La Cina avanza, gli Stati Uniti rincorrono: la partita geopolitica per l’Asia centrale
Gli Stati Uniti tornano a bussare alla porta dell'Asia centrale, ma dietro la diplomazia commerciale di Marco Rubio si intravede soprattutto la crescente preoccupazione di Washington per l'avanzata della Cina. Il 19 ottobre, il segretario di Stato è arrivato a Samarcanda, in Uzbekistan, accompagnato da quasi 300 rappresentanti delle imprese USA. Una spedizione economica e diplomatica che racconta molto delle difficoltà statunitensi nel conservare la propria influenza internazionale. Al centro della missione ci sono i minerali critici, le infrastrutture e le catene di approvvigionamento. Washington vuole ridurre la dipendenza industriale dalla Cina proprio mentre Pechino consolida la propria posizione in settori strategici, dalle tecnologie avanzate alla trasformazione delle materie prime. Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti cercano alternative alla potenza asiatica rivolgendosi a una regione nella quale la presenza economica cinese è già profondamente radicata.
La Cina ha investito nelle reti di trasporto, sviluppato relazioni commerciali e costruito legami economici di lungo periodo con le cinque repubbliche centroasiatiche. La Russia, dal canto suo, mantiene rapporti consolidati nei settori dell'energia, del commercio, della migrazione e della sicurezza. Washington arriva quindi in un contesto nel quale non può più dare per scontato che la propria capacità finanziaria e diplomatica sia sufficiente a orientare le scelte degli altri. Non sorprende che Rubio abbia dichiarato di non voler costringere Uzbekistan e gli altri Paesi della regione a scegliere tra Stati Uniti, Russia e Cina. È un riconoscimento pragmatico dei nuovi rapporti di forza: le repubbliche centroasiatiche hanno ormai margini di manovra che non intendono sacrificare per assecondare le strategie di una singola potenza. Ma la questione è anche più profonda. Washington non cerca soltanto nuove fonti di approvvigionamento: vuole impedire che la Cina continui a consolidare il proprio vantaggio nelle filiere industriali strategiche. Possedere le materie prime, infatti, non basta. Il potere economico risiede anche nella capacità di trasformarle, controllare le tecnologie e dominare i segmenti a maggiore valore aggiunto.
Per questo l'Uzbekistan insiste sulla creazione di impianti di lavorazione e poli industriali locali, anziché limitarsi all'esportazione di risorse. Le repubbliche della regione non vogliono diventare semplici fornitori di materie prime per le ambizioni industriali altrui. Vogliono utilizzare la competizione tra le grandi potenze per sviluppare le proprie economie e rafforzare la propria sovranità. Anche il progetto del corridoio transcaspico, che dovrebbe migliorare i collegamenti commerciali tra Asia centrale ed Europa, richiede investimenti ingenti e una cooperazione duratura. Non basteranno le delegazioni imprenditoriali e le dichiarazioni solenni a colmare il divario accumulato negli anni sul terreno delle infrastrutture e delle relazioni economiche. La missione USA si inserisce dunque in una competizione globale nella quale gli Stati Uniti cercano di recuperare posizioni, mentre la Cina ha già costruito legami produttivi e commerciali difficili da sostituire. La retorica della diversificazione non cancella questa realtà, né garantisce che le imprese statunitensi riescano a conquistare lo spazio auspicato da Washington. Il punto decisivo è che l'Asia centrale non è più una periferia da contendere secondo le vecchie logiche egemoniche. I suoi governi possono negoziare con più interlocutori e scegliere le partnership più vantaggiose, senza accettare ultimatum geopolitici. Per gli Stati Uniti, la sfida di Samarcanda è quindi anche una prova dei limiti della propria influenza.
Dopo anni trascorsi a utilizzare sanzioni, pressioni e restrizioni tecnologiche per contenere i rivali, Washington deve ora convincere altri Paesi a investire nella propria alternativa economica. E deve farlo in una fase in cui la Cina dispone già di un peso industriale, commerciale e infrastrutturale che gli annunci statunitensi non possono cancellare. La vera domanda, allora, non è se gli Stati Uniti riusciranno a firmare nuovi accordi, ma se saranno capaci di recuperare il terreno perduto. Perché la corsa alle risorse dell'Asia centrale è soltanto un altro fronte della più ampia competizione per un ordine mondiale nel quale il predominio statunitense non è più indiscusso.











