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La caduta di Dobropolie ridisegna gli equilibri sul fronte del Donbass

Il 16 ottobre le forze russe hanno liberato Dobropolie, città strategica del Donbass la cui caduta, come evidenzia Mosca, apre la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'operazione un evento significativo nel corso dell'operazione militare speciale. In un'intervista a RT, il tenente colonnello Ivan Debitski, responsabile della pianificazione e della direzione dell'attacco, ha illustrato le difficoltà e le soluzioni tattiche che hanno permesso alle truppe russe di raggiungere l'obiettivo.

«Il nemico non se lo aspettava, e questo ci ha favorito», ha spiegato l'ufficiale, sintetizzando il ruolo della sorpresa nell'operazione. L'avanzata ha richiesto l'impiego coordinato di diversi sistemi d'arma, dall'artiglieria tradizionale ai razzi, fino ai droni utilizzati per colpire singoli obiettivi e colonne di mezzi corazzati. Particolarmente insidiosi si sono rivelati i droni predisposti lungo le strade, pronti a intervenire al passaggio dei veicoli militari ucraini.

La conformazione del territorio ha rappresentato uno degli ostacoli principali. Dobropolie sorge infatti su un'altura, posizione che garantiva alle forze ucraine un vantaggio nell'individuazione delle postazioni russe. Per ridurre l'esposizione al fuoco nemico, i militari russi hanno dovuto nascondere gli armamenti nelle aree boschive, operando in un contesto reso ancora più difficile dalla sorveglianza costante delle posizioni avversarie. Un aiuto importante è arrivato dalle condizioni meteorologiche. Nebbia, pioggia, nuvole basse e vento forte hanno favorito i movimenti delle truppe, limitando la visibilità.

«Queste sono ormai le nostre condizioni normali, quelle favorevoli», ha osservato Debitski. La conquista della città, tuttavia, non significa che i combattimenti siano completamente terminati. Secondo l'ufficiale, alcune unità ucraine isolate continuano a resistere all'interno di Dobropolie, anche se Mosca considera ormai raggiunto l'obiettivo principale dell'operazione. La caduta della città rappresenta un nuovo passaggio nella battaglia per il controllo del Donbass, dove la liberazione dei centri abitati e delle posizioni dominanti può modificare gli equilibri sul terreno.

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Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

 
 
 
 
 
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E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

 
 
 
 
 
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Molinari e lo spettro della "guerra ibrida" russa dietro le proteste (VIDEO)


Il giornalista Maurizio Molinari a La7 tocca nuove, inarrivabili vette di distorsione della realtà, scivolando apertamente nella promozione di teorie del complotto. Senza fornire la minima prova a sostegno delle sue tesi, l'ex direttore de La Repubblica e La Stampa, ha rilanciato la sempiterna narrazione delle "ingerenze russe" nelle proteste, nel palese tentativo di delegittimare il dissenso democratico come manovra straniera frutto di "guerra ibrida".

Nel suo sforzo di dare una parvenza di credibilità a questa tesi, Molinari ha persino richiamato recenti dichiarazioni del primo ministro britannico, Andy Burnham, riguardo una fantomatica ingerenza russa nel referendum per la Brexit. Un’affermazione clamorosamente smentita: sia l’ex premier Boris Johnson che il capo dell’MI5 hanno già chiarito in modo inequivocabile l’assenza di prove di un tale impatto sul voto, smontando alla radice questa retorica allarmistica.

Quando il giornalismo mainstream non ha più argomenti per contrastare le ragioni di chi scende in piazza, ricorre allo spettro del nemico esterno e della "guerra ibrida". 

Guardate il video e giudicate voi stessi: fino a dove si può spingere la propaganda mainstream?

 
 
 
 
 
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Canada: la Calgary Opera censura un artista per la sua solidarietà con la Palestina (VIDEO)

Vergogna in Canada. La Calgary Opera ha estromesso il basso-baritono Gabriel Sanchez-Ortega dalle future rappresentazioni della Tosca dopo che, durante il saluto finale della serata di apertura, ha sventolato una bandiera palestinese in solidarietà a un popolo vittima del terrorismo sionista. 

Sanchez-Ortega, giovane talento al primo anno del programma di sviluppo artistico della compagnia, ha visto il suo momento di gloria trasformarsi in un licenziamento. La direzione ha rilasciato un comunicato sterile, definendo il gesto "non autorizzato" e lamentando il "disagio" causato al pubblico e allo staff, annunciando freddamente che il ruolo di Angelotti sarà affidato a un altro artista. 

Ma l’arte è politica. Pretendere che gli artisti restino in silenzio di fronte alle atrocità del mondo significa snaturare la cultura stessa, riducendola a mero intrattenimento di regime. Punire un cantante per aver espresso il proprio sostegno al popolo palestinese, che sta subendo un genocidio, non è tutela della "civiltà", come ipocritamente afferma il comunicato, ma un atto di censura codarda contro chi ha il coraggio di alzare la voce contro l'ingiustizia. 

Il gesto di Sanchez-Ortega, che fa eco a episodi simili di resistenza artistica, risuona molto più forte di qualsiasi silenzio imposto. La lotta per la libertà, la verità e la dignità umana passa anche dai palcoscenici di tutto il mondo. 

 
 
 
 
 
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Le “democrazie” europeiste e la “guerra ibrida” della Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


20 ottobre. Certo che qualcuno si aspetterebbe un po' di fantasia, anche solo una minima dose di putrido eclettismo, quel tanto per inscenare un “pensiero” diverso, o quantomeno fantasioso. Invece no: quando la direttiva è quella della guerra alla Russia, ogni occasione è buona per cercare di inculcare nell'opinione pubblica la leggenda della “mano di Mosca”, responsabile della nebbia in Valpadana e della penuria di tartufi nelle Langhe. Quando poi la crisi assume aspetti che chiamano direttamente in causa le politiche affamatrici decretate da governi parafascisti agli ordini della finanza e dell'industria di guerra, allora non ci si dà più neppure la pena di salvaguardare le apparenze del “popolo sovrano”, come ha dimostrato, con fare inquisitorio degno di un editto da ancien régime, il ministro italico della guerra Guido Crosetto.

Quando poi tocca ai media guerrafondai delineare le “linee d'azione” su cui indirizzare le coscienze, si ripropone l'ormai esausto gioco delle parti, volto comunque a un unico, medesimo obiettivo: mettere sull'attenti contro la “mano di Mosca”.

Così, in una divisione dei compiti dettata dall'unica necessità di attrarre lettori geograficamente distanti, ma accomunati dal fiero dovere di difendere i “valori liberal-europeisti” - che a questo si riducono ormai i lettori dei fogliacci padronal-militaristi – la torinese La Stampa e il milanese “Corriere della Sera” mostrano approcci “diversi”, arrivando però a una medesima conclusione: la “mano di Mosca”.

Su La Stampa, in relazione alle manifestazioni di piazza, senz'altro qualificate come «violenze», si parte dalle parole del presidente della repubblica che, alla maniera dell'oracolo di Delfi, «evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa». Non sia mai, che qualcuno immagini si possa scendere in piazza contro un governo che “lavora per il bene degli italiani”: è chiaro che, dall'esterno – o meglio: dall'estero – una mano oscura briga per distorcere le coscienze dagli “alti valori” del sostegno a Kiev. Dunque, scrivono gli articolisti, i signori Ilario Lombardi e Ugo Magri, «Zero giustificazioni per violenze “inaccettabili” e vandalismi» da parte di Mattarella, che, però, al tempo stesso avverte «delle anomalie, aspetti della protesta che non sono chiari. Vi sono, avverte, “interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”... Va elaborata, aggiunge, “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”». Chi sarebbero? Ce lo dicono, scrive La Stampa, nientepopodimeno che il ministero della Difesa – sì: il ministero della guerra; quello che decide cosa debbano pensare le masse riguardo alle armi ai nazigolpisti di Kiev – e anche i «partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa».

Ecco fatto: la “mano di Mosca”; «non c’è nulla di esplicito, sia inteso», nelle parole di Mattarella, rassicurano i signori Lombardi e Magri. E allora provvedono loro a chiarire: «quell’espressione che evoca mandanti e soggetti anonimi risuona come un allarme a prestare la massima vigilanza sulle infiltrazioni straniere. L’inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino, alle prese con l’aggressione all’Ucraina e con le minacce ai suoi alleati europei». Quando si tratta di guerra alla Russia non si possono lasciare le parole a metà: bisogna dire la “verità” fino in fondo e questo è “dovere della stampa libera”, che si interroga su “misteri” come quello di come sia «nato il passaparola sul web, cosa l’ha innescato, chi c’è dietro certe strane sigle comparse come dal nulla alla vigilia delle devastazioni». Bisogna stare molto attenti: ad esempio, com'è che nella “libera” Italia, si possa ammettere che «al tavolo convocato alla prefettura di Napoli, mentre continuano i blocchi stradali contro il caro carburante», sieda addirittura «il presidente Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo, nominato console onorario dalla Federazione russa. Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista». Siamo davvero messi male, urlano a La Stampa: la “mano di Mosca” fin nel cuore degli apparati statali! Poi, dovendo in qualche modo fingere “obiettività”, sono costretti a scrivere che «Ci sono ragioni profonde di disagio che nessuno osa negare, per il caro vita e la casa diventata un miraggio di lusso per tanti»; ma, attenzione, stridono, qualcuno potrebbe approfittare di quelle «ragioni profonde». E chi, se non i perfidi “autocrati” del Cremlino, che mirano a sabotare gli angelici governi para-fascisti, così attenti ai bisogni delle masse; e quei perfidi “autocrati”, mette sull'avviso il fogliaccio torinese, stanno senz'altro rafforzando «a pochi mesi da elezioni, in Italia e in Francia, decisive per il destino dell’Europa - la propria propaganda contro l’indipendenza dell’Ucraina e contro l’Unione fondata sull’idea democratica di una società aperta e tollerante». La democrazia e la tolleranza dei manganelli, da Milano, Torino, Genova a Parigi.

A queste perle “informative” fa eco, da Milano, il Corriere della Sera, con l'intervista benevolmente concessa dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij alla signora Marta Serafini, tra i più solerti corifei de la junta di Kiev. Cos', alla «inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino» de La Stampa, dal Corriere si risponde divulgando il “verbo” del jefe de la junta: «anche l'Italia è vittima della guerra ibrida di Putin». Non ci sarebbe da aggiungere altro: dal marxengelsiano “Ein Gespenst geht um in Europa”, a la “mano di Mosca” überall in Europa. Nel catechismo zelenskiano, presentato come “intervista”, si spazia ovviamente dalle questioni di Starlink, ai rapporti con Trump, dai Patriot che mancano, alla NATO, alle amorevoli note della signora Serafini che ravvisa in Zelenskij «i segni della fatica di chi guida un Paese in guerra da più di quattro anni e mezzo» - chissenefrega delle masse ucraine, che fanno la fame, quando non riescono a fuggire da un paese ridotto in schiavitù dai nazisti agli ordini di Londra, Berlino, Parigi – dagli ammiccamenti della stessa signora sulla possibilità che Trump esca sconfitto dal voto di novembre, alle ulteriori decine di miliardi che la UE dovrebbe elargire a Kiev, fino al “lavoro comune” sulle armi evocato dal nazigolpista.

Ma, quello che qui interessa arriva dopo: alla domanda «Al Consiglio europeo ha avvertito che i rifugiati ucraini potrebbero aumentare. Ha considerato che la propaganda russa possa sfruttare un tema così sensibile per dividere l’Europa?», ecco che il giullare nazigolpista risponde che Moskva «conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe. Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi. Mosca sfrutta il tema migratorio e continuerà a farlo. Usa qualsiasi argomento che possa dividere: religione, lingua, questioni di genere. Lo vediamo in Europa, negli Stati Uniti e in Ucraina».

Quindi la sviolinata d'obbligo: dice Zelenskij che con «Giorgia Meloni abbiamo un rapporto eccellente e le auguro di continuare a essere una guida stabile per l’Italia, ma scegliere è un vostro diritto... L’unione europea non è perfetta. So che ad alcuni non piace neppure la parola Bruxelles. Ma quell’unione di democrazie esiste, è stata costruita e l’Ucraina vuole farne parte. Oggi quelle democrazie vanno anche difese: noi siamo tra i loro difensori. Anche i politici che dubitano di noi dovrebbero essere sicuri di voler proteggere la democrazia, la libertà, l’economia e i cittadini dei propri Paesi».

Grazie, signor Zelenskij, per augurare alle masse italiane di continuare ad avere la fascista di governo quale «guida stabile per l'Italia»; c n'é davvero tanto bisogno. Grazie, signor Zelenskij, per l'elogio di «quelle democrazie» europeiste e per il fatto che i nazigolpisti siano «tra i loro difensori».

La “democrazia” spiegata dai nazigolpisti ai popoli  che “stanno sbagliando". Manca ancora qualcosa?

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Comprendere lo Yemen in dialogo per l’Italia

 

di Roberta Rivolta

 

È nata come un’idea balzana, di quelle che guizzano improvvise tra i pensieri una sera, mentre stai per addormentarti, e non ci fai quasi caso. Ma poi ritorna, e cominci a guardarla meglio, a soppesarla, a dirti: perché no?

Allora fai un passo, vedi se il terreno regge, ne fai un altro. Lanci un segnale, trovi un paio di persone, a centinaia di chilometri di distanza, che lo raccolgono.

È cresciuto una tappa alla volta, questo progetto. Un dettaglio alla volta. Quasi non ci credevamo neanche noi. Nove incontri per l’Italia per presentare Tim Anderson e il suo libro sullo Yemen, un paese ancora poco conosciuto dalle nostre parti ma che in questi mesi sta scrivendo la storia dell’Asia Occidentale, se non del mondo intero.

Siamo partiti in tre da Milano – io, Tim e il mio compagno, Stefano – con l’inno nazionale dell’Iran che usciva dalle casse della nostra vecchia auto, la bandiera dello Yemen sul sedile e la testa piena di domande, riflessioni, aspettative, apprensione.

Siamo tornati con 3.200 chilometri in più sul display del cruscotto, omaggi e numeri di telefono raccolti nel corso delle nove tappe. Una rccolta di poesie dedicate al popolo palestinese.

In mezzo, un carosello di emozioni, stimoli, aneddoti, considerazioni;; su Ansarallah, sull’Asia Occidentale, sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra, sull’attivismo in Occidente. Mille ricerche in rete, a verificare notizie, dati storici, curiosità turistiche. Perché, visto attraverso gli occhi di uno straniero che non ci è mai stato, il nostro paese assume sempre contorni inediti. L’attenzione di Tim si posa su dettagli che noi non notiamo più, propone nuove angolazioni di lettura, suggerisce analogie inaspettate.

Le statue a Vittorio Emanuele II, per esempio, a cui avevo smesso di prestare attenzione, e che sono disseminate in tutte le piazze d’Italia, quasi a voler ingenerare un sentimento nazionale che si sapeva fragile e controverso. A suo modo, una propaganda mediatica ante litteram. Non posso non spiegare a Tim Anderson che l’unità d’Italia è stata maturata attraverso un percorso lungo e tortuoso, elaborata con fatica in questi pochi secoli più che determinata politicamente dal gesto eclatante di Garibaldi. E per certi versi è ancora precaria; ancora tira sulle cuciture, soprattutto nei momenti di difficoltà o quando qualcuno va a rintuzzare rancori irrisolti.

Mi sono sempre chiesta quanto avrebbe tenuto la nostra nazione se la CIA avesse deciso di soffiare sul fuoco dei separatismi, come ha fatto in Siria e in Yemen, e come ancora cerca di fare ovunque, dall’Iran alla Cina.

In Yemen gli è andata male. L’intera popolazione, divisa in passato tra colonizzatori diversi, ha lottato strenuamente per riconquistare l’unità nazionale. E non appena gli stati del Golfo hanno paventato nuove ripartizioni, si è sollevata. È così che è arrivato al potere Ansarallah. Il popolo yemenita ha rispedito al mittente a suon di missili il “divide et impera” tanto caro agli imperialisti occidentali.

Di imperi e imperialismi siamo esperti anche noi italiani. La dialettica della storia si srotola lungo la geografia della penisola; perché ogni viaggio nello spazio è anche un po’ un viaggio nel tempo.

E noi siamo partiti da piazza Fontana e piazza della Loggia, ferite recenti inferte dall’impero statunitense, nel corso di quella colonizzazione silenziosa e taciuta che ci ha strappato di mano il timone della nostra storia. Abbiamo poi proseguito a ritroso nei secoli, attraverso la potente Venezia dei Dogi, attraverso l’ ancora più potente Roma imperiale, per chiudere il nostro viaggio nella Cosenza dei Bruzi, popolazione indomita che oppose una lunga e strenua resistenza alla conquista latina.

Nel mezzo, nove presentazioni, dunque, e tanti incontri, tante facce e tanti pensieri diversi, in uno scambio stimolante e istruttivo.

Nel mezzo l’Italia in tutta la sua ricchezza e la sua bellezza. L’Italia non è una nazione, è un caleidoscopio; di storia, arte, lingue, tradizioni, paesaggi, cibi. A percorrerla tutta così, un po’ di corsa, quasi ti gira la testa.

Eppure ovunque, letteralmente ovunque, ci accompagnava un sentimento costante: la solidarietà con la Palestina. È scritta sui muri di tutto lo stivale, la si ritrova nelle vetrine dei negozi, alle finestre delle case, nei volantini attaccati con lo scotch ai pali della luce. È nei sorrisi delle persone che per strada applaudono alla maglietta che indossi, nell’orgoglio di chi ti ferma per raccontarti che “la turista con la bandiera israeliana che è stata fischiata dai passanti qualche giorno fa... è successo qui, proprio qui davanti”. Le strade d’Italia sono un abbraccio solidale con il popolo palestinese. A dispetto di una classe politica che non li merita, gli italiani hanno capito benissimo chi sono gli aggressori e chi le vittime in quel minuscolo lembo di terra.

 

Eppure non è abbastanza. Ed è per questo che Tim Anderson si trova in Italia in questo momento. Perché è ora di fare un passo in più.

 

Condivido le posizioni politiche di Tim Anderson quasi alla virgola. Non è un caso. Da quando l’ho scoperto, come autore e come attivista, l’ho scelto come mia guida, la voce di riferimento di cui avevo bisogno.

Perché, come ho raccontato in alcuni incontri, è stato il primo autore occidentale in cui ho riconosciuto la rarissima capacità di sostenere le lotte anticoloniali senza sovrapporvi le proprie aspettative, senza trasformare quei popoli in strumenti di realizzazione per procura dei propri sogni e ideali politici.

Non è cosa banale. Per quanto solidali con i popoli colonizzati, noi non vi apparteniamo. Non siamo palestinesi, né iraniani. Non siamo yemeniti. Non siamo africani, né sudamericani. E non ci è consentito ignorare questa “estraneità”. Non è politicamente utile né legittimo porsi sul loro stesso piano; fingere di non vedere il peso e il segno diverso di cui, per molteplici ragioni, si carica il nostro agire quando trasportata in quei pesi. Ci vuole tanta consapevolezza e maturità politica per essere solidali, in modo attivo e concreto, conservando uno sguardo lucido sulle rispettive prerogative, e rispettando fino in fondo e con sincerità il principio di autodeterminazione dei popoli.

Ecco perché avevo deciso già da parecchio che avrei tradotto il primo libro che Tim avesse scritto, dopo il suo ultimo, West Asia after Washington, mai uscito in italiano. Ed è stata una fortunatissima coincidenza che si sia trattato di una raccolta di saggi su Ansarallah.

Anche io sapevo molto poco di Ansarallah. E il testo curato d Tim l’ho divorato, più che tradurlo, dalla fame che avevo di apprendere di più su questa formazione che, contro ogni aspettativa, ha sfidato i giganti (i mostri) del pianeta, uscendone vittoriosa e rigettandosi nella mischia solo pochi mesi dopo, al fianco dei fratelli palestinesi. La mia ammirazione e il mio rispetto per Ansarallah e per l’intero popolo yemenita sono cresciuti capitolo dopo capitolo.

Ed è stato meraviglioso ritrovare la stessa ammirazione e lo stesso rispetto negli sguardi e nelle parole di tante persone che sono venute alle presentazioni.

Ansarallah ci offre un’opportunità unica, diceva Tim, perché nessuno li conosce e la curiosità è ancora genuina, le menti sono ancora aperte, disponibili ad ascoltare.

Dello Yemen si è parlato solo quel poco che bastava per lamentare la crisi umanitaria – tacendone le origini – sciacquarci la coscienza e voltarci altrove. La propaganda occidentale non ha ancora attivato a pieno ritmo la macchina del fango per inimicare l’opinione pubblica alla causa yemenita. Non sono ancora partite le campagne infamanti e diffamatorie, la rete non è stata ancora inondata di notizie false, insinuazioni velenose, prodotti culturali apparentemente innocenti ma in realtà volti a proiettare nelle menti degli occidentali immagini distorte di quel paese. Amnesty International non ha ancora lanciato alcun appello sulla spia del Mossad travestita da padre di famiglia, le femministe e i femministi nostrani ancora non si strappano i capelli se in Yemen le ragazze indossano l’hijab e non scorrazzano per gli skatepark vestendo jeans imitazione Giorgio Armani.

Purtroppo la propaganda occidentale, infatti, non è alimentata solo dai media di governo, ma anche da una bella fetta di canali “alternativi” che si appropriano quotidianamente della storia altrui a uso e consumo del proprio immaginario. Una volta si scandiva in piazza lo slogan colonialista “Palestina libera, Palestina, rossa”. Oggi neanche i pochi, pochissimi comunisti sopravvissuti osano invocare una Palestina rossa, ma tanti, troppi “filopalestinesi” storcono il naso sulla Palestina “verde”, nonostante il popolo palestinese sia in stragrande maggioranza musulmano, credente e praticante.

Dello Yemen sappiamo ancora poco, e forse anche le immagini dei combattenti “in ciabatte”, così distanti dalla tracotanza visiva delle divise militari occidentali, scoraggiano qualunque tentativo di sovrascrittura occidentale. A noi occidentali è stato insegnato che è sbagliato notare le differenze, che bisogna sentirsi tutti uguali e che è su questa uniformità che si fonda la solidarietà. Io non sono d’accordo. Condizionare il rispetto dell’altro alla sua assimilazione ai nostri canoni è un’operazione autoritaria. Significa rinunciare alla vera solidarietà, che abbraccia l’altro nella differenza, e riconosce che la differenza è una risorsa e non un ostacolo.

Ma torniamo al nostro viaggio, e alla splendida opportunità che lo Yemen ci ha dato di parlare di rispetto della lotta di resistenza, dello spirito di indipendenza, del coraggio, del valore di un popolo diverso da noi.

È stato questo abbraccio il valore più alto che ho raccolto nel corso dei nove incontri. L’ammirazione sottesa alla curiosità: ma come hanno fatto? Perché l’hanno fatto? Domande vere, interesse genuino, non le domande pretestuose – che già sottendono le risposte – che vengono spesso formulate su altri protagonisti della storia contemporanea.

L’Iran, per esempio.

Già, l’Iran.

L’Iran è la cartina di tornasole, mi dice Tim una sera. Quello che intende è che la posizione sull’Iran è dirimente. Distingue la risposa emotiva inconsapevole, apolitico, quando non addirittura ipocrita, dalla maturazione di posizioni politiche coerenti e di una solidarietà consapevole. L’Iran è oggi ciò che è stata la Siria per oltre un decennio, mi dice.

Non è un caso che sia proprio sull’Iran che il movimento “filopalestinese” si spacca. È sempre e solo sull’Iran che le domande e le conversazioni durante e dopo gli incontri si fanno a volte stridenti.

Prima di ogni presentazione raccontavo a Tim ciò che sapevo sugli organizzatori e sul pubblico che avremmo potuto aspettarci, E la domanda centrale a cui cercavo di rispondere ogni volta era, immancabilmente:, “qual è la loro posizione sull’Iran”.

E allora lo vedevo calibrare i suoi interventi, insistere su questo punto dove riteneva fosse opportuno farlo. Esprimere a parole chiare un concetto semplice ma fondamentale: oggi non esisterebbe più un popolo palestinese se non esistesse la resistenza palestinese. E la resistenza palestinese non esisterebbe se non esistesse l’Iran.

 

A pensarci, questo tour sullo Yemen in realtà era anche un tour sull’Iran.

Perché l’Iran campeggia dietro ogni movimento di resistenza nella regione. L’Iran è il padre dell’Asse della Resistenza: progetto voluto da Khamenei e costruito militarmente dal generale Qassem Soleimani. È dalla rivoluzione iraniana che parte tutto.

In Occidente facciamo fatica a riconoscerlo, perché ci detronizza, ci scavalca. Ma è quello il nodo da sbrogliare. Finché non si abbatte questo muro di diffidenza e ostilità verso l’Iran, la solidarietà con la Palestina non si trasformerà mai in vera lotta anticolonialista, e remerà inevitabilmente a favore di Israele, magari un Israele meno cruento, meno sfacciatamente genocida, ma ugualmente colonialista e oppressore.

Non è vero che Ansarallah sia un proxy dell’Iran, ma è vero – come ha ripetutamente ribadito Tim a ogni incontro – che i due paesi sono accomunati da rivoluzioni speculari. Rivoluzioni anticolonialiste animate da principi religiosi. Il punto di contatto tra lo sciismo iraniano e lo zaidismo yemenita è la forte componente politica, il valore della ribellione all’oppressione. E, nel rispetto delle differenze, ogni sincero socialista, ogni essere umano che crede nel valore della giustizia non può che sostenere senza riserve queste nazioni nobili e indomite nella loro lotta per la propria autodeterminazione.

Ed è proprio di questo che ci ha permesso di parlare lo Yemen: di autodeterminazione.

E ce l’ha permesso perché, come dicevo, ancora la propaganda di guerra non si è mobilitata appieno contro Ansarallah. La propaganda di guerra è disattenta nei confronti delle nazioni “povere” quanto lo siamo mediamente noi. Sono i piani bellici di Washington ad allertare il nostro establishment sull’uno o sull’altro obiettivo e lo Yemen, come diceva Tim Anderson, finora è sfuggito ai radar dell’Occidente. L’abbiamo sottovalutato, e l’hanno sottovalutato i nostri leader, o padroni.

Scherzando gli ho risposto: “non ne parlano male perché anche loro non ne sanno niente. Probabilmente leggeranno il tuo libro per carpire i dati su cui costruire le campagne di disinformazione”.

Ma per una volta siamo partiti noi per primi. Per una volta non abbiamo dovuto agire in reazione, per una volta il testimone è in mano nostra. Passiamocelo, diffondiamo informazione perché si riducano gli spazi in cui possano attecchire le loro menzogne.

Come commentava un compagno al telefono, mentre risalivamo la penisola, è ora di mettere da parte la spocchia dell’Occidente e andare da questi popoli con il cappello in mano a chiedere lumi, a farci spiegare: ma voi come avete fatto?

Il popolo yemenita ha tanto da insegnarci. Ascoltiamolo e impariamo.

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Nazionalizzare l'ex Ilva di Taranto: perché serve lo Stato

 

di Alessandro Volpi*

Perché serve lo Stato. Viviamo in una fase in cui dovremmo ormai aver chiaro che non possiamo continuare a credere al verbo neoliberale per cui ci sono tabù inviolabili.

Negli ultimi tredici anni, la spesa sostenuta dai vari governi italiani per garantire la continuità operativa dell'impianto dell'ex Ilva di Taranto, per finanziare la cassa integrazione, per erogare prestiti ponte, per provvedere alle bonifiche ambientali e ricapitalizzare l'azienda ha superato complessivamente i 3,6 miliardi di euro di risorse pubbliche, a cui si aggiungono centinaia di milioni in garanzie statali e crediti bancari.

In pratica lo Stato, quindi la comunità dei contribuenti, ha speso oltre 4 miliardi di euro per farsi carico delle acciaierie di Taranto mentre la gestione era affidata ai privati di Arcelor Mittal, che l'hanno devastata per eliminare un pericoloso concorrente.

Alla luce di ciò bisognerebbe immaginare, forse, una strada diversa. Una piena riconversione industriale e la nazionalizzazione comportano costi valutati tra i 3 e i 5 miliardi di euro complessivi, comprensivi di investimenti tecnologici, risanamento ambientale, capitale circolante e ammodernamento delle infrastrutture. Dunque nazionalizzarla significa una spesa che equivale ai soldi gettati dalla finestra nelle "amministrazioni Straordinarie".
 
A livello occupazionale, la forza lavoro diretta di Acciaierie d’Italia conta circa 9.600 dipendenti distribuiti tra lo stabilimento principale di Taranto (oltre 7.800 lavoratori) e i poli di Genova, Novi Ligure e altri siti minori. Se a questi si somma l'imponente rete dell'indotto — che include autotrasportatori, ditte di manutenzione, fornitori di servizi e logistica — il bacino di lavoratori dipendenti diretti e indiretti sale complessivamente a circa 20.000 unità.
 
Il destino del polo siderurgico è poi determinante per l'intero sistema produttivo italiano per una serie di ragioni strategiche. L'Italia è il secondo paese manifatturiero d'Europa e la sua industria — in particolare i settori dell'automotive, della meccanica strumentale, della cantieristica navale, dell'elettrodomestico e delle costruzioni — necessita di ingenti forniture di acciaio primario a caldo (spianati e laminati). Perdere la capacità produttiva nazionale dell'ex Ilva costringerebbe il tessuto industriale manifatturiero a dipendere quasi esclusivamente dalle importazioni esterne, esponendosi a forti oscillazioni di prezzo, colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e rischi geopolitici, oltre a rinunciare a un presidio fondamentale di competenze tecniche e alla leadership nella transizione verso la decarbonizzazione industriale.
 
Una politica industriale in mani pubbliche è assolutamente necessaria. Così si affronta la crisi sociale.

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Il gesto che ancora terrorizza Israele

 

– di Nora Hoppe per Al Mayadeen English

Avvolto in un mare grigio di polvere e macerie... in silenzio… a sostare su una poltrona un tempo color rosa… parzialmente nascosto da una kefiah e proteso in avanti… la mano sinistra, priva dell’indice, l’avambraccio destro ridotto a un moncherino frantumato... un laccio emostatico improvvisato con filo di ferro che gli si conficca nella carne della parte superiore del braccio... in attesa... da solo... nulla si muove… solo le sue palpebre si contraggono di tanto in tanto, la polvere che giace come neve fresca sulle sue lunghe ciglia scure… mentre fissa uno spietato cielo bianco che si estende all’infinito oltre i buchi spalancati nel muro… La polvere aleggia… La polvere aleggia nell’aria… la polvere della Palestina, la polvere di Rafah – una città il cui nome fu inciso per la prima volta nella pietra per ordine del faraone Seti I – la polvere di secoli, millenni… le ossa ridotte in polvere di coloro che furono sconfitti dal re Sargon, i frammenti di timo, mirra e foglie d’ulivo, i granelli di carcasse di cavallucci marini, di moscerini, gelsomino, ali delle rondini, le ceneri dei libri per bambini bruciati, le molecole dei mitocondri umani, dei cloroplasti, dei procarioti, delle stelle lontane… tutto si mescola ai frammenti dell’infanzia, all’abbraccio di sua madre, al sapore di una rara mela rossa, agli occhi dei suoi figli, dei suoi compagni – tutto unito nella quiete… l’Universo… meraviglie infinite, orrori infiniti, domande infinite, un passaggio infinito… Poi… emergendo lentamente dal silenzio, sempre più vicino, un ronzio acuto, il lamento di una zanzara mostruosa… egli si sporge ancora di più in avanti… e con la mano che gli è rimasta, la sinistra, allunga la mano… verso l’unica cosa che gli è restata, un bastone di legno, progenie di un albero della sua terra… e, con tutta la sua forza – con tutto il suo vigore – lo scaglia… verso il drone in avvicinamento – una chimera high-tech di fibra di carbonio, polimeri termoplastici, titanio, silicio, gallio – che profana questo spazio sacro… Ecco che il suo bastone vola nell’aria… attraverso la polvere… vola avanti, sempre più avanti.

 

Sono ormai passati due anni. E quell’immagine è rimasta impressa per sempre nel punto immobile del Tempo.

Il corpo si è fuso con la polvere dei secoli, ma quella forza singolare che un tempo emanava da quella carne mortale ora pulsa attraverso le particelle di polvere. La morte non è riuscita a cancellarla.

Questo assassinio – a lungo meditato e finalmente portato a termine dagli invasori della sua terra – ha involontariamente dato vita a qualcosa di immortale: una leggenda. Come la Fenice che risorge dalle ceneri, egli è risorto dalla polvere.

Yahya Sinwar – figlio di un campo di concentramento, colui che non conobbe altro che privazioni, implacabile combattente per la libertà del suo popolo, prigioniero per 22 anni in una segreta israeliana, compagno affettuoso ma severo per i suoi compagni d’armi, leader disciplinato e formidabile della Resistenza – non cercava la vittoria per sé stesso; la propria sopravvivenza non era il suo bene supremo… La sua vita era dedicata a qualcos’altro. E il nucleo di tutto ciò è raffigurato in quell’immagine finale.

L’immagine finale del corpo respirante di Yahya Sinwar offre un’iconografia della sua vita… una grammatica visiva di immagini spogliate del contesto, spogliate della carne, ridotte non alle ossa ma al midollo. Chi era? No, non la sua biografia – ma qual era la sostanza essenziale di una vita del genere? L’immagine finale è un recipiente di domande, che conducono ad altre domande – domande su noi stessi.

Per cosa viviamo? Per cosa saremmo disposti a morire? Quali sono i limiti che non possiamo superare?

Definiamo le nostre vite in base a come viviamo ogni giorno… e la nostra morte è il bilancio finale.

Per la maggior parte di noi, la sopravvivenza personale è la spinta più fondamentale. Per la maggior parte di noi, il benessere personale è la priorità.

Esistono però alcuni – pochissimi – che non vogliono e non possono scendere a compromessi sui propri principi, che non possono essere comprati o posseduti, che non possono tradire la verità essenziale della propria esistenza, che, anche di fronte alla morte, rifiutano di lasciare che la verità delle loro vite venga riscritta da qualsiasi potere che cerchi di distruggerli.

Nel corso della storia, ci sono stati martiri noti e sconosciuti, che hanno eroicamente sacrificato la propria vita per le proprie convinzioni e per gli altri. Queste persone non cercavano la morte. Molti non cercavano nemmeno di essere eroi. Semplicemente non potevano fare ciò che li avrebbe salvati; non potevano tradire la verità essenziale di ciò che erano.

Cosa sta alla base di questa determinazione? Non è una dottrina. Non è un credo. È un patto – ma un patto con cosa?

Forse è un patto con la vita stessa. Il riconoscimento che la propria esistenza non è un bene da accumulare, ma un dono da spendere. Coloro che vivono in questo modo – i martiri, i testimoni, gli sconosciuti – sembrano aver compreso qualcosa che la maggior parte di noi passa la vita a evitare: che non siamo gli autori del nostro stesso essere. Non abbiamo chiesto di nascere. Non abbiamo scelto il nostro respiro. Eppure, eccoci qui – con questo strano, improbabile dono della coscienza.

Cosa dobbiamo in cambio?

La risposta, per la maggior parte di noi, è nulla. Prendiamo il dono e ce lo teniamo. Lo proteggiamo. Costruiamo muri attorno ad esso. Chiamiamo questo “sopravvivenza”, e chiamiamo la sopravvivenza “saggezza”.

Ma c’è chi la vede diversamente. Questi vedono il dono della vita non come qualcosa da trattenere, ma come qualcosa da restituire – non per rassegnazione, ma per gratitudine. Considerano la propria esistenza come un contributo a qualcosa di più grande: al proprio popolo, alla giustizia, alla verità, alle proprie convinzioni, al proprio Dio. E nel renderne conto, sviluppano una consapevolezza – una responsabilità verso gli altri – una coscienza. L’istinto di prendersi cura degli altri…

Prendersi cura di qualcosa con tutto se stessi significa donarsi ad essa. E nel donarsi, si perde l’ego che si aggrappa alla sopravvivenza. Ciò che rimane è qualcos’altro: una sorta di chiarezza, una serenità interiore, una sovranità dell’esistenza. Lo stato di essere artefici della propria vita, anche nel momento della morte.

Il patto che intendo suggerire qui non è appannaggio di una sola fede. Si manifesta nel sufi che lucida lo specchio del cuore finché non riflette l’Amato; nel taoista che abbandona il sé e trova la Via; nel musulmano che si sottomette alla volontà di Dio; nel martire laico che muore per una verità che non ha nome. Il vocabolario differisce. La resa è la stessa.

Il patto non è solo individuale. È anche collettivo.

L’individuo che vive secondo questo patto – che ha a cuore la verità più della sopravvivenza – non lo fa in isolamento. È plasmato dalle comunità, dalle tradizioni, dalle storie di resistenza. E quando quelle comunità sono minacciate, il patto diventa politico.

Il concetto dei mustazafin (gli oppressi) di Khomeini è un tentativo di articolare questo patto collettivo. Non è semplicemente un programma politico. È una visione spirituale: gli oppressi non sono oggetti di pietà, ma soggetti della storia. La loro sofferenza non è priva di senso. La loro resistenza non è vana. Sono loro attraverso i quali si realizzerà la giustizia.

Questo concetto rimanda a qualcosa di reale: l’idea che l’alleanza con la vita non sia solo un’etica personale, ma collettiva. I mustazafin non sono semplicemente i poveri. Sono coloro ai quali i sistemi di potere hanno negato la propria umanità – e che, nella loro resistenza, se la rivendicano.

Il bastone di Sinwar non è solo un atto individuale. È il gesto di un popolo. È il gesto di tutti coloro a cui è stato detto che non sono nulla e che si rifiutano di crederci.

Alla fine, la morte spoglia via il chiasso e l’ingombro, lasciando solo uno specchio. E in quello specchio, non vediamo ciò in cui dicevamo di credere, ma ciò che abbiamo effettivamente vissuto. Non ciò che intendevamo fare, ma ciò che abbiamo fatto. Non il volto che abbiamo mostrato al mondo, ma il volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi. E sotto quel volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi – qualcosa di più grande. Qualcosa che è sempre stato lì, nascosto sotto la polvere.

Lo specchio di Yahya Sinwar mostra un uomo che ha lanciato un bastone contro un drone. Un uomo a cui non restava altro che la verità della propria vita – e che ha offerto quella verità come sua ultima dichiarazione.

 

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Gaza, spunta il progetto "Green Rafah": chi c'è davvero dietro la ricostruzione

 

Secondo quanto rivelato a Middle East Eye da fonti egiziane, diverse imprese edili del Paese hanno condotto sopralluoghi tra le rovine nel settore meridionale della Striscia di Gaza per avviare il progetto residenziale denominato "Green Rafah".

Un alto ufficiale dell'esercito di stanza nel Sinai settentrionale ha riferito che la squadra di ingegneri ha eseguito i rilievi nella zona orientale di Rafah sotto la costante supervisione delle forze armate e dell'aviazione israeliane, che li hanno scortati fino al termine delle operazioni.

Prima del conflitto, la città di Rafah contava circa 250.000 abitanti ed era nota per la vitalità dei suoi mercati, i campi profughi e le aree verdi circostanti. Le operazioni militari condotte da Israele hanno tuttavia portato alla demolizione di almeno l'80% degli edifici del governatorato, lasciando la quasi totalità della popolazione priva di un alloggio.

La fonte, che ha richiesto l'anonimato in assenza di autorizzazioni ufficiali a parlare con la stampa, ha spiegato che il nuovo insediamento dovrebbe inizialmente ospitare circa 20.000 palestinesi. La gestione dell'area verrebbe affidata a una forza multinazionale, il cui dispiegamento in vari settori della Striscia è previsto dall'accordo di pace di Sharm el-Sheikh. Le operazioni di sgombero delle macerie e l'avvio dei cantieri dovrebbero scattare all'indomani delle consultazioni elettorali in Israele, così da evitare ripercussioni politiche sul voto o strumentalizzazioni da parte dell'opposizione al Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Una seconda fonte interna a Organi Group ha confermato l'invio di una squadra tecnica a Rafah per mappare l'area destinata ai complessi abitativi. La società fa capo a Ibrahim al-Arjani (noto anche come al-Organi), influente uomo d'affari del Sinai storicamente legato agli apparati di sicurezza egiziani. Come emerso in precedenti inchieste, due aziende a lui riconducibili hanno esercitato un controllo quasi monopolistico sul transito di merci e persone attraverso il valico di Rafah: la Sons of Sinai, attiva nell'edilizia e negli appalti, ha gestito le autorizzazioni per i mezzi merci, mentre la Hala for Consulting and Tourism Services ha detento l'esclusiva sul trasporto dei passeggeri.

La fonte del gruppo ha ribadito che il team di rilievo ha operato sotto scorta militare israeliana e ha già consegnato la mappatura topografica necessaria per redigere i progetti ingegneristici. L'inizio effettivo dei lavori di livellamento del terreno e rimozione dei detriti attende solo il via libera formale. L'obiettivo dichiarato è porre "Green Rafah" sotto un'amministrazione internazionale, creando una separazione netta tra Gaza e Israele. Entrambe le fonti concordano sul fatto che le aziende riconducibili ad Arjani si aggiudicheranno i principali contratti assegnati all'Egitto, subappaltando poi le opere minori ad altre imprese locali.

Contattati da Middle East Eye, né il Gruppo Organi né il Servizio di informazione statale egiziano hanno rilasciato commenti prima della pubblicazione. Arjani, leader tribale di 49 anni, è stato più volte accusato di aver sfruttato la vicinanza alle istituzioni per consolidare il proprio impero economico. In passato ha guidato una milizia tribale schierata al fianco delle forze di sicurezza egiziane contro l'insurrezione armata nel Sinai settentrionale, scoppiata all'indomani del colpo di Stato che rovesciò il presidente Mohamed Morsi.

I piani per il futuro della Striscia

Ad agosto, la radio dell'esercito israeliano aveva anticipato che Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz avevano autorizzato i lavori infrastrutturali a est di Rafah, lungo il perimetro della cosiddetta Linea Gialla. L'area era stata identificata per un piano residenziale rivolto ai palestinesi residenti al di fuori delle zone controllate da Hamas, con interventi su scavi e reti fognarie, idriche ed elettriche. L'accesso ai cantieri per maestranze e appaltatori palestinesi sarebbe stato subordinato ai controlli di sicurezza dello Shin Bet. Sebbene l'ufficio di Netanyahu abbia ridimensionato il resoconto, ha confermato che "Green Rafah" costituisce un progetto pilota sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e che i lavori si svolgeranno sotto la supervisione militare di Israele.

L'iniziativa si inserisce nella più ampia strategia di ricostruzione denominata "Nuova Gaza", sostenuta dagli Stati Uniti e presentata da Jared Kushner al World Economic Forum di Davos. Il piano prospetta la realizzazione di oltre 100.000 unità abitative e 200 istituti scolastici a Rafah, affiancati da nuove zone industriali e snodi logistici. Il documento non chiarisce tuttavia le modalità di trasferimento dei titoli di proprietà immobiliare, né specifica i criteri di assegnazione delle abitazioni o il destino delle famiglie attualmente residenti negli edifici destinati alla demolizione nelle aree centrali e occidentali della Striscia.

Al momento, l'unico contratto formale già assegnato riguarda la statunitense Arkel International, incaricata di costruire un avamposto militare destinato a 150 militari della forza internazionale.

Il ruolo degli Stati Uniti

Secondo le fonti militari consultate, la mappatura topografica dell'area ha ricevuto il pieno avallo di Washington. Durante una visita al Cairo svoltasi il 20 settembre, il direttore della CIA John Ratcliffe ha trasmesso le direttive operative nel corso di un incontro con il presidente Abdel Fattah al-Sisi e il capo dei servizi segreti egiziani Hassan Rashad. In quell'occasione, al-Sisi ha sottolineato l'esigenza di attuare la seconda fase del piano di pace per Gaza, invocando il consolidamento del cessate il fuoco e l'accesso coordinato degli aiuti umanitari.

In una successiva riunione del Board of Peace a fine settembre, Kushner ha dichiarato che l'assegnazione dei contratti di ricostruzione avverrà tramite gare d'appalto trasparenti. Tuttavia, l'organismo non ha risposto ai chiarimenti richiesti da Middle East Eye in merito al coinvolgimento delle imprese egiziane legate al gruppo Organi.

Una valutazione congiunta condotta da Nazioni Unite, Banca Mondiale e Unione Europea ha stimato in 71,4 miliardi di dollari il fabbisogno finanziario nei prossimi dieci anni per la ripresa di Gaza, di cui 26,3 miliardi necessari nei primi 18 mesi. Ciononostante, le risorse finora effettivamente stanziate dal Board of Peace ammontano a soli 280 milioni di dollari, evidenziando uno scarto significativo tra gli impegni dichiarati e i fondi reali a disposizione.

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