❌

Reading view

Una fusione, tanti dubbi. Vantaggi e ostacoli del matrimonio Tesla-SpaceX

  •  

Underwater e Blue Economy, l’Italia punta su tecnologia e filiera industriale

Le tecnologie che permettono di esplorare i fondali sono le stesse che possono mettere a rischio le infrastrutture posate sul fondo del mare. Da questa contraddizione è partita l’apertura di Blue Planet Economy Expoforum 2026, a Fiera Roma fino al 24 ottobre. Nei due appuntamenti moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche, la sicurezza underwater ha incontrato industria, porti e prospettive economiche del Lazio.

La sfida dei fondali

Per Francesco Ruggiero, capitano del Polo nazionale della dimensione subacquea, la trasformazione è già concreta. Robot e droni arrivano oltre tremila metri di profondità, rendendo accessibili anche cavi e gasdotti finora considerati difficilmente raggiungibili. Da qui i 21 progetti del Polo, per 115 milioni di euro, e l’area di prova in costruzione alla Spezia. L’urgenza di portare l’innovazione fuori dai laboratori ha trovato una risposta industriale nell’intervento di Dario Giacomin. Per l’ammiraglio di Fincantieri, sensori, veicoli autonomi e sistemi di comunicazione devono funzionare insieme. Le acquisizioni di aziende specializzate seguono la stessa logica, “trasformare innovazione in capacità operative”.

Dallo spazio alle imprese

Lo stesso ragionamento si estende allo spazio. Luca Vincenzo Maria Salamone, direttore generale dell’Agenzia spaziale italiana, ha richiamato le tecnologie comuni ai due ambienti e il lavoro avviato con la task force e il bando Space&Blue. Ma la competitività non dipende solo dai programmi. WSense, nata nella ricerca universitaria, mostra come un brevetto possa raggiungere i mercati internazionali. Chiara Petrioli, fondatrice dell’azienda, ha ricordato che circa il 30% del personale è rientrato da esperienze all’estero. Per le realtà più piccole, come SubSeaLED di Andrea Bellizzi, inserirsi in una filiera significa trovare interlocutori e accelerare lo sviluppo delle proprie soluzioni. Un sistema del genere richiede anche regole adeguate. L’avvocato Giuseppe Graziano ha riconosciuto i progressi legislativi, indicando però la mancanza di “un corpus iuris organico e completo” per il settore.

Un’economia che parte dai territori

Con la cerimonia inaugurale, il discorso è tornato sulla costa. Fabio Casasoli, amministratore unico di Fiera Roma, ha posto l’accento sugli incontri tra imprese che la manifestazione intende favorire. Per Massimo Guardigli, del Consorzio nautico del Lazio, la nautica è anche una possibilità di lavoro qualificato per i giovani del litorale. Su questo tessuto produttivo si innestano i numeri portati dalla vicepresidente regionale Roberta Angelilli, oltre 38mila imprese legate al mare e 50 milioni di euro investiti dal 2023, con 4 milioni destinati ai Comuni costieri. A Fiumicino, il sindaco Mario Baccini punta su nuovi investimenti portuali e sulla trasformazione del litorale per rafforzare turismo e occupazione. Il potenziale, però, deve ancora essere riconosciuto pienamente. “Roma è l’unica città di mare che c’è al mare e non lo sa”, ha osservato Massimo Tabacchiera, della Camera di commercio di Roma, anticipando una proposta, non ancora approvata, per una struttura dedicata alla Blue Economy.

Le infrastrutture e la conoscenza

Il confronto è tornato così al sistema portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, sotto l’Autorità presieduta da Raffaele Latrofa. Cristiano Dionisi, di Unindustria, ha spostato lo sguardo dalle banchine ai collegamenti ferroviari e ai retroporti, annunciando per novembre un accordo tra Confindustria e governo sull’underwater. Per Paolo Guglia, vicepresidente del Cluster BIG, mettere in relazione centri di ricerca e imprese è il modo per evitare che le innovazioni rimangano isolate. La sicurezza resta però una condizione dello sviluppo. Cosimo Nicastro, della Guardia costiera, ha richiamato la necessità di gestire insieme mare, costa ed entroterra. Con Gianmaria Sannino, dell’Enea, il discorso è arrivato alla conoscenza dei fenomeni marini, dalle condizioni dei fondali alle previsioni sull’innalzamento del livello del mare, particolarmente rilevanti per Fiumicino. E poiché nessuna filiera cresce senza persone preparate, Elisa Van Engelenhoven, di ForMare, ha chiuso il percorso sulle nuove professioni, tra shipping ed energie rinnovabili offshore.

  •  

Scatto Ue sulle materie critiche. Al lavoro per un Centro europeo in Veneto

L’Europa accelera sulle materie critiche per bypassare la dipendenza dalla Cina e impedire all’industria continentale di essere ostaggio geopolitico di un monopolista. Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la revisione mirata del Critical Raw Materials Act, al contempo verrà creato un Centro europeo per le materie prime critiche. I conservatori di Ecr hanno proposto il Governing Board che garantisca il pieno coinvolgimento degli Stati membri nelle decisioni strategiche.

La plenaria di Strasburgo ha detto sì con 441 voti favorevoli, 83 contrari e 108 astenuti: di fatto ripercorrendo le posizioni più volte espresse dal governo italiano sul tema. Passaggio ripreso da Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, secondo cui i riferimenti sono sia alla limitazione delle esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti, sia all’istituzione di un centro europeo per le materie prime critiche. Secondo il ministro di FdI “questa è la strada giusta per realizzare l’autonomia strategica europea, alla quale il nostro Paese sta dando un contributo decisivo, lo dimostra la candidatura italiana a ospitare il primo deposito strategico europeo di materie prime critiche e la recente selezione di cinque progetti italiani tra i 46 individuati dalla Commissione europea nell’ambito della seconda call prevista dal Crma”.

L’Italia ha proposto di istituire a Porto Marghera, in Veneto, il centro di stoccaggio europeo per le materie prime critiche. Si tratta di un polo che è connesso alla rete logistica del nord-est che ha tutte le carte in tavola per essere il principale centro europeo per lo stoccaggio e la gestione strategica di terre rare.

Entrando nello specifico, è prevista anche una “clausola condizionale sul controllo delle esportazioni” tramite la quale la Commissione europea potrà limitare “le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti”, al fine di riciclare i materiali e riutilizzarli all’interno dell’Ue. La Commissione quindi potrà individuare le grandi imprese che utilizzano materie prime critiche come batterie, droni, satelliti o chip per poi far scattare i cosiddetti obblighi di resilienza.

“Mentre Cina, Stati Uniti e Giappone rafforzano le proprie strategie di approvvigionamento, l’Europa deve dotarsi di strumenti altrettanto concreti – ha commentato l’eurodeputato di Ecr/FdI Mariateresa Vivaldini – Il nuovo Centro dovrà sostenere investimenti, acquisti congiunti, accordi di lungo periodo e stock strategici, rafforzando le capacità europee lungo tutta la filiera, dall’estrazione alla trasformazione e al riciclo”.

Come è noto, il Critical Raw Materials Act è stato adottato dal Parlamento europeo nel dicembre di tre anni fa per garantire all’industria l’accesso alle materie prime essenziali per le transizioni verso l’energia pulita: per questa ragione la legge prevede una tabella di marcia serrata come il limite del 2030 entro cui estrarre almeno il 10% del consumo annuo di materie prime strategiche, trasformarne almeno il 40% e riciclarne almeno il 25%. Verrà inoltre garantito che non più del 65% del consumo annuo di qualsiasi materia prima strategica provenga da un singolo Paese terzo.

  •  

Trivellazioni nel Mare del Nord. L’Ue sorride ma per Burnham iniziano i guai

Il Partito Laburista ha approvato nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Cosa cambia per Londra e per l’Ue? In primis dal lato interno Burnham affronta una rivolta politica sul clima dopo l’approvazione della misura osteggiata da sinistra e ambientalisti, ma dal punto di vista internazionale di fatto è un’occasione interessante (anche se da mettere in cantiere ben prima delle attuali crisi).

Il neo premier non si è discostato dalla traccia imboccata dai due ministri degli Esteri, Fahnbulleh e dal suo predecessore, Ed Miliband. Infatti all’inizio dell’anno, Burnham ha lasciato intendere di condividere le posizioni del presidente americano Donald Trump che premeva non poco per esplorare in quelle zone, promettendo di adottare un “approccio pragmatico” nella decisione finale. Certo dovrà adesso salvaguardare la “sua” opinione pubblica, per questa ragione si lavora su come permettere agli organismi di regolamentazione di valutare le emissioni di carbonio generate dalla combustione del petrolio e del gas estratti dai due giacimenti.

Risale a due mesi fa la richiesta avanzata da Shell ed Equinor per ottenere l’autorizzazione ambientale. Pochi giorni fa il premier rivolgendosi alla Camera dei Comuni, ha affermato: “Adotterò un approccio pragmatico in merito a petrolio e gas; comunicheremo le nostre decisioni a breve”. Ma secondo un sondaggio condotto da Savanta per l’organizzazione ambientalista E3G, un terzo degli elettori Labour sarebbe meno propenso a votare per loro se dessero il via libera a ulteriori trivellazioni petrolifere nel Mare del Nord.

Per cui se nel nord-est della Scozia, area in cui ha sede gran parte del settore industriale, il Labour crescerebbe, altrove perderebbe: è il motivo vero della prudenza dell’inquilino di Downing street, che solo tre mesi fa prometteva bollette accessibili, crescita industriale e un clima pulito. Di contro il Partito Conservatore, all’opposizione e convinto sostenitore del progetto, ha affermato che, se approvato, il giacimento di Jackdaw potrebbe iniziare a riscaldare 1,4 milioni di case nel Regno Unito già quest’inverno.

Che significa aprire il Mare del Nord? Rosebank è il più grande giacimento di petrolio e gas non ancora sfruttato nel Regno Unito: situato a circa 80 miglia a nord-ovest delle Shetland, conoscerà il suo destino entro fine anno. Ha una capacità produttiva stimata tra i 300 e i 500 milioni di barili di petrolio entro circa 25 anni. Invece il giacimento di Jackdaw che si trova a circa 240 chilometri a est di Aberdeen potrebbe essere collegato alla rete britannica in pochissimo tempo.

A tal proposito il presidente degli Stati Uniti ha scritto il proprio pensiero su Truth Social: “Gli abitanti di Aberdeen, in Scozia, stanno ballando per le strade perché il nuovo Primo Ministro, Andy Burnham, ha dichiarato che aprirà completamente i preziosi giacimenti petroliferi del Mare del Nord!”. Lo scorso agosto BP ha messo in vendita la sua attività petrolifera nel Mare del Nord, dopo 60 anni di produzione nella regione. La vendita potrebbe potenzialmente fruttare a BP due miliardi di sterline.

  •  
❌