide (1) ». À présent, il fulmine : « Les Russes vont progressivement réagir de manière franchement négative, et cela aura des conséquences sur leurs politiques. » Premier directeur des affaires politiques du département d'État, auteur d'un article fameux dans la revue Foreign Affairs recommandant d'« opposer aux Russes une force de résistance inaltérable partout où ils commencent à empiéter sur les intérêts » des États-Unis (2), Kennan estime désormais que l'Occident, victorieux de la guerre froide, dilapide la possibilité d'une paix durable par son agressivité réflexe. « J'ai été particulièrement gêné par les références à la Russie comme un pays mourant d'envie d'attaquer l'Europe occidentale. Les gens ne comprennent-ils pas ? Pendant la guerre froide, nos différends concernaient le régime communiste soviétique. Et aujourd'hui nous tournons le dos à ceux-là mêmes qui ont mené la plus grande révolution sans effusion de sang de l'histoire pour renverser ce régime (3). »

L'avertissement est resté lettre morte. Comme l'avait suggéré Kennan, les Russes ont réagi de manière « franchement négative » et envahi l'Ukraine pour, disent-ils, empêcher l'intégration de Kiev à l'OTAN. En réinscrivant ce sujet à l'ordre du jour en 2008, puis plus directement encore en 2020-2021, les membres de l'Alliance atlantique savaient qu'il s'agissait pour Moscou d'un casus belli, comme l'a d'ailleurs reconnu l'ex-chancelière allemande Angela Merkel dans ses Mémoires (4). Après quatre ans et demi d'un conflit sanglant, la Russie a vraisemblablement réussi à écarter cette possibilité d'une adhésion de l'Ukraine à l'OTAN, mais au prix d'un triple échec, militaire (son offensive initiale s'est enlisée), stratégique (la Finlande et la Suède ont rejoint l'Alliance en 2023 et 2024), géopolitique (Moscou a accru sa dépendance à Pékin). Placé sous perfusion économique et militaire occidentale, Kiev a, de son côté, perdu malgré une résistance acharnée 20 % de son territoire, des centaines de milliers de jeunes tués ou blessés au combat, une part significative de sa population exilée ou restée sur les territoires conquis, et nombre de ses infrastructures. Si les conflits au Proche-Orient ont profité à la Russie en détournant l'attention internationale et les munitions sol-air, aucune évolution décisive n'a bouleversé la ligne de front.

À mesure que l'impasse inspire aux acteurs la nécessité d'un arrêt des hostilités, l'Union européenne et ses États membres les plus engagés aux côtés de Kiev voient s'approcher des jours sombres. Le président américain Donald Trump, désireux d'imposer une paix qui refléterait le rapport de forces militaire sur le terrain et d'en faire payer le coût à ses « alliés », qu'il traite avec mépris, laisse Bruxelles face à un choix épineux. Prendre la place de Washington dans la confrontation avec Moscou, accentuer le soutien militaire et financier à Kiev et risquer alors une guerre ouverte. Ou accepter de négocier la paix et se dédire des serments imprudemment claironnés face aux médias sur la nécessité de gagner « une guerre existentielle pour notre Europe et pour la France », de « mettre le régime russe en échec », selon les termes de M. Emmanuel Macron (France 2, 14 mars 2024). Comme sur nombre de sujets cruciaux, Bruxelles bombe le torse en se préparant à la bérézina.

Faire passer la pilule

Car, depuis le retour de M. Trump à la Maison Blanche en janvier 2025, les exécutifs européens les plus bellicistes — États baltes, France, Allemagne, Pologne… —, épaulés par la Commission européenne, ont réorienté la politique de l'Union vers un unique objectif à court terme : infliger à Moscou une défaite sur le terrain ukrainien. Initialement promue comme l'enfant de la paix et du marché, l'Europe redéfinit désormais son identité autour du combat des démocraties libérales contre les régimes autoritaires. Son industrie, qui ambitionnait à la fin des années 1990 de rattraper la Silicon Valley dans la course à « l'économie de la connaissance », se reconvertit dans la production de missiles intercepteurs, de chars et de drones. Sa stratégie, naguère axée sur l'idée de puissance d'équilibre teintée d'un occidentalisme tempéré, se recentre sur l'exigence d'opposer un contrefort militaire et moral à la menace russe. Sans qu'aucun dirigeant ait reçu de mandat populaire en ce sens, les gouvernements européens ont agi face à M. Trump contre leurs propres intérêts nationaux afin de ménager temporairement les humeurs du président américain, peu sensible au sort de Kiev : acceptation du chantage sur les tarifs douaniers, absence de condamnation des violations américaines du droit international à Gaza (projet de Riviera), impassibilité face à l'enlèvement du président vénézuélien, soutien initial aux attaques israélo-américaines en Iran… Enfin, l'Union européenne et plusieurs de ses États membres ont adapté leurs politiques financières et budgétaires afin de soutenir le poids des dépenses guerrières et des aides à l'Ukraine — 220 milliards d'euros depuis 2022 (5).

Comment penser une paix et les concessions qu'elle implique lorsqu'on a gagé son avenir sur une victoire totale de Kiev ? Un cycle infernal s'enclenche : pour aiguillonner l'optimisme et la générosité de ses donateurs européens, l'Ukraine multiplie les audaces militaires, comme les bombardements d'infrastructures en profondeur sur le territoire russe, tout en sachant que son adversaire répliquera avec des moyens très supérieurs. Les médias occidentaux répercutent chacun de ces succès avec des râles de bonheur, en exagèrent la portée et alimentent l'idée que Kiev, s'il est suffisamment soutenu, pourrait gagner la guerre.

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Les extraits de cartes de cette double page proviennent du Manuel d'autodéfense intellectuelle - Géopolitique. Vous les y retrouverez entières.

Quand les dommages infligés par les projectiles russes asphyxient la capitale ukrainienne, le président Volodymyr Zelensky réclame une nouvelle tranche d'aide (27 milliards de dollars demandés le mois dernier) (6) et les commentateurs européens embrayent pour faire passer la pilule sur l'imminence et la gravité de la menace russe. De Varsovie à Rome, de Tallinn à Athènes, la vie de centaines de millions d'individus bat désormais au rythme des informations souvent alarmistes sur les sabotages russes, et des coupes concomitantes dans les services sociaux, sanitaires et éducatifs : la prodigalité martiale appelle l'austérité sociale. A contrario, sur la balance des préoccupations morales européennes, le sort des Palestiniens de Gaza pèse moins qu'une plume.

Un fait majeur tient à ce qu'aucune de ces transformations qui engagent la sécurité du continent et le destin de ses habitants n'a été soumise au suffrage universel ni même ouverte au débat public. La guerre et sa préparation, les relations internationales et la géopolitique : domaines réservés ! Ou plutôt : domaines confisqués — soustraits à l'examen démocratique par une coterie d'experts autoentrepreneurs, de généraux retraités réengagés sur les plateaux de télévision, d'ex-diplomates reconvertis en influenceurs de réseaux sociaux, de journalistes et d'éditorialistes qui rivalisent à qui présentera avec le plus d'emphase la guerre comme nécessaire. Tout en s'employant à marginaliser ou à bannir les infidèles à la nouvelle foi néoconservatrice européenne.

Dans les démocraties libérales, la mise au pas de l'information internationale prend plusieurs formes. Celle, d'abord, d'un combat paradoxal contre les fake news, entendues comme toute information qui contredit le discours occidental. Évoquant l'Ukraine un mois avant son invasion par Moscou, le New York Times jugeait ainsi que la désinformation ne se résumait pas seulement à l'énoncé d'assertions fausses, mais aussi à des affirmations « vraies mais sans lien direct avec le sujet » (25 janvier 2022). Ainsi, rappeler l'hostilité de Kennan à l'élargissement de l'OTAN, les ingérences occidentales en Ukraine pour installer au pouvoir des gouvernements « amis », l'influence d'éléments d'extrême droite ou néonazis dans l'armée ukrainienne, etc., relèverait désormais de la désinformation puisque ces trois faits, quoique vrais et démontrables, ne présentent pas de lien direct avec la propagande euroatlantique et semblent appuyer celle du Kremlin. Ironie du journalisme d'état-major : chacun d'entre eux avait fait l'objet d'articles détaillés dans… le New York Times.

Dès lors, le président ukrainien n'a pas tort d'estimer que « le meilleur moyen de convaincre les gouvernements occidentaux qu'ils font le bon choix [en livrant des armes à l'Ukraine] est de faire pression sur eux via les médias (7) ».

L'information sur les conflits en cours souffre également de son confinement institutionnel : du ministère des affaires étrangères français — où les jeunes loups néoconservateurs ont depuis la présidence de M. Nicolas Sarkozy largement remplacé les derniers grognards gaullistes (8) — aux cercles de réflexion stratégiques et géopolitiques subventionnés par l'État, l'analyse de la guerre russo-ukrainienne et de celles au Proche-Orient converge vers une pensée unique qui rappelle celle des commentateurs libéraux des années 1990 béats face à la mondialisation. Les nouveaux acteurs de ce petit jeu ne risquent pas de tirer un coup de pistolet pendant la messe. Nouvelle coqueluche des médias centristes, Le Grand Continent, site et revue fondés en 2019 à l'École normale supérieure (ENS), professe un macronisme europhile et russophobe attentif à la menace populiste — une version élégante et polyphonique des chroniques géopolitiques de France Inter. De son côté, Sciences Po, remise au pas de l'oie par son directeur Luis Vassy, ancien chef de cabinet du ministre des affaires étrangères macroniste Stéphane Séjourné, ambitionne tout à la fois de lancer un institut de stratégie, le Centre for Global Security and Governance (ici, on parle la langue des maîtres), calqué sur les approches américaines, et d'installer un campus à Bruxelles où sera inculquée (toujours en anglais) une vision eurocentrée en rupture avec les approches critiques. Le pluralisme se déploie dans l'espace, aussi épais qu'une feuille de papier à cigarettes, qui sépare ces deux institutions.

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Olivier Donnars. – De la série « R.I.P. (Rest in Pieces) » (Repose en pièces), salon de l'armement du Bourget, 2025
© Olivier Donnars/Agence Le Pictorium

De ces pépinières percole un troisième élément du quadrillage de l'information internationale : les directions des médias traditionnels, leurs éditorialistes et leurs invités. Les premières façonnent une représentation mutilée des relations internationales, concentrée autour de thèmes obsessionnels comme actuellement la menace russe et les errements de M. Trump qui empêcheraient de la conjurer. Très suivie par les enseignants, l'émission de France 5 « C dans l'air » illustre bien cette vision du monde. Sur les cinquante-trois derniers épisodes diffusés du 29 juin au 14 septembre 2026, trente-quatre étaient consacrés à l'actualité internationale, dont quinze aux vilenies du président Vladimir Poutine ou à l'affrontement Russie-OTAN, et dix-neuf à celles de son homologue américain. M. Benyamin Netanyahou n'apparaît pas au sommaire, pas plus que Gaza, la Cisjordanie, l'Afrique, l'Amérique latine…

À cheval entre universités, chancelleries, groupes de réflexion et chaînes d'information, le milieu des experts en géopolitique fonctionne en vase clos. Une fois l'ancien chroniqueur géopolitique de France Inter devenu eurodéputé macroniste, son successeur, par ailleurs président de Reporters sans frontières et éditorialiste au Nouvel Obs, a admis avoir lui aussi « voté Macron au premier et au deuxième tour » (9). Le statut convoité d'intervenant permanent suppose de cocher trois cases : atlantiste, pro-européen, adepte d'un idéalisme qui fait de la supériorité morale de l'Occident le fondement de la politique étrangère. Sitôt ces gages donnés, de préférence avec l'aplomb et la gravité d'un évêque, les clients se précipitent. L'essayiste pro-israélien Frédéric Encel intervient par exemple sur TF1, LCI, France Info, France Inter, France Culture, Europe 1, RMC, BFM TV, RTL, Arte, la Radio télévision suisse (RTS), mais aussi dans Libération, Marianne, Le Figaro, L'Express, Sud-Ouest, La Voix du Nord (10). En cas d'indisponibilité, les rédactions se rabattent sur un clone (Dominique Reynié, Nicolas Tenzer, etc.) ou sur les éditorialistes néoconservatrices Sylvie Kauffmann (Le Monde), Laure Mandeville et Isabelle Lasserre (Le Figaro). De temps à autre, de nouvelles têtes rajeunissent la troupe : Gilles Gressani, directeur du Grand Continent, au pôle intello-macroniste ; Aurélien Duchêne au pôle néoconservateur radical.

À l'horizon, cet aréopage ne distingue qu'une issue : la guerre. Quand un invité politique de BFM TV comme M. Fabien Roussel suggère qu'il serait plus opportun de construire des hôpitaux et des écoles que des bombes, la présentatrice Apolline de Malherbe réplique aussitôt : « Et si les bombes tombent sur nos hôpitaux et nos écoles ? » (16 septembre 2026)… « Il n'y a d'autre option pour nous, et j'en suis navré, que la guerre », assène Pierre Servent, éditorialiste géopolitique de LCI (26 février 2026). Le déraillement d'un transport express régional (TER) entre les gares de Tourville et d'Elbeuf-Saint-Aubin (Seine-Maritime), un drone en panne ou un graffiti suspect suffit pour qu'une nuée d'« experts » se ruent sur X : « Il faut le dire avec gravité mais avec fermeté, nous sommes en guerre avec la Russie » (Cyprien Ronze-Spilliaert, 15 septembre 2026). Avec sa soudaine inclination pour la paix en Ukraine et sa passion pour Xenia Fedorova, CNews/Europe 1 ne propose pas une approche « non alignée », mais une autre modalité du même alignement : si les médias du milliardaire Vincent Bolloré admirent l'oligarchie conservatrice et religieuse sur laquelle le président russe assoit son pouvoir, la montée en puissance d'États du Sud, l'épuisement de l'Occident et l'affaiblissement de l'axe américano-israélien au Proche-Orient les révulsent.

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Trente-cinq ans après l'effondrement de l'Union soviétique et la première guerre du Golfe (1990-1991), le débat public sur la politique étrangère française connaît paradoxalement sa grande glaciation. Cette confiscation reflète la peur d'exécutifs contestés, tant en France, au Royaume-Uni, en Allemagne qu'à Bruxelles, et qui cherchent dans la mobilisation contre un ennemi extérieur la source d'une cohésion que leur action politique contredit. Mais l'infantilisation des populations à qui l'État et les médias de cour prétendent dire quoi penser, qui écouter, qui censurer, a-t-elle la moindre chance de rétablir l'ordre quand quiconque peut accéder en ligne ou en librairies à des points de vue différents ?

En France, les voix dissidentes en matière de politique étrangère sont si rarement sollicitées par la presse dominante que chacune des interventions d'Emmanuel Todd, de Pascal Boniface ou de John Mearsheimer suscite un vif intérêt. Seront-elles bientôt proscrites — ou sanctionnées, au nom de la « lutte » contre ceux qui « méprisent nos valeurs et veulent briser l'unité européenne » menée par Mme Ursula von der Leyen (11) ? Version actualisée de l'Inquisition, les campagnes de rectification idéologique lancées par l'Union européenne sous des appellations orwelliennes (« bouclier européen de la démocratie ») au prétexte de combattre la désinformation traduisent la décomposition du modèle libéral des Lumières. La démocratie représentative postulait que des citoyens instruits et informés forgeraient rationnellement leurs jugements et feraient leur miel de la liberté d'opinion. Deux siècles plus tard, les dirigeants se réinventent en directeurs de conscience, voire en inquisiteurs. Et, comme au temps des chaires à prêches, sermonnent des masses qu'ils jugent vulnérables, immatures, influençables, et toujours enclines à céder aux mauvaises pensées.

Pour préserver la paix

Afin de briser l'encerclement idéologique en matière de politique étrangère et le paternalisme, Le Monde diplomatique publie un Manuel d'autodéfense intellectuelle — Géopolitique. Il ne s'agit pas de prendre le contre-pied du dogme, mais de permettre à chacun de s'équiper intellectuellement pour former sa propre opinion, loin des leçons de morale et des credo. Plus encore que l'économie, les questions de politique étrangère impressionnent et paraissent réservées à un milieu d'initiés dont les représentants rappellent le jugement d'Étienne Bonnot de Condillac sur ses adversaires philosophiques : « Ils doivent leur réputation à l'importance des sujets dont ils s'occupent plutôt qu'à la manière dont ils les traitent. » Si le catéchisme néolibéral des années 1980-1990 a nourri un puissant mouvement international de contestation, l'altermondialisme, l'évangile guerrier des néoconservateurs européens n'a pas encore heurté pareil obstacle. Or deux facteurs cruciaux concourent à faire de la paix et de la coopération internationale, plutôt que du réarmement et de la guerre, l'approche la plus réaliste de notre époque : l'échec des conflits armés pour ceux qui les provoquent, d'une part ; la menace d'un anéantissement de la planète par le réchauffement climatique, une escalade nucléaire ou l'intelligence artificielle (IA), d'autre part.

En Ukraine, à Gaza, en Iran ou au Liban, des États envahissent, bombardent, menacent, sous le regard d'un droit international et d'institutions créés pour préserver la paix mais incapables de les en empêcher. Les règles communes censées contenir la puissance des États cèdent les unes après les autres devant la logique du rapport de forces.

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Luigi Serafini. – Image extraite du « Codex seraphinianus », 1981
© Luigi Serafini

L'histoire a pourtant montré que la guerre paie rarement, et les États-Unis en savent quelque chose. À l'exception de la guerre du Golfe, leurs grandes interventions militaires ont presque toujours tourné au fiasco. Au Vietnam, où 58 000 soldats américains et entre 2 et 3 millions de Vietnamiens ont péri, les États-Unis ont fini par se retirer après huit années de conflit. Deux ans plus tard, en 1975, les communistes prenaient Saïgon, ce que Washington voulait précisément empêcher en intervenant. Vingt ans d'engagement armé et d'occupation n'auront pas non plus suffi à stabiliser l'Afghanistan. En 2021, les troupes américaines sont parties dans le chaos, et les talibans ont repris le pouvoir — facture : 2 300 milliards de dollars, en incluant les surcoûts de guerre, les soins aux vétérans et les intérêts de la dette (12). Et le bilan n'est guère plus reluisant en Irak. Lancée en 2003 sur la base d'affirmations mensongères concernant l'existence d'armes de destruction massive, l'invasion a contribué à la déstabilisation durable du Proche-Orient et à l'essor de l'Organisation de l'État islamique (OEI), que les Américains ont ensuite combattue en Syrie — coût des deux opérations : 2 900 milliards de dollars.

D'autres puissances ont subi pareilles déconvenues. En Libye, l'intervention occidentale de 2011 a bien fait tomber Mouammar Kadhafi, mais le pays plongeait quelques années plus tard dans la guerre civile. Au Mali, l'armée française s'est révélée incapable de stopper l'expansion djihadiste, malgré neuf ans (2013-2022) de déploiement dans la zone sahélo-saharienne. L'Union soviétique avait connu un destin similaire en Afghanistan. Après plus de neuf années de guerre, elle retirait ses troupes en 1989 sans avoir vaincu la rébellion. L'enlisement russe en Ukraine illustre encore aujourd'hui ce paradoxe. La guerre se retourne souvent contre ceux qui la déclenchent : elle coûte des fortunes et ternit durablement la réputation internationale de l'agresseur.

Aucun de ces constats ne freine le retour de la force. Partout, les États brandissent la puissance militaire pour défendre leurs intérêts. Selon le dernier rapport du Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), les dépenses militaires mondiales ont atteint 2 887 milliards de dollars en 2025, soit une onzième année d'affilée de hausse et le niveau le plus élevé jamais enregistré. L'Europe a vu ses dépenses militaires bondir de 14 % en un an, à 864 milliards de dollars : + 24 % pour l'Allemagne, + 50 % pour l'Espagne. Trois pays — États-Unis, Chine, Russie — concentrent désormais plus de la moitié de cet effort planétaire.

Cette conflictualité croissante surprend car les grandes puissances ne sont plus engagées, comme au siècle dernier, dans un affrontement existentiel visant à imposer au monde un modèle plutôt qu'un autre. Ni la Chine ni la Russie ne proposent aujourd'hui de projet idéologique alternatif à l'ordre existant. Capitalistes, oligarchiques et extractivistes, elles s'intègrent pleinement à l'architecture économique mondiale héritée de l'après-guerre. Et, si l'extrême droite progresse dans de nombreux pays, son nationalisme ne s'accompagne pas, à ce jour, des ambitions expansionnistes qui caractérisaient les grandes puissances du XXe siècle. Le Rassemblement national (RN) ne revendique pas la Sarre, pas plus que l'Alternative pour l'Allemagne (AfD) ne lorgne la Lorraine. « On est chez nous » : leur horizon est national, pas impérial.

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Plus fondamentalement, les grands défis du XXIe siècle exigent ce que la politique de puissance empêche : la coopération. Le réchauffement ne peut être maîtrisé que par des engagements réciproques, des mécanismes de contrôle, des normes communes, une coordination internationale et des transferts financiers, soit à peu près l'inverse de la logique de rivalité qui prévaut aujourd'hui. L'IA ouvre des perspectives analogues. L'automatisation des décisions militaires charrie des risques d'erreur, d'escalade et de perte de contrôle. À mesure qu'elle s'installe dans la vie économique et sociale, l'IA pose partout les mêmes questions : jusqu'où déléguer aux machines ? Comment protéger les individus ? Là encore, aucun pays ne peut, à lui seul, fixer les règles d'une technologie dont les effets débordent largement les frontières.

Après les deux guerres mondiales, les grandes puissances ont su s'entendre, malgré leurs divergences, pour bâtir un ordre international commun et créer des institutions destinées à préserver la paix. Elles avaient compris que leur sécurité passait aussi par des règles et des mécanismes partagés. Leurs dirigeants devraient aujourd'hui parler de diplomatie et de désescalade ; ils privilégient le réarmement et les déclarations martiales.

La géopolitique contemporaine sait fort bien décrire les nouvelles formes de conflictualité, et les revues spécialisées regorgent d'analyses raffinées sur les guerres hybrides, informationnelles ou économiques, sur les cyberconflits ou la compétition technologique. Mais où sont les travaux sur les conditions de la paix, la coexistence stable d'intérêts différents, les mécanismes de confiance ou les moyens d'empêcher qu'une crise locale ne dégénère en affrontement entre grandes puissances ?

Une autre géopolitique est possible.

Voir en ligne : /2026/10/BREVILLE/70106

(1) « A fateful error », The New York Times, 5 février 1997.

(2) X (George F. Kennan), « The sources of Soviet conduct », Foreign Affairs, New York, juillet 1947.

(3) Thomas L. Friedman, « Foreign Affairs ; Now a word from X », The New York Times, 2 mai 1998.

(4) Angela Merkel, Liberté. Mémoires, 1954-2021, Albin Michel, Paris, 2024.

(6) Jeanna Smialek et Siobhán O'Grady, « Ukraine says it needs $27 billion more. Europe wants to know why », The New York Times, 9 septembre 2026.

(7) « Donald Trump will “never” support Putin, says Volodymyr Zelensky », The Economist, Londres, 16 septembre 2023.

(8) Lire Alain Gresh, « Enquête sur le virage de la diplomatie française », Le Monde diplomatique, juillet 2008.

(9) Pierre Haski cité par Paul Sugy, « Reporters sans frontières, un arbitre des élégances médiatiques aux partis pris embarrassants », Le Figaro, Paris, 18 décembre 2025.

(10) Cf. Jules Blaster, « Cher Frédéric Encel », Blast, 28 juin 2025.

(11) Ursula von der Leyen, « Discours sur l'état de l'Union », Commission européenne, Bruxelles, 16 septembre 2006.

(12) Selon le projet Costs of War de l'université Brown.

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Pretoria saisi par l'« afrophobie »

Les images ont fait le tour du monde : pillages, commerces incendiés, migrants fuyant en masse, assassinats. Si l'Afrique du Sud a déjà connu des flambées xénophobes, le mouvement du printemps 2026 frappe par son ampleur et sa résonance internationale. Alors qu'elle s'enfonce dans une profonde crise sociale, la « nation arc-en-ciel » subit des attaques inédites, notamment des États-Unis.

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Fahamu Pecou. – « End of Safety : Illusion » (La fin de la sécurité : une illusion), 2023
© Fahamu Pecou - Courtesy Galerie Backslash

En décembre 2025, des collectifs antimigrants ont sommé tous les étrangers en situation irrégulière de quitter l'Afrique du Sud avant la « date butoir » du 30 juin 2026. Cet ultimatum, sans le moindre caractère officiel, faisait suite à plusieurs mois de manifestations violentes qui avaient causé de lourds dégâts matériels, contraint des centaines de milliers de personnes à l'exode et fait au moins quatre morts. La journée du 30 juin s'est finalement déroulée sans débordement majeur, en partie grâce aux 600 millions de rands — environ 32 millions d'euros — débloqués par le ministère de la police pour financer des opérations de contrôle dans les neuf provinces du pays. Chef de file de la mobilisation, le mouvement March and March a repoussé l'échéance au 30 septembre, intimant aux entreprises de cesser d'employer des personnes sans papiers d'ici là.

Selon les autorités sud-africaines, plus de 80 000 étrangers ont fait l'objet de procédures de rapatriement ou d'expulsion entre le 14 juin et le 20 août 2026. D'autres ont pris le chemin du retour par leurs propres moyens. Près de 115 000 Zimbabwéens, 56 000 Malawiens et des milliers de Nigérians, de Ghanéens, de Lésothans, de Mozambicains auraient ainsi regagné leur pays d'origine.

Affirmant ne s'opposer qu'aux flux migratoires « illégaux », la mouvance nativiste (1) nie toute xénophobie et réclame une politique donnant la priorité aux Sud-Africains. Pourtant, d'innombrables témoignages font état de milices allant de porte en porte agresser des étrangers, piller leurs biens ou s'en prendre à des commerces tenus par des immigrés (2). Certains groupes ciblent même des concitoyens jugés « trop noirs » ou des Sud-Africaines portant le hidjab. Ces intimidations et exactions relèvent de l'« afrophobie », puisqu'elles visent essentiellement des étrangers africains et, marginalement, des ressortissants de pays d'Asie du Sud, en particulier les vendeurs ambulants et les petits commerçants des zones déshéritées. Les centaines de milliers d'immigrés européens, qui résident pour la plupart dans des quartiers aisés, sont, eux, épargnés.

Les organisateurs du mouvement accusent le gouvernement de laisser affluer sans contrôle des migrants originaires de pays voisins, auxquels ils reprochent de venir « voler » les emplois des Sud-Africains, d'alimenter la flambée de la criminalité, de ne pas payer d'impôts et de saturer les hôpitaux et le système éducatif. Pourtant, on est loin de toute submersion migratoire : lors du dernier recensement, en 2022, le pays comptait 2,4 millions d'immigrés, tous statuts confondus, soit 3,9 % de la population totale. Leur nombre a culminé à 3,2 millions en 2015, mais n'a — selon le département des affaires économiques et sociales de l'ONU — cessé de diminuer depuis. D'après ces mêmes données, près de 90 % des migrants vivant en Afrique du Sud seraient originaires de quatre pays voisins : le Zimbabwe (48,5 %), le Mozambique (20 %), le Lesotho (10,9 %) et le Malawi (9,5 %). En outre, de nombreuses études montrent que l'immigration profite à l'économie sud-africaine : elle génère 9 % du produit intérieur brut (PIB), et chaque travailleur immigré suscite en moyenne deux emplois (3). Les personnes sans papiers ne représentent par ailleurs que 2,3 % de la population carcérale. Enfin, selon le ministère de l'éducation de base, les élèves étrangers ne constituent que 1,8 % des effectifs de l'enseignement public.

Une diversion opportune

Souvent tenues par des étrangers, les spaza shops des townships occupent une place essentielle dans l'économie. Ces petites épiceries informelles, qui fleurissent à chaque coin de rue dans des quartiers longtemps délaissés par les grandes enseignes, font vivre les communautés locales, procurent près de trois millions d'emplois et pèsent plus de 5 % du PIB (4). Les collectifs antimigrants arguent que ces chiffres ne prennent en compte que l'immigration régulière et ignorent la réalité quotidienne de la majorité des Sud-Africains, qui devrait, selon eux, peser autant que les statistiques.

Rien n'indique que les Sud-Africains se reconnaissent dans un mouvement aux méthodes par ailleurs violentes. Pour autant, depuis quelques années, le regard porté sur l'immigration s'est profondément dégradé. Les enquêtes annuelles du Human Sciences Research Council (HSRC) signalent une hostilité croissante envers les personnes immigrées (5). En 2025, seule 15 % de la population adulte était favorable à l'accueil de tous les étrangers, tandis que 42 % y était fermement opposée. Par ailleurs, 85 % des personnes interrogées souhaitaient restreindre l'accueil des réfugiés sur le territoire, voire y mettre fin. Ce durcissement est particulièrement marqué parmi les classes populaires et les catégories les plus précaires, davantage exposées au chômage, aux inégalités sociales et aux carences des services publics, mais aussi plus susceptibles de côtoyer des migrants africains au quotidien.

Le taux de chômage officiel s'élève à 33,6 % et grimpe à 47,4 % chez les jeunes. Le PIB par habitant stagne depuis quinze ans (6). À ces difficultés économiques s'ajoutent de profondes fractures sociales : l'Afrique du Sud est l'un des pays les plus inégalitaires qui soient, et affiche un indice de criminalité parmi les plus élevés du monde (7). La corruption est par ailleurs endémique à tous les échelons du pouvoir. Selon un rapport récent du Bureau de l'auditeur général d'Afrique du Sud (AGSA), les dépenses irrégulières cumulées sur cinq ans par l'État, les provinces et les municipalités atteignent 1 400 milliards de rands, soit environ 75 milliards d'euros (8). L'administration a été épinglée pour avoir transformé le système migratoire en un véritable « marché » et entravé délibérément l'accès à l'asile.

De nombreux responsables politiques sont parvenus à détourner l'attention de leurs propres échecs en faisant des migrants les boucs émissaires des difficultés économiques et sociales du pays. Ce phénomène n'est pas nouveau (9). En 2008, soixante-deux personnes avaient été tuées lors d'émeutes antimigrants essentiellement dirigées contre les propriétaires des spaza shops, jalousés pour leur réussite supposée. D'autres violences ont éclaté en 2015, 2016, 2019 et 2021, le plus souvent avec l'assentiment tacite des partis au pouvoir, qui ont refusé de reconnaître le caractère xénophobe ou afrophobe de ces agissements, trouvant là une diversion opportune qui reléguait leurs propres manquements au second plan.

Cette nouvelle flambée est toutefois d'une nature un peu différente. Alors que les épisodes précédents avaient des origines locales bien identifiées, l'ampleur et le degré d'organisation de la mobilisation actuelle soulèvent de nombreuses questions sur son financement et ses soutiens. Selon les observateurs, la mouvance antimigrants a recueilli 3,6 millions de mentions sur les réseaux sociaux entre janvier et juin 2026, pour une portée potentielle de plusieurs milliards. Des influenceurs ont amplifié les contenus liés aux manifestations, aux rapatriements et aux violences des milices, tandis que des mots-clics tels que #Mabahambe (« Laissez Les Partir » en isiZulu), #June30 (#30Juin), #PutSouthAfricansFirst (#lesSudAfricainsDabord) et #ImmigrationFraud (#FraudeMigratoire) ont largement circulé à l'approche du 30 juin afin de faire monter la pression (10). Parallèlement, des comptes rémunérés ont systématiquement relayé les publications des organisateurs de March and March dans le cadre d'une action concertée. Autre particularité de cette nouvelle vague : son retentissement international.

L'Afrique du Sud est dirigée par un gouvernement d'union nationale constitué au lendemain des élections de 2024, lorsque le Congrès national africain (ANC) a perdu la majorité absolue à l'Assemblée nationale pour la première fois depuis la fin de l'apartheid. Contraint de former une coalition, l'ANC s'est allié à son principal adversaire politique, l'Alliance démocratique (DA), ainsi qu'aux nationalistes zoulous du Parti Inkatha de la liberté (IFP). L'ANC et la DA ont dénoncé les manifestations, appelé au calme et mis en garde contre les agissements des milices. L'IFP, en revanche, a pris part aux rassemblements.

Le collectif March and March affirme n'être affilié à aucun parti politique. Son trésorier a toutefois été candidat sous l'étiquette Umkhonto we Sizwe (MK), formation issue d'une scission de l'ANC reprise en main par l'ancien président Jacob Zuma, poursuivi notamment pour corruption, fraude, racket et blanchiment d'argent. Pour sa part, Operation Dudula, autrefois fer de lance de la nébuleuse antimigrants, avait d'abord été un collectif de citoyens avant de se constituer en parti en 2023 et de se présenter aux élections provinciales et nationales de 2024. D'autres responsables de petites formations d'opposition ont par ailleurs contribué à légitimer les discours anti-immigration et tenté d'en tirer profit en se rapprochant de la mouvance. C'est le cas des dirigeants de MK, de l'Alliance patriotique (PA) et d'ActionSA. En août, March and March a annoncé la création d'un groupe de travail conjoint avec AfriForum, une organisation qui affirme défendre les droits civiques, mais est largement perçue comme un mouvement identitaire afrikaner promouvant la thèse du « génocide blanc ».

Si les liens entre certains partis sud-africains et la rhétorique antimigratoire sont faciles à établir, l'ampleur de la campagne actuelle dépasse largement leurs capacités et leurs moyens financiers. Les spéculations vont bon train quant à d'éventuelles influences étrangères qui chercheraient à ternir l'image de l'Afrique du Sud sur la scène internationale. La Russie et M. Elon Musk sont régulièrement évoqués, tout comme Israël, en raison de la plainte pour génocide déposée devant la Cour internationale de justice (CIJ). L'Afrique du Sud se trouve aussi dans le collimateur du président Donald Trump, qui a repris à son compte l'accusation de « génocide blanc » dont seraient victimes les fermiers afrikaners, auxquels il réserve dix mille places de « réfugiés ». Les tensions avec Israël se sont traduites par l'expulsion mutuelle de diplomates de haut rang.

Pour l'Afrique du Sud, en tout état de cause, la facture est lourde. L'État a dépensé 341,2 millions de rands (18 millions d'euros) afin d'organiser le rapatriement « volontaire » des migrants par cars vers leur pays d'origine, construire des centres d'évacuation et rémunérer les heures supplémentaires des agents publics chargés des formalités. Les autorités ont également affrété des avions à destination de la République démocratique du Congo (RDC), de l'Éthiopie et du Nigeria. Ce montant n'inclut ni les 600 millions de rands (32 millions d'euros) alloués au dispositif policier du 30 juin, ni les coûts juridiques ou économiques.

L'Union africaine et plusieurs pays du continent ont condamné les manifestations, déconseillé les déplacements non essentiels en Afrique du Sud et organisé des opérations de rapatriement. Pretoria aurait exigé du Malawi, de l'Éthiopie et du Nigeria le remboursement des sommes engagées pour l'hébergement et le transport de leurs ressortissants, attisant les tensions diplomatiques. Abuja envisagerait de réclamer des dédommagements et a suspendu les visites officielles. Le Ghana a quant à lui saisi l'organisation panafricaine, plaidant pour un débat consacré aux violences visant les ressortissants africains en Afrique du Sud. Des organisations de la société civile ont par ailleurs appelé les autorités ghanéennes à révoquer les licences des entreprises sud-africaines.

En 2024, l'Afrique du Sud a exporté pour 568 milliards de rands (30 milliards d'euros) de marchandises vers d'autres pays africains, soit près de 30 % de ses exportations totales, une proportion qui atteindrait 35 % si l'on prenait en compte le commerce informel. Les entreprises sud-africaines sont fortement implantées sur l'ensemble du continent, notamment dans les secteurs des mines, du commerce de détail et des télécommunications. Les investisseurs étrangers en Afrique du Sud, parmi lesquels de nombreux Africains, s'inquiètent eux aussi de l'incertitude engendrée par les troubles.

Les commerçants transfrontaliers du secteur informel originaires des six pays limitrophes de l'Afrique du Sud dépensent près de 600 millions de dollars (523 millions d'euros) par an pour s'y approvisionner en marchandises, qu'ils revendent ensuite chez eux. Beaucoup n'osent désormais plus franchir la frontière, et leur activité s'est effondrée.

Vers une recrudescence des violences

Le 7 juin dernier, le président Cyril Ramaphosa s'est adressé aux Sud-Africains. Tout en se disant conscient des préoccupations liées à l'immigration irrégulière, il a rappelé que les personnes sans papiers ne pouvaient être tenues responsables de toutes les difficultés sociales et économiques du pays. Il a présenté un plan d'action articulé autour de cinq priorités : renforcer la lutte contre les infractions aux lois sur l'immigration et le travail ; prévenir les entrées irrégulières par un contrôle accru aux frontières ; éradiquer la corruption dans le système migratoire ; consolider le cadre législatif et les politiques migratoires ; et améliorer la coordination avec les autres pays africains en matière d'immigration. Devant l'assemblée de l'Union africaine, le 28 juillet 2026, M. Ramaphosa en a également appelé à une coordination continentale face au « défi de l'immigration ».

Ces promesses n'ont pas réussi à désamorcer la mobilisation contre les migrants. Dans un pays où les discours xénophobes occupent une place centrale dans les campagnes électorales depuis près de vingt ans, la perspective des élections municipales du 4 novembre fait craindre une recrudescence des violences et des intimidations. Ces promesses n'ont pas davantage permis de recentrer le débat national sur les véritables problèmes de la société sud-africaine. Engloutir des sommes considérables d'argent public dans la sécurisation des frontières ou accentuer la pression policière sur les plus vulnérables, plutôt que de consacrer ces moyens à la lutte contre la criminalité, n'améliorera pas les conditions de vie des Sud-Africains.

(Traduit de l'anglais par Virginie Ebongué.)

Voir en ligne : /2026/10/MBIYOZO/70058

(1) Lire Achille Mbembe, « Le “lumpen-radicalisme” du président Jacob Zuma », Le Monde diplomatique, juin 2009.

(2) Kimberly Mutandiro, « Immigrant families live in fear in this Joburg community », Ground Up, 31 août 2026.

(3) « Migration profile report for South Africa. A country profile 2023 », (PDF), 2024, Statistics South Africa.

(4) Cf. « The rise and rise of township economy », Business Tech, 2023.

(5) « South African social attitudes survey (Sasas) 2003 », Human Sciences Research Council.

(8) « Consolidated general report on national and provincial audit outcomes 2024-2025, » (PDF), Pretoria, Auditor-General South Africa.

(9) Lire Paul Boyer et Rémi Carton, « Lusaka, plaque tournante des migrations africaines », Le Monde diplomatique, janvier 2024.

(10) Karen Allen, « Lucrative online influence detected during South Africa's 30 June protests », Institute for Security Studies, 2 juillet 2026.

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