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Normal view

Ma chi sono gli stranieri a Milano?

 

di Paolo Desogus

 

Ci abbiamo tutti riso, ma in fondo la scenata del giovane rampante milanese, che da una via chic di Milano ha straparlato in modo isterico, contiene un insieme di elementi ideologici su cui occorrerebbe riflettere. Ciò che colpisce è anzitutto l'idea che i disordini di sabato siano dovuti a "stranieri". Il giovane con tre o quattromila euro di vestiti addosso parla infatti di gente che andrebbe rimandata a casa a "calci". Il primo nesso ideologico è dunque quello per cui violenza=straniero. 

Ma chi sono gli stranieri? Credo che si possa rispondere se si riflette a una sorta di sindrome dell'assedio che si sta sempre più radicando nelle città più ricche come Milano (o come Parigi). Su questo elemento dovremo ritornare più diffusamente, perché è vero che se ne parla già da tanto in relazione all'immigrazione. La sindrome dell'assedio però sta mutando. Sta diventando una prerogativa di classe più definita e la città di Milano si sta trasformando nel luogo geografico che distingue chi è cittadino da chi non lo è, chi è portatore di diritti e ha voce da chi invece deve tacere, anzi da chi deve stare fuori dal perimetro perché appunto socialmente estraneo.

A questo punto lo straniero o il maranza non è semplicemente chi ha origini fuori dall'Italia. Del resto non credo che lo strillone arricchito se la prenderebbe mai con un giovane americano o tedesco. Straniero, in quella coscienza confusa e razzistoide, non rimanda all'appartenenza nazionale. Non nel senso a cui pensiamo noi. Straniero è colui non ha cittadinanza non sul piano formale, ma economico. Straniero è colui che per ragioni di classe deve essere escluso.

Questo per molti versi spiega anche perché qualche episodio di sabato si è risolto nell'assalto ad alcuni negozi del centro di Milano esattamente come accaduto a Parigi. Certo, ci può fare orrore pensare che una contestazione politica possa esprimersi con il furto di vestiti d'alta moda. Ma in una realtà depoliticizzata, in una periferia che parla la lingua subalterna al capitale, quei vestiti, quegli abiti costosi hanno un alto valore simbolico. Sono ricercati per ottenere una legittimità sociale, per uscire dall'ombra in cui sono confinati gli stranieri in quanto poveri. Identificano un tipo di "nazione": la nazione dei ricchi, quella a cui anelano gli estimatori di Musk, Thiel, Epstein...

Milano da questo punto di vista è la città simbolo che esprime un'appartenenza di classe mascherata con la ricerca dell'alta moda, di un'esteriorità finta, artificiale dietro la quale si nasconde una volontà di dominio sul prossimo. Dopo anni di iniezione ideologica neoliberale da parte di Sala, Milano si sta trasformando in una città stato, in una nazione che opprime chi ne è escluso e che definisce i propri criteri di cittadinanza in base all'appartenenza di classe.

In fondo, i ragazzi che hanno protestato - figli di immigrati o del ceto medio impoverito, questo non fa più differenza -, con la ricerca e l'esibizione di vestiti che superano la loro reale disponibilità economica, desiderano in modo maldestro non sentirsi più stranieri, non essere l'oggetto di un dominio che non riescono a vedere, di cui non comprendono la sostanza politica, ma che agisce profondamente su di loro, sulla vita quotidiana sui rapporti di amicizia e sulle relazioni sentimentali, cioè su aspetti estremamente importanti per un adolescente che deve costruirsi la propria identità.

Scopo della lotta politica, della nostra lotta, deve essere allora quello di dare una coscienza nuova a questi ragazzi per insegnargli che quello che cercano con la moda è solo il veleno che il capitale impiega per alienare i loro desideri e le loro aspirazioni.

Concludo: il fotomontaggio che sostituisce il volto del giovane milanese privilegiato e abbruttito con quello di Vannacci racconta una grande verità. Il nuovo fascismo sarà la paradossale alleanza tra la ricca borghesia e i seguaci delle realtà periferiche e popolari che con il generalissimo cercano un riscatto per somigliare proprio a chi li opprime.

Sulla morale dei benpensanti per il riarmo e dei "fan" di Draghi

 

di Paolo Desogus*

 

È interessante vedere come in tanti si stano fiondando nella gara tra chi è più benpensante dopo gli scontri di ieri a Milano, Roma e Parigi. È interessante perché chi si prodiga in lunghe prediche moralistiche si scandalizza per qualche copertone bruciato o qualche vetrina spaccata mentre tace di fronte alla violenza che è stata esercitata sui lavoratori e sui cittadini.

Senza andare a fare la storia economica e sociale degli ultimi trent'anni di neoliberalismo e soffermandoci solo a ciò di cui siamo testimoni oggi, assistiamo al crollo del potere d'acquisto, alla precarietà del lavoro, all'esplosione degli affitti per fare spazio agli b&b, alla profonda crisi climatica, ai morti sul lavoro, all'esplosione dell'evasione fiscale, agli extra profitti di banche, industrie energetiche e delle armi, al decadimento dei servizi essenziali come sanità e istruzione, sotto minaccia di privatizzazione, senza contare poi la complicità dello stato italiano con Israele nel genocidio a Gaza e con la Nato nella guerra in Ucraina.

Credo che i vari benpensanti, "i moderati" per il riarmo, i fan di Draghi e della Von Der Leyen, la Sinistra per Israele (e speriamo che prima o poi arrivi anche la Norimberga per Israele) e tutti i simpatizzanti dei fascisti al governo, se ne devono fare una ragione: il loro potere vive oggi una crisi di autorità. La loro ideologia non incanta più. Possono schierare tutti i poliziotti che vogliono, ma il problema resta. Resta la violenza economica della loro azione oramai del tutto disconnessa dai bisogni concreti, capace di mantenere il comando solo per via della minaccia e del terrore sollecitato ogni qualvolta si profila all'orizzonte un'alternativa politica.


*Post Facebook del 17 ottobre 2026

La grande paura del capitale di fronte al contagio della rivolta francese

 

di Paolo Desogus*

Il movimento studentesco in Francia si sta allargando e, nonostante la durissima campagna repressiva del governo, sta aprendo una stagione politica nuova, che ci impone di guardare in modo diverso non solo la vicenda francese ma anche quella europea.

Quello che accade nelle strade di Parigi, di Lille, di Marsiglia e di altre città della Francia ha a che fare con il nostro assetto democratico e riguarda un modello di vita, un modo di concepire l'organizzazione sociale incapace di assicurare benessere reale e uguaglianza nei diritti. Prima ancora che qualche episodio di violenza dei manifestanti, esposto all'ennesima potenza dai media per giustificare la repressione poliziesca, ciò che veramente disturba il governo francese è il ritorno del conflitto sociale fuori dagli schemi, fuori dalle pratiche che è in grado di controllare e dirigere.

Il movimento studentesco da questo punto di vista rivela la crisi di autorità delle istituzioni che hanno sposato le politiche neoliberali. Mostra il loro fallimento. Testimonia il loro classismo. Naturalmente ci sono anche le questioni più specifiche, ovvero il decadimento della scuola pubblica francese, martoriata dai tagli e dalle politiche europee, il famigerato Parcoursup, che con un algoritmo decide il futuro degli studenti che intendono iscriversi all'università. Ci sono molte altre questioni relative all'istruzione, che sono però anche il riflesso di una condizione più generale, ovvero la mancanza di futuro, il dominio incontrastato del capitale, la vocazione bellicista dell'Europa: tutte questioni che stanno a cuore alle giovani generazioni e a cui giustamente si ribellano.

In un ottimo articolo comparso oggi sul Manifesto Christian Lavall sottolinea come mai fino ad ora il governo aveva reagito in modo così violento alle proteste di piazza. Pensate, ci sono stati ben 5mila fermi. Questa violenza repressiva non è però solo l'effetto di un'attitudine arrogante e va valutata con attenzione, perché dà anche la misura di quello che c'è in ballo.

È anche per questo che la propaganda, a cui ha contribuito anche Trump, si concentra nella delegittimazione degli studenti, nei discorsi che li descrivono come dei fannulloni o in altri in cui si sottolinea la presenza di "islamici" o di stranieri. Razzismo e classismo nascondono la seria preoccupazione che la nuova ondata politica nate nelle scuole e nelle università si saldi alle proteste sociali. La grande paura del capitale è in altre parole che la freschezza intellettuale e politica della nuova gioventù francese travolga le resistenze burocratiche e corporative che hanno indebolito le lotte sindacali e diano respiro nuovo all'iniziativa politica in netta discontinuità con i passato.

Dobbiamo augurarci che il movimento francese si allarghi e che contagi le forme di organizzazione tradizionali per svecchiarle, per riconnettere le singole battaglie del lavoro alle questioni più generali della lotta al capitalismo e alla torsione guerrafondaia che attraversa il continente.


*Commento Facebook del 7 ottobre 2026

Perché la rivolta di Parigi terrorizza così tanto

 

di Paolo Desogus

Sono abituato alla riduzione della contestazione e del dissenso a fenomeno di ordine pubblico. Questa torsione argomentativa è del resto tipica di quel fascismo strisciante che non ci ha mai abbandonati e che salda i sentimenti piccolo borghesi più abietti, più meschini, più reazionari alle istanze del grande capitale che attraverso le proprie agenzie trasforma quei sentimenti in materiale ideologico e in propaganda.

C'è però un salto di qualità. Le reazioni scomposte al grande movimento di protesta nato in Francia, che spero contagi anche l'Italia e il resto d'Europa, non si limitano più a trasformare i manifestanti in facinorosi e il dissenso in teppismo. Quello che emerge dalle reazioni contro gli studenti francesi aggiunge al vecchio armamentario poliziesco e repressivo anche qualcos'altro, ovvero il razzismo.

I commenti al mio post di ieri, sono solo un piccolo indizio. A loro si aggiungono le schiere di troll che hanno saturato le pagine dei social e della stampa, supportati dai questurini dell'informazione che imperversano sulle televisioni. Tra i commenti più frequenti ci sono quelli di chi lamenta la presenza di bandiere della Palestina nelle proteste francesi o di chi conta i visi dalla pelle nera nelle immagini degli scontri: a loro dire segno inequivocabile che "non sono francesi".

Poi ci sono quelli che evocano lo scontro culturale. La sinistra "islamista" vuole distruggere l'attuale civiltà.

Molti di questi commenti nascono da profili falsi. Altri no, sono autentici. Il vannaccismo e il melanismo, uniti al processo di israealizzazione della società e dunque alla criminalizzazione fondata su base razziale del dissenso, si sono oramai radicati. Hanno una base di consenso. Le sue punte più estreme e xenofobe sono certamente minoritarie. Ma è significativo il fatto che i loro sostenitori siano usciti dalle fogne e si manifestino apertamente.

Ad ogni modo, è vero, lo confesso, non amo questa civiltà. Non posso amare un'Europa e un Italia sottomesse in tutto e per tutto al neoliberismo. Non posso supportare chi ha come orizzonte politico solo la guerra e il riarmo. Non posso sostenere le politiche ipocrite che tacciono di fronte al genocidio a Gaza, alle annessioni di Palestina, Libano e Siria e all'apartheid in Cisgiordania. Non amo e non sostengo questa civiltà perché non è tale, perché non è una civiltà. Perché della vicenda europea ha preso solo il peggio e cioè il razzismo, classismo, la soppressione del conflitto sociale e la riduzione del diritto a formalità cui possono sottrarsi i ricchi e i potenti. Insomma non la amo perché è in realtà barbarie.

Fanno bene i ragazzi a protestare. Fanno bene a ribellarsi a una realtà a loro ostile, una realtà alienante che promette false libertà, falsi piaceri, false soddisfazioni esistenziali. La storia europea, di cui la Francia è stata protagonista, non è solo fascismo, colonialismo e individualismo neoliberale. Non è Giorgia Meloni o Marine Le Pen. È anche diritto, democrazia, solidarietà, comunità e lotta di classe.


*Commento Facebook del 5 ottobre 2026

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