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IPO Jio, la sfida dei ricavi da rete mobile dietro la valutazione da 100 miliardi

14 October 2026 at 05:00

Jio Platforms, il gruppo digitale e delle telecomunicazioni controllato da Reliance Industries, guidata da Mukesh Ambani, si prepara a quotarsi in Borsa con una valutazione attesa intorno ai 100 miliardi di dollari. I suoi 524 milioni di clienti sono una forza enorme, ma anche la misura della sfida: trasformare questa scala in ricavi sempre più solidi. Un nodo che parla anche all’Italia. Tra il 2021 e il 2025 il traffico dati mobile è più che raddoppiato, mentre i ricavi del comparto sono diminuiti.

È questo il filo che lega due mercati molto diversi. In India, Jio deve convincere gli investitori che la sua base di utenti può sostenere una valutazione da record. In Italia, i numeri mostrano che consumare più dati non significa automaticamente generare più ricavi per gli operatori. Non è la prova di una crisi generalizzata delle telecomunicazioni: è un problema più preciso, quello di monetizzare la rete mobile.

Jio vale per i clienti, ma anche per quello che saprà vendere loro

La quotazione di Jio Platforms è attesa come una delle più importanti mai viste in India. Le indicazioni circolate sul mercato collocano la valutazione del gruppo oltre i 100 miliardi di dollari, ma il valore definitivo dipenderà dal prezzo delle azioni e dalla domanda degli investitori.

La società non è soltanto un operatore telefonico. Attraverso la controllata Reliance Jio Infocomm offre connettività mobile e banda larga, mentre la piattaforma punta anche su servizi digitali, cloud, intrattenimento, soluzioni per le imprese e prodotti basati sull’intelligenza artificiale. È questa ambizione a rendere plausibile una valutazione da grande gruppo tecnologico. La domanda che accompagna l’IPO è semplice: quanto pesano già questi business nei conti e quanto, invece, resta ancora legato alla connettività?

I dati depositati per la quotazione restituiscono un’immagine di crescita. Nell’esercizio chiuso a marzo 2026, Jio ha raggiunto 524,4 milioni di clienti, contro 488,2 milioni dell’anno precedente. I ricavi operativi sono saliti del 14,6%, a 1.469 miliardi di rupie, mentre l’utile netto è cresciuto del 15,1%, a circa 300,5 miliardi. Anche il ricavo medio mensile per cliente, o ARPU, è aumentato: da 206,2 a 214 rupie.

La crescita, tuttavia, va letta insieme alla composizione del business. Nello stesso anno il consumo medio mensile di dati per cliente è passato da 33,6 a 42,3 gigabyte. L’utilizzo della rete è, quindi, aumentato molto più del ricavo medio per utente: un segnale che rende centrale la capacità del gruppo di proporre servizi a maggior valore, aumentare la spesa dei clienti e costruire nuove fonti di reddito.

Jio Platforms Esercizio 2025 Esercizio 2026
Clienti 488,2 milioni 524,4 milioni
Ricavi operativi 1.282 miliardi di rupie 1.469 miliardi di rupie
Utile netto 261,1 miliardi di rupie 300,5 miliardi di rupie
ARPU mensile 206,2 rupie 214 rupie
Consumo dati mensile per cliente 33,6 GB 42,3 GB

Fonte: dati del prospetto Jio Platforms depositato presso la Sebi. ARPU e consumo dati sono riferiti al trimestre di uscita dell’esercizio.

L’IPO serve anche a ridurre il debito

C’è poi un altro aspetto meno spettacolare dei 524 milioni di clienti, ma importante per gli investitori: l’uso dei proventi. L’offerta prevede una nuova emissione di azioni; una parte rilevante delle risorse è destinata a rimborsare o anticipare debiti della controllata telefonica Reliance Jio Infocomm.

Il debutto in Borsa, dunque, non è soltanto una vetrina per la crescita digitale di Jio. Può anche rafforzare la struttura finanziaria del gruppo. Per chi valuta l’operazione, contano entrambe le dimensioni: la capacità di ridurre il debito e quella di trasformare il traffico, i clienti e la rete in utili futuri.

Il confronto con l’Italia: più dati, meno ricavi mobili

Il caso italiano non è sovrapponibile a quello indiano, ma aiuta a mettere a fuoco la stessa domanda. Secondo Agcom, tra il 2021 e il 2025, le risorse complessive delle comunicazioni elettroniche in Italia sono cresciute del 6%, da 27,85 a 29,53 miliardi di euro. Dentro il totale, però, le traiettorie sono opposte: i ricavi della rete fissa sono saliti del 20%, quelli della rete mobile sono scesi dell’11,4%.

Nel frattempo, il traffico dati medio giornaliero per SIM “human” è cresciuto di quasi il 113% tra settembre 2021 e settembre 2025. In altre parole, sulle reti mobili italiane viaggia molto più traffico, ma il comparto incassa meno rispetto a quattro anni prima.

Comunicazioni elettroniche in Italia Variazione 2021-2025
Risorse complessive del settore +6%
Ricavi della rete fissa +20%
Ricavi della rete mobile −11,4%
Traffico dati medio giornaliero per SIM “human” +112,8%

Fonte: Agcom. I dati sul traffico confrontano settembre 2021 e settembre 2025.

Parlare di “crisi delle telecomunicazioni”, in generale, sarebbe impreciso. Il settore nel suo complesso è cresciuto e la rete fissa ha compensato la flessione del mobile. Restano, però, forti la concorrenza e la pressione sui margini, come mostra anche il mercato italiano delle telecomunicazioni, dove gli operatori cercano nuove forme di collaborazione e condivisione delle infrastrutture.

Anche i risultati delle singole aziende sono diversi: Iliad ha chiuso il 2025 con ricavi e free cash flow in crescita, un esempio che invita a non leggere i dati del settore come una crisi uniforme. La criticità riguarda, soprattutto, la redditività dei servizi mobili, stretta tra l’aumento dei consumi, la concorrenza sulle tariffe e la necessità di investire in infrastrutture.

I due mercati non sono uguali, ma pongono una domanda comune: quanto può valere una rete se l’aumento dell’utilizzo non si traduce, con la stessa intensità, in maggiori ricavi?

Per Ambani la risposta dovrà convincere gli investitori a pagare una valutazione da oltre 100 miliardi. Per gli operatori italiani, la sfida è far crescere il valore economico di servizi e infrastrutture già molto utilizzati.

INWIT, ipotesi delisting: cosa succede alle azioni se i fondi comprano la società

12 October 2026 at 05:58

INWIT potrebbe lasciare Piazza Affari undici anni dopo la quotazione. Ardian e Oak Holdings 1, i due maggiori azionisti della società italiana delle torri per telecomunicazioni, starebbero cercando presso le banche i finanziamenti necessari per acquistare le azioni detenute dagli investitori di minoranza.

L’obiettivo allo studio sarebbe un “take private”: acquisire le quote residue e arrivare al possibile delisting, ossia al ritiro del titolo dalla Borsa. Potrebbe partecipare all’operazione anche Mubadala, fondo sovrano di Abu Dhabi.

Al momento, però, non esistono un’offerta formalizzata, un prezzo né una decisione definitiva. INWIT ha dichiarato di non avere informazioni sull’operazione, mentre Ardian, KKR, Vodafone, Global Infrastructure Partners e Mubadala non hanno commentato. Il progetto è credibile e avrebbe già raggiunto la fase della ricerca dei finanziamenti, ma resta un’ipotesi.

Chi controlla INWIT e quanto manca per il delisting

Ardian controlla circa il 32% di INWIT, mentre Oak Holdings ne possiede approssimativamente il 39%. Nel secondo figurano Global Infrastructure Partners, entrata nell’orbita BlackRock, Vodafone e KKR. Insieme, i due azionisti arrivano, quindi, intorno al 71% del capitale.

Elemento Situazione attuale Perché conta
Quota di Ardian Circa 32% È il primo promotore potenziale dell’operazione
Quota di Oak Holdings Circa 39% Riunisce GIP, Vodafone e KKR
Partecipazione complessiva Circa 71% Resta da acquistare una quota rilevante del capitale
Valore di mercato Circa 6,3 miliardi di euro Determina la dimensione finanziaria dell’operazione
Andamento in un anno Circa -27% Il ribasso può aver reso più conveniente l’acquisto
Possibile nuovo investitore Mubadala Potrebbe fornire capitale aggiuntivo

Il controllo del 71% non determina automaticamente l’uscita dalla Borsa. Modalità, soglie e obblighi dipenderanno dalla struttura dell’operazione e dall’eventuale azione congiunta dei soci. Per acquistare le quote residue potrebbe essere necessaria un’Opa.

Cosa succede alle azioni INWIT in caso di Opa

Il primo effetto di un’offerta è generalmente il confronto tra il prezzo proposto e la quotazione precedente all’annuncio. Se l’offerente vuole convincere gli azionisti a vendere, tende a riconoscere un premio. Non è, comunque, possibile stimarne oggi l’entità: il prezzo dovrebbe riflettere valore dell’azienda, debito, prospettive industriali e rischi contrattuali.

Chi possiede azioni non sarebbe chiamato a decidere immediatamente. Dopo l’eventuale pubblicazione dell’offerta arriverebbero il documento con condizioni e obiettivi, il calendario delle adesioni e le valutazioni previste dalla disciplina di mercato.

Possibile sviluppo Conseguenza per l’azionista
Nessuna offerta formalizzata Le azioni continuano a essere negoziate normalmente
Opa senza delisting Si può aderire o mantenere il titolo, valutando condizioni e liquidità
Superamento del 90% Può sorgere l’obbligo di acquistare le azioni residue se non viene ripristinato un flottante sufficiente
Raggiungimento di almeno il 95% Possono attivarsi le procedure di acquisto delle residue partecipazioni
Delisting Il titolo smette di essere negoziato sul mercato regolamentato

Rifiutare inizialmente un’offerta non significa necessariamente poter restare azionisti senza limiti di tempo. Se vengono raggiunte determinate soglie, entrano in gioco il diritto degli investitori residui a vendere e, al 95%, il possibile “squeeze-out”, cioè il diritto dell’offerente di acquistare le azioni rimaste.

Il vero rischio per chi non aderisce, quando non scattano immediatamente queste procedure, è ritrovarsi con un titolo molto meno liquido. Diventa più difficile trovare un compratore e il prezzo può risultare maggiormente volatile.

Perché comprare INWIT dopo il calo in Borsa

Il ribasso non rappresenta necessariamente un giudizio negativo sul valore delle infrastrutture. INWIT gestisce circa 26mila torri, più di 850 coperture indoor e oltre 12mila unità tra ripetitori e piccole celle. È un’attività che genera ricavi attraverso contratti di lungo periodo e infrastrutture difficili da replicare.

Il prezzo è, però, sceso a causa di un problema concreto. TIM e Fastweb, i due principali clienti, hanno avviato procedure per interrompere o rinegoziare gli accordi di utilizzo delle torri. INWIT considera validi i contratti fino al 2038 e ha contestato le disdette.

La società ha, inoltre, chiuso il primo semestre con un indebitamento finanziario netto di circa 5,45 miliardi di euro e una leva pari a 5,7 volte l’Ebitda. I risultati ufficiali di INWIT al 30 giugno 2026 indicano un’attività in linea con la guidance, ma anche un rallentamento e una maggiore conflittualità con i clienti principali.

Il prezzo dell’offerta sarà il dato decisivo

Il possibile delisting può essere letto in due modi. Per i fondi, il calo della valutazione rappresenta l’occasione di controllare interamente un’infrastruttura strategica senza dover rispondere ogni trimestre alle aspettative del mercato. Per gli azionisti di minoranza, invece, tutto dipenderà dal prezzo riconosciuto.

Un premio elevato rispetto alle quotazioni precedenti renderebbe l’uscita più interessante. Un’offerta costruita sui valori depressi dal contenzioso potrebbe, invece, aprire una discussione sulla corretta valutazione della società.

Prima di assumere decisioni non basta, quindi, osservare il rialzo o il ribasso immediato del titolo. Bisognerà verificare l’esistenza dell’offerta, il corrispettivo, le condizioni di efficacia, le soglie richieste e l’esito della vertenza con TIM e Fastweb.

Per ora il mercato dispone di un progetto allo studio, non di un’Opa, ma la ricerca dei finanziamenti segna un passaggio importante: l’ipotesi di togliere INWIT dalla Borsa non riguarda più soltanto indiscrezioni generiche. Comincia ad avere soci, capitali potenziali e una possibile architettura finanziaria.

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