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Schifani ha trovato il metodo perfetto per restare al potere in Sicilia

Non è vero che non ha fatto nulla. Che vi pare? Anzi, è come in quella canzone di Fabrizio De André: «Si costerna, si indigna, si impegna». Poi fa finta di gettare la spugna. E infine, rieccolo qua. Renato Schifani, l’uomo-sfinge, imperturbabile a tutto, che in questi quattro anni tutti gli scandali ha vissuto, subito, attraversato: la crema degli uomini che sostengono, consigliano o orbitano attorno al suo governo in qualche caso arrestata, in altri indagata o imputata per corruzione et similia.

L’ultimo è Gaetano Armao, l’avvocatone, già vicepresidente della Regione, presidente della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali e, fino all’altro ieri, consigliere giuridico di Schifani. Per lui la Procura di Palermo ha chiesto l’arresto. Secondo l’accusa, le telecamere della polizia lo avrebbero ripreso mentre riceveva denaro in auto e poi nascondeva buste e mazzette dietro un orologio a pendolo. Armao contesta tutto e promette di dimostrare l’infondatezza delle accuse. E quel pendolo sembrava suonare finalmente l’ora per Schifani. Troppo grave quest’ultimo scandalo. Persino Forza Italia ha detto basta: a tutto c’è un limite, e soprattutto a tutto c’è un congresso, una successione e qualcuno che nel frattempo ha già cominciato a misurare le tende di Palazzo d’Orléans.

Il commissario regionale Nino Minardo ha chiesto una «proposta politica completamente nuova». Traduzione simultanea dal politichese: «Caro Renato, grazie di tutto, per il bis vedremo, ma possibilmente non vedremo te». Schifani l’ha presa bene. Cioè malissimo. Ha annunciato di stare «valutando le decisioni da assumere», ha fatto sapere di essersi sentito tradito, ha avuto una telefonata ad alta temperatura con Antonio Tajani. E ha lasciato filtrare l’arma atomica: le dimissioni immediate, la caduta dell’Assemblea regionale, elezioni già a dicembre, niente Finanziaria e soprattutto niente pensione per i deputati al primo mandato, ai quali mancavano ancora alcuni mesi per raggiungere la mitica soglia dei quattro anni, sei mesi e un giorno. In Sicilia le coalizioni possono litigare su tutto, ma davanti al requisito previdenziale ritrovano immediatamente la Costituzione materiale.

Il Parlamento regionale ama definirsi il più antico d’Europa e certamente non è il più economico. Minacciare di mandarlo a casa prima della maturazione delle pensioni è l’equivalente siciliano del mettere un cerino vicino a un deposito di benzina: improvvisamente tutti diventano ragionevoli, responsabili, istituzionali. Persino affettuosi.

Schifani si sente assediato, circondato da traditori e cortigiani. Parte il penultimatum. Riunioni, telefonate, luci accese a Palazzo nelle ore piccole come negli stati di crisi. Il presidente si scervella, si asciuga la fronte, tace, convoca la Giunta con all’ordine del giorno i «provvedimenti più urgenti».

La Sicilia trattiene il fiato. Dimissioni? Azzeramento? Voto anticipato? La fine della legislatura? L’Armageddon con granita? E infine arriva il grande annuncio. Ma quali dimissioni? Quale azzeramento? Quale voto? La Giunta degli assessori sotto processo – il governo che ha avuto come azionisti politici Salvatore «Totò» Cuffaro e come consulente Armao – se ne esce con l’ennesimo provvedimento anticorruzione. Insomma, non siamo più dalle parti della politica. Siamo entrati nella leggenda.

Ricorda molto il falso storico più celebre della storia di Napoli, il presunto ordine della Marina borbonica noto come «Facite ammuina»: All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio, passann’ tutti p’o stesso pertuso; chi nun tene nient’ a ffà, s’aremeni a cca e a llà. Nota bene: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. A Palazzo d’Orléans funziona allo stesso modo: chi può convochi una Giunta, chi non può organizzi una commemorazione antimafia, qualcun altro inventi un protocollo, tutti pronuncino un severo «mai più». Nota bene: da utilizzare in occasione di indagini di qualche Procura.

Per carità, il disegno di legge approvato dalla Giunta è persino sensato. Prevede un Registro pubblico dei rappresentanti di interessi, un’Agenda degli incontri, l’obbligo di indicare partecipanti, finalità e procedimenti amministrativi interessati. Dovranno essere tracciati anche i contatti sull’ordine di trattazione delle pratiche, sui tempi, sull’assegnazione dei fascicoli, sulla scelta degli istruttori e sulle valutazioni tecniche. Gli obblighi riguarderanno presidente, assessori, consulenti, dirigenti e organismi con funzioni istruttorie o consultive. Praticamente la Giunta ha preso il decreto di perquisizione dell’inchiesta Armao e lo ha trasformato in un programma di governo.

Nelle accuse rivolte all’ex presidente della Cts si parla infatti proprio di rapporti con imprenditori, indicazione di funzionari, corsie preferenziali, informazioni anticipate, tempi delle pratiche e incontri informali. La risposta del governo è: «D’ora in poi scriviamo tutto nell’agenda». Un’ottima idea. Come installare l’allarme antincendio quando il salotto è già pieno di fumo e i pompieri stanno chiedendo dove sia il contatore del gas.

Schifani ha dichiarato che «il risanamento morale delle istituzioni è una responsabilità che la politica deve assumersi». Parole impeccabili. Il problema di Schifani è proprio questo: le parole gli vengono benissimo. Sono i nomi che gli creano qualche difficoltà. Il provvedimento, precisa la Regione, era allo studio da tempo. E può anche essere vero. Ma in politica il calendario conta quasi quanto il contenuto. Se approvi la legge sulla trasparenza il giorno in cui tutti aspettano le tue dimissioni per una sequenza di scandali, stai eseguendo un numero da prestigiatore. La mano destra mostra il Registro dei lobbisti. La sinistra nasconde le dimissioni. Applausi.

Naturalmente vale la presunzione di innocenza. È sacrosanta. Armao non è stato condannato; la misura chiesta dalla Procura deve ancora essere valutata dal giudice e le sue responsabilità sono tutte da accertare. Ma non deve stabilire la colpevolezza penale; deve valutare responsabilità, opportunità, credibilità, permanenza negli incarichi. Il catalogo, del resto, è impressionante.

Il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, è a processo per corruzione, peculato, falso e truffa. L’assessora al Turismo Elvira Amata è imputata per corruzione e continua a sedere in Giunta, respingendo le accuse. Sono entrambi esponenti di Fratelli d’Italia. Il vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura Luca Sammartino è a processo per due presunti casi di corruzione nell’inchiesta Pandora. Nel 2024 si dimise dopo la sospensione dalle funzioni pubbliche; terminata l’interdizione, Schifani lo ha richiamato in Giunta. Roberto Di Mauro, già assessore all’Energia, è coinvolto nell’inchiesta sugli appalti per la rete idrica di Agrigento. Le indagini sono state chiuse e la Procura si preparava a chiedere il processo.

Cuffaro non faceva formalmente parte della Giunta, ma la sua Democrazia Cristiana ne occupava due caselle e il suo peso sulla maggioranza era tutt’altro che metafisico. Nel maggio scorso ha patteggiato tre anni per corruzione e traffico di influenze in una vicenda riguardante sanità e appalti. E poi Armao: ex vicepresidente, ex assessore, ex presidente della Cts e, fino alle perquisizioni, consigliere giuridico di Schifani. Non sono situazioni giuridicamente uguali. Alcuni sono indagati, altri imputati, uno ha patteggiato. È bene distinguere. Ma è proprio la somma politica a impressionare. Per tutti vale la presunzione di innocenza. Comincia invece a essere difficile difendere la presunzione di normalità.

Schifani ha elaborato negli anni una dottrina costituzionale tutta sua: qualunque cosa accada alle persone che ha nominato, confermato o avuto accanto non riguarda mai il governo. L’assessore sotto processo? È una vicenda personale. Il consulente accusato di vendere accessi e favori negli uffici regionali? Non riguarda l’attività dell’esecutivo. Il presidente della commissione che avrebbe interferito sull’assegnazione delle pratiche? La commissione era collegiale. Il partito alleato travolto da un’inchiesta? La responsabilità penale è individuale. Tutto vero, preso singolarmente. Ma quando le vicende personali cominciano a riempire la Giunta, l’Ars, gli assessorati, gli uffici di consulenza e le segreterie politiche, smettono di essere una collezione di coincidenze e assumono un nome antico: classe dirigente.

Il governo Schifani somiglia a un albergo nel quale ogni stanza brucia per ragioni strettamente private. Il proprietario, dalla reception, assicura che l’incendio non riguarda la struttura. E poi distribuisce il regolamento antincendio. Alla fine Schifani non si è dimesso. Non ha azzerato la Giunta. Non ha sciolto nulla. Ha approvato le nomine, gli aiuti contro il caro carburante e il disegno di legge sulla trasparenza. La crisi con Forza Italia è stata rinviata al vertice romano con Tajani e Minardo. Non risolta: rinviata. Che è l’attività amministrativa nella quale la Regione Siciliana vanta la maggiore esperienza.

Schifani, in realtà, ha scoperto una forma estrema di potere: non la capacità di vincere, ma quella di far perdere tutti. Se si dimette, cadono i deputati, salta la manovra, si vota in fretta, si interrompono carriere, incarichi e soprattutto conteggi previdenziali. Se resta, costringe il suo partito a negoziare con un presidente che non vuole più ricandidare ma che non può accompagnare serenamente all’uscita. È la deterrenza nucleare applicata a Palazzo d’Orléans: «Io non sopravvivo, ma voi venite con me». E così il governatore che sembrava finito è ancora lì. Ferito, delegittimato, forse senza prospettiva per il 2027, ma ancora presidente. Ha agitato le dimissioni non per andarsene, ma per ricordare agli altri quanto costerebbe mandarlo via.

Il pendolo, dunque, non segnava l’ora dell’addio. Nello studio di Armao, secondo l’accusa, nascondeva le buste. A Palazzo d’Orléans nasconde la decisione. Oscilla da «sto valutando» a «andiamo avanti», dalle dimissioni alla trasparenza, dalla crisi al comunicato stampa. È il tempo dell’ammuina: tutti cambiano posto, così nessuno deve cambiare mestiere.

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