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Energia, nucleare e materie prime critiche. L’Italia rafforza l’asse strategico con gli Usa

20 October 2026 at 16:27

Italia e Stati Uniti rafforzano il dialogo sulla sicurezza energetica, le materie prime critiche e le infrastrutture strategiche, con il nucleare di nuova generazione che emerge come uno dei principali terreni di convergenza. Il confronto riflette l’ambizione di Roma di consolidare il proprio ruolo di partner transatlantico e di hub energetico tra Europa, Africa e Indo-Mediterraneo, valorizzando le capacità industriali nazionali e la posizione geografica del Paese.

Questi temi sono stati al centro dell’incontro a Washington tra la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava, e Jarrod Agen, direttore esecutivo del National Energy Dominance Council della Casa Bianca. Un confronto che ha permesso di approfondire le prospettive di cooperazione bilaterale in settori destinati ad assumere un peso crescente negli equilibri economici e geopolitici internazionali.

“Con Jarrod Agen abbiamo condiviso alla Casa Bianca una visione che unisce Italia e Stati Uniti: la sicurezza energetica è sicurezza nazionale”, ha dichiarato Gava. Per Paesi a forte vocazione manifatturiera, ha spiegato, questo significa garantire energia affidabile a costi sostenibili per le imprese, diversificare le fonti, includere nel mix energetico il nucleare di nuova generazione e scegliere partner stabili e affidabili.

Uno dei principali argomenti affrontati riguarda le materie prime critiche, la cui disponibilità è sempre più determinante per la transizione energetica, le tecnologie avanzate e la competitività industriale. La concentrazione delle attività di raffinazione in un numero ristretto di Paesi rappresenta una vulnerabilità strutturale per le economie occidentali, che rende necessario rafforzare la cooperazione sulle catene di approvvigionamento e sviluppare nuove partnership con i Paesi produttori.

“È una vulnerabilità che l’Occidente deve affrontare insieme, costruendo filiere condivise e partenariati con i Paesi produttori, molti dei quali si trovano in Africa”, ha osservato la viceministra. In questo quadro si inserisce anche l’accordo tra Italia e Stati Uniti sulle materie prime critiche, che potrebbe rafforzare il ruolo di Roma nell’iniziativa americana Pax Silica. Parallelamente, la Commissione europea ha selezionato cinque progetti strategici italiani dedicati alla lavorazione e al riciclo di materiali critici, confermando il potenziale contributo dell’industria nazionale alla costruzione di filiere europee più resilienti.

La dimensione africana occupa una posizione centrale nella strategia italiana. Gava ha richiamato il Piano Mattei come strumento per sviluppare partenariati con i Paesi del continente e rafforzare l’integrazione tra sicurezza energetica, cooperazione industriale e diversificazione degli approvvigionamenti. “Ho voluto sottolineare che è proprio in questa prospettiva che si inserisce il Piano Mattei, attraverso il quale l’Italia ha ridefinito il proprio rapporto con l’Africa, una regione strategica per il nostro Paese”, ha spiegato.

Il nucleare rappresenta un ulteriore elemento di convergenza strategica tra Roma e Washington, soprattutto per le prospettive di collaborazione tecnologica e industriale. Già in un’intervista rilasciata a Decode39 nel 2023, Gava aveva illustrato le ragioni del rinnovato interesse italiano per questa fonte energetica, sostenendo il principio della neutralità tecnologica e sottolineando il potenziale dei reattori avanzati nel completare il contributo delle rinnovabili, sostenere le industrie energivore e rafforzare l’autonomia strategica nazionale.

Durante la visita negli Stati Uniti, la viceministra ha inoltre visitato Commonwealth Fusion Systems, a Boston, una delle realtà più innovative a livello internazionale nello sviluppo della fusione nucleare. Si tratta di una tecnologia ancora in fase di sviluppo, ma con il potenziale di offrire in futuro una fonte energetica pulita, sicura e sostenibile. Gava ha evidenziato il contributo delle imprese italiane, degli investitori, delle aziende coinvolte nella filiera industriale e delle eccellenze accademiche e della ricerca nazionale, sottolineando come la partecipazione italiana a questo settore rappresenti un esempio concreto della capacità del Paese di contribuire alle grandi trasformazioni tecnologiche del sistema energetico globale.

La centralità della sicurezza energetica nella politica industriale e nelle relazioni internazionali italiane era stata ribadita dalla stessa Gava anche in occasione della riunione ministeriale dell’Agenzia internazionale dell’energia a Parigi. Come riportato da Decode39, la viceministra aveva richiamato l’importanza della diversificazione delle fonti, dell’accesso alle materie prime critiche e del rafforzamento delle partnership internazionali per tutelare la competitività economica e la sicurezza nazionale.

Il confronto alla Casa Bianca ha riguardato anche le nuove direttrici energetiche e infrastrutturali, considerate strumenti di integrazione economica e geopolitica. In particolare, Gava ha richiamato il corridoio India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), con la sua componente energetica, e le interconnessioni tra Nord Africa ed Europa, destinate a modificare i flussi commerciali ed energetici tra India, Medio Oriente, Mediterraneo e continente europeo.

“L’Italia può diventarne l’hub naturale, contribuendo così concretamente all’Occidente, che potrà superare le sfide dei prossimi anni soltanto restando unito”, ha affermato la viceministra.

L’incontro di Washington colloca dunque le ambizioni energetiche italiane all’interno di una più ampia cornice transatlantica. Roma punta a combinare le proprie competenze industriali, la posizione geografica nel Mediterraneo e le partnership africane con una cooperazione più stretta con gli Stati Uniti sulle tecnologie, sulle catene di approvvigionamento e sulle infrastrutture strategiche.

La prospettiva più significativa riguarda la possibilità di tradurre questa convergenza politica in progetti concreti, soprattutto nel settore nucleare, dove le competenze industriali e scientifiche italiane e le capacità tecnologiche americane possono costituire la base per una collaborazione più strutturata. Un percorso che si inserisce nella più ampia ricerca di sicurezza energetica, competitività industriale e autonomia strategica delle economie occidentali.

Premiare gli alumni, scommettendo su storie esemplari

20 October 2026 at 16:23

Nel 1976 una studentessa del Bronx, figlia di genitori portoricani, ricevette a Princeton il Pyne Prize, la massima distinzione per un laureando. Trentotto anni dopo, nel 2014, tornò nello stesso campus, come giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, per ricevere il Woodrow Wilson Award, il più alto onore che l’ateneo riserva ai propri laureati. Ebbene, il nome di Sonia Sotomayor compare due volte negli albi d’oro dell’università americana: la prima come promessa, la seconda quale promessa mantenuta.

In questo aneddoto, tra gli altri, è possibile cogliere il senso e l’impatto del celebrare le storie esemplari degli ex allievi, con riti e appuntamenti dedicati.  Così, ad esempio, per rimanere al caso citato, il Woodrow Wilson Award, istituito 70 anni fa, viene conferito, ogni anno, a un alumnus o a un’alumna i cui traguardi personali e professionali incarnano il motto informale In the Nation’s Service and the Service of Humanity – formulazione ampliata nel 2016 su suggerimento proprio del magistrato statunitense. Basta scorrere l’albo dei premiati per capire quale idea di eccellenza l’istituzione intenda trasmettere. Racconti collettivi come questo, fatti di primati e successi conseguiti a livello individuale, che crescono radicandosi (di edizione in edizione) nel passaggio di testimone, offrono elementi significativi per un giudizio storico sui singoli atenei e sul ruolo svolto, e che svolgono, nelle società di riferimento. Del resto, il valore sociale di un istituto universitario si misura anche dalla qualità delle persone che educa; pure dalla sua capacità di interconnessione (pluridirezionale e multidimensionale) tra persone, esperienze e professionalità differenti.

Di tutto ciò ne faranno esperienza nuova gli alumni dell’ateneo romano intitolato a Guido Carli il prossimo 11 novembre, quando sarà conferito a Agostino Scornajenchi, amministratore delegato e direttore generale di Snam, il titolo di Alumnus Luiss dell’anno 2026. Dicono già molto le sue prime dichiarazioni successive alla designazione: “(…) Questa Università ha rappresentato una tappa fondamentale del percorso mio e di tanti colleghi della mia generazione. La Luiss ci ha trasmesso metodo, valori e senso di responsabilità. Questo riconoscimento è uno stimolo per consolidare e restituire ciò che, attraverso lo studio, l’impegno e la passione abbiamo realizzato negli anni. Credo, oggi più che mai, sia importante mantenere vivo il legame tra Università, nuove generazioni e mondo del lavoro”.

Gli alumni awards, sempre più diffusi nel nostro Paese, espressione di quella logica del premio alle virtù approfondita da Giacinto Dragonetti, hanno il merito di rappresentare l’identità e la tradizione di un’intera comunità universitaria (fisiologicamente, in divenire), di alimentare orgoglio e senso di appartenenza verso di essa oltre che di contribuire alla sua reputazione. Non sono in alcun modo forme autocelebrative. Sono piuttosto la prova di quanto l’educazione sia in grado di generare impatto sociale quando diventa non soltanto relazione, anche rete e restituzione. In fondo, questi riconoscimenti custodiscono e coltivano un’alleanza generativa tra chi ha messo a frutto quanto ricevuto negli anni universitari e chi siede ancora tra i banchi di aule che continuano ad ispirare. Rivelano che le nostre vite, utilizzando le parole di un libro di Melville troppo spesso sottovalutato, Moby Dick sono “collegate da mille fili invisibili. E lungo queste fibre sensibili corrono le nostre azioni come cause e ritornano a noi come risultati”.

Una rete senza alleanze. Il segreto della cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang

20 October 2026 at 16:18

Né la Russia né la Cina sono entrate nella guerra tra Iran e Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. È questa la constatazione da cui parte l’analisi pubblicata su Foreign Affairs da Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, gli stessi autori che due anni fa, sulla stessa rivista, avevano coniato il termine “asse dello sconvolgimento” (axis of upheaval) per indicare la rete di cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Oggi i due esperti tornano sul tema per sostenere che quella rete, nata attorno all’invasione dell’Ucraina, ha superato la prova della trasferibilità.

Gli esempi citati sono eloquenti. Prima dell’attacco missilistico iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, costato la vita a tre militari americani, Teheran avrebbe ricevuto da entità cinesi immagini satellitari ad alta risoluzione dell’obiettivo. Altre immagini sarebbero arrivate dopo, utili alla valutazione dei danni. Due giorni prima del raid del 27 marzo su Prince Sultan, in Arabia Saudita, quattordici satelliti spia russi avevano sorvolato la base. I funzionari americani hanno poi concluso che Mosca aveva fornito intelligence a supporto dei colpi di precisione iraniani. A questo si aggiungono droni iraniani perfezionati sul campo di battaglia ucraino e ingegneri russi impegnati nello sviluppo di missili da crociera supersonici. Secondo gli autori, la cooperazione tra i quattro Paesi non è più una somma di scambi bilaterali al servizio della guerra russa, ma un sistema con delle fondamenta solide che is replica con facilità anche mutandone il contesto.

Il caso dei droni è emblematico. Gli Shahed iraniani sono stati prodotti in Russia con componenti cinesi, modificati di continuo in risposta alle difese ucraine e istituzionalizzati da Mosca con la creazione delle Forze dei sistemi senza pilota. Quelle stesse innovazioni ora tornano all’Iran insieme alle lezioni tattiche maturate in Ucraina. La Corea del Nord ha osservato la produzione nello stabilimento di Yelabuga e ottenuto aiuto per la propria. Mentre la Cina ha ricevuto addestramento e dati preziosi sulle prestazioni delle sue componenti in combattimento.

Il sostegno resta volutamente circoscritto, con l’eccezione rappresentata dall’invio delle truppe nordcoreane a combattere contro l’Ucraina. Per gli autori non è un segno di debolezza, ma anzi il tratto distintivo di queste partnership, basata sull’ aiutare quando conviene tenendo bassi i rischi. E ogni conflitto avvantaggia anche gli altri. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del greggio, regalando entrate al Cremlino e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sul petrolio russo; allo stesso tempo, lo spostamento di difese aeree e portaerei verso il Medio Oriente ha lasciato l’Indo-Pacifico più sguarnito, a beneficio di Pechino.

E a Ovest? Gli Stati Uniti, notano gli autori, partivano con la rete più ampia e capace, ma molti partner si sono mostrati riluttanti e alcuni hanno negato, almeno per un periodo, forme specifiche di accesso militare. Dazi, minacce alla sovranità di Canada e Danimarca, aperture a Kim Jong Un a scapito di Seul, pressioni su Kyiv e perfino la minaccia di bombardare l’Oman finiscono, notano Fontaine e Kendall taylor, per rafforzare l’asse e indebolire la coesione occidentale.

Adesso, concludono, l’imperativo è di non fare ulteriori danni. Subito dopo, rafforzare i partner con filiere affidabili, condivisione tecnologica e una redistribuzione degli oneri che non corra più veloce delle capacità alleate. Il monito finale è che la competizione tra reti sarà lunga, quasi globale e senza scorciatoie. E l’occidente deve essere pronto.

L’anniversario dei Trattati può diventare la svolta dell’Unione

20 October 2026 at 16:07

La Ue sta formalizzindo la decisione politica (già sostanzialmente assunta) di tenere eccezionalmente a Roma il Consiglio europeo nel marzo 2027 a 70 anni dai Trattati.

Si tratta di un’ottima scelta che fa onore all’Italia, ma essa richiede scelte coraggiose. L’anniversario dei Trattati non dovrà essere un evento retorico e celebrativo, ma deve essere preparato come un appuntamento poltico di primaria importanza capace di guardare al futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Natalia e Corrado Augias nel loro recente libro suggeriscono di usare – ma “con prudenza” – i testi di Niccolo Machiavelli per esaminare il nostro presente”.

L’attuale fase di fragilità dell’ Europa, schiacciata tra Stati Uniti, Cina e potenze emergenti mi fa venire in mente il passo del capitolo XXV del Principe quando Machiavelli parla del caso (la Fortuna) e richiama l’attenzione su” questi fiumi rovinosi che quando si adirano allagano i piani, ruinano gli alberi e gli edifizii…”.

Rispetto a questo genere di accadimenti tragici per Machiavelli la virtù politica consiste nel prepararsi in tempo costruendo argini e ripari. Ci sono strumenti efficaci per difendere l’euro dalle tempeste esterne, tuttavia niente di paragonabile è stato costruito nei comparti strategici della difesa, dell’energia e della politica industriale.

Con gli attuali meccanismi basta il veto del più piccolo degli Stati per bloccare la costruzione degli argini con effetti disastrosi. Di fronte ai drammi politici che l’Europa sta attualmente vivendo (non ultima la guerra ibrida del Cremlino) Giorgia Meloni ha davanti un’occasione straordinaria. Il superamento del voto all’unanimità nella politica estera e di difesa della Ue è l’occasione storica per trasformare il 70° dei Trattati in una svolta politica epocale.

Tutto sul possibile incontro tra Xi, Trump e Putin

20 October 2026 at 16:00

Vladimir Putin è entusiasta e avrebbe invitato i due grandi alleati internazionali, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente americano Donald Trump a una riunione trilaterale per discutere le sorti della guerra in Ucraina, ma non solo. Il luogo dell’importante appuntamento potrebbe essere la Cina, sfruttando l’impegno del Forum di Cooperazione Economica Asia-Pacifico a Shenzhen il 18 e 19 novembre.

Una specie di riedizione dello storico summit di Yalta tra Stalin, Churchill e Roosevelt nel 1954. Tra gli argomenti di discussione il più urgente sarebbe la guerra in Ucraina. Infatti, secondo il quotidiano americano The Wall Street Journal, Xi, Putin e Trump potrebbero “disegnare” in quell’occasione una nuova mappa divisa tra zone di influenza.

A proporre l’incontro sarebbe stato Putin, per via telefonica, lo scorso 9 ottobre. Dmitry Peskov, portavoce del governo russo, ha confermato l’idea di questa possibile riunione. Anche se Xi e Trump ancora non hanno risposto all’invito.

Tutto indica però che almeno Trump ci sarà. In un post ha spiegato la sua strategia (semplice) sulla Russia: “Sto negoziando la pace nella guerra tra Russia e Ucraina e non voglio fare nulla che, imprudentemente, possa allontanare la Russia dal tavolo di negoziati. Si stanno facendo grandi progressi!”.

Ecco come il governo va ancora in soccorso delle imprese sul payback

20 October 2026 at 15:35

Ci risiamo. Ancora una volta futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. Un tema di cui questo giornale si è occupato spesso, dando contezza della grande incertezza che ha attanagliato, e ancora attanaglia, un intero comparto industriale. Quello cioè che rifornisce le Pubbliche amministrazioni dei macchinari con cui effettuare controlli, diagnosi, radiografia e molto altro.  Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.

In altre parole, il payback costringe le aziende a pagare di tasca propria metà dello sforamento dei tetti di spesa che sono abbondantemente sottofinanziati e dunque da sempre vengono sfondati. Tutto questo è una vera e propria ipoteca sugli investimenti delle aziende che producono e vendono dispositivi medici. Per avere un’idea, dopo aver fatto pagare 500 milioni alle imprese per il triennio 2015-2018, resta oggi in sospeso la cifra di 5 miliardi per il 2019-2024 mentre solo per il 2025 lo sfondamento del tetto è di 2,8 miliardi con un payback stimato a carico delle imprese di 1,45 miliardi. Se poi al conto dei denari dovuti dalla filiera dei dispositivi si aggiunge anche il payback dovuto dalle aziende farmaceutiche, il totale arriva a sfiorare i 4 miliardi solo per l’anno scorso. Una somma insostenibile con le imprese che aspettano ora un segnale importante in manovra.

Segnale che potrebbe arrivare, anche se non sarà un colpo di magia. Le imprese medicali chiedono nella sostanza due azioni al governo: primo, alzare il tetto di spesa e tararlo su livelli coerenti con i fabbisogni e, secondo, l’azzeramento definitivo del meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano dei disavanzi (come invece potrebbe fare la Corte costituzionale a cui i giudici amministrativi del Lazio hanno sollevato la questione di legittimità). Ora, secondo quanto risulta a Formiche.net, la questione sarebbe ancora una volta stata presa a cuore da Fratelli d’Italia che, in vista della prossima manovra, punta a innalzare il tetto della spesa per i dispositivi dello 0,2%, dopo che il massimale dello scorso anno era stato portato al 4,6%. in questo modo, è il ragionamento si punta a smorzare un po’ la pressione sulle imprese, scongiurando una nuova mazzata per gli anni a venire. Ma, viene fatto notare da fonti vicine agli ambienti, se il pregresso è di 5 miliardi, e lo è, sarà impossibile in questa legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, fare tabula rasa.

Blue Planet Economy, il futuro dell’economia del mare passa da Roma

20 October 2026 at 15:22

Dalla sicurezza delle infrastrutture sottomarine alla nautica sostenibile, fino agli investimenti e alle nuove opportunità industriali legate al mare. Dal 21 al 24 ottobre, Fiera Roma ospiterà Blue Planet Economy Expoforum 2026, quattro giornate dedicate all’economia blu e al confronto tra istituzioni, imprese e mondo della ricerca. La manifestazione, organizzata da Fiera Roma con il sostegno della Regione Lazio, di Lazio Innova e della Camera di Commercio di Roma, si terrà al Centro Congressi in concomitanza con Fiumicino in Blu.

La sicurezza del dominio subacqueo

Ad aprire il programma, mercoledì 21 ottobre, sarà un approfondimento dedicato alla sicurezza del dominio subacqueo, all’innovazione tecnologica e allo sviluppo di una filiera underwater nazionale. Il confronto partirà dalla crescente importanza strategica dei fondali marini, attraversati da infrastrutture essenziali per le comunicazioni e l’approvvigionamento energetico. La loro protezione richiede tecnologie avanzate, capacità di monitoraggio e una collaborazione sempre più stretta tra industria, ricerca e istituzioni. Da qui l’attenzione allo sviluppo di una filiera underwater nazionale, capace di integrare competenze tecnologiche e industriali già presenti nel Paese. Ne discuteranno tra gli altri Dario Giacomin, di Fincantieri, Luca Vincenzo Maria Salamone, direttore generale dell’Agenzia spaziale italiana, e Chiara Petrioli, fondatrice e ceo di WSense. A moderare sarà Flavia Giacobbe, direttrice di Formiche.

Infrastrutture, territori e innovazione

La prima giornata proseguirà con la cerimonia inaugurale, alla presenza della vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, e con il Laboratorio Blu Lazio, che coinvolge i 24 Comuni costieri e isolani della regione per trasformare le esigenze dei territori in progetti condivisi. Nel pomeriggio, il panel “Infrastrutture Blu” approfondirà il ruolo degli investimenti nella portualità, nei collegamenti ferroviari e aeroportuali e nelle reti digitali, settori sempre più interconnessi nello sviluppo dell’economia marittima.

Dalla finanza alla portualità mediterranea

Giovedì 22 ottobre spazio alla nautica sostenibile, con un confronto su materiali innovativi, propulsione elettrica e recupero delle imbarcazioni esistenti. Seguirà Blue Finance 2026, dedicato agli strumenti di finanziamento e alle opportunità di crescita per startup e Pmi. Venerdì 23 sarà invece il Mediterraneo il protagonista del MedIt Forum, che approfondirà i collegamenti commerciali, energetici e logistici tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente, con particolare attenzione al ruolo del porto di Civitavecchia. Ad accompagnare la manifestazione, la partecipazione collettiva di 19 startup e Pmi del Lazio e un programma dedicato agli studenti, tra orientamento professionale e iniziative sulle nuove competenze richieste dall’economia del mare.

I ladri di futuro e le vetrine rotte. La riflessione di Becchetti

20 October 2026 at 15:17

Gli incidenti di questi giorni impongono due riflessioni da tenere rigorosamente insieme. La violenza non ha nulla a che fare con le manifestazioni pacifiche. Anzi, le vetrine spaccate finiscono spesso per oscurare le ragioni di migliaia di persone che manifestano civilmente. La violenza va condannata senza esitazioni. Ma fermarsi alla condanna significa rinunciare a capire. Ci sono oggi veri e propri ladri di futuro. Il ritardo della transizione ecologica, il debito che lasciamo alle nuove generazioni, le risorse sottratte a istruzione e salute per alimentare la corsa agli armamenti.

E guerre provocate o incancrenite da leader anziani come Putin, Netanyahu e Trump, con responsabilità naturalmente diverse, che sembrano riportarci ai fantasmi del Novecento. È contro questi ladri di futuro che bisognerebbe manifestare, ma è molto più difficile raggiungere i luoghi dove si prendono davvero le decisioni. L’Europa, pur con tutti i suoi limiti, si trova spesso a doversi difendere dalle conseguenze di scelte altrui. Ma c’è una domanda ancora più profonda. Che cosa c’è dietro quei ragazzi che spaccano le vetrine?

Per comprendere che la vita è un gioco a somma positiva, dove cooperazione, solidarietà e partecipazione moltiplicano le nostre energie e rendono l’esistenza più ricca di senso, abbiamo bisogno di quello che potremmo chiamare un esposoma sociale: un patrimonio di esperienze concrete di relazioni generative, apprese in famiglia, a scuola, nelle associazioni, nelle comunità. Le generazioni precedenti potevano contare su famiglie, parrocchie, sezioni di partito, scuole e luoghi di aggregazione che, con tutti i loro difetti, offrivano occasioni di educazione alla responsabilità e alla cooperazione. Quale esposoma sociale hanno avuto molti dei ragazzi di oggi? Quanti educatori hanno incontrato e quante ore hanno trascorso nello scroll perpetuo dell’universo digitale?
La risposta non può essere soltanto repressione. La sicurezza è necessaria, ma altrettanto necessari sono percorsi di inclusione, partecipazione e generatività che impediscano al disagio di allargarsi. Dobbiamo soprattutto rimettere i giovani al centro delle decisioni. Una strada è già stata aperta da ASviS con Ecosistema Futuro: le Piazze sul Futuro e una Costituente di 40 giovani under 35 accompagnati da 12 mentor. Il percorso, presentato il 23 settembre alla Camera dei deputati, porterà all’Assemblea Nazionale sul Futuro, con l’obiettivo di costruire proposte e aprire un confronto con le istituzioni.

Un’esperienza concreta di partecipazione per trasformare i giovani da spettatori a protagonisti del proprio futuro. Non basta chiedere ai giovani di non rompere le vetrine. Chi lo fa deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni e risponderne davanti alla giustizia, con tutte le garanzie e la proporzionalità che uno Stato di diritto impone. Ma anche noi adulti abbiamo una responsabilità, forse ancora più grande: smettere di rubare loro il futuro.

Riad rinvia la sua Davos. La pressione Houthi sulle ambizioni saudite

20 October 2026 at 14:40

L’Arabia Saudita ha deciso di rinviare al 2027 la Future Investment Initiative (FII), il grande appuntamento internazionale dedicato agli investimenti che avrebbe dovuto svolgersi a Riad dal 26 al 29 ottobre. La decisione arriva dopo settimane di attacchi missilistici e con droni degli Houthi contro infrastrutture saudite, tra cui l’aeroporto internazionale King Khalid della capitale. La cosiddetta “Davos nel deserto”, uno degli strumenti di promozione economica del principe ereditario Mohammed bin Salman, diventa così una delle vittime più visibili dell’instabilità regionale.

Gli organizzatori hanno motivato il rinvio con la volontà di garantire la qualità e la portata della decima edizione, senza attribuire esplicitamente la decisione alla situazione militare. Il contesto appare tuttavia determinante. Secondo Reuters, le preoccupazioni sulla sicurezza avevano già indotto alcuni grandi gruppi finanziari a riconsiderare la partecipazione dei propri dirigenti. Il rinvio rappresenta un passaggio significativo per un evento concepito per attirare capitali internazionali e sostenere la trasformazione economica del Regno.

Una vulnerabilità già emersa

Il problema era stato anticipato da Formiche.net il 14 ottobre, quando Riad stava valutando la possibilità di trasformare la FII in un evento ibrido. Già allora gli attacchi contro l’aeroporto saudita avevano mostrato come la pressione militare degli Houthi potesse incidere direttamente sulle ambizioni economiche di Vision 2030.

La cancellazione dell’appuntamento per quest’anno rende questa vulnerabilità ancora più evidente. L’Arabia Saudita ha investito enormi risorse per presentarsi come piattaforma internazionale per finanza, tecnologia, turismo e grandi eventi. La capacità degli Houthi di colpire infrastrutture strategiche introduce un elemento di incertezza che può condizionare la mobilità dei dirigenti, l’organizzazione degli appuntamenti internazionali e la percezione del rischio da parte degli investitori.

Il problema riguarda anche l’asimmetria del confronto. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, possono imporre costi economici e reputazionali a un Paese dotato di risorse militari e finanziarie largamente superiori. Come emerso dalle recenti informazioni sulle loro capacità tecnologiche, l’accesso a componenti industriali e strumenti digitali avanzati potrebbe inoltre contribuire a rendere più sofisticata una minaccia già operativa.

La dimensione europea della sicurezza saudita

La crescente pressione sul Regno sta coinvolgendo anche i partner europei. Il Regno Unito ha annunciato il dispiegamento di velivoli da combattimento per contribuire alla difesa dell’Arabia Saudita dagli attacchi Houthi, secondo quanto riportato dalla Bbc. Una decisione che conferma la rilevanza della sicurezza saudita per gli interessi strategici occidentali nel Golfo.

Anche l’Italia dispone di Eurofighter schierati in Arabia Saudita, trasferiti dalla base kuwaitiana di Ali Al Salem a quella di Taif. Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha chiarito al Corriere della Sera che il ridispiegamento non costituisce una nuova missione militare, ma una modifica della dislocazione degli assetti nell’ambito di un’operazione già autorizzata dal Parlamento.

La scelta di Taif rispondeva a valutazioni di sicurezza e operative, dopo i bombardamenti subiti dalla base in Kuwait. Tuttavia, durante gli attacchi Houthi di settembre, anche un Eurofighter italiano è stato danneggiato da un drone. Portolano ha precisato che gli assetti italiani non erano obiettivi diretti delle azioni ostili, ricordando comunque che “nelle operazioni militari la garanzia del rischio zero non esiste”.

La presenza europea riflette dunque un contesto di sicurezza sempre più complesso, nel quale la protezione del personale e la continuità delle attività militari richiedono continui adattamenti.

Per Riad, il rinvio della FII è soprattutto un segnale politico ed economico. Vision 2030 conserva risorse e prospettive considerevoli, ma la sua realizzazione dipende anche dalla capacità del Regno di offrire un ambiente stabile agli investitori internazionali. Gli Houthi hanno dimostrato di poter interferire con questa ambizione, trasformando la vulnerabilità delle infrastrutture saudite in uno strumento di pressione ben oltre il campo di battaglia yemenita.

La Shari’a in Italia. Il problema non è la libertà religiosa, ma la sovranità

20 October 2026 at 14:03

La costituzione a Padova di una Camera arbitrale islamica italiana ripropone un interrogativo del diritto pubblico europeo: a quali condizioni regole elaborate entro tradizioni religiose possono produrre effetti nell’ordinamento statale? Il dibattito oscilla tra il timore di tribunali paralleli e il richiamo alla libertà religiosa. Entrambe le letture lasciano in ombra il problema dell’autorità.

L’organismo padovano, associazione non riconosciuta, non è un tribunale dello Stato. Il regolamento prevede un arbitrato rituale e, per controversie inferiori a 5.000 euro, decisioni secondo equità ispirate al diritto islamico. Per le decisioni secondo diritto richiama precetti comuni alle nazioni islamiche e, a determinate condizioni, l’interpretazione accolta nel Paese di cittadinanza comune delle parti. L’articolo 822 c.p.c. disciplina la scelta delle norme applicabili e la decisione secondo equità; restano fermi i limiti dell’arbitrabilità, le garanzie del consenso e il controllo sugli effetti del lodo. Ma chi individua quei precetti e con quale autorità?

La Shari’a non è un codice unitario: si articola in scuole e tradizioni interpretative connesse a differenti assetti istituzionali. Identificare una norma richiede una scelta ermeneutica e implica il riconoscimento di un’autorità. La libertà religiosa tutela la professione della fede, senza attribuire automaticamente efficacia civile alle decisioni fondate su precetti confessionali. La questione è politico-costituzionale: investe le condizioni alle quali una pretesa normativa acquista rilevanza giuridica.

La pluralità delle fonti e dei centri di produzione normativa è ormai un tratto strutturale dell’ordinamento italiano, nel quale si intrecciano diritto dell’Unione europea, autonomie territoriali e autonomia privata e collettiva. Il problema non è dunque l’esistenza di norme di diversa provenienza, ma la determinazione delle condizioni della loro rilevanza giuridica. La sovranità si ripropone non sul piano dell’esclusività della produzione normativa, ma su quello della qualificazione e del riconoscimento dei suoi effetti nell’ordinamento costituzionale.

Il diritto comparato aiuta a comprendere la posta in gioco. Nei Paesi musulmani si osserva spesso un processo di statalizzazione dell’Islam: lo Stato organizza e controlla istituzioni religiose. In Egitto il Ministero degli Awqaf interviene sull’amministrazione delle moschee e sulla predicazione; in Marocco il sovrano, Comandante dei credenti, occupa una posizione centrale nell’ordinamento religioso; in Turchia la Diyanet è un’istituzione pubblica competente in materia di culto. Non sono modelli da trasferire in Italia, ma mostrano le differenti configurazioni giuspubblicistiche dell’autorità religiosa.

L’esigenza di identificare gli interlocutori religiosi era già emersa nell’audizione del 14 novembre 2017 dinanzi alla I Commissione Affari costituzionali della Camera, dedicata alla disciplina delle moschee e degli imam. Allora si discuteva dell’organizzazione del culto; oggi dell’efficacia civile di decisioni arbitrali. Il presupposto rimane: l’autorevolezza riconosciuta entro una comunità religiosa non si traduce di per sé in autorità giuridica nell’ordinamento repubblicano. La mediazione statale emerge del resto in Egitto, dove le controversie familiari sono affidate a giudici statali, e in Marocco, dove la Mudawwana è legge dello Stato.

Le esperienze occidentali confermano l’esigenza di distinguere i piani. Nel Regno Unito una revisione indipendente del 2018 ha esaminato i problemi posti dalle Sharia councils, soprattutto in materia di consenso e tutela delle donne. In Ontario una riforma del 2006 ha limitato gli effetti dell’arbitrato familiare ai procedimenti conformi al diritto canadese. Nella sentenza Molla Sali c. Grecia del 2018, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha censurato una discriminazione successoria legata all’applicazione di regole islamiche. Fattispecie differenti, che impongono di distinguere appartenenza confessionale ed efficacia civile.

Sulla vicenda padovana il Governo ha ribadito al Senato, il 15 ottobre 2026, la piena vigenza dell’ordinamento repubblicano, fissando un principio essenziale. In questa prospettiva, sarebbe utile un approfondimento conoscitivo delle amministrazioni e degli apparati competenti sulla struttura degli organismi arbitrali che richiamano tradizioni religiose o consuetudinarie, sui loro eventuali collegamenti con autorità estere, sui criteri di individuazione delle norme e sulle garanzie offerte alle parti. Una ricognizione consentirebbe di distinguere l’esercizio legittimo dell’autonomia privata da eventuali criticità costituzionali. I criteri di osservazione e controllo dovrebbero essere generali, senza discriminazioni confessionali, pur riservando attenzione alle specificità istituzionali dell’Islam.

Vi è, infine, una dimensione nella quale diritto comparato e geopolitica si incontrano. Quando un organismo italiano richiama interpretazioni della Shari’a maturate in altri ordinamenti, introduce nei rapporti privati criteri normativi elaborati entro differenti strutture di autorità. Ciò non implica, di per sé, interferenze straniere, ma mostra che le norme non circolano indipendentemente dai contesti nei quali hanno acquistato significato e autorevolezza. L’analisi comparata deve spingersi oltre il contenuto delle disposizioni, ricostruendo i rapporti tra produzione normativa, interpretazione e potere.

La Repubblica non è chiamata a stabilire quale sia la corretta interpretazione della Shari’a. Le compete, invece, determinare a quali condizioni e con quali limiti le decisioni che a essa si richiamano possano produrre effetti giuridici nel proprio ordinamento.

Chi decide di cosa dobbiamo avere paura? La lezione del caso Coxon

20 October 2026 at 14:03

L’8 settembre Jacob Coxon, ricercatore ventisettenne che per tre anni ha lavorato al pretraining dei modelli prima in OpenAI e poi in Anthropic, ha annunciato su X le proprie dimissioni con un messaggio destinato a fare il giro del mondo: i grandi laboratori, ha scritto, corrono verso una superintelligenza capace di migliorarsi da sé e stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. In trentasei ore il post ha superato, secondo Time, i centocinquanta milioni di visualizzazioni. Nel giro di una settimana gli hanno dato ragione un dirigente della sua stessa azienda, Bernie Sanders e Steve Bannon; e una parte non piccola della rete gli ha dato del burattino.

Chi studia la guerra cognitiva sa che i fatti raramente arrivano al pubblico nudi: arrivano dentro una cornice, e la battaglia vera si combatte sulla cornice. Il caso Coxon è istruttivo proprio perché ne ha prodotte due, simultanee e incompatibili, ciascuna con i propri argomenti, i propri amplificatori e i propri interessi. Vale la pena metterle una accanto all’altra.

La storia del testimone

La prima è la storia del testimone che rinuncia. Coxon non è un addetto alla sicurezza assunto per preoccuparsi: è uno di quelli che il motore lo hanno costruito, accreditato da OpenAI tra i contributori principali di GPT-4o. Si è dimesso, riferisce Axios, circa due mesi prima che maturassero le sue azioni, rinunciandovi. E soprattutto non è rimasto solo: Evan Hubinger, responsabile dell’alignment science di Anthropic, ha dichiarato pubblicamente di condividerne la diagnosi, stimando oltre il dieci per cento la probabilità che l’IA causi l’estinzione umana entro il decennio; pochi giorni dopo lo stesso amministratore delegato, Dario Amodei, ha invocato un rallentamento. In questa lettura l’allarme non è un’operazione: è la crepa che si apre quando chi sta dentro dice ad alta voce ciò che si ripete in privato.

La storia della campagna

La seconda è la storia della campagna. Qui l’attenzione si sposta dal messaggio alla sua meccanica: l’esclusiva del Wall Street Journal online circa diciotto minuti prima del post; le prime risposte arrivate in pochi minuti da esponenti di Encode AI, AI Futures Project e AI Policy Network, organizzazioni che condividono finanziatori legati al mondo dell’altruismo efficace e, in alcuni casi, agli investitori di Anthropic; la sponda immediata di parlamentari che invocano una legge già pronta. La cornice teorica è quella che il critico Cal Newport ha chiamato “doom trolling”: aziende che descrivono solennemente i danni potenziali dei propri sistemi continuando a svilupparli, con l’effetto, secondo chi la sostiene, di gonfiarne la percezione di potenza e di favorire regole che soffocano i concorrenti più piccoli.

Che cosa regge e che cosa no

Entrambe le storie contengono elementi veri, ed entrambe ne omettono altri. La narrazione della campagna ha ragione su un punto che merita di essere preso sul serio: l’ecosistema della “sicurezza dell’IA” è finanziato in larga parte da pochi donatori, e quando giornalisti, testate ed esperti citati sono sostenuti dalle stesse fonti senza dichiararlo, c’è un problema di trasparenza che non dipende dalla buona fede di nessuno. Ma la stessa narrazione inciampa sui fatti. La proposta Sanders-Casar per la messa al bando della superintelligenza era stata annunciata il 3 settembre, cinque giorni prima delle dimissioni: il post le ha dato slancio, non l’ha generata. E un’esclusiva concessa sotto embargo a un grande quotidiano è prassi comune di chi prepara un annuncio pubblico: prova la pianificazione, non una regia altrui. La verifica più accurata finora disponibile conclude che le evidenze pubbliche non dimostrano né un controllo dei donatori su Coxon né un’operazione condotta da Anthropic, e che il ricercatore appare sincero.

La narrazione del testimone, a sua volta, tace qualcosa. Coxon non denuncia illeciti verificabili; ad Axios ha anzi detto di non aver visto Anthropic sacrificare la sicurezza per battere i rivali. La sua è una previsione, non una prova: che le cose possano sfuggire di mano entro la fine del 2027 è un giudizio personale, che oggi non può essere né confermato né smentito. E il dilemma su cui poggia la critica opposta, se ci credete fermatevi e se non ci credete state manipolando, trascura la posizione che le aziende effettivamente dichiarano: il rischio è reale ma incerto, e se la tecnologia verrà costruita comunque è meglio che a costruirla sia chi lo prende sul serio. È un argomento discutibile, ma va discusso, non eluso.

Una paura trasversale

C’è poi un dato che smonta entrambe le cornici nella loro versione più semplice: la geografia politica. La lettura della campagna sottolinea che quasi tutti i politici intervenuti sono democratici, a due mesi dal voto di metà mandato. Ma il 15 settembre, a Washington, Sanders e Bannon sono intervenuti alla stessa conferenza su un approccio “pro-umano” all’IA, uniti nell’allarme e divisi sui rimedi, mentre il presidente Trump liquidava la reazione come una bufala. La diffidenza verso i nuovi oligarchi della tecnologia è diventata trasversale, e la paura dell’IA è ormai una risorsa contesa da destra e da sinistra. Anche la contronarrazione, del resto, ha i suoi sponsor: l’argomento del regulatory capture è stato reso popolare da David Sacks e dal fronte che chiede meno regole, non meno potenza di calcolo.

La contesa sulle parole

Il punto, allora, non è stabilire se Coxon sia un profeta o una pedina. È capire che la contesa sulle parole, “sicurezza”, “rischio”, “controllo”, precede e determina qualunque regola verrà scritta, e che entrambi i campi lo sanno benissimo. Per un decisore pubblico, e per l’Europa in particolare, la lezione è doppia. Da un lato pretendere trasparenza sui finanziamenti di chiunque partecipi al dibattito, allarmisti e scettici. Dall’altro riportare l’attenzione su ciò che è verificabile oggi: il consumo di energia e acqua dei data center, l’impiego dei modelli negli apparati di sorveglianza e nelle decisioni militari, la sostenibilità finanziaria di un’industria che brucia capitale in attesa di ricavi futuri. Episodi come quello riferito dalle cronache di luglio, quando agenti di OpenAI sarebbero usciti dall’ambiente di test attaccando Hugging Face, mostrano che il confine tra rischio ipotetico e incidente presente è più sottile di quanto entrambe le narrazioni lascino credere.

Chi abbia ragione, alla fine, conta meno di una domanda: chi decide di che cosa dobbiamo avere paura?

Una linea antimissile a Est. Perché l’Italia guarda ai Balcani

20 October 2026 at 11:58

E se lo schema adottato dagli Houthi in Arabia Saudita fosse replicato a poche decine di chilometri dai confini italiani? Una prima linea antimissile nei Balcani è un ombrello per tutta l’Europa che guarda a est, Italia compresa. La convinzione (espressa anche dal ministro della difesa Guido Crosetto) potrebbe presto trasformarsi in realtà operativa, dal momento che la cintura orientale dell’Europa trova, proprio nel costone balcanico, la sua area più sensibile agli attacchi esterni e alle penetrazioni dei super player.

Questo il ragionamento più volte fatto dal titolare della difesa, nella consapevolezza che da un lato “le preoccupazioni non sono aumentate in questo periodo, sono quelle che ci sono state negli ultimi anni”, ma dall’altro serve “garantire la sicurezza, intanto nei confini di casa”. Essendo quindi i Balcani un punto di riferimento per la sicurezza occorre “mettere in sicurezza i Balcani, utilizzare i Balcani anche in futuro pensando di installare qua radar che ci consentano di difendere sia questi Paesi sia il nostro, per prevenire le minacce”.

L’esempio portato dal ministro è quello relativo ai missili che hanno colpito gli aeroporti in Arabia Saudita, missili costruiti dagli Houthi, “quindi non da raffinati ingegneri, hanno raggiunto la velocità di 8.500 chilometri all’ora, capite quali sono le minacce che tutti i Paesi hanno di fronte per il futuro e quanto sia importante presidiare anche i Paesi di confine, i Paesi amici, proprio per installare con loro una copertura”. Il Kosovo dunque è uno dei Paesi candidati a ospitare quel radar antimissile, anche perché lì è presente la missione a guida Nato, Kfor, che pochi giorni fa ha visto un avvicendamento che riguarda da vicino l’Italia: il nuovo comandante è Roberto Vergori, generale di divisione, subentrato al generale di divisione turco Oezkan Ulutas. Come prima mossa ha incontrato il comandante delle Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf), Bashkim Jashari, sia per fare il punto sul coordinamento istituzionale, sia per sottolineare come pace, sicurezza e stabilità in Kosovo hanno precisi riflessi in Ue. Da questo punto di vista va segnalato come il rapporto tra Italia e Kosovo sta vivendo un momento di particolare rafforzamento, come dimostra l’intenzione del ministero della Difesa italiano di ampliare e approfondire la cooperazione militare bilaterale con Pristina. Ne hanno parlato pochi giorni fa il ministro della Difesa italiano e l’omologo kosovaro Ejup Maqedonci, a Pristina: l’occasione era proprio la cerimonia di avvicendamento al comando della missione KFOR.

L’area resta gravida di criticità, come le tensioni con la Serbia, il ritardo nei capitoli per l’adesione all’Ue, ma un piccolo passo in avanti è stato fatto: dopo quattro elezioni in due anni, il Parlamento del Kosovo è riuscito a eleggere una presidente, grazie ad un accordo con l’opposizione: è Justina Shiroka Pula la più votata. Ma al di là di un ruolo che non è incisivo a livello politico, contava dare un segnale all’esterno del paese balcanico, dal momento che i rapporti tra il governo Kurti e l’opposizione erano complessi: infatti il governo ha approvato una legge per smussare i poteri del tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra, circostanza che la scorsa settimana aveva provocato molti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Come è noto, il tribunale aveva condannato a 25 anni di carcere l’ex presidente Hashim Thaçi per crimini di guerra commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia, ma la sentenza aveva suscitato una vera e propria sollevazione popolare. Oggi Pristina prova a ripartire.

(Foto: Kfor on X)

Agenti autonomi e rischi globali, perché la prudenza non basta. Scrive l’amb. Brasioli

20 October 2026 at 11:44

Agenti autonomi che sembrano sfuggire al controllo, incidenti di cybersecurity e timori di conseguenze catastrofiche per l’umanità: negli ultimi mesi il dibattito sull’IA oscilla tra problemi concreti e scenari estremi. Occorre prendere sul serio entrambi, distinguendo i comportamenti già osservati — agenti IA che sembrano aggirare i vincoli imposti dai programmatori — dai rischi futuri, ancora incerti. Ma concentrarsi soltanto sulle macchine rischia di lasciare in ombra le decisioni umane che ne rendono più difficile il controllo.

La dinamica più pericolosa non è necessariamente un’IA “malvagia”, ma un sistema internazionale che spinge Stati e imprese a correre più velocemente dei propri controlli. Prima di chiederci se una macchina possa ribellarsi, dovremmo domandarci chi l’abbia autorizzata ad agire, con quali strumenti e sotto quali verifiche.

Per un’impresa, aspettare può significare perdere clienti e quote di mercato. Per un governo, imporre controlli più severi può apparire come un favore alle potenze rivali. La sicurezza diventa così un costo immediato, mentre i suoi benefici restano meno visibili: un incidente evitato non produce annunci, ricavi o primati nazionali. Anche attori consapevoli dei pericoli possono alimentare una corsa rischiosa, se ciascuno considera la propria accelerazione una risposta obbligata a quella degli altri.

La competizione è esplicita. Washington collega la leadership nell’IA alla forza economica, alla sicurezza nazionale e all’influenza internazionale degli Stati Uniti. Pechino inserisce l’IA nella costruzione della propria autonomia tecnologica e nella trasformazione industriale. L’Europa cerca di combinare regole e capacità produttiva, affiancando alla tutela dei diritti investimenti, infrastrutture di calcolo e competenze.

Le strategie divergono, ma rispondono a una preoccupazione comune: la dipendenza dalla tecnologia altrui. Chiedere genericamente prudenza non basta; occorre rendere la sicurezza una condizione della competizione, non una rinuncia affidata alla buona volontà dei singoli, né tantomeno alle aziende private.

Con gli agenti autonomi, l’esigenza diventa più urgente. Un sistema autorizzato a eseguire codice, utilizzare credenziali o intervenire su servizi esterni può trasformare un errore in una sequenza di azioni: una risposta inesatta può già provocare gravi danni. 

Non serve attribuire alle macchine intenzioni umane. Basta che trovino una soluzione efficace rispetto al risultato richiesto, ma incompatibile con i limiti che avrebbe dovuto rispettare. La domanda non è soltanto quanto sia affidabile il modello: è quanto danno possa produrre prima che qualcuno intervenga.

Da qui dovrebbero partire tre scelte politiche.

La prima è separare lo sviluppo dalla verifica. I test interni sono necessari, ma non possono esaurire il controllo sui sistemi con conseguenze rilevanti. Servono valutazioni indipendenti e accessi tecnici adeguati. La riservatezza industriale va tutelata, senza trasformarla in uno scudo contro ogni scrutinio.

La seconda è rendere esplicita la responsabilità di autorizzare le azioni. Chi concede a un agente l’accesso a una rete o la possibilità di modificare un sistema deve rispondere di quella scelta. Permessi circoscritti, registrazioni verificabili e possibilità di revoca devono precedere l’impiego, non seguire un incidente.

La terza è costruire una cooperazione minima tra rivali. Non occorre condividere segreti industriali per concordare procedure di segnalazione degli incidenti, criteri confrontabili di valutazione e contatti nelle emergenze.

In questo quadro può essere utile il lavoro del Panel scientifico indipendente delle Nazioni Unite sull’IA (un gruppo di 40 esperti indipendenti incaricato di valutare opportunità, rischi e impatti dell’intelligenza artificiale): non un’autorità sovranazionale di governo, ma un organismo chiamato a fornire una base scientifica condivisa per orientare le decisioni politiche e regolatorie. 

La scelta non è tra correre e fermarsi, ma tra governare l’innovazione e inseguirne le conseguenze: la leadership tecnologica si misura anche nella capacità di valutare i rischi e definire le responsabilità prima dell’impiego dei sistemi di IA, non soltanto dopo un incidente.

(Avvertenza dell’autore: le opinioni contenute in questo articolo sono espresse a titolo personale e non sono attribuibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano)

Con Roche cresce il fronte delle aziende farmaceutiche in rotta con Berlino

20 October 2026 at 11:43

Anche Roche si aggiunge alle aziende farmaceutiche che stanno riconsiderando i propri investimenti in Germania. In un’intervista pubblicata il 19 ottobre dal quotidiano Die Welt, Daniel Steiners, responsabile delle attività tedesche del gruppo svizzero, ha annunciato la sospensione temporanea di tutte le future decisioni di investimento nel Paese. Una scelta che non riguarda i progetti già approvati, tra cui l’ampliamento del sito bavarese di Penzberg, per oltre 600 milioni di euro, ma che rappresenta un ulteriore segnale delle difficoltà nei rapporti tra industria farmaceutica e governo tedesco.

Al centro delle critiche vi sono le politiche di contenimento della spesa farmaceutica, con cui Berlino punta a ridurre la pressione finanziaria sul sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria. Secondo Steiners, anziché intervenire sulle criticità strutturali del sistema, il governo starebbe privilegiando risparmi di breve periodo, trasferendo nuovi oneri sulle imprese e compromettendo la fiducia necessaria a programmare investimenti.

Non solo Roche

Il caso Roche non è isolato. Già a giugno Boehringer Ingelheim aveva annunciato la cancellazione di investimenti programmati in Germania per circa 900 milioni di euro nel periodo 2027-2030, mentre Eli Lilly aveva ridimensionato i propri progetti, dimezzando la quota iniziale prevista, pari a 2,3 miliardi. Il suo amministratore delegato, Dave Ricks, è tornato a criticare le scelte del governo in un’intervista del 2 ottobre all’Handelsblatt, sostenendo che le misure correttive prospettate hanno “tradito la sua fiducia”. Anche Pfizer, attraverso una lettera dell’amministratore delegato Albert Bourla al cancelliere Friedrich Merz, ha annunciato a inizio estate una revisione delle priorità relative ai futuri investimenti nel Paese.

L’indagine statunitense

Alle tensioni tra governo tedesco e industria farmaceutica si aggiunge anche quella con Washington. La Germania, d’altronde, è stata anche il primo Paese europeo a finire direttamente nel mirino dell’amministrazione Trump per le proprie politiche di prezzo dei farmaci. Lo scorso 18 giugno, lo United States trade representative (Ustr) ha avviato un’indagine commerciale ai sensi della Section 301 del Trade act del 1974, per accertare se il sistema tedesco di determinazione dei prezzi dei medicinali innovativi penalizzi le aziende americane. Secondo Washington, i prezzi contenuti e gli sconti imposti alle imprese finirebbero per trasferire sui pazienti statunitensi una quota sproporzionata dei costi globali di ricerca e sviluppo. Nel mirino, proprio le nuove misure di contenimento della spesa farmaceutica previste da Berlino.

Come ricostruito da Politico, Washington punta a ottenere da Berlino un accordo che preveda una maggiore spesa per i medicinali innovativi, sul modello di quanto negoziato con il Regno Unito. In caso contrario, le eventuali ritorsioni commerciali potrebbero colpire anche altri settori, a partire dall’automotive, che nel 2025 ha rappresentato per la Germania oltre 28 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti.

Dalla Germania all’Italia, il nodo dei prezzi e dell’accesso

A richiamare l’attenzione sulla questione anche nello Stivale, in un’intervista pubblicata oggi dal Sole 24 Ore, Shashank Deshpande, Ceo di Boehringer Ingelheim, ha invitato a prestare attenzione alle conseguenze delle politiche europee di prezzo e rimborso sugli investimenti farmaceutici. In particolare, ha avvertito che il ricorso all’Mfn, rischia di “ridurre l’incentivo a lanciare farmaci innovativi”. L’Ad della casa farmaceutica tedesca ha evidenziato le difficoltà italiane sul fronte dell’accesso alle cure, ricordando come un medicinale sviluppato anche grazie alla ricerca italiana possa arrivare prima ai pazienti cinesi che a quelli italiani. Un ritardo riconducibile, secondo il manager, alla complessità delle procedure regolatorie e di rimborso, che in Italia richiedono mediamente oltre 400 giorni dopo l’approvazione europea, contro i 56 della Germania, “mentre in altre regioni del mondo si moltiplicano i percorsi di approvazione accelerata”. Tuttavia Deshpande ha sottolineato di apprezzare il fatto che “il governo italiano riconosca l’importanza di un approccio olistico alla salute”, e si è detto fiducioso rispetto alla possibilità per il Paese di “riuscire a ridisegnare il proprio quadro di governance, eliminando meccanismi che risultano dannosi non solo per il settore farmaceutico, ma soprattutto per i pazienti”. “La nostra presenza in Italia è solida, e non abbiamo alcuna intenzione di modificarla”, ha aggiunto.

Il muro Ue sulle auto cinesi funziona. E il Dragone vira sul Golfo

20 October 2026 at 11:36

Funziona, ed è già una notizia. Nel lungo e faticoso cammino verso il riequilibrio dei pesi commerciali tra Cina ed Europa, quest’ultima raccoglie un primo, non scontato, frutto. Tutto merito dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Pechino a latere della delicata ma non ancora decisiva trasferta in terra cinese del commissario al Commercio  Maroš Šefčovič, due settimane fa, per limitare l’ingresso di auto elettriche e ibride cinesi sul mercato europeo. Non bisogna certo ricordare il conto dei danni causati ai costruttori del Vecchio continente dalla concorrenza sussidiata e per questo sleale della Cina, che produce di più e vende a meno. La crisi nella quale è precipitata Volkswagen è l’esempio più lampante di come l’industria cinese abbia demolito un poco alla volta quella europea.

Ora però l’accordo siglato pochi giorni fa, che nei fatti porta a 350 mila in numero di veicoli cinesi ibridi da commercializzare sul mercato europeo, genera i primi effetti benefici. Per esempio, costringere i costruttori cinesi a dirottare il grosso della auto che non possono più entrare in Ue, verso altri lidi: come il Golfo. E andando anche oltre il concetto stesso di veicolo. Proprio in queste settimane, Paesi quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman stanno diversificando le proprie fonti energetiche, puntando su energie alternative, perseguendo obiettivi ambientali e modernizzando le proprie infrastrutture di trasporto. Cosa c’entrano le quattro ruote? Allo stesso tempo, i produttori cinesi non si limitano più dunque a vendere solo auto economiche e basilari. Al contrario, stanno costruendo reti di distribuzione, stringendo partnership e introducendo tecnologie avanzate per le batterie in una regione a lungo dominata da marchi giapponesi, americani, sudcoreani ed europei.

Insomma, tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita. Altri stanno seguendo percorsi simili. Geely, per esempio, sta consolidando la sua posizione con auto tradizionali, modelli elettrici e marchi premium.

Il dato rilevante è comunque la buona riuscita dell’operazione dell’Ue sulle auto cinesi. Come sottolineato pochi giorni fa dall’istituto Bruegel, “se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Come a dire, funziona.

Verso Oslo. Zelensky incontra Witkoff e prova a ricucire con Washington

20 October 2026 at 11:26

Volodymyr Zelensky vola a Oslo per incontrare l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff. L’obiettivo è riparare un rapporto con Washington che nelle ultime due settimane si è deteriorato in modo marcato, mentre Donald Trump ha moltiplicato le aperture verso Mosca. Il presidente americano, che ha sospeso alcune sanzioni contro la Russia presentando la mossa come un modo per contenere i prezzi del carburante negli Stati Uniti, è tornato più volte ad attaccare il leader ucraino. Lunedì ha dichiarato che la Russia, sull’Ucraina, si è comportata “bene”, mentre Zelensky “non sta aiutando molto”, arrivando a suggerire a Kyiv di trovare qualcun altro con cui negoziare.

Dietro lo scontro verbale ci sono questioni operative di primo piano. Kyiv accusa Washington di aver smesso di fornire con tempestività gli allarmi preventivi sui lanci di missili russi e di aver ridotto le prestazioni dei collegamenti satellitari SpaceX che supportano la guida dei droni ucraini. Zelensky ha riferito di aver affrontato con il segretario di Stato Marco Rubio il tema degli intercettori antibalistici, dell’early warning e della situazione di Starlink e Starshield, che a suo giudizio va ripristinata, il tutto sullo sfondo degli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra.

Il peso di queste restrizioni va letto alla luce dell’attuale architettura del sostegno americano. Sotto Trump gli Stati Uniti hanno già in gran parte interrotto la fornitura diretta di armi all’Ucraina, ma consentono agli europei di acquistarle per conto di Kyiv e continuano a garantire intelligence e capacità tecnologiche che l’Europa non è in grado di sostituire. È proprio su questo terreno, dove la dipendenza dagli Usa resta più forte, che si concentrano ora le frizioni.

I governi dell’Europa occidentale, che considerano la difesa dell’Ucraina una questione esistenziale per la sicurezza del continente, si sono schierati con decisione al fianco di Zelensky, cercando di scongiurare una frattura più profonda tra Washington e Kyiv. In questa cornice si inserisce l’iniziativa norvegese: il primo ministro Jonas Gahr Støre ha spiegato che l’obiettivo è riportare la diplomazia su un percorso più costruttivo. Agli incontri parteciperà anche il presidente finlandese Alexander Stubb, per discutere della guerra di aggressione russa e del quadro complessivo della sicurezza europea. Jared Kushner, che con Witkoff guida il negoziato americano, sarà collegato da remoto. Nel pomeriggio è prevista una conferenza stampa congiunta di Zelensky, Stubb e Støre.

Alla vigilia della missione, in un’intervista al Corriere della Sera, Zelensky ha chiarito lo stato d’animo con cui si presenta a Oslo. Le limitazioni sull’intelligence e il rallentamento di Starlink, ha detto, non sono più minacce ma una realtà, e risultano ingiuste nei confronti di Kyiv. Il presidente ha ricordato di aver chiesto a Trump almeno gli intercettori per proteggere le infrastrutture energetiche, se Washington non riesce a fermare Putin, senza ottenerli. Ha però confermato la disponibilità a riprendere il dialogo con la squadra negoziale americana, perché la pace resta la priorità e “tra partner deve esserci onestà”.

Sul fronte europeo, intanto, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha respinto dall’aula del Parlamento europeo di Strasburgo le critiche di chi accusa Bruxelles di non avere una linea sul negoziato. “Ho sentito dire in quest’aula che non abbiamo una strategia per la pace. Questo non è vero”, ha dichiarato. Kallas ha ricordato di aver presentato a febbraio ai ministri degli Esteri un piano massimalista con cui entrare nei colloqui: se Mosca avanza richieste massime, ha spiegato, anche l’Europa deve mettere sul tavolo il massimo per poi trovare un equilibrio nella trattativa. Il piano, nelle intenzioni dell’Alta rappresentante, serve anche a inviare un messaggio al Cremlino: tutto ciò che interessa alla Russia, a partire dalla rimozione delle sanzioni, “esige che l’Ue sia a quel tavolo”. E se l’Ucraina, nonostante le pressioni dei negoziatori americani, non ha accettato le condizioni di Putin, ha concluso Kallas, è perché “l’Europa ha sostenuto l’Ucraina”.

La dolce vita di Kim. Dentro la villa di lusso del leader nordcoreano

20 October 2026 at 11:04

Scivoli acquatici, piscine, un enorme yacht. Grazie a un’indagine con immagini satellitari è stato individuato il centro vacanze di lusso del leader della Corea del Nord, Kim Jong-un. L’imbarcazione è il suo luogo del cuore ed è stato avvistato da luglio a metà ottobre di quest’anno nella costa nordcoreana Wonsan, conosciuta come la penisola di Kalma. Sarebbe di circa 80 metri. Si crede che questa enorme nave sia di Kim e della sua famiglia perché i suoi movimenti coincidono con le date in cui il leader è stato assente da apparizioni pubbliche. Con queste navi si sposterebbero anche nelle isole Tae e Sin che offrono spazi marittimi ritirati con totale privacy.

Kim e la sua famiglia si recano molto spesso in un’enorme villa della località balneare Wonsan, secondo un reportage dell’emittente britannico Bbc. Nelle sue vicinanze sono state identificate diverse imbarcazioni di grandi dimensioni, che d’inverno sono in porto e d’estate sono usate per la ricreazione. Non ci sono conferme di quanto sia il valore di queste navi, ma può arrivare a 100 milioni di dollari. Uno yacht di Kim, più piccolo, di 29 metri, si calcola possa valere 7 milioni di dollari.

Gli esperti indicano Wonsan come il posto del cuore di Kim, giacché è stato in questa località che il dittatore coreano è cresciuto da piccolo, insieme alla madre. Secondo la testimonianza di un disertore che è stato custode negli anni ’90 nell’unità 974 del leader Kim Jong Il, Wonsan era il rifugio dell’élite nordcoreana e il luogo dove trascorrevano l’estate praticando sport acquatici.

Alcuni media statali nordcoreani dicono che a Wonsan ci sono alberghi di lusso, ristoranti, negozi e parchi acquatici che accolgono più di 20.000 visitatori. Altri media russi hanno diffuso immagini di turisti russi che visitano il complesso Wonsan Kalma inaugurato a luglio del 2025.

L’ex giocatore dell’NBA e amico di Kim Jong-un, Dennis Rodman, ha raccontato al quotidiano The Sun l’ultima visita in Corea del Nord nel 2013, dicendo di essere stato una settimana a Wonsan con il dittatore praticando sci acquatico ed equitazione.

Questa scoperta evidenza il paradosso che rappresenta la dualità in cui vivono i nordcoreani, sommersi dalla carestia di una crisi umanitaria senza precedenti e con una leadership che non risparmia spese quando si tratta di confort e intrattenimento.

“Si crede che Kim e la sua famiglia usino queste navi. Ex funzionari nordcoreani, disertori ed esperti affermano che sarebbe difficile per qualsiasi persona lontano dal vertice del regime possedere o utilizzare liberamente navi di questa dimensione”, sostiene la Bbc. “La ricchezza di chi occupa posti di potere nella ermetica dittatura nordcoreana è difficile da determinare quanto le cifre economiche del Paese”, prosegue l’emittente.

Per le Nazioni Unite, la Corea del Nord è uno dei Paesi più poveri al mondo, ma ha una grande spesa militare, specialmente dedicata al programma nucleare. Circa il 40% della popolazione, però vive in stato di denutrizione, e subisce “violazioni gravi, generali e sistematiche dei diritti umani”, da quanto si legge nel report 2025 dell’Onu.

Chi soffia sul fuoco delle proteste? Cosa si muove dietro le manifestazioni in Italia e in Europa

20 October 2026 at 10:49

Le proteste che nelle ultime settimane hanno attraversato diversi Paesi europei, dalla Francia al Belgio, dalla Spagna all’Italia, dove sono dal weekend al centro del dibattito pubblico e politico, hanno riportato in superficie un disagio che supera le rivendicazioni economiche da cui molte di esse hanno preso origine. L’aumento del costo della vita, la pressione sui redditi e le difficoltà di accesso alla casa alimentano una percezione di arretramento della prosperità, mentre gli episodi di violenza registrati in alcune città rivelano tensioni sociali più profonde.

Le fratture della prosperità europea

In Italia, queste dinamiche incontrano fragilità consolidate: stagnazione della produttività, debole crescita dei salari reali e difficoltà nel garantire opportunità di mobilità sociale. Gli shock energetici e inflazionistici, legati anche alla guerra regionale nell’Indo-Mediterraneo, hanno accentuato il senso di insicurezza economica, anche perché i governi nazionali dispongono di margini limitati per intervenire sulle determinanti internazionali di questi fenomeni.

Al disagio materiale si sovrappone una dimensione socioculturale, particolarmente visibile in alcuni segmenti delle generazioni più giovani. La sfiducia nelle istituzioni, la perdita di riferimenti collettivi e l’incertezza sulle prospettive personali possono alimentare forme di risentimento prive di una rappresentanza politica riconoscibile. In determinati contesti, anche le tensioni identitarie presenti in settori delle seconde e terze generazioni con background migratorio si intrecciano con condizioni di marginalità e narrazioni nazionali, culturali o religiose antagoniste. Sono fenomeni distinti, che non possono essere generalizzati né automaticamente associati alla violenza, ma che contribuiscono alla crescente complessità delle fratture sociali europee.

La politica non sempre ha saputo governare queste trasformazioni. Forze appartenenti a tradizioni ideologiche differenti hanno spesso privilegiato la mobilitazione del malcontento rispetto alla costruzione di risposte sostenibili. La ricerca del consenso, quando prevale sulla responsabilità di confrontarsi con i vincoli economici e istituzionali, finisce per alimentare aspettative destinate a essere disattese e consolidare la sfiducia verso il sistema politico.

Questa combinazione di vulnerabilità economiche, sociali e istituzionali assume oggi una rilevanza che supera la politica interna. In un contesto di competizione geopolitica crescente, le fratture delle società democratiche costituiscono anche opportunità di pressione strategica per attori esterni.

La strumentalizzazione geopolitica del disagio

La Russia ha sviluppato nel tempo una significativa capacità di sfruttare le tensioni interne alle democrazie occidentali. Le controversie sull’immigrazione, il sostegno all’Ucraina, ancora prima la gestione del Covid, più in generale le questioni identitarie e la sfiducia nelle istituzioni offrono terreni favorevoli per operazioni di influenza orientate ad accentuare la polarizzazione e indebolire la coesione politica europea.

Un esempio indicativo arriva da Rybar, influente rete informativa russa vicina all’ambiente militare, che ha diffuso una mappa delle recenti proteste europee, aggregando manifestazioni, arresti e feriti in diversi Paesi. Eventi differenti per cause, partecipazione e intensità vengono ricondotti a una rappresentazione unitaria di un continente attraversato da un’instabilità crescente.

La rilevanza di questa operazione comunicativa risiede nel modo in cui fatti autentici vengono selezionati, sottratti parzialmente al loro contesto e ricomposti in una narrazione coerente con gli interessi strategici di Mosca. Attraverso Telegram e la circolazione di contenuti tra diverse piattaforme, rappresentazioni di questo genere possono raggiungere pubblici differenti, alimentando interpretazioni che accentuano le divisioni esistenti.

La diffusione di una simile mappa non dimostra un coinvolgimento russo nell’organizzazione delle proteste; mostra piuttosto come queste possano essere utilizzate per rappresentare l’Europa come un sistema politicamente fragile. Ossia viene offerta ai lettori l’immagine di un modello disfunzionale, corroso internamente, e pertanto non idoneo a costituire oggetto di aspirazioni per le collettività (in primis quelle russe).

Il meccanismo appartiene al più ampio repertorio dell’information warfare, nel quale disinformazione deliberata, circolazione di contenuti fuorvianti, amplificazione coordinata e astroturfing — la costruzione artificiale di un apparente consenso spontaneo — possono concorrere a manipolare il dibattito pubblico. Gli stessi episodi di violenza possono essere presentati come prova dell’estremismo dei manifestanti oppure della repressione autoritaria dei governi, o ancora del malcontento diffuso in Europa, favorendo narrazioni contrapposte che convergono nell’erosione della fiducia democratica.

La dimensione algoritmica amplia ulteriormente queste possibilità. Sono state documentate in più occasioni precedenti operazioni coordinate di influenza con account non autentici e contenuti distribuiti attraverso TikTok – il cui fenomenale algoritmo è controllato da una società cinese – e altre piattaforme. Questi precedenti mostrano come le reti digitali possano contribuire ad amplificare specifiche mobilitazioni e influenzare la percezione del confronto politico.

Gli algoritmi di raccomandazione possono inoltre indirizzare contenuti politicamente sensibili verso determinati segmenti di pubblico, con possibili conseguenze sulle dinamiche di mobilitazione. La distinzione tra amplificazione algoritmica, manipolazione coordinata e intervento intenzionale di attori statali rimane essenziale quanto nebulosa.

Dall’informazione alle minacce ibride

Lo sfruttamento delle vulnerabilità democratiche si inserisce in una competizione che ha progressivamente superato i confini della propaganda tradizionale. Le operazioni informative possono accompagnarsi ad attacchi informatici, sabotaggi, provocazioni e altre attività clandestine, secondo modalità riconducibili alla hybrid warfare.

Le operazioni ostili attribuite alla Russia in Europa negli ultimi anni hanno mostrato come strumenti differenti possano essere impiegati per esercitare pressione sulle società occidentali, complicare l’azione delle autorità e alimentare un clima di insicurezza. Le grandi manifestazioni costituiscono, almeno potenzialmente, contesti favorevoli per provocazioni difficili da attribuire nell’immediato, soprattutto quando tensioni preesistenti rendono probabile una rapida escalation.

L’eventuale convergenza tra interferenze fisiche e amplificazione digitale rappresenta una vulnerabilità particolarmente delicata. Un episodio isolato può acquisire una rilevanza politica sproporzionata attraverso la circolazione selettiva delle immagini, contribuendo a radicalizzare il confronto tra manifestanti, forze dell’ordine e istituzioni.

Questo rischio non autorizza ad attribuire automaticamente responsabilità straniere agli episodi di violenza. La distinzione tra sfruttamento opportunistico del disordine, operazioni coordinate e coinvolgimento diretto di apparati statali rimane essenziale, ma non sempre è possibile stabilirla con certezza. La complessità delle operazioni ibride, la sovrapposizione tra attori, strumenti e livelli di intervento, così come il ricorso a intermediari e reti difficilmente riconducibili a un unico centro decisionale, possono rendere particolarmente opaca l’attribuzione delle responsabilità. In questa ambiguità risiede parte della loro efficacia strategica: l’incertezza ostacola la capacità di risposta delle istituzioni e può diventare essa stessa uno strumento di destabilizzazione.

La dimensione transatlantica

Le vulnerabilità europee si inseriscono anche in una trasformazione più ampia degli equilibri occidentali, anche questi spesso sfruttati dalle narrazioni rivali. Per gran parte del secondo dopoguerra, la leadership americana ha sostenuto un sistema nel quale sicurezza collettiva, prosperità economica e istituzioni democratiche erano elementi di un progetto politico condiviso.

Il primo e il secondo mandato di Donald Trump hanno introdotto una discontinuità significativa. L’enfasi sulla sovranità nazionale, l’approccio transazionale alle alleanze e la critica alle istituzioni multilaterali hanno contribuito a spostare l’attenzione dalla tutela di un ordine collettivo verso una concezione più immediata degli interessi americani.

Questa evoluzione non spiega le tensioni sociali europee, ma ha reso meno riconoscibile la prospettiva politica comune che per decenni aveva rappresentato uno dei principali fattori di coesione occidentale. Per società già attraversate da incertezze economiche e crisi di rappresentanza e appartenenza, la trasformazione del ruolo americano introduce un’ulteriore dimensione di insicurezza, offrendo alle potenze rivali nuovi argomenti per mettere in discussione la credibilità e la tenuta dell’Occidente.

La coesione sociale come questione di sicurezza

La crescente interdipendenza tra coesione sociale, qualità del dibattito democratico e sicurezza strategica impone di ampliare il concetto di resilienza europea. Le vulnerabilità interne, tradizionalmente affrontate attraverso strumenti di politica economica, sociale o di ordine pubblico, possono ormai diventare leve di pressione nelle mani di attori che perseguono obiettivi geopolitici ostili.

Contrastare questa dinamica richiede di intervenire sulle condizioni che rendono efficaci le operazioni di influenza. Potere d’acquisto, servizi essenziali, opportunità per le nuove generazioni e fiducia nella rappresentanza politica assumono una rilevanza direttamente strategica. Parallelamente, gli Stati europei dovrebbero però rafforzare le capacità di individuazione delle campagne coordinate, migliorare la trasparenza dei meccanismi algoritmici e integrare la sicurezza informativa nelle strategie di contrasto alle minacce ibride.

La complessità della risposta sta nel preservare una distinzione fondamentale: la libertà di manifestare e contestare le scelte del governo costituisce una prerogativa essenziale delle democrazie liberali. Confondere il dissenso con l’interferenza straniera, o rispondere alle vulnerabilità mediante una compressione indiscriminata delle libertà, comporterebbe l’indebolimento del modello politico che si intende preservare, modello che continua ad esercitare un’influenza globale, e per questo oggetto di opposizione da parte di rivali strategici, i quali, nel contrastarlo, trovano una giustificazione per il proprio controllo esistenziale su potere e masse.

La capacità delle potenze rivali di sfruttare le fratture occidentali dipende anche dalla profondità di quelle fratture. La sicurezza delle democrazie europee si giocherà dunque sempre più sulla loro capacità di affrontare le contraddizioni interne, preservare l’integrità del confronto pubblico e ricostruire una prospettiva credibile di prosperità e appartenenza. In un contesto di competizione strategica crescente, la qualità della vita democratica è diventata parte integrante della sicurezza europea.

Elezioni o referendum su sé stesso? Trump e le midterm viste dalla stampa Usa

20 October 2026 at 10:01

“Il gradimento di Trump raggiunge il minimo storico, dando ai Democratici un netto vantaggio nelle elezioni di medio termine” titola il Washington Post, che spiega perché il presidente raccoglie solo il 33% dei consensi con il 66% di americani che lo disapprovano e poco più del 50% che invece si dichiarano totalmente contrari alla sua politica. Nel frattempo, secondo il sondaggio del Washington Post – ABC News – Ipsos, il sostegno ai democratici é in aumento. Più che l’attendibilità dei sondaggi e l’esito del voto, a 15 giorni dalle elezioni del 3 novembre, la domanda principale che angoscia gli Stati Uniti è: come reagirà Donald Trump alla sconfitta?

Il tycoon gira come una trottola per salvare, afferma, i candidati repubblicani in difficoltà, ma nessuno ha il coraggio di dirgli che molti di quei candidati sono in difficoltà proprio per colpa sua. Gli elettori, evidenziano tutti i sondaggi, gli hanno voltato le spalle e più il presidente interviene accanto ai candidati e più rischia di far perdere loro consensi. Emblematico il caso del Texas. La Camera di commercio degli Stati Uniti ha annunciato il proprio sostegno al Procuratore generale del Texas Ken Paxton, repubblicano appoggiato a spada tratta da Trump, ma persino il governatore repubblicano Greg Abbott ha preferito non partecipare alla kermesse del presidente accanto al candidato, incappato fra l’altro in uno scandalo. Secondo il Wall Street Journal, Paxton avrebbe trascorso la notte di capodanno festeggiando a Dubai con l’amante Tracy Duhon, nonché con due latitanti incriminati per frode sanitaria.

I sondaggi spiegano perché Trump sia corso in Texas: secondo YouGov e New York Times, il candidato democratico James Talarico è avanti a Paxton di sei punti. Un risultato comunque sorprendente in uno Stato che Trump alle presidenziali aveva vinto con quasi 14 punti di vantaggio. Clamorosi gli ultimi sondaggi della Cnn. In Ohio, Stato conquistato da Trump con undici punti di vantaggio, il democratico Sherrod Brown guida la corsa al Senato con il 49% contro il 43% del repubblicano Jon Husted. Nella sfida per il governatore, la democratica Amy Acton supera di otto punti il repubblicano Vivek Ramaswamy. In Iowa, dove Trump vinse con tredici punti di margine, la corsa al Senato é sostanzialmente alla pari: 45% per la repubblicana Ashley Hinson, 43% per il democratico Josh Turek. In Ohio appena il 36% approva Trump, in Iowa il 41%. Circa tre elettori su quattro ritengono che le sue politiche abbiano fatto aumentare il costo della vita.

Il New York Times ritiene comunque che l’esito delle elezioni di medio termine non rappresenterà un’ondata blu, il colore del partito democratico, ma piuttosto una risacca rossa, il colore del Grand Old party, lo storico partito repubblicano. Perché, sostiene il quotidiano newyorkese, molti repubblicani che hanno votato Trump anche tre volte e che adesso sono delusi e pentiti, potrebbero semplicemente restare a casa. Una disillusione provocata in particolare da due promesse tradite: niente nuove guerre e prezzi più bassi. Al contrario é arrivata la guerra contro l’Iran e la benzina salita oltre i cinque dollari al gallone. I dazi hanno aggravato gli scompensi economici, mentre milioni di americani continuano a fare fatica con affitti, spesa e bollette.

Persino sull’immigrazione, il terreno tradizionalmente più favorevole a Trump, le operazioni aggressive dell’Ice hanno suscitato polemiche e condanne.

Lo scrittore e commentatore politico conservatore Bill Kristol sostiene che più Trump trasforma le elezioni in un referendum su se stesso, più favorisce i democratici, tanto da far temere uno tsunami elettorale. Una sensazione diffusa che ha fatto scattare inquietanti interrogativi, alimentati da vari segnali e dalla decisione, da parte della Casa Bianca, di non invitare gli osservatori internazionali dell’Ocse, presenti alle elezioni federali americane dal 2002. Una scelta che su questo punto accomuna Washington, a Russia e Bielorussia.

Come se non bastasse, nel podcast del giornalista Chris Hayes sul network televisivo via cavo MS NOW sono stati illustrati documenti ottenuti da Democracy Forward, un movimento per la democrazia e la legalità, che attestano come il Dipartimento per la sicurezza interna e l’Ice abbiano acquisito decine di milioni di registrazioni elettorali e valutato l’impiego di agenti sotto copertura per indagare su organizzazioni impegnate nella registrazione degli elettori, in Stati decisivi come Pennsylvania e New Jersey. Non solo, alcuni osservatori temono che, dopo il voto, possano essere sequestrate schede o macchine elettorali con il pretesto di cercare brogli.

Non ci sono prove ma la preoccupazione cresce. Secondo un’inchiesta del periodico politico The Atlantic, anche fra i ranghi dell’Fbi vi sarebbero funzionari in allerta per il ruolo che il bureau potrebbe assumere nelle prossime elezioni. L’amministrazione Trump sostiene di voler prevenire frodi. I critici denunciano invece il rischio di intimidire gli elettori. In proposito l’attore premio Oscar Robert De Niro, ha lanciato un appello durissimo contro Trump: “Giù le mani dal nostro voto!”. Parole accompagnate da pesanti insulti e da un avvertimento per tutti gli americani che hanno a cuore la democrazia: vigilare e prepararsi a difendere le elezioni.

Che cosa potrebbe accadere nella notte tra il 3 e il 4 novembre, ci si chiede allora, se i repubblicani subiranno lo tsunami previsto da alcuni analisti? Trump riconoscerà il risultato? Cercherà un’intesa con un Congresso democratico? Oppure inizierà a denunciare brogli, interferenze straniere e voti illegittimi, come fece dopo il 2020? L’esperto di strategie elettorali ed ex consulente repubblicano Steve Schmidt teme proprio questo scenario: un presidente sconfitto politicamente, ma ancora dotato di enormi poteri, pronto a contestare la legittimità del nuovo Congresso. Non sappiamo come finirà. Il 3 novembre gli americani decideranno chi controllerà il Congresso. Quello che ancora è un’incognita é se Trump sarà disposto ad accettare la loro decisione.

Un’ incognita che di per se è una inedita e dolorosa novità che rischia di rappresentare la sfida più pericolosa per la democrazia e la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

La rete di Kyiv dentro la Russia. Cosa raccontano alla Bbc i sabotatori anti-Putin

20 October 2026 at 07:53

La guerra tra Russia e Ucraina va avanti sui più disparati fronti e un racconto raccolto dalla Bbc offre uno sguardo su uno dei suoi versanti più inosservati, quello delle reti clandestine che operano all’interno della Federazione Russa per conto dell’intelligence di Kyiv.

Nel documentario Shadowmen: Russians working with Ukraine, due cittadini russi – indicati con gli pseudonimi di “Ivan” e “Foma” – descrivono le attività che sostengono di svolgere a favore del Gur, il servizio d’intelligence militare ucraino, il quale ha confermato alla Bbc che entrambi lavorano per l’agenzia.

Ricognizione prima dei droni

Ivan sostiene di aver partecipato alla preparazione di operazioni contro infrastrutture militari russe, effettuando ricognizioni, individuando siti e predisponendo luoghi nei quali nascondere componenti destinati ai droni e altro materiale.

Secondo il suo racconto, queste attività avrebbero contribuito alla capacità ucraina di portare la minaccia direttamente in profondità sul territorio russo, contro bombardieri strategici, installazioni militari e strutture della produzione bellica. In un’occasione, racconta, sarebbe stato fermato per un controllo mentre trasportava esplosivi artigianali senza essere scoperto. La struttura operativa descritta è deliberatamente frammentata: pochi contatti, nessuna organizzazione visibile e conoscenza limitata degli altri partecipanti. Più che una tradizionale rete gerarchica, emerge infatti un sistema costruito secondo criteri di compartimentazione, nel quale la perdita di un singolo operatore dovrebbe compromettere il minor numero possibile di nodi. Una configurazione particolarmente adatta a un territorio nel quale gli apparati di sicurezza russi dispongono di capacità estese di sorveglianza e controspionaggio.

La Bbc sottolinea inoltre un elemento che conferisce interesse alla testimonianza di Ivan, senza tuttavia provarne tutte le affermazioni. Più di un anno prima del grande attacco ucraino condotto con oltre cento droni contro aeroporti che ospitavano bombardieri strategici russi, l’uomo aveva anticipato al giornalista l’esistenza di un’operazione di grandi dimensioni contro quella componente delle forze russe, senza indicarne né il luogo né la data.

Gli uomini sotto osservazione

Diverso è il ruolo attribuito a Foma. Russo, residente in esilio in Polonia, sostiene di gestire a distanza una rete di collaboratori incaricati soprattutto di attività di sorveglianza con l’obietttivo di raccogliere informazioni su ufficiali e personalità militari russe che possono risultare di interesse per il Gur.

Foma afferma che i suoi collaboratori non partecipano materialmente agli attacchi e che il loro compito termina con la raccolta e la trasmissione delle informazioni. Dopo l’eliminazione a Mosca del tenente generale Fanil Sarvarov, nel dicembre 2025, ha però riconosciuto di avere fornito informazioni sull’ufficiale agli ucraini, raccontando le difficoltà incontrate nel seguirne spostamenti e abitudini. Anche in questo caso, la Bbc chiarisce che Foma non aveva comunicato preventivamente ai giornalisti l’esistenza di un piano per colpire il generale.

Una rete difficile da misurare

Più difficile è stabilire la dimensione reale di questa infrastruttura umana. Foma parla di 300-500 cittadini russi coinvolti, a vario titolo, in attività a favore dell’Ucraina. Più rilevante del numero esatto è la logica operativa che emerge dalle testimonianze: reti ridotte, comunicazioni limitate, ricorso a operatori ideologicamente motivati ma anche, in altri casi, a persone pagate o persino inconsapevoli del ruolo svolto. Un autotrasportatore, per esempio, può contribuire a un’operazione senza sapere che il proprio carico è stato manipolato.

È il modello di una guerra nella quale la distanza tra fronte e retrovia è diventata progressivamente meno netta. Droni a lungo raggio e capacità clandestine non rappresentano due strumenti distinti, ma possono essere parti dello stesso ciclo operativo: intelligence sul terreno, preparazione logistica, selezione dell’obiettivo e attacco. Elementi che permettono a Kyiv di trasformare la profondità strategica russa in uno spazio contendibile, combinando tecnologia, intelligence e piccoli nuclei difficili da individuare.

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