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Piperno ha scritto un gran romanzo su Tom Cruise, grazie agli Oasis

Se io ci sapessi fare, questo articolo comincerebbe così: qualcuno doveva aver calunniato Alessandro Piperno, perché la mattina del 20 maggio 2023 Guia Soncini si svegliò determinata a trattarlo come uno che avesse voglia di far conversazione.

Invece comincia così: ho letto “Gli scherzi della vita” su una carrozza silenzio del Frecciarossa, carrozza dalla quale mi sono quasi fatta cacciare perché ridevo rumorosamente; il Frecciarossa tornava da Torino, compiendo il destino d’un libro che Alessandro Piperno ha chiaramente scritto per farsi perdonare quella conversazione di tre anni e mezzo prima.

“Gli scherzi della vita” è una storia nella quale i semicolti troveranno Kafka, e i normali Renato Pozzetto: alla vigilia di Natale un divo di Hollywood si sveglia nel molle corpo d’un critico d’arte romano, e viceversa. Per un po’ vivono l’uno la vita dell’altro, e poi mica sono così cafona da dirvi come va a finire (ma posso dirvi che a due terzi avevo pronosticato tutt’altra fine da quella che poi è).

Alessandro Piperno dice che l’idea gli è venuta dopo aver visto un’intervista in cui i fratelli Gallagher, che come tutte le persone sensate Piperno reputa i più lucidi pensatori viventi, dicevano un «fuck» ogni due parole, e aver fantasticato di cosa sarebbe successo se anche lui, facendo lezione all’università, si fosse messo a dire questo cazzo di Flaubert e quella cazzo di Bovary e fate una cazzo di tesina.

Tuttavia, per il mio personale fanatismo, “Gli scherzi della vita” è soprattutto una irresistibile caccia al tesoro. L’attore che si scambia il corpo col critico d’arte si chiama di nome Ethan, come l’Ethan Hunt di “Mission: Impossible”, e di cognome Kaffee, come il Daniel Kaffee di “Codice d’onore”. Entrambi, come sanno anche quelli che sono meno fanatici di Tom Cruise di quanto lo siamo Piperno e io, interpretati appunto da Tom.

È solo una frase di Piperno – che non resiste a tratteggiare Ethan come assai più imbecille di Ludovico Spinazzola, il critico, perché è pur sempre un professore di letteratura e nel sottoscala della sua ragione c’è la convinzione assurda ma tenace che chi ha letto tanti libri sia più intelligente di chi si lancia dagli elicotteri – è solo una frase dell’autore, dicevo prima di lanciarmi dall’elicottero d’un inciso nel quale Ethan Kaffee si sarebbe perso, è solo una frase a impedirmi di dire ciò che vorrei dire adesso.

Ciò che vorrei dire adesso è che non può essere un caso se “Gli scherzi della vita” esce quasi in contemporanea a “Digger”, cioè al forse unico clamoroso insuccesso della carriera di Tom Cruise. Al film del quale tutti si domandano se Tom sia impazzito a scegliere di farlo (come se lo domanda lo staff di Kaffee quando quello comincia a mangiare cheeseburger).

Non solo: quasi in contemporanea al film la principale scena del quale è una rielaborazione del monologo che in “Codice d’onore” non era di Cruise ma di Jack Nicholson, il monologo favoloso per il quale Cruise era allora troppo giovane e che ha dovuto aspettare trent’anni per poter interpretare, rivisitato.

E soprattutto: quasi in contemporanea al film – il primo in diciott’anni – in cui Cruise recita dentro un corpo che non è il proprio. La frase di Piperno che mi impedisce di fare questa considerazione è: «Come tutti i poveri di spirito, Ethan Kaffee non credeva nelle coincidenze».

Come tutti gli attori, Tom Cruise ha un repertorio che sfodera durante la promozione dei film. Come tutti gli attori in promozione in questo sfortunato decennio, è andato in un milione di programmi televisivi e di podcast e di sarcazzi, e perciò anche chi è meno studioso del suo repertorio di quanto lo siamo Piperno e io troverà, in alcuni dettagli della vita di Ethan Kaffee, echi delle pochissime caratteristiche note della vita di Cruise passategli sul cellulare mentre spolliciava TikTok invece di lavorare.

Non ricordo chi sia stato a raccontare che, andando a girare in qualche deserto o sull’Himalaya o in qualche altro posto dimenticato dal wifi, aveva detto a Tom Cruise «non ti riconosceranno», e quello aveva risposto con sicumera che certo che avrebbero riconosciuto Tom Cruise, e infatti. Eccolo lì, subito, pagina 15: «Durante una pericolosa spedizione in Mali, un’intera tribù di Tuareg gli aveva chiesto un selfie».

A Natale, Cruise fa arrivare ad amici e conoscenti e collaboratori una torta al cocco pare buonissima, e usata come status symbol: se la ricevi, puoi dire di essere nelle sue grazie. La torta è probabilmente il dettaglio più noto di una vita di paranoica riservatezza: al programma di Jennifer Hudson, lei gliel’ha fatta trovare lì e lui l’ha mangiata con grande soddisfazione. Ed eccola, pagina 42 di “Gli scherzi del destino”: «I selezionati amici che a Natale ricevevano una variopinta torta a strati».

C’è persino “Digger”, nell’agente che si scusa per averlo convinto a girare una serie televisiva in costume d’epoca: «Ho pensato: è vero, a lui piace buttarsi dagli aerei, scalare ghiacciai a mani nude, ma è anche un grande attore. Lo ha dimostrato con Stanley, con Steven, con Quentin» (Piperno ci teneva a non fare proprio esattamente una biografia di Tom Cruise, quindi ha aggiunto alla sua filmografia Tarantino, per confondere le acque).

Poi c’è anche un sacco di altra roba, naturalmente. Il provincialismo e l’egemonia: «Nulla mandava in estasi Sveva e i suoi ospiti abituali come un grande pensatore radicale americano venuto in Europa a parlar male dell’America ufficiale». L’andropausa: «Cosa penserebbe Foucault, sapendo che ti sei scopato mia moglie?». E il fatto che Ludovico Spinazzola (o lo stesso Piperno?) non frequenti abbastanza Instagram: «La cultura è il tallone d’Achille dei ricchi – specie quando la ricchezza è antica» può dirlo solo uno che non vede la voluttà con cui i nuovi ricchi ostentano analfabetismo accendendosi la telecamera del telefono in faccia.

“Gli scherzi della vita” esce oggi, lo pubblica Mondadori, e io sono certa certissima che Alessandro Piperno lo abbia scritto per farsi perdonare di quella mattina di maggio alla quale ripenso da tre anni e mezzo perché «Si dice che il problema degli scemi sia che pensano poco. Ecco, Ludovico era persuaso dell’esatto contrario: il problema degli scemi è che pensano troppo».

Era molto presto al mattino, ci incrociammo nell’ascensore d’un albergo di Torino, io lo costrinsi a non farsi i fatti suoi a colazione ma a dividere con me il tavolo del cappuccino, Piperno mi traumatizzò dicendomi che “Succession” era brutto. Questo libro l’ha scritto per dirmi che va bene, non capisce Logan Roy, ma capisce Maverick Mitchell. Come avrebbe detto quel russo che Spinazzola ha letto e Kaffee no: tutto è perdonato.

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