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Ottobre 1956: la prima "rivoluzione colorata" dell'Occidente compie 70 anni

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

23 ottobre. Sono trascorsi 70 anni dagli eventi che la storiografia occidentale definisce con tono solenne "insurrezione ungherese per la libertà" del 22-23 ottobre 1956. Gli archivi declassificati dipingono però un quadro completamente diverso, scrive Aleksandr Rostovtsev su PolitNavigator. Gli eventi di Budapest nell'autunno del 1956 non furono una "rivolta popolare spontanea", bensì la prima operazione ibrida occidentale, pianificata con relativo successo, volta a cambiare il corso di uno stato sovrano. Decenni dopo, la "ricetta ungherese" avrebbe portato alle "rivoluzioni colorate" nei Balcani, in Medio Oriente, in Ucraina.

Per parte nostra, ci limitiamo a osservare come, già diversi anni fa, numerose città e cittadine italiane, tra cui si erano distinte quelle amministrate da giunte della cosiddetta sinistra, abbiano dedicato piazze e viali a esponenti della polizia politica sovietica e qualcuno, all'epoca, aveva gridato terrorizzato a una revanche postuma degli antichi intendimenti stalinisti di cui, si diceva, quella “sinistra” non si è mai effettivamente liberata. In tale credenza c'era però un errore di fondo: nessuna difesa della “odiosa polizia segreta sovietica”; gli intenti erano esattamente opposti: intitolando quelle piazze, si intendeva innalzare agli allori della storia le “vittime innocenti” dei “rigurgiti dello stalinismo” nei paesi che, venuti a trovarsi nell'area socialista alla fine della seconda guerra mondiale, avevano tentato di imboccare la strada della “libertà” e della “democrazia”, con l'aiuto dei paesi a loro vicini e che, più “fortunati”, già da anni navigavano sulle acque del liberalismo. E una di quelle “vittime innocenti” o, forse, “l'eroe” par excellence, il cui nome campeggia su numerose targhe toponomastiche di città italiane, era Imre Nagy, l'ex Ministro dell'economia, ex Ministro degli interni ed ex Primo ministro ungherese, giustiziato nel 1958, a due anni dalla fine della rivolta “democratica” ungherese dell'ottobre-novembre 1956.

Di fatto, alcuni testimoni dell'epoca, ricordano come il liberale Nagy, per sfuggire al regime fascista ungherese di Miklós Horthy, nel 1930 fosse riparato in Unione Sovietica e, dopo un periodo di lavoro al Comintern, nella cerchia di Nikolaj Bukharin, nel 1933 fosse “arruolato” nello OGPU (Direzione politica statale unificata) e poi, nel 1938, dopo un arresto di qualche ora e su intervento della famosa 4° sezione della Direzione centrale del NKVD (Commissariato del popolo agli affari interni), avesse iniziato la sua attività di delatore contro gli esponenti ungheresi del Comintern.

Questo, per quanto riguarda il “martire” del cosiddetto “imperialismo russo” dell'epoca. E' però il caso di puntualizzare sulle radici di un'insurrezione organizzata all'insegna della “libertà dal giogo sovietico”, alla cui testa si distinse tra gli altri, per l'appunto, l'ex agente del NKVD Imre Nagy e che fino al giorno d'oggi viene presentata come una “sanguinosa repressione sovietica”. Delle oltre 2.700 vittime di quella “rivolta per la libertà”, oltre 700, tra le giornate dell'ottobre e quelle di novembre (allorché il Ministro della difesa sovietico Georgij Žukov, lanciò l'operazione “Vikhr-Turbine”) furono soldati dell'Armata Rossa e alcune altre centinaia furono i comunisti e gli esponenti del governo ungherese assassinati e appesi a testa in giù agli alberi di Budapest, dai fascisti dell'ex regime hortysta addestrati in Germania.

Il 23 ottobre 1956, ricorda Oleg Sarov su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, alla stazione ferroviaria di Keleti, diverse centinaia di soldati sovietici smobilitati stavano semplicemente aspettando la tradotta. Erano disarmati e  certamente non si aspettavano la guerra. Poi una folla inferocita irruppe... Quasi simultaneamente, iniziarono gli attacchi alle poche guarnigioni militari e si scatenò un sanguinoso massacro. I giovani militari sovietici venivano trascinati per le strade, con la pancia squarciata; in Piazza degli Eroi  si tenne una mostruosa "parata sanguinaria": soldati e civili sovietici venivano infilzati vivi con barre di ferro. Delle evidentemente legittime richieste di una popolazione ungherese ancora sofferente per un paese agricolo praticamente distrutto dalla guerra, approfittarono gli antesignani delle odierne “rivoluzioni colorate” nelle repubbliche ex sovietiche: gli ex capi filonazisti, addestrati dai servizi statunitensi, inglesi e tedeschi. Tra le richieste dei “democratici”, lanciate già prima dell'ottobre '56, c'erano anche quelle dell'abolizione dell'insegnamento della lingua russa e della soppressione della festa della liberazione dal fascismo (per qualche ragione, viene in mente la “romantica” euromajdan della Kiev del 2014). Non fu forse casuale che nei primi giorni dell'insurrezione, fossero liberati di galera oltre 9.000 ex fascisti e che moltissime vittime, appartenenti al governo, al partito comunista e agli organi della sicurezza, fossero di origine ebrea: tanto per ricordare da che parte stessero gli “insorti per la democrazia”.

Per la storia: alla fine della guerra, un gran numero di criminali, tra cui i fascisti del Partito delle Croci Frecciate, di Ferenc Szálasi, erano riusciti a fuggire, o a nascondersi, mantenendo attive le reti clandestine; a differenza di Germania Democratica, Romania e persino Finlandia, al 1956 l'Ungheria era stata solo parzialmente denazificata, ricorda Rostovtsev. All'epoca, l'Ungheria pullulava di strutture clandestine, che miravano a ripristinare il capitalismo "selvaggio", a restituire le terre agli ex proprietari e a recidere i legami con Mosca. Il XX Congresso del PCUS e il "rapporto segreto" Khruševiano fecero il resto: sotto pressione russa, il leader dei comunisti ungheresi, Mátyás Rákosi, considerato “stalinista”, fu costretto a dimettersi e il suo posto fu preso da Imre Nagy, antesignano degli esponenti del "socialismo dal volto umano".

La rivolta viene solitamente attribuita a "fallimenti delle politiche economiche", anche se mancano prove documentarie in questo senso. E, tuttavia, effettivamente le riforme di Rákosi non erano state indolori, dato che l'Ungheria, in quanto ex alleata di Hitler, era stata costretta a pagare pesanti riparazioni. Non sorprende che la principale forza motrice della ribellione fosse costituita dagli ex “padroni del vapore", insieme agli elementi fascisti risollevatisi e ai vertici della chiesa cattolica, con in testa il cardinale József Mindszenty, che stava scontando una pena per collaborazionismo con i nazisti.

Sorvolando su tutta la fase che, dalla liberazione dell'Ungheria a opera dell'Armata Rossa, nel 1944, fino alle vicende del 1955 e 1956, con le prime manifestazione “studentesche” e gli striscioni che inneggiavano all'amicizia sovietico-ungherese, è forse il caso di accennare soltanto al colpevole iniziale arretramento del contingente sovietico, che spianò la strada alle prime stragi compiute dagli ex nazisti e hortysti ai danni degli esponenti comunisti e che costò la vita, tra il 24 e il 29 ottobre, anche a circa 350 soldati sovietici e a una cinquantina di loro familiari. Le cronache più recenti ricordavano come la moglie dell'allora ambasciatore sovietico a Budapest, Jurij Andropov, che assistette dalle finestre dell'ambasciata ad alcuni di quegli atti di “liberalismo”, perse la ragione e non riuscì più, fino alla morte, a metter piede fuori di casa.

Operativamente, le “lotte per la libertà” avevano preso il via con unità della CIA che procedettero a massicce infiltrazioni di sabotatori in Ungheria: ne costituivano il nucleo centrale ex membri delle SS ungheresi e delle Croci frecciate, insieme a commando delle SAS britanniche. Le armi arrivavano dall'Austria, come “rifornimenti della Croce Rossa”. Dalla Germania federale, vennero lanciati migliaia di palloni meteorologici con volantini antigovernativi e istruzioni per il sabotaggio. Radio Free Europe trasmetteva ininterrottamente appelli al rovesciamento del governo, promettendo un rapido intervento militare della NATO e ponti aerei di armi.

Ormai più nessuno nega che l'operazione “Focus” fosse stata messa a punto negli USA, curata dall'attaché militare britannico a Budapest e la direzione operativa giungesse dalla Germania. In loco, i caporioni fascisti facevano aperto riferimento alle vecchie organizzazioni hortyste “Spada e croce”; “Europa libera”, “Guardia bianca”, “Unione dei cadetti”, “Accordo di sangue” e altre.

In loco, gruppi inferociti linciavano gli agenti della sicurezza statale, li gettavano dalle finestre e li massacrava in modo orribile.

Alle truppe sovietiche che entravano a Budapest, era stato inizialmente ordinato di non sparare per prime, così che i fascisti ne approfittarono: i carri armati sovietici furono incendiati con bottiglie Molotov e la fanteria bersagliata con mitragliatrici tedesche.

Il primo ministro, il “Gorbaciov ungherese”, commenta PolitNavigator, svolse un ruolo chiave nello scatenare il bagno di sangue. Cercando di sedersi su due sedie, paralizzò la resistenza delle forze di sicurezza alla ribellione. Quando divenne chiaro che i fascisti stavano prendendo il sopravvento, Nagy fece una clamorosa inversione di rotta: annunciò il ritiro dell'Ungheria dal Patto di Varsavia e si appellò all'ONU. Questo segnò il superamento di una "linea rossa". Per Mosca, la comparsa di una testa di ponte ostile della NATO nel cuore dell'Europa equivaleva a una dichiarazione di guerra. Così, mentre Nagy si nascondeva nell'ambasciata jugoslava, a Mosca veniva presa una decisione determinante: al suo posto, veniva insediato János Kádár e veniva lanciata l'Operazione "Vortice", sotto il comando del maresciallo Konev. Le forze speciali e le truppe d'assalto sovietiche decapitarono i leader della ribellione in 72 ore e cacciarono i golpisti da Budapest.

L'Occidente se la cavò con poco più che qualche grido di protesta, ricorda Rostovtsev: il presidente americano Eisenhower, impantanato nella crisi di Suez, non osò scatenare la Terza Guerra Mondiale e la NATO si limitò a grida propagandistiche.

Lo scenario di Budapest ricorda in modo inquietante gli eventi di Euromaidan a Kiev: manifestazioni inizialmente pacifiche di studenti e operai, poi dirottate dagli allievi di USAID e tagliagole addestrati nei centri della CIA e nei poligoni NATO in paesi UE.

Oggi, scrive ancora Sarov, i media euroatlantisti hanno iniziato ad affilare i loro "coltelli" informativi ben prima del settantesimo anniversario degli eventi ungheresi e ci viene di nuovo raccontato della "sanguinosa invasione sovietica", degli "studenti pacifici", dei "fiumi di sangue dei combattenti per la libertà", quando quelle “pacifiche manifestazioni" non furono altro che un sanguinoso massacro premeditato.

Le carneficine di Budapest, con i media occidentali schierati dalla parte dei massacratori, osannati come “eroi della libertà” in lotta contro “l'oppressione sovietica”, ricordano da vicino le stragi perpetrate da nazisti e nazionalisti ucraini ai danni, dapprima delle forze di polizia, schierate in piazza a Kiev senza armi e, dopo, delle migliaia di civili del Donbass, trucidati dalle artiglierie di Kiev. In tutte e due le occasioni, i media liberali hanno saputo e sanno di chi tessere gli elogi. Come prima si sono intitolate piazze ai Nagy del 1956, oggi, alla cosiddetta “sinistra per l'Ucraina”, ai vari Sensi, Gori, Quartapelle & Co. non rimane che innalzare busti ai “martiri” del nuovo “imperialismo russo”, come sarà ricordato in certi ambienti maleodoranti il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, quando i suoi curatori, al là e al di qua dell'oceano, decideranno che abbia fatto il suo corso.

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CIAO PATRICK, STATUNITENSE PER LA PACE

 

Patrick Boylan se ne è andato dopo una lunga malattia che non era riuscita a fermare il suo eterno impegno per la pace, il disarmo, la giustizia fra i popoli.

Già docente universitario, era cofondatore dei gruppi Rete No War e Statunitensi per la pace e la giustizia, iscritto all'Anpi, attivissimo nel movimento Free Assange e in Peacelink, coordinatore del movimento World Beyond War e autore di articoli e dossier.

Patrick, ti salutiamo con un video omaggio ed il logo, da te ideato, di Rete No War 

 Rete No War e L’Antidiplomatico

 
 
 
 
 
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A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle "vittime" che i media vi nascondono

 

di Agata Iacono

 

Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavretrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.

Ma è davvero così?

Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l'entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.

Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.

Via Torino e strade limitrofe

• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.

• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida

• Champions: marchio di abbigliamento sportivo di proprietà della multinazionale statunitense Authentic Brands Group (che possiede anche altri brand globali come Reebok e Forever 21), dopo essere stato acquistato dal gruppo Hanesbrands.

Via Orefici / Zona Cordusio

• Levi’s: grande multinazionale statunitense del settore dell’abbigliamento.

• Under Armour: azienda multinazionale statunitense fondata nel 1996 a Baltimora, nel Maryland. Opera e vende i suoi prodotti in tutto il mondo attraverso diversi segmenti geografici.

Corso Vittorio Emanuele II / San Babila

• Nike: multinazionale statunitense tra i leader mondiali nella produzione e nella distribuzione di calzature, abbigliamento e accessori sportivi.

Accusata dalle associazioni di diritti umani di schiavizzare bambini asiatici.

• La Rinascente: non è più italiana. Fa oggi parte di una grande multinazionale straniera.

Dal 2011, infatti, la catena di grandi magazzini di lusso è controllata al 100% da Central Group, un colossale conglomerato multinazionale con sede in Thailandia di proprietà della famiglia Chirathivat, tra i leader mondiali nel settore dei luxury department store.

Altre zone del centro (Largo Cairoli, San Babila, Corso Garibaldi)

• Decathlon (Piazza Castello / Largo Cairoli): grande azienda multinazionale francese specializzata nella progettazione, produzione e vendita di articoli sportivi, coinvolta anch’essa nella complicità sionista.

• Off-White (Via Pietro Verri): la boutique di lusso non è una multinazionale indipendente, ma un marchio globale di moda streetwear di lusso di proprietà della società di gestione statunitense Bluestar Alliance….

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In manette a 12 anni

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

A quanto pare tra gli arrestati a Milano c'è anche un BAMBINO di 12 anni. Frequenta la seconda media e i giorni seguenti agli scontri i carabinieri lo hanno identificato, facendo scattare l’arresto in classe. Come se fosse strettamente necessario fare irruzione in una scuola e procedere senza mezzi termini, come se non fosse possibile, considerata la tenera età dell’imputato, nessun altro modus operandi.

Da accertare se si tratti dello stesso bambino che compare in un video che sta circolando in rete. Il filmato, condiviso anche dal ministro Salvini – il quale si è domandato incredulo se sia frutto dell'intelligenza artificiale –, mostra un bambino che viene definito "alto un metro e trenta" dall'autore del video, nel momento in cui l'infante gli si avvicina e lo guarda con aria di sfida, con un passamontagna e due occhioni azzurri che in realtà comunicano solo paura. Che sia lo stesso o si stia parlando di due bambini differenti non è rilevante. Ciò che qui rileva è che si parla di bambini. Probabilmente si farà avanti qualcuno per sollevare obiezioni della serie: "Definisci bambino”, obiezioni che bisogna contestare, dicendo che un bambino in primis è un bambino e non un ‘maranza’. Ma può diventarlo attraverso lo sguardo di adulti ottusi e pedagogicamente analfabeti.

Aggiungiamo però che, tra i bambini, c’è chi nasce in contesti socio-economici molto favorevoli e ha la certezza che ad aspettarlo ci sarà un futuro agiato e sicuro, e chi invece viene al mondo e si ritrova già da sempre inchiodato alla povertà, morale e materiale, quasi condannato ad essa senza appello, complice anche la totale assenza di autorevoli punti di riferimento in famiglia. Questo bambino, con tutta probabilità, resterà invisibile sino al giorno in cui non spaccherà una vetrina, trasformandosi per tutti solo in un vandalo: sarà allora imputabile di vari capi di imputazione per reati destinati a reiterarsi e moltiplicarsi, rendendolo un “recidivo”. È inevitabile chiedersi dove fossero i genitori mentre il figlio scorrazzava per la città emulando Attila, insieme a orde di ragazzini inferociti. Qui però il vero assente è lo Stato. Assente, colpevole e immensamente responsabile. Ma se è incapace di educare un bambino, è uno Stato che ha fallito clamorosamente, molto prima e molto più dei genitori.

Quindi no, non si tratta di intelligenza artificiale ma di precise politiche socioeconomiche, che da decenni preparano il terreno per questi scenari apocalittici di furiose rivolte urbane che sinora eravamo abituati a vedere solo negli USA.

Così il sistema neoliberale, finendo -di fatto- per criminalizzare la povertà, vanta il grande merito di inventarsi sempre nuove fattispecie di reati o inasprire le pene esistenti, sulla scorta di emergenze sociali o fatti di cronaca. Puro "populismo penale”, a cui non corrisponde alcuna efficacia. Chi commette un reato è raro che consulti preventivamente il codice penale prima di agire.

Non sbagliamo dunque a dire che il neoliberismo ha sostituito lo Stato sociale con lo Stato penale. E le ritirate istituzionali, che lo Stato attua da decenni oramai, si configurano a tutti gli effetti come  vere e proprie forme di violenza dall’alto. Se le fasce più povere non vengono garantite, favorendo invece le più ricche, non si fa che alimentare le marginalità sociali, per poi punirle inasprendo le pene. Come ha fatto il Governo in quest’occasione, gettandosi  in caduta libera in un’abominevole spirale, coerentemente con l’ipertrofia penale’, che non è una tra le tante turbe della sessualità ma una follia giuridica che, pur non trovando alcun riscontro sul piano dell’efficacia, è una via largamente perseguita. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione italiana, nel suo terzo comma, stabilisca chiaramente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L'ipertrofia invece sposta l'asse del sistema verso una concezione puramente retributiva. Bisogna cioè pagare il debito con la sofferenza. Così finisce per rendere la pena non educativa ma afflittiva. Anche in questo emuliamo gli ameri-cani, ripudiando con troppa disinvoltura Cesare Beccaria, gettato alle ortiche con un calcio dove non batte il sole.

 

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Gaza senza pane e senza colpevoli

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il 20 ottobre L’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo intitolato «Gaza senza pane», con la fotografia di palestinesi affamati e disperati in attesa di cibo. Il testo si apre con mezzo milione di persone rimaste «senza più nessun sostegno alimentare vitale» e indica subito la causa: «È la conseguenza del taglio dei fondi» destinati al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Israele compare soltanto in un riferimento incidentale al controllo militare della «linea gialla». Non viene spiegato il ruolo delle autorità israeliane nel determinare l’accesso agli aiuti e le condizioni che hanno reso la popolazione dipendente dall’assistenza internazionale. L’appello finale è rivolto alla «comunità internazionale», perché intervenga «per impedire che a Gaza si muoia letteralmente di fame». Il lettore si trova davanti una folla affamata e un buco di bilancio, come se Gaza si fosse ridotta alla fame da sola.

Va detto con chiarezza ciò che l’articolo omette. La fame di Gaza è stata provocata da Israele, ed è parte di un genocidio. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso a Gaza quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948, tra cui l’imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica di un gruppo. È la conclusione di un organo d’inchiesta delle Nazioni Unite, non ancora una sentenza: il ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia è tuttora pendente. Ma affamare un popolo è esattamente ciò che quella norma descrive.

Non c’è bisogno di indovinare le intenzioni, perché i responsabili le hanno annunciate. Il 9 ottobre 2023 l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò di aver ordinato un «assedio completo»: «niente elettricità, niente cibo, niente carburante», «tutto è chiuso». Il giorno dopo, parlando alle truppe al confine di Gaza, disse: «Stiamo combattendo contro animali umani». Pochi giorni dopo l’allora ministro dell’Energia Israel Katz scrisse che a Gaza non sarebbe stato acceso nessun interruttore, aperto nessun rubinetto, fatto entrare nessun camion di carburante finché gli ostaggi non fossero tornati a casa. Il presidente Isaac Herzog disse che a essere responsabile era «un’intera nazione». Le parole di Gallant, Katz e Herzog sono citate nell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024. Netanyahu invitò gli israeliani a ricordare «ciò che Amalek vi ha fatto», evocando un comando biblico di sterminio. Nell’agosto 2024 il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich disse che lasciar morire di fame due milioni di persone a Gaza «potrebbe essere giustificato e morale» finché gli ostaggi non fossero restituiti, e si rammaricò che il mondo non lo avrebbe permesso.

Alle parole sono seguiti i fatti, ai valichi. Nel 2024, dopo che l’esercito israeliano aveva preso il controllo del valico di Rafah, centinaia di camion carichi di cibo e acqua restarono fermi per settimane alla periferia di al-Arish, nel Sinai, in attesa di un permesso israeliano. Un autista raccontò di aver aspettato più di cinquanta giorni prima che il carico, ormai scaduto, venisse rimandato indietro, e Reuters documentò il cibo destinato a Gaza che marciva al sole.

Nel 2025 la fame è diventata un sistema. Dal 2 marzo Israele chiuse ogni valico per undici settimane: non entrarono cibo, medicine né carburante, mentre secondo l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, circa 3.000 camion carichi di aiuti attendevano oltre il confine. Tra la fine di maggio e la fine di luglio, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, più di 1.300 palestinesi furono uccisi mentre cercavano cibo, in gran parte dal fuoco dell’esercito israeliano. Ad agosto l’IPC, la Classificazione integrata della sicurezza alimentare, il sistema con cui le agenzie delle Nazioni Unite e le principali organizzazioni umanitarie misurano la fame, confermò la carestia nel governatorato di Gaza, la prima mai accertata in Medio Oriente.

Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato il genocidio. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della tregua al 12 ottobre di quest’anno Israele ha ucciso nella Striscia 1.493 palestinesi, 57 dei quali nelle due settimane precedenti. In Cisgiordania, nel solo 2025, forze israeliane e coloni hanno ucciso 240 palestinesi, tra cui 55 bambini, e dall’inizio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato oltre 2.060 attacchi di coloni. Gli aiuti restano ostaggio delle stesse autorità: il cibo entra da un solo valico merci operativo, e l’ingresso di materiali agricoli, pezzi di ricambio e olio motore è limitato. L’Osservatore scrive che il pane manca «nelle tende dei rifugiati palestinesi», ma non dice che, con l’inverno alle porte, le autorità israeliane continuano a respingere 8.600 kit per rifugi d’emergenza già pronti fuori dalla Striscia.

Il 16 ottobre, nel messaggio alla FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, papa Leone XIV ha scritto che il pane non deve «mai essere usato come arma di guerra». Un’arma ha sempre qualcuno che la impugna. Quattro giorni dopo il quotidiano della Santa Sede ha mostrato le vittime di quell’arma senza dire chi la impugna. Il Papa ha enunciato il principio; il suo giornale non lo ha applicato al caso che aveva sotto gli occhi.

Chiediamo all’Osservatore Romano di raccontare la storia per intero: chi ha promesso di tagliare acqua, luce e cibo, chi ha lasciato marcire gli aiuti ai confini, chi ha distrutto le case perché nessuno potesse tornarci, chi vuole Gaza vuota. I suoi lettori, e i tanti cattolici che seguono Gaza con angoscia sincera, hanno diritto di saperlo.

Nel rapporto «La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio» (A/81/249), reso pubblico il 12 ottobre 2026, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese osserva che la copertura giornalistica ha frequentemente omesso o minimizzato la responsabilità israeliana. Quando i media diffondono narrazioni che, nelle sue parole, «occultano, giustificano o legittimano crimini atroci», «la violenza acquista un’apparenza di legittimità e l’impunità diventa più facile da mantenere» (nostra traduzione dall’inglese). Raccontare la fame tacendo il nome di chi affama significa proteggere i responsabili e alimentare quell’impunità. Per un giornale che parla a nome della Chiesa, è una complicità morale.

A Gaza la fame ha un nome e un indirizzo. Il giornale del Papa dovrebbe avere il coraggio di scriverli.

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LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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Macron vuole vietare le prossime manifestazioni

 

Cadono ormai tutte le maschere nell'Unione Europea, finta e stucchevole paladina di diritti umani, libertà e democrazia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato un giro di vite sulle manifestazioni pubbliche, ordinando alle autorità di vietare le proteste ritenute “illegittime” e di limitare anche le marce organizzate ufficialmente. Si tratta di una scelta disperata per trovare una soluzione alle proteste sempre più partecipate di studenti, lavoratori e cittadini che semplicemente pretendono un presente fatto di diritti sociali e non di austerità, suicidio energetico e guerra. Lo riporta oggi il Guardian oggi. 

Le restrizioni, annunciate giovedì dall'Eliseo a seguito di una riunione d’emergenza con i capi dei servizi segreti e i ministri di alto livello, precedono un’altra ondata di manifestazioni prevista per sabato. Il presidente francese Macron ha affermato che le autorità locali proibiranno gli assembramenti organizzati da individui o gruppi ritenuti privi di legittima autorità, mentre le manifestazioni organizzate da organizzazioni riconosciute, come i sindacati, saranno prese in considerazione per l’approvazione, ma potrebbe essere richiesto loro di utilizzare percorsi alternativi. «La raccomandazione generale è che non ci siano manifestazioni nei prossimi giorni», ha dichiarato Macron, insistendo sul fatto che le misure fossero necessarie per ristabilire la calma e proteggere le attività commerciali e gli edifici pubblici.

«Sabato scorso abbiamo assistito ad atti politici e sediziosi da parte di gruppi di estrema sinistra il cui obiettivo è rovesciare la Repubblica», ha affermato, accusando i radicali organizzati di orchestrare violenze e saccheggi.

L’annuncio inasprisce notevolmente le restrizioni sugli assembramenti di massa in un Paese in cui il diritto di protesta è tutelato dalla Costituzione. Secondo la legge francese, le autorità possono vietare le manifestazioni se ritenute una minaccia all’ordine pubblico, sebbene tali decisioni debbano essere proporzionate e possano essere impugnate in tribunale. Giovedì un tribunale amministrativo di Parigi ha annullato il divieto della polizia su una manifestazione studentesca, consentendo a migliaia di manifestanti di radunarsi nonostante le obiezioni ufficiali. Secondo l’AP, la manifestazione si è svolta pacificamente sotto una massiccia presenza di forze dell’ordine.

Tuttavia, le autorità hanno già vietato le manifestazioni di sabato nel centro di Lione. Restrizioni simili sono state imposte a Marsiglia, Nizza e Tolone. A Parigi, una marcia autorizzata è stata deviata lontano dal centro città, mentre un’altra, che coinvolgeva studenti e membri del movimento dei Gilet Gialli, è stata vietata.

Le manifestazioni della rabbia giovanile sono nate in Francia e poi si sono diffuse in tutta Europa. Nate per protestare contro la carenza di insegnanti e il deterioramento delle condizioni scolastiche si sono presto trasformate in un movimento più ampio contro l’aumento dei prezzi, le disuguaglianze e i tagli ai servizi pubblici. Macron, che non rappresenta che una piccolissima porzione dei cittadini francesi, ha poca credibilità e autorevolezza per poter affrontare una crisi di questa portata. L’Alliance Police Nationale, intanto, ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio lo Stato, accusando i funzionari di aver abbandonato gli agenti durante i disordini e di non aver fornito attrezzature adeguate e istruzioni chiare.

Cadono tutte le maschere dentro l'Unione Europea.

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Genocidio Gaza, come la BBC ha coperto le responsabilità di Israele

 

L'impianto propagandistico dei media occidentali mostra crepe sempre più profonde. A confermarlo è la stessa BBC, travolta dalle ammissioni shock di un suo alto dirigente rimasto anonimo che, in un'intervista al quotidiano The National, ha squarciato il velo di ipocrisia sulla linea editoriale dell'emittente britannica: la copertura del massacro a Gaza è stata contrassegnata da un'evidente "accondiscendenza nei confronti di Israele".

"La BBC si è messa in una posizione in cui la parola 'genocidio' è diventata un tabù. Ed è un errore gravissimo", ha confessato la fonte interna. Il servizio pubblico britannico si sarebbe trasformato in una cassa di risonanza delle tesi difensive dell'IDF e del governo Netanyahu, piegando la realtà "anche laddove è palesemente ovvio, persino per gli spettatori, che ciò che sta accadendo a Gaza è uno scandalo internazionale".

La tanto decantata "imparzialità" dell'emittente di Londra viene smascherata come uno schermo dietro cui celare la minimizzazione delle sofferenze palestinesi. Per bilanciare narrativamente il massacro in atto, la linea editoriale ha trasformato l'attacco di Hamas del 7 ottobre in un passe-partout giustificatorio per ogni violazione del diritto internazionale. Il tutto mentre all'interno delle redazioni regna un clima di terrore psicologico: il personale evita di denunciare la deriva per il fondato timore di ritorsioni e licenziamenti.

A confermare l'esistenza di questo radicato pregiudizio filo-israeliano sono i dati e gli analisti:

Umanizzazione a senso unico: Faisal Hanif del Centre for Media Monitoring (CfMM) ha evidenziato come i media britannici descrivano le vittime israeliane con un linguaggio emotivo 11 volte più spesso rispetto a quelle palestinesi.

Censura sistemica nei titoli: Un recente rapporto della Relatrice Speciale ONU, Francesca Albanese, cita la BBC come esempio emblematico di un sistema informativo occidentale "intrinsecamente legato al genocidio", evidenziando come l'emittente abbia oscurato la responsabilità israeliana nell'83% dei propri titoli.

Rimozione della storia: La narrazione della BBC ha scientificamente cancellato decenni di occupazione e blocco illegale, riducendo la storia del conflitto al solo inizio del 7 ottobre.

Le testimonianze degli ex giornalisti dell'emittente — alcuni dei quali dimessisi per non farsi complici della deumanizzazione del popolo palestinese — confermano quanto denunciato fin dal novembre 2023 da gruppi di dipendenti ad Al Jazeera: l'uso riservato ed esclusivo di termini come "massacro" o "atrocità" solo quando si parla di azioni palestinesi, a fronte dell'accettazione acritica e passiva di ogni velina militare proveniente da Tel Aviv.

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Stati Uniti accusano formalmente il Canada di voler influenzare le elezioni di midterm

 

Se vi avessero raccontato che un giorno dagli Stati Uniti qualcuno avrebbe potuto accusare il Canada di guerra ibrida e voler influenzare le elezioni solo poco tempo lo avreste preso (giustamente) per pazzo. Eppure in una scheda informativa pubblicata mercoledì, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Ottawa è arrivata proprio a questo.

Gli Stati Uniti hanno accusato apertamente funzionari canadesi di tentare di interferire nelle elezioni americane, citando misure commerciali mirate politicamente, campagne pubblicitarie anti-Trump e incontri con politici democratici in vista delle elezioni di medio termine del mese prossimo. Nella scheda si legge: “Il governo canadese liquida le preoccupazioni relative a potenziali interferenze nelle elezioni statunitensi, anche se i suoi ministri e primi ministri provinciali descrivono apertamente piani per influenzare la politica americana in documenti ufficiali e apparizioni pubbliche,” ha affermato l’ambasciata.

Nel documento si fa particolarmente riferimento alla ministra dell’Industria canadese Melanie Joly, che, in relazione alle politiche commerciali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, aveva dichiarato a marzo: «Ci stiamo assicurando di esercitare pressione sulle imprese americane, negli Stati chiave repubblicani, per fare pressione sull’amministrazione Trump». E ancora: «Stiamo agendo con saggezza e strategia per esercitare pressione politica», ha aggiunto ad agosto.

Washington ha inoltre messo in discussione gli incontri di Joly con funzionari democratici a Boston e Chicago a settembre, nonché una campagna pubblicitaria contro i dazi lanciata dal premier dell’Ontario Doug Ford, in cui l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan criticava le politiche commerciali protezionistiche. L’ambasciata ha inoltre sottolineato una recente partecipazione della console generale canadese Bernadette Jordan, affiancata da due membri del Congresso democratici, a una tavola rotonda nel Vermont sulle tensioni commerciali, appena tre settimane prima delle elezioni di medio termine. Si fa, infine, riferimento ad una campagna pubblicitaria del governo canadese su cartelloni pubblicitari rivolta a 12 Stati, per lo più a maggioranza repubblicana, e a Washington, DC. «Tutti i canadesi dovrebbero astenersi dal tentare di partecipare o influenzare in qualsiasi modo le elezioni statunitensi», conclude la scheda informativa. «Sono gli americani a decidere le elezioni americane».

Ottawa ha respinto le accuse. Carney ha insistito sul fatto che le misure del Canada fossero volte a proteggere i propri lavoratori e le proprie imprese dai dazi statunitensi, mentre Ford ha negato qualsiasi interesse a interferire nelle elezioni statunitensi. Joly ha difeso i suoi incontri con i politici americani come normale attività diplomatica, sottolineando di aver interagito sia con i repubblicani che con i democratici.

Sono, in estrema sintesa, dichiarazioni di due paesi al limite dalla rottura delle relazioni diplomatiche. 

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Putin smonta la narrazione europea: «La minaccia russa è schizofrenia politica»

La narrazione di una guerra imminente con la Russia continua a occupare il dibattito politico europeo, ma per Vladimir Putin si tratta di una vera e propria «schizofrenia politica». In un’intervista al giornalista Pavel Zarubin per il programma Vesti, il presidente russo ha respinto ancora una volta l’ipotesi che Mosca si stia preparando a un conflitto militare con l’Europa. Putin ha sottolineato che neppure i popoli europei desiderano una guerra contro la Russia. Una posizione che, secondo il leader del Cremlino, dovrebbe spingere i governi occidentali a interrogarsi sulla crescente distanza tra le aspirazioni dei cittadini e la linea adottata dalle rispettive classi dirigenti. Il presidente russo ha inoltre ribadito che l’obiettivo occidentale di infliggere una «sconfitta strategica» a Mosca si è dimostrato irrealizzabile. Da qui l’auspicio che quanti continuano a perseguire questa strategia prendano finalmente atto della realtà e comprendano la convenienza di ristabilire relazioni amichevoli con la Russia.

Non è la prima volta che Putin interviene per contestare la rappresentazione di Mosca come una minaccia militare destinata prima o poi a colpire il continente europeo. Durante il recente intervento al Club Valdai, aveva escluso l’intenzione di attaccare altri Paesi, citando esplicitamente gli anni 2029, 2030 e persino il 2050. Il Cremlino individua anche una possibile spiegazione politica dell’allarme alimentato in Europa: il deterioramento delle condizioni economiche e le difficoltà interne di numerosi Paesi occidentali. La rappresentazione di una Russia pronta a invadere l’Europa finisce così per offrire alle élite al governo uno strumento utile a giustificare il riarmo, l’aumento delle spese militari e una mobilitazione permanente dell’opinione pubblica.

Resta tuttavia una questione che non può essere ignorata. Mentre Putin nega che Mosca voglia una guerra con l’Europa, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sostiene che le dichiarazioni dei leader occidentali dimostrino una preparazione sempre più seria a un possibile conflitto con la Russia. È proprio questa spirale di sospetti, riarmo e dichiarazioni ostili da parte europea a rendere sempre più difficile qualsiasi prospettiva di distensione.

Ma se l’obiettivo dichiarato di una parte delle leadership europee rimane quello di sconfiggere strategicamente Mosca, la domanda è inevitabile: quanto a lungo il continente potrà permettersi di sacrificare sicurezza, risorse economiche e possibilità diplomatiche sull’altare di uno scontro che rischia di non avere vincitori?

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