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Correggere il Green Deal dovrebbe servire a renderlo efficace

Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.

In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.

Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?

C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.

Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.

Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.

Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.

Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.

Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.

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Nel centro antipopulista si litiga spesso, ma non è la prima volta

C’è una maledizione antica che perseguita i liberali e i riformisti italiani: non riescono a stare nella stessa stanza senza contendersi il ruolo di direttore d’orchestra, salvo poi scoprire che in sala non è rimasto quasi più nessuno ad ascoltare il concerto. Basta osservare lo psicodramma che si consuma in questi giorni attorno al cantiere del nuovo centro per accorgersi che la storia d’Italia si ripete sempre due volte: la prima come grande tragedia dottrinaria della Prima Repubblica, la seconda come scontro di caratteri, ma non solo, nell’era dei social.

Da una parte ci sono Carlo Calenda e Pina Picierno, impegnati a costruire un asse tra Azione e Spazio Pubblico per offrire un argine europeista al «bipopulismo». Dall’altra c’è Luigi Marattin che, sentitosi trattato da ospite indesiderato, forse dopo una fotografia pubblicata da Calenda e Picierno senza di lui, ha rotto gli indugi e guarda verso Forza Italia e il centrodestra: «Se son rose fioriranno». Apriti cielo. Calenda lo ha fulminato accusandolo di voler «andare a fare i cespugli» con Matteo Salvini e di usare la politica come un «taxi per entrare in Parlamento»; Marattin ha replicato al vetriolo che il leader di Azione «è un cespuglio che si crede foresta» e che pretende di annettere gli altri al grido di «venite in Azione e risolvo tutto io».

Di solito questo spettacolo viene liquidato come frutto di narcisismo. Eppure, se si guarda in controluce, i tic, le accuse e persino le traiettorie politiche ricalcano, nel loro piccolo, i due grandi duelli che segnarono la cultura laica e socialista del dopoguerra: quello tra Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi e quello tra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat.

Vedi il conflitto tra Calenda e Marattin. È la replica in miniatura dello scontro che divise La Malfa e Malagodi tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anche allora i due si conoscevano da una vita, avendo lavorato negli anni Trenta alla Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli. E anche allora il risentimento psicologico si intrecciava alla divergenza dottrinaria. «Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io», raccontò Malagodi a Eugenio Scalfari.

Sul piano politico, La Malfa incarnava il riformismo repubblicano e programmista, convinto che lo Stato dovesse guidare la modernizzazione industriale e aprirsi a sinistra; Malagodi difendeva il liberismo classico del Partito Liberale, ostile all’interventismo pubblico e pronto a spostarsi a destra per rappresentare il ceto produttivo spaventato dai socialisti.

Non meno suggestivo è il parallelo sul versante più riformista. Quando, nel giugno scorso, Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico, denunciando le ambiguità della segreteria Elly Schlein sul «fascismo putiniano» e rifiutando la subalternità al «campo Lavrov» di Giuseppe Conte, ha compiuto un gesto che appartiene alla grammatica di Palazzo Barberini. Nel gennaio 1947 Giuseppe Saragat spezzò il partito socialista per sottrarlo al patto d’unità d’azione che Pietro Nenni aveva stretto con il PCI di Togliatti. Nenni, nei suoi diari, imputò la rottura alla «volontà della borghesia, che preme alle porte del congresso» e la propaganda frontista bollò Saragat come «servo degli americani», esattamente come oggi i custodi del campo largo accusano Picierno di opportunismo o peggio. Allora come oggi, il punto di rottura tra riformisti e massimalisti è la politica estera: la scelta dell’Occidente contro il neutralismo ambiguo.

C’è differenza, è vero, fra l’epica di ieri e ciò che oggi, ad alcuni, pare una batracomiomachia. Sarà anche perché le foto color seppia ci commuovono sempre un po’. Ma la posta in gioco allora era alta: un’Italia che rischiava di essere sganciata dall’Occidente e il profilo dello sviluppo economico di quella che, nonostante gli alti e bassi, sarebbe diventata una potenza industriale.

Quando Saragat lasciava Nenni a Palazzo Barberini, portandosi via cinquantadue deputati della Costituente su centoquindici, decideva se l’Italia dovesse restare legata alle democrazie atlantiche o scivolare oltre la Cortina di ferro. Quando La Malfa e Malagodi incrociavano le lame in Parlamento nel 1962, si battevano su questioni epocali: la Nota aggiuntiva sul bilancio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la nascita dell’Enel, il confine stesso tra Stato e mercato nel miracolo economico. Quei piccoli partiti laici pesavano il tre o il quattro per cento, pure loro, ma, nel sistema proporzionale, erano l’ago della bilancia dei governi e il laboratorio intellettuale della Repubblica.

Ma davvero oggi si gioca una partita meno cruciale, in cui lo scontro «bipopulista» fra destra-centro e sinistra-centro non mette a rischio appartenenze transnazionali e tenuta della struttura economica?

Oggi gli eredi di quella tradizione hanno conservato intatti i difetti dei padri nobili – le scomuniche incrociate, le gelosie da capocorrente, l’incapacità di fondere le sigle senza litigare subito dopo, come accadde alla sfortunata unificazione socialista del 1966 – ma, secondo i critici, hanno smarrito la grandezza del campo di battaglia. Questo non è del tutto vero. Ad esempio Pina Picierno ha iniziato uno sciopero della fame, restituendo al confronto politico l’energia dello strumento pannelliano, per reclamare un intervento europeo rapido, e decisivo per la vita o la morte di alcune centinaia di ucraini nella città assediata di Oleshky. La sua uscita dal Pd ricorda le ragioni degli scontri di allora.

Picierno, Calenda e Marattin sono tra i pochi leader politici a proporre risposte complesse e impopolari al declino strutturale dell’economia e del benessere degli italiani. Vogliono tutti rifondare la casa dei liberaldemocratici, e fanno bene, perché è una casa che all’Italia manca. La storia dei piccoli partiti laici dice però una cosa: pesavano il tre o il quattro per cento, ma da soli potevano decidere della sorte dei governi. C’era il proporzionale allora, ma potrebbe esserci anche domani se nessuno dei due schieramenti principali superasse il 42 per cento. Il bipopulismo non aspetta i loro tempi, e prima di arrivare alla porta di casa conviene mettersi d’accordo non tanto su chi tiene le chiavi quanto sulla dimensione dell’appartamento. Altrimenti non sapremmo a che santo votarci (e votare).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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