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Liste d'attesa e tagli: il report GIMBE e la Corte dei Conti bocciano il SSN

 

"Ci sono giorni nei quali il Servizio Sanitario Nazionale non sembra in grado di assolvere le sue funzioni: travolto da telefonate, richieste agli sportelli e lunghe liste d’attesa a cui non riusciamo a rispondere. E ci sentiamo sempre più inadeguati; per questo molti di noi preferiscono andare all’estero, dove guadagneranno di più, o nel privato, dove i carichi di lavoro sono senza dubbio minori".

Inizia con queste parole la lettera aperta inviata allo sportello online della CUB di Pisa da un gruppo di operatrici sanitarie di lungo corso, stanche dei continui tagli imposti dalle politiche di governo e mortificate per una disattenzione ormai cronica nei loro confronti.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha un potenziale enorme, ma la sua credibilità è compromessa dalla cronica carenza di personale e dall'impossibilità di erogare prestazioni eque e tempestive. Pur vantando professionalità d'eccellenza ed elevate capacità di cura, le potenzialità del pubblico vengono soffocate da politiche regionali e nazionali inadeguate, organici risicati e presidi territoriali in profonda sofferenza.

Se vogliamo davvero restituire alla sanità pubblica il ruolo centrale che le spetta e garantire i principi fondanti di universalità, uguaglianza ed equità, è fondamentale analizzare i dati concreti. A questo proposito, il 9° Rapporto della Fondazione GIMBE sul SSN offre una panoramica nitida dello stato di salute del nostro sistema.

Nonostante l'aumento nominale di 17,5 miliardi di euro nei finanziamenti, l'investimento reale va parametrato al PIL: nell'arco degli ultimi 4-5 anni, la spesa sanitaria è scesa dal 6,27% al 6,14%, a fronte di una popolazione sempre più anziana e con un fabbisogno di cure in costante aumento. In rapporto al Prodotto Interno Lordo, il finanziamento della sanità è tornato ai livelli del 2010, posizionando l'Italia all'ultimo posto tra i paesi del G7.

A confermare le gravi criticità del sistema è arrivata anche la Corte dei Conti, che nella sua recente delibera sull'attuazione delle misure per l'abbattimento delle liste d'attesa evidenzia come le risorse erogate negli ultimi anni non abbiano prodotto un reale incremento delle prestazioni. A frenare i risultati contribuiscono le marcate disparità regionali e i limiti intrinseci dei recenti provvedimenti sulle liste d'attesa.

Le risorse stanziate dalle Regioni per questo obiettivo ammontano a circa 1,647 miliardi di euro, ma quelle effettivamente utilizzate si fermano a 1,580 miliardi. Sebbene si tratti di cifre circoscritte rispetto al bilancio complessivo, il dato rivela l'incapacità o la difficoltà di molti enti territoriali nell'impiegare tempestivamente anche i fondi a disposizione.

Per uscire da questa situazione occorrono assunzioni stabili a tempo indeterminato e uno stanziamento di risorse commisurato ai reali fabbisogni, in linea con i livelli medi europei. Il depotenziamento della rete pubblica spinge inevitabilmente i cittadini verso il privato convenzionato o verso rinunce dolorose, colpendo in modo sproporzionato gli anziani e i ceti meno abbienti. In questo quadro, anche la medicina generale soffre: numeri insufficienti di medici di base, carichi di lavoro insostenibili e carenza di strumentazione diagnostica di primo livello aggravano la pressione sulle strutture ospedaliere.

La magistratura contabile mette inoltre in luce il difficile coordinamento tra Stato e Regioni, le criticità nei criteri di priorità delle prescrizioni e le carenze strutturali di medici specialistici — un elemento che dovrebbe far riflettere i sostenitori del numero chiuso a Medicina.

Sebbene le misure correttive previste per il 2026 autorizzino circa 450 milioni di euro per assunzioni in deroga ai tetti di spesa, i numeri effettivi permetteranno di coprire soltanto circa un migliaio di medici e tra i 5.700 e i 6.100 infermieri: una goccia nel mare rispetto alla curva dei pensionamenti e alle necessità reali del Paese.

Prima ancora di focalizzarsi unicamente sui sistemi di controllo della spesa, la vera priorità deve essere un piano straordinario di assunzioni per restituire al SSN la dignità, gli organici e gli strumenti necessari per funzionare. Senza risposte strutturali, il resto rimarranno solo parole al vento.

Tagli al welfare, nuove tasse e riarmo: cosa si nasconde dietro i conti di Giorgetti

 

di Stefano Macera e Federico Giusti

Era scontato che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio validasse le previsioni del DPFP (Documento Programmatico di Finanza Pubblica): nel redigerlo,  il ministro Giorgetti si è avvalso della collaborazione di fior di esperti. Tuttavia, può essere istruttivo leggere attentamente il documento relativo all’audizione della Presidenza Upb in Commissione bilancio. Tra le righe, e talvolta anche in modo esplicito, vi emergono non poche criticità.

Del resto, il contesto in cui è stato varato il Documento è tra i più preoccupanti. Disastrosa sotto ogni aspetto, la politica estera trumpiana produce pure il rincaro del gas e del petrolio. Le ostilità e il freno ai transiti nello Stretto di Hormuz stanno generando una forte pressione sugli equilibri finanziari e sui prezzi (con conseguenze non indifferenti a livello di consumi).

In una fase così turbolenta, siamo abituati a leggere previsioni di andamento dell’economia seguite dalla proposta di correttivi di varia natura. Alcuni dei quali (si veda il tentativo di contenere l’inflazione alzando i tassi di interesse) rischiano di acuire la crisi in atto.

Tuttavia, da più parti si cerca di infondere ottimismo, riferendo di un andamento positivo del mercato del lavoro. Al riguardo, molto utilizzati sono i dati contenuti nel Rapporto Annuale dell’INPS. In esso, però, non è riportato solo l’aumento delle assunzioni, ma emergono diverse anomalie. A cominciare dal numero eccessivo delle partite Iva rispetto agli altri paesi a capitalismo avanzato.

Quanti, tra i lavoratori autonomi, sono in realtà lavoratori dipendenti mascherati, per giunta vincolati a una condizione fortemente precaria? Ma il discorso sulle problematicità andrebbe ulteriormente allargato. E’ vero, nel 2025 gli assicurati INPS hanno raggiunto un picco storico di 27,2 milioni, con un aumento di 244.000 lavoratori rispetto al 2024 e di ben 1,7 milioni rispetto al 2019.

Ma qual è la dinamica che ha portato alla creazione dei nuovi posti di lavoro? Urge una verifica su quanti siano derivati dai tagli fiscali alle imprese, ossia dalla scelta governativa di far gravare sullo Stato l’onere dell’incremento delle buste paga. Sempre stando ai dati, nel 2025 i lavoratori dipendenti hanno superato quota 21 milioni. Più in particolare, la percentuale dei lavoratori under 34 è cresciuta del 12,4%, la presenza femminile è aumentata del 7,8%, quella dei lavoratori extra-UE ha avuto un incremento del 35,5% (in pratica, un dipendente su sette è straniero). Gli over 55, poi, sono passati da 6 a 7,6 milioni. Ora, se l’apporto degli immigrati all’economia è rilevante i loro salari rimangono comunque inferiori a quelli degli autoctoni.

Invero, sia il DPFP sia l’INPS riferiscono di una crescita salariale moderata o di stipendi bassi e insufficienti a fronteggiare l’aumento dei prezzi. Però non fanno i conti con una delle principali cause della erosione del potere d’acquist: gli aumenti retributivi derivanti da molti rinnovi contrattuali presentano come parametro di riferimento l’IPCA-NEI, un indice dei prezzi al consumo che non considera i prezzi dei beni energetici importati.

 

Inoltre, leggendo il rapporto INPS scopriamo come l’aumento dell’occupazione avvenga nei servizi ma non nella manifattura e nei settori ad alto valore aggiunto  (meccanica avanzata, biomedicale, energie rinnovabili ecc.) che più evidenziano il carattere dinamico di un’economia.

 Insomma, a leggere i dati con cognizione di causa, affiorano contraddizioni che sarebbe grave non affrontare in tempi brevi o medi. E’ vero: se la manifattura non cresce, in prospettiva il fabbisogno di energia potrebbe risultare più contenuto. Ma ciò a costo della perdita di numerosi posti di lavoro e anche, per chi ragiona in termini capitalistici, di una minor competitività del sistema economico nostrano.

Di più, a voler elencare tutti i problemi – spesso di natura strutturale – si rischia di non finirla più. Si pensi alla mancata crescita della domanda, che conferma un’erosione del potere d’acquisto inarrestabile e in atto da troppo tempo.

Per non dire della crescita quasi irrisoria dell’economia nei prossimi due anni da considerare non come dato momentano ma frutto di una tendenza di fondo. i cui caratteri più estremi, negli ultimi tempi, sono stati resi meno visibili dall’effetto PNRR, svanito il quale, per l’economia italiana non mancheranno i dolori che poi si ripercuoteranno in misura maggiore sui ceti bassi o medio-bassi.

Insomma, questo è il contesto in cui ha agito Giorgetti. Si dirà che è uno dei pochi elementi non scarsi dell’Esecutivo Meloni, ma ciò non toglie che, sin qui, da parte sua , al pari delle forze politiche della maggioranza, non vi sia stato alcun impegno ad affrontare i problemi strutturali. Anzi, nella manovra vi è una novità che rinvia all’odierno clima elettorale e  strizza l’occhio a una parte della tradizionale base sociale del centrodestra. Ossia, la clamorosa estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra i 50001 e i 60000 euro[1].

Insomma, siamo di fronte a un ulteriore attacco al principio della progressività fiscale, inevitabilmente foriero di un inasprimento delle diseguaglianze che già segnano il belpaese. Si tratta di un’ipotesi scellerata, alla quale va contrapposta la logica inversa. Ovvero l’introduzione, sul modello degli anni ’70, di più scaglioni di reddito, con l’obiettivo di far pagare meno tasse a chi percepisce redditi inferiori a 50 mila e di aumentarle progressivamente per chi supera questo limite. Certo, oggi la destra e la sinistra “riformista” (incluse alcune forze sindacali) potrebbero liquidare tale proposta come sovversiva. Senza troppo ardire, anzi ribadendo una verità storica, la potremmo collegare a una saggezza democristiana.

Un’altra sgradevole novità è rappresentata dal aumento delle spese militari. Certo, l’incremento non coincide con quello richiesto dalla Nato ma rimane assai significativo. E alcune delle sue conseguenze – ovviamente non quelle che rimandano alla militarizzazione della intera società -  sono messe a fuoco proprio dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, secondo cui “Le maggiori spese militari programmate dal governo nel prossimo biennio imporranno all’italia (...) interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti”, ossia tagli, e “misure compensative”[2], quindi nuove tasse.

 Ma l’UPB si preoccupa anche di altro. Infatti, da un lato parla di conti pubblici in linea con i dettami Ue, ma dall’altro esprime preoccupazioni in merito alla prossima manovra. Rispetto alla quale, il DPFP “fornisce informazioni limitate”, nel senso che non indica “l’entità degli interventi lordi né le relative coperture”[3]. Il fatto che non siano riportate “le voci di entrata e di spesa né le componenti di spesa netta”, a detta dell’Ufficio rende difficile valutare “la qualità della manovra e la sostenibilità degli impegni nel medio periodo nonché la coerenza degli obiettivi con le regole di Bilancio”[4].

Ora, è evidente che le valutazioni di questo organismo muovano da principi diversi dai nostri, nonché dalla ossessione per compatibilità che riteniamo superate.

Di fronte a tanta opacità governativa, però, è impossibile non preoccuparsi. Non vorremmo che, per far quadrare i conti, l’abile Giorgetti e i suoi collaboratori ricorrano ai mezzi di sempre ossia infliggendoci qualche nuova privatizzazione o il contenimento forzato della spesa pubblica sotto forma di riduzione del Welfare.

[1] Si ricorda che  nel sistema vigente, in vigore dal 2024, essa riguarda i redditi compresi tra i 28001 e i 50000 euro. Oltre tale cifra, subentra l’aliquota del 43%.

[2] Carlo Di Foggia, L’Upb: “Il riarmo imporrà tagli e tasse”. E il recupero dei salari si è già fermato, Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026.

[3] Audizione nell’ambito dell’esame del DPFP 2026, in https://www.upbilancio.it/it/audizione-nellambito-dellesame-del-dpfp-2026/.

[4] Ibidem.

Stipendi fermi e carovita: 1 famiglia su 3 riduce il cibo, il 44% taglia l'abbigliamento

 

Negli ultimi due anni la spesa media mensile delle famiglie italiane è rimasta sostanzialmente invariata. Rimangono invece marcate le differenze territoriali tra Nord e Mezzogiorno, così come il divario di consumo tra nuclei italiani e stranieri, con questi ultimi che registrano consumi inferiori di quasi il 38%.

I dati confermano i ritardi del Sud in termini di salari e potere d'acquisto, evidenziando disuguaglianze sociali ed economiche destinate ad accentuarsi nei periodi di forte inflazione, aggravate dalla lenta dinamica di adeguamento salariale basata sull'indice IPCA.

Come cambia il carrello della spesa

Le abitudini di consumo degli italiani sono cambiate proficuamente rispetto a vent'anni fa. La composizione del carrello della spesa si è modificata sia per ragioni di prevenzione sanitaria, sia e soprattutto per vincoli di bilancio familiare.

Con l'aumento di quasi il 4% per i beni alimentari di prima necessità, i prodotti freschi e di qualità continuano a subire contrazioni: il pesce fresco è diventato un lusso per molte famiglie, che virano sempre più verso tagli di carne meno costosi o prodotti essenziali, riducendo l'acquisto di bevande ed extra.

I costi fissi che soffocano i bilanci: casa e trasporti

Se i generi alimentari hanno registrato incrementi più contenuti, lo stesso non si può dire per le spese obbligate. Le voci legate all'abitazione — tra locazioni, utenze di acqua, luce e gas —, i Trasporti (+10,6%) e i beni per la cura della persona continuano ad assorbire la fetta maggiore delle entrate.

Di conseguenza, le famiglie a basso reddito e quelle del Mezzogiorno si concentrano esclusivamente sui bisogni primari, riducendo drasticamente le spese discrezionali o rimandabili:

  • Vestiario e calzature: contrazione degli acquisti vicina al 45%.

  • Vacanze e viaggi: soggiorni più brevi e fuori dall'alta stagione.

  • Cura della persona: rinuncia o riduzione dei prodotti non essenziali per il 38,2% delle famiglie.

Rinunce alla salute e nuove forme di coabitazione

L'erosione del potere d'acquisto coinvolge ormai anche fasce di reddito che fino a pochi anni fa si ritenevano al riparo dalla crisi.

Non potendo abbattere i costi per affitti, assicurazioni o carburante, molte persone si vedono costrette a tagliare persino sulla salute, riducendo i controlli medici preventivi. Inoltre, per far fronte alle spese fisse, cresce il fenomeno della coabitazione forzata tra persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare.

Single e nuclei numerosi: chi soffre di più la crisi

La crisi colpisce in modo asimmetrico le diverse tipologie di nucleo familiare. Le persone che vivono sole hanno subito l'aumento del costo della vita più di altre: nel 2025 la spesa media mensile di un single è pari a circa 2.070 euro, una cifra che equivale al 71% della spesa di una famiglia di due persone e al 63% di quella di una famiglia di tre componenti. Per via delle economie di scala, infatti, la spesa cresce in modo meno che proporzionale all'aumentare dei membri del nucleo.

Si nota inoltre come il titolo di studio influenzi la gestione dei consumi: chi ha un livello d'istruzione più elevato tende a razionalizzare meglio le spese, pur avendo subito pesanti contrazioni anche nelle voci culturali come cinema, teatro e libri.

Mappa dei tagli ai consumi essenziali:

  • 1 famiglia su 3 ha ridotto la spesa per cibo e bevande.

  • 44% ha tagliato le spese per l'abbigliamento.

  • 38,2% ha ridotto i prodotti per l'igiene e la cura della persona.

  • 25,4% ha rinunciato o tagliato spese sanitarie e prevenzione.

  • 45% ha ridotto la durata o la frequenza di viaggi e vacanze.

Fonte dei dati: Istat - Spese per consumi delle famiglie

Stipendi al palo e super ricavi: dove va davvero la ricchezza in Italia

 

Il diritto di sciopero viene storicamente compresso nei momenti in cui il tasso di conflittualità sociale si fa elevato: la risposta padronale, in questi contesti, è da sempre quella di rivedere il sistema normativo in chiave conservatrice e repressiva. Dovremmo ricordare la lezione di fine anni Ottanta quando, di pari passo con i processi di privatizzazione, di fronte ai grandi scioperi e alle mobilitazioni di piazza venne introdotta la legge 146, successivamente rafforzata ed estesa a molteplici settori.

Se oggi il Governo abbassa le tasse, la spiegazione logica è una sola: il padronato è ostile a qualsiasi ipotesi di patrimoniale o al ripristino di aliquote fiscali progressive, non intende adeguare i salari al reale costo della vita e spinge la maggioranza politica a farsi carico di oneri prettamente datoriali. Questa contraddizione viene sistematicamente occultata, ma l'esito è scontato: mancheranno risorse fondamentali per il welfare e sarà inevitabile assistere a un'ulteriore e selvaggia stagione di privatizzazioni.

Una seconda considerazione riguarda la lettura dei dati macroeconomici, da cui spesso si traggono analisi fuorvianti. A differenza di quanto avvenuto nei trent'anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, oggi la crescita economica non si traduce più in un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. La ricchezza prodotta viene assorbita prevalentemente da profitti e dividendi azionari, anziché trasformarsi in servizi sociali o incrementi salariali. Siamo arrivati al paradosso per cui sindacati come Fiom, Fim e Uilm sono giunti a chiedere a colossi come Leonardo l'erogazione di un "bonus" legato all'evoluzione tecnologica che alimenta produzione e profitti. In questo modo si subisce passivamente il fascino dell'Intelligenza Artificiale, senza porsi domande di fondo sul contributo che essa fornisce, ad esempio, alle nuove tecnologie belliche.

Da circa due anni l'occupazione mostra un calo evidente in diversi paesi europei. Particolarmente preoccupanti sono i segnali che arrivano dalla Gran Bretagna, dove i problemi emergono nonostante alcuni indicatori positivi dell'economia locale. La lezione britannica non è un caso isolato: gli ultimi decenni raccontano una dinamica strutturale del capitalismo contemporaneo in cui la crescita economica può tranquillamente non produrre occupazione né redistribuzione sociale.

Un'ulteriore riflessione deve riguardare i settori produttivi maggiormente colpiti: fino a quando la domanda interna rimarrà debole, anche i segnali di ripresa economica risulteranno estremamente contenuti. I mercati internazionali, erroneamente considerati il principale barometro dello stato di salute dell'economia, risentono ormai da anni di una forte incertezza legata ai costi energetici, che a loro volta alimentano la fiammata inflazionistica.

Le riforme che hanno frammentato e precarizzato il mercato del lavoro sono state introdotte con il pretesto di dover abbattere il costo del lavoro per "garantire la competitività del sistema". Oggi le conseguenze di quelle scelte scellerate vengono a galla e sono valutate criticamente ogni volta che le aziende lamentano la mancanza di forza lavoro specializzata e formata. Al contempo, sfugge all'attenzione mediatica un dato cruciale: nonostante piogge di aiuti pubblici e sgravi fiscali, le imprese continuano a tagliare personale o a fare ricorso massiccio a contratti a termine. Questo elemento confuta definitivamente la falsa retorica, cara anche al sindacalismo moderato, secondo cui gli aiuti a fondo perduto al sistema produttivo generino automaticamente nuova occupazione e ricadute sociali positive.

Nel frattempo, in Inghilterra, il partito Labour tradisce ancora una volta le aspettative del proprio elettorato, sposando una linea apertamente neoliberista in pieno stile blairiano. I socialisti britannici hanno impresso uno straordinario impulso al riarmo e alla spesa militare: con questi presupposti, è davvero credibile pensare che il centrosinistra europeo possa rappresentare un'alternativa concreta alla destra guerrafondaia?

La cronica debolezza della domanda (dimostrazione evidente di come condizioni di vita e retribuzioni siano in costante regressione) unita all'aumento delle pressioni inflazionistiche rappresenta il nodo critico da affrontare prima che sia troppo tardi. Ma l'economia di guerra spinge la politica nella direzione opposta: si nega il sostegno ai consumi e agli investimenti e si definanzia il welfare per dirottare enormi risorse verso il riarmo, stabilendo un ordine di priorità che rischia di rendere la guerra una condizione strutturale.

Al netto dei facili entusiasmi di Cgil, Cisl e Uil, è necessario osservare l'impatto dell'Intelligenza Artificiale con sguardo critico, sapendo che le nuove tecnologie applicate ai processi produttivi avranno risvolti estremamente negativi sui livelli occupazionali. In definitiva, la domanda alla quale si evita sistematicamente di rispondere è sempre la stessa: chi guadagnerà davvero dalle nuove tecnologie e dall'aumento della produttività? La risposta appare scontata.

I gruppi industriali verranno in qualche modo ostacolati quando decideranno di imporre ritmi di lavoro estenuanti o di delocalizzare produzioni, investimenti e catene di fornitura da un Paese all'altro? Chi gestirà e controllerà questo progresso e come verranno distribuiti i suoi frutti? Domande fondamentali che rimangono senza risposta, specie di fronte a un capitale finanziario e speculativo che esercita un ruolo ampiamente dominante. Aprire una riflessione collettiva su questi temi è un'urgenza non più rinviabile, se vogliamo evitare di essere travolti dall'imminente tsunami sociale.

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