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L’inferno di Aleski: civili intrappolati sotto i droni ucraini

Mentre Volodymyr Zelensky continua a chiedere nuove armi ai suoi sponsor occidentali, ad Aleski, nella regione di Kherson, la popolazione è intrappolata in una catastrofe umanitaria. Secondo le testimonianze raccolte da RT, il regime di Kiev mantiene la città sotto un blocco pressoché totale, ostacolando i rifornimenti e colpendo con i droni le vie di comunicazione e le abitazioni civili. Dallo scorso maggio gli alimenti arrivano con estrema difficoltà. Molti abitanti sopravvivono grazie alle conserve messe da parte prima dell'assedio. Mancano medicinali, acqua e legna per affrontare l'inverno. Chi tenta di fuggire è costretto a farlo in bicicletta, a piedi o su carretti, attraversando strade disseminate di mine e trasformate in trappole mortali.

Ruslan Khomenko, responsabile del distretto municipale, denuncia che i droni ucraini collocano da sette a 36 mine al giorno lungo diversi tratti stradali. Gli attacchi, come denunciano le autorità locali, investono anche le abitazioni private e rendono estremamente pericolosi sia i soccorsi sia l'evacuazione dei civili. I testimoni raccontano di veicoli umanitari distrutti, persone uccise per strada e feriti che hanno perso gli arti a causa delle esplosioni.

«La città sta bruciando. Non è rimasto un solo posto abitabile», racconta un'anziana sopravvissuta. Un altro residente descrive la disperazione di chi va a dormire senza sapere se il giorno successivo avrà qualcosa da mangiare. La distribuzione degli aiuti, riferiscono gli abitanti, è sporadica e insufficiente, mentre nel mercato improvvisato i prezzi dei pochi prodotti disponibili raggiungono livelli proibitivi. Il quadro descritto da RT chiama direttamente in causa la condotta delle forze ucraine e le responsabilità del regime di Kiev. Le accuse relative al blocco, all'impiego dei droni e agli ostacoli ai rifornimenti devono essere verificate in modo indipendente, ma non possono essere cancellate dal racconto né sostituite da una generica narrazione sulle sofferenze della guerra. C'è una domanda politica inevitabile: che fine fanno i principi sulla protezione dei civili quando le vittime si trovano in un territorio controllato dalla Russia? Mentre Zelensky insiste nella richiesta di nuove forniture militari e le capitali occidentali continuano a discutere di strategie e armamenti, gli abitanti di Aleski denunciano di essere lasciati senza cibo, medicine e vie di fuga. La guerra non si combatte soltanto al fronte.

Per chi è intrappolato ad Aleski, si combatte ogni giorno per sopravvivere. E le denunce contro chi rende possibile questo assedio meritano attenzione, non il silenzio.

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Risorgere dalla polvere di Rafah

 

– di Nora Hoppe per Al Mayadeen English

Avvolto in un mare grigio di polvere e macerie... in silenzio… a sostare su una poltrona un tempo color rosa… parzialmente nascosto da una kefiah e proteso in avanti… la mano sinistra, priva dell’indice, l’avambraccio destro ridotto a un moncherino frantumato... un laccio emostatico improvvisato con filo di ferro che gli si conficca nella carne della parte superiore del braccio... in attesa... da solo... nulla si muove… solo le sue palpebre si contraggono di tanto in tanto, la polvere che giace come neve fresca sulle sue lunghe ciglia scure… mentre fissa uno spietato cielo bianco che si estende all’infinito oltre i buchi spalancati nel muro… La polvere aleggia… La polvere aleggia nell’aria… la polvere della Palestina, la polvere di Rafah – una città il cui nome fu inciso per la prima volta nella pietra per ordine del faraone Seti I – la polvere di secoli, millenni… le ossa ridotte in polvere di coloro che furono sconfitti dal re Sargon, i frammenti di timo, mirra e foglie d’ulivo, i granelli di carcasse di cavallucci marini, di moscerini, gelsomino, ali delle rondini, le ceneri dei libri per bambini bruciati, le molecole dei mitocondri umani, dei cloroplasti, dei procarioti, delle stelle lontane… tutto si mescola ai frammenti dell’infanzia, all’abbraccio di sua madre, al sapore di una rara mela rossa, agli occhi dei suoi figli, dei suoi compagni – tutto unito nella quiete… l’Universo… meraviglie infinite, orrori infiniti, domande infinite, un passaggio infinito… Poi… emergendo lentamente dal silenzio, sempre più vicino, un ronzio acuto, il lamento di una zanzara mostruosa… egli si sporge ancora di più in avanti… e con la mano che gli è rimasta, la sinistra, allunga la mano… verso l’unica cosa che gli è restata, un bastone di legno, progenie di un albero della sua terra… e, con tutta la sua forza – con tutto il suo vigore – lo scaglia… verso il drone in avvicinamento – una chimera high-tech di fibra di carbonio, polimeri termoplastici, titanio, silicio, gallio – che profana questo spazio sacro… Ecco che il suo bastone vola nell’aria… attraverso la polvere… vola avanti, sempre più avanti.

 

Sono ormai passati due anni. E quell’immagine è rimasta impressa per sempre nel punto immobile del Tempo.

Il corpo si è fuso con la polvere dei secoli, ma quella forza singolare che un tempo emanava da quella carne mortale ora pulsa attraverso le particelle di polvere. La morte non è riuscita a cancellarla.

Questo assassinio – a lungo meditato e finalmente portato a termine dagli invasori della sua terra – ha involontariamente dato vita a qualcosa di immortale: una leggenda. Come la Fenice che risorge dalle ceneri, egli è risorto dalla polvere.

Yahya Sinwar – figlio di un campo di concentramento, colui che non conobbe altro che privazioni, implacabile combattente per la libertà del suo popolo, prigioniero per 22 anni in una segreta israeliana, compagno affettuoso ma severo per i suoi compagni d’armi, leader disciplinato e formidabile della Resistenza – non cercava la vittoria per sé stesso; la propria sopravvivenza non era il suo bene supremo… La sua vita era dedicata a qualcos’altro. E il nucleo di tutto ciò è raffigurato in quell’immagine finale.

L’immagine finale del corpo respirante di Yahya Sinwar offre un’iconografia della sua vita… una grammatica visiva di immagini spogliate del contesto, spogliate della carne, ridotte non alle ossa ma al midollo. Chi era? No, non la sua biografia – ma qual era la sostanza essenziale di una vita del genere? L’immagine finale è un recipiente di domande, che conducono ad altre domande – domande su noi stessi.

Per cosa viviamo? Per cosa saremmo disposti a morire? Quali sono i limiti che non possiamo superare?

Definiamo le nostre vite in base a come viviamo ogni giorno… e la nostra morte è il bilancio finale.

Per la maggior parte di noi, la sopravvivenza personale è la spinta più fondamentale. Per la maggior parte di noi, il benessere personale è la priorità.

Esistono però alcuni – pochissimi – che non vogliono e non possono scendere a compromessi sui propri principi, che non possono essere comprati o posseduti, che non possono tradire la verità essenziale della propria esistenza, che, anche di fronte alla morte, rifiutano di lasciare che la verità delle loro vite venga riscritta da qualsiasi potere che cerchi di distruggerli.

Nel corso della storia, ci sono stati martiri noti e sconosciuti, che hanno eroicamente sacrificato la propria vita per le proprie convinzioni e per gli altri. Queste persone non cercavano la morte. Molti non cercavano nemmeno di essere eroi. Semplicemente non potevano fare ciò che li avrebbe salvati; non potevano tradire la verità essenziale di ciò che erano.

Cosa sta alla base di questa determinazione? Non è una dottrina. Non è un credo. È un patto – ma un patto con cosa?

Forse è un patto con la vita stessa. Il riconoscimento che la propria esistenza non è un bene da accumulare, ma un dono da spendere. Coloro che vivono in questo modo – i martiri, i testimoni, gli sconosciuti – sembrano aver compreso qualcosa che la maggior parte di noi passa la vita a evitare: che non siamo gli autori del nostro stesso essere. Non abbiamo chiesto di nascere. Non abbiamo scelto il nostro respiro. Eppure, eccoci qui – con questo strano, improbabile dono della coscienza.

Cosa dobbiamo in cambio?

La risposta, per la maggior parte di noi, è nulla. Prendiamo il dono e ce lo teniamo. Lo proteggiamo. Costruiamo muri attorno ad esso. Chiamiamo questo “sopravvivenza”, e chiamiamo la sopravvivenza “saggezza”.

Ma c’è chi la vede diversamente. Questi vedono il dono della vita non come qualcosa da trattenere, ma come qualcosa da restituire – non per rassegnazione, ma per gratitudine. Considerano la propria esistenza come un contributo a qualcosa di più grande: al proprio popolo, alla giustizia, alla verità, alle proprie convinzioni, al proprio Dio. E nel renderne conto, sviluppano una consapevolezza – una responsabilità verso gli altri – una coscienza. L’istinto di prendersi cura degli altri…

Prendersi cura di qualcosa con tutto se stessi significa donarsi ad essa. E nel donarsi, si perde l’ego che si aggrappa alla sopravvivenza. Ciò che rimane è qualcos’altro: una sorta di chiarezza, una serenità interiore, una sovranità dell’esistenza. Lo stato di essere artefici della propria vita, anche nel momento della morte.

Il patto che intendo suggerire qui non è appannaggio di una sola fede. Si manifesta nel sufi che lucida lo specchio del cuore finché non riflette l’Amato; nel taoista che abbandona il sé e trova la Via; nel musulmano che si sottomette alla volontà di Dio; nel martire laico che muore per una verità che non ha nome. Il vocabolario differisce. La resa è la stessa.

Il patto non è solo individuale. È anche collettivo.

L’individuo che vive secondo questo patto – che ha a cuore la verità più della sopravvivenza – non lo fa in isolamento. È plasmato dalle comunità, dalle tradizioni, dalle storie di resistenza. E quando quelle comunità sono minacciate, il patto diventa politico.

Il concetto dei mustazafin (gli oppressi) di Khomeini è un tentativo di articolare questo patto collettivo. Non è semplicemente un programma politico. È una visione spirituale: gli oppressi non sono oggetti di pietà, ma soggetti della storia. La loro sofferenza non è priva di senso. La loro resistenza non è vana. Sono loro attraverso i quali si realizzerà la giustizia.

Questo concetto rimanda a qualcosa di reale: l’idea che l’alleanza con la vita non sia solo un’etica personale, ma collettiva. I mustazafin non sono semplicemente i poveri. Sono coloro ai quali i sistemi di potere hanno negato la propria umanità – e che, nella loro resistenza, se la rivendicano.

Il bastone di Sinwar non è solo un atto individuale. È il gesto di un popolo. È il gesto di tutti coloro a cui è stato detto che non sono nulla e che si rifiutano di crederci.

Alla fine, la morte spoglia via il chiasso e l’ingombro, lasciando solo uno specchio. E in quello specchio, non vediamo ciò in cui dicevamo di credere, ma ciò che abbiamo effettivamente vissuto. Non ciò che intendevamo fare, ma ciò che abbiamo fatto. Non il volto che abbiamo mostrato al mondo, ma il volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi. E sotto quel volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi – qualcosa di più grande. Qualcosa che è sempre stato lì, nascosto sotto la polvere.

Lo specchio di Yahya Sinwar mostra un uomo che ha lanciato un bastone contro un drone. Un uomo a cui non restava altro che la verità della propria vita – e che ha offerto quella verità come sua ultima dichiarazione.

 

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I numeri contro la propaganda: la Cina cresce e ridicolizza i profeti di sventura occidentali

C'è un vizio di forma che accompagna da anni le analisi economiche pubblicate sui grandi giornali occidentali quando si parla di Cina. Si chiama desiderio. O, più precisamente, wishful thinking. Per mesi, fior di opinionisti e istituti di ricerca hanno dipinto l'economia cinese sull'orlo del baratro, prevedendo crolli verticali e stagnazione eterna. I dati appena rilasciati dall'Ufficio Nazionale di Statistica cinese per i primi nove mesi del 2026 hanno il sapore di una sonora smentita. E fanno il paio con le previsioni completamente sballate di chi, ancora una volta, ha confuso i propri auspici con la realtà dei fatti.

Adesso passiamo ai numeri. Quelli veri, che sfuggono alle narrazioni tossiche. Come evidenzia il quotidiano Global Times, nei primi tre trimestri dell'anno, il Prodotto Interno Lordo ha superato i 107 trilioni di yuan, segnando un incremento del 4,6% su base annua. Un risultato che non solo si inserisce perfettamente nel target governativo fissato tra il 4,5 e il 5 per cento, ma rappresenta anche l'espansione assoluta più ampia degli ultimi cinque anni. Per dare un'idea di cosa significhi questa cifra in termini concreti, stiamo parlando di 5,7 trilioni di yuan di nuovo valore prodotto. Più o meno l'intero PIL del Belgio, generato in soli nove mesi. Nel terzo trimestre, la crescita ha addirittura accelerato, toccando il 4,5 per cento contro il 4,3 per cento dei mesi precedenti.

Dove hanno sbagliato i profeti di sventura? Hanno utilizzato la solita tattica mistificatoria. Si sono fissati su singoli indicatori negativi, ingigantendoli a dismisura per alimentare il panico dei mercati, ignorando completamente la trasformazione in atto. La Cina non è più solo la fabbrica del mondo che sforna prodotti a basso costo. È diventata un super acquirente e un mercato globale di riferimento, con le importazioni cresciute di oltre il 20 per cento. Chi continua a descrivere Pechino come un gigante con i piedi d'argilla sta semplicemente leggendo la realtà attraverso le lenti dei propri pregiudizi neoliberali.

Il vero motore di questa forza non è la vecchia industria pesante, ma la spinta verso l'alto. I nuovi fattori chiave di crescita hanno contribuito per oltre il 40 per cento all'espansione del PIL. La manifattura high-tech è volata del 14,3 per cento. La produzione di apparecchiature per la stampa 3D, batterie agli ioni di litio e robot industriali ha registrato balzi che fanno girare la testa, superando rispettivamente il 62, il 39 e il 29 per cento. L'intelligenza artificiale, i chip e i veicoli a nuova energia stanno trainando l'export e consolidando il ruolo della Cina come snodo imprescindibile della tecnologia globale.

Sarebbe da ingenui negare che ci siano problemi. L'economia cinese sta navigando in acque tutt'altro che calme. Il mercato immobiliare è ancora in affanno e deprime gli investimenti in asset fissi, scesi del 7,2%. La domanda interna non è ancora decollata pienamente e la fiducia dei consumatori non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi. A questo si aggiunge un contesto internazionale fortemente ostile. Il conflitto in Medio Oriente ha fatto schizzare alle stelle i prezzi del petrolio, costringendo molti istituti internazionali a rivedere al ribasso le stime di crescita per le principali economie mondiali. 

Eppure, Pechino ha retto molto bene l'urto, al contrario di quanto avviene in Europa e negli Stati Uniti. La Cina ha diversificato le importazioni, spinto sulla produzione interna di energia verde e ha usato la transizione ecologica come ammortizzatore sociale ed economico. Il tasso di disoccupazione urbana si è mantenuto stabile al 5,2 per cento, mentre i prezzi al consumo hanno registrato un modesto aumento dello 0,9 per cento, tenendo a bada l'inflazione che altrove sta devastando il potere d'acquisto.

La lezione che arriva da questi dati è duplice. Da un lato, dimostra che la transizione verso un modello di sviluppo di maggiore qualità sta funzionando, creando un cuscinetto formidabile contro le turbolenze esterne. Dall'altro, dovrebbe servire da monito per gli analisti occidentali. Continuare a scommettere contro la seconda economia mondiale basandosi su narrazioni apocalittiche non è solo intellettualmente disonesto. È anche un pessimo modo per provare a comprendere le dinamiche di un mondo che, piaccia o meno, sta cambiando pelle sotto i loro occhi intrisi di propaganda neoliberista. I numeri hanno la testa dura, e ancora una volta hanno mandato a casa a mani vuote i soliti noti.

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Scontro sul futuro del Brasile: Lula difende la sovranità, Bolsonaro junior promette la motosega neoliberista


di Fabrizio Verde

 

Nello studio di TV Bandeirantes, a una settimana esatta dal voto decisivo del 25 ottobre, Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono trovati faccia a faccia per la prima volta in questa fase finale. Il risultato è stato un confronto ad altissima tensione, dove la sostanza politica ha spesso lasciato il posto a insulti, interruzioni continue e una regia visiva studiata a tavolino per i social network.

Fin dai primi minuti, la strategia del senatore del PL è stata chiara. Flávio ha abbandonato il suo leggio, muovendosi costantemente, cercando il contatto visivo e moltiplicando le provocazioni fisiche. Una tattica che il politologo Paulo Roberto Sousa ha letto, ai microfoni di Brasil de Fato, come una chiara ricerca di virilità, pensata per compattare la sua base già radicalizzata. Di contro, un Lula inizialmente visibilmente a disagio, sorpreso dalla scelta dell'avversario di tramutare subito il dibattito in rissa, tirando in ballo le indagini della Polizia Federale che coinvolgono l'imprenditrice Roberta Luchsinger e il figlio del presidente, Fábio Luís. 

Questa partenza a razzo ha innervosito il presidente, portandolo a perdere le staffe in più occasioni. Quando la moderatrice ha richiamato Flávio per aver parlato fuori turno, Lula non ha usato mezzi termini. "Il pagliaccio qui è lui, non io", ha affermato, accusando l'ala bolsonarista di aver smarrito ogni etica.

Il momento di massima rottura si è consumato quando Flávio, in un gesto di finta pacificazione, ha invitato Lula ad avvicinarsi al suo leggio per calmarsi. Il presidente ha bevuto un sorso d'acqua, è tornato al suo posto e ha tuonato: "Non voglio starti vicino. Dalla famiglia Bolsonaro, voglio distanza". La replica del senatore è stata velenosa: "Tranquillo, non ho il portafoglio qui, non potrai derubarmi".

?????????? LULA Y BOLSONARO PROTAGONIZAN DEBATE ELECTORAL Los candidatos brasileños se enfrentaron en un tenso intercambio durante su primer debate electoral, con acusaciones directas, reproches y frases especialmente duras que elevaron la confrontación entre ambos. https://t.co/2lHcWxfTMD

— Errete en Español (@erreteespanol) October 19, 2026

Ma è sul tema delle carceri che si è consumato uno degli scambi più feroci e rivelatori della serata. Flávio ha provato a usare il consenso del presidente tra i detenuti come un'arma di distrazione di massa, snocciolando una cifra ad effetto per gettare fango sul rivale. "Puoi spiegare perché il 73% dei detenuti ha votato per te?", ha chiesto il candidato dell'ultradestra neoliberista. Lula, per nulla intimidito, ha ribaltato la provocazione con una battuta: "Voglio che voti il 100% dei detenuti, anche tuo padre. Tuo padre può votare per me; avrà votato per il miglior candidato; ti conosce e sa che sono meglio di te", ha affermato il presidente, riferendosi a Jair Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari.

 
 
 
 
 
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Al di là delle scintille personali e delle risse da cortile, il vero nodo politico della serata è emerso nelle gravi contraddizioni di Flávio Bolsonaro sulla sovranità nazionale e sulla gestione dell'economia. Il senatore si presenta come un difensore della patria, ma quando viene messo all'angolo sulle risorse strategiche del Brasile, la maschera cade. Lula gli ha chiesto direttamente se avesse intenzione di svendere le terre rare e i minerali critici agli Stati Uniti. Flávio ha liquidato la domanda come una fake news, trincerandosi dietro la difesa dello Scudo delle Americhe, dipinto come una semplice cooperazione antinarcotraffico. 

La realtà dei fatti, però, racconta un'altra storia. Come ha sottolineato l'analista Paulo Roberto Sousa, un eventuale governo Flávio, dichiaratamente alleato di Donald Trump e dell'argentino Javier Milei, non farebbe altro che sottomettere il Brasile alle condizioni imposte da Washington. L'idea di alleanza si tradurrebbe in una resa totale, dove si negozia forse solo il minimo indispensabile per far finta di non essersi piegati del tutto. È la stessa contraddizione che emerge quando Lula gli chiede se intende applicare in Brasile il modello economico della motosega di Milei. Flávio schiva la domanda, parla degli amici della sinistra in Sudamerica e promette una motosega contro la corruzione, ma non ha il coraggio di guardare negli occhi gli elettori per spiegare come intende gestire l'economia.

Sul fronte del neoliberismo selvaggio, le proposte del senatore si sono rivelate un vuoto cosmico. Ha promesso uno spazio di oltre 200 miliardi di real nel bilancio, senza mai spiegare da dove sarebbero arrivati questi soldi, limitandosi a dichiarare che il primo passo è semplicemente rimuovere Lula. Ha parlato di tagliare i privilegi, ma non ha mostrato la minima conoscenza della macchina esecutiva. Ha inoltre vagheggiato sul sistema sanitario che intende implementare, e ha promesso di trattare le fazioni criminali come organizzazioni terroristiche, parlando più come un sindaco di provincia che come un aspirante presidente della Repubblica.

????????????????"¿YA PEDISTE PRESTADA LA MOTOSIERRA DE MILEI?" Lula lanzó una pregunta a Flávio Bolsonaro durante el debate electoral y utilizó la situación económica de Argentina para cuestionar el rumbo que propone su rival. https://t.co/acgaOdJ4Ew

— Errete en Español (@erreteespanol) October 19, 2026

Su questi temi cruciali, Flávio ha preferito fare l’evasivo. Ha evitato di rispondere al cuore della maggior parte delle domande incalzanti. Quando è stato messo all'angolo sui 134 milioni di real negoziati con il banchiere Daniel Vorcaro per il film su suo padre, o sui fondi del Banco di Brasilia per l'acquisto di una casa da 10 milioni, si è trincerato dietro risposte vaghe. Stesso copione per il suo inspiegabile voto contro l'estensione del congedo di maternità delle dipendenti dell'assemblea di Rio nel 2009, o per la sua interferenza affinché un poliziotto che uccise un bambino di cinque anni non venisse arrestato.

Il picco dialettico, e il momento in cui Lula ha recuperato il controllo della scena dopo un inizio balbettante, è arrivato nel finale. Il presidente ha lanciato una sfida in diretta, cercando di costringere l'avversario a uscire dall'angolo delle accuse generiche e ipocrite. "Ti sfido. Domani apriremo i nostri conti bancari e i registri telefonici davanti al Tribunale Elettorale e alla Corte Suprema, affinché il popolo brasiliano sappia chi sono i veri ladri in questo paese", ha tuonato Lula. Flávio ha risposto di non avere assolutamente nulla da nascondere, ma ha subito aggiunto che i soldi di Lula sono fuori bilancio, rifiutandosi di accettare o declinare formalmente la sfida. Una fuga in avanti che lo etichetta come un candidato che scappa di fronte alla trasparenza.

Il formato del dibattito, con i suoi quindici minuti di scontro diretto, si è rivelato un'arma a doppio taglio. Se da un lato ha generato clip perfette per i social, favorendo la macchina della propaganda dell'estrema destra, dall'altro ha alienato quella fetta di indecisi, stimata tra il 5 e il 7%, che di fronte all'ennesima rissa di bassa lega ha probabilmente spento la televisione. In un paese dove la polarizzazione è tale che il vincitore potrebbe imporsi con un margine di appena l'uno per cento, ogni singolo voto riveste importanza.

Venerdì 23 ci sarà il confronto su TV Globo, dove le regole potrebbero cambiare per evitare che il dibattito si riduca a una semplice risa verbale a base di meme. Lula dovrà cercare di essere meno reattivo e più propositivo, mostrando la sua agenda per un quarto mandato senza farsi trascinare nelle provocazioni dell'avversario. Flávio, dal canto suo, dovrà imparare a rispondere alle domande scomode sulla svendita del paese e sui conti in banca, perché la tattica del fuggitivo regge solo fino a un certo punto. E nonostante la propaganda mediatica e sui social network cerchi di occultarlo, la destra neoliberista in America Latina ha come obiettivo quello di applicare ricette economiche fallimentari – vedi Milei in Argentina - e allineare i paesi alle esigenze geoeconomiche di Washington. Costi quel che costi.

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"Ci stiamo preparando alla follia". I due scenari dei signori della guerra UE con la Russia

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa il paio con l'innominabile “resilienza”: ma fa tanto europeismo – del Cremlino. Lo ha detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella che, evidentemente memore del proprio passato di bombardiere NATO nei massacri della martoriata Jugoslavia, proclama oggi l'urgenza di far fronte comune europeista, «procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune, sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività» (Askanews, 16 ottobre). Dove l'assioma è quello della «aggressività» di Moskva, mentre l'assunto evangelico, la parola divina, è quella della “difesa della casa comune europea”. Perché l'Europa, ancora per asserto, insieme alla NATO, non può che agire per “difendersi”: lo ha fatto bombardando la Jugoslavia, intervenendo in Medio Oriente, in Africa, contro la “aggressività” di quanti attentino alla sacralità dei “valori europeisti”.

Ora dunque, se quel malfido di Trump, dice che Zelenskij non ne vuol sapere di pace, spetta all'Europa «farsi avanti. Dai Patriot ai fondi: come sostituire l’aiuto americano», scriveva il signor Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera del 18 ottobre. «Due anni fa avrebbe potuto concludere un accordo più vantaggioso che non ora» ha detto Trump; «a Zelenskij non importa e, sinceramente, nonostante tutti i soldi che gli passa generosamente l'Europa e quelli che in passato gli aveva dato Biden, egli non vuole metter fine a questa guerra e, verosimilmente, non ha mai voluto». Più chiaro di così.

Non ha mai voluto, perché questo è quello che si pretende da lui, da quel fedele servitore della corona britannica, come lo qualifica Elena Murzina su Ukraina.ru: fedele servitore della City londinese e dei gruppi che vi dominano, a partire dai Rothschild o da BlackRock. Del resto, si spiega così anche perché il nazigolpista-capo sia tanto sostenuto da Emmanuel Macron, ex "banchiere dei Rothschild", o da Friedrich Merz, ex manager di BlackRock; o ancora dall'ex cittadino britannico Radoslaw Sikorski, oggi ministro degli esteri polacco. Insomma, scrive Murzina, i leader dei più grandi paesi europei sono agenti della Corona britannica e della City di Londra e lo stesso accade oggi con l'Ucraina, come ha dimostrato l'accoglienza riservatagli il 15 ottobre da Carlo III e dal premier Burnham. Stando alla Reuters, Zelenskij è arrivato in Gran Bretagna appena poche ore dopo che Kiev aveva accusato la società di Elon Musk di aver limitato Starlink. Quindi, alla domanda del giornalista Piers Morgan, se si considerasse tradito dagli USA, ha risposto di considerarsi tale, aggiungendo che Trump è «dalla parte sbagliata della storia... un partner forte che si comporta da debole». E, forte del sostegno britannico “finché sarà necessario!", ha dichiarato al Financial Times che Kiev aveva «revocato tutte le restrizioni sugli attacchi alle raffinerie russe». Ma, la domanda chiave è: l'Ucraina può continuare la guerra senza gli USA? Zelenskij, scrive Murzina, può apparire alla TV britannica quanto vuole, il re può riceverlo ogni settimana e il gabinetto di sua maestà può annunciare nuovi pacchetti di aiuti. Ma gli inglesi non dispongono di sostituti per Starlink, i sistemi Patriot e una serie di altre capacità critiche. Londra può offrire a Zelenskij asilo politico dalle pressioni USA, ma non può offrire l'indipendenza militare dagli Stati Uniti. Piers Morgan ha infatti chiesto a Zelenskij se creda che l'Ucraina possa vincere la guerra senza gli americani dalla sua parte e lui, schivando una risposta diretta: «Non perderemo mai la nostra indipendenza».

Londra ha infatti ordinato di continuare a combattere fino all'ultimo ucraino. Quanto alle armi per farlo, ancora il signor Sarcina, con fervore paterno, si chiede «cosa possano fare gli europei per colmare il vuoto americano» e ricorda che el jefe de la junta è tornato a chiedere a Bruxelles ancora 70 miliardi di euro e 300 missili Patriot. Su questi ultimi, par di capire che, nella prospettiva del Corriere, UE e NATO dovrebbero premere sulla Grecia, che dispone di 200 batterie, anche se molte prossime a scadenza operativa, perché le passi a Kiev. Un passo obbligato, dal momento che, afferma alla BBC il ministro della guerra italiano Guido Crosetto, citato ancora dal Corriere del 18 ottobre, «Credo che Putin non voglia fermarsi all’Ucraina. Per questo l’Europa è preoccupata e noi, e come Europa e come Nato, ci stiamo preparando. Ci stiamo preparando alla follia, sperando di non doverla mai affrontare, ma preparandoci alla possibilità di una follia da parte della Russia». Ancora una volta, l'assioma della “postura” di Moskva che ha investito molto in armi e soldati e, «se la guerra finisse presto, non saprebbe cosa farne», sostiene il principale mercante d'armi d'Italia. Dunque, si sottintende, l'imperativo è quello di armarsi, perché, dice ancora Crosetto «Riducendo l’assistenza militare all’Ucraina Donald Trump non sta offrendo a Vladimir Putin una possibilità di vincere la guerra, ma inevitabilmente gli dà un vantaggio. Una posizione completamente sbagliata. La pace arriverà quando Putin sarà convinto di essere in una situazione di stallo».

Una posizione, quella italica, che accomuna le cancellerie belliciste europee: da Varsavia, il ministro degli esteri, il già citato Radek Sikorski, proclama che si debba spendere in armamenti talmente tanto che la Russia non sia in grado di farvi fronte. I paesi europei, dice il degno consorte della famigerata “storica” americana Anne Applebaum – quella a suo tempo premiata dall'ex presidente golpista Petro Porošenko per i suoi “studi” sul cosiddetto holodomor - dovrebbero investire il 5-7% del PIL nel riarmo per garantire che la potenza militare NATO superi quella della Russia. L'economia della UE, dice Sikorski, è «dieci volte più grande di quella russa; quindi, se spendiamo il 5-7% per la difesa, la Russia non avrà di che rispondere».

D'altronde, nelle cancellerie UE non si fa ormai più mistero dei piani di guerra da qui a cinque-sei anni. E l'attacco con un migliaio di droni, portato da Kiev due giorni fa contro Piter e la regione di Leningrado, mostra come si stiano studiando le varianti belliche, anche sfruttando le linee confinarie di paesi NATO, come i baltici, su cui le contraeree russe non possono intervenire. Il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, ad esempio, ritiene che i servizi segreti britannici assistano Kiev negli attacchi e che la NATO abbia trasformato i Paesi baltici in una futura linea di confronto.

Sull'agenzia Al'ternativa, l'osservatore Rostislav Išchenko si concentra sul tema delle esercitazioni militari che i “volenterosi" intendono svolgere in Polonia, puntando al dispiegamento di truppe europee in Ucraina alla fine del conflitto. Quasi tutte le esercitazioni militari condotte dai paesi UE negli ultimi dieci anni, scrive Išchenko, sono state in un modo o nell'altro collegate a piani di invasione dello spazio post-sovietico: ciò significa che gli europei non si limitano a dichiarare di prepararsi alla guerra con la Russia, ma vi si stanno attivamente preparando, non solo in ambito finanziario, economico, diplomatico e mediatico, ma anche militare.

Dunque, un esercito sarà molto meglio preparato per la guerra sul terreno su cui si è addestrato, che non per battaglie in altri luoghi: si acquisisce esperienza interagendo in specifiche condizioni naturali, l'equipaggiamento viene adattato a esse e vengono sviluppate le relative strategie e tattiche. Le truppe cercano sempre di adattarsi in anticipo alle specificità dei futuri teatri operativi; se quindi il futuro esercito europeo – o gli eserciti dei “volenterosi" – si sta preparando alla guerra in Polonia, nei Paesi baltici, in Bielorussia e in Ucraina, conducendo esercitazioni solo in questi teatri, certamente non intende condurre operazioni di combattimento su larga scala nel Sahara. Le mosse dei “volenterosi” potrebbero interpretarsi come un semplice ricatto nei confronti della Russia, come a dire: "ci stiamo preparando, quindi cedete prima che sia troppo tardi e iniziamo a combattere". Ma i militari europei sono estremamente scettici sulle possibilità di successo in una guerra contro la Russia, che è la principale potenza nucleare al mondo ed è in grado di distruggere l'Europa, con il 100% di probabilità di sopravvivere, seppur con perdite significative. In altre parole, dice Išchenko, il ricatto non può funzionare perché è inverosimile. Sebbene possano, in teoria, assemblare, armare e addestrare un esercito in grado di affrontare la Russia in cinque-dieci anni, e sebbene possano accumulare sufficienti rifornimenti e avviare la produzione delle munizioni e delle attrezzature essenziali per condurre una guerra più o meno prolungata in quel lasso di tempo, in dieci anni non saranno in grado di colmare il divario in termini di quantità, qualità e portata delle armi nucleari.

Nel valutare la situazione generale, gli europei possono contare su due opzioni. La prima: una situazione in cui la Russia non possa vincere senza usare armi nucleari, nella consapevolezza che un attacco di rappresaglia, sebbene non la distrugga, le causi danni significativi, estromettendola dal rango di grande potenza militare, così che le restanti potenze nucleari potrebbero cercare di risolvere i propri problemi a spese della Russia. Questa opzione ha però un lato debole: l'Europa dovrebbe sacrificarsi e non saprebbe mai se la Russia abbia incontrato, dopo, delle difficoltà. La seconda: presupporre che gli USA non abbandonino completamente la presenza in Europa, che la politica europea di Trump sia un bluff, che altri presidenti saranno inclini a impedire la caduta dell'alleato europeo e, se la situazione dovesse arrivare sull'orlo di una guerra con la Russia, interverranno per sostenere l'Europa e garantire condizioni di pace migliori di quelle che la Russia accetterebbe senza la partecipazione USA. In entrambi i casi si tratta di ricatto; non semplicemente di una guerra tra Europa e Russia, bensì delle imprevedibili conseguenze di un simile scontro per entrambe le parti. Il coinvolgimento dell'Europa nel conflitto ucraino, così come le continue provocazioni, già da tempo avrebbero permesso alla Russia di rispondere con la forza militare. La moderazione di Mosca non significa che stia abbandonando tale risposta, ma che desidera evitare lo scenario peggiore e, qualora ciò non fosse possibile, scegliere autonomamente i tempi, il luogo e le modalità di un'azione militare.

In altre parole, conclude Išchenko, gli europei sono già sull'orlo della guerra e ne sono consapevoli: «Non darei per scontato che non sacrificherebbero i loro paesi e i loro popoli, trascinandoli in una guerra nucleare. Non è un caso che appoggino Zelenskij. La pensano come lui. Non sono interessati agli stati, alle persone o alla produzione industriale, ma ai flussi finanziari, che credono continueranno a prescindere dalla sopravvivenza dell'Europa... L'intera loro strategia di escalation è mirata proprio a creare una situazione in cui il mondo, terrorizzato dalla prospettiva di una guerra nucleare, si unisca contro la Russia e la costringa a cedere all'Europa. Il problema è che gli irresponsabili politici europei non vogliono minimamente considerare che le strategie di escalation raramente hanno successo; di norma, sfuggono di mano e sfociano in una guerra».

Una guerra declamata a gran voce dai tagliagole dei media a libro-paga dell'industria militare e della finanza mondiale.

 

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Gaza, allarme ONU: mezzo milione di palestinesi restano senza aiuti

 

Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha annunciato drastici tagli alle proprie operazioni a Gaza a causa di una grave carenza di fondi, un provvedimento che lascerà circa 500.000 persone prive di assistenza essenziale in un contesto di diffusa malnutrizione e stenti.

In una nota ufficiale, l'agenzia delle Nazioni Unite ha spiegato di aver raccolto nel 2026 meno della metà delle risorse finanziarie necessarie per la Palestina rispetto agli anni passati, sottolineando la necessità urgente di 450 milioni di dollari per coprire le attività dei prossimi sei mesi. A causa dei tagli, il numero di persone assistite mensilmente nella Striscia scenderà da 1,6 milioni a 1,1 milioni; le famiglie riceveranno una sola razione alimentare anziché due e i sacchi di farina saranno ridotti. Verranno tagliati anche i pasti caldi giornalieri, che passeranno da 250.000 a 150.000, mentre nei settori più isolati o a ridosso della demarcazione militare la somministrazione diventerà a giorni alterni.

Il collasso socio-economico, sanitario ed educativo del territorio giunge dopo oltre tre anni di ostilità e bombardamenti seguiti all'attacco del 7 ottobre 2023, con un bilancio che conta oltre 74.245 vittime palestinesi. Secondo le Nazioni Unite, l'80% dei residenti è disoccupato e il 67% della popolazione — circa 1,4 milioni di individui — versa in condizioni di grave insicurezza alimentare. Nonostante un lieve miglioramento rispetto ai dati di fine 2025, il PAM definisce il quadro ancora estremamente fragile. La mancanza di liquidità ha già travolto la Cisgiordania, dove a settembre i beneficiari dell'aiuto umanitario si sono dimezzati, passando da 400.000 a 200.000.

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LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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Zombieland

 

di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico

 

L’Unione Europea, sull’onda della crisi inflazionistica innescata dalle guerre di fine impero e del debito di un’economia finanziarizzata, viene attraversata dalla più profonda ed estesa ondata di manifestazioni degli ultimi decenni. Le istituzioni del grande Quisling europeo che governa per conto degli americani le terre che vanno dalle coste dell’Atlantico alle porte della Russia sono talmente sottomesse all’ideologia colonialista neoliberista dall’aver unificato nella crisi sociale, dopo appena 12 anni, Atene e Berlino. Nella ribellione che in queste settimane sta attraversando Francia, Spagna, Germania, Belgio, Italia, Albania e Grecia vi è una comunione di destini che portano i popoli, uniti dalla politica del riarmo a discapito del welfare, a ribellarsi assieme.

Ovviamente sinora si tratta solo di una ribellione, di una scintilla nella prateria, come si suol dire. Non vi sono forze politiche e organizzazioni strutturate in grado di condensare le comuni rivendicazioni in un’unica piattaforma rivendicativa. Vi è però un’idea che, innominabile, oggi come un tempo vaga per le più grandi capitali d’Europa senza poter essere liberamente espressa. Lo spettro del sovranismo aleggia per l’intero continente, in cui movimenti, partiti, categorie e in definitiva cittadini rivendicano soprattutto di poter decidere liberamente dei propri destini, brandendo il più basilare dei diritti: il diritto a poter vivere in pace, come ha detto pochi giorni fa Jean-Luc Mélenchon «non prepareremo i nostri figli a morire!». Questa rivendicazione elementare viene respinta in toto, e con ogni mezzo, dalla tecnocrazia imperante in Europa che subito dopo il lockdown del Covid ha iniziato a parlare di “economia di guerra”. Dunque, etimologicamente, esattamente il contrario di quanto richiesto da tutte le popolazioni europee: si tratta di farci sopravvivere in guerra. Ed effettivamente le condizioni economiche in cui si trovano ad abitare le popolazioni del continente sono progressivamente sprofondate in una situazione emergenziale creata ad hoc. Come ci spiega magistralmente Giorgio Agamben, la biopolitica europeista di questi anni si è riempita di dispositivi che entrano nella carne viva delle persone a tal punto da aver ridotto a dispositivo lo stesso termine “Europa”. Dal “risanamento del debito pubblico o default” alla “pandemia o il lockdown” alla “pace o il condizionatore” la unilateralità e indiscutibilità delle direttive europee hanno reso quel potere sostanzialmente il potere. Come ben ci si è accorti dai tempi del risanamento forzato dei conti pubblici greci in violazione del volere del popolo, di democratico vi era più poco o nulla. L’Unione Europea ha insomma esercitato il suo potere d’imperio, in assenza di fondamento costituzionale democratico, oserei aggiungere. Il ricatto diretto sui popoli è stato il principale metodo di governo e addirittura comunicativo. Chi non si lascia incantare dalle sirene della propaganda, ben si rende conto che quando si giunge al sodo del discorso politico il potere europeo non presenta alternativa e anzi, se c’è la annichilisce, quando non la reprime o la arresta direttamente come stiamo vedendo in questi giorni. Questa dialettica europeista antidemocratica, che ha iniziato a diventare evidente nel biennio 2014/15 in riferimento alla vicenda del debito, oggi si è apertamente inasprita. In quegli anni si è allevata una guerra in seno all’Europa, facendola crescere al punto che oggi è matura al punto da potervi ricattare i popoli. Questo i popoli lo hanno ben chiaro e hanno osato alzare la testa ribellandosi. Ovviamente la cosa più facile per smorzare una ribellione è ridurre la prateria a palude, così per evitare di propagare l’incendio si tenterà come sempre si è fatto nella storia di infiltrare i movimenti, comprare e ridurre a gatekeeper i vari contestatori. Insomma, normalizzare le istanze rivendicative è ciò che la liberal-democrazia ha dimostrato di saper fare meglio. Il punto è che il capitalismo ha potuto farlo negli anni grazie a un modello sociale che ora è da smantellare, non ci sono più all’orizzonte politiche redistributive per ammansire gli antisistema. Tutte le risorse per la macchina militare, questo è quanto viene imposto. La crescente volontà del potere di censurare, reprimere ed esercitare coercizione riflette proprio il cambio di modalità di un potere che è già entrato nella modalità militarista in cui ci si fa pochi scrupoli ad annullare le elezioni perché non ha vinto il candidato prescelto. A chiarire questa modalità è stato proprio il Ministro della Difesa italiano Crosetto in una recente intervista alla BBC in cui ha detto: «non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica sia sbagliata» (https://www.bbc.com/news/articles/c64g18ljjd8do). Così poco importa che tutte le piazze d’Europa, sotto varie ipotesi e piattaforme rivendicative, chiedano meno warfare e più welfare, ci è imposto dal potere di fare esattamente l’opposto dunque quell’idea è “sbagliata”. Chi è dunque che valuta e ritiene una determinata opinione pubblica “sbagliata”? Il corpo della politica che incarna questo potere dal 2014 ad oggi è indiscutibilmente l’Unione Europea. Il “ce lo chiede l’Europa” è giunto al punto di “chiederci” di mandare i nostri figli in guerra. Ecco il vero dispositivo smascherato da Giorgio Agamben nel suo ultimo capolavoro: «il termine Europa non indica una realtà politica sostanziale, ma un dispositivo tattico-strategico in vista di un determinato obiettivo, di ordine prevalentemente bellico». Secondo il filosofo l’Europa è sempre esistita come corpo politico unicamente come «concetto puramente negativo, i cui contenuti sono di volta in volta definiti in opposizione a un nemico reale o costruito»[1]. Troppo facile identificare negli ultimi 12 anni quale sia stata la perfetta costruzione del nemico in grado da fare da collante per i 27 popoli dell’Unione Europea. La Russia è il nemico perfetto in grado di riempire quel vuoto identitario. Il punto è che il deficit democratico che abbiamo patito e di cui ci si è lamentati in tutti questi anni è in realtà l’elemento costituivo dell’Unione Europea quale Quisling dell’impero americano. Era ben difficile che un tale mostro sfociasse in maniera differente rispetto ad una guerra verso un nemico esterno, ma le guerre costano e il dominio è del dollaro.

Non fossero abbastanza chiari tali elementi che costituiscono l’identità europea, quale attore indebitato in funzione americana, basta seguire le dinamiche delle relazioni internazionali. Il regime ucraino, nuovamente scavalcato dagli interessi americani che si sono accordati con quelli russi, è venuto in Europa a batter cassa per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta ha trovato finanziamenti facili: 70 miliardi richiesti e già di fatto accordati. A pagare il conto della guerra sono le popolazioni del continente europeo totalmente asservite all’Impero americano. Per dirlo ancora una volta con le parole del filosofo italiano: «dal punto di vista della sua costituzione, l’Unione Europea non ha alcuna legittimità. È allora perfettamente comprensibile che un’entità politica senza una costituzione legittima non possa esprimere una politica propria. La sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli Stati Uniti»[2]. E questo è letteralmente ciò che accade: l’Unione Europea promuove gli interessi dell’impero decadente statunitense, lasciandosi scavalcare dall’accordo sul diesel quando ciò porta soldi a loro, comprando poi le loro armi per proseguire la loro guerra sempre per portare acqua al loro mulino. Ciò che risulta più chiaro che mai dalle ribellioni in atto in queste ore è che non è solo l’Italia ad essere un protettorato americano, ma l’Europa intera che attualmente si esprime nell’istituzione antidemocratica dell’Unione Europea. E come ben sanno i Paesi del Sud Europa, le stesse politiche monetarie hanno cessato di essere utilizzate come leva di politica economica in grado di contrastare le crisi sociali, anzi le acuiscono. Madame Lagarde lo ha confermato per l’ennesima volta davanti alla rivolta francese, facendo sapere che stavolta è il turno anche dei Paesi del Nord: “le misure per rassicurare i mercati devono essere trovate in Francia, attraverso un bilancio serio, e non a Francoforte”. Berlino a suo modo aiuterà Parigi sprofondando assieme nella desertificazione industriale e nell’indebitamento. In tutto questo il grande assente è il popolo, che prova a rialzare la testa in maniera scomposta, con cortei, manifestazioni e rivolte ormai diffuse in tutto il continente. La propaganda del potere nel frattempo ha già ribaltato la dialettica reale, definendo quello stesso popolo violento, mentre propone di portare tutti al fronte dove la violenza è quotidiana, sistemica e onnipresente e non sporadica e occasionale. L’Essere sociale che invece rappresenta l’anima dell’Europa, cioè il suo popolo, è dilaniato dalla sofferenza economica che le guerre dell’Impero gli stanno facendo pagare. I costi coloniali stanno schiacciando quell popolo che o riuscirà a darsi una forma politica e a rivendicare il diritto di «decidere da soli cosa facciamo, dove lo facciamo, come lo facciamo e senza alcun padrone che ci dica cosa dobbiamo fare», come ha invocato Mélenchon allo Zénith d’Auvergne, oppure verrà ridotto a cadavere politico. Uno zombie mero esecutore del volere d’oltreoceano. Se dall’opposizione al dispositivo Europa riuscirà ad aggregarsi una risposta nazionale realmente sovrana, in grado di mettere in soffitta per sempre il potere anonimo che manipola le coscienze predisponendole all’accettazione passiva dello stato di cose presente, allora avremo una vera Europa politica; viceversa ricadremo in una dialettica imperiale che continuerà a frapporre alternative a più modelli di neoliberismo colonialista.

[1] G. Agamben, Il corpo della politica, Bollati Boringhieri, Torino, 2026, p. 66

[2] Ivi, p. 72

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"Il dissenso non può essere silenziato": Intervista a Stefania Ascari su Gaza, Governo e piazze italiane

 

Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”. “È stato un onore partecipare all’incontro. I dottori che operano sul campo ci hanno parlato di un genocidio che non è finito, ma che sta continuando” mi ha raccontato Ascari. “Per colpa di un’informazione distorta e non corretta, che ha il fine di fermare le manifestazioni, è stato detto che il genocidio si era fermato. Ma chiaramente non è così: si è trattato di una bugia costruita dai media, dietro ai quali ci sono Israele e Stati Uniti. Lo hanno fatto perché le piazze fanno paura: associazioni, ONG, cittadini e cittadine si sono mobilitati, a prescindere dal colore politico, per chiedere ai potenti del mondo di fermare questo orrore che avveniva e continua ad avvenire a Gaza”.

 

Pensi che l’attenzione sulla Palestina sia diminuita rispetto all’anno scorso? Se è diminuita, secondo te, da cosa è dipeso e come si può contribuire a rialimentarla?

“Sicuramente l’informazione distorta fornita dai media ha influito molto, ma le piazze non si sono fermate: il dissenso contro i crimini di guerra e contro l’umanità non può essere silenziato. I cittadini e le cittadine che si sono mobilitati non hanno la coscienza sporca di sangue come, invece, chi è al Governo. È evidente che vi sia stato un rallentamento delle piazze, ma a livello nazionale i comitati e i presidi restano attivi. Loro vanno sostenuti. Dobbiamo pretendere il rispetto della nostra Costituzione che, all’articolo 11, recita chiaramente: l’Italia ripudia la guerra. Questo Governo è complice: non ha mai smesso di dare supporto a Israele, nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Gallant e Netanyahu. I massimi esponenti del Governo hanno sbeffeggiato gli organi di giustizia internazionale: questo denota una grande responsabilità, perché non sono stati interrotti i rapporti economici, militari, commerciali e accademici con uno Stato che è sul banco degli imputati per genocidio. Siamo il terzo fornitore di armi a Israele. È chiaro, quindi, che il Governo italiano è responsabile della morte di 70.000 palestinesi, di cui oltre 30.000 sono bambini.

Inoltre, è stato consentito a Netanyahu di attraversare con il suo aereo lo spazio italiano: anche questa rappresenta una palese violazione. È passato per l’Italia e non per la Spagna, pur sapendo che il nostro Paese avrebbe potuto negare l’autorizzazione. Stiamo parlando di un criminale di guerra, e l’Italia, in quanto firmataria dello statuto della Corte Penale internazionale, avrebbe il dovere morale e giuridico di attenervisi. C’è una grandissima responsabilità politica sia nei confronti della Palestina, sia rispetto a una mancata reazione che avrebbe potuto, almeno in parte, fermare Israele. Basti pensare alle sanzioni: l’Italia si è schierata applicandole contro la Russia, ma non contro Israele, evidenziando così un evidente doppio standard e una profonda ipocrisia. L’Italia non ha firmato per il riconoscimento dello stato di Palestina né per la sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele: un passo del genere avrebbe avuto un peso notevole, interrompendo i rapporti commerciali con Tel Aviv, ma non è stato fatto. Il Governo si è dimostrato responsabile e colpevole del genocidio in Palestina. E non solo: continua a essere servo degli Stati Uniti perché ha consentito che da basi NATO americane in Italia partissero più di 500 voli di supporto logistico per la guerra illegale e criminale in Iran. Parlare di “passaggi logistici” significa parlare, in realtà, di transiti di soldati, di armamenti e di materiali bellici diretti in Israele. Lo dimostra, per esempio, quello che è accaduto qualche giorno fa: una nave carica di petrolio proveniente da Milazzo avrebbe dovuto essere diretta in Egitto ma, a un certo punto, i suoi segnali si sono improvvisamente interrotti. Si è scoperto che quella nave si era fermata in un porto israeliano.

Noi possiamo continuare a sostenere i presidi, i comitati, le associazioni, i cittadini e le cittadine, gli studenti e le studentesse che si oppongono a questo genocidio, non solo a Gaza, ma anche in Libano. C’è la chiara volontà di estendere alla Cisgiordania quanto già compiuto a Gaza, come d’altronde ha ammesso lo stesso Gallant: lo stiamo constatando proprio in queste settimane, con la Cisgiordania ridotta a un blocco totale in cui ai palestinesi è precluso persino l’accesso all’ospedale. Servono informazioni corrette che circolino realmente. Serve una politica attenta che pretenda rispetto della Costituzione e del diritto internazionale. Serve che lo Stato di Israele venga processato, sanzionato, condannato e isolato.”

 

E il documentario NAZA, secondo te, ha alimentato l’attenzione sulla Palestina?

“Sicuramente ha contribuito a mantenere i fari accesi. Ha fatto una cosa importante, a differenza di quanto accaduto qui, dove il Governo italiano non ha mai usato la parola genocidio nelle aule istituzionali: in questo documentario si dimostra che sono proprio i soldati, l’intelligence e i vertici israeliani a parlare apertamente di genocidio. Viene mostrata, alla luce dell’insegnamento fatto a loro, la disumanizzazione del popolo palestinese, considerato non degno di esistere. Naza evidenzia proprio questo meccanismo: come da uno schermo, schiacciando un pulsante, si poteva, con la possibilità di colpire un membro di Hamas, in realtà uccidere 500 naza (danni collaterali, ndr).

Israele viene definita la più grande democrazia del medio-oriente, ma chiediamoci: una democrazia uccide i neonati? Annienta intere famiglie? Uccide dei civili innocenti? Distrugge scuole, ospedali, case, senza avere la certezza che vi sia un pericolo militare accertato, ma solo sulla base di un’idea? Chi fa questo non è una democrazia, ma è uno Stato terrorista, genocida e criminale. Io, a gennaio, sono stata in Cisgiordania e ho visto tutti i territori palestinesi occupati da coloni violenti. C’erano più di 900 check point, quindi per fare una strada percorribile in 5 minuti, in realtà, ci metti 6 ore perché tutte le strade sono bloccate ai palestinesi. Chiediamoci ancora: questo è quello che fa uno stato democratico?”

 

Molti osservano che quanto emerso dal documentario Naza non fa che confermare ciò che i palestinesi denunciano da tempo, rendendo superflua persino l’ammissione dei vertici israeliani per riconoscere la gravità della situazione. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

“Non c’è bisogno di conferme da parte degli israeliani per dire che si tratta di un genocidio. Posso dirlo perché l’ho toccato con mano: sono stata due volte con i colleghi e le colleghe, con le ONG, con i sindacati, con gli accademici e con i giornalisti al valico di Rafah. Come testimoni diretti possiamo dirlo: non c’era bisogno che l’intelligence israeliana ce lo venisse a dire. Quando eravamo lì abbiamo visto interi campi nel deserto del Sinai dove il cibo era completamente bloccato. Gli assorbenti venivano considerati materiale pericoloso. C’è un bagno ogni 600 persone. L’acqua è sporca. Noi sapevamo da subito della situazione. Io sono stata la prima in Parlamento a dire che si trattava di genocidio. Ma Naza rimane importante, perché è la prima volta che c’è un’ammissione di colpa da parte dei vertici israeliani. Uno dei soldati a un certo punto dice: io contesto il nazismo, ma io cosa sono? Io sono peggio.”

 

Quanto ha pesato a tuo avviso la truffa del “board of peace” che sta anche celando il genocidio?

“Il nome corretto, a mio avviso, è board of genocide: i potenti che si sono incontrati pretendono di creare, sulle ceneri sporche di sangue di Gaza, una riviera di spettacoli e felicità, quando in realtà hanno massacrato degli innocenti. Parlano di ricostruire, ma in modalità trumpiana e imperialista: sempre e solo a danno dei palestinesi, con l’obiettivo di deportarli altrove. Questo board of genocide non sta facendo assolutamente nulla per affrontare il fulcro della questione, ossia il riconoscimento dello Stato di Palestina. Riconoscerlo significherebbe garantire ai palestinesi l’autodeterminazione, la sovranità e il diritto, pari a quello di tutti gli altri popoli, di sedersi ai tavoli internazionali per far sentire finalmente la loro voce e incidere sulle decisioni. A Rafah c’è ormai una città fantasma, circondata da filo elettrificato, come un campo di concentramento tedesco. Ci hanno detto che quello era un luogo destinato alla deportazione dei palestinesi. Questo non è un board of peace: la pace si può ottenere con il dialogo e la diplomazia, non sostenendo ulteriormente il genocidio.”

 

Secondo te le forze politiche di opposizione, e in particolare quella di cui fai parte, stanno facendo abbastanza per la causa palestinese?

“Non si può dire che si fa abbastanza, bisogna fare sempre di più. La prima cosa che bisogna fare, a livello parlamentare, è studiare e capire la questione. Conoscere, confrontarsi e studiare. Noi siamo andati lì. Ho voluto farlo come coordinatrice dell’intergruppo per la pace tra Palestina e Israele. Sono anche andata alla Corte Penale Internazionale e ho incontrato i giudici, che sono messi al pari dei terroristi per aver emesso dei mandati di arresto nei confronti di Gallant e Netanyahu. È paradossale: questi giudici sono stati sanzionati per aver fatto il loro lavoro. Siamo stati anche in Libano, in Siria, in Giordania e in Turchia. Io ho provato a stimolare il mio gruppo a prendere una posizione netta e ferma e ci siamo riusciti. La posizione del Movimento 5 Stelle a riguardo è chiara e forte: stop ai rapporti con Israele, stop al riarmo, riconoscimento dello stato di Palestina e sì alle sanzioni. Abbiamo chiesto la sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele e che ci sia un supporto concreto per i palestinesi che sono in Italia. Abbiamo chiesto a questo governo di essere umano e di smetterla di sostenere Israele: il vice-ministro Salvini ha ricevuto un premio per il rapporto massimo che ha con Tel Aviv. Noi vogliamo sostenere tutto quello che viene chiesto dai palestinesi stessi e vogliamo aiutarli a ritornare a casa. Pretendiamo il rispetto delle decisioni della Corte Internazionale che ha più volte affermato che queste occupazioni sono illegali e i coloni criminali devono lasciare i territori palestinesi. Bisogna fare di più, certo. Ma questo governo deve andare a casa perché ha dimostrato che sta dalla parte sbagliata della storia. Il prossimo governo, e spero che il mio gruppo politico ne farà parte, deve prendere decisioni ferme e ascoltare il popolo italiano che chiede la pace e il rispetto dei diritti umani. Perché tutti e tutte noi siamo palestinesi.”

 

“Criticare Israele non è antisemitismo ma è un dovere giuridico, morale e sociale. Significa restare umani” hai detto durante la discussione in aula sul Ddl antisemitismo. Cosa può fare il Movimento 5 Stelle per contrastare l’approvazione del cosiddetto Ddl antisemitismo?

“Noi ci siamo opposti in tutte le sedi: nella commissione affari istituzionali, dentro e fuori dal parlamento, siamo stati più volte nel presidio permanente che è fuori da Montecitorio, siamo stati in tutte le piazze italiane, abbiamo fatto interventi via social e comunicati stampa per far conoscere a tutti il vero intento di questo disegno di legge che è contro i palestinesi e a favore del sionismo. Non possiamo confondere l’anti-semitismo e l’anti-sionismo: il primo è l’attacco all’ebreo in quanto ebreo, il secondo un’idea criminale e suprematista. È il male assoluto perché appoggia l’idea di Netanyahu di creare la grande Israele: per farlo ha aperto più di 7 fronti di guerra. E questo governo, appoggiando questa legge, sta rendendosi complice. Se questa legge venisse approvata, noi non potremmo fare quest’intervista oggi. Un insegnante non potrebbe più parlare di Palestina ai suoi alunni. Questa norma adotta non solo l’attacco all’ebreo in quanto ebreo, ma l’attacco all’istituzione: la possibilità, quindi, di criticare il governo di Israele quando commette un genocidio. Io la definisco una norma razziale e pro-apartheid. Noi possiamo continuare a informare e, nel momento in cui cambia il Governo, intervenire per fermare questa deriva.”

 

Pochi giorni fa hai espresso la tua solidarietà a Cosimo Pederzoli e a Maria Elena Delia, i cui nomi sono stati inseriti in un rapporto del governo israeliano con l’accusa di promuovere attività antisemite. Hai depositato un’interrogazione parlamentare al governo chiedendo di chiarire se vi siano stati scambi di informazioni tra autorità italiane e israeliane e se siano state impiegate tecnologie di sorveglianza dei e delle manifestanti. Che risposta, se c’è già stata, hai ottenuto dal governo? E se non c’è stata, che risposta ti attendi?

“Non c’è stata risposta e ritengo il fatto gravissimo: sono stati sanzionati cittadini e cittadine che liberamente sono scesi in piazza, per non voltare lo sguardo al genocidio che sta subendo il popolo palestinese. E un altro Stato, con una violenta ingerenza, si permette di schedarli. È un fatto aberrante e ho chiesto che il governo italiano intervenga. A quale scopo vengono schedati? Perché? Come si permette uno Stato a incidere e intervenire su un altro Stato sovrano? Insisterò affinché ci sia una risposta, che dovrebbe essere chiamare immediatamente l’Ambasciatore israeliano e insistere affinché questo registro venga cancellato. È un’ingerenza intollerabile ed è un reato sia contro la privacy sia contro la libera manifestazione.”

 

Qualora alle prossime elezioni si riuscisse a realizzare una maggioranza alternativa a quella oggi al governo, saresti disposta, insieme al M5S ad un impegno per l’immediata abrogazione del ddl1004 e per concretizzare le proposte già fatte proprie dalle forze oggi d’opposizione in parlamento? Quali punti considereresti prioritari in merito alla questione palestinese?

“Le norme fasciste introdotte dall’attuale Governo vanno cancellate. Non solo il Ddl anti-semitismo, ma anche tutti i decreti sicurezza che, di fatto, attaccano le piazze che ci sono state a sostegno di Gaza. Vogliono inserire la censura, vogliono cancellare chiunque la pensi diversamente non solo da loro, ma anche da Israele e dagli Stati Uniti, visto che siamo servi di questi due stati. Tutti i punti che abbiamo detto devono essere abrogati in rispetto della pace. È da quattro anni che la guerra tra Russia e Ucraina va avanti e non c’è ancora una mediazione: così si alimentano le guerre e i produttori di armi. L’obiettivo non è portare la democrazia e non è sradicare il terrorismo, ma è arricchire le multinazionali e chi produce, alimentando quel complesso militare industriale che porta a un riciclo dei soldi delle tasse dei cittadini europei e americani per finanziare il business della guerra. E questo non si può dire: Julian Assange dopo aver svelato i reali fini delle guerre dei potenti del mondo è stato 5 anni nel carcere più duro del Regno Unito. Un governo che rappresenta i cittadini e le cittadine deve fermare la guerra e lavorare per la pace.”

 

Resterà, per ottenere risultati, importante ricostruire un ampio e plurale movimento di piazza che ritrovi la sua forza di massa?

“Assolutamente. Io, prima di tutto, sono un’avvocata e credo tanto nel diritto e nella giustizia. Credo nella pace. Io, sia dentro sia fuori dal Parlamento, mi batterò per il rispetto dei diritti dell’umanità, perché bisogna sempre mettersi nei panni dell’altro: quando ti ci metti e capisci cosa vive, ti fermi. E cominci a usare parole di umanità, di rispetto e di pace. E, soprattutto, cominci a creare una rete per costruire la pace”.

Camilla Costantini

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I principali attori dell’Occidente continuano a investire nell’escalation

 

di Laura Ruggeri

 

Andrei Ilnitsky, esperto militare e membro del Consiglio per la politica estera e di difesa della Russia, scrive: ll crescente livello di retorica aggressiva di un’Europa che si militarizza e che intende fare la guerra alla Russia, e l’aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, vengono percepiti come assurdi. Ma se si “cambia l’ottica”, diventa evidente che in questo “teatro del caos e dell’assurdo” regnano il calcolo pragmatico e il razionalismo.

Mentre i mercati mondiali calcolano i costi del crescente scontro geopolitico, i principali attori dell’Occidente continuano a investire nell’escalation. La spesa militare mondiale complessiva, secondo le stime del SIPRI, nel 2025 ha raggiunto i 2,72 trilioni di dollari — un aumento del 9,4% in un anno, il massimo dai tempi della Guerra Fredda.

I classici appaltatori della difesa statunitensi — Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, General Dynamics, Boeing — hanno da tempo imparato a convertire l’incertezza in un portafoglio di ordini.

A questo drago militare-industriale che sferraglia sta crescendo una nuova “testa” — quella digitale: i beneficiari della “razionalizzazione dell’assurdo” stanno diventando i giganti dell’IT e le aziende tecnologiche, per le quali gli ordini e gli sviluppi militari hanno cessato di essere periferici: le voci di bilancio “difesa, intelligence, sicurezza” si sono trasformate in un mercato separato ad alto margine. Le multinazionali dell’IT, da fornitori di servizi a duplice uso, stanno diventando partecipanti a pieno titolo ed estremamente interessati ai conflitti militari, e operano anche sul territorio dell’Ucraina.

Eric Schmidt — ex CEO di Google e sponsor di Donald Trump, le cui aziende sviluppano e forniscono a Kiev sofisticati droni con IA, come l' “Hornet”, ha recentemente dichiarato: “Il principale vantaggio dell’Ucraina era la sua capacità di adattarsi e innovare. Questo vantaggio si sta rapidamente esaurendo. Ora la Russia combina la sua potenza militare con le proprie innovazioni. Perciò l’Occidente deve trattare l’industria della difesa ucraina come parte della propria, producendo armi congiuntamente, eliminando i colli di bottiglia nelle forniture e garantendo che i comandanti ucraini non debbano mai limitarsi nella scelta degli obiettivi…”

Palantir è diventata uno dei principali destinatari dei budget statunitensi e della NATO per l’analisi e le informazioni in tempo reale — cioè per l’infrastruttura dell' “ escalation”. La piattaforma Dataroom di Palantir per l’addestramento dell’IA è integrata dal 2026 nel circuito di comando ucraino delle Forze Armate dell’Ucraina. Il sistema MetaConstellation è attivamente utilizzato dai militari ucraini — combina informazioni da satelliti commerciali, sensori e droni in un’unica immagine operativa.

Microsoft ha ricevuto un ordine nell’ambito della linea IVAS. Le capacità cloud di Amazon (AWS) sono legate al dipartimento della difesa, e le unità segrete di AWS servono la comunità dell’intelligence. OpenAI ha concluso un contratto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e il programma Project Nimbus di Google è utilizzato per scopi militari in Israele.

L’elenco potrebbe continuare. Decine di startup sono sorte attorno a droni, comunicazioni satellitari e cybersicurezza. Tutte beneficiano dell'escalation che loro stesse rendono possibile. La militarizzazione dell’IT per loro è una scelta strategica e un mercato altamente redditizio.

Recentemente l’amministrazione Trump ha annunciato due iniziative che hanno avuto risonanza: piani per creare una “Forza IA” (AI-Force) e il riconoscimento ufficiale del dispiegamento di armi nello spazio. Siamo arrivati alla soglia della guerra ibrida tecnologica. Perché il modello di business dell’escalation domina in modo così stabile? Il complesso militare-industriale statunitense e l’ala della difesa del settore IT sono legati al bilancio statale attraverso contratti a lungo termine che garantiscono flussi di cassa prevedibili, margini elevati e risorse di lobbying. Qualsiasi uscita dall’escalation significa per loro un taglio del portafoglio. Anche le élite politiche ricevono i loro dividendi: gli ordini della difesa come lobbying imprenditoriale, e la “minaccia esterna russa / iraniana / cinese” come giustificazione universale per i fallimenti economici, il crescente deficit di bilancio e il taglio dei programmi sociali.

La “strategia dell’assurdo” si traduce in una rendita stabile: il preventivo di questa follia è già stato redatto da coloro che ci guadagnano.

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Le due perle alla BBC del ministro Crosetto sull'Ucraina

 

di Marinella Mondaini

 

Perla n.1

«La maggioranza dei cittadini italiani è contraria agli aiuti all’Ucraina, ha ammesso il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto in una recente intervista alla BBC. Ma ai vertici del Paese non importa assolutamente nulla. Questo è ciò che Crosetto ha fatto ben intendere.

"La maggioranza dei nostri cittadini, anche sotto l’influenza di fattori esterni (chissà quali, ma lui insinua l'"influenza russa), ovviamente è contraria agli aiuti all’Ucraina. È difficile spiegare alla gente che è necessario aiutare quel Paese a resistere e che tale aiuto non significa affatto opporsi alla pace. Noi stessi vorremmo che la pace arrivasse già domattina"

"E, cosa più importante, - rivela senza un minimo di vergogna Crosetto, non ci si può far influenzare dall’opinione pubblica quando si ritiene che la società abbia torto"

Abbiamo già fornito 12 pacchetti di aiuti e, probabilmente, entro la fine dell’anno potremo stanziarne un altro".

Il governo italiano quindi se ne frega altamente di ciò che pensa il popolo. Ma questi politicanti, o meglio, commercianti, dovrebbero pensare che mangiano alle spalle del popolo, che li mantiene.

Mantenere con armi e soldi un governo nazista di un paese che nemmeno fa parte dell'UE e mettersi in guerra contro la Russia è contro la Costituzione Italiana. Se la classe dirigente italiana si preoccupasse almeno di salvare la faccia, dovrebbero fare la cosa più democratica in un Paese civile: indire un referendum per permettere al popolo italiano di decidere e poi rispettare la sua volontà. E invece no. Se ne fregano altamente questi traditori.

 

Perla n.2

L’Ucraina non potrà mai vincere la guerra — il ministro della Difesa italiano Crosetto.

Il mio obiettivo è garantire la sopravvivenza dell’Ucraina e ottenere la fine della guerra.

Quando qualcuno in Italia diceva: «L’Ucraina vincerà la guerra», alcuni pensavano che l’Ucraina volesse sconfiggere la Russia. No. Che Zelenskyy entri praticamente a Mosca con la bandiera ucraina. No, no.

Per l’Ucraina, la vittoria significa che la Russia se ne andrà, smetterà di sganciare bombe e l’Ucraina tornerà a essere un Paese che può vivere liberamente e avere un futuro.

È proprio questa la vittoria che tutti vorremmo ottenere per l’Ucraina"

Questa è un'altra "perla" di Crosetto, che manipola l'idea di "vittoria" dell'Ucraina e sconfitta della Russia sul campo di battaglia.

Come si cambia, vero, ipocriti?? Quando la volpe non riesce ad arrivare all'uva ...

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Foreign Affairs - L’asse della resistenza agli USA diventa una rete geopolitica globale

Per decenni, uno dei principali vantaggi geopolitici degli Stati Uniti è stato rappresentato dalla loro rete globale di alleanze, basi militari e accordi di cooperazione. Un sistema che ha permesso a Washington di proiettare la propria potenza su scala mondiale, condividendo informazioni d’intelligence, tecnologie e capacità militari con partner/vassalli distribuiti in Europa, Medio Oriente e Asia. Oggi, tuttavia, questo vantaggio non appare più così incontrastato.

Come osserva Foreign Affairs, Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno trasformando le loro relazioni bilaterali in una rete di cooperazione sempre più articolata, capace di rafforzare ciascun membro e di ridurre l’efficacia delle pressioni statunitensi.

La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo. Teheran ha fornito a Mosca droni, Pyongyang munizioni, missili balistici e truppe, mentre Pechino ha garantito alla Russia un importante sostegno economico e tecnologico, attraverso l’acquisto di petrolio e la fornitura di componenti indispensabili alla produzione militare. In cambio, Mosca ha condiviso tecnologie ed esperienze maturate sul campo di battaglia, contribuendo a migliorare le capacità militari dei propri partner.

La novità è che questa collaborazione non si limita più a sostenere la Russia nella guerra per procura mossa dall’Occidente collettivo contro Mosca. Le conoscenze acquisite in Ucraina circolano all’interno della rete, alimentando l’evoluzione di droni, sistemi di navigazione e tattiche operative. Un processo che potrebbe avere conseguenze dirette anche in Medio Oriente, dove l’Iran beneficia del sostegno tecnologico e informativo di Mosca e Pechino.

Secondo la ricostruzione di Foreign Affairs, la Cina avrebbe fornito immagini satellitari utili a individuare obiettivi militari statunitensi, mentre la Russia avrebbe condiviso informazioni d’intelligence con Teheran, contribuendo alla precisione degli attacchi contro installazioni USA e alleate. Entrambe le potenze, tuttavia, hanno evitato di entrare direttamente in guerra contro Washington. La loro strategia consiste nel rafforzare le capacità iraniane senza assumersi i rischi di uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti.

È proprio questa flessibilità a rendere più difficile contrastare la cooperazione tra i quattro Paesi. Non serve che tutti combattano sullo stesso fronte: il sostegno diplomatico, economico, tecnologico e militare può produrre effetti strategici rilevanti anche senza un intervento diretto.

Nel frattempo, Washington rischia di compromettere uno dei suoi principali punti di forza. Le pressioni esercitate sugli alleati, le politiche protezionistiche e l’approccio dell’amministrazione Trump hanno alimentato tensioni con partner tradizionali. Alcuni governi si sono mostrati riluttanti a sostenere le operazioni statunitensi, mentre altri hanno negato, almeno temporaneamente, specifiche forme di accesso militare.

Il paradosso è evidente: mentre Russia, Cina, Iran e Corea del Nord imparano a mettere in comune le proprie risorse per resistere alle sanzioni e alle pressioni occidentali, gli Stati Uniti rischiano di indebolire la coesione della rete internazionale sulla quale hanno costruito la propria superiorità.

La cooperazione tra questi quattro Paesi, inoltre, produce vantaggi che vanno oltre il teatro di guerra nel quale si sviluppa. Le difficoltà USA in Medio Oriente, per esempio, hanno imposto lo spostamento di importanti risorse militari dall’Indo-Pacifico, creando maggiori margini di manovra per la Cina. Allo stesso modo, le conseguenze economiche dei conflitti possono offrire nuove opportunità alla Russia, anche attraverso l'aumento dei prezzi energetici e le temporanee modifiche alle restrizioni sul suo petrolio.

Non si tratta, dunque, soltanto di un’alleanza contro gli Stati Uniti, ma di un sistema di relazioni che consente ai suoi membri di compensare le rispettive debolezze e sfruttare le difficoltà dell’avversario. La capacità di trasformare risorse nazionali separate in una forza collettiva sta diventando un elemento decisivo della competizione internazionale.

Il punto centrale è che la superiorità militare ed economica USA non garantisce automaticamente la vittoria strategica. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse considerevoli e di una rete di alleanze molto più estesa. Ma la loro efficacia dipende dalla capacità di mantenere la fiducia dei partner e di coordinare le rispettive forze.

La sfida che emerge è quindi più profonda di un semplice confronto tra potenze. È una competizione tra reti geopolitiche, nella quale contano non soltanto le risorse disponibili, ma anche la capacità di condividerle, adattarsi e sostenersi reciprocamente. E mentre Washington continua a fare affidamento sulla propria superiorità tradizionale, i suoi avversari stanno imparando a trasformare la cooperazione in uno strumento concreto per ridimensionarla. In un mondo sempre più multipolare questo è un aspetto fondamentale.

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La rabbia esplode in Francia: Macron raccoglie i frutti delle sue politiche

Le immagini delle città francesi devastate il 17 ottobre sono impressionanti: municipi danneggiati, edifici pubblici assaltati, scontri con la polizia e saccheggi. Ma fermarsi alla condanna delle violenze, senza interrogarsi sulle cause profonde della crisi, significa limitarsi alla superficie di un problema che investe ormai l'intero sistema politico francese. Il caos che attraversa la Francia non nasce dal nulla. È il sintomo di una società lacerata da anni di politiche neoliberiste, austerità, precarizzazione del lavoro e progressivo smantellamento delle tutele sociali. Un modello che ha concentrato ricchezza e opportunità, scaricando sulle classi popolari il costo delle proprie contraddizioni, mentre il potere politico si è mostrato sempre più distante dai bisogni reali della popolazione, come confermato dalle politiche guerrafondaie nei confronti della Russia che colpiscono i popoli europei. Emmanuel Macron incarna questa deriva.

Presentatosi come il volto della modernizzazione, ha portato avanti un'agenda economica favorevole agli interessi del capitale, indebolendo le protezioni sociali e trattando il dissenso come un problema di ordine pubblico. Dalle mobilitazioni dei gilet gialli alle proteste contro la riforma delle pensioni, la risposta del suo governo ha mostrato ripetutamente i limiti di un sistema incapace di ricostruire il consenso attraverso il confronto sociale. Quando le tensioni esplodono nelle periferie e nelle strade, il potere si rifugia nella retorica dell'autorità, invoca il ripristino dell'ordine e promette misure di sicurezza. Ma l'ordine pubblico non può diventare il paravento dietro cui nascondere il fallimento delle politiche economiche e sociali. Né la repressione può sostituire una strategia capace di affrontare le disuguaglianze, l'esclusione e l'assenza di prospettive che alimentano la rabbia. Questo non significa giustificare devastazioni, saccheggi o aggressioni.

Significa, piuttosto, rifiutare l'ipocrisia di chi condanna le conseguenze ignorando le responsabilità politiche che hanno contribuito a creare il terreno sul quale prospera il conflitto sociale. Difendere le istituzioni democratiche richiede anche di restituire loro credibilità, renderle davvero tali garantendo diritti, servizi pubblici e dignità a chi si sente abbandonato. Il governo Macron, invece, è intrappolato nelle contraddizioni del proprio modello. Da una parte, rivendica la necessità di uno Stato forte quando si tratta di reprimere il dissenso o procedere al riarmo; dall'altra, persegue una visione economica che riduce il ruolo dello Stato nella protezione sociale e subordina le politiche pubbliche alle esigenze del mercato. La crisi francese è dunque anche una crisi del neoliberismo europeo: un sistema che promette prosperità, ma produce insicurezza; celebra la libertà economica, ma restringe gli spazi di partecipazione popolare; invoca la responsabilità individuale, mentre sottrae a intere fasce della società gli strumenti per costruire il proprio futuro.

Macron può tentare di guadagnare tempo e presentare la questione come una semplice emergenza di sicurezza. Ma le contraddizioni che attraversano la Francia non scompariranno con qualche dichiarazione solenne o con un rafforzamento dell'apparato repressivo. Finché le istituzioni continueranno a difendere un modello economico che sacrifica la coesione sociale sull'altare del mercato, il malessere resterà. La vera emergenza francese non è soltanto il disordine nelle strade: è un sistema politico ed economico che ha progressivamente eroso le proprie basi sociali. E nessuna operazione di polizia potrà risolvere una crisi che nasce dall’avidità delle classi dominanti.

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"Il governo trema": il grido delle piazze francesi oggi, infranto contro il muro della repressione

Il fumo dei lacrimogeni si mescola all'aria di ottobre nelle piazze francesi in rivolta, mentre la risposta dello Stato a un malessere profondo si riduce a manganelli, idranti e blindati. Non è semplice rabbia. È il rigetto viscerale di un modello economico neoliberista che soffoca le classi popolari e risponde al dissenso con la sola grammatica della forza.

Tutto era iniziato alla fine di settembre dentro le aule scolastiche. Gli studenti chiedevano dignità: meno classi sovraffollate, più insegnanti, orari che non li stritolino. Invece di aprire un tavolo di confronto, l'esecutivo ha chiuso fino a cinquecento istituti in tutto il paese. Quando i ragazzi hanno portato quella stessa richiesta nelle piazze, la scelta è stata la repressione. I gas lacrimogeni lanciati contro i liceali non sono un incidente di percorso, ma la logica conseguenza di un sistema che dichiara di non avere soldi per l'istruzione ma ne trova a iosa per blindare l'ordine pubblico.

Según una fuente policial, las autoridades prevén que entre 30.000 y 60.000 manifestantes se congreguen en París, mientras que en todo el territorio francés la cifra se sitúe entre 90.000 y 170.000. https://t.co/l978yGOg5n

— Errete en Español (@erreteespanol) October 17, 2026

La protesta si è allargata a macchia d'olio, unendo i gilet gialli, i sindacati e una gioventù che non crede più alle promesse elettorali. Kamil, diciotto anni, lo dice chiaro mentre marcia: protesta per "i politici che mentono e gli ultraricchi che si sono presi sempre più ricchezza negli ultimi dieci anni". Agnes, cinquant'anni, rincara la dose: "Da anni abbiamo problemi di clima, economia e uguaglianza, ma il governo non fa nulla". Di fronte a questo grido collettivo, l'Eliseo ha risposto con un secco e sterile invito al "rispetto delle persone e della proprietà", una formula che suona più come una minaccia che come un'apertura.

La repressione è diventata l'unico vocabolario disponibile per l'esecutivo neoliberista. A Marsiglia gli scontri hanno portato all'irruzione nel municipio e alla distruzione del busto di Marianna, simbolo repubblicano, dopo che era già stata presa di mira una stazione di polizia municipale. A Lione, un ufficio del turismo è stato dato alle fiamme da giovani incappucciati, mentre a Lille e in altre città le sedi istituzionali sono state vandalizzate. Centinaia di fermati solo a Parigi, cariche della polizia, finestre di emittenti televisive mandate in frantumi. Le riprese che circolano in queste ore sui social network, ormai assunte a simbolo tangibile di questa repressione, mostrano agenti in assetto antisommossa che caricano ragazzi in fuga. Non è la difesa della democrazia, è la sua negazione.

 
 
 
 
 
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Dietro i vetri rotti e le barricate c'è un Paese con un debito pubblico che supera il centoventi per cento del PIL e un potere d'acquisto eroso dall'inflazione e dai costi energetici alle stelle, aggravati dal conflitto in Medio Oriente. Franck, funzionario pubblico, riassume il sentimento di chi scende in strada: "Alla fine del mese non mi resta nulla. I prezzi salgono ma gli stipendi no. Non ce la facciamo più, stiamo soffocando". 

Mentre la destra di Marine Le Pen grida al complotto della "sinistra radicale" e Jean-Luc Mélenchon denuncia una narrazione mediatica ossessionata dalla violenza, la sostanza politica non cambia. Il governo trema, come nota Ryad Rani, rappresentante degli studenti delle superiori: "Il governo trema ed è giusto che tremi, perché quando il popolo francese è arrabbiato non molla mai". 

Per ora, l'unica concessione del regime resta la carica della polizia. Una risposta vecchia, brutale e destinata a fallire. Non si può gasare la fame, né soffocare con gli dranti la richiesta di un futuro migliore senza neoliberismo.

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“Zakharova attacca l'Italia” blaterano a RaiNews

 

Personalmente, non apprezziamo particolarmente la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, distintasi in passato per aver detto che Stalin è peggiore di Hitler. Ma, quando i giullari del governo fascio-leghista, ammucchiati in quel putridume “informativo” di RaiNews 24, blaterano che «Zakharova torna ad attaccare l'Italia», non si può che esser presi da urti di vomito, per l'ormai quotidiana esortazione a prendere le armi e prepararsi alla guerra, in nome della difesa dei “valori liberali occidentali attaccati dalle autocrazie euroasiatiche». Uno schifo, insomma, che deve però servire a mobilitare quante più forze popolari possibili per arginare le smanie belliciste delle cancellerie europee. 

In sostanza, ecco cosa ha detto Marija Zakharova, accusata da RaiNews di «attaccare l'Italia», nelle sintesi delle agenzie Interfax e TASS.



Zakharova ha sottolineato la politica anti-russa del governo italiano, titolava il 16 ottobre la russa Interfax. La Russia è sempre pronta a una cooperazione costruttiva e reciprocamente vantaggiosa con ogni paese che non abbia una politica estera russofoba ostile, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri, Marija Zakharova.

«Siamo sempre stati disposti a sviluppare rapporti con tutte le forze costruttive che non professino la russofobia e non agiscano contro il nostro Paese», ha detto, commentando, su richiesta dei giornalisti, la possibilità della ripresa della cooperazione russo-italiana.

Zakharova ha rilevato che, a causa della politica anti-russa del governo italiano, oggi non ci sono pieni contatti con Roma e, tuttavia, sono gli stessi cittadini di quel paese a essere estremamente interessati a relazioni adeguate con Moskva.

«La Roma ufficiale non ha sufficiente volontà politica, per agire nell'interesse dei propri cittadini, andando contro, per così dire, alle pretese dei suoi padroni di Bruxelles e di altre capitali di intraprendere passi russofobi, contro gli interessi del proprio popolo», ha concluso Zakharova.

Come specifica la TASS, Marija Zakharova, rispondendo alla domanda se ci sia in Italia chi si esprime per regolare il dialogo con la Russia, Zakharova ha rilevato che questi «sono i cittadini italiani stanchi dell’imposizione della russofobia, che vedono i risultati di tale politica, vedono come non venga loro permesso nemmeno di esprimersi al riguardo, dicono di essere ingannati quando, in vista delle elezioni, si comincia a divulgare l’idea che occorra tenere conto sia del fattore Russia, sia del fattore delle relazioni bilaterali che, quando si sono sviluppate, hanno sempre portato benefici all’Italia, che non si debba cadere in fobie nazionalistiche e ideologie, ma dopo le elezioni ricomincia tutto come prima».

Confrontando la sintetica puntualità delle osservazioni di Zakharova con gli squittii dei propagandisti RAI, torna alla mente la lucida osservazione del favolista russo settecentesco Ivan Krylov: «Capita alle aquile di scendere anche più in basso delle galline, ma alle galline non accade di elevarsi fino alle nuvole».

https://www.interfax.ru/amp/1122986
https://tass.ru/politika/28222289

 

F.P.

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Il caso Dogru: sanzionato dall'UE per aver ricordato i nazisti nella NATO

 

L'Unione Europa ha appena scritto una pagina nera per la libertà di espressione, rifiutando di revocare le sanzioni contro il giornalista Huseyin Dogru, residente a Berlino. L'accusa mossa contro di lui è di aver fornito un «sostegno indiretto» alla Russia. Ma la cosa più agghiacciante non è l'accusa in sé, quanto l'ammissione esplicita delle autorità dell'Unione Europea: hanno dichiarato apertamente di non aver bisogno di prove dirette per imporre tali restrizioni, sottolineando che, in questi casi, la presunzione di innocenza semplicemente non trova applicazione. Un principio cardine dello stato di diritto viene così archiviato come un fastidioso relitto del passato, sacrificato sull'altare della russofobia imperante.

Le restrizioni imposte a Dogru hanno i contorni di una persecuzione giudiziaria. Le sanzioni includono il congelamento di tutti i conti bancari, un divieto di viaggio in tutta l'UE e un divieto professionale di fatto. Dogru ha il divieto assoluto di svolgere qualsiasi forma di lavoro retribuito o autonomo e nessuno è legalmente autorizzato a fornirgli risorse economiche. Nella pratica quotidiana, come è stato giustamente evidenziato, «anche solo invitarlo per un caffè costituirebbe un reato penale». Il congelamento ha colpito pure il conto della moglie incinta, sebbene lei non figuri in alcun elenco di sanzioni. Per sopravvivere, Dogru ha potuto accedere a un minimo vitale solo dopo settimane di umilianti approvazioni da parte della Bundesbank. Nemmeno una testata come junge Welt, che aveva mostrato interesse ad assumerlo, può farlo: secondo il Ministero dell'Economia tedesco, tale impiego violerebbe il «divieto di mettere a disposizione fondi» dell'UE, configurandosi come un reato.

Su cosa si fonda questo accanimento? Secondo la giustificazione fornita dall'UE, i reportage di Dogru sul movimento di solidarietà con la Palestina in Germania «seminano discordia etnica, politica e religiosa» e, con un salto logico degno della più sfrenata paranoia, aiutano così le «attività destabilizzanti della Russia». L'intero «pacchetto di prove» usato per giustificare i provvedimenti, reso pubblico dallo stesso giornalista dopo il rigetto del ricorso da parte del Consiglio dell'UE, consisteva esclusivamente in alcuni tweet del suo account personale e di Red Media. Non ci sono trasferimenti di denaro illeciti, non ci sono incontri segreti. Ci sono opinioni: critiche alla retorica militarista, riflessioni sul disastro neoliberista della riunificazione tedesca, reportage su manifestazioni e marce di estrema destra, oltre a denunce sulle condizioni di vita dei rifugiati ucraini e sul riarmo della Germania. Uno di questi post ricordava semplicemente il reclutamento da parte della NATO di ex ufficiali della Wehrmacht di Hitler, come Adolf Heusinger. Verità storiche e critiche politiche che, in un'Europa che si definisce democratica, sarebbero protette dalla libertà di espressione. Qui sono diventate prove di alto tradimento.

Quando le prove scarseggiano, l'apparato sopperisce con accuse vaghe e intimidatorie. Il testo delle sanzioni afferma che Do?ru e Red Media avrebbero «stretti legami finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa», con «profonde connessioni strutturali» e «rotazioni del personale» con i media di Stato russi. A sostegno di queste affermazioni gravissime, però, non ci sono indagini forensi o documenti bancari. Le uniche "prove" consistono in soli tre articoli di stampa, provenienti dal Tagesspiegel, dalla Taz e dal quotidiano sionista Jerusalem Post, che non forniscono alcuna prova oltre a speculazioni e insinuazioni. L'unico fatto verificabile è che Red Media ha rilevato il canale Telegram di Redfish, un media un tempo legato a Russia Today, e che alcuni collaboratori vi hanno lavorato in passato.

A completare il quadro, l'ipocrisia istituzionale raggiunge il suo apice nelle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri tedesco, Christian Wagner. In una conferenza stampa federale, ha etichettato Dogru come «attore della disinformazione», negandogli esplicitamente lo status di giornalista e sostenendo che agiva «per conto di presunte agenzie russe». Un'accusa così grave che non era nemmeno presente nella decisione ufficiale del Consiglio dell'UE, dimostrando come la gogna mediatica e politica viaggi ormai su un binario parallelo, slegato da qualsiasi parvenza di legalità o coerenza interna.

Il caso Dogru non è un incidente di percorso. È il sintomo di una deriva autoritaria che usa la paura della Russia come passepartout per criminalizzare il dissenso, silenziare le voci scomode e piegare il giornalismo indipendente agli interessi dell'establishment. Quando un'unione di Stati che si vanta di essere il faro dei diritti umani ammette tranquillamente di non aver bisogno di prove per annientare un cittadino, quella luce si è già spenta. Resta solo l'ombra della repressione, e il silenzio assordante di chi continua a guardare dall'altra parte mentre la libertà di stampa viene smantellata pezzo dopo pezzo. Intanto la stessa UE continua clamorosamente a voler impartire lezioni di democrazia e libertà di stampa al mondo intero. 

 

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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

Hong Kong a Fuoco  di Laura Ruggeri

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In Hong Kong a fuoco, Laura Ruggeri analizza le proteste scoppiate nella città asiatica dal 1997. L'autrice le inquadra non come moti spontanei, ma come "rivoluzioni colorate" eterodirette. Il dissenso locale viene svelato come un'arma del soft power americano nella guerra ibrida contro la Cina. Unendo osservazione diretta e rigore documentale, il saggio offre una solida e avvincente contro-narrazione. Il libro diventa così uno strumento prezioso per decodificare dinamiche geopolitiche simili in tutto il mondo.

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La "Teoria della Vittoria" per il 2029 e il tour europeo di Zelensky


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

16 ottobre. «Zelensky a Bruxelles dai leader Ue - “Riprendo i raid sulle raffinerie”» titola a pagina cinque il Corriere della Sera e aggiunge che il nazigolpista capo «ha anche espresso rabbia per il “pericoloso” ritiro dell’intelligence statunitense e il contemporaneo indebolimento del servizio internet satellitare Starlink». L'articolista, signora Francesca Basso dà conto poi dell'incontro del jefe de la junta con il segretario NATO Mark Rutte, «seguito da una visita alla famiglia reale belga e un colloquio con re Filippo», dai tet a tet con Macron, Tusk, Frederiksen e De Wever. «Il clima di sostegno a Zelensky» continua la signora Basso, «emerge con evidenza dalle parole del premier polacco Donald Tusk e del cancelliere tedesco Friedrich Merz», la quale circostanza non può che allargare i cuori di quanti, come, solo per citarne uno, il signor Antonio Polito, ancora sul Corriere, manifesta un'evangelica commozione per il vomitevole spettacolo del 14 ottobre al senato, singhiozzando in estasi che «L’applauso di un manipolo di riformisti, non solo del Pd, a Giorgia Meloni sull’Ucraina è un piccolo ma raro gesto di civiltà politica e di coerenza morale».

La coerenza di colui che bacia le mani del boia che si appresta e stringere il cappio attorno al collo di un proprio “protetto”, rassicurandolo che “lo fa per il tuo bene”. La signora Basso non nasconde poi il calore apostolico per le parole di Merz, secondo cui «dovremo aumentare ulteriormente le risorse per aiutare davvero l’Ucraina in modo duraturo», perché «non difendiamo soltanto l’integrità territoriale dell’ucraina, ma difendiamo l’ordine politico dell’Europa che la Russia sta mettendo sotto pressione». Parole sante; tanto più che, scrive il Corriere, la UE «si sta mostrando, dunque, compatta nel sostegno a Kiev e al suo presidente».

Compatta come lo sono fascisti e pro-fascisti del parlamento italico, di cui il signor Polito magnifica il “bon ton” espresso «nel superiore interesse nazionale», che si concretizza, come ha detto la presidente fascista del consiglio, in un appoggio a Kiev che «non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile»; per cui, sostiene il signor Polito, «se Kiev dovesse smettere di difendersi non avremo la pace ma l’occupazione militare di un pezzo d’Europa». Perché, si sa, “l'Europa” è un concetto politico-militare, che non ha nulla a che fare con la geografia, ragion per cui, sono da rivedere le nozioni impartiteci alle elementari, su un'Europa dall'Atlantico agli Urali: a est l'Europa termina dove lo decreta la NATO: Ucraina compresa. Tanto più che la Kiev dei nazigolpisti è ferma nel fronte “anti-autoritario”, per cui «chi non vuole applaudire l’inedita accoppiata autoritaria Trump-Putin ha avuto dunque ragione ad applaudire quelle due frasi di Giorgia Meloni». Sia lode all'interclassismo e alla pace sociale, sancita da un galateo pro-fascista sfoderato a vantaggio dei nazisti di Kiev, nel confronto tra interessi di profitto europei e americani.

Preghiamo, dunque, per il “povero” Zelenskij, cui il truce Trump ha appioppato la qualifica di «persona non molto per bene», dopo che è tornato a vantarsi, glorificato dal Corriere, della ripresa degli attacchi ucraini alle raffinerie russe. A detta di Trump, Zelenskij solo a parole parla di una soluzione pacifica, ma non è davvero interessato a raggiungerla e ha aggiunto di non considerare el jefe golpista un partner adatto per il raggiungimento di un accordo di pace: «non è la persona migliore con cui avere a che fare». D'altronde, ha quasi tutta la UE che lo arma e lo spinge a continuare la guerra. Trump ha citato l'intervista a una giovane donna ucraina che accusa apertamente Zelenskij di sterminare la popolazione maschile del paese: gli uomini ucraini tornano in massa dal fronte mutilati, senza braccia e gambe, finiscono in ospedali psichiatrici o muoiono. E, a scorno del signor Polito, a proposito della possibilità che il conflitto in Ucraina si concluda prima della fine del suo mandato presidenziale, Trump ha detto che «dovrebbe finire presto», anche se «è più difficile accordarsi con Zelenskij che con Putin». Tra l'altro, il presidente USA ha accusato Kiev di inganno, furto e traffico illegale delle armi trasferite: «Biden ha dato loro i missili, e loro li hanno venduti sul mercato».

Ma Zelenskij può permettersi di agire e parlare da quel guitto che è: da Londra a Bruxelles è tutto un fronte a suo sostegno.

Come nota Elizaveta Kalašnikova su Moskovskij Komsomolets, dopo il tour londinese e gli abbracci col re Carlo III e il premier Andy Burnham, ej jefe de la junta ha smesso di fingere di obbedire agli ordini di Trump. Sempre da Londra, scrive PolitNavigator, l'ex capo di stato maggiore dell'esercito britannico, Lord Richard Dannatt, ha esortato a continuare col massimo sostegno all'Ucraina, attraverso la fornitura di armi e aiuti finanziari e, contemporaneamente, rafforzare le proprie capacità di difesa e preparare la popolazione a possibili sconvolgimenti. Non dobbiamo dimenticare, ha detto Dannatt, quasi vergando un rapporto per il Corriere della Sera, che «mentre l'Ucraina lotta per la sua sopravvivenza, per la sua sovranità, per riprendersi parte del suo territorio, sta lottando anche per noi... ed è nel nostro comune interesse europeo continuare a fornire all'Ucraina il massimo sostegno, non solo morale, non solo abbracciandola a Buckingham Palace, ma anche fornendole i soldi, le armi e i missili di cui ha bisogno».

Il 15 ottobre, dunque, nell'intervista al Financial Times, Zelenskij ha annunciato la ripresa degli attacchi contro le raffinerie russe, dopo una pausa di tre giorni osservata su richiesta USA: «il divieto è stato revocato. Ne abbiamo avuto abbastanza» e ha posto la condizione per cui Kiev potrebbe astenersi dal colpire gli impianti energetici russi, solo in cambio di altri “Patriot”.

The Wall Street Journal osserva che Trump «è irritato dall'uso da parte ucraina delle risorse statunitensi per colpire le esportazioni energetiche russe, che a suo avviso possono danneggiare i consumatori americani». Per cui, alla domanda sulla ragione dell'inasprimento dei rapporti da parte di Zelenskij, nota Kalašnikova, ci sono diverse risposte: in primo luogo, a Londra, come altre volte in passato, si è assicurato il sostegno britannico. In secondo luogo, Zelenskij è ancora in attesa delle elezioni di metà mandato e immagina forse che i Democratici le vinceranno e si affretteranno immediatamente a rovesciare il malvagio Trump. Oppure, dopo le elezioni di metà mandato, il leader americano cambierà improvvisamente rotta.

Anche il politologo americanista Dmitrij Drobnitskij, su Ukraina.ru, osserva che a Zelenskij viene perdonato tutto, dal momento che è lo speaker della cosiddetta “Europa libera", specialmente ora che l'intera corrente liberale mainstream è contro Trump: solo in apparenza è Zelenskij a parlare a Trump da Kiev; in realtà, gli equilibri di potere sono profondamente squilibrati. Zelenskij è il portavoce della "Europa libera", dice il politologo; è stato villano con Trump, ma non è stata Ursula von der Leyen a parlare, bensì Zelenskij stesso e perciò lo si può scusare: combatte contro i russi. Non si tratta solo di un conflitto tra Zelenskij e Trump, ma del fallimento del tentativo dell'Occidente di "riorganizzarsi" sotto la presidenza Trump.

Per parte sua, intanto UE e NATO si stanno davvero organizzando, ma per la guerra diretta contro la Russia. Al Forum sulla sicurezza, svoltosi a Varsavia il 12 e 13 ottobre scorsi, il generale USA Alexus Grynkewich, Comandante supremo delle forze armate NATO in Europa, ha detto che in caso di scontro con la Russia, la NATO cercherà di rendere vano qualsiasi attacco contro i paesi dell'alleanza: «Se qualcuno sarà così folle da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l'attacco e impediremo al nemico di raggiungere i suoi obiettivi; faremo in modo che qualsiasi attacco contro un nostro alleato sia completamente vano. Chiamo questa la mia "teoria della vittoria"... Respingeremo l'attacco iniziale. Se l'attacco dovesse proseguire, lo fermeremo e impediremo l'avanzata del nemico. E, se necessario, sconfiggeremo le forze nemiche e il sistema operativo di conduzione delle operazioni... Le forze di terra non agiranno isolatamente. Le nostre aeronautica e marina, in collaborazione con le forze spaziali e cibernetiche, garantiranno la superiorità aerea e navale e concentreranno un attacco massiccio sul campo di battaglia. Dopo questo blocco iniziale, respingeremo qualsiasi azione offensiva nemica». E ne pare convinto.

Da Mosca, il professor Dmitrij Danilov, del MGIMO, ha detto che le dichiarazioni di Grynkewich costituiscono una strategia dalle conseguenze di vasta portata ed è improbabile che tale linea d'azione venga interrotta: «C'è molta inerzia nella pianificazione politico-militare e della difesa» afferma Danilov; «anche un cambio di élite politica nei principali Paesi europei non significa generalmente che i piani ora adottati vengano modificati in alcun modo, tanto meno sospesi... Tale inerzia, influenzerà in ogni caso gli atteggiamenti delle nuove forze politiche in Europa e nella comunità euro-atlantica». La Russia, pertanto, dovrà sviluppare contromisure, che «non possono essere legate esclusivamente ai piani difensivi... La logica del confronto militare, soprattutto nel contesto di un'escalation del conflitto ucraino, impone la ricerca di contromisure».

Peraltro, come nota sarcasticamente Zakhar Vinogradov su Ukraina.ru, il Forum di Varsavia andrebbe più correttamente definito "Forum sulla preparazione alla guerra con la Russia", dato che ha definito la tempistica per l'inizio di una guerra, le risorse necessarie e ha formulato le tattiche delle azioni di guerra, elencate nella "Teoria della Vittoria" di Grynkewich. La strategia della NATO si basa sull'esperienza delle operazioni in Ucraina e fissa il 2029 come limite per la prontezza operativa. Si prospetta che Moskva avrà bisogno di circa 5-8 anni dopo lo scoppio di operazioni militari su larga scala in Ucraina per riorganizzare e riarmare completamente il proprio esercito e accumulare riserve sufficienti.

La "Teoria della Vittoria" si basa su una base tecnologica fondamentalmente nuova: il dispiegamento di reti di droni autonomi, l'integrazione dell'intelligenza artificiale per il puntamento istantaneo e nuovi sistemi di difesa aerea a più livelli. La ristrutturazione degli appalti per la difesa, l'acquisto di milioni di droni a basso costo e l'integrazione di piattaforme digitali di comando e controllo delle truppe negli eserciti di tutti i paesi NATO deve esser completata per il 2029. Operativamente, in una prima fase si prevede di arrestare o rallentare drasticamente l'avanzata delle unità russe, senza ingaggiare un prolungato combattimento ravvicinato; il tutto, tramite una rete di migliaia di sensori di ricognizione, satelliti, droni a basso costo e sistemi senza pilota usa e getta. La seconda fase prevede la distruzione dei sistemi di comando e comunicazione russi: invece di attacchi frontali contro veicoli blindati, si lanciano attacchi contro componenti critici, quali posti di comando, nodi di comunicazione, reti di supporto informatico, adottando attacchi missilistici cinetici ad alta precisione e attacchi digitali su larga scala. Solo nella terza fase, la NATO passa alla classica soppressione delle forze rimanenti, impiegando una potenza di fuoco pesante, che comprende aerei da combattimento, artiglieria missilistica a lungo raggio e unità meccanizzate pesanti. Nella “teoria della vittoria”, un ruolo sinergico è assegnato ai caccia F-35 e ai sistemi senza pilota: nei piani NATO, i droni non sono più una risorsa di supporto, ma sono al centro delle operazioni militari, così che si prevede di schierare una rete passante di droni a basso costo e monouso, piattaforme robotiche terrestri e sensori, dalla Finlandia al mar Nero.

Il punto centrale è che, per attuare tali piani, i paesi NATO devono allineare le proprie industrie a questi obiettivi ed è stato stabilito che l'Europa investirà circa 19 miliardi di euro in tecnologie per droni entro il 2029. L'Agenzia europea per la difesa (EDA) ha individuato oltre 200 aziende europee che producono droni e sistemi anti-drone e queste dovranno esser riunite in un'unica rete che, attraverso investimenti mirati, si possano incrementare i volumi di produzione del 140% in tempi brevi. Come ha affermato Andrius-Merlino-Kubilius – quello secondo cui «tra cinque anni, o forse anche prima, la Russia attaccherà un paese europeo, o forse più di uno» - uno dei compiti prioritari è «copiare il sistema di produzione ucraino in Europa». A tal fine, è stata creata un'associazione industriale permanente di aziende e start-up europee e ucraine del settore della difesa e, come sappiamo, in Italia c'è chi si sta portando avanti col lavoro, assumendo”specialisti” nazi-golpisti. La produzione localizzata (ad esempio, l'accordo tra il gruppo statale polacco PGZ e l'ucraina TAF Industries) consente la produzione di droni su scala industriale in stabilimenti sicuri in paesi UE.

In tutta questa storia, ironizza Vinogradov, c'è però una stranezza, che i russi sintetizzano col detto: "Sulla carta sembrava tutto pianeggiante, ma si sono dimenticati dei burroni". Innanzitutto, la Russia è perfettamente consapevole dei piani NATO di trasformare l'Europa in un vasto campo militare anti-russo ed è costretta a prepararsi a questa guerra. In secondo luogo, i generali NATO non vedono il quadro generale: l'opinione pubblica nei paesi UE e NATO sta cambiando, nonostante la propaganda anti-russa e l'isteria bellica. Ma, ci permettiamo di aggiungere, le élite dei paesi UE e NATO stanno provvedendo non da ora a cercare di “indirizzare per il verso giusto” le opinioni pubbliche e i nuovi “ministeri della propaganda e della censura” ne sono chiaro esempio. Le cancellerie europee hanno urgente bisogno di convincerci che sia la Russia che si prepara ad “attaccare l'Europa” e le canaglie dei media bellicisti fanno un lavoro ben retribuito.

 

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INSS: Israele e la nuova dottrina di sicurezza tra guerra preventiva e distacco dagli USA

 

Un'analisi firmata dall'ex capo dell'intelligence militare israeliana Tamir Hayman, pubblicata dall'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) di Tel Aviv, individua nella guerra preventiva il cardine della sicurezza di Israele, definendo gli accordi di pace con i Paesi arabi come strumenti puramente temporanei e prefigurando una progressiva e inevitabile separazione dagli Stati Uniti.

Nel saggio, Hayman illustra dieci principi guida della dottrina strategica del Paese, collocando la guerra come lo "stato fondante" dell'identità nazionale. Secondo l'autore, il conflitto non può essere sostituito da uno stato di pace permanente, che viene considerato un mezzo e non un fine; di conseguenza, l'attacco preventivo e l'impiego della sorpresa strategica rappresentano l'unica via per garantire la vittoria, assegnando priorità all'offensiva rispetto alla difesa passiva. Questo approccio ha trovato applicazione pratica nel coinvolgimento di Israele su molteplici fronti regionali e nelle operazioni militari condotte contro l'Iran.

L'analisi descrive gli Stati Uniti come una potenza in declino, attraversata da trasformazioni socio-politiche destinate ad allontanarla da Tel Aviv. Di fronte alla progressiva erosione del sostegno pubblico americano, in particolare nell'elettorato democratico, l'analisi sottolinea la necessità per Israele di ridurre la dipendenza da Washington. Un ridimensionamento dei legami viene definito non solo inevitabile, ma essenziale per tutelare la resilienza dell'identità ebraica dello Stato, ritenuta incompatibile con i valori del progressismo statunitense. Nell'impostazione di Hayman, il carattere ebraico della nazione mantiene infatti la precedenza sui principi del sistema democratico e sull'uguaglianza dei diritti.

Sul piano diplomatico, il documento considera irraggiungibili accordi di pace strutturali con i vicini regionali, declassando le intese con i Governi arabi a meri espedienti tecnici. Tale visione si fonda sulla lettura delle nazioni circostanti non come Stati nazionali consolidati, bensì come aggregati tribali ed etnici; in questa prospettiva, la frammentazione politica dei Paesi limitrofi viene individuata come una condizione favorevole per la stabilità di Israele.

Infine, la dottrina assegna una funzione militare e strategica diretta alla presenza dei residenti israeliani nei territori oltre la linea d'armistizio, considerati come un avamposto di difesa della nazione. L'espansione degli insediamenti viene indicata come uno strumento centrale per la sicurezza, prefigurando per la popolazione palestinese un modello basato su forme di autogoverno locale e diritti di residenza circoscritti.

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Maduro respinge le accuse di Washington: «Sono false»

Nicolás Maduro non arretra e respinge tutte le accuse formulate dalla giustizia statunitense. Il legittimo presidente venezuelano in carica e la moglie Cilia Flores sono comparsi il 15 ottobre davanti al giudice Alvin Hellerstein, presso il tribunale federale di New York, per rispondere a nuovi capi d’imputazione relativi alla presunta cospirazione per commettere torture. «Queste sono accuse false contro di me», ha dichiarato Maduro davanti al giudice, ribadendo poi di respingere integralmente l’atto d’accusa. Flores ha affermato a sua volta: «Sono completamente innocente». Le nuove contestazioni, presentate dalla Procura l’8 ottobre, si aggiungono alle precedenti accuse di narcotraffico e possesso di ordigni distruttivi.

La difesa considera questa evoluzione una manovra per mantenere in piedi un procedimento segnato da gravi problemi giuridici. Non è un dettaglio secondario che l’accusa abbia dovuto abbandonare il riferimento al cosiddetto ‘Cartel de los Soles’ come organizzazione diretta da Maduro, una delle principali argomentazioni utilizzate da Washington nella campagna contro Caracas, caduta perché infondata. Il punto centrale resta però la legittimità stessa dell’intero processo. Maduro e Flores sono stati sequestrati il 3 gennaio, durante l’aggressione militare statunitense contro il Venezuela, che ha provocato oltre cento morti tra civili e militari e un numero analogo di feriti. Trasferiti con la forza negli Stati Uniti e detenuti a Brooklyn, contestano la legalità della loro cattura e la competenza dei tribunali statunitensi.

Maduro si è definito un «prigioniero di guerra» e invoca l’immunità spettantegli in quanto capo di Stato in carica. Anche la situazione di Cilia Flores solleva interrogativi. Il giudice Hellerstein ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dai suoi legali, nonostante le preoccupazioni per le sue condizioni di salute, i problemi cardiaci denunciati dalla difesa e una perdita di peso superiore agli undici chilogrammi durante la detenzione. La motivazione del magistrato è un presunto rischio di fuga. A complicare ulteriormente la vicenda sono le contestazioni dei legali sulle restrizioni imposte al finanziamento della difesa da parte del governo venezuelano, considerate una violazione del diritto a un’adeguata assistenza legale. Il processo è stato rinviato al 14 giugno 2027, mentre una nuova udienza è fissata per il 17 dicembre, quando saranno esaminate le richieste della difesa di archiviare il caso.

Nel frattempo, le manifestazioni di solidarietà organizzate davanti al tribunale di Manhattan testimoniano come la vicenda abbia ormai superato i confini di un procedimento penale, diventando una protesta contro la tracotanza dell’imperialismo statunitense. Il caso Maduro-Flores si inserisce nella più ampia offensiva statunitense contro la sovranità della Repubblica Bolivariana.

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La guerra invocata in Parlamento (ed esaltata dai media)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

15 ottobre. La vomitevole sceneggiata di un canagliesco “gentlemen agreement”, da parte di individui che, continuando a definirsi “di sinistra” senza aver idea di cosa voglia dire e irridendo a ogni presupposto di classe, applaudono in parlamento all'intervento della presidente del consiglio, fotografa, purtroppo, l'obbrobrio di una “politica” fatta di abbracci e sorrisi “interpartitici” sulla pelle di lavoratori, pensionati, masse popolari. Dimostrando come le apparenti divisioni “politiche” non passino affatto per la salvaguardia degli interessi di classi contrapposte, ma seguano un percorso condiviso al servizio del profitto capitalistico, il furfantesco spettacolo andato in scena al Senato è stato diligentemente esaltato dai media bellicisti che, nel sostegno governativo ai nazigolpisti di Kiev, hanno trovato un'ulteriore occasione, da un lato, per plaudire ai farabutti che invocano più armi alla junta ucraina e, dall'altro, per bacchettare il presidente yankee, sentendosi le spalle coperte dalla “politica” delle buone maniere, ansiosa di mostrare il proprio apprezzamento anche ai fascisti.

Così, anche senza scadere nei miasmi dei torquemadisti pannelliani de Linkiesta, che accusano chi non ha apprezzato «le frasi della premier sull’Ucraina» su un fantomatico «ritorno di un imperialismo di stampo sovietico», qualunque cosa voglia dire, ecco che il signor Alessandro De Angelis, su La Stampa, si lancia in una omelia sul «sostegno a Kiev» che, sostiene, «non è un atto di carità, ma una questione fondamentale di valori, per quel che rappresenta la resistenza di un popolo oppresso, e di sicurezza. Lì si difendono i nostri confini». Giullare euroguerrafondaio, che si genuflette alla fascista di governo lacrimando che «l’Europa che rinuncia a Kiev è declamazione priva di una responsabilità. Significa assecondare il disegno di Trump e di Putin sulla pelle di un popolo che lotta per la libertà». La “libertà” di esser mandato al macello o di fare la fame, schiavizzato da una regime nazigolpista sostenuto da UE e NATO. Quindi, commozione sul Corriere della Sera per le parole della presidente del consiglio, secondo cui sarebbe rischioso il “diesel deal” annunciato da Trump e «il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le bombe continuano a cadere». Come fanno del resto i droni di Kiev che fanno vittime nella regione di Belgorod: ma, su ciò, silenzio; mentre è ineguagliabile il pathos del fogliaccio milanese per il finale, allorché «all’applauso, scrosciante, della maggioranza, si unisce quello di cinque senatori PD». Quale lirismo da parte della signora Monica Guerzoni, nel comunicare ai lettori che gli applausi «arrivano da Calenda, Renzi, Casini, Scalfarotto, Sensi, Rojc, Verini, Zampa, Delrio. Senatori di Azione, tutta Italia Viva e riformisti del Pd». Banditi, strumenti consapevoli di una “politica” baci e abbracci, a far da spalla agli affamatori delle masse.

E mentre in Italia fascisti e pro-fascisti si spellavano le mani, il diretto interessato, Vladimir Zelenskij era a Londra a elemosinare gli aiuti britannici, dichiarandosi “offeso” e tradito personalmente da Trump perché l'esercito ucraino aveva perso l'accesso ai satelliti Starlink, prodotto dalla SpaceX di Elon Musk, ma gestito dal governo statunitense, sollevando dubbi sul sostegno a lungo termine degli Stati Uniti a Kiev. Su Moskovskij Komsomolets, Andrej Jašlavskij racconta che, a Londra, Zelenskij ha accusato Trump di esser passato al nemico e The Guardian commenta che il nazigolpista-capo rischia di danneggiare le relazioni con Washington, già tese a causa dell'accordo sul diesel. Quindi, incontrando Zelenskij, il premier Andy Burnham ha assicurato che il sostegno britannico all'Ucraina sarebbe rimasto invariato e ha anzi promesso di sveltire la consegna di missili leggeri multiruolo britannici. Stando a The Guardian, Musk avrebbe affermato che la decisione di disattivare Starlink non è stata sua: il sistema non è concesso in licenza direttamente a clienti che utilizzano armi e l'esercito ucraino era collegato alla rete Starshield, gestita dal governo USA: «I sistemi Starshield sono di proprietà e controllati dal governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limitazione di velocità o di utilizzo è determinata dall'esercito statunitense e, in ultima analisi, dal presidente», ha detto Musk.

Secondo media USA, in seguito alle dure critiche di Zelenskij al “diesel deal", Pentagono e Dipartimento di Stato hanno avvertito che la condivisione di informazioni di intelligence e la vendita di armi all'Ucraina, finanziate dagli alleati europei, potrebbero cessare. Parlando alla radio americana NPR, lo stesso Zelenskij ha detto che Washington valuta la possibilità di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence a causa degli attacchi ucraini contro impianti energetici russi. Trump, però, ha dichiarato che gli Stati Uniti continuano a condividere informazioni di intelligence con gli ucraini. Dunque?Anche il ministro degli esteri golpista Andrej Sibiga, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Varsavia, ha detto che l'Ucraina continua a ricevere informazioni di intelligence dagli Stati Uniti e l'impossibilità di rilevare minacce missilistiche balistiche sarebbe dovuta alla specifica tipologia di armamenti utilizzati dalla Russia. Il consigliere di Zelenskij, Serghej Beskrestnov ha scritto che SpaceX ha limitato la velocità di Starlink per l'esercito ucraino e ciò ha portato all'interruzione di alcune operazioni pianificate da Kiev. Con fare da gradasso, il solito ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski minaccia Musk: «Ehi, pezzo grosso, usi di nuovo i tuoi prodotti per scopi politici?». Ma è chiaro che Musk non avrebbe fatto una cosa del genere senza l'approvazione di Donald Trump.

Quindi, si interroga Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda, tutto ciò solleva la domanda principale: cosa vuole dimostrare Zelenskij provocando apertamente Trump e ignorando i suoi appelli a non attaccare le raffinerie russe? Crede forse di poter costringere il Presidente USA ad agire secondo i desideri di Kiev e Bruxelles? La risposta è che Zelenskij ne è convinto, e gli alleati di Kiev in Europa e Canada lo incoraggiano in ogni modo: vedi Meloni, Casini, Scalfarotto, Sensi, Delrio & Co. Così che, ancora Sibiga, da Varsavia, può vantarsi che, nei rapporti con Trump, Kiev «In meno di due anni, siamo passati da “non avete carte” a “non giocate le vostre carte”. Carte vincenti. E ora, a quanto pare, implora Zelenskij: "Non attaccate i miei interessi con le vostre carte"». Sibiga si sente forte degli incoraggiamenti di Sikorski: «L'Ucraina attacca raffinerie e data center, e ottiene risultati» e anche di quelli dell'omologo tedesco Johann Wadephul: «non è il momento di allentare le sanzioni, ma di rafforzarle». È una «questione fondamentale di valori, per quel che rappresenta la resistenza di un popolo oppresso, e di sicurezza. Lì si difendono i nostri confini» fa eco La Stampa: i confini UE-NATO che devono arrivare, come minimo, agli Urali; dopo si vedrà.

La American Thinker avverte che se Zelenskij, con il sostegno degli europei, ignorasse Trump, la UE «potrebbe trovarsi in una pericolosa situazione di confronto con gli USA a causa dei suoi legami con l'Ucraina. Oltre alla sua ossessione di trascinare la Russia in guerra, l'Europa potrebbe trovarsi di fronte a un'efficace alleanza tra Stati Uniti e Russia». L'accordo sul gasolio raggiunto da Trump, scrive la rivista, è più di una semplice transazione commerciale, nonostante i prezzi dei futures sul gasolio siano crollati del 5% durante la notte: ancor più importante, contribuisce a migliorare le relazioni diplomatiche tra Washington e Moskva, in un momento in cui ciò è particolarmente cruciale. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un alleato tra le grandi potenze; troppi ex alleati cercano di sfruttare la situazione in Ucraina per coalizzarsi contro di loro. Ma i “gentlemen” italo-guerrafondai applaudono a una fascista che dubita dell'efficacia del “deal”, «mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le bombe continuano a cadere». Cadono, sì: non da una sola parte del fronte.

E, per lo scorno dei devoti del verbo europeista, “politico” e mediatico, secondo i quali la guerra «fino alla vittoria» di Kiev è l'unica strada per difendere i “valori occidentali”, ecco che una delle più accanite russofobe della Rada ucraina, la deputata Mar'jana Bezuglaja - all'inizio del conflitto, aveva proposto di concedere agli ufficiali ucraini il diritto di giustiziare senza processo i soldati che si rifiutassero di obbedire agli ordini – afferma ora che Trump intende costringere Kiev alla capitolazione entro i prossimi 20 giorni, prima delle elezioni di midterm e, dice, «non mi sorprenderei se, invece di fornirci informazioni sugli attacchi russi, iniziasse a fornirle ai russi».

Un'altra deputata, espulsa a suo tempo dalla frazione “Servo del popolo”, Anna Skorokhod, si spinge a dire – ascoltate, furfanti che applaudite ai fascisti – che mentre il popolo ucraino muore al fronte e soffre la fame nelle retrovie, il regime di Kiev trae profitto dallo spargimento di sangue: «ricevo video orribili che mostrano l'illegalità e il caos degli arruolatori dei distretti militari. Un'anziana è stata spintonata, riportando la frattura di una gamba e di un braccio e una commozione cerebrale. Nessuna responsabilità. Un uomo nudo è stato spinto in un furgone in mezzo alla strada – nessuna responsabilità. Mobilitare una persona con problemi mentali – nessuna responsabilità. Quanto durerà ancora tutto questo?!... Non c'è acqua, non c'è elettricità, non c'è niente... Non abbiamo missili di difesa aerea. Possiamo ringraziare la nostra grande abilità nel litigare con tutti i nostri vicini, a prescindere dal fatto che ci sostengano o meno. Le nostre infrastrutture sono distrutte, abbiamo vittime civili ogni giorno, la nostra industria è distrutta, le nostre attività commerciali sono distrutte... La guerra deve finire. Per alcuni è un grande affare. Ma, se la guerra non finisce, ci aspettano caos e devastazione, nient'altro».

Ma la guerra deve andare avanti, proclamano media, fascisti e pro-fascisti. E anche nipoti di nazisti teutonici; così, il ministro della guerra Boris Pistorius ha esortato i tedeschi a non avere paura della guerra, dato che questa paura, dice, viene alimentata appositamente in Germania: «La paura della guerra viene alimentata deliberatamente con l'aiuto di Putin e AfD». Ora, osserva il vice direttore di Moskovskij Komsomolets, Vadim Poegli, nelle due guerre mondiali sono morti quasi dieci milioni di tedeschi: non è forse sufficiente per temere la guerra? È davvero necessario coinvolgere Putin? Ma, Pistorius ha elogiato lo stato della Bundeswehr, attribuendole un voto di otto su dieci. A suo dire, sebbene parte della società tedesca non comprenda ancora la portata del riarmo, la cosa principale è che la Russia sia a conoscenza del rafforzamento delle forze armate tedesche; e ne abbia paura, par di capire. Ogni famiglia russa ricorda la terribile guerra, dice Poegli, durante la quale i tedeschi uccisero il doppio dei nostri civili rispetto ai nostri soldati. Ma oggi vediamo come la Germania, quale membro della NATO, si sia nuovamente avvicinata ai confini della Russia. E abbia iniziato a sostenere il regime di Kiev politicamente, finanziariamente, diplomaticamente e attraverso l'informazione: un regime che non fa mistero del suo amore per la Wehrmacht e le SS e ne adotta apertamente i simboli. E ora il ministro della difesa tedesco invita i tedeschi a non temere la guerra. La Germania si sente forte e si sta preparando di nuovo alla guerra.

A quanto pare, Pistorius è in discreta compagnia: la criminale alleanza di un tempo sta riemergendo tra le canaglie belliciste, al di qua e al di là delle Alpi, eredi di due regimi massacratori di decine di milioni di persone, affiancate oggi da nullità “politiche” reazionarie ed esaltate da furfanti di media avvezzi da sempre a genuflettersi agli imperi degli stermini.

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La guerra sporca di Meta contro Lula: algoritmi truccati e censura per favorire l'estrema destra


di Fabrizio Verde

Mentre in Europa si continua a cianciare di ingerenze e propaganda russa senza presentare alcuna prova, come ha fatto Andy Burnham riguardo il referendum sulla Brexit venendo sconfessato da MI5 e l’ex premier Boris Johnson, ci sono ingerenze provate e reali effettuate da USA e vassalli, ma che alle nostre latitudini vengono ignorate volutamente. 

Basta spostare lo sguardo verso il Sud America per trovare l’implementazione concreta di tali manovre. In Brasile, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha dovuto ordinare al suo partito di denunciare ufficialmente la società Meta (Facebook, WhatsApp e Instagram) davanti all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Le accuse non sono teorie del complotto, ma anomalie digitali documentate. La campagna di Lula ha rilevato una vera e propria discriminazione algoritmica sui social network. I contenuti legati al presidente e ai suoi alleati subiscono restrizioni inspiegabili, mentre i post di Flavio Bolsonaro e dei suoi fiancheggiatori godono di una distribuzione artificiale e sproporzionata. 

Il caso più eclatante riguarda il deputato Nikolas Ferreira (Partito Liberale). Pur avendo circa 22 milioni di follower su Instagram, i suoi video raggiungono regolarmente i 40 milioni di visualizzazioni, superando celebrità di calibro mondiale. I legali di Lula hanno fatto notare come un suo video abbia totalizzato oltre 56 milioni di visualizzazioni su Instagram, fermandosi a meno di 400 mila su TikTok, una discrepanza che ha costretto la campagna a rivolgersi al Tribunale Superiore Elettorale per chiedere trasparenza. A questo si aggiunge il comportamento della Meta AI su WhatsApp, che si rifiuta di generare immagini di campagna per Lula citando restrizioni della legge elettorale, ma accetta tranquillamente le stesse richieste per Bolsonaro.

Dietro questa cortina di fumo digitale si muove una rete transnazionale che ha un nome e un cognome: Fernando Cerimedo. Il consulente argentino, figura chiave nelle strategie digitali dell'estrema destra latinoamericana, è attualmente in carcere a La Paz, in Bolivia. Le indagini boliviane hanno smantellato una sua "bot farm" e scoperto una rete di corruzione, riciclaggio di denaro e un tentato femminicidio ai danni della sua ex compagna, Nadia Beller. 

È proprio dalle rivelazioni della Beller che emerge il legame diretto tra le manipolazioni elettorali in Brasile e i piani alti della tecnologia globale. L'ex partner di Cerimedo ha raccontato come l'uomo vantasse un accesso privilegiato e diretto ai vertici di Meta. 

"Quello che hanno fatto con Meta è da manuale. Hanno ottimi contatti... mi ha manifestato più di tre volte che aveva relazioni molto buone con Meta e poteva far cancellare o ripristinare qualsiasi pagina", ha raccontato la Beller. 

Secondo la sua testimonianza, la riduzione della visibilità dei contenuti progressisti in Brasile non è un errore tecnico, ma una strategia precisa. "Non ho il minimo dubbio che il suo gruppo sia intervenuto per togliergli visibilità", ha affermato, riferendosi alle limitazioni subite da Lula. Cerimedo, che ha ammesso pubblicamente di usare troll generati dall'intelligenza artificiale per manipolare gli algoritmi, non agiva da solo. 

La sua rete di contatti lo lega a doppio filo all'entourage di Donald Trump. Le foto lo ritraggono insieme a Donald Trump Jr., al magnate del petrolio Tim Dunn e a Brad Parscale, il guru digitale che ha guidato le campagne del tycoon. Cerimedo si presentava come il rappresentante latinoamericano delle società di Parscale, integrando l'analisi dell'opinione pubblica in tempo reale con l'esecuzione pratica delle campagne di guerra sporca. 

Come ha analizzato la giornalista Emilia Trabucco, non siamo di fronte al semplice marketing elettorale di un tempo. Le milizie digitali, le società di sicurezza private e i vecchi apparati di intelligence si sono fusi con le nuove capacità di manipolazione algoritmica. "La possibilità di influenzare un'elezione non richiede la modifica fisica di un'urna; può operare molto prima, sulle condizioni materiali in cui milioni di persone ricevono informazioni, identificano le minacce, formano le proprie preferenze e, in definitiva, decidono", ha spiegato Trabucco.

La cosa più inquietante di questa vicenda è la protezione istituzionale di cui godono questi operatori. Quando la giustizia boliviana ha iniziato a fare sul serio, arrestando Cerimedo e sequestrando le sue infrastrutture, il governo degli Stati Uniti è intervenuto per coprire le spalle al proprio alleato. Il Dipartimento di Stato ha sanzionato il procuratore generale boliviano Roger Mariaca e la giudice che aveva firmato l'ordine di cattura, accusandoli di corruzione e legami con il narcotraffico senza presentare alcuna prova. Il regime boliviano guidato da Rodrigo Paz ha poi tratto in arresto Roger Mariaca, il quale ha denunciato pericoli per la sua stessa vita nel centro di detenzione dove è stato rinchiuso.

"Mentre tutto questo viene indagato, il governo di Donald Trump revoca il visto al Procuratore Generale della Bolivia e lo accusa di narcotraffico senza presentare, fino a questo momento, alcuna denuncia o prova", ha denunciato la Beller, sottolineando come le sanzioni USA servano a proteggere una struttura politica internazionale legata a loschi affari nel settore energetico e minerario boliviano.

Quello a cui stiamo assistendo è l'implementazione della Dottrina Monroe 2.0. Non c'è più bisogno di inviare truppe o finanziare colpi di Stato tradizionali. Basta controllare gli algoritmi, inondare la rete di disinformazione e proteggere le proprie milizie digitali per portare al potere élite neoliberiste asservite a Washington. Il risultato finale è sempre lo stesso: smantellare la sovranità dei popoli, cancellare le politiche sociali e saccheggiare le risorse naturali del continente, lasciando dietro di sé solo macerie sociali e regimi che di democratico non hanno nulla.

 

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Hong Kong a Fuoco  di Laura Ruggeri

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In Hong Kong a fuoco, Laura Ruggeri analizza le proteste scoppiate nella città asiatica dal 1997. L'autrice le inquadra non come moti spontanei, ma come "rivoluzioni colorate" eterodirette. Il dissenso locale viene svelato come un'arma del soft power americano nella guerra ibrida contro la Cina. Unendo osservazione diretta e rigore documentale, il saggio offre una solida e avvincente contro-narrazione. Il libro diventa così uno strumento prezioso per decodificare dinamiche geopolitiche simili in tutto il mondo.

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