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Ricina, ipotesi movente sentimentale? Gianni Di Vita ammette la relazione con una donna: il marito di lei incontrò Antonella Di Ielsi

Una relazione extraconiugale rimasta nascosta per anni, un matrimonio in crisi e un incontro avvenuto il giorno prima della data ritenuta più probabile per l’avvelenamento. Sono gli elementi che si inseriscono nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, uccise dalla ricina a Pietracatella, in Molise. Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, secondo quanto riportano Corriere e Repubblica, avrebbe ammesso agli investigatori di aver avuto una relazione con un’amica di vecchia data, anche lei sposata.

La donna e il marito, tecnico di laboratorio all’istituto agrario di Riccia (tra gli istituti sottoposti a ispezione informatica), sono finiti così al centro degli approfondimenti investigativi. Ma il possibile legame tra la relazione e la morte delle due donne resta, allo stato, un’ipotesi: non ci sono conferme che consentano di attribuire alla vicenda sentimentale un ruolo nel duplice omicidio. Secondo quanto emerso, Di Vita avrebbe inizialmente taciuto la relazione, per poi ammetterla dopo diverse audizioni. Anche la donna avrebbe confermato il rapporto durante un confronto in Questura durato quasi sei ore.

Il marito della donna avrebbe incontrato Antonella il 22 dicembre nello studio di Campobasso che la donna divideva con il marito: era il giorno prima della data indicata come la più probabile per l’avvelenamento. Tra i due ci sarebbero stati anche scambi di messaggi nei giorni in cui Antonella si sentiva male.

È su questo intreccio di rapporti personali che si concentra una delle piste seguite dagli investigatori. Fonti vicine all’inchiesta indicano quella passionale come la più attendibile, ma il movente non è stato accertato. Resta inoltre da chiarire se il bersaglio fosse Antonella e se la figlia sia stata colpita intenzionalmente. Le indiscrezioni secondo cui Sara avrebbe scoperto qualcosa circolate in questi giorni non hanno, al momento, conferme.

Il messaggio del 2018 e la crisi coniugale

La pista sentimentale aveva cominciato a prendere consistenza a giugno, quando dall’analisi del cellulare di Antonella sarebbe emerso un messaggio WhatsApp del 2018. La donna chiedeva a un’amica aiuto per trovare un avvocato divorzista. Convocata dagli investigatori, l’amica non avrebbe inizialmente confermato la circostanza; in seguito è stata indagata per false comunicazioni e favoreggiamento. È l’unica persona che risulta indagata nell’ambito degli approfondimenti collegati alla vicenda, mentre il fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico resta a carico di ignoti.

La relazione di Di Vita con l’insegnante sarebbe emersa progressivamente, insieme alle voci sulla crisi del matrimonio. L’uomo ha confermato di aver tradito la moglie e ha fatto il nome della donna quando gli investigatori glielo hanno chiesto direttamente. Lei si sarebbe presentata inizialmente in Questura accompagnata dal marito, prima che gli investigatori decidessero di mettere a confronto i due. Il quadro dei rapporti personali si intreccia ora con un altro filone, quello delle ricerche online sulla ricina, su cui la Procura di Larino ha disposto nuove verifiche.

I computer delle scuole e le ricerche sulla ricina

Nel decreto che dispone gli accertamenti si fa riferimento a navigazioni e interrogazioni su piattaforme web ritenute di interesse investigativo, con ricerche riguardanti “veleno”, “ricina” e termini analoghi. Gli investigatori intendono cercare nei dati acquisiti eventuali tracce di queste attività, comprese navigazioni attraverso Tor, deep web e dark web. Se dovessero emergere elementi utili, sarà necessario datarli e tentare di stabilire chi utilizzasse il computer o la rete in quel momento.

A complicare il quadro c’è il furto, avvenuto a marzo, di sette computer dal liceo di Casacalenda. Almeno due sarebbero stati prelevati da un’aula durante l’orario scolastico, gli altri da una seconda aula. L’episodio era stato denunciato ai carabinieri. La coincidenza temporale con le fasi dell’indagine è oggetto di attenzione, ma non dimostra da sola un collegamento con le morti.

Il fronte digitale comprende anche alcune conversazioni apparse su Reddit tra giugno 2025 e gennaio scorso, nelle quali utenti avrebbero discusso di come procurarsi veleni ad azione rapida, citando anche la ricina, e descritto la lavorazione dei semi del ricino. La polizia giudiziaria attende dall’Fbi un rapporto sull’origine degli indirizzi IP da cui sarebbero partite le ricerche. Anche in questo caso, l’eventuale rilevanza dei contenuti dovrà essere verificata.

Gli esami scientifici ancora attesi

Dopo che l’autopsia ha certificato l’intossicazione acuta da ricina, restano da conoscere gli esiti conclusivi degli accertamenti affidati agli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino. Le analisi riguardano i campioni biologici, gli alimenti sequestrati e i reperti raccolti durante il sopralluogo del 30 luglio nell’abitazione di Pietracatella, dove furono repertati 131 campioni.

Non tutti gli alimenti consumati in casa tra il 23 e il 27 dicembre sono però disponibili: alcuni avanzi sarebbero finiti nell’organico raccolto dal servizio porta a porta. Il sindaco Antonio Tomassone ha ricordato che il ritiro avvenne sabato 27 dicembre, dopo il rinvio dovuto alla festività del 26. Sara sarebbe morta poche ore dopo il passaggio del mezzo, Antonella la mattina seguente.

Di Vita, in un’intervista dal cimitero dove riposano moglie e figlia, ha dichiarato di non aver mai creduto che qualcuno volesse uccidere lui, Antonella o Sara. La procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha invece definito l’avvelenamento accidentale “la più improbabile di tutte” le ipotesi.

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Un 88enne uccide la moglie malata a colpi di pistola e poi si suicida a Roma

Un colpo di pistola contro la moglie, poi l’arma rivolta contro se stesso. È la prima ricostruzione di quanto accaduto in un appartamento di via dei Colli Portuensi, a Roma, dove un uomo di 88 anni avrebbe ucciso la moglie per poi togliersi la vita con la stessa pistola.

A dare l’allarme è stato il figlio della coppia. Quando gli agenti sono arrivati nell’abitazione, per i due anziani non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti gli uomini del commissariato San Paolo e la polizia scientifica, impegnati nei rilievi e negli accertamenti necessari a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.

Restano da chiarire le ragioni del gesto. Secondo le prime informazioni, la donna era malata, una circostanza che potrebbe essere approfondita dagli investigatori nel tentativo di comprendere quanto accaduto. Al momento, tuttavia, non sono emersi elementi sufficienti per stabilire che cosa abbia spinto l’uomo a compiere il gesto.

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Pierina Buffon, da incidente stradale a femminicidio: l’ipotesi dello schianto volontario dopo la denuncia per stalking

Da omicidio stradale, da subito sospetto, a femminicidio. Cambia l’ipotesi di reato per Fulvio Ielmini, 73 anni, indagato per la morte dell’ex compagna Pierina Buffon, 69 anni, deceduta giovedì scorso in uno scontro frontale sulla tangenziale di Cassano Magnago, nel Varesotto. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe provocato volontariamente l’impatto con la Jaguar che guidava, invadendo la corsia opposta proprio mentre sopraggiungeva l’utilitaria della donna. La Procura di Busto Arsizio ha disposto una perquisizione nella sua abitazione. Ielmini è ricoverato e piantonato all’ospedale di Varese, dove era stato trasportato dopo l’incidente.

La nuova contestazione arriva al termine dei primi accertamenti su una vicenda che, fin dall’inizio, aveva sollevato interrogativi. In un primo momento non era stata esclusa l’ipotesi di un incidente provocato da un malore. Ora gli inquirenti ipotizzano che lo schianto possa essere stato volontario. Saranno gli accertamenti investigativi a chiarire che cosa sia successo sulla tangenziale e quali fossero le intenzioni dell’uomo.

La separazione e la denuncia di luglio

Buffon e Ielmini avevano avuto una relazione durata otto anni, conclusa a giugno per volontà di Pierina Buffon. Secondo i familiari e la legale della donna, l’ex compagno non avrebbe accettato la fine del rapporto. La famiglia ha riferito di minacce, litigi e pedinamenti, mentre a fine luglio era stata presentata una denuncia all’autorità giudiziaria per presunti comportamenti persecutori.

L’avvocata Cinzia Botta, che assisteva la vittima, aveva confermato che la vicenda era già stata segnalata. “A fine luglio avevamo già denunciato all’autorità giudiziaria i comportamenti del signor Ielmini”, aveva spiegato, aggiungendo che proprio nei giorni precedenti alla morte di Buffon era in preparazione una memoria da depositare in Procura, affinché fosse definito il titolo di reato a carico dell’uomo.

Dopo la morte della madre, i figli hanno riferito agli inquirenti gli elementi in loro possesso e chiesto che vengano ricostruiti anche i fatti delle settimane precedenti allo schianto. “È stata inseguita dal suo ex che si è fatto giustizia da solo. È stata aspettata e anche seguita, come dimostrano i video che ho in tasca”, aveva dichiarato al Tg3 uno dei figli della donna.

Gli accertamenti sulla dinamica

La mattina di sabato 17 ottobre, gli agenti della polizia locale di Cassano Magnago hanno effettuato nuovi rilievi per ricostruire nel dettaglio l’incidente. Secondo la ricostruzione riportata, la Jaguar guidata da Ielmini avrebbe invaso la corsia opposta mentre arrivava l’auto di Buffon. Per la donna i soccorritori non hanno potuto fare altro che constatare il decesso sul posto; l’uomo è rimasto ferito e deve essere sottoposto a un intervento chirurgico alla gamba sinistra.

Nei prossimi giorni sono attesi l’autopsia e una consulenza cinematica, esami ritenuti fondamentali per chiarire la dinamica dello scontro e verificare l’ipotesi accusatoria. Anche la difesa richiama la necessità di accertamenti. L’avvocato Angelo Luini aveva sottolineato che il suo assistito si trovava in stato confusionale e che era prioritario stabilirne le condizioni mentali: “Fondamentale, in questo momento, è stabilire le condizioni mentali del mio assistito”. La famiglia chiede che venga fatta piena luce sulla vicenda. “I figli della signora Buffon vogliono arrivare in fondo alla vicenda e chiedono la verità sull’accaduto”, ha dichiarato l’avvocata Botta.

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Nomi e indirizzi dei presunti responsabili delle violenze a Milano su Instagram: minaccia o provocazione? “Qualcuno ci è cascato”

La guerriglia urbana che sabato 17 ottobre ha devastato il centro di Milano lascia strascichi anche sui social network. Dopo gli scontri, le vetrine infrante, i negozi saccheggiati e gli incendi che hanno segnato il pomeriggio della città, online sono comparsi messaggi di minaccia rivolti a persone accusate di aver partecipato alle violenze. Tra questi, un contenuto pubblicato dalla pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, che conta oltre 20mila follower, nel quale si annuncia l’intenzione di rintracciare alcuni presunti responsabili, coinvolgendo anche le loro famiglie.

“Molti sappiamo chi sono, nome, cognome e indirizzo, Vi prenderemo uno per uno a partire dai genitori per proseguire con voi”: è il passaggio più esplicito del messaggio, accompagnato da insulti rivolti a persone con cognomi stranieri accusate di aver distrutto Milano. La pagina ha inoltre pubblicato un elenco di nomi, cognomi e indirizzi, invitando gli utenti a contribuire ad ampliarlo.

La vicenda non si limita alla diffusione dei nominativi. In una storia successiva, la stessa pagina ha chiamato in causa i quartieri di Affori e Comasina, con un messaggio che invita a raggiungere alcune persone per affrontarle. Nel testo si fa riferimento anche al possibile arrivo della polizia e si aggiunge: “Quindi niente armi, niente lame, bastano le mani in caso di difesa“. Successivamente sulla stessa storia è comparso anche un contrordine e la frase su ronde mai evocate: “… Compagni era tutto finito. Nomi compresi eppure qualcuno ci è cascato in pieno contribuendo a diffondere una storia senza verificare nulla. Un ringraziamento speciale alle pagine con cui collaboriamo quotidianamente che si sono esposte. Alla prossima polemica, compagni”

Le parole pubblicate delineano un clima di intimidazione ma anche quello della provocazione e della polemica sotto forma di minacce o presunte tali che si inserisce nella tensione seguita agli scontri di sabato. Nel centro di Milano, la manifestazione nata per protestare contro il caro vita e il costo dei carburanti era stata travolta dall’azione di gruppi di giovanissimi, con sassaiole, bombe carta, lanci di bottiglie e pietre, vetrine distrutte e arredi urbani incendiati. Il bilancio provvisorio parla di circa sessanta fermati, più della metà minorenni, e almeno 25 feriti, nessuno in gravi condizioni.

Le prime ricostruzioni degli episodi hanno descritto una composizione eterogenea dei gruppi coinvolti, con giovani di origine straniera e italiani arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province. Le etichette utilizzate nel dibattito pubblico, tuttavia, non bastano a definire le responsabilità individuali né a identificare automaticamente chi abbia preso parte alle devastazioni.

È in questo contesto che la pubblicazione online di nomi e indirizzi e gli inviti a raggiungere persone in specifici quartieri assumono un significato ulteriore. Alle violenze nelle strade si aggiunge il rischio che le accuse diffuse sui social alimentino iniziative di ritorsione al di fuori di qualsiasi accertamento delle responsabilità. O servano come esca per innescare polemiche ulteriori.

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Milano dopo la guerriglia urbana: vetrine in frantumi e danni. Una sessantina di fermati di cui la metà ragazzini e 25 feriti

Milano si risveglia lentamente, mentre la città prova a cancellare i segni della guerriglia urbana che sabato 17 ottobre ha trasformato il centro in un campo di battaglia. Le strade sono state ripulite, i tavolini dei bar tornano al loro posto e qualcuno si adopera per rialzare transenne e biciclette rovesciate. Ma le vetrine sfondate, i negozi saccheggiati e gli arredi bruciati raccontano ancora una giornata di violenza che, almeno nelle dimensioni raggiunte, nessuno sembrava aspettarsi.

Il bilancio è ancora provvisorio. Sono circa sessanta i giovani fermati, più della metà minorenni, mentre i feriti sono almeno 25, nessuno in gravi condizioni. Tra loro figurano anche appartenenti alle forze dell’ordine, una decina secondo una prima ricostruzione, mentre altri resoconti riferiscono di almeno quattro agenti feriti. Le cifre definitive sono attese nelle prossime ore, ma il quadro restituisce già la portata degli scontri: una città investita per tutto il pomeriggio da una violenza che ha rapidamente travolto la manifestazione contro il caro vita e il costo dei carburanti.

Da corteo contro il carovita a guerriglia urbana

La protesta era nata per denunciare l’aumento del costo della vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. La manifestazione principale, organizzata da Italia in piazza, è stata però progressivamente oscurata dall’azione di gruppi di giovanissimi che si sono mossi in modo frammentato, senza un coordinamento riconoscibile e in piccoli nuclei. Secondo la ricostruzione della polizia, centinaia di ragazzi sono arrivati dalle periferie milanesi, dall’hinterland e anche da altre province. Tra loro giovani di origine straniera e italiani, molti con il volto coperto. La protesta ha così cambiato natura, lasciando spazio a sassaiole, bombe carta, lanci di bottiglie e pietre, transenne utilizzate come ostacoli e cestini dei rifiuti incendiati.

Le prime cariche di alleggerimento, iniziate in via Broletto, hanno innescato una sequenza di inseguimenti e arretramenti tra le forze dell’ordine in assetto antisommossa e i manifestanti. La polizia ha dovuto ripiegare in attesa di rinforzi, mentre gli scontri si allargavano a diverse zone del centro.

Piazza Duomo sotto assedio

Il simbolo della giornata resta piazza Duomo, occupata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero. Sotto il lancio di bombe carta, bottiglie e transenne, gli agenti sono stati costretti ad arretrare. La piazza è diventata teatro degli scontri, fino alle immagini delle fiamme e dei turisti che continuavano a scattare fotografie e selfie anche mentre intorno si consumava la guerriglia.

Per contenere la situazione, la polizia ha circondato l’area con una ventina di mezzi, tra cellulari e jeep del reparto mobile. Ma il gruppo iniziale si è disperso in diversi rivoli, riproponendo lo stesso copione in altri punti della città: lacrimogeni, pietre lanciate contro le forze dell’ordine, vetrine distrutte e arredi urbani dati alle fiamme. Anche in serata la tensione non era del tutto rientrata: un gruppo ha circondato una volante della polizia, prima di essere bloccato e fermato.

I danni più evidenti alle attività commerciali si concentrano lungo corso Vittorio Emanuele II, una delle principali strade dello shopping, e in via Mazzini. La conta è ancora in corso: alle vetrine infrante si aggiungono i negozi saccheggiati, i tavolini divelti e i cestini bruciati. Un inventario ancora incompleto, destinato a restituire nelle prossime ore una misura più precisa delle conseguenze materiali della giornata.

I feriti e i fermati

Negli ospedali sono stati medicati almeno 25 feriti. Nessuno risulta grave, ma tra le persone coinvolte ci sono giovani manifestanti e agenti. Una ragazza ha riportato una ferita alla testa, mentre altri ragazzi sono rimasti in ospedale per accertamenti. Anche sui volti di alcuni poliziotti sono rimasti i segni degli scontri.

Il numero dei fermati, attualmente intorno alla sessantina, potrebbe aumentare. La metà, secondo le prime informazioni, è minorenne. Un dato che contribuisce a definire il profilo di una giornata in cui la violenza è stata esercitata soprattutto da giovanissimi.

Nei resoconti della giornata ricorrono etichette come “maranza” e “giovani di seconda generazione”. Ma queste definizioni, da sole, non spiegano chi fossero i partecipanti né le ragioni della loro presenza. I cognomi italiani tra quelli dei fermati testimoniano, del resto, una composizione che non si lascia ricondurre a una sola origine. Secondo la ricostruzione riportata, molti dei ragazzi che hanno devastato il centro vivono tra Milano e il suo hinterland.

La differenza rispetto alle devastazioni del primo maggio 2015, durante le proteste contro Expo, è evidente anche nel racconto degli episodi: allora la città era stata messa a ferro e fuoco da gruppi organizzati, mentre questa volta a emergere è stata l’azione di nuclei di giovani che si sono mossi senza un coordinamento apparente.

La città riparte, ma la ferita resta

Già dalla sera di sabato, alcuni cittadini si sono messi al lavoro per sistemare quello che era stato rovesciato. Tavolini rotti da spostare, transenne da rialzare, biciclette da rimuovere dalle strade: piccoli interventi che hanno accompagnato il tentativo di restituire al centro il suo volto abituale. Domenica mattina i tavolini dei bar erano di nuovo pronti ad accogliere i clienti e i turisti.

La normalità, però, non cancella le domande lasciate dagli scontri. Per il sindaco Giuseppe Sala, le ragioni della protesta erano comprensibili, ma “le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili”. Il primo cittadino ha invitato la politica a scegliere se strumentalizzare quanto accaduto per ottenere consenso oppure affrontare con saggezza un momento storico difficile.

La condanna del governo è stata altrettanto netta. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che manifestare è un diritto, ma che “mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è»” chiedendo alle opposizioni di non essere ambigue.

Le polemica sulle minacce dopo gli scontri

Alla violenza nelle strade si è aggiunta quella delle minacce online o presunte tali, perché a un certo punto l’autore dei post parla di “polemica” e ringrazia chi ci è cascato. La pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, seguita da oltre 20mila persone, ha pubblicato un messaggio intimidatorio rivolto ai giovani accusati di aver distrutto Milano. Nel testo si afferma che alcuni utenti conoscerebbero nomi, cognomi e indirizzi dei presunti responsabili e si minaccia di andare a cercarli, coinvolgendo anche i loro genitori.

La pagina ha inoltre diffuso un elenco di nominativi e indirizzi, invitando altri utenti a contribuire. In una storia successiva è stato lanciato un appello a recarsi nei quartieri di Affori e Comasina per affrontare alcune persone, con un riferimento alla possibile presenza della polizia e all’uso delle mani in caso di difesa. Successivamente sulla stessa storia è comparso anche un contrordine e la frase su ronde mai evocate: “… Compagni era tutto finito. Nomi compresi eppure qualcuno ci è cascato in pieno contribuendo a diffondere una storia senza verificare nulla. Un ringraziamento speciale alle pagine con cui collaboriamo quotidianamente che si sono esposte. Alla prossima polemica, compagni”.

Sono messaggi che aprono un ulteriore fronte di tensione, oltre quello dei danni materiali e delle responsabilità per gli scontri, ma anche quello della provocazione e della polemica sotto forma di minacce. Mentre la città torna lentamente alla normalità e attende il bilancio definitivo di feriti, fermi e devastazioni, resta il rischio che la rabbia della giornata si trasformi in nuove intimidazioni. Milano si rimette a lucido, come già accaduto dopo altre giornate difficili. Ma questa volta, dietro le vetrine da riparare e le strade ripulite, rimane una domanda più difficile da archiviare: come una manifestazione contro il carovita sia potuta diventare, nel giro di poche ore, una guerriglia capace di travolgere il centro della città.

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