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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

21 October 2026 at 06:39

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Zelensky recupera l’intelligence americana, non la certezza di poter decidere la pace

21 October 2026 at 06:35

Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, center, stands beside Norwegian Prime Minister Jonas Gahr St¿re, right, Finnish President Alexander Stubb, 2nd left, and U. S. envoy Steve Witkoff, in Oslo, Norway, Tuesday, Oct. 20, 2026. (Heiko Junge, Pool Photo via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Gli Stati Uniti hanno ripreso a condividere con l’Ucraina informazioni di intelligence utili ad anticipare gli attacchi missilistici russi. Lo ha detto Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con l’inviato americano Steve Witkoff a Oslo, in Norvegia. «Adesso funziona. È ottimo», ha detto il presidente ucraino, spiegando che gli avvisi preventivi possono salvare vite umane. Il ripristino delle informazioni arriva dopo giorni in cui Kyjiv sembrava aver perso una parte del sostegno di Washington, in una delle fasi più difficili dei rapporti tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa.

L’incontro si è svolto dopo una settimana di forti tensioni. Il 9 ottobre, ricorda il Guardian, Donald Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca sul diesel russo, mentre Kyjiv aveva subito una temporanea interruzione della condivisione di intelligence e restrizioni nell’utilizzo di Starshield, la versione militare di Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Le limitazioni hanno compromesso la capacità ucraina di condurre alcuni attacchi con droni a medio raggio contro le posizioni russe. Trump ha negato che ci sia stata una decisione politica per danneggiare l’Ucraina e ha continuato a criticare Zelensky, sostenendo che Kyjiv avrebbe potuto raggiungere un accordo con Mosca già due anni fa.

A Oslo il presidente ucraino ha cercato di ricostruire un canale di dialogo. Witkoff ha incontrato Zelensky insieme, in collegamento video, a Jared Kushner, genero di Trump. Hanno partecipato anche il premier norvegese Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e rappresentanti europei e britannici della sicurezza. Il colloquio è stato definito «costruttivo» da un funzionario americano. Zelensky ha parlato anche con il segretario di Stato Marco Rubio e ha detto di aver discusso con lui le restrizioni a Starshield e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Certo, è difficile aspettarsi che l’incontro produca cambiamenti sostanziali. Il risultato più concreto potrebbe essere proprio il ripristino della condivisione di intelligence, il pieno funzionamento dei sistemi satellitari e la prosecuzione del programma Purl, attraverso cui i Paesi alleati acquistano armi americane per Kyjiv. Intanto Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin in Russia. Secondo Washington, l’obiettivo è aprire la strada a negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, oltre che a colloqui multilaterali.

Resta però il nodo di chi debba sedersi al tavolo. Zelensky ha respinto l’ipotesi di un vertice tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping che escluda Kyjiv, proposta attribuita al leader russo. «Non può esserci nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha detto Zelensky a Oslo. E ha aggiunto: «Se si parla dell’Ucraina e del nostro futuro, può essere accettabile soltanto se siamo al tavolo dei negoziati».

Per Kyjiv, il ripristino dell’intelligence è un segnale importante, ma non risolve le divergenze sul futuro della guerra. E per l’Europa resta il timore che Washington e Mosca cerchino un’intesa sulle condizioni della pace senza tenere adeguatamente conto delle richieste ucraine.

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Meloni moltiplica i reati, ma la sicurezza non si costruisce a colpi di decreti

21 October 2026 at 06:12

Giorgia Meloni

Dopo gli scontri di Milano, il governo ha approvato un altro decreto sicurezza. Il provvedimento introduce il reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, estende alcune misure preventive ai minorenni e prevede sanzioni per i genitori dei ragazzi coinvolti nelle violenze. È il sesto decreto sicurezza dell’esecutivo Meloni. La risposta è ancora una volta affidata al diritto penale, con nuove fattispecie e pene più severe, mentre restano da chiarire le cause delle violenze e le falle nella gestione dell’ordine pubblico.

Tra le novità c’è un nuovo reato per chi partecipa a manifestazioni violente in gruppo, con pene fino a cinque anni di carcere e multe fino a ventimila euro. Per chi organizza o promuove gruppi con l’obiettivo di compiere violenze, anche attraverso strumenti informatici, la pena può arrivare a dodici anni. Il decreto estende inoltre l’arresto in flagranza differita e introduce aggravanti per danneggiamenti e saccheggi. Per i genitori dei minorenni responsabili di violenze sono previste multe da cinquecento a mille euro, raddoppiabili in caso di recidiva.

La miusra riguarda direttamente anche gli under-18. Il fermo preventivo viene esteso ai luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone e può applicarsi ai ragazzi che abbiano compiuto 16 anni. Per i minori sopra i 14 anni viene inoltre introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, che consente di procedere penalmente senza doverla accertare caso per caso. Sono misure che rendono più semplice l’intervento repressivo, ma aprono interrogativi sulla proporzionalità delle risposte e sulle conseguenze per la giustizia minorile.

La linea della premier è quella del «chi rompe paga». «Nessuna idea politica o disagio sociale» può giustificare le devastazioni, ha dichiarato Giorgia Meloni, chiedendo alle forze politiche di stare «dalla parte della legalità». Ma il punto è proprio distinguere tra la responsabilità individuale di chi commette reati e le ragioni di un disagio sociale che non si esaurisce negli episodi di violenza. Punire i responsabili è necessario; considerare l’inasprimento delle pene una risposta sufficiente è un’altra cosa.

Il decreto, intanto, interviene anche sulla presenza dei militari a Milano. Arriveranno cinquecento soldati in più, con una spesa di 4,7 milioni di euro fino al 31 dicembre, ma non potranno esercitare funzioni di polizia giudiziaria né arrestare direttamente i sospetti. Su questo punto, come riferisce Repubblica, il governo ha rinunciato alla previsione iniziale dopo le osservazioni del Quirinale e le divergenze interne alla maggioranza. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha contestato i limiti del loro impiego; il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che i militari devono agire in funzione complementare rispetto alle forze di polizia.

Resta infine da capire che cosa abbia prodotto gli scontri. Crosetto ha evocato una possibile «guerra ibrida», mentre Matteo Salvini ha respinto l’ipotesi di una regia russa. Piantedosi ha parlato di una dinamica che merita approfondimenti, pur riferendo che i primi accertamenti escluderebbero legami strutturati con gruppi antagonisti. L’indagine è ancora in corso.

È qui che il populismo penale mostra il suo limite. Il diritto penale è uno strumento indispensabile, ma dovrebbe essere una risorsa da usare con precisione, non la risposta automatica a ogni emergenza. Moltiplicare i reati e aumentare le pene può offrire un segnale politico immediato. Non sostituisce però il lavoro sulle cause del disagio, la prevenzione delle violenze e la capacità delle istituzioni di gestire le manifestazioni. Né risolve, da solo, le carenze che hanno permesso agli scontri di degenerare.

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Non ditemi di condannare la violenza senza se e senza ma: questo è il risultato della repressione

21 October 2026 at 05:55

Come più e più volte abbiamo scritto nel corso degli scorsi mesi e anni, questo governo ha dichiarato fin dal giorno del suo insediamento una vera propria guerra ai giovani. Che alla guerra si risponda con la guerra, che chi è attaccato reagisca, è qualcosa che non può sorprendere.

Il primo Consiglio dei Ministri del governo in carica, nell’ottobre 2022, fu utilizzato per introdurre il reato di rave party. A un anno di distanza, nel settembre 2023, è arrivato il Decreto Caivano, il più grande stravolgimento del sistema della giustizia penale minorile italiana, un sistema che era fondato sull’approccio educativo, sull’integrazione sociale, sul principio del superiore interesse del minorenne. Poi altri pacchetti sicurezza si sono susseguiti, introducendo nuovi reati, aggravanti, aumenti di pena, il fermo preventivo per chi va alle manifestazioni, l’espansione impazzita e illiberale di misure amministrative di contenimento per i più giovani, finanche dodicenni.

Nel mio utopico ottimismo, continuerò sempre a credere che un mondo senza violenza è possibile. Continuerò sempre a condannare ogni forma violenta di azione e anche di reazione, convinta che la nonviolenza sia la strada da percorrere per un’umanità razionale. Ma non mi si dica di condannare la violenza senza se e senza ma. Sono i se e i ma che articolano la comprensione del mondo. E allora dico che se non avessimo in Italia ben 1,28 milioni di minorenni in povertà assoluta forse non avremmo assistito a quanto accaduto nei giorni scorsi. Si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti nel nostro paese. E anche questa è violenza, di tipo strutturale. Così come è strutturalmente violenta la mancanza di 11.000 posti di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati. Se non li costringessimo a vivere in mezzo alla strada e a far da manovalanza ai piccoli spacciatori, salvo poi sbatterli in galera e lamentarci che le carceri minorili sono piene di ragazzini irrequieti che dobbiamo isolare in cella e sedare con dosi da cavallo di psicofarmaci, le cose andrebbero diversamente.

Quante violenze istituzionali hanno visto questi ragazzi, a partire dai morti ammazzati nel Mediterraneo? E i giovani stigmatizzati come maranza e baby gang (in assenza, non ci stancheremo di ripeterlo, di dati statistici che ci parlino di alcuna emergenza sulla criminalità minorile), e le seconde generazioni trattate come bambini indesiderati, e le classi scolastiche dalle quali se ne devono andare? È assurdo che non si parli di tutto questo ma si riempiano i media solamente delle poche decine di giovani che hanno sfasciato le vetrine.

La sola risposta che i ragazzi e le ragazze hanno avuto in questi anni alle loro richieste sono stati i pacchetti sicurezza, la repressione, la promessa di altre e più dure punizioni. Il ministro dell’Istruzione (mi rifiuto di parlare di merito) non ha mai chiesto agli insegnanti di discuterne nelle scuole, ma ha invece promesso metal detector e sanzionato i professori che parlavano di Palestina. Il ministro dell’Interno ha difeso le forze dell’ordine che hanno manganellato gli studenti a Pisa, Firenze, Roma. Nessuno ha ascoltato le loro istanze.

Venite a farvi un giro nelle carceri minorili per capire chi ci sbattiamo dentro. I giovani più fragili, quelli che andrebbero sostenuti, protetti, aiutati, e per i quali il governo ha dovuto aprire in fretta e furia tre nuovi istituti perché non sapeva più dove infilare tutti quelli che arrestava. Sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Si continua a testa bassa come muli su una strada che porterà al disastro. Quanti pacchetti sicurezza bisogna emanare prima di dichiarare che no, proprio non funzionano, che non è quella la strada? Fino a dove può espandersi il sistema penale prima di farci soffocare? Quante altre norme illiberali e repressive prima di ammettere che è con la prevenzione, il dialogo, l’inclusione, le politiche sociali che si rende sicura una società?

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“La politica? Ormai solo un teatrino: il merito non esiste e a noi non resta che scappare” – La lettera di una ragazza

21 October 2026 at 05:51

di Giulia Benedetta Arienzo

A chi governa, a chi decide, a chi giudica, e a chi continua a fingere di non vedere.

Non vi scrivo per rabbia. La rabbia è una fiammata che si spegne in fretta. Vi scrivo con la lucidità di chi è sfinito, ma ha l’ostinata pretesa di non rimanere in silenzio. Sono un’umile ragazza di Salerno. Una ragazza ITALIANA. Lavoro, faccio i miei sacrifici e, nel tempo che mi resta, faccio la volontaria al canile della mia zona. Nonostante il mio piccolo stipendio e la fatica ad arrivare a fine mese, se serve qualcosa per i cani corro a prenderlo. Lo faccio perché conosco il valore della cura e dell’empatia. Ma mi chiedo: com’è possibile che chi ha poco offra tutto ciò che ha, mentre chi possiede il potere e la ricchezza sembra del tutto privo di umanità?

Vi riempite la bocca con la parola “merito”, ma in questa Italia il merito è un’illusione per consolare chi parte svantaggiato. Andare avanti non dipende da quanto studi o ti spacchi la schiena: dipende dai soldi della famiglia, dalle conoscenze e dai privilegi. Vedo i “figli di papà” con la strada spianata, mentre a noi restano solo precarietà, stipendi da fame e l’ansia costante di non essere mai abbastanza. Guardando le vostre istituzioni, ecco quello che fa davvero paura:

– Il teatrino della politica e le figure autorevoli: La delusione non riguarda un singolo partito, ma una classe politica intera. Dall’incompetenza e dalla gestione improvvisata del governo Meloni, fino alle sparate retrograde di personaggi come Vannacci; dalle giravolte della sinistra che ha dimenticato i lavoratori, fino agli scandali di corruzione che da decenni travolgono ministri, amministratori e parlamentari di ogni colore. Cambiano i governi, ma i privilegi restano gli stessi… Vi siete mai chiesti cosa resterà del vostro potere quando l’intera società sarà crollata sotto il peso dei vostri egoismi?

– Le caste e i vitalizi sulla pelle del popolo: Che sia la casta politica (spesso atea nei fatti) o quella religiosa (la Chiesa), entrambe sostengono a parole di lavorare per il popolo e per i fedeli. La verità è che nessuna delle due si priva mai dei propri immensi privilegi a favore di chi dovrebbe proteggere, accumulando ricchezze e garantendosi persino vitalizi a vita, mentre spremono il cittadino fino all’ultimo centesimo. Come potete guardare negli occhi un padre di famiglia che non sa come sfamare i propri figli mentre continuate a riscuotere i vostri privilegi senza provare la minima vergogna?

– La perdita della speranza e della fede: a parer mio, è solo ed esclusivamente colpa vostra se noi giovani ci siamo allontanati sia dalla politica, sia dalla religione. Avete distrutto ogni senso di comunità e fiducia, mostrandoci che le istituzioni (civili o spirituali) pensano solo ad autoconservarsi. Quando avrete spento l’ultima fiammella di fede e di speranza nei giovani, con quale coraggio vi sorprenderete se questo Paese diventerà un deserto arido e senza futuro?

– L’ombra della malagiustizia e le prove svanite: Assistiamo a un sistema giudiziario forte con i deboli e debole con i potenti. Vediamo troppi casi oscuri mai chiariti, come la tragica morte di David Rossi, archiviata troppo in fretta tra perizie ignorate e ombre mai dissipate. Vediamo i dubbi atroci su vicende come la strage di Erba, o la storia di innocenti finiti in carcere per anni solo perché chi doveva indagare ha preferito la fretta, l’arroganza o la propria carriera alla ricerca della verità. Quando la giustizia sbaglia o si piega agli interessi, chi paga non è mai chi ha sbagliato, ma l’anello più debole. Riuscite davvero a dormire la notte sapendo che dietro i vostri errori archiviati ci sono vite spezzate, innocenti in gabbia e verità sotterrate per comodità?

– La sanità a due velocità: Quando un potente o una figura istituzionale ha un problema di salute, si muovono reparti interi in pochi minuti. Per la gente comune ci sono liste d’attesa di mesi o anni, ed è pieno di cittadini che muoiono nell’attesa di un esame. Le nostre vite e la nostra salute valgono davvero meno della vostra solo perché non abbiamo un titolo, una tessera di partito o un conto in banca a proteggerci?

Avete calpestato la nostra legge fondamentale. L’Articolo 3 della Costituzione Italiana recita che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza”. Voi questi ostacoli li state aumentando ogni giorno. Ma il prezzo più alto di tutto questo è psicologico. L’angoscia per il domani non è una debolezza individuale: è il sintomo di uno Stato fallito. Quando un ragazzo della mia età sceglie di togliersi la vita perché travolto dal terrore di non farcela, schiacciato da un sistema spietato e lasciato solo dalle istituzioni, quello non è un dramma privato: è la sconfitta di una Nazione. Non sono così ingenua da credere che una lettera possa cambiare l’Italia. Ma se questa mia voce servirà anche solo a muovere un piccolo sassolino, non sarà stata vana.

A chi legge sui social: Sappiate che non siete soli nella paura del futuro.

Ai quotidiani e alle redazioni: pubblicatela. Abbiate il coraggio di dare spazio alla realtà di noi giovani.

A chi siede in Parlamento: smettetela di usarci per la propaganda. Il nostro futuro non è un dibattito televisivo: è la mia vita… è la NOSTRA vita.

Vorrei sapere se un giorno ce la faremo. Desidero un Paese in cui non si debba solo scappare o disperarsi, ma in cui valga la pena restare, lottare e vivere con dignità.

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Cosa dovrebbero fare i giovani per farsi sentire? Sfilare come delle educande?

21 October 2026 at 05:51

Gli esecratori di professione imperversano nei giornali e sulle televisioni. La premessa a ogni articolo o commento, riguardante le proteste giovanili di questi giorni, è esecrare, esecrare e ancora esecrare. Chi studia il funzionamento cerebrale conosce il dato psicologico secondo cui la mente umana coglie i primi 10/15 secondi per classificare gli stimoli in arrivo e definire se prestare attenzione. Questa caratteristica serve a non sovraccaricare il cervello con input che non interessano. Soprattutto in un mondo come il nostro, in cui le notizie e le informazioni in arrivo sono un numero spropositato, questa funzione di screening è stata ulteriormente sviluppata.

Gli esecratori di professione sono ben a conoscenza di ciò. Sanno che l’informazione, per avere efficacia, deve seguire il ritmo dello spot pubblicitario, che dura mediamente dai venti ai trenta secondi. Per questo, nei primi venti secondi, esecrano a più non posso. Tutto il “parolame” che seguirà poi, non verrà neppure percepito dal lettore e, comunque, sarà derubricato a fuffa di chi vuole barcamenarsi in ragionamenti noiosi e complessi. Quello che rimarrà, lo sanno perfettamente, è l’esecrazione iniziale.

Le proteste giovanili di questi giorni e quelle che, presumibilmente, seguiranno nei prossimi, sono quindi tutte da commentare, iniziando con il doveroso biasimo delle violenze che qualcuno – forse inserito alla bisogna – ha perpetrato. Ma come dovrebbero comportarsi i ragazzi per far sentire la loro voce? Sfilare come delle educande o meglio – e per certi commentatori sarebbe l’ideale – con passo militare, tutti ben schierati? I ragazzi fanno naturalmente del casino, in età adolescenziale sentono le regole come strette e da sovvertire. Sanno benissimo che se protestassero in modo perfetto, senza eccessi, nessuno se li filerebbe.

I giornali e le televisioni metterebbero un velo di oblio su tutto. Solo quando ci scappa un cassonetto divelto o una vetrina rotta, i mezzi di informazione si attivano per diramare la notizia. Naturalmente, iniziando con l’esecrazione. Il termine esecrazione deriva dalla parola “sacro” che viene sovvertita con l’ex iniziale, per cui significa il contrario: maledire, detestare, aborrire, distruggere la sacralità. Proprio questa sacralità del potere, fa scattare nel commentatore o giornalista di professione l’immediata condanna. Loro sono le vestali di un potere che non deve essere neppure messo in discussione.

Ripeto però la domanda: cosa dovrebbero fare i giovani di fronte al fatto che lasciamo loro debiti a non finire, una società profondamente ingiusta e la prospettiva di dover andare in guerra? Quando i dirigenti dei paesi Europei, in un rituale stantio, si trovano per decidere che saremo al fianco di uno dei contendenti in guerra (senza definire le nostre priorità) fino alla fine, cosa significa? Tutti sanno che fino alla fine vuol dire mandare sul campo i soldati, che inevitabilmente saranno i giovani. Fino alla fine significa indebitare la società, con conseguenze inimmaginabili per le nuove generazioni. Fino alla fine significa non provare neppure a capire le ragioni del nemico, rischiando di arrivare al conflitto nucleare.

Quando i ministri e la presidente del Consiglio mostrano di essere in grado di tagliare solo sulla sanità e sulla scuola senza intaccare i proventi, mostruosi, delle lobby di potere da cui , presumibilmente, dipendono, come si dovrebbero sentire i ragazzi? Quando si vogliono inculcare paure del diverso per colore e razza, del povero che intacca il nostro benessere, di colui che ha un bagaglio culturale e religioso non del tutto conosciuto come dovrebbero reagire i giovani che per definizione sono aperti alle novità?

Finisco questo commento e, volutamente, lo pongo nella fase terminale, con l’esecrazione delle violenze. Il rischio è che tirando troppo la corda ci scappino dei feriti gravi e, Dio non voglia, uno o più morti. Proprio per evitare tutto questo le proteste dei giovani vanno capite, si deve offrire attenzione mentale e spazio sui giornali e televisioni per le loro rivendicazioni, senza iniziare con la rituale esecrazione.

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Salieri, maiali stonati e altre verità che forse non sapevi

21 October 2026 at 05:45

In tempi come gli attuali – confusionari, tendenziosi e bluffisti – un po’ d’erudizione non guasta. Per esempio non tutti sanno che Salieri, maestro di cappella alla corte imperiale di Vienna dal 1788 al 1824, nonché direttore dell’Opera italiana di corte e insegnante di composizione (ebbe tra i suoi allievi Beethoven, Schubert e Liszt), un giorno, trovandosi in una fattoria, sentì strillare un maiale ed esclamò all’istante: “La bemolle!”. Qualcuno corse al clavicembalo: era proprio un la bemolle. Quindi Salieri organizzò quei maiali per tonalità e in 2 mesi li addestrò a eseguire l’Ave verum corpus K. 618 dell’odiato Mozart, a sfottò. E forse non tutti sanno che…

…in California è stato ritrovato un salmone Chinook grande quanto una donna minuta. Ma con tette meno belle.

…biologi marini australiani sono entusiasti di aver filmato uno squalo balena mentre defecava. E mentre arrossiva alle loro risatine.

….il riscaldamento globale impedisce ai lemming norvegesi di lanciarsi dalle scogliere, ma favorisce il loro tuffo in piscina dai trampolini.

…la Florida è minacciata dall’invasione di scarafaggi esotici, estranei alla fauna locale, come lo scarafaggio aragosta, lo scarafaggio sibilante del Madagascar, lo scarafaggio a macchie arancioni e lo scarafaggio del Turkestan, che in ascensore cerca ossessivamente il contatto visivo con gli sconosciuti.

…gli scienziati dell’Università di Uppsala hanno stabilito che il pesce Panderichthys ha cominciato a sviluppare le dita prima di abbandonare l’acqua. “Annoiato, le usava per grattarsi le palle”, ha spiegato il responsabile dello studio.

…gli uomini spendono più soldi nell’appuntamento con una donna vestita di rosso. Scegli una donna in beige per risparmiare? Finirai per pagarle l’analista.

…un terzo degli infarti in tutto il mondo sono attribuiti agli effetti di abitudini alimentari poco salutari. La cattiva notizia è che l’alternativa è lo yogurt magro.

…alcuni informatici, dopo aver dirottato una parte di una vasta rete di computer utilizzata per lo spam, hanno stabilito che una email pubblicitaria indesiderata su 12,5 milioni si traduce in una vendita. Adesso ditemi voi cosa me ne faccio di 8 tonnellate di torba.

…degli antropologi spagnoli hanno scoperto che le donne obese hanno tanti partner sessuali quante le non obese, mentre gli uomini obesi hanno meno partner sessuali dei non obesi. In compenso ricevono messaggi osceni da Glovo.

…i padri avvenenti trasmettono alle figlie i tratti del bel viso, ma non ai figli. Poi con Liv Tyler non ti si rizza perché ci vedi Steven Tyler. Per fortuna non avrai mai questo problema.

…le cicatrici sul volto rendono gli uomini più attraenti agli occhi delle donne nelle relazioni a breve termine, ma non in quelle a lungo termine. In particolare, le donne preferiscono le cicatrici maschili che suggeriscono violenza o traumi a quelle causate dall’acne o dalla varicella. Non tutte le manganellate della polizia vengono per nuocere.

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Il ‘Falstaff’ a Roma con lo striscione: una scelta con ammiccamento facile ma poco senso

21 October 2026 at 05:37

Mario Bortolotto ci aveva avvertito: Verdi non va imbalsamato nel marmo della tradizione, ma affrontato nella sua figura complessa, satura di vitalità e contraddizioni. Esiste però un modo opposto di tradirlo, altrettanto efficace, ed è ridurlo a slogan. Il Falstaff che Tatjana Gürbaca firma per il Teatro dell’Opera di Roma, con Michele Mariotti sul podio, pende più sulla seconda opzione.

Sgombriamo per l’ennesima volta il campo: il problema non è attualizzare. L’ultimo Verdi regge benissimo l’aria del presente, perché parla di ciò che il presente non ha smesso di frequentare: la vanità, il desiderio, la vecchiaia che si crede ancora irresistibile. Il problema è come lo si fa. Quando a un certo punto si srotola uno striscione con la scritta TREMATE LE STREGHE SON TORNATE, il “come” si rivela per quello che è: la traduzione didascalica di un sottotesto evidente. Le comari di Windsor dell’originale shakespeariano sono già streghe, già è potente l’alleanza femminile, già trionfa il loro potere che si fa beffe del maschio. C’era davvero bisogno di scriverlo a stampatello, con un ammiccamento facile al femminismo chic, nel caso in platea ci fossero spettatori distratti?

Shakespeare aveva la grazia di mettere in scena archetipi perenni eppure cangianti nella forma. Verdi, con Boito, li trasforma con passione in un testamento: l’addio di un vecchio genio che, invece di congedarsi con un requiem, sceglie la risata. L’archetipo agisce sull’Inconscio perché si mostra e si offre all’interpretazione individuale. Spiegarlo didascalicamente significa disinnescarne il potere sapienziale. Eppure il legame fiabesco tra potere magico ed emancipazione femminile ha una storia lunga e illustre, dai miti pre-biblici fino al cinema, come nei primi esempi che mi vengono in mente: ne Le margheritine di Věra Chytilová due ragazze demoliscono le convenzioni borghes con leggerezza teppistica e supremamente giocosa. In Suspiria, da Dario Argento a Luca Guadagnino, la stregoneria al femminile diventa il volto inquietante del tremendo e della vendetta storica.

Oggi quella stessa mitologia domina le serie Netflix.

Tra il gioco anarchico e il sacro terribile c’era un intero spettro di possibilità. La regia ha scelto lo striscione. Anche i costumi, che oscillano tra il completo da tennis, il trapper e il drugo di Arancia meccanica, aggiungono colore senza aggiungere troppo senso: scelte che non dialogano né con la musica, né con il testo, né tra di loro.
Giovanni Bietti dell’ultimo Verdi ha sempre messo in luce il sorriso, non la risata grassa della farsa, ma la lucidità affettuosa con cui il compositore guarda le debolezze umane, comprese le proprie. Il sorriso è una forma di sapienza: conosce e perdona.

Sorridiamo e perdoniamo, dunque, anche tali insensatezze. Rimane, però, grandiosa la musica, in una degnissima interpretazione.

Luca Salsi è un Falstaff di razza: voce ampia e scura, dizione scolpita, una dignità scandalosa che non fa mai del vecchio cavaliere un buffone. Marina Monzò è una Nannetta seducente, capace di creare con la sola voce l’incantesimo che la scena le nega. Maria Agresta disegna un’Alice elegante e maliziosa, Violeta Urmana una Quickly autorevole, Carmen Artaza una Meg di carattere, mentre George Petean è un Ford credibile. Alla recita del 15 ottobre il Fenton era Pietro Adaíni, voce giovane e pulita, da seguire. Completano con classe ed eleganza Carlo Bosi, Paolo Antognetti e Gabriele Sagona. Mariotti guida l’Orchestra del Teatro con slancio e trasparenza, una vivacità trionfante e beffarda. Sempre plausi per il coro guidato da Ciro Visco.

E poi arriva il paradosso. Nel finale, subito dopo la parodia della vetta tragica del Don Giovanni mozartiano, si scandisce l’eterna verità sapienziale (Tutto nel mondo è burla)…e nel caos anche le scelte meno indovinate della messinscena funzionano. È merito della musica, certo, e di chi canta, Salsi su tutti. Ma forse c’è anche qualcosa di più sottile: la fuga verdiana assorbe tutto, comprese le cadute di gusto, e le trasforma in materia comica. È la vendetta del vecchio maestro sui suoi interpreti: aveva previsto anche loro.

Tutto nel mondo è burla, anche le regie didascaliche e, se volete, le recensioni ipercritiche.

Foto: ©Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

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Teppisti a Milano, i 500 militari e il giallo dei poteri di polizia. “Forti perplessità di Mattarella” e parziale dietrofront

21 October 2026 at 05:28

Il governo ha varato il nuovo Decreto Sicurezza in seguito agli scontri avvenuti a Milano nello scorso weekend. Tra le varie misure previste però una ha suscitato polemiche e un dibattito molto acceso tra il Quirinale e Palazzo Chigi, si tratta del provvedimento voluto dal ministro della Difesa Guido Crosetto di inviare 500 militari a Milano per rinforzare l’organico delle forze dell’ordine impegnate a contrastare il fenomeno delle violenze. Sull’invio dei militari nessun problema, la questione che però ha suscitato “forti perplessità” da parte di Mattarella è stata quella relativa ai “poteri” di questi soldati. Crosetto infatti voleva che i rinforzi avessero gli stessi poteri della polizia, ma il Colle ha fermato tutto.

Lo stop del giurista del Colle – riporta Il Corriere della Sera – è arrivato dopo un braccio di ferro che ha tenuto banco fino all’ultimo, nei passaggi continui tra gli uffici legislativi del Quirinale e quelli di Palazzo Chigi. Sulla posizione del presidente Mattarella si sono schierati fin da subito il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani, pronti ad ascoltare fin dalla mattina le richieste dei sindacati più rappresentativi di polizia (“servono più investimenti, non militari”).

Tutto alla fine è stato smussato, spiegano dal governo per spegnere le polemiche interne. E riguardo all’impiego dei militari è stata trovata una soluzione mediana: i 500 che arriveranno a Milano saranno operativi per i “pattuglioni misti” con le forze dell’ordine, per non fare confusioni sulle competenze e aumentare, allo stesso tempo, la percezione di sicurezza e la risposta dello Stato davanti a fenomeni emergenziali.

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Richiamo Volkswagen: 72.700 elettriche, quali modelli sono coinvolti

21 October 2026 at 05:08

Richiamo mondiale per le elettriche Volkswagen: la KBA segnala difetti alle celle delle batterie. Coinvolte anche alcune Cupra Born.

Nuovo richiamo Volkswagen su scala mondiale: il gruppo tedesco deve intervenire su circa 72.700 auto elettriche per possibili anomalie delle celle delle batterie ad alta tensione. A riportare la portata dell’operazione sono i dati del Kraftfahrt-Bundesamt (KBA), l’autorità federale tedesca per la motorizzazione, ripresi il 20 ottobre 2026 dalla stampa tedesca. In Germania i tre provvedimenti interessano complessivamente circa 10.000 vetture. Non significa che ogni esemplare dei modelli indicati debba passare in officina: il richiamo riguarda specifiche auto e periodi di produzione.

Quali modelli Volkswagen e Cupra sono coinvolti

Le campagne riguardano soprattutto alcune Volkswagen ID.3, ID.4, ID.7 e ID. Buzz, oltre alla Cupra Born, appartenente al gruppo. Per i modelli della famiglia ID. si parla di esemplari costruiti tra il 2022 e il 2025; per la Born l’intervallo indicato va dal 2022 al 2024. La banca dati della KBA associa ai richiami, tra gli altri, i riferimenti 17137R per i modelli Volkswagen e 17103R per Cupra Born. L’anno di immatricolazione, da solo, non basta però a determinare se una singola vettura sia interessata.

Batterie difettose: perché esiste un rischio incendio

Il problema nasce da alcune celle delle batterie ad alta tensione che, in base ai controlli interni di qualità comunicati dal costruttore, non rispettano gli standard previsti. Secondo le informazioni diffuse in Germania, alla base vi sarebbero difetti produttivi di fornitori. In circostanze rare, l’anomalia potrebbe provocare un aumento eccessivo della temperatura e, nei casi estremi, un incendio della batteria. La criticità è dunque potenziale e non equivale a un incendio certo. Al momento delle comunicazioni del 20 ottobre, la KBA non segnalava incidenti con danni materiali o lesioni riconducibili a questi richiami.

Ricarica fino all’80% e controlli in officina

In attesa delle verifiche, ai proprietari dei veicoli coinvolti viene indicata come misura precauzionale la ricarica fino a un massimo dell’80%. Dove tecnicamente possibile, il sistema dell’auto può applicare direttamente una limitazione del livello di carica. Sono previsti controlli delle batterie presso la rete di assistenza, mentre eventuali ulteriori interventi dipendono dall’esito dell’ispezione. La soluzione non comporta necessariamente la sostituzione di un modulo: in alcuni casi potrebbe essere sufficiente un aggiornamento software, secondo quanto riferito dalla stampa tedesca citando Volkswagen. È importante seguire le istruzioni specifiche ricevute per il proprio veicolo.

Come sapere se la propria auto è richiamata

I clienti interessati saranno informati tramite comunicazione scritta, con le indicazioni sulle procedure e sui contatti utili. Chi possiede una delle vetture citate non deve quindi presumere automaticamente che sia soggetta al provvedimento. Per una verifica puntuale è opportuno rivolgersi alla rete ufficiale Volkswagen o Cupra e comunicare il numero di telaio (VIN). La consultazione delle schede KBA consente inoltre di identificare le campagne, ma non sostituisce la verifica del singolo veicolo e delle misure applicabili.

Cosa cambia per il mercato italiano

La dimensione mondiale del richiamo non fornisce, da sola, il numero delle auto circolanti in Italia che dovranno essere controllate. Al 21 ottobre 2026 non risulta, nelle fonti qui consultate, una cifra ufficiale specifica per il mercato italiano. Per questo è necessario distinguere il totale globale, pari a quasi 72.700 unità, dai circa 10.000 veicoli segnalati in Germania. Per i proprietari italiani valgono soprattutto le comunicazioni del costruttore e l’accertamento tramite telaio, senza estendere automaticamente il provvedimento a tutte le auto elettriche dei modelli elencati. Le batterie dei veicoli elettrici sono composte da numerose celle: individuare gli esemplari interessati è quindi decisivo per circoscrivere l’intervento e non generare allarmismi fra i proprietari di auto non soggette a richiamo.

La fonte ufficiale è il Kraftfahrt-Bundesamt

La fonte istituzionale di riferimento è il Kraftfahrt-Bundesamt (KBA), responsabile della banca dati tedesca delle campagne di richiamo. I dettagli del provvedimento sono stati riportati anche dall’agenzia dpa e dalla testata pubblica tedesca Tagesschau il 20 ottobre 2026. La distinzione è rilevante: i numeri e i modelli interessati fanno riferimento ai dati KBA, mentre le spiegazioni sui controlli qualitativi e sulle possibili soluzioni tecniche derivano dalle dichiarazioni Volkswagen riprese dalle fonti giornalistiche. La priorità per gli automobilisti è verificare l’eventuale coinvolgimento del proprio mezzo e rispettare le prescrizioni di sicurezza ricevute.

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CATL, il business delle batterie a noleggio: la scommessa finanziaria sui camion elettrici

21 October 2026 at 05:03

La novità annunciata da CATL per i camion elettrici non riguarda soltanto una batteria che si cambia in circa cinque minuti. La scommessa più interessante è finanziaria: trasformare una parte del costo iniziale del veicolo in un servizio pagato nel tempo.

Il colosso cinese delle batterie vuole estendere il modello del battery swapping ai mezzi pesanti. Il pacco principale, montato sul telaio, può essere preso in leasing e sostituito nelle stazioni QIJI. Una seconda batteria resta, invece, sul camion per fornire autonomia di supporto. In questo modo la flotta può pagare per l’uso dell’accumulatore senza doverne acquistare subito uno di grande capacità.

Per chi gestisce camion, il vantaggio potenziale è sulla liquidità: meno capitale da immobilizzare all’inizio e una spesa più legata all’attività del mezzo. Il leasing non cancella il costo: lo distribuisce nel tempo. La convenienza dipenderà dai canoni, dal prezzo dell’energia, dai chilometri percorsi e dalla disponibilità delle stazioni lungo le tratte.

Il modello: la batteria diventa un servizio

CATL sostiene che il proprio sistema Battery-as-a-Service addebiti l’energia netta caricata, anziché quella consumata dal veicolo. Per i clienti del piano base, l’azienda indica una riduzione fino al 20% del costo di noleggio della batteria. Sono condizioni comunicate da CATL: non equivalgono a una riduzione del 20% del costo totale del camion o dell’intera attività di trasporto.

La flessibilità può essere utile anche alle imprese con volumi stagionali. CATL afferma che la batteria principale può essere noleggiata per periodi diversi, così da contenere le spese quando la domanda di trasporto è più bassa. Per un autotrasportatore, però, la domanda decisiva resta: il risparmio sul capitale iniziale compensa le rate e gli altri costi operativi durante tutta la vita del mezzo?

È una questione concreta per le imprese di trasporto italiane: la protesta degli autotrasportatori siciliani ha riportato al centro il caro carburante e i ritardi nei fondi. QuiFinanza ha ricostruito il confronto sul caro carburante e sui fondi per gli autotrasportatori. Il passaggio all’elettrico cambia la voce di spesa, ma non elimina l’esigenza di far quadrare i conti.

La rete ha bisogno di camion e di capitali

CATL punta a 900 stazioni di cambio batteria per camion in Cina entro la fine del 2026, 2.000 nel 2027 e 10.000 nel lungo periodo. Al lancio del nuovo sistema ha dichiarato di aver firmato accordi per 13.000 unità. La cifra indica accordi annunciati dall’azienda, non camion già consegnati né ricavi già incassati.

Qui si apre il secondo lato finanziario della storia. Il leasing può alleggerire l’investimento iniziale di chi compra o utilizza il camion, ma CATL e i suoi partner devono sostenere i costi delle batterie e dell’infrastruttura. Queste spese rientrano nel CAPEX aziendale: investimenti di capitale da sostenere prima che la rete possa generare ricavi. Una stazione poco utilizzata rischia di non generare abbastanza attività per ripagare il capitale investito; una rete capillare, invece, può rendere il servizio più utile e favorire nuovi clienti.

Aspetto Possibile beneficio Punto da verificare
Batteria in leasing Minore esborso iniziale per la flotta Canoni e costo complessivo nel tempo
Noleggio flessibile Spesa più adattabile ai periodi di lavoro Quanto varia davvero la domanda stagionale
Stazioni di scambio Meno tempi di fermo rispetto alla ricarica Utilizzo sufficiente a coprire gli investimenti
Accordi per 13.000 unità Segnale di interesse commerciale Quante diventeranno consegne e ricavi

Il banco di prova europeo: il costo totale

Il modello interessa anche l’Europa, ma con una cautela importante: il piano di 900 stazioni riguarda la Cina. CATL ha già annunciato collaborazioni europee con operatori della logistica, tra cui Kuehne+Nagel, mentre il progetto di battery swapping per camion previsto nell’accordo con quest’ultima è indicato in Cina. Non c’è, quindi, un calendario ufficiale per una rete CATL di stazioni in Italia.

In Europa, CATL e Octopus Energy hanno annunciato la joint venture Swaptopus per sviluppare una rete di cambio batteria per camion. Le società hanno parlato di un potenziale di oltre 300.000 mezzi serviti e di più di 30 miliardi di sterline di investimenti privati attivabili quando la rete sarà a regime.

La convenienza per le flotte non si giudica dal solo prezzo d’acquisto. Contano energia, pedaggi, manutenzione, finanziamento e tempo in cui il camion resta fermo. Un’analisi di Transport & Environment rileva che, in sei dei nove principali mercati europei considerati, i camion elettrici sono già la scelta economicamente più conveniente nell’arco di cinque anni. Il risultato varia in base al Paese e alle condizioni operative e non riguarda specificamente il sistema CATL.

Per l’Italia, quindi, il tema non è stabilire se il battery swap sostituirà subito il diesel o la ricarica. È capire chi finanzierà le batterie e le stazioni, quanto costerà il servizio alle imprese e quanta strada dovranno percorrere i mezzi perché il modello funzioni. CATL sta provando a spostare la competizione dalla vendita di un camion alla gestione continuativa della sua energia. La tecnologia è già sul tavolo; i conti, per ora, sono ancora da dimostrare.

Manganelli e buone maniere: perché il dibattito morale ci distrae dal vero problema

21 October 2026 at 05:00

di Simone Millimaggi

Ogni volta che le piazze tornano ad agitarsi, la scena pubblica italiana mette in moto una messa in scena dall’esito ampiamente prevedibile. Le immagini delle vetrine infrante e dei fumogeni saturano i palinsesti, il commentariato si divide istantaneamente tra custodi della legalità e apologeti della rivolta, e l’attenzione collettiva viene catturata da un interrogativo squisitamente morale. La violenza di piazza è giustificabile o va condannata senza appello?

È proprio in questo interrogativo che si consuma il vero cortocircuito della nostra sfera pubblica. La polarizzazione tra violenza e pacifismo non rappresenta un fallimento del dibattito, bensì il suo dispositivo più raffinato. Concentrare il giudizio sulle modalità della contestazione consente di operare una scientifica sostituzione del referente, traslando l’oggetto del contendere dal piano materiale, ovvero la svalutazione del lavoro, la precarietà e lo smantellamento dello Stato sociale, al piano estetico e deontologico del decoro e dell’ordine pubblico.

Per decodificare questo meccanismo occorre superare l’analfabetismo sociologico che riduce la politica a contenzioso etico e analizzare la funzione sistemica che la retorica della protesta assolve nelle democrazie di mercato. Contrariamente alla narrazione istituzionale, che dipinge l’antagonismo radicale come una minaccia eversiva estranea al corpo sociale, la sociologia critica insegna che la devianza visibile è altamente funzionale alla riproduzione dell’ordine vigente.

Il momento della devianza scenografica funge da acceleratore di delegittimazione preventiva. Consentendo al discorso pubblico di ripiegare sull’emergenza securitaria, il potere politico ottiene una duplice rendita. Da un lato opera una neutralizzazione semantica, riducendo le istanze sociali a problema di gestione dell’ordine pubblico. Dall’altro alimenta una coesione reazionaria, offrendo al ceto medio impoverito un nemico tangibile contro cui proiettare l’ansia sociale. Il perno del conflitto viene così spostato da una traiettoria verticale, tra classi subalterne ed élite, a una orizzontale tra cittadini perbene e presunti devianti.

Sul versante opposto, l’esaltazione aprioristica della protesta pacifica si traduce nell’imposizione di una semiotica dell’innocuità. Nelle democrazie post-politiche, il dissenso viene tollerato a patto che si configuri come performance puramente estetica, incapace di produrre alcuna reale frizione nei flussi della produzione o del consumo. Quando la mobilitazione rispetta integralmente le procedure amministrative, essa viene incorporata nel paesaggio urbano come mero rumore di fondo, appagando il bisogno di espressione democratica ma privando i manifestanti di reale potere contrattuale.

In questo quadro, l’intervento di opinionisti e figure dello spettacolo si riduce a operazione economica sul mercato identitario. Entro le coordinate del capitalismo cognitivo, l’indignazione e la condanna morale sono merci ad altissimo valore di scambio. La difesa della non-violenza o la romanticizzazione dello scontro diventano marchi ideologici con cui estrarre capitale simbolico e finanziario. La frammentazione del pubblico in tifoserie è la logica stessa degli algoritmi, strutturati per premiare la reattività emotiva a scapito della decodifica strutturale.

Rimanere intrappolati nell’esame etico della violenza di piazza significa cedere alla principale strategia di neutralizzazione del dissenso. La vera questione riguarda il modo in cui il sistema spettacolare converte la rabbia sociale in merce mediatica, riducendo le cause del disagio a un contenzioso d’immagine. Fino a quando la discussione rimarrà incardinata su questi binari, sia la risposta securitaria delle istituzioni sia la condanna dell’opinione pubblica continueranno a svolgere lo stesso compito, garantire cioè che l’infrastruttura economico-sociale rimanga perfettamente intatta al di sotto del rumore della polemica.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Elezioni midterm, “Trump non accetterà l’esito del voto. Prepariamoci a qualsiasi eventualità”. Funzionari della sicurezza lanciano l’allarme

21 October 2026 at 04:54

I funzionari della sicurezza nazionale degli Stati Uniti si stanno preparando in segreto alla possibilità che il Presidente Donald Trump si rifiuti di accettare i risultati delle elezioni di metà mandato. Mentre numerosi sondaggi prevedono una forte ondata blu – il colore dei democratici – alle urne il 3 novembre, un ristretto gruppo di funzionari sta gettando le basi, insieme ai governi dei singoli Stati e ad alcuni membri del Congresso, per proteggere la democrazia. Lo ha riferito il ‘Washington Post’. Il gruppo comprende dieci funzionari, in carica ed ex, del dipartimento della Difesa, appartenenti a diverse aree dello spettro politico, secondo quanto riportato dal Post. A preoccuparli è il rischio che il Presidente, 80 anni, sacrifichi l’integrità della nazione pur di mantenere il suo partito al potere. “Tutti hanno detto: siamo preoccupati, ma non sappiamo cosa fare”, ha ammesso una fonte al Post. “L’esito che auspichiamo è che gli Stati siano preparati ad affrontare qualsiasi eventualità, qualora dovesse presentarsi”, ha aggiunto.

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, commentando le elezioni di midterm, in programma il 3 novembre, ha detto che “il Presidente perde sempre, per qualsiasi ragione, alle midterm”. “Chiunque sia, repubblicano o democratico, grande Presidente o Presidente pessimo, perde per qualche ragione”, ha aggiunto, parlando con i giornalisti.

La Cnn ha minacciato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di intraprendere nuove azioni legali se continuerà a impedire ai giornalisti dell’emittente di salire a bordo dell’Air Force One e di accedere allo Studio Ovale. In una nuova lettera indirizzata al dipartimento di Giustizia, l’avvocato della Cnn Theodore Boutrous scrive che il divieto interferisce illegalmente con la possibilità dell’emittente di svolgere i propri compiti nell’ambito del press pool, il gruppo ristretto di giornalisti che segue il presidente e condivide le informazioni con gli altri media. Boutrous ha dato a Trump tempo fino alle 17 di giovedì per ripristinare l’accesso, prima che la rete avvii una nuova azione legale.

“Questi tentativi di ritorsione e discriminazione nei confronti della Cnn, basati sui contenuti della sua copertura giornalistica, sono sbagliati, controproducenti e illegali”, scrive Boutrous nella lettera, ottenuta dal Washington Sun. “Se queste misure dovessero continuare, la Cnn non avrà altra scelta che tornare in tribunale per difendere i propri diritti ed è pronta a battersi per tutto il tempo necessario a tutelarli”. Il mese scorso Cnn, Ms Now e Politico hanno intentato una causa congiunta contro l’amministrazione Trump, dopo che quest’ultima aveva vietato ai loro giornalisti di accedere al complesso della Casa Bianca.

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Guerra in Ucraina, bombardata Zaporizhzhia: ennesima notte di sangue. Wsj: “Musk ha ordinato il rallentamento di Starlink”

21 October 2026 at 04:32

Un drone russo a pilotaggio remoto ha colpito un autobus di linea a Zaporizhzhia, ferendo una persona. A denunciare l’attacco, secondo quanto riportato da ‘Ukrinform’, è stato il capo ad interim dell’amministrazione militare regionale di Zaporizhzhia, Mykhailo Semikin, con un messaggio su Telegram. “Le forze russe hanno attaccato un autobus municipale a Zaporizhzhia. Un drone Fpv si è schiantato sul tetto dell’autobus”, hanno dichiarato le autorità regionali in un post su Telegram.

Le forze ucraine hanno colpito le infrastrutture energetiche nella città di Chystiakove, nell’oblast di Donetsk, mentre sono stati segnalati blackout in Crimea a causa di attacchi di droni. Lo riporta ‘The Kyiv Independent’, spiegando anche che un sito di telecomunicazioni a Luhansk è stato colpito. In particolare, un massiccio attacco di droni ha preso di mira Chystiakove, mentre nel distretto di Krasnoperekopskyi, in Crimea, alcuni testimoni oculari hanno segnalato attacchi di droni vicino alla stazione ferroviaria e il rumore di sistemi di difesa aerea russi in funzione.

Elon Musk avrebbe ordinato di limitare la velocità di connessione dei satelliti Starlink utilizzati dall’Ucraina per la propria difesa. Lo riporta il Wall Street Journal, che, citando funzionari statunitensi e persone a conoscenza dei fatti, scrive che Musk, fondatore e amministratore delegato di SpaceX, “ha imposto un limite alle velocità con cui l’hardware ucraino poteva rimanere connesso alla rete satellitare” di Starlink. Tale decisione avrebbe reso “praticamente inutilizzabili” alcuni droni offensivi e intercettori ucraini, scrive il quotidiano, secondo cui Musk e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbero discusso della decisione relativa a Starlink “durante una telefonata poco dopo che la limitazione era stata resa pubblica”, ma avevano già affrontato l’argomento in precedenza, hanno riferito le fonti al Wsj.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha attribuito a Starlink, la compagnia guidata da Elon Musk, la decisione finale che riguarda la copertura satellitare richiesta dall’Ucraina nel conflitto con la Russia. Quando gli è stato chiesto se il Pentagono avesse ridotto l’impiego della rete satellitare, come sostenuto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Hegseth ha risposto: “Non abbiamo ridotto nulla. Ci sono condizioni di servizio che devono essere rispettate e, in ultima analisi, spetta a Starlink decidere in merito. Ma, dal nostro punto di vista, non è cambiato nulla. Non abbiamo impartito direttive né fatto nulla del genere e, naturalmente, auguriamo agli ucraini di avere successo”.

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