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Death is a master from Russia

At the beginning of Russia's full-scale invasion of Ukraine in 2022, while in my hometown of Kyiv, I wrote an essay in German for a German website titled "Russia Dehumanizes the World."

The Ukrainian translation of this text, published under the title "The Dehumanization of

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"Muoia Sansone e tutti i filistei": la verità sulle proteste che la farsa del liberismo ha innescato

 

di Vincenzo Costa*

 

Ciò che non può essere cambiato può solo essere distrutto. Se voi togliete ai popoli la possibilità di cambiare, se li mettete in un recinto stretto e asfissiante in cui tutto è già deciso, distruggete la possibilità di un progetto politico.

Ogni progetto politico risulta velleitario, farsesco, irrealistico. Puro esercizio da salotto. Privo di credibilità.

Le persone possono anche essere d'accordo, ma sono realiste e sanno che è fantasia.

Nella coscienza popolare e' cresciuta la consapevolezza che non si può cambiare niente, e dunque che la democrazia liberale è una farsa inutile.

Questo è il fondo di tutti i fenomeni attuali: le violenze, gli scontri, il voto di protesta.

Quando il bisogno di cambiare non può assumere la forma di un progetto politico, quando la speranza di cambiare muore, resta disperazione e rabbia.

Inutile disputare e moraleggiare sui singoli fenomeni.

Ma anche velleitario e' illudersi che siano segni di un inizio, di una rivitalizzazione della politica. Per due ragioni oltre quelle menzionate.

1) sono scoppi di rabbia impossibili da unificare in un progetto di cambiamento. Non sono orientati da affermazione positiva, un ideale, una vita che vuole affermarsi. Sono solo reattive, non sono fenomeni collettivi, ma di massa. Non li sto disprezzando. Anzi. Sono fenomeni importanti perché la rabbia è una reazione a una espropriazione di possibilità di vita, delimita il senso del rispetto personale. Ma non difende una collettività. Può evolvere o non evolvere in questa direzione, se genera legame, se fa riscoprire forme di appartenenza. Altrimenti sarà, e credo sarà così, un fuoco di paglia, seguito da tanti altri fuochi di paglia. Contro qualcosa non è niente. Ma senza il "per qualcosa" non dura.

2) sono espressione di rabbia individuale ma non espressione di rabbia collettiva. Ognuno protesta per sé, ma non per un popolo cui si appartiene. Probabilmente le lotte politiche in questa epoca possono essere solo di questo tipo, ma producono un cambiamento profondo nella nozione di lotta politica e di lotta popolare. Non ci può essere lotta popolare senza un popolo dotato di una propria identità. Ciò cui assistiamo non è un inizio: è un ulteriore momento del processo di disgregazione delle nostre società, una disgregazione resa inevitabile dalla chiusura elitaria di questi ultimi 40 anni.
 
Le persone non ne possono più, anche se sanno che non possono cambiare. Da questa contraddizione nasce ciò che vediamo. A muoverli è rabbia e disperazione, e' "muoia Sansone e tutti i filistei".
 
 

*Commento Facebook del 19 ottobre 2026

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Missili balistici (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2026

 

Mentre festeggiamo con Guido Crosetto la lieta novella che ha finalmente trovato casa a canone calmierato al Comando dei Carabinieri e non dovrà unirsi alla protesta degli altri senzatetto nelle tende contro il suo governo, ci incuriosisce la sua intervista alla Bbc. Lì rivela che “Putin non si fermerà all’Ucraina”, anzi “prepariamoci ad altre follie” perché “la maggior parte del bilancio russo è ormai investita in armi e spese militari. Se la guerra finisse domani, cosa farebbe Putin con un milione e mezzo di soldati?”. Infatti. Peccato che, come ex presidente dei costruttori di armi e superconsulente di Leonardo, Crosetto abbia passato la vita a ripetere che le armi non servono solo a scatenare guerre, ma anche a difendersi da guerre scatenate da altri o a spaventarli affinché non ne scatenino (la famosa “deterrenza”). Vale solo per le nostre o anche per quelle russe? E poi l’anno scorso i Paesi europei hanno speso in armi e difesa oltre 450 miliardi (prima di iniziare a finanziare i piani di riarmo Ue&Nato), contro i 150 della Russia: se la propensione a scatenare guerre dipendesse dall’entità delle spese militari, i timori russi per un attacco dall’Europa dovrebbero essere tripli rispetto ai timori europei di un attacco dalla Russia. Tantopiù che negli ultimi due secoli gli europei – italiani inclusi – hanno invaso la Russia quattro volte (con Napoleone, con la guerra di Crimea, con le truppe a sostegno degli zaristi contro i bolscevichi e con Hitler e Mussolini), senza esserne mai stati invasi.

Crosetto è affranto perché i popoli europei non vogliono più buttare miliardi in armi e aiuti all’Ucraina a causa della “disinformazione russa” che li suborna con “narrazioni volte a indebolire il clima politico ostile alla Russia”. E, di grazia, chi ha deciso che creare un clima politico ostile alla Russia è cosa buona e giusta? Per noi ciascuno è libero di creare climi politici ostili o favorevoli a chi gli pare. Ma, visto che le leggi italiane puniscono chi crea un clima politico ostile agli altri popoli (vedi legge Mancino e ddl Antisemitismo), va punito anche chi lo fa contro i russi. In ogni caso, la stragrande maggioranza degli italiani è contraria a buttare soldi per il riarmo e per Kiev non per le balle che le racconta Putin, ma per quelle che le raccontano i capi di Ue&Nato. L’altroieri il comandante Nato Grynkevich ha annunciato che “siamo pronti a combattere con la Russia e a vincere anche subito”. Ottima notizia, ma allora perché dovremmo riarmarci fino al 5% del Pil (oggi siamo poco sopra l’1,5%), che per l’Italia significa passare da una trentina a oltre 100 miliardi l’anno? E, in base all’Equazione Crosetto “riarmo=guerra”, quando arriviamo a 100 miliardi che facciamo: invadiamo la Svizzera?

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La grande truffa dei "piani europei" (di Pino Arlacchi)

 

di Pino Arlacchi*
 
 
“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma.

Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni sugli investimenti cinesi. Ma sono strumenti difensivi. Rallentano l’emorragia, non curano il malato. Alla domanda su che cosa l’Europa intenda produrre fra dieci anni, la risposta è il silenzio, o un nuovo acronimo. La verità è che l’Unione non ha alcuna visione del suo futuro. Non ha un progetto industriale. La sua leadership, mai così scadente, ha il suo peso nella spiegazione, ma se si vuole capire occorre guardare alla natura stessa dell’Unione, che è un debole regolatore che pretende di essere un governo sovranazionale. L’Unione non può spendere, perché il suo bilancio proviene da un punto del Pil di ciascuno dei suoi membri. Non può decidere, perché ogni scelta strategica richiede una maggioranza qualificata che non esiste. Da questa impotenza congenita nasce il bluff come metodo di governo. Quando non si possono mobilitare risorse, si annunciano cifre.
 
La serie comincia a Barcellona nel 2002, quando i capi di governo proclamarono che entro il 2010 l’Europa sarebbe diventata “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, con una spesa in ricerca al 3% del Pil. Il 2010 passò, e si spostò l’obiettivo al 2020. Oggi la spesa europea in ricerca resta poco sopra il 2,2%, mentre la Cina sfiora il 2,7%. Nel 2014 Jean-Claude Juncker presentò un piano di investimenti da 315 miliardi. I soldi veri erano 21 miliardi. Il resto sarebbe venuto da un effetto leva di quindici volte. Quando i conti non tornarono, l’obiettivo fu alzato a 500 miliardi, poi dichiarato raggiunto. Qualcuno ricorda oggi il Piano Juncker? Nel 2020 toccò a Ursula von der Leyen, appena scaricata a Bruxelles dal governo tedesco, con il Green Deal e il suo trilione verde, almeno 1.000 miliardi in un decennio. Metà proveniva dal bilancio ordinario rietichettato come spesa climatica. Il resto da prestiti della Banca europea per gli investimenti e da investimenti privati immaginari. Che fine ha fatto il trilione? Nessuno lo sa. La Commissione non ha mai pubblicato un consuntivo, e dal 2025 smonta essa stessa il Green Deal con i pacchetti “Omnibus”. Nel 2025 è arrivato il Clean Industrial Deal, con la promessa di 100 miliardi per la manifattura pulita. Nel frattempo Northvolt falliva e i pannelli solari installati in Europa continuavano a venire dalla Cina.

C’è un’eccezione, e onestà vuole che la si riconosca. Next Generation EU, varato nel 2020 in emergenza Covid-19, non era un bluff. l’Unione si indebitò per 750 miliardi rompendo il tabù tedesco e olandese sul debito comune. Ma i soldi non finanziavano progetti europei. Finanziavano 27 piani nazionali, scritti secondo le priorità elettorali di ciascun governo e sostitutivi della spesa pubblica ordinaria. Il più grande sforzo finanziario della storia dell’Unione non ha prodotto un solo campione capace di competere con BYD o CATL. Il tabù rotto nel 2020 è stato rapidamente ricucito. Next Generation EU dimostra che l’Europa, quando ha paura, trova il denaro, ma non sa trasformarlo in un progetto.

Nel settembre 2024 Mario Draghi consegnò il suo rapporto sulla competitività. La diagnosi era dura. Rivoluzione digitale perduta, energia due o tre volte più cara che negli Stati Uniti, imprese innovative che emigrano oltre Atlantico. Per evitare una “lenta agonia” servirebbero 750-800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, il 4,4-4,7% del Pil, più del doppio del Piano Marshall. La cifra è stata la prima a sparire. Restano 567 raccomandazioni, per lo più di manutenzione dell’esistente. Il rapporto dice che l’Europa deve scegliere, e poi non indica quali filiere ricostruire, quali abbandonare, chi debba coordinare. E il Fondo europeo per la competitività, che dovrebbe finanziare l’agenda Draghi, è proprio la voce che i governi stanno tagliando. Restano poco più di 60 miliardi l’anno, meno di un decimo di quanto chiedeva Draghi.

Poi è arrivato il riarmo: ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030. Altri 800 miliardi. L’industria bellica come succedaneo dell’industria civile perduta. Ma i soldi che l’Unione raccoglie davvero sono 150, i prestiti SAFE, che finiscono nel debito di chi li riceve. Gli altri 650 non esistono. Sono una stima di quanto gli Stati potrebbero spendere sforando il Patto di stabilità. Un permesso di indebitarsi, non un finanziamento. La Germania ha rinunciato ai prestiti SAFE. Non c’è pianificazione comune, non c’è un’agenzia degli acquisti, e una parte cospicua della spesa prende la strada degli Stati Uniti, perché comprare americano è il pedaggio di sempre. Il moltiplicatore della spesa militare, com’è noto, è inferiore a quello degli investimenti civili. E le catene di fornitura delle tecnologie che oggi decidono le guerre, cioè droni, sensori ed elettronica, passano per la Cina. La parola d’ordine riarmo, inoltre, verrà sepolta dalla rivolta dei popoli europei contro una minaccia russa inesistente, creata per pura incapacità di affrontare le reali minacce, tutte interne all’Ue. Il prossimo bluff è già pronto: la ricostruzione dell’Ucraina. L’ultima stima la valuta in oltre 500 miliardi nel decennio, quasi tre volte il Pil ucraino. Si sente già il lessico: il “più grande cantiere d’Europa”, il “nuovo Piano Marshall”. Ma per il 2026 Kiev ha indicato priorità per appena 15 miliardi di dollari e ne ha trovati meno di un decimo di quanto servirebbe in un anno. È la leva di Juncker che ritorna. Il prestito garantito dalle riserve russe congelate in Belgio si è arenato davanti al no belga, e il ripiego da 90 miliardi si è aggiunto al debito comune. Il progetto Ucraina detiene però un vantaggio politico decisivo. Sposta il grande progetto europeo fuori dall’Europa, esonerando l’imbelle leadership europea dal compiere le scelte dolorose che una politica industriale interna richiederebbe.

Per quarant’anni la Commissione ha concepito la propria missione come lo smantellamento delle politiche industriali nazionali in nome della concorrenza, senza mai costruire un sostituto europeo. Su questo vuoto si è innestato il modello tedesco: compressione della domanda interna, moderazione salariale, pareggio di bilancio come dogma, crescita affidata alle esportazioni. Il modello ha funzionato finché la Cina comprava macchinari tedeschi e gli Stati Uniti assorbivano gli avanzi europei. Oggi la Cina quei macchinari li produce da sé, gli Usa alzano i dazi, e l’Europa si ritrova con una domanda interna depressa da 15 anni di austerità. Nel 2015 Pechino pubblicò Made in China 2025, con dieci settori in cui raggiungere la frontiera tecnologica. Dieci anni dopo domina la produzione mondiale di auto elettriche, batterie, pannelli solari, treni ad alta velocità e navi. I piani cinesi hanno obiettivi, scadenze, responsabili e risorse dedicate. La politica commerciale europea verso la Cina, per quanto si faccia più dura, resta una ritirata ordinata. Dazi, quote, clausole Made in Europe proteggono per qualche anno ciò che esiste senza creare ciò che manca. Senza un progetto industriale servono soltanto a rendere più lento un declino che sembra inarrestabile.

*Il Fatto Quotidiano | 14 ottobre 2026

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