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Normal view

La guerra culturale degli Usa contro l'Europa

 

di Alessandro Bartoloni 

 

La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche solo pensabile. Questo articolo è frutto della lettura di alcuni testi che hanno trattato direttamente questo tema, come Perché l’occidente odia la Russia di Hauke Ritz, La guerra fredda culturale di Frances Conor Staunders, e Who paied the pipers of western marxism, di Gabriel Rockhill.

Fabbricare il consenso in Europa

Nel secondo dopoguerra, Washington aveva un problema enorme. La sua travolgente superiorità economica non bastava a garantirgli un’egemonia automatica sul piano culturale. L’Europa devastata dal conflitto non guardava all'America come a un faro indiscutibile: i partiti comunisti e socialisti avevano un radicamento di massa, i sindacati erano forti e il marxismo costituiva l'ossatura teorica dei principali intellettuali del continente. Per molti europei, dalle macerie del fascismo non doveva nascere un capitalismo all'americana, ma una società profondamente diversa.

Per la Casa Bianca e per gli apparati di sicurezza statunitensi, questo scenario era una minaccia intollerabile. Se un'intera sponda dell'Atlantico continuava a mettere in discussione il libero mercato, il progetto di dominio globale americano rischiava di crollare sul nascere. La risposta fu immediata e spietata: trasformare la cultura, la ricerca universitaria, il giornalismo e l'arte in vere e proprie prolunghe della propria politica estera.

La CIA e il mercato dell'intelligence intellettuale

L'operazione più plateale di questa ingegneria del consenso fu il Congress for Cultural Freedom (CCF), fondato nel 1950. Sotto l'ipocrita bandiera della "difesa della libertà intellettuale" contro l'autoritarismo sovietico, gli Stati Uniti costruirono una sterminata rete di copertura finanziata in gran segreto dalla CIA. Attraverso fondazioni fantoccio, Washington ha pompato milioni di dollari per finanziare mostre, saggistica, convegni e riviste prestigiose in mezza Europa — come Encounter nel Regno Unito, Preuves in Francia o Tempo presente in Italia.

Il punto centrale non era fare propaganda becera, che avrebbe insospettito chiunque. Il metodo americano è stato ben più raffinato e perverso: cooptare gli intellettuali, stabilire quali temi fossero dignitosi da dibattere e premiare chiunque indirizzasse la propria critica esclusivamente contro Mosca. Quando nel 1967 lo scandalo dei fondi CIA venne a galla, la maschera cadde, ma il danno era ormai fatto. L'America era riuscita a dimostrare che l'egemonia non si impone con i carri armati, ma comprando gli spazi di visibilità e distribuendo prestigio a chi fa il gioco del potere.

L'astrazione come dottrina e la trasformazione della sinistra

Lo stesso meccanismo fu applicato alle arti visive. Prendiamo l'espressionismo astratto di Jackson Pollock: il governo americano e le sue fondazioni sponsorizzarono ed esportarono in tutto il mondo questa pittura priva di contenuti sociali espliciti. Perché? Perché serviva come perfetta arma ideologica. La totale assenza di critica sociale nella pittura astratta veniva sventolata come l'emblema della "libertà occidentale", in contrapposizione al grigio realismo socialista sovietico. L'arte smetteva di contestare la realtà e diventava un manifesto pubblicitario dell'american way of life.

Ma il capolavoro politico degli apparati statunitensi è stato un altro: la domesticazione della sinistra occidentale. Capito che era impossibile eradicare l'aspirazione alla giustizia sociale, gli strateghi di Washington lavorarono per separare la critica sociale dalla contestazione del capitalismo. Si doveva finanziare e promuovere una sinistra "compatibile": una sinistra ferocemente antisovietica che finisse per accettare la proprietà privata e l'impianto liberale come orizzonti unici e insuperabili.

Contemporaneamente, il linguaggio politico venne sistematicamente manipolato. Attraverso un'accorta selezione di concetti filosofici e opere letterarie, il fascismo e il comunismo vennero infilati nello stesso calderone del "totalitarismo". Il risultato ideologico fu perfetto: l'ordine capitalistico e liberale non veniva più percepito come un sistema storicamente ingiusto e pieno di contraddizioni, ma come l'unico baluardo possibile contro la barbarie. Chiunque provasse a mettere in discussione le basi economiche del modello americano veniva automaticamente bollato come complice del totalitarismo.

L'eredità coloniale del pensiero unico

Con il crollo dell'Unione Sovietica, la narrazione occidentale ha decretato la "fine della storia", ma le tecniche di manipolazione culturale affinate dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda non sono affatto andate in pensione. Oggi assistiamo allo stesso identico schema: la complessa realtà geopolitica globale viene costantemente ridotta a un manicheo e infantile scontro morale tra "democrazie" e "autocrazie".

Dietro questa patina etica si nascondono gli stessi identici interessi strategici ed economici di sempre. Ogni paese che rifiuta l'allineamento ai desiderata americani viene squalificato sul piano morale prima ancora che politico, rendendo impossibile qualsiasi analisi seria delle responsabilità e degli imperialismi occidentali.

La vera tragedia della guerra culturale condotta dagli Stati Uniti è che ha finito per sterilizzare il pensiero critico anche a casa nostra. Trasformando la cultura in un’arma di distrazione di massa e in uno strumento di propaganda geopolitica, l'Occidente ha perso la propria autonomia intellettuale. Abbiamo importato le categorie concettuali di Washington, finendo per scambiare la nostra subordinazione culturale per libertà di pensiero.

 

 

Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere


di Alessandro Bartoloni

 

Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.

Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.

L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.

 1. Oltre la dimensione militare

In primo luogo, Washington non si trova ad affrontare sconfitte militari lontane, come in Afghanistan o in Iraq. L’illusione del periodo successivo alla Guerra fredda, secondo cui l’egemonia statunitense potesse essere facilmente consolidata combattendo i «terroristi» a vantaggio del proprio complesso militare-industriale (Military-Industrial Complex, MIC), è finita.

Oggi Washington ha provocato la formazione di una coalizione multipolare composta da avversari di primo piano — Russia, Cina e Iran — molto più resilienti sul piano economico, capaci militarmente e coordinati diplomaticamente di qualsiasi avversario affrontato dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.

Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di basi statunitensi in Medio Oriente, con un costo di 33,4 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Pentagono.
Ma questa sfida al potere statunitense va ben oltre la dimensione militare. Le ripercussioni per Washington sono anche diplomatiche, economiche e finanziarie.

Le aggressive sanzioni introdotte prima di Trump e i dazi imposti da Trump si stanno ritorcendo contro gli Stati Uniti, proprio come era prevedibile. Inoltre, l’interruzione dei flussi energetici globali, provocata dalle stesse scelte di Washington, sta alimentando l’inflazione in Occidente, che non può essere realmente contenuta attraverso gli aumenti dei tassi d’interesse.

L’attuale aumento dei rendimenti obbligazionari sta già mettendo sotto pressione Paesi come la Francia e il Giappone, quest’ultimo gravato da un debito pari al 250% del PIL e caratterizzato da uno yen storicamente debole.

2. La tempesta perfetta

La ritirata umiliante degli Stati Uniti dal Vietnam è il precedente più vicino a ciò che sta per accadere oggi. Allora, tuttavia, la base industriale interna era formidabile, la leadership tecnologica incontrastata e il sistema finanziario internazionale non disponeva di alternative praticabili.

Quando, nel 1971, gli Stati Uniti abbandonarono il sistema aureo e iniziarono a svalutare il dollaro attraverso l’espansione monetaria e a finanziarizzare la propria economia — a spese della popolazione — la domanda globale di dollari rimase forte e, sotto molti aspetti, il ruolo internazionale della valuta statunitense si consolidò ulteriormente.

Oggi, per la prima volta, Washington si trova ad affrontare una «tempesta perfetta».

Dietro e al di sopra delle imminenti sconfitte geopolitiche e militari non ci sono soltanto le crisi del debito e dell’energia, ma anche una bolla dell’intelligenza artificiale che potrebbe essere sul punto di scoppiare.

Allo stesso tempo, mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe essere la più grande IPO della storia, ma forse anche la più rischiosa, l’ascesa della Cina nella maggior parte dei settori tecnologici avanzati, compresa l’intelligenza artificiale open source, minaccia seriamente di mettere in crisi il modello statunitense dell’IA, orientato al profitto e alla tutela dei cartelli.

Le crisi in arrivo sono dunque simultanee, si amplificano a vicenda e si rafforzano reciprocamente, lasciando a Washington pochissimo margine di manovra strategica.
È proprio questa, in altre parole, una «tempesta perfetta».

3. Ripiegamento verso l’interno

Tutti questi fallimenti accumulati sul piano internazionale finiranno inevitabilmente per produrre conseguenze politiche interne.

Oltre al problema del debito legato all’intelligenza artificiale, che pesa sul mercato azionario statunitense e sugli investitori, è fondamentale sottolineare che Israele sta rapidamente perdendo una parte consistente del sostegno di cui godeva tradizionalmente negli Stati Uniti.

Inoltre, il Partito Democratico non rappresenta un’alternativa credibile e razionale alla follia guerrafondaia dei repubblicani.

La classe politica statunitense impedisce alla maggioranza degli americani di ottenere sia sicurezza sia prosperità. Di conseguenza, dovrà affrontare una perdita ancora maggiore di legittimità interna.

Dopo l’esplosione della crisi economica e finanziaria, si aprirà la strada a disordini sociali, alienazione politica e rivolta popolare. Tutto questo avverrà senza quella rete di sicurezza economica e quella coesione istituzionale che avevano protetto l’establishment statunitense durante i disordini sociali degli anni Sessanta.

La storia dimostra che, quando un impero commette errori strategici, sopravvaluta le proprie capacità e, al contempo, genera squilibri strutturali interni sul piano sociale ed economico, il costo finisce inevitabilmente per ricadere sulla popolazione.

In questo senso, alcuni hanno paragonato Trump a Commodo, l’imperatore romano ossessionato dal potere che prosciugò le casse dello Stato tra il 177 e il 192 d.C. e fu fermato soltanto da un assassinio. Quell’episodio segnò anche l’inizio della caduta di Roma.

Per l’americano medio, i risultati dei disastri della politica estera statunitense sono per lo più negativi: si traducono in spese militari sempre maggiori, a beneficio soltanto di una piccola parte della popolazione.

A questo si aggiungono la perdita di potere d’acquisto, le infrastrutture fatiscenti, la deindustrializzazione delle regioni centrali del Paese, gli abusi delle forze di polizia, il costo della vita in aumento e un’assistenza sanitaria sempre più cara.

Il popolo statunitense sta pagando il prezzo di decenni di governo da parte dell’oligarchia parassitaria di Washington.

Prima o poi, Washington dovrà pagare un prezzo politico, anche in presenza di una cittadinanza in larga parte passiva e scarsamente informata come quella americana.

Mentre l’impero esaurisce le proprie opzioni all’estero, la resa dei conti per gli Stati Uniti finirà inevitabilmente per consumarsi anche sul fronte interno.

Da una parte ci sarà un establishment politico di Washington sulla difensiva, isolato e sempre più coercitivo; dall’altra, una popolazione indebitata e afflitta da problemi di salute legati anche all’obesità, ma al tempo stesso armata, arrabbiata e disillusa.

In gioco c’è il futuro della Repubblica americana.

(Finn Andreen)

Kaliningrad, il monito di Mosca e la crisi finanziaria dell’Ucraina: la guerra entra in una nuova fase


di Alessandro Bartoloni

Lo sviluppo più importante di questa settimana in Europa potrebbe non essere avvenuto sul campo di battaglia. La Russia ha lanciato un avvertimento particolarmente esplicito sulla questione di Kaliningrad, chiarendo che qualsiasi tentativo di bloccare o minacciare l’exclave potrebbe provocare una risposta con l’intero arsenale militare a disposizione di Mosca, comprese le armi nucleari. Allo stesso tempo, esponenti del governo lituano hanno ammesso di non disporre di alcuna informazione di intelligence che faccia pensare a preparativi per un imminente attacco russo contro la NATO.

Questo accostamento non è casuale. I governi occidentali continuano a discutere scenari sempre più ambiziosi lungo i confini della Russia, pur sostenendo di voler evitare uno scontro diretto. Con il suo messaggio, Mosca vuole eliminare ogni possibile ambiguità: Kaliningrad, dal punto di vista russo, non è un semplice punto di pressione nell’ambito del conflitto ucraino. È territorio sovrano della Federazione Russa e qualsiasi interferenza verrebbe considerata e affrontata come tale.

Siamo di fronte a un ulteriore inasprimento delle tensioni. Per gran parte della guerra, i Paesi della NATO hanno ampliato gradualmente il proprio coinvolgimento: condivisione di informazioni di intelligence, forniture di armi, addestramento, sanzioni e capacità di colpire obiettivi a distanze sempre maggiori. Ogni nuovo passo è stato presentato come compatibile con il quadro di intervento esistente. Kaliningrad rappresenta però un caso diverso: Mosca sta facendo capire che esistono limiti oltre i quali questa logica di progressiva escalation potrebbe non valere più.

Il fronte finanziario

L'avvertimento russo arriva mentre l'Ucraina deve fare i conti con un problema meno appariscente, ma altrettanto grave: quanto costa continuare la guerra.
Le necessità di Kiev vanno ormai ben oltre il semplice mantenimento delle truppe al fronte. Lo Stato deve garantire il pagamento di stipendi e pensioni, finanziare gli acquisti militari, riparare le infrastrutture, importare energia e programmare le forniture di armi per l'anno successivo. Il materiale esaminato indica un fabbisogno aggiuntivo di decine di miliardi e sottolinea, in particolare, la necessità di prenotare con largo anticipo munizioni e droni a lunga gittata.

È proprio questo il problema di fondo. Un nuovo pacchetto di aiuti può colmare una carenza immediata di liquidità, ma non risolve il problema strutturale. La guerra genera continuamente nuove spese: le attrezzature si consumano, le infrastrutture vengono danneggiate, i costi di manutenzione aumentano e bisogna finanziare nuovi acquisti prima ancora che le scorte esistenti siano esaurite.

La questione, dunque, non è più soltanto se l'Occidente riuscirà a trovare altri fondi, ma se sarà in grado di mettere in piedi un sistema stabile e duraturo che consenta di sostenere l'Ucraina anno dopo anno. Finora gli aiuti sono stati garantiti soprattutto attraverso una successione di interventi e decisioni politiche, piuttosto che attraverso un meccanismo strutturato e adeguato alle dimensioni del conflitto.

Una differenza che diventa sempre più rilevante con il prolungarsi della guerra.

I soldi non bastano: servono capacità industriali

Il caso degli F-16 ucraini mostra chiaramente la differenza tra gli impegni finanziari e la reale capacità industriale di sostenere una guerra.

Secondo il materiale di partenza, i ritardi nelle operazioni di manutenzione in Belgio hanno lasciato a terra una parte consistente della flotta di F-16 ucraini. Interventi che normalmente richiederebbero poche settimane finiscono per protrarsi per molti mesi. Gli aerei possono essere riparati: il problema è disporre del tempo, delle infrastrutture e delle competenze specialistiche necessarie per farlo.

Si tratta di una debolezza più generale dell'Occidente, emersa più volte nel corso del conflitto. I governi possono stanziare miliardi in tempi relativamente brevi, ma i sistemi industriali non possono essere potenziati da un giorno all'altro. Gli aerei hanno bisogno di tecnici e strutture per la manutenzione. I sistemi di difesa aerea richiedono intercettori. L'artiglieria ha bisogno di proiettili. Le reti elettriche necessitano di trasformatori e componenti specializzati.

Il vero collo di bottiglia, quindi, non è sempre il denaro. Sempre più spesso è la capacità di produrre, riparare e sostituire ciò che viene consumato.

L'arretrato nella manutenzione degli F-16 viene indicato dall'analisi come un ulteriore esempio dell'insufficiente capacità industriale occidentale di fronte a una guerra di logoramento prolungata. Ed è proprio questo il nodo centrale: il sistema di sostegno militare occidentale era stato concepito per fare affidamento sulle scorte disponibili e per affrontare operazioni di durata limitata, non necessariamente per sostenere una guerra potenzialmente senza fine, che richiede un continuo rifornimento di mezzi e materiali.

La pressione sulla rete elettrica

Nel frattempo, la Russia sembra aver esteso la propria strategia di pressione alle infrastrutture economiche ucraine.

Gli attacchi si stanno concentrando sempre più sulle reti di trasmissione dell'energia elettrica, e non soltanto sugli impianti di produzione. È una distinzione importante: un Paese può anche disporre di una capacità sufficiente a produrre elettricità, ma andare comunque incontro a gravi carenze se non riesce a distribuirla in modo efficiente attraverso sottostazioni, linee ad alta tensione e reti regionali.

Il materiale esaminato descrive attacchi mirati proprio a interrompere il funzionamento di questa rete, con conseguenti blackout.

La logica militare è quella di un logoramento progressivo, più che di un singolo colpo spettacolare. Le infrastrutture danneggiate possono essere riparate, ma ogni intervento richiede denaro, attrezzature e manodopera. Ogni nuovo attacco aumenta quindi la dipendenza dell'Ucraina dai finanziamenti esteri e dalle forniture di componenti e materiali dall'estero.

La pressione sul sistema energetico ha conseguenze dirette anche sui conti pubblici. La produzione industriale rallenta, le attività economiche si contraggono e i costi della ricostruzione aumentano. Il gettito fiscale diminuisce proprio mentre le spese dello Stato continuano a crescere.

È qui che il fronte militare e quello finanziario finiscono per intrecciarsi.

Il dilemma dell'Occidente

L'Occidente si trova oggi a dover gestire contemporaneamente diversi problemi.

L'Ucraina ha bisogno di armi subito, ma per produrle o ripararle possono essere necessari mesi, se non anni. Kiev ha bisogno oggi dei finanziamenti per acquistare i sistemi militari che le serviranno l'anno prossimo. I governi europei devono continuare a sostenere l'Ucraina mentre aumentano contemporaneamente le proprie spese per la difesa. E, nel frattempo, qualsiasi peggioramento della situazione sul campo di battaglia alimenta le pressioni per un coinvolgimento ancora maggiore dell'Occidente.

La questione di Kaliningrad è importante proprio perché Mosca sta cercando di fissare una linea rossa: il limite oltre il quale il coinvolgimento occidentale non verrebbe più considerato un semplice sostegno indiretto all'Ucraina, ma sarebbe interpretato come un intervento diretto nel conflitto.

Il pericolo non sta necessariamente nel fatto che una delle due parti voglia davvero allargare la guerra. Il rischio è che il progressivo deterioramento della situazione finisca per spingere tutti verso decisioni sempre più azzardate. Pressione militare, difficoltà finanziarie e impazienza politica tendono infatti ad alimentarsi a vicenda.

Ecco perché l'avvertimento di Mosca merita attenzione, al di là delle dichiarazioni di facciata. L'obiettivo è restringere il margine di manovra dell'Occidente proprio mentre, su altri fronti, le possibilità di intervento diventano sempre più difficili da gestire.

Una guerra di capacità

La guerra si sta trasformando sempre più in una prova di tenuta dei sistemi, piuttosto che in una semplice competizione tra singoli armamenti.

L'Ucraina può ricevere nuovi finanziamenti, ma il fabbisogno continua a ripresentarsi. Gli F-16 possono essere riparati, ma le capacità di manutenzione sono limitate. Le reti elettriche possono essere ripristinate, ma possono essere nuovamente colpite. Le armi possono essere ordinate, ma le linee di produzione non sono in grado di aumentare immediatamente la propria capacità.

La vera sfida, quindi, non riguarda tanto un singolo pacchetto di aiuti o un particolare sviluppo sul campo di battaglia, quanto la capacità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo.
Per l'Occidente, questo significa trasformare gli impegni finanziari in produzione industriale concreta, a un ritmo sufficiente per sostenere l'Ucraina senza esaurire le proprie scorte e senza superare il limite della propria disponibilità politica a continuare a finanziare il conflitto.

Per la Russia, invece, significa mantenere la pressione militare e, allo stesso tempo, dimostrare che qualsiasi tentativo di allargare il confronto comporterebbe rischi che vanno ben oltre i confini dell'Ucraina.

La questione di Kaliningrad e la crisi finanziaria ucraina possono sembrare due vicende separate. In realtà, sono strettamente collegate.

Entrambe pongono la stessa domanda: per quanto tempo ciascuna delle due parti sarà in grado di sostenere i costi materiali, finanziari e politici di questa guerra, prima che emergano i limiti della propria strategia?

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