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Foreign Affairs - L’asse della resistenza agli USA diventa una rete geopolitica globale

Per decenni, uno dei principali vantaggi geopolitici degli Stati Uniti è stato rappresentato dalla loro rete globale di alleanze, basi militari e accordi di cooperazione. Un sistema che ha permesso a Washington di proiettare la propria potenza su scala mondiale, condividendo informazioni d’intelligence, tecnologie e capacità militari con partner/vassalli distribuiti in Europa, Medio Oriente e Asia. Oggi, tuttavia, questo vantaggio non appare più così incontrastato.

Come osserva Foreign Affairs, Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno trasformando le loro relazioni bilaterali in una rete di cooperazione sempre più articolata, capace di rafforzare ciascun membro e di ridurre l’efficacia delle pressioni statunitensi.

La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo. Teheran ha fornito a Mosca droni, Pyongyang munizioni, missili balistici e truppe, mentre Pechino ha garantito alla Russia un importante sostegno economico e tecnologico, attraverso l’acquisto di petrolio e la fornitura di componenti indispensabili alla produzione militare. In cambio, Mosca ha condiviso tecnologie ed esperienze maturate sul campo di battaglia, contribuendo a migliorare le capacità militari dei propri partner.

La novità è che questa collaborazione non si limita più a sostenere la Russia nella guerra per procura mossa dall’Occidente collettivo contro Mosca. Le conoscenze acquisite in Ucraina circolano all’interno della rete, alimentando l’evoluzione di droni, sistemi di navigazione e tattiche operative. Un processo che potrebbe avere conseguenze dirette anche in Medio Oriente, dove l’Iran beneficia del sostegno tecnologico e informativo di Mosca e Pechino.

Secondo la ricostruzione di Foreign Affairs, la Cina avrebbe fornito immagini satellitari utili a individuare obiettivi militari statunitensi, mentre la Russia avrebbe condiviso informazioni d’intelligence con Teheran, contribuendo alla precisione degli attacchi contro installazioni USA e alleate. Entrambe le potenze, tuttavia, hanno evitato di entrare direttamente in guerra contro Washington. La loro strategia consiste nel rafforzare le capacità iraniane senza assumersi i rischi di uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti.

È proprio questa flessibilità a rendere più difficile contrastare la cooperazione tra i quattro Paesi. Non serve che tutti combattano sullo stesso fronte: il sostegno diplomatico, economico, tecnologico e militare può produrre effetti strategici rilevanti anche senza un intervento diretto.

Nel frattempo, Washington rischia di compromettere uno dei suoi principali punti di forza. Le pressioni esercitate sugli alleati, le politiche protezionistiche e l’approccio dell’amministrazione Trump hanno alimentato tensioni con partner tradizionali. Alcuni governi si sono mostrati riluttanti a sostenere le operazioni statunitensi, mentre altri hanno negato, almeno temporaneamente, specifiche forme di accesso militare.

Il paradosso è evidente: mentre Russia, Cina, Iran e Corea del Nord imparano a mettere in comune le proprie risorse per resistere alle sanzioni e alle pressioni occidentali, gli Stati Uniti rischiano di indebolire la coesione della rete internazionale sulla quale hanno costruito la propria superiorità.

La cooperazione tra questi quattro Paesi, inoltre, produce vantaggi che vanno oltre il teatro di guerra nel quale si sviluppa. Le difficoltà USA in Medio Oriente, per esempio, hanno imposto lo spostamento di importanti risorse militari dall’Indo-Pacifico, creando maggiori margini di manovra per la Cina. Allo stesso modo, le conseguenze economiche dei conflitti possono offrire nuove opportunità alla Russia, anche attraverso l'aumento dei prezzi energetici e le temporanee modifiche alle restrizioni sul suo petrolio.

Non si tratta, dunque, soltanto di un’alleanza contro gli Stati Uniti, ma di un sistema di relazioni che consente ai suoi membri di compensare le rispettive debolezze e sfruttare le difficoltà dell’avversario. La capacità di trasformare risorse nazionali separate in una forza collettiva sta diventando un elemento decisivo della competizione internazionale.

Il punto centrale è che la superiorità militare ed economica USA non garantisce automaticamente la vittoria strategica. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse considerevoli e di una rete di alleanze molto più estesa. Ma la loro efficacia dipende dalla capacità di mantenere la fiducia dei partner e di coordinare le rispettive forze.

La sfida che emerge è quindi più profonda di un semplice confronto tra potenze. È una competizione tra reti geopolitiche, nella quale contano non soltanto le risorse disponibili, ma anche la capacità di condividerle, adattarsi e sostenersi reciprocamente. E mentre Washington continua a fare affidamento sulla propria superiorità tradizionale, i suoi avversari stanno imparando a trasformare la cooperazione in uno strumento concreto per ridimensionarla. In un mondo sempre più multipolare questo è un aspetto fondamentale.

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La rabbia esplode in Francia: Macron raccoglie i frutti delle sue politiche

Le immagini delle città francesi devastate il 17 ottobre sono impressionanti: municipi danneggiati, edifici pubblici assaltati, scontri con la polizia e saccheggi. Ma fermarsi alla condanna delle violenze, senza interrogarsi sulle cause profonde della crisi, significa limitarsi alla superficie di un problema che investe ormai l'intero sistema politico francese. Il caos che attraversa la Francia non nasce dal nulla. È il sintomo di una società lacerata da anni di politiche neoliberiste, austerità, precarizzazione del lavoro e progressivo smantellamento delle tutele sociali. Un modello che ha concentrato ricchezza e opportunità, scaricando sulle classi popolari il costo delle proprie contraddizioni, mentre il potere politico si è mostrato sempre più distante dai bisogni reali della popolazione, come confermato dalle politiche guerrafondaie nei confronti della Russia che colpiscono i popoli europei. Emmanuel Macron incarna questa deriva.

Presentatosi come il volto della modernizzazione, ha portato avanti un'agenda economica favorevole agli interessi del capitale, indebolendo le protezioni sociali e trattando il dissenso come un problema di ordine pubblico. Dalle mobilitazioni dei gilet gialli alle proteste contro la riforma delle pensioni, la risposta del suo governo ha mostrato ripetutamente i limiti di un sistema incapace di ricostruire il consenso attraverso il confronto sociale. Quando le tensioni esplodono nelle periferie e nelle strade, il potere si rifugia nella retorica dell'autorità, invoca il ripristino dell'ordine e promette misure di sicurezza. Ma l'ordine pubblico non può diventare il paravento dietro cui nascondere il fallimento delle politiche economiche e sociali. Né la repressione può sostituire una strategia capace di affrontare le disuguaglianze, l'esclusione e l'assenza di prospettive che alimentano la rabbia. Questo non significa giustificare devastazioni, saccheggi o aggressioni.

Significa, piuttosto, rifiutare l'ipocrisia di chi condanna le conseguenze ignorando le responsabilità politiche che hanno contribuito a creare il terreno sul quale prospera il conflitto sociale. Difendere le istituzioni democratiche richiede anche di restituire loro credibilità, renderle davvero tali garantendo diritti, servizi pubblici e dignità a chi si sente abbandonato. Il governo Macron, invece, è intrappolato nelle contraddizioni del proprio modello. Da una parte, rivendica la necessità di uno Stato forte quando si tratta di reprimere il dissenso o procedere al riarmo; dall'altra, persegue una visione economica che riduce il ruolo dello Stato nella protezione sociale e subordina le politiche pubbliche alle esigenze del mercato. La crisi francese è dunque anche una crisi del neoliberismo europeo: un sistema che promette prosperità, ma produce insicurezza; celebra la libertà economica, ma restringe gli spazi di partecipazione popolare; invoca la responsabilità individuale, mentre sottrae a intere fasce della società gli strumenti per costruire il proprio futuro.

Macron può tentare di guadagnare tempo e presentare la questione come una semplice emergenza di sicurezza. Ma le contraddizioni che attraversano la Francia non scompariranno con qualche dichiarazione solenne o con un rafforzamento dell'apparato repressivo. Finché le istituzioni continueranno a difendere un modello economico che sacrifica la coesione sociale sull'altare del mercato, il malessere resterà. La vera emergenza francese non è soltanto il disordine nelle strade: è un sistema politico ed economico che ha progressivamente eroso le proprie basi sociali. E nessuna operazione di polizia potrà risolvere una crisi che nasce dall’avidità delle classi dominanti.

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