Reading view
Trafigura Buys Seven Oil Tankers From SFL as Shipping Costs Rise
Von der Leyen Offers Extra Year on EU Methane Rules as Energy Costs Bite
The European Commission is preparing to give fossil-fuel exporters another year of flexibility under the EU’s methane regime as Brussels responds to high energy prices, pressure on European refineries and concerns over security of supply.
European Commission President Ursula von der Leyen has announced an additional year of flexibility for energy exporters facing new EU methane requirements, marking the latest adjustment to climate legislation as Brussels attempts to contain rising energy costs.
Addressing the European Parliament in Strasbourg on Tuesday, von der Leyen said Europe remained exposed to high energy prices and volatile international fossil-fuel markets and confirmed that exporters would receive “one more year” to prepare for the methane rules.
She also announced a strategic dialogue with the European refining sector aimed at reducing costs and protecting supplies, according to the Commission’s published remarks.
The announcement affects a regulation that has increasingly become an energy-security issue rather than solely an emissions policy.
The EU’s Methane Regulation, adopted in 2024, introduced progressively stricter requirements for companies supplying oil, natural gas and coal to the European market. Importers have already been required to provide information about the origin of fuel and the systems used to measure and reduce methane emissions.
A more demanding stage was due from January 2027. Importers would have to demonstrate that fuel supplied under contracts concluded or renewed since August 2024 came from producers operating monitoring, reporting and verification systems equivalent to EU standards.
The rules are technically complex because European importers do not always buy directly from producers. Gas and oil may pass through traders, hubs, blending systems and several contractual relationships before reaching Europe.
The Commission’s own guidance for importers acknowledges those difficulties, particularly where companies must trace production information through complicated supply chains.
EU Today highlighted the problem in July, when an International Energy Agency assessment raised concerns that the rules could restrict Europe’s available oil supply. The dispute has since intensified because European fuel markets have become considerably tighter.
That pressure can also be seen in the cost of imported energy. EU Today reported last month that the value of EU petroleum imports had risen by 55.8 per cent in the second quarter of 2026 even though the physical volume purchased increased by only 1.2 per cent.
Von der Leyen’s intervention therefore comes against a different market background from the one in which the methane legislation was originally adopted.
The Commission has not abandoned its objective of reducing methane emissions from fossil-fuel production. Methane remains one of the most powerful greenhouse gases, and the regulation is intended to use the size of the European energy market to influence production standards outside the EU.
Instead, Brussels is attempting to adjust implementation so that regulatory requirements do not further restrict supply at a time of elevated energy prices.
The precise legal form of the additional year of flexibility has not yet been detailed in von der Leyen’s announcement. Existing requirements remain contained in Regulation (EU) 2024/1787, meaning that changes to deadlines or enforcement will have to be translated into the appropriate legal or administrative measures.
The Commission had already moved towards greater flexibility earlier this year. In July it issued recommendations designed to clarify contractual arrangements and advised national authorities on the application of penalties to importers while security-of-supply concerns persisted.
The broader problem is European energy competitiveness.
Von der Leyen told Parliament that Brussels intends to begin a strategic dialogue with refineries. European refining capacity has contracted over the longer term, leaving the continent more dependent on imported diesel and other finished petroleum products when individual plants close or external supply routes are disrupted.
The Commission is also expected to propose measures aimed at increasing electricity’s share of European energy consumption as part of its attempt to reduce dependence on imported fossil fuels.
The latest methane adjustment therefore fits a wider shift in Brussels. Climate targets remain formally intact, but implementation is increasingly being examined alongside energy prices, industrial competitiveness and the security of physical supplies.
The extra year gives exporters additional time. It also gives the Commission another year to resolve a question that has become much more urgent in 2026: how far Europe can tighten conditions on imported energy while remaining heavily dependent on those imports.
Lo Yemen non ha ancora nemmeno iniziato
Abbiamo assistito a uno spettacolo da prima serata – in realtà un doppio inganno: il 11 settembre rivisitato su FlyDubai.
Il 30 settembre, termine ultimo per una possibile mossa militare iraniana contro il blocco navale di Trump , è passato senza che l’Iran intervenisse. L’Iran ha mantenuto la sua posizione, senza però sferrare l’attacco decisivo contro la Marina statunitense (che è così lontana) impegnata nel blocco. Ma lo spettacolo deve continuare. Come piano B, abbiamo assistito a uno spettacolo in prima serata, in realtà una doppia farsa: la riedizione dell’11 settembre su FlyDubai.
Questa patetica trovata non è mai stata un “attacco terroristico”; si è trattato di una mediocre operazione psicologica del Mossad, confezionata in modo approssimativo e arricchita da una serie di comparse improbabili, tra cui un idraulico che ha preso i comandi dell’aereo perché lo aveva visto in televisione.
I manipolatori erano il culto della morte in Medio Oriente, gli stessi Emirati Arabi Uniti e Washington. La narrazione ufficiale è per persone con un QI inferiore a 50: un copilota “jihadista” – guarda caso proveniente dall’Oman, perché la demonizzazione lo richiede – tenta di far schiantare un aereo pieno di sionisti. I proverbiali passeggeri eroici – idraulico incluso – lo sopraffanno a mani nude.
Il culto della morte sta facendo di tutto per assolvere gli emiratini da ogni responsabilità. L’attenzione è puntata sul “terrorista” omanita.
Ecco la combinazione perfetta: i musulmani sono e saranno sempre terroristi; il culto della morte è sempre una vittima; e l’Arabia Saudita deve consegnare il “terrorista” al culto della morte.
Un gioco da ragazzi, quindi, per un copilota contrabbandare un coltello nell’aeroporto ultra-sorvegliato di Dubai, a bordo di una delle rotte più sorvegliate del pianeta. E che dire dell’aeronautica militare, fanatica della morte, che non è riuscita a impedire l’atterraggio dell’aereo a Tabuk?
Perché il piano è sempre stato quello di atterrare a Tabuk. Si tratta della più grande base aerea saudita nel nord-ovest, e la più vicina a Israele; la setta della morte ha cercato per anni di ottenerne l’accesso. Ora potrebbero finalmente ottenere tutto: accesso allo spazio aereo saudita, informazioni riservate e altro ancora, grazie alla pressione congiunta di Abu Dhabi e Washington.
Presso Transition Protocol abbiamo appurato che quando il leader della setta della morte si è recato “segretamente” ad Abu Dhabi per incontrare il capo degli Emirati Arabi Uniti, MbZ, in un incontro bilaterale, potrebbe aver incontrato anche persone provenienti da diverse nazioni arabe, tra cui Qatar, Oman, Libia e Marocco.
L’Arabia Saudita ha negato categoricamente di far parte del pacchetto. Lo stesso ha fatto la Giordania. L’Oman compare solo attraverso una fonte israeliana. Non vi è alcuna conferma ufficiale da parte di Qatar, Oman, Marocco o Libia.
Teheran ha comunque reagito con estrema irritazione, avvertendo di “conseguenze molto pericolose”. La determinazione iraniana è chiara: non permettere che quei chihuahua facciano deragliare il processo fondamentale di riduzione al massimo dell’influenza statunitense e israeliana in Medio Oriente.
Islamabad, dal canto suo, continua a perseguire l’impresa sisifea di avanzare a piccoli passi verso un progresso minimo, mediando sia tra Arabia Saudita e Ansarallah, sia tra Stati Uniti e Iran.
Martedì scorso a Doha, il Qatar ha effettivamente consegnato al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi la risposta degli Stati Uniti. Lo scontro sembra riguardare la sequenza degli accordi, piuttosto che i singoli elementi. Il testo, così com’è, è una sorta di versione migliorata del famigerato memorandum d’intesa fallimentare, noto anche come Accordo quadro di Islamabad. Nessuno scommette che il carro morto risorgerà, ancora una volta.
Russia, Iran, Yemen: diamo una lezione a quei bastardi senza pietà.
Ora veniamo al dunque: lo Yemen. E a quale livello di annientamento sono disposti a infliggere a Riyadh i duri di Sana’a. La distruzione degli impianti petroliferi è fin troppo facile: basta un’apertura graduale. Lo Yemen è in preda alla furia. E non si fermeranno davanti a nulla.
Possiamo già osservare una sorprendente convergenza tra la Casa dei Saud, la Marina statunitense al di fuori della Persia e la NATO nel Paese 404: vengono tutti martellati senza pietà. Russia e Iran non hanno ancora iniziato. E parliamo dello Yemen.
All’inizio di questa settimana, Sergey Karaganov lo ha ribadito pubblicamente: lo Stavka russo ha finalmente preso la fatidica decisione di porre fine alle sofferenze dei neonazisti di Kiev. E in una sessione informale di due ore al Valdai, alle porte di Mosca, il Gran Maestro Sergey Lavrov, in totale relax, ha ribadito ancora una volta che la Russia è pronta per la guerra in Europa. E sì, sarà rapida. Senza esclusione di colpi.
Ansarallah e le Forze Armate yemenite attendono che tre fattori si combinino: un’inevitabile Ora Zero che risuoni in tutta l’Asia occidentale; la crescente tensione e l’esplosività degli scontri interni alla famiglia reale e tra le tribù in Arabia Saudita; e il perfetto incastro di tutti i pezzi del puzzle per scatenare la prossima Tempesta Yemenita sull’Arabia Saudita.
Allo stato attuale, Riyadh non riconosce alcun attacco proveniente dallo Yemen, mentre Sana’a annuncia ogni giorno, con precisione svizzera, il numero di raid aerei sauditi sullo Yemen, che prendono di mira mercati, fattorie, case, ponti, infrastrutture idriche, reti di telecomunicazioni: il proverbiale manuale del sindacato Epstein.
L’Iran, dal canto suo, ha già alzato la posta in gioco, colpendo il giacimento di Bu Hasa della ADNOC, a sud-ovest di Abu Dhabi: si tratta di uno dei più grandi giacimenti di petrolio e gas onshore degli Emirati Arabi Uniti, che alimenta lo strategico oleodotto Habshan-Fujairah, l’unica via di esportazione degli Emirati Arabi Uniti che aggira lo Stretto di Hormuz.
Il gasdotto East-West, di proprietà dell’Arabia Saudita, è stato colpito tre settimane fa e bombardato nuovamente dallo Yemen all’inizio di questa settimana, ad Abqaiq.
Colpire ADNOC e Abqaiq quasi simultaneamente potrebbe comportare la perdita di ben 13 milioni di barili di petrolio al giorno dal mercato. Non si ripete mai abbastanza che Iran e Yemen sono un tutt’uno. È questo il tutt’uno che conta, e nessun misero attacco informatico dell’11 settembre potrà cambiare le cose.