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Premiare gli alumni, scommettendo su storie esemplari

20 October 2026 at 16:23

Nel 1976 una studentessa del Bronx, figlia di genitori portoricani, ricevette a Princeton il Pyne Prize, la massima distinzione per un laureando. Trentotto anni dopo, nel 2014, tornò nello stesso campus, come giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, per ricevere il Woodrow Wilson Award, il più alto onore che l’ateneo riserva ai propri laureati. Ebbene, il nome di Sonia Sotomayor compare due volte negli albi d’oro dell’università americana: la prima come promessa, la seconda quale promessa mantenuta.

In questo aneddoto, tra gli altri, è possibile cogliere il senso e l’impatto del celebrare le storie esemplari degli ex allievi, con riti e appuntamenti dedicati.  Così, ad esempio, per rimanere al caso citato, il Woodrow Wilson Award, istituito 70 anni fa, viene conferito, ogni anno, a un alumnus o a un’alumna i cui traguardi personali e professionali incarnano il motto informale In the Nation’s Service and the Service of Humanity – formulazione ampliata nel 2016 su suggerimento proprio del magistrato statunitense. Basta scorrere l’albo dei premiati per capire quale idea di eccellenza l’istituzione intenda trasmettere. Racconti collettivi come questo, fatti di primati e successi conseguiti a livello individuale, che crescono radicandosi (di edizione in edizione) nel passaggio di testimone, offrono elementi significativi per un giudizio storico sui singoli atenei e sul ruolo svolto, e che svolgono, nelle società di riferimento. Del resto, il valore sociale di un istituto universitario si misura anche dalla qualità delle persone che educa; pure dalla sua capacità di interconnessione (pluridirezionale e multidimensionale) tra persone, esperienze e professionalità differenti.

Di tutto ciò ne faranno esperienza nuova gli alumni dell’ateneo romano intitolato a Guido Carli il prossimo 11 novembre, quando sarà conferito a Agostino Scornajenchi, amministratore delegato e direttore generale di Snam, il titolo di Alumnus Luiss dell’anno 2026. Dicono già molto le sue prime dichiarazioni successive alla designazione: “(…) Questa Università ha rappresentato una tappa fondamentale del percorso mio e di tanti colleghi della mia generazione. La Luiss ci ha trasmesso metodo, valori e senso di responsabilità. Questo riconoscimento è uno stimolo per consolidare e restituire ciò che, attraverso lo studio, l’impegno e la passione abbiamo realizzato negli anni. Credo, oggi più che mai, sia importante mantenere vivo il legame tra Università, nuove generazioni e mondo del lavoro”.

Gli alumni awards, sempre più diffusi nel nostro Paese, espressione di quella logica del premio alle virtù approfondita da Giacinto Dragonetti, hanno il merito di rappresentare l’identità e la tradizione di un’intera comunità universitaria (fisiologicamente, in divenire), di alimentare orgoglio e senso di appartenenza verso di essa oltre che di contribuire alla sua reputazione. Non sono in alcun modo forme autocelebrative. Sono piuttosto la prova di quanto l’educazione sia in grado di generare impatto sociale quando diventa non soltanto relazione, anche rete e restituzione. In fondo, questi riconoscimenti custodiscono e coltivano un’alleanza generativa tra chi ha messo a frutto quanto ricevuto negli anni universitari e chi siede ancora tra i banchi di aule che continuano ad ispirare. Rivelano che le nostre vite, utilizzando le parole di un libro di Melville troppo spesso sottovalutato, Moby Dick sono “collegate da mille fili invisibili. E lungo queste fibre sensibili corrono le nostre azioni come cause e ritornano a noi come risultati”.

Seicento anni in un bastone. Felipe VI e l’Áleo di Ceuta

19 October 2026 at 14:50

Il 13 ottobre 2026, al suo arrivo a Ceuta, Felipe VI ha ricevuto, dal presidente della Città autonoma, l’Áleo, il bastone di comando dei comandanti generali della città. È la prima visita di un re di Spagna dal 2007. Si tratta di un bastone di olivastro selvatico lungo 85 centimetri e pesante 240 grammi, con sedici nodi, un puntale metallico e un’estremità d’avorio.

L’origine risale all’agosto del 1415, dopo la conquista portoghese della città. Giovanni I del Portogallo cercò un governatore per la piazza. La scelta cadde su Pedro de Meneses, che governò Ceuta per ventidue anni. Su come il bastone divenne insegna di comando esistono almeno due versioni. Nella prima il re consegnò a Meneses il proprio bastone, su cui si appoggiava per una ferita alla gamba. Nella seconda Meneses fu convocato mentre giocava alla chueca con altri cavalieri e, alla domanda del re su come avrebbe difeso la città, mostrò il palo di olivastro che aveva in mano: “Señor, con este palo me basto para defender a Ceuta”. L’Esercito spagnolo, nella pagina della Comandancia General, riporta la frase in questa forma: “con este palo me basto para defenderla de sus enemigos”.

L’Esercito definisce l’Áleo “una bengala de mando muy peculiar” e precisa che il comandante generale di Ceuta non dispone di un bastone di comando ufficiale. Lo stemma della Comandancia General, ispirato al periodo portoghese, unisce le armi del Portogallo e la bandiera di Lisbona, in nero e argento, con il motto “Con este palo me basto”. Secondo la scheda storica della Comandancia, l’Áleo è custodito dal 20 febbraio 1651 nel santuario di Nuestra Señora de África, “Patrona de la Ciudad y Alcaldesa perpetua”.

Da secoli ogni comandante generale di Ceuta – che dal 1978 non ha più funzioni di governo e ha un’autorità solo militare – riceve l’Áleo dal decano della Cattedrale per giurare di mantenere la piazza “fiel a España y al Rey”, e lo restituisce subito alla Vergine. Il 13 ottobre 2026 il bastone è stato consegnato al Re. È lo stesso oggetto che, secondo l’Esercito, rappresenta “el mando sobre todas las fuerzas militares destinadas en Ceuta y su compromiso de defender la Plaza”. Seicentoundici anni dopo Pedro de Meneses, il motto che figura sullo stemma della Comandancia General è ancora il suo: “Con este palo me basto”.

Virtus ex alto. Il cardinale Giovanni Battista Re, fedele “servitore” di più Papi

15 October 2026 at 13:48

“Penso di non sbagliare dicendo che lei, Eminenza, è stato ed è uno dei servitori della Santa Sede più conosciuti e stimati”. C’è tanto, forse tutto, in questo passaggio della lettera di Papa Leone XIV, datata 11 ottobre 2026, mediante cui ha inteso ringraziare pubblicamente il cardinale Giovanni Battista Re per aver svolto “egregiamente” l’incarico di Decano del Collegio Cardinalizio. Il “cuore” del testo è, però, altrove: nella rilettura di un’intera esistenza sacerdotale, che è stata, e continua ad essere, “una edificante testimonianza di amore alla Chiesa e al Papa”.

Si tratta di una storia iniziata lontano dai palazzi apostolici, precisamente a Borno, in Val Camonica, dove Re nasce nel 1934. Ordinato sacerdote nel 1957, passa per la Pontificia Accademia ecclesiastica e per le nunziature a Panama e in Iran, prima di rientrare in Segreteria di Stato nel 1971 come segretario particolare dell’allora Sostituto, l’arcivescovo Giovanni Benelli. Sette i Pontefici che ha conosciuto e servito, con responsabilità diverse e crescenti. È con San Giovanni Paolo II che diventa, nelle parole di Leone XIV, “collaboratore fidato dei Sommi Pontefici” per eccellenza. Wojtyla lo nomina Assessore nel 1979, Segretario della Congregazione per i Vescovi nel 1987 e, due anni dopo, Sostituto della Segreteria di Stato. Nel 2000 arriva alla guida della Congregazione per i Vescovi, insieme alla presidenza della Pontificia Commissione per l’America Latina; l’anno dopo l’elevazione alla dignità cardinalizia. Il suo impegno ultradecennale – dapprima, in qualità di Segretario – nel presentare alla scelta del Papa i candidati all’episcopato gli ha “permesso di acquisire una straordinaria conoscenza della Chiesa universale, arricchita da moltissime relazioni personali”. Nella lettera, il Santo Padre ha messo in rilievo anche “lo stile aperto, cordiale, franco, e la capacità di affrontare le situazioni e i problemi con saggezza e concretezza, sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa e con grande amore per il Successore di Pietro”.

Lasciato il Dicastero nel 2010, Re non esce di scena. Nel marzo 2013 è lui, come primo dei cardinali vescovi elettori, a presiedere il Conclave che elegge il cardinale Jorge Mario Bergoglio. Nel 2020 diventa Decano. Nel gennaio 2023 celebra all’altare le esequie di Benedetto XVI; il 26 aprile 2025 presiede quelle di Francesco. Il 7 maggio 2025, nella Messa pro eligendo Romano Pontifice, invoca un Papa che meglio sappia “risvegliare le coscienze di tutti e le energie morali e spirituali” della società, richiamando a un’unità “che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità”. Tre giorni dopo, nel primo incontro con il Collegio, Leone XIV gli rende omaggio pubblicamente.

Nel concludere sull’uomo, il Papa ha scritto: “Tutti abbiamo ammirato in Lei il vigore della fede e dello zelo così ben fusi con le doti di operosità attinte dalle Sue radici familiari e dell’amata Val Camonica”. Una possibile chiave di lettura, suggerisce Leone XIV, sta nel motto scelto al momento dell’elezione alla dignità episcopale, Virtus ex alto, che attesta quanto abbia sempre “saputo invocare e ricevere forza dal Signore e dalla sua Grazia”. Un motto che dà ragione del suo aver servito la Chiesa senza mai servirsi di essa. Un vero “uomo di Chiesa” e “uomo di Dio”, sincero e coerente. Ha onorato e onora la summenzionata terra nativa, di grandi e radicate tradizioni cristiane, nel campo ecclesiale e nell’apostolato laicale, ricevendo nel corso degli anni diversi riconocimenti legati al territorio, partecipando alla vita di quelle comunità come nel caso del 7 luglio 2018 quando – nel centenario della Grande Guerra – l’Adamello è stato proclamato Vetta Sacra alla Patria.

Senza tema di smentita, si può sostenere – utilizzando le parole della sua omelia del 2002, in occasione del XX anniversario della scomparsa del cardinale Giovanni Benelli – che il suo “amore alla Chiesa e alle anime lo (abbia spinto) ad affrontare con ardore e coraggio i problemi anche più difficili, senza badare al proprio tornaconto, ma guardando a ciò che la coscienza gli (ha indicato, di volta in volta) come scelta giusta e doverosa”. Insomma, non si può non rivolgergli un grazie per quello che ha fatto, anche per il nostro Paese, quale “testimone di Cristo e servitore del Vangelo per la speranza del mondo”.

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