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Che cosa deve fare l’Ue per i prigionieri politici in Venezuela. Le richieste di Ecr

14 October 2026 at 16:08

Il nuovo governo venezuelano mostri la sua buona volontà: prima di parlare di accordi futuri con l’Ue, serve una mossa concreta a proposito dei prigionieri politici attualmente reclusi. Lo chiedono i conservatori europei di Ecr, che nell’eurocamera hanno analizzato la problematica organizzando un momento di riflessione dal titolo ‘Europa e Venezuela: testimonianze, diritti umani e protezione dei cittadini europei’, con particolare riferimento alla situazione in cui versano i prigionieri politici in Venezuela. Attraverso le testimonianze di ex prigionieri, familiari e consulenti legali, è stato possibile puntare un fascio di luce sulla questione.

“Dietro ogni prigioniero politico c’è una storia di sofferenza, una famiglia che aspetta, una libertà negata – dichiara il capodelegazione di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza – E davanti a tutto questo, l’Europa non può voltarsi dall’altra parte”. L’occasione è un momento di condivisione nel Parlamento europeo di alcune testimonianze toccanti, “di chi ha conosciuto il carcere politico in Venezuela e di chi continua a lottare per riportare a casa i propri cari, tra cui numerosi cittadini italiani, storie che ci ricordano perché la battaglia per la democrazia, i diritti umani e la libertà dei popoli non deve mai fermarsi”. E aggiunge: “Il nuovo governo venezuelano ha dato alcuni segnali di apertura, ma sono ancora tantissimi i prigionieri detenuti arbitrariamente: non possiamo e non vogliamo dimenticarli. Per questo chiediamo che l’Unione Europea faccia della loro liberazione una condizione imprescindibile per qualsiasi accordo politico con il Venezuela”.

Si tratta di un impegno che Ecr, rivendica Fidanza, ha preso sin da quando al comando del paese c’era Maduro, situazione che al momento non è stata risolta, nonostante l’ingresso sulla scena politica di Delcy Rodriguez, “che ha fatto alcuni passi di apertura”. Il riferimento dell’esponente meloniano è alla cooperazione economica con gli Stati Uniti e con altri Paesi. Ma per alcuni di questi prigionieri, tra cui alcuni di origine italiana ed europea, non vi sono novità. Questa la ragione per cui i conservatori hanno interessato le istituzioni europee a muovere passi decisi.

Come è noto, Maduro è stato destituito all’inizio del 2026, catturato durante un’imponente operazione americana: in occasione dei primi colloqui sul tema dei prigionieri, il nuovo governo aveva annunciato una sorta di nuova transizione democratica nel paese e aveva liberato 131 prigionieri politici. Ma secondo le stime, nelle carceri venezuelane ci sarebbero ancora alcune centinaia di prigionieri politici che durante il governo di Maduro erano stati arrestati per eliminarli dalla competizione politica.

Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?

14 October 2026 at 15:42

L’intelligenza artificiale sta aprendo nuove prospettive per la ricerca, la diagnosi e l’organizzazione dei servizi sanitari. La possibilità di analizzare grandi quantità di dati, personalizzare i trattamenti e migliorare i percorsi di cura porta con sé anche un interrogativo fondamentale: queste tecnologie contribuiranno a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla salute o rischieranno di accentuare quelle già presenti?

A questa domanda è dedicato il pamphlet Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?, curato da Healthcare Policy e allegato all’uscita di ottobre della rivista Formiche, la rivista dell’arcipelago Formiche dedicata alle politiche per la salute e le sue industrie, in collaborazione con Fondazione Roche. La pubblicazione affronta il rapporto tra innovazione tecnologica ed equità sanitaria attraverso diverse prospettive, dalla qualità delle evidenze scientifiche e dalla rappresentatività dei dati fino alle implicazioni etiche, normative e organizzative dell’impiego dell’IA.

Attraverso i contributi di Bernardo Giorgio Mattarella, Luca Pani, Eugenio Santoro, Antonio Addis, Nino Cartabellotta, Brando Benifei, Tilde Minasi, Angelo Tanese, Alice Borghini e Mariapia Garavaglia, con l’introduzione di Enrico Sabatini, il volume propone una riflessione sulle condizioni necessarie affinché l’innovazione possa tradursi in benefici concreti e diffusi, preservando il diritto alla salute e il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale.

Vi racconto la responsabilità sociale dello scienziato. Scrive Elena Cattaneo

14 October 2026 at 15:39

Sarebbe un errore credere che il lavoro dello scienziato si esaurisca tra le pareti di un laboratorio. Al contrario, il ruolo dello studioso si realizza pienamente nella società, nel momento in cui ciò che scopre del mondo che ci circonda acquista una dimensione collettiva e la conoscenza che ha contribuito a conquistare diventa di tutti. Si tratta di un ruolo sociale che comporta anche la responsabilità di offrire dati ed evidenze alla politica, come base per le decisioni che riguardano la comunità, e di difendere i fatti accertati dalla scienza quando questi vengono minacciati, volutamente distorti o rinnegati per interesse personale, consenso o per assecondare le paure istintive dei cittadini. Il biologo francese Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, ha descritto questa enorme responsabilità sociale dello scienziato nel volume Per un’etica della conoscenza, che già nel titolo porta con sé un monito e una raccomandazione. Monod scrive che, quando nei nostri laboratori facciamo ricerca e scopriamo le cose che nessuno conosce, lo facciamo sulla base di un impegno tacito, ma non negoziabile, a essere sinceri, a dire come stanno le cose, a riportare i fatti, a mettere in atto ogni comportamento affinché si aprano spazi di libertà che permettano a ogni idea razionale di essere messa a confronto con le altre e a essere valutata.

Queste parole, che sono la mia bussola quotidiana, riguardano ogni scienziato e ogni persona che, a vario titolo, ha a che fare con la scienza e spiegano, in maniera inequivocabile, che il suo metodo non deve essere condizionato da interferenze o interessi di alcun genere. Altrimenti non è di scienza che stiamo parlando. L’etica dello scienziato consiste, quindi, nel diritto-dovere di non mentire mai: su tutti i temi, anche e soprattutto su quelli che nel senso comune sono percepiti come “controversi”, l’etica scientifica che deriva dalla rigorosa applicazione del metodo richiede che si lascino parlare dati e fatti accertati, rifuggendo dalla propaganda e da ogni tentazione di manipolare le prove, per attenersi esclusivamente a ciò che è “vero in modo accertabile”. In questo senso, per lo scienziato l’etica può e deve essere declinata in ogni aspetto della sua peculiare attività. Possiamo distinguere perciò un’etica “esterna” alla professione e una “interna”.

Per etica esterna si intende la responsabilità dello scienziato verso i decisori pubblici e i cittadini, nel cui nome e interesse è condotta l’attività di ricerca. Per etica interna, invece, mi riferisco in particolare alla necessità di condurre ogni studio nel rispetto del metodo scientifico, fino ad arrivare a un risultato certo e ripetibile, oltre che ad aspetti del lavoro del ricercatore che pongono implicazioni etiche, come la sperimentazione animale o quella sulle staminali embrionali. In questi casi, sono sempre le evidenze a indicare la strada. Con riferimento all’etica interna alla professione, non si può non considerare il tema dell’integrità nella ricerca, la science integrity laddove con questa locuzione si intende. Cito la definizione elaborata dal Cnr: “L’insieme dei principi e dei valori etici, dei doveri deontologici e degli standard professionali sui quali si fonda una condotta responsabile e corretta da parte di chi svolge, finanzia o valuta la ricerca scientifica nonché da parte delle istituzioni che la promuovono e la realizzano”.

Con particolare riguardo all’etica della ricerca biomedica, un discorso a parte meritano le frodi scientifiche. La tendenza a truccare i dati viene spesso legata alla pressione che il ricercatore subisce nel veder condizionato il proprio avanzamento professionale alla quantità delle pubblicazioni che riesce a produrre, fenomeno comunemente descritto come publish or perish. Quando la frode risponde alla volontà di falsificare un dato sperimentale, nessuna giustificazione può essere riconosciuta a chi mina alla base le fondamenta di una professione. La ricerca fatta con rigore, peraltro, non teme alcun controllo. Anzi: ai controlli è abituata.

Se un certo numero di ricercatori desistesse dall’intraprendere o continuare la propria attività a causa di una maggiore sistematicità dei controlli antifrode, non sarebbe un danno per la comunità scientifica. Chiunque entri in un laboratorio deve infatti garantire piena, continua e assoluta tracciabilità di ogni passo compiuto durante la giornata. Questo è il metodo della ricerca, che anche dopo una pubblicazione offre l’opportunità a migliaia di ricercatori di tutto il mondo di ripetere e valutare quegli esperimenti. Gli errori fanno parte del lavoro: di questo come di tutti gli altri. Falsificare i dati sperimentali è però un’altra cosa. Nell’istante in cui lo si fa con consapevolezza, ci si pone fuori dal perimetro dell’etica professionale dello scienziato. Come comunità scientifica dobbiamo fare affidamento sulla duplice dimensione etica della ricerca “interna ed esterna”, anche promuovendo una reciproca, libera e fattiva vigilanza metodologica, nella consapevolezza che solo in questo modo si potrà conservare, per tutti, quello spazio di libertà proprio dell’attività scientifica che ciclicamente viene minacciato da leggi e politiche volte a comprimerne gli orizzonti.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

Senza le banche il debito italiano è più fragile. Cipolletta spiega perché

14 October 2026 at 15:37

E pensare che Giancarlo Giorgetti lo ha detto giusto giusto pochi giorni fa, rivolgendosi direttamente ai partiti. Attenti, questo il messaggio di fondo, a non scherzare con il fuoco: i mercati nei giorni scorsi hanno mandato segnali fin troppo chiari, la Francia è un bacillo pronto a contagiare l’intera Europa e l’Italia ne sarebbe la prima vittima con un debito di oltre 3 mila miliardi finanziato per una quota rilevante dagli stessi investitori. Una tempesta finanziaria, insomma, metterebbe il Paese in seri guai. E questo nonostante un paracadute che in questi anni ha più volte permesso all’Italia di schivare una crisi del debito sovrano come quella del 2011. Un paracadute che risponde al nome di banche, per tradizioni grandi sostenitrici del debito italiano.

Due numeri per capire. A marzo 2026 gli istituti di credito detenevano nei propri bilanci 407,3 miliardi di euro di titoli pubblici italiani, con un incremento di 27,2 miliardi rispetto ai dodici mesi precedenti e una crescita annua del 7%. Un dato che conferma il consolidamento di una tendenza iniziata nel corso del 2025 e che segna una netta inversione rispetto al biennio precedente, quando il peso dei Btp nei portafogli bancari era progressivamente diminuito. Tradotto, dopo una flessione del 6,8% nel 2023 e del 2,5% nel 2024, gli investimenti delle banche in titoli di Stato italiani hanno registrato una forte accelerazione nel 2025, con una crescita del 9,9%, per poi attestarsi al 7% nel marzo 2026. Complessivamente, i titoli di Stato rappresentano oggi circa il 75,6% dell’intero portafoglio obbligazionario detenuto dalle banche italiane, che ammonta a 538,8 miliardi di euro.

Eppure l’Europa, o meglio il suo governo, vale a dire la Commissione, è pronta a mettere un tetto alla possibilità per le banche di acquistare titoli di Stato, nell’ambito della più ampia creazione dell’unione bancaria europea. Il parlamento Ue, però, come raccontato dal Sole 24 Ore, sta cercando di far saltare la norma, anche in scia al pressing di alcuni governi, tra cui quello italiano, che non giudicano opportuno in un frangente simile, privare molti Paesi dell’ombrello bancario. Eppure il rischio che l’ombrello si chiuda, anche se non del tutto, c’è. Formiche.net ne ha parlato con Innocenzo Cipolletta, economista di lungo corso ed ex presidente di Assonime.

“Mi sembra una mossa un po’ rischiosa, rischiamo di porre limiti fisici poco utili in una fase in cui i debiti pubblici stanno crescendo in tutto il mondo. Far venire meno una domanda importante di titoli come quella delle banche mi pare poco opportuno in questo momento. L’Europa non dovrebbe agire con formule rigide, semmai operare anche con delle moral suasion“, spiega Cipolletta. Il quale poi chiarisce un concetto. “Dobbiamo sfatare il mito che Stati come l’Italia o la Francia possano fallire, questo rischio non esiste. La stessa Bce, all’indomani della crisi greca, si è sempre impegnata affinché nessuno Stato dell’Unione possa fallire. Ciò non toglie che privarsi di un sostegno al debito come quello delle banche sia un errore in questo lasso temporale”. Cipolletta ne ha poi anche per l’ulteriore flessibilità chiesta da Giorgia Meloni all’Europa, da aggiungere a quella già concessa sotto forma di clausola Nec. “Mi sembra che ulteriori richieste non aiutino la causa dell’economia, mi pare più un calcolo politico che altro”.

L’inverno più duro di Kyiv arriva sul tavolo dei leader Ue. Il commento di Ecfr

14 October 2026 at 15:26

L’inverno alle porte rischia di essere il più duro dall’inizio dell’invasione. Da qui parte Jana Kobzova, senior policy fellow dell’European Council on Foreign Relations, per indicare ciò che i leader europei dovrebbero portare a casa dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles. Il quadro è noto, ma non per questo meno pesante. I raid russi continuano a colpire la rete energetica e l’economia ucraina, le difese aeree scarseggiano e su tutto pesa l’incognita dei contatti tra l’amministrazione Trump e Mosca.

In questo scenario, scrive Kobzova, l’Europa resta “il partner più forte e indispensabile” di Kyiv. Ha già finanziato i preparativi per l’inverno e, se il governo ucraino approverà questa settimana le riforme concordate, coprirà anche le necessità finanziarie più urgenti di fine anno. Il condizionale non è casuale. La bozza delle conclusioni del vertice insiste proprio sulle riforme, da cui dipendono i miliardi di aiuti previsti per il 2026. I leader avranno anche un confronto con il presidente Volodymyr Zelensky.

Sui missili balistici l’analista non si fa illusioni: una soluzione rapida, ammette, non esiste. Si può però lavorare su un fronte più alla portata, quello dei droni a reazione lanciati da Mosca. Per intercettarli servono sistemi a corto e medio raggio, che gli europei possono fornire, insieme a nuovi investimenti nell’industria della difesa ucraina. È anche una questione di conti: un Patriot usato contro un drone è un intercettore in meno quando arriva un Iskander.

Poi c’è il Mar Nero, che per la ricercatrice dovrebbe stare in cima all’agenda. Da lì passa gran parte dell’export ucraino e, con le rotte chiuse, nel 2026 Kyiv rischia di perdere la capacità di finanziarsi da sola. Un blocco prolungato, avverte, finirebbe per trascinare con sé anche altri settori dell’economia.

Il problema non resta confinato alla regione. Se il grano ucraino non parte e la Russia non riesce a spedire fertilizzanti e cereali, a pagare il prezzo sono i mercati alimentari globali. Sono già sotto pressione per la chiusura di Hormuz e per l’arrivo di un super El Niño. Qui, sostiene l’esperta, l’Europa può giocare una carta diplomatica: costruire con i Paesi del Sud globale qualcosa di simile all’accordo che nel 2022, con la mediazione di Ankara e dell’Onu, riaprì il corridoio del grano.

Resta la partita politica, forse la più delicata, ora che torna lo spettro di un’intesa tra Washington e Mosca sopra la testa di ucraini ed europei. In questo clima, scrive Kobzova, l’Europa “può e deve tenere accese le luci per l’Ucraina”. Un passo in questa direzione è arrivato con l’apertura dei cluster negoziali 2 e 3. Erano bloccati dal veto di Budapest, ritirato dopo le modifiche alla legge ucraina sull’istruzione nelle lingue minoritarie. Il presidente del Consiglio europeo António Costa vorrebbe aprire anche gli altri cluster entro dicembre. Per gli ucraini, osserva la senior fellow dell’Ecfr, è la conferma che il loro futuro è nell’Unione europea, per quanto buio sia il momento.

 

A mano a mano, Banca Intesa Sanpaolo mostra il suo modo di fare banca

14 October 2026 at 15:10

Vicinanza al territorio e alle persone. Questo è il messaggio della nuova campagna istituzionale di Banca Intesa Sanpaolo che vuole raccontare proprio il legame dell’istituto con i cittadini.

E lo fa attraverso una catena ideale di mani, volti ed esperienze. “Il mostrare e non spiegare, il coinvolgere e tenere vicino colleghi, clienti, persone, territorio è quanto si vede e questo siamo noi”. Con queste parole Stefano Lucchini, responsabile affari istituzionali e comunicazione esterna di Intesa Sanpaolo, ha introdotto la conferenza stampa che ha presentato “A mano a mano”, questa campagna pubblicitaria che sottolinea proprio “il modo di fare banca di Intesa Sanpaolo. Il sostegno all’economia reale per imprese, giovani e famiglie, la presenza attiva nel sociale, l’impegno nella cultura. Per farlo abbiamo coinvolto grandi nomi orgoglio del nostro Paese, che portano il talento italiano nel mondo insieme alle nostre colleghe e colleghi”.

Nella cornice suggestiva di Villa Magistrale del Sovrano Militare Ordine di Malta a Roma sull’Aventino, appena restaurata col sostegno dell’istituto di credito, erano presenti i protagonisti di questa comunicazione: l’Étoile del Teatro alla Scala Roberto Bolle, i registi e attori Sergio Castellitto e Pietro Castellitto, e il campione del mondo di calcio Ciccio Graziani, in collegamento video.

Protagonista d’eccezione anche la voce che accompagna lo spot. “Abbiamo avuto anche la fortuna di avere ‘A mano a mano’ cantata da Mina”, ha infatti raccontato Lucchini. La celebre cantante ha reinterpretato per l’occasione la canzone scritta nel 1978 da Riccardo Cocciante e Marco Luberti, cantata all’epoca da Rino Gaetano.

Il filo conduttore della campagna istituzionale è il rapporto padre-figlio, Sergio e Pietro Castellitto, che spiegano, attraverso un legame genuino e forte, cosa davvero rappresenta una banca. E soprattutto cosa rappresenta una banca che mette al centro le persone. La particolarità infatti sta nell’aver scelto come volti non solo clienti che danno l’idea di come concretamente il credito può favorire un percorso di studi o un’impresa, ma anche professionisti delle filiali di Banca Intesa Sanpaolo che hanno rappresentato la loro professionalità. 

Francesco “Ciccio” Graziani ha anche raccontato come grazie alle campagne sociali è riuscito a portare avanti con i ragazzi dell’Olmoponte Santa Firmina di Arezzo un progetto di calcio integrato e inclusivo. Anche l’arte e la cultura hanno sempre avuto una notevole importanza per l’istituto guidato da Carlo Messina, come testimoniato dal coinvolgimento di Bolle, ritratto nelle sale della Galleria Borghese di Roma.

Lo spot, che si può definire tranquillamente un breve film, ripercorre quindi, il sostegno allo studio e alle nuove generazioni che hanno bisogno di una casa ad esempio, ma anche alla vicinanza alle comunità territoriali.

Presenti alla conferenza anche Luca Josi, founder Meta Europe Production e Allegra Scattaglia, co-founder e direttrice creativa Meta Europe Production, che hanno curato il progetto creativo della campagna istituzionale, e Monica Riccioni, amministratore delegato Think Cattleya e Martino Benvenuti, general manager ed executive producer Think Cattleya, che hanno realizzato la produzione, e il contributo di Costanza Escaplon, Esclapon & Co., Marco Fanfani e Fabrizio Paschina.

Tutto pronto per il lancio che avverrà domenica 18 ottobre.

 

 

Ue-Cina, perché l’intesa commerciale non cambia gli equilibri sulle terre rare

14 October 2026 at 14:56

Il commissario europeo per la sicurezza economica, Maroš Šefčovič, ha concluso di recente un ciclo di negoziati a Pechino, l’8 e il 9 ottobre, con Wang Wentao, ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese. I due ministri hanno prodotto un elenco di 16 risultati concreti che spaziano dal riequilibrio di commercio e investimenti ai controlli sulle esportazioni, dalla proprietà intellettuale alla riforma dell’OMC. L’intesa ha contribuito a rasserenare i rapporti dopo mesi di dispute commerciali in escalation, che rischiavano di sfociare in una vera e propria guerra commerciale. Lo stesso Šefčovič l’ha definita la conclusione di una «prima fase» dei negoziati, a cui seguiranno ulteriori accordi.

Il risultato di punta riguarda le auto ibride: la RPC si è impegnata a dimezzare le esportazioni cinesi verso l’UE di veicoli elettrici ibridi e ibridi plug-in. Tuttavia, il meccanismo di attuazione non è stato reso noto e Šefčovič ha precisato che i dettagli arriveranno dopo che i leader europei avranno esaminato l’accordo al vertice di Bruxelles del 15 e 16 ottobre. La Cina ha inoltre accettato di valutare come migliorare l’accesso al mercato per le imprese e i prodotti europei, eventualmente abbassando le proprie aliquote tariffarie, oltre ad adottare ulteriori misure per agevolare le esportazioni europee di dispositivi medici e prodotti agricoli. Non sono però indicate né scadenze né cifre.

Di tutto l’accordo, il risultato più importante per l’industria europea è anche quello che cambia meno. Pechino ha accettato di agevolare, attraverso un «canale verde», il rilascio delle licenze per le esportazioni verso l’UE di minerali delle terre rare e magneti permanenti. In cambio, l’UE si è impegnata a collaborare con gli Stati membri per accelerare le pratiche di licenza prioritarie relative ai beni a duplice uso destinati alla Cina. In sostanza, l’Europa allenta i propri controlli su beni sensibili in cambio di licenze più rapide su materiali che ancora non è in grado di produrre da sé.

Ecco perché questo accordo va considerato semplicemente una tregua limitata nella più ampia rivalità economica tra UE e Cina, mentre le dinamiche di fondo che alimentano l’attrito tra le due parti restano sostanzialmente intatte. Se da un lato l’industria europea beneficerà del canale verde, che garantisce licenze più rapide e prevedibili, dall’altro la dipendenza critica dalla Cina per questi materiali essenziali rimane praticamente invariata. La Cina è nota per aver usato come leva nei negoziati geopolitici questo collo di bottiglia commerciale, frutto di decenni di una sofisticata politica industriale. L’UE è particolarmente vulnerabile a questa tattica, dato che il 98% delle nostre terre rare e dei nostri magneti proviene dalla Cina. Pertanto, pur offrendo all’Europa una corsia preferenziale, Pechino mantiene il controllo sulle licenze e può rallentarne il rilascio a suo piacimento. Inoltre, la Cina rifiuta di abbandonare un modello economico fortemente incentrato sulla sovraccapacità e sull’export, anziché sull’aumento della domanda e dei consumi interni. A luglio ha pubblicato un rapporto intitolato China’s Position on the So-called Excess Capacity Issue, in cui la RPC tenta di smontare sistematicamente la critica secondo cui il suo modello, puntando esclusivamente sulle esportazioni, genererebbe enormi squilibri economici. Questo, insieme ai continui investimenti in politiche dal lato dell’offerta, dimostra che la RPC non è ancora pronta a rinunciare al modello che crea, in primo luogo, lo squilibrio di fondo.

Questa esposizione pesa ancora di più perché i magneti e i metalli delle terre rare sono essenziali per il riarmo europeo. Questi magneti sono impiegati nei sistemi di guida dei missili, nei droni, nei radar e nei motori elettrici. Se un costruttore automobilistico può convivere con licenze prevedibili, un’industria della difesa impegnata a garantire la sicurezza del nostro continente, in una fase di tensioni con la Russia senza precedenti dalla Guerra fredda, ha bisogno di approvvigionamenti sicuri e affidabili.

Con questo accordo, Bruxelles ha dunque evitato una spirale di escalation nelle tensioni commerciali che avrebbe potuto danneggiare gravemente entrambe le economie, ha mantenuto aperto il dialogo con la Cina sulla questione e ha ottenuto la prevedibilità che l’industria chiedeva da tempo. Le imprese europee hanno trascorso l’ultimo anno a fare i conti con ritardi e blocchi nelle licenze: per loro, il canale verde rappresenta un sollievo concreto, non un gesto meramente simbolico. Tuttavia, questa tregua vale soltanto quanto ciò che l’Europa saprà fare del tempo che le fa guadagnare. Se è irrealistico aspettarsi che Bruxelles risolva gli squilibri macroeconomici di fondo con la Cina entro la terza riunione ministeriale di marzo 2027, una misura più semplice potrebbe essere trattare i magneti come una priorità industriale della difesa, utilizzando i fondi per la difesa e il Critical Raw Materials Act per garantire la creazione di capacità produttiva di magneti: il settore potrebbe così competere per i finanziamenti in nome della sicurezza, anziché della transizione verde.

I leader europei esamineranno i termini sulle ibride a Bruxelles il 15 e 16 ottobre: sarà il prossimo banco di prova per capire se la tregua reggerà. Se reggerà, ridurrà le tensioni, ma non cambierà, in ultima analisi, chi controlla le forniture. Che l’esposizione europea sia minore entro marzo 2027 dipenderà da ciò che l’Europa costruirà, non da ciò che Pechino concederà.

Chi è Nathanaël Combary, il giovane (di destra) che guida le protesta in Francia

14 October 2026 at 14:52

Nathanaël Combary è un ragazzo di 18 anni impegnato in politica. È presidente del consiglio di amministrazione del Liceo Renouveau èd è diventato uno dei principali volti della mobilitazione che ha acceso le piazze della Francia.

Dall’inizio delle manifestazioni, Combary si è impegnato a portare avanti la sua visione di trasformazione del sistema scolastico francese. Un’idea simile a quella di giovani esponenti della sinistra, come il giovanissimo Elwan B. (qui l’articolo di Formiche.net), anche se con origini e tendenza diverse.

Come riferisce il quotidiano Le Figaro, Combary da poche settimane non frequenta più le scuole superiori, ma continua a rappresentare gli studenti. È ospite fisso in programma televisioni, dove sostiene le rivendicazioni degli studenti e la prosecuzione del movimento. Si è recato al Ministero dell’Istruzione Nazionale con altri leader di organizzazioni studentesche per chiedere spiegazioni al ministro Édouard Geffray. Ha una posizione più moderata, rispetto ad altri, sulla piattaforma Parcoursup, sistema di ammissione all’istruzione superiore in Francia, e ha preso le distanze dagli episodi di violenza nelle proteste.

Ma la notorietà è arrivata davvero quando sulla piattaforma X, il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon ha definito Combary come un “finto studente liceale orchestrato da BFM (emittente televisivo, ndr) e di essere “pagato senza dirlo dalla Renaissance”. Il leader di La France Insoumise lo ha accusato di denunciare la cooptazione politica del movimento.

Combary aveva iniziato uno stage a fine agosto presso Minerva, un’agenzia diretta da Louis Jublin, ex consigliere del premier Gabriel Attal. Tuttavia, il ragazzo sostiene di aver lasciato questa azienda prima della sua prima apparizione sui media e afferma di non aver “mai nascosto i suoi impegni politici”.

Ces dernières heures, j’ai reçu des centaines de messages d’insultes et de menaces. Je vois ce qui est écrit sur moi, jamais je n’aurais imaginé un tel déferlement au sujet de mon engagement en faveur de la jeunesse.

Je souhaiterais y réagir.

Je suis en effet adhérent au parti Renaissance, je ne l’ai jamais caché.

Renouveau lycéen a été fondé en 2021 par des jeunes venus de tous les horizons politiques : LFI, NPA, LR, PS, Renaissance, mais aussi des jeunes sans parti ou simplement peu intéressés par la politique. Nous partageons une charte de valeurs commune et, malgré nos différences, nous travaillons ensemble. Nous nous sommes réunis parce que nous refusons l’idée qu’il faille choisir un camp pour avoir le droit de défendre les lycéens. Notre seul combat, c’est la réussite des élèves, partout en France.

Je ne suis effectivement plus lycéen : je suis étudiant depuis la rentrée 2026. J’ai continué à porter la voix des lycéens, c’est parce que les nouveaux représentants lycéens ne sont toujours pas élus. Comme chaque année, il est d’usage d’attendre que les élections des Conseils de Vie Lycéenne se soient déroulées pour renouveler les dirigeants des organisations lycéennes. C’est le cas pour le président de l’Union Syndicale Lycéenne comme pour le président de l’association Les Lycéens!.

Enfin, je ne suis pas communicant pour Minerva. J’y ai commencé un stage le 31 août 2026 et, avant ma première prise de parole, j’ai cessé mon activité de stagiaire au sein de cette entreprise.

Je n’ai jamais caché mes engagements.

Je continuerai à défendre mes convictions et la cause lycéenne avec la liberté que Renouveau Lycéen me permet d’avoir, ce qui n’est pas le cas partout.

— Nathanaël Combary (@NDAcombary) October 3, 2026

Modelli AI replicanti, ci siamo vicini. L’avvertimento di Anthropic

14 October 2026 at 14:46

L’ultimo avvertimento di Anthropic potrebbe non piacere a Donald Trump. Tra pochi mesi, alcuni modelli di intelligenza artificiale della startup potrebbero autoreplicarsi su altri dispositivi IoT. L’azienda lo scrive nel suo ultimo post pubblicato sul proprio blog, spiegando le conseguenze di un worm, un programma che si replica altrove senza bisogno dell’intervento umano. “Un replicatore di questo tipo sarebbe difficile da fermare, poiché non esiste un punto di arresto centralizzato, sebbene il processo potrebbe essere lento. A differenza dei malware non basati sull’AI, potrebbe anche identificare autonomamente dispositivi sconosciuti”. Va da sé che la perdita di controllo comporterebbe conseguenze drammatiche.

Gli obiettivi a cui un worm potrebbe puntare sono svariati. Target principali sono soprattutto case e piccole aziende, dove le misure di protezione non sono così elevate. I worm possono infatti eludere i rilevamenti, aggregandosi per attaccare l’hardware dei computer. Questi malware particolari possono infiltrarsi all’interno di qualsiasi dispositivo connesso a Internet, compresi gli elettrodomestici meno sospetti, come frigoriferi e aspirapolveri. Anche le smart tv sono una preda ghiotta. Per Anthropic potrebbe essere già troppo tardi: “Dovremmo puntare a rafforzare i nostri sistemi per rendere difficile la diffusione di tali replicatori, ma anche a prepararci ad affrontare un mondo in cui essi rimarranno”.

La considerazione di Anthropic, come anticipato, potrebbe non essere grata alla Casa Bianca. Il governo americano sta cercando di allontanare l’aura negativa che circonda l’AI, arrivando persino a definirla “superintelligenza” pur di dargli un’accezione positiva. Qualsiasi sia il nome con cui la si chiama, però, la tecnologia ha un lato oscuro da dover gestire.

Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico si ragiona in modo differente. L’Unione europea spinge per una regolamentazione rigorosa dell’AI, sebbene possa legiferare solamente per i modelli altrui non avendone sviluppati in casa. Ad ogni modo, Emmanuel Macron si mette alla guida di questa iniziativa. Il presidente francese ha convocato mercoledì un Consiglio di difesa per concentrarsi specificamente sulle implicazioni dell’AI. Seduti attorno al tavolo ci sono Sébastien Lecornu, la ministra delle Forze armate Catherine Vautrin e il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Fabien Mandon. Una conferma di come l’intelligenza artificiale deve essere affrontata politicamente e a livello securitario in modo uguale.

L’energia è un’ipoteca sulla crescita, ma sugli Ets l’Europa sbaglia. Parola di Confindustria

14 October 2026 at 14:43

Poteva andare molto meglio, non ci fossero certi gangli dell’Europa a soffocare sul nascere ogni vagito di crescita. Ma poteva andare anche peggio. Nel giorno in cui Giorgia Meloni ha raccontato al Senato e alla Camera la strategia del governo italiano per strappare nuova flessibilità all’Europa, da girare direttamente nella manovra ancora in fase di costruzione, dalla Lanterna di Roma, dove Confindustria ha presentato le sue previsioni per l’economia, arriva più o meno questo messaggio: l’Italia non è messa poi così male, le potenzialità ci sono eccome. Se però solo l’Europa facesse il suo mestiere e semplificasse la catena di montaggio, magari sopprimendo il meccanismo Ets, l’energia non sarebbe quell’ipoteca sulla crescita che è.

Nel 2026 il Pil italiano è cresciuto dunque sopra le attese a +1%, sostanzialmente in linea con la variazione già acquisita. Calcoli alla mano del Centro studi di Confindustria, la cifra è stata rivista al rialzo rispetto alle stime diffuse lo scorso marzo. Nel 2027 l’economia italiana dovrebbe, invece, rallentare a +0,6%, un ritmo in linea con quello già osservato nel 2025. Una crescita fragile, secondo Viale dell’Astronomia, frenata dal rincaro dei prezzi dell’energia, dall’aumento dell’inflazione, dai rialzi dei tassi d’interesse e dalla fine del Pnrr nel 2026.

Ora, secondo gli Industriali, la revisione al rialzo della previsione di crescita del Pil per il 2026, riflette diversi fattori: il buon andamento dell’economia italiana nella prima metà dell’anno, il decisivo apporto del Pnrr, il cui impatto sul Pil, stimato in +0,5 punti percentuali nel 2026, “ha spinto la dinamica soprattutto degli investimenti. E il contenuto trasferimento dei rincari energetici agli altri beni e servizi; il rincaro inferiore alle aspettative del prezzo del petrolio”. Problema, “nel 2027 la crescita media annua risentirà della debolezza della fase finale del 2026 e di un recupero solo moderato a inizio anno. Questo nonostante gli effetti positivi derivanti dalla riapertura dello Stretto di Hormuz: la progressiva discesa dei prezzi delle materie prime energetiche che consentirà il rientro dell’inflazione, la riduzione dell’incertezza, maggiore fiducia di famiglie e imprese, la ripartenza del commercio con i paesi del Golfo. L’anno prossimo la dinamica del Pil sarà ancora trainata dai consumi delle famiglie e dagli investimenti, che però rallenteranno significativamente: +0,5% e +0,8% rispettivamente”, si legge nelle previsioni.

Insomma, “i rischi dello scenario di previsione sono legati all’evolversi dei transiti delle navi per lo Stretto di Hormuz e più in generale alla guerra nel Golfo. Una riduzione dei transiti ed eventuali attacchi a impianti di produzione di gas e petrolio avrebbero impatti negativi sui prezzi delle materie prime energetiche e per questa via sull’inflazione; le banche centrali potrebbero decidere ulteriori rialzi dei tassi. Un altro rischio dello scenario è legato alla volatilità sui mercati finanziari, causata proprio dalla tensione nel mercato mondiale del petrolio e del gas e dai suoi riflessi sulle quotazioni, sull’inflazione e, a cascata, sulle decisioni delle Banche centrali relative ai tassi”. E attenzione ai mercati, decisamente nervosi in queste settimane. “In Europa negli ultimi giorni sono bruscamente saliti i rendimenti dei titoli sovrani, di più in Francia, ma anche in Italia, e maggiori acquisti di titoli tedeschi, con un allargamento degli spread. Se una tale tendenza proseguisse, porrebbe un freno alla crescita in tutto il continente. L’ipotesi alla base dello scenario di previsione per l’economia italiana è che dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti si trovi una soluzione alla guerra Usa-Iran”.

Il vero problema, senza girarci troppo intorno, resta quindi l’energia. E qui l’Europa ha le sue colpe. “L’elevato costo dell’energia rimane la più importante vulnerabilità dell’economia italiana”, è l’allarme degli Industriali. Tanto che con un Brent a circa 126 dollari al barile in media annua nel 2027, rispetto ai 75 dello scenario di base e ai 94 di quest’anno, “si potrebbe annullare la crescita del Pil prevista per il 2027. Lo stesso accadrebbe con il prezzo del petrolio in media a 115 dollari al barile e quello del gas a 89 euro/Mwh, invece dei 58 dello scenario base”.

L’Europa, si diceva. “Il meccanismo di riduzione delle emissioni di CO2 adottato dall’Unione europea (Ets, ndr) al momento e in prospettiva aggrava tale vulnerabilità. E i benefici in termini di emissioni, nella manifattura, sono in buona parte riconducibili alla chiusura delle imprese”. Un esempio? Nella sola manifattura italiana sottoposta a Ets, tra il 2005 e il 2025 le emissioni sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo sono stati chiusi 386 impianti manifatturieri, a un ritmo di 19 impianti l’anno. Le chiusure di impianti valgono circa la metà (48%) della riduzione delle emissioni, quindi questa riduzione non deriva da un reale processo di decarbonizzazione. Come a dire, il gioco non vale la candela.

Trump e Putin, gli affari prima di tutto. La lettura di Bremmer

14 October 2026 at 14:40

“La tregua energetica annunciata tra Ucraina e Russia non è stata negoziata, né concordata da nessuna delle due parti. Gli ucraini sono stati colti di sorpresa dall’annuncio, mentre i russi non hanno risposto sul piano diplomatico ma su quello militare, continuando a colpire le infrastrutture critiche e gli impianti energetici ucraini. Non è diverso da molte delle tregue annunciate da Donald Trump tra americani e iraniani, che sono soltanto manifestazioni di ciò che il presidente vorrebbe, ma che non rappresentano in alcun modo una soluzione diplomatica”. Così si esprime parlando con Formiche.net il noto politologo e presidente di Eurasia Group Ian Bremmer, commentando il susseguirsi di dichiarazioni degli ultimi giorni relative agli sviluppi del conflitto in Ucraina.

Bremmer considera gli annunci fatti da Trump, privi di ogni tipo di concretezza, come un’espressione della frustrazione del Presidente per non essere riuscito a chiudere la guerra, nonostante ne abbia parlato a lungo. Ma c’è anche un altro elemento. “Quando ha chiesto agli ucraini di smettere di attaccare le raffinerie, lo ha fatto prima in privato, e Volodymyr Zelensky ha rifiutato, poi pubblicamente, e Zelensky ha rifiutato di nuovo. In entrambi i casi non è successo nulla. Così ha deciso di stringere un accordo con la Russia sul gasolio, scavalcando ucraini ed europei”, dice Bremmer.

Dal punto di vista della distribuzione energetica, secondo il politologo americano l’intesa non avrà grande peso, poiché i russi non hanno molto da poter effettivamente esportare in questo momento, mentre gli americani invece stanno esportando. E l’Ucraina, in ogni caso, continuerà a portare avanti i suoi attacchi.

“Quello che vediamo ora, e credo sia significativo, è un Trump sempre più allineato con Vladimir Putin, con l’idea di fare affari con lui a prescindere dal fatto che la guerra continui, e sempre più irritato con Zelensky e con l’Ucraina. Questo pesa però meno rispetto a quando Trump cacciò Zelensky dalla Casa Bianca e sospese la condivisione di intelligence, perché oggi gli ucraini dipendono molto meno dalle informazioni americane. Ne raccolgono molte autonomamente: buona parte degli attacchi in profondità in territorio russo, comprese le operazioni contro raffinerie, data center e centri logistici, non si basa su intelligence fornita dagli Stati Uniti”, dice Bremmer, “Non ritengo credibile nemmeno la minaccia di Trump di bloccare le vendite di armamenti all’Ucraina attraverso la Nato, perché le aziende americane dipendono fortemente da quei fondi. È una minaccia che non porterà a nulla. L’unica cosa da tenere d’occhio è Elon Musk, e se intenda o meno interrompere l’accesso a Starlink per gli ucraini. Questo sì avrebbe un impatto sulla linea del fronte e consentirebbe ai russi di infliggere danni ben più gravi”.

E mentre la Russia estende i propri attacchi in Ucraina e persino verso i Paesi Nato in prima linea, si domanda il politologo, dobbiamo chiederci se assisteremo a una frattura all’interno dell’Alleanza. “Penso sia plausibile, e certamente gli europei ne sono molto preoccupati. Gli ucraini combattono per la sopravvivenza e non c’è nulla che possano fare che non stiano già facendo. Gli europei, invece, sono molto più vulnerabili in questo contesto. La situazione, insomma, sta avendo un impatto notevole”.

Sovranità europea, così Meloni indica la strada su energia, mercato, terre rare

14 October 2026 at 11:19

Quello che accade fuori dai confini nazionali incide sempre di più sulla vita quotidiana di popoli e Paesi, mettendo a dura prova la capacità italiana di difendere la propria prosperità e la propria sicurezza. Parte da questa premessa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione delle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, per disegnare il perimetro geopolitico di Italia ed Europa.

Le criticità sono molteplici: la guerra che si allarga a macchia d’olio ad altre aree, la competizione economica globale sempre più serrata, le tensioni geopolitiche che impattano sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, come anche sul costo del carburante e della vita, il tema della competitività legato alle minacce ibride e alle pressioni migratorie. C’è tutto questo nell’intervento della premier, che abbraccia a 360 gradi (ma forse anche di più) lo scenario attuale. Elementi che vanno letti intrecciandoli e non scomponendoli. Per questa ragione, rivendica, il “Governo ha scelto di essere presente e attivo sulla scena internazionale, con continuità e con una linea chiara, perché l’interesse nazionale si difende contribuendo a orientare le scelte che ci riguardano, e non limitandosi a subirne le conseguenze”.

Più mercato unico, meno regole

Si parte dall’agenda “One Europe, One Market” e dai progressi compiuti per approfondire il mercato unico, obiettivi sui quali l’Italia insiste da tempo. Ma oggi c’è un elemento che scompagina analisi e riflessioni: il costo dell’energia. Meloni sostiene che non si possa chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti. “Né possiamo perseguire la transizione ambientale al prezzo della nostra base industriale”.

Per questa ragione la risposta non può risiedere nelle scelte di un singolo Stato, ma servono coordinamento e rapidità. In questo senso rivendica l’accordo in ambito G7, che ha previsto il rilascio sui mercati di un quantitativo significativo di carburante, anche per prevenire il rischio di un blocco delle esportazioni americane, che avrebbe pesato duramente sulle nostre economie. Ma non basta: Meloni chiede apertamente “il coraggio di guardare a ciò che possiamo fare noi, in Europa. A partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando”.

Ricorda che pochi giorni fa, con alcuni capi di Stato e di governo più impegnati sul fronte della competitività, ha individuato tre priorità (energia, semplificazione, commercio internazionale), inviando a Bruxelles una proposta di merito articolata in tre mosse: corsie prioritarie per i progetti strategici, un vero freno all’eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di reporting, soprattutto per le piccole e medie imprese. Il tutto senza dimenticare il tema Ets. L’obiettivo? Meloni non punta “ad una riga in più nelle conclusioni di un vertice, ma una bolletta più leggera per una famiglia, un costo in meno per un’impresa”.

In questa direzione va la sua rivendicazione sul tema delle regole: “Non siamo qui per difendere le regole dalla realtà, noi siamo qui per difendere i cittadini dalle regole sbagliate e si può fare, grazie all’Italia è accaduto diverse volte”. Come nel caso della clausola di salvaguardia nazionale, con la flessibilità prevista per difesa e sicurezza da utilizzare anche per la crisi energetica. A queste “proposte di buon senso” Meloni lega il tema delle materie prime critiche, ossigeno per difesa e transizione.

Come è noto, l’Ue le importa in larga parte dall’estero, ma “se noi non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un’altra e questa è anche la ragione per cui l’Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo. Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”.

Ucraina, cosa fare? E come?

In secondo luogo il tema bellico, su cui la premier chiede all’Ue di non andare in ordine sparso, dal momento che la strategia con cui la Russia punta a piegare il popolo ucraino è quella del “terrore, del freddo e del buio, semplicemente perché non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia”. Dunque, al netto del dibattito “acceso, anche in quest’Aula, anche all’interno degli schieramenti, lo rispetto e lo comprendo perfino, perché nessuno in quest’Aula vuole la guerra”, chiede punti fermi.

Il primo è arrivare alla pace attraverso il sostegno all’Ucraina, “perché se l’aggressore può puntare alla resa dell’avversario, che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista”. La posizione del governo, quindi, non cambia: sostegno a Kyiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica “rimangono i pilastri della nostra azione”. In questo contesto, l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è una scelta “che io considero molto rischiosa”.

Sul nome dell’inviato Ue per l’Ucraina, Meloni è schietta: “Se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se, ad esempio, Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Mi interessa che l’Europa non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola. Perché un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca, in questi giorni, ne abbiamo fatti abbastanza”.

Sicurezza e difesa

Meloni cerchia in rosso, inoltre, alcune priorità: proteggere le infrastrutture critiche come reti energetiche, cavi sottomarini, porti e aeroporti, sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi anti-drone e antimissile e, infine, ribadire che la sicurezza dei confini dell’Unione è indivisibile. Il ragionamento della premier è tarato su un nuovo concetto di difesa, che non si esaurisce più nei carri armati ma abbraccia altri ambiti e altri mezzi.

Difendersi vuol dire anche un ospedale che continua a curare sotto un attacco informatico, una centrale che non si spegne, un aeroporto che non chiude le piste per colpa di un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratta di potenza, ma la vita quotidiana dei cittadini. Quindi, spiega, “senza sicurezza, l’energia costa di più. E senza energia, potrebbe non rimanere nulla da difendere. Per questo abbiamo chiesto, e ottenuto, che la clausola di salvaguardia nazionale potesse essere utilizzata non soltanto per le spese di difesa, ma anche per le misure necessarie ad affrontare la crisi energetica”.

Non manca una stoccata: chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, e risorse sottratte ai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. “Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano, in piena pandemia, un aumento delle spese militari da 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina. Ma voglio dirlo a chi ci ascolta, riprendendo un ragionamento del ministro Crosetto, che ringrazio. Ogni 100 euro che lo Stato spende per la Difesa, circa 60 pagano gli stipendi di chi difende la nostra sicurezza, quasi 280 mila donne e uomini in divisa. Circa 10 euro servono a far funzionare le strutture ogni giorno. Circa 30 vanno in investimenti, in un comparto industriale che dà lavoro a oltre 300 mila persone, spesso altamente qualificate, in migliaia di piccole e medie imprese diffuse in tutta Italia. Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è inutile. E quando compriamo, cosa compriamo? Prevalentemente strumenti per difenderci. Difesa aerea, sistemi anti-drone, cyber-sicurezza, protezione delle infrastrutture. Compriamo scudi”.

Gli equilibri in Medio Oriente

Meloni definisce il 7 ottobre 2023 un attacco barbaro, che ha gettato l’intera regione nel caos. “Credo che sia importante ricordarlo anche oggi, perché qualsiasi legittimo approccio critico verso le azioni del Governo israeliano nei tre anni successivi non può e non deve mai farci dimenticare quello che è stato il più orrendo pogrom dai tempi della Shoah, pianificato ed eseguito da Hamas”. Se da un lato la sicurezza dello Stato di Israele non può essere messa in discussione, dall’altro preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria e a Gaza. La premier ribadisce inoltre che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali e si oppone con forza a chi sostiene l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese.

Cosa può fare l’Europa in questo frangente? “Riprendersi lo spazio che può occupare. E la finestra per farlo si aprirà, inevitabilmente, con l’insediamento del nuovo Governo israeliano, chiunque dovesse vincere le elezioni. Sarà quello il momento per chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa da troppo tempo in atto e di riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace”. La sua proposta all’Ue è lavorare al trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene, al congelamento dell’insediamento E1, a più aiuti per Gaza (senza che vengano drenati da Hamas) e a un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi.

I nuovi flussi migratori

Sul tema Meloni rivendica che l’approccio europeo è cambiato in modo significativo in questi anni, grazie al contributo decisivo dell’Italia, che “sta producendo risultati concreti”, come dimostrano i dati di Frontex: in due anni gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati. A proposito di Ceuta, ricorda poi che il Codice Schengen prevede espressamente la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza. Si tratta, di fatto, di uno strumento utilizzato regolarmente dal 2006 a oggi.

Ma Ceuta ha insegnato anche un’altra cosa: “Una crisi alle frontiere non sempre nasce da sola, a volte viene costruita. I trafficanti la organizzano, i social la amplificano, la disinformazione la alimenta. Chi usa persone disperate come arma di pressione sui nostri confini non sta solo forzando una frontiera. Sta attaccando l’Europa e l’Europa deve dotarsi degli strumenti per rispondere”.

E ancora: “Se passa il messaggio che un ingresso irregolare può trasformarsi successivamente in una permanenza legale il rischio è alimentare nuove partenze, rafforzare il modello di affari dei trafficanti e vanificare parte degli sforzi che stiamo facendo per ridurre gli arrivi irregolari. E non ce lo possiamo permettere”. In questa direzione vanno gli sforzi del governo su progetti concreti come il Piano Mattei per l’Africa (“nato dalla convinzione che il rapporto tra Europa e Africa debba fondarsi su partenariati paritari, investimenti e crescita condivisa”) e su soluzioni innovative come i centri in Albania e i “return hubs” nei Paesi terzi, esplicitamente previsti dalle norme europee.

L’Europa di domani

Infine, un passaggio di prospettiva. La premier tocca un nervo scoperto, il futuro dell’Europa, su cui sono stati scritti paper, studi e analisi. Meloni dice la sua e sottolinea che l’Europa deve decidere cosa fare da grande, “se continuare a scrivere regole come se nulla fosse cambiato, oppure può guardare la realtà per quello che è, e dotarsi degli strumenti per difendere la propria economia, la propria sicurezza, la propria libertà”.

È a questa seconda prospettiva che lavora Palazzo Chigi: un’Europa capace di tenere insieme transizione e industria, politiche tradizionali e nuove priorità, cooperazione con i partner e difesa dei propri confini. “Un’Europa pragmatica, che non ha paura di correggere le proprie scelte quando la realtà cambia. Un’Europa che concentra la sua forza sulle grandi sfide che nessuna Nazione può affrontare da sola, e sa farsi da parte dove le Nazioni fanno meglio da sole. Un’Europa grande sulle grandi questioni, e discreta su tutto il resto”.

E conclude: “Per anni ci hanno detto che, per contare in Europa, l’Italia doveva rinunciare a difendere i propri interessi. Abbiamo dimostrato il contrario. Perché un’Europa forte ha bisogno di Nazioni forti. E si può lavorare per un’Europa più solida e credibile senza smettere, neanche per un minuto, di difendere l’Italia con orgoglio”.

Verso dove punta l’escalation nel Mar Nero. La riflessione di Caffio

14 October 2026 at 10:35

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022 e da quando, con sorprendente rapidità, la Turchia ha vietato il 1° marzo 2022 l’accesso al Mar Nero alle navi da guerra straniere e belligeranti, l’antico Karadeniz, mare chiuso degli Ottomani, è diventato una retrovia del conflitto terrestre. Ma anche un laboratorio di tattiche asimmetriche alternative alla tradizionale guerra navale.

La Flotta russa è stata decimata dall’Ucraina, che non dispone di una Marina vera e propria ma che, come i Pasdaran iraniani e gli Houthi, si avvale su larga scala di mezzi non convenzionali. Kyiv è riuscita ad affondare l’incrociatore russo “Moskva”, a colpire la base navale di Novorossijsk e, di recente, ha affrontato i russi in mare in uno scontro tra droni autonomi.

Le ostilità in Mar Nero sono ancora in corso, nonostante la Turchia abbia cercato di circoscriverle alle aree costiere dei due belligeranti applicando il regime della Convenzione di Montreux del 1936. Ankara è referente della sua applicazione, finalizzata alla sicurezza della Turchia stessa e, in subordine, a quella degli altri Paesi rivieraschi (Romania, Bulgaria, Georgia). Per questo ha cercato di mantenere basso il livello del conflitto navale, in modo da non esserne contagiata. Del divieto di ingresso di forze navali occidentali si è avvantaggiata anche la Russia, che ha sempre beneficiato del regime di Montreux.

I fatti accaduti in questi giorni rischiano però di allargare il conflitto e di minare il ruolo della Turchia. Mercantili di varia bandiera riconducibili a interessi ucraini sono stati attaccati e affondati nella Zee bulgara al largo di Varna. Numerosi marittimi, non solo ucraini, sono morti. Nella stessa Zee il 6 ottobre era stato colpito da droni aerei il mercantile “Alfa Watan”, battente bandiera del Togo e con equipaggio siriano, mentre l’“Able”, registrato a Palau, ha preso fuoco. Episodi simili si sono verificati anche nelle Zee di Romania e Turchia.

Il premier bulgaro Rumen Radev ha protestato con l’ambasciatore russo, dichiarando: “Non disponiamo di prove solide e chiare per muovere accuse contro l’una o l’altra parte, ma la logica suggerisce che il risultato vada a vantaggio della Russia”.

Gli episodi si prestano a varie valutazioni. Anzitutto destabilizzano il Mar Nero e sono quindi contrari all’interesse della Turchia a tenere sotto controllo la situazione in prossimità dei propri spazi marittimi. Ma a essere coinvolti nelle ostilità, oltre agli Stati di bandiera dei mercantili attaccati e ai Paesi di nazionalità dei marittimi uccisi, sono ora anche Bulgaria e Romania, nelle cui Zee sono avvenuti i fatti. La guerra navale è dunque arrivata davanti alle coste dell’Ue.

La Zee non è, per la verità, uno spazio di sovranità come le acque territoriali, ma un’area in cui lo Stato costiero esercita diritti funzionali. Se questo Stato non è coinvolto nel conflitto, in teoria un attacco nella sua Zee non ne compromette la neutralità. Nella prassi dei conflitti armati le Zee non sono infatti aree smilitarizzate, ma i belligeranti devono rispettare i diritti dello Stato costiero, come la protezione ambientale e lo sfruttamento delle risorse di pesca.

Nel caso in esame, però, la questione si pone da un altro punto di vista: i mercantili, nemici e a maggior ragione neutrali, non sono di per sé obiettivi militari, salvo che siano impegnati in azioni ostili. Chi ha diretto l’azione dei droni ha dunque violato il principio di distinzione dell’obiettivo. E con un solo colpo è riuscito a minacciare gravemente sia la navigazione internazionale nell’intero Mar Nero sia la sicurezza di Bulgaria, Romania, Turchia, Nato e Ue.

Comprensibile l’immediata reazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo cui i responsabili dell’escalation navale devono essere chiamati a risponderne. Altrettanto decisa la reazione della Polonia, che ha invocato l’intervento della Nato per fronteggiare la minaccia russa a zone di mare dei propri membri.

L’Alleanza potrebbe entrare in partita se l’integrità territoriale dei suoi Stati fosse gravemente messa in pericolo da una “aggressione armata”, che potrebbe configurarsi in caso di ripetuti attacchi a mercantili battenti la loro bandiera nella Zee o in alto mare. Il punto è che, finché dura la chiusura del Mar Nero decretata da Ankara nel 2022, le unità Nato non possono accedervi. Montreux non prevede infatti che Paesi esterni al Mar Nero, membri di un’alleanza, inviino liberamente proprie navi da guerra a difesa di uno Stato rivierasco. È per questo che la Convenzione fa gli interessi della Turchia e, indirettamente, della Russia.

Se così è, sarebbe evidente che Mosca ha portato il conflitto in acque bulgare sentendosi al riparo dalla reazione occidentale. A meno che, ragionando in termini di fantapolitica, il Cremlino non sia esso stesso vittima di operazioni concepite altrove per ambiziose finalità occulte: “incendiare” il Mar Nero per scardinare la datata, novantenne Convenzione di Montreux e, con essa, la primazia turca.

Auto che filmano soldati norvegesi e sensori che la Pa compra senza saperlo

14 October 2026 at 09:57
Esercitazione Hovedstad

Il tenente Fredrik Blanck se n’è accorto quasi per caso. Era la metà di settembre e circa cinquemila uomini e donne della Heimevernet, la Guardia nazionale norvegese, erano impegnati nell’esercitazione Hovedstad, «Capitale», che simulava la difesa dell’aeroporto di Oslo-Gardermoen in tempo di guerra. Per la carenza di mezzi di trasporto, le Forze armate avevano preso a noleggio alcune vetture civili, tra cui almeno due elettriche Deepal, marchio del gruppo statale cinese Changan. Scorrendo i menu del sistema di bordo, i militari hanno trovato ciò che nessuno aveva messo in conto: le telecamere perimetrali avevano registrato e conservato i volti dei soldati, i loro spostamenti e perfino le dita che digitavano i codici sui tastierini dei varchi militari.[1]

Le registrazioni sono state cancellate a esercitazione conclusa, e soltanto sulle auto dove era possibile farlo. Nessuno sa, però, se quei file siano rimasti nella memoria delle vetture o abbiano preso la strada di un server lontano. È esattamente questa incertezza, più ancora del fatto in sé, il cuore del problema. C’è poi un dettaglio che rende la vicenda quasi un apologo: la società di noleggio appartiene a Volvo Cars, a sua volta controllata dalla cinese Geely, che ha escluso qualsiasi rischio, ricordando che la condivisione di dati con la casa madre richiede una base giuridica. Formalmente ineccepibile. Ma il punto, come vedremo, non è la buona fede di un’azienda: è la legge cui quell’azienda, in ultima istanza, deve rispondere.

La teoria del mosaico

Si potrebbe archiviare l’episodio come un incidente tattico, rimediato cambiando i codici e rimproverando chi non ci aveva pensato. Sarebbe una lettura comoda e sbagliata. L’intelligence raramente vive di colpi di scena; vive di accumulo. Il volto di un caporale, l’orario in cui un convoglio lascia la caserma, il punto in cui un ufficiale parcheggia ogni mattina sono informazioni che, prese una alla volta, non valgono nulla. Messe insieme, raccontano chi comanda davvero, quali reparti si muovono prima di un’operazione, quali procedure si ripetono e dove si aprono le crepe. È ciò che gli analisti chiamano teoria del mosaico: la tessera isolata è insignificante, il disegno che compongono è un segreto di Stato. Nel 2018 bastò la mappa pubblica delle corse registrate da un’app di fitness per rivelare il perimetro e le abitudini di basi militari in mezzo mondo.[2] Nessuno aveva tradito nulla: avevano solo fatto jogging e scaricato i dati su di un’app che registra gli allenamenti, come fanno tanti sportivi.

Algoritmi, quanti e vantaggio decisionale

Quello che è cambiato, rispetto ad allora, è la scala. Per comporre un mosaico, un tempo servivano reti di informatori, pazienza e intere sale di analisti. Oggi servono sensori sempre accesi e algoritmi capaci di correlare milioni di punti dati eterogenei: la telemetria di un’auto, i metadati di un telefono, una ripresa satellitare, un registro doganale. L’intelligenza artificiale ricostruisce i grafi delle relazioni, individua i nodi di una catena di comando dal modo in cui i veicoli si muovono insieme, stabilisce la «routine» di una base e segnala la minima anomalia che precede un’operazione. Non si limita a descrivere il presente o a stimare il futuro: suggerisce al decisore la mossa migliore. È l’intelligence prescrittiva, quella che trasforma la conoscenza in vantaggio decisionale.

E c’è un orizzonte ulteriore. Le grandi potenze stanno già accumulando enormi volumi di traffico cifrato che oggi non possono leggere, secondo la logica che gli specialisti riassumono con la formula harvest now, decrypt later: raccogli ora, decifra dopo. Quando il calcolo quantistico sarà abbastanza maturo da piegare gli attuali standard di crittografia asimmetrica, quegli archivi diventeranno leggibili all’indietro. Ciò che oggi sembra al sicuro dietro una chiave RSA potrebbe tra qualche anno alimentare, con decenni di storia, i modelli di chi lo ha conservato.

Internet of Things ed i sensori della pubblica amministrazione

A questo punto la domanda torna inevitabilmente a casa nostra. Le auto norvegesi non sono un’eccezione, sono un campione. L’insieme della pubblica amministrazione, in Italia come altrove, acquista ogni giorno dispositivi connessi: videocamere di sorveglianza, inverter fotovoltaici sui tetti degli edifici pubblici, impianti di climatizzazione intelligenti, controlli d’accesso, stampanti di rete, droni per la protezione civile, auto di servizio. Ognuno di questi oggetti è un sensore, e molti dialogano regolarmente con i server del produttore per aggiornamenti e diagnostica. Lo ha scoperto, sempre in Norvegia, l’operatore dei trasporti di Oslo, Ruter, quando i test sui nuovi autobus elettrici di un costruttore cinese hanno mostrato che la casa madre poteva intervenire da remoto sui sistemi di controllo, fino a spegnerli.[3] C’è poi un paradosso che merita di essere detto con chiarezza: la pubblica amministrazione acquista, e paga di tasca propria, i dispositivi che potrebbero servire a spiarla. Per chi intendesse sfruttarli, quei sensori valgono più come fonte di informazioni che come merce. Il venditore può dunque permettersi di presentare in gara il prezzo più basso, perché per accedere a quei dati sarebbe disposto, in fondo, a pagare lui. Semmai, si guarderà bene dall’abbassarlo troppo, per non insospettire le sue potenziali vittime: uno sconto ben calibrato vince la gara, uno sconto eccessivo accende un campanello d’allarme. Se il criterio di aggiudicazione resta il massimo ribasso, l’asta finisce per premiare proprio chi ha interessi che vanno ben oltre la vendita, e la sicurezza diventa una voce che nessuno mette a bilancio.

Il nodo giuridico è noto. L’articolo 7 della legge cinese sull’intelligence nazionale del 2017 impone a organizzazioni e cittadini di sostenere, assistere e collaborare con l’attività informativa dello Stato.[4] Non serve immaginare un complotto per ogni inverter: basta sapere che, se Pechino chiedesse, nessuna azienda soggetta a quella legge potrebbe legalmente rifiutare. I dati apparentemente innocui, dunque, non lo sono affatto. Sono innocui soltanto finché qualcuno non decide di metterli insieme.

Le contromisure

Le contromisure esistono, e non richiedono di rinunciare alla tecnologia. Gli Stati Uniti hanno vietato con una regola del Bureau of Industry and Security l’hardware e il software di connettività provenienti da Paesi avversari nei veicoli connessi;[5] la Polonia ha escluso le auto di fabbricazione cinese dalle installazioni militari protette.[6] Ma oltre ai divieti servono abitudini e architetture: zone di esclusione attorno a basi e infrastrutture critiche; la mappatura di ogni chip e di ogni modulo SIM nelle forniture pubbliche; dispositivi fissi confinati in reti locali isolate, con firewall capaci di intercettare le «telefonate a casa» verso server stranieri; la disattivazione fisica di microfoni e moduli di trasmissione nei mezzi impiegati per scopi istituzionali; codici d’accesso che cambiano spesso e non si digitano davanti a una telecamera. E, nel lungo periodo, norme che obblighino a elaborare a bordo i dati di telecamere e sensori, cancellando quelli grezzi, una filiera europea di semiconduttori e sensoristica, e reparti di cyber-difesa che smontino e mettano alla prova i dispositivi commerciali prima che entrino in servizio.

Una comodità, non una spia

La lezione di Gardermoen è semplice e scomoda. La minaccia più insidiosa non ha l’aspetto di una spia, ma di una comodità: un’auto noleggiata in fretta perché mancavano i mezzi, una telecamera acquistata al ribasso, un pannello solare che si aggiorna da solo. Nell’era dell’Internet delle cose ogni oggetto racconta qualcosa di noi. Il problema non è impedirgli di parlare, ma decidere a chi, e prima che qualcun altro abbia già finito di comporre il mosaico.

[1] La vicenda è stata rivelata dal quotidiano norvegese Dagens Næringsliv e ripresa, tra gli altri, da Defence Blog, «Chinese-owned rental cars recorded Norwegian military drill», 12 ottobre 2026. L’esercitazione Øvelse Hovedstad si è svolta dal 14 al 18 settembre 2026.

[2] Il riferimento è alla «heatmap» globale pubblicata da Strava, che nel gennaio 2018 rese visibili i percorsi di allenamento del personale in basi militari in Siria, Afghanistan e altrove.

[3] Cfr. Fortune, «Tests showing Chinese-made buses can be stopped remotely prompt Norwegian pullback», 6 novembre 2025. Ruter ha annunciato requisiti di sicurezza più stringenti negli acquisti futuri e firewall per garantire il controllo locale dei mezzi.

[4] Legge sull’intelligence nazionale della Repubblica Popolare Cinese, adottata il 27 giugno 2017, art. 7.

[5] U.S. Department of Commerce, Bureau of Industry and Security, regola finale sulla sicurezza della catena di fornitura dei veicoli connessi, gennaio 2025.

[6] Il divieto di accesso dei veicoli di produzione cinese alle installazioni militari protette, adottato dalla Polonia nel febbraio 2026, è stato segnalato dalla Foundation for Defense of Democracies.

Donald, alla Russia con amore. Stefanini legge l’ultimo deal di Trump

14 October 2026 at 09:34

Cos’ha spinto Donald Trump a rovesciare bruscamente le sanzioni a Mosca sul cruciale volano energetico? Quali sono le conseguenze, nazionali e internazionali? Volute o non volute, o comunque non messe in conto? Di per sé la decisione non stupisce più di tanto né per il merito né per il modo in cui è stata presa, di punto in bianco e senza apparenti consultazioni, né interne né esterne. Solo con sé stesso ma ha già fatto abbondantemente capire che basta e avanza. Nella sua “Art fo the deal” tutto è commerciabile – non è così sul mercato immobiliare? Quindi anche l’Ucraina se il prezzo è giusto. Che sia pagato in gasolio è irrilevante. Ma, forse, al Presidente americano il “deal” col Cremlino offre anche altri ritorni.

Grazie all’accordo telefonico con Vladimir Putin per l’acquisto di diesel, il Presidente americano ha ottenuto qualche goccia russa da versare nel mare del consumo di gasolio negli Stati Uniti – i numeri parlano chiaro, inutile tornarci. Guadagna, forse, qualche manciata di voti di “camionisti e agricoltori” nelle prossime elezioni di medio termine che in queste settimane assorbono la maggior parte del suo tempo – a condizione che camionisti ed agricoltori si accorgano di pagare qualche centesimo in meno alla pompa perché voteranno pensando al portafoglio non ai benefici promessi dell’inedita amicizia russo-americana. Gli esperti ne dubitano, i mercati decideranno. I tempi stringono per effetti prima delle elezioni.

La fornitura di diesel dalla Russia e gli auspicati effetti elettorali sono la spiegazione più semplice della decisione di Trump di ignorare l’apparato sanzionatorio, fortemente voluto dagli Usa ma da un’altra amministrazione – per lui peggio che da un governo nemico. E le spiegazioni più semplici sono sempre più credibili delle ricerche di complicati “teoremi”. Specie con un leader istintivo come Donald Trump. Ma in questo caso nelle conseguenze internazionali c’è effettivamente di più del diesel e delle mid-term. Una parte voluta a tavolino, una parte non necessariamente premeditata ma certamente non sgradita.

La parte voluta sono le ricadute sui versanti opposti della guerra, Russia e Ucraina. L’amministrazione Trump si era posizionata in un ruolo neutrale con l’obiettivo di mettere fine al conflitto. Adesso, a corollario dell’acquisto di gasolio – subito criticato da Volodymir Zelensky, ma come poteva far finta di niente? – Trump ha subito scaricato sull’Ucraina la responsabilità di non volere un accordo di pace. Putin lo vuole, Zelensky no. Anche i sassi del Donbas sanno che non è così – il Presidente ucraino è pronto da mesi a un cessate il fuoco a bocce ferme, quello russo lo rifiuta subordinandolo a una resa ucraina di fatto – ma si sente ora legittimato a proclamarlo. Il fatto che la sua tregua “energetica” sia stata accettata da Kyiv, a condizione di reciprocità beninteso, e invece rigettata, o comunque temporeggiata, da Mosca non lo turba minimamente. La Russia fornisce agli Usa diesel da raffinerie sotto attacco dei droni ucraini? È quanto basta a Trump per stare dalla parte russa. Come sempre suo desiderio – ricordiamo Anchorage! – ma adesso con una ratio energetica.

La rottura con l’Europa è la seconda grossa conseguenza internazionale, ed è grossa perché finisce col collocare Stati Uniti ed europei su versanti opposti della guerra russo-ucraina – di una guerra in Europa, non nel Medio Oriente o nell’Asia Pacifico. Politicamente non militarmente, in quanto Kyiv continua a ricevere armi americane, purché comprate e pagate, e il supporto di intelligence – finora. Ma, mentre Trump diceva “penso che Putin voglia un accordo più di non quanto lo voglia Zelensky”, i ministri degli Esteri dell’Ue approvavano un nuovo pesante pacchetto di sanzioni alla Russia. Fra le due posizioni c’è un abisso. L’Atlantico – Uk e Norvegia sono allineate con Bruxelles – è spaccato come non mai. Che Trump l’avesse messo in conto o meno va forse oltre il suo modus operandi. Ma non gli dispiace affatto. Quando mai ha pensato di consultare i leader europei?

Del resto, la notizia dell’accordo diesel ha preso in contropiede ucraini ed europei che, a Miami, stavano discutendo scenari per mettere fine alla guerra con i tuttofare diplomatici trumpiani, Jared Kushner e Steve Witkoff, previsti poi in partenza (ora annullata) per Mosca. Quali europei? C’era l’Ue, c’era la Nato, c’erano Francia, Germania e Regno Unito. L’Italia preferisce rimanere nel suo guscio. Protetta dall’assenza e dal silenzio.

Nel coro dei leader europei che hanno criticato il “deal diesel” di Donald la voce di Giorgia Meloni è giunta tarda, sommessa e timida. Probabilmente quello che la premier vuole. Ma colloca Roma nei fondali dell’abisso apertosi fra l’America di Trump e l’Europa.

Governare l’incertezza nel mondo che cambia. Le sfide del Festival della Diplomazia

14 October 2026 at 09:07

Come si costruisce una strategia quando gli equilibri su cui dovrebbe poggiare continuano a cambiare? I conflitti, la competizione sulle tecnologie e la ridefinizione delle relazioni economiche rendono sempre più difficile distinguere le crisi temporanee dalle trasformazioni destinate a durare. Per la diplomazia, la sfida è comprendere questa evoluzione e trovare gli strumenti per orientarla.

Che cosa ci attende? Come tenere insieme sicurezza e cooperazione? Quale ruolo possono svolgere l’Italia e l’Unione europea mentre le istituzioni multilaterali faticano a rispondere alle crisi? Sono alcune delle domande che guideranno la XVII edizione del Festival della Diplomazia, in programma a Roma dal 22 al 30 ottobre 2026, dal titolo “What’s next – Running on the Edge”.

Correre sul crinale non è soltanto un sottotitolo, ma la descrizione di una condizione geopolitica permanente che invita ad assumere decisioni mentre cambiano i punti di riferimento. Investire senza poter contare sulla stabilità delle catene del valore, affrontare le transizioni energetiche e tecnologiche, costruire alleanze capaci di reggere alla pressione delle rivalità geopolitiche. Governare l’incertezza diventa così una parte essenziale della politica internazionale.

Le regole e i meccanismi che hanno sostenuto l’ordine globale nel secondo dopoguerra appaiono sempre meno adeguati a rispondere alle sfide contemporanee. Il progressivo arretramento dell’impegno americano in diversi ambiti della cooperazione internazionale pone interrogativi sulle responsabilità degli altri attori e sulla loro capacità di costruire risposte comuni. Dallo sviluppo sostenibile alla governance climatica, dalla sicurezza collettiva alla regolazione tecnologica, si moltiplicano i terreni sui quali cercare nuovi accordi.

Blocchi, sfere d’influenza e alleanze flessibili delineano un mondo nel quale competizione e cooperazione convivono in modo instabile. Le relazioni economiche possono offrire opportunità di sviluppo e, allo stesso tempo, creare dipendenze. L’innovazione può rafforzare la competitività di un Paese, ma anche esporlo a nuove vulnerabilità. È lungo questi confini che si misura la capacità della diplomazia di prevenire le fratture e mantenere aperto il confronto.

Energia, infrastrutture, industria e tecnologia occupano per questo un posto centrale nel programma. Le reti elettriche hanno un valore geopolitico, le rinnovabili incidono sull’autonomia strategica, le scelte industriali modificano i rapporti tra continenti. La sicurezza passa anche dalla capacità di proteggere le infrastrutture e di governare le trasformazioni dei sistemi produttivi.

Per l’Europa, questi temi pongono una questione di peso internazionale. Come rafforzare la propria autonomia strategica e la competitività industriale? Come dare concretezza alla difesa comune? E come sostenere il diritto internazionale e la cooperazione multilaterale in un contesto che ne mette alla prova l’efficacia?

L’Italia entra in questo confronto attraverso la sua tradizione diplomatica, l’appartenenza europea e i rapporti con il Mediterraneo, l’Africa e le altre aree di cooperazione. La sua posizione tra nord e sud del mondo, mercati maturi e Paesi emergenti, le assegna una responsabilità nella costruzione del dialogo. La sfida è tradurre questo patrimonio di relazioni in iniziative capaci di contribuire alla gestione delle crisi, allo sviluppo e alla stabilità degli scambi.

Il Festival riunirà istituzioni, ambasciate, think tank, imprese, organizzazioni internazionali, università e società civile. Tra gli assi del confronto figurano l’energia come fattore di stabilità geopolitica, la sicurezza delle infrastrutture, la difesa comune europea e l’intelligenza artificiale applicata ai sistemi globali, insieme alle prospettive di cooperazione con America Latina, Africa e Mediterraneo.

L’anteprima del 14 ottobre al Centro Studi Americani presenterà il programma con Giorgio Bartolomucci, fondatore e segretario generale del Festival, e l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente del Comitato scientifico. Seguirà un confronto sul rapporto tra conflitti e sicurezza alimentare, uno dei terreni sui quali emerge con maggiore evidenza il legame tra crisi geopolitiche e condizioni di vita delle popolazioni.

Per scoprire il programma, QUI

Il Lazio punta sulla space economy. Accordo con l’Asi e nuovi investimenti

13 October 2026 at 16:46

Un accordo triennale per rafforzare la filiera aerospaziale del Lazio, sostenere il trasferimento tecnologico e favorire la crescita delle imprese innovative. Regione Lazio e Agenzia spaziale italiana (Asi) hanno siglato un’intesa che accompagnerà la nascita, prevista a novembre, del nuovo Distretto industriale e tecnologico dell’Aerospazio e della Sicurezza. L’accordo, presentato dalla vicepresidente regionale Roberta Angelilli e dal commissario straordinario dell’Asi Mario Cospito, si inserisce in un piano di sviluppo che comprende strumenti di finanziamento per 115 milioni di euro.

Dalla ricerca alle applicazioni industriali

La collaborazione punta a collegare le competenze scientifiche alle esigenze dell’industria, intervenendo sia sulla produzione di satelliti e sistemi spaziali, sia sullo sviluppo di servizi basati sui dati satellitari. Tra le applicazioni individuate figurano il monitoraggio ambientale, la prevenzione del dissesto idrogeologico, l’agricoltura di precisione e la gestione della logistica. Il progetto coinvolge un ecosistema regionale che conta 360 imprese aerospaziali, 23.500 addetti e un fatturato di circa 5 miliardi di euro, di cui 2 miliardi provenienti dall’export. Un comitato paritetico, composto da tre rappresentanti per ciascuna istituzione, seguirà l’attuazione dell’accordo e individuerà nuove opportunità di collaborazione.

Il nuovo distretto e le risorse disponibili

La costituzione del distretto, evoluzione di quello tecnologico esistente, estenderà il perimetro industriale anche alla sicurezza, valorizzando le possibili applicazioni dual use delle tecnologie spaziali. Sul piano finanziario, la Regione ha previsto due strumenti per complessivi 115 milioni di euro. Il bando Filiere Tecnologiche, da 55 milioni, sosterrà progetti collaborativi tra grandi imprese, Pmi e organismi di ricerca. Altri 60 milioni saranno disponibili attraverso Step-Fri, in collaborazione con Cassa depositi e prestiti, per favorire gli investimenti nelle tecnologie strategiche. Le risorse riguardano più comparti e non sono interamente riservate all’aerospazio.

L’iniziativa guarda anche alla futura programmazione europea 2028-2034, che nella proposta della Commissione destina circa 130 miliardi di euro a difesa, sicurezza e spazio. L’obiettivo è preparare la filiera laziale a competere per queste opportunità, rafforzando la capacità delle imprese di partecipare a programmi di ricerca e sviluppo industriale. La costituzione del distretto rappresenterà il prossimo passaggio per definire priorità operative e progetti comuni.

Vi spiego cosa vuole Trump dalla Russia (e da Zelensky). Conversazione con Savino

13 October 2026 at 16:45

Una tregua proclamata da un soggetto terzo e ignorata dai due belligeranti, un’intesa petrolifera con il Cremlino che scavalca Kyiv e Bruxelles, la richiesta di elezioni presidenziali in un Paese in guerra e in parte occupato. La diplomazia di Trump sul conflitto in Ucraina appare sempre più personalistica e guidata dall’agenda interna, a partire dalle elezioni di midterm e da una guerra con l’Iran che non sta andando come previsto. Fomiche.net ne ha parlato con Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli ed esperto di Russia, che legge le mosse della Casa Bianca tra calcoli elettorali, rancori personali e una Russia che non arretra.

Trump ha annunciato una tregua energetica, ma la notte stessa la Russia ha continuato a colpire le infrastrutture ucraine. Oggi Trump insiste che la tregua c’è. Possiamo davvero aspettarcela?

Va detto che anche l’Ucraina continua a colpire obiettivi energetici russi, quindi siamo di fronte a una tregua che esiste soltanto nella mente di Donald Trump. Con ogni probabilità il presidente statunitense ha annunciato qualcosa che rientrava tra le proposte che Witkoff e Kushner avrebbero dovuto portare ai colloqui con Mosca. Quei colloqui, però, non ci sono stati, e anzi il viaggio in Russia previsto nei giorni scorsi è stato rinviato. Il risultato è una tregua che non è una tregua, perché nessuna delle due parti l’ha accettata e nessuna ne ha nemmeno parlato. L’unica indicazione è arrivata da Kyiv, ed è che semplicemente non ne erano stati informati. Cosa aspettarsi, quindi, è difficile da dire, proprio perché la tregua è stata proclamata da un soggetto terzo, cioè il presidente degli Stati Uniti. Certo, un terzo non da poco, ma pur sempre estraneo ai due contendenti. D’altra parte Trump ci ha già abituati a questo genere di annunci, come quando nei mesi scorsi ha dichiarato di aver “sbloccato” lo Stretto di Hormuz. Una tregua che non è una tregua, insomma, non sorprende più di tanto.

Nelle stesse ore Trump ha raggiunto un accordo con Putin sull’importazione di petrolio russo. È una “coltellata alle spalle” del fronte occidentale?

Questo elemento c’è senz’altro, anche perché l’Europa continua a non essere pervenuta. Adotta un pacchetto di sanzioni dopo l’altro, ma nessuno sembra in grado di fermare l’escalation russa di queste settimane, che si gioca meno sul terreno e più nella dimensione aerea. L’accordo raggiunto da Trump ha un valore più politico che economico. Nell’immediato si parla di 300-700 mila barili di diesel, una quantità minima rispetto ai consumi statunitensi e mondiali, e complessivamente di 7 milioni di barili, cioè l’equivalente di due giorni di consumo globale. Il significato politico, invece, è proprio quello che lei sottolineava. Da un lato c’è il tentativo di trovare un’intesa con Putin scavalcando Kyiv, per non parlare dell’Europa, su cui c’è poco da dire. Dall’altro c’è la volontà di arrivare alle elezioni di midterm con qualcosa in mano, visto che la guerra con l’Iran non è finita e non sta andando come previsto. Nei calcoli di Trump, un accordo con Putin potrebbe far scendere i prezzi del diesel, non tanto per i volumi messi sul mercato dalla Russia quanto per l’effetto che avrebbe sulle aspettative, e aiutarlo così a ottenere un buon risultato alle urne. Vedremo.

Intanto Trump è tornato ad attaccare Zelensky, accusandolo di bloccare i negoziati e chiedendo nuove elezioni. Zelensky ha risposto che si potranno fare se Putin concederà una tregua di 60 giorni. Come giudica questo scambio?

Trump ce l’ha con Zelensky da molto tempo, ben prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Tutto risale a quando cercò di coinvolgere l’Ucraina nello scandalo sugli affari a Kyiv di Hunter Biden, figlio dell’allora candidato e poi presidente Joe Biden, chiedendo a Zelensky una serie di cose che il presidente ucraino si rifiutò di concedergli. Non mi piace fare psicologismo, ma abbiamo visto che Trump è un personaggio piuttosto vendicativo, e questa inimicizia si è manifestata molte volte. Non stupisce, quindi, che di tanto in tanto si ripetano scenate di questo tipo. Sulla tregua, è vero che Mosca ha continuato a porre condizioni difficilmente accettabili anche per gli americani, e persino per Trump, che pure si è mostrato più volte disposto ad ascoltare le ragioni del Cremlino. Allo stesso tempo, però, in una parte dell’establishment ucraino, come in quello europeo, l’idea di trattare con la Russia resta legata alla convinzione che l’Ucraina stia vincendo la guerra. Non è così, il che non significa che la stia vincendo o stravincendo la Russia, quello a cui assistiamo da anni è uno stallo sanguinoso.

Quanto alle elezioni presidenziali, come valuta la cosa?

La richiesta mi sembra quantomeno complicata. Il Paese è in guerra, e anche con 60 giorni di tregua bisognerebbe organizzare un voto decidendo innanzitutto dove si vota. I russi occupano territori che rivendicano, ma anche aree che non rivendicano, come alcune zone delle regioni di Sumy e Kharkiv. Poi c’è la questione di chi vota e dove votano gli ucraini all’estero. Prima della guerra si stimava che circa un milione e mezzo di ucraini vivessero come rifugiati in Russia: voterebbero anche loro? E quelli che si trovano in Europa? Bisognerebbe poi costruire una rete di osservatori internazionali, e se il diritto di voto venisse esteso ai rifugiati in Russia, resterebbe da capire se sarebbe possibile garantire osservatori indipendenti anche lì. Le domande sono moltissime, e personalmente trovo piuttosto lunare porre il tema di nuove presidenziali in un Paese in guerra, in parte occupato e con un numero enorme di cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.

Nella preferenza di Trump per Putin c’è il bisogno di trattare con un pari, un po’ come Putin, che scavalca Europa e Ucraina per parlare solo con Washington?

Sicuramente Trump vuole trattare da pari a pari con chi riconosce come suo pari. Anche qui siamo nel campo della psicologia spicciola, ma è evidente che si trova più a suo agio con Xi Jinping, Vladimir Putin o Narendra Modi che con Ursula von der Leyen o con la povera Giorgia Meloni. C’è quindi l’idea della grande potenza che privilegia il rapporto con altre potenze che, se non sono alla pari, quantomeno contano a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, vediamo come tutta una serie di rappresentazioni, dall’Ucraina proxy degli Stati Uniti alla Russia proxy della Cina, siano saltate fin da subito, anche se soprattutto in Italia si fatica a riconoscerlo. Se l’Ucraina fosse un proxy di Washington, oggi staremmo discutendo di chi è pronto a sedersi al tavolo con Mosca. E se la Russia fosse un proxy della Cina, o fosse sensibile al fascino di Trump, che per anni ci è stato descritto come una sorta di emanazione del Cremlino alla Casa Bianca, non si capirebbe perché non accetti un’offerta forse poco generosa sul piano economico ma importante su quello politico. Quest’anno le sanzioni sono state allentate per ben due volte, in primavera con l’attacco all’Iran e ora con l’accordo con Trump. Eppure Mosca non arretra di un millimetro e continua a ritenere che la guerra debba andare avanti.

Energia e competitività. Quale menù per il prossimo Consiglio europeo

13 October 2026 at 16:42

Sono quattro gli argomenti che verranno trattati nel prossimo Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre: competitività, energia, guerre, migranti. Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever chiedono ad António Costa, in vista del Consiglio, di assumere una serie di iniziative concrete. Troppo forti le preoccupazioni dei singoli paesi sulla situazione internazionale che impatta sulle economie, oltre al fatto che esiste l’esigenza reale di tutta l’Ue di vedere un’accelerazione su comparti nevralgici come la competitività e su una crisi dagli esiti ancora incerti, come quella energetica legata alla situazione nel golfo.

Nella missiva rivolta al Presidente del Consiglio europeo, il Presidente del Consiglio, il Cancelliere tedesco e il Primo Ministro belga, dopo la riunione del gruppo informale degli “Amici della competitività” della scorsa settimana, invitano a approfondire tre strade. Ovvero: una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti in settori prioritari, a partire da energia e digitalizzazione; un freno contro nuovi oneri burocratici; una riduzione generalizzata degli obblighi di ‘reporting’ Ue, soprattutto per le Pmi. Inoltre si fa specifico riferimento al collegamento tra semplificazione, caro energia e competitività industriale.

Il tema energetico è connesso alla cosiddetta tabella di marcia “One Europe, One Market” agli elevati prezzi dell’energia e agli squilibri macroeconomici globali, in particolare con la Cina. Si attendono a questo proposito “misure a breve termine”, come ad esempio la possibilità che il Consiglio europeo chieda alla Commissione di presentare ulteriori misure senza dimenticare la connessione con il macro tema dei rapporti con la Cina, visto e considerato che la scorsa settimana nella plenaria di Strasburgo è stata votata una risoluzione che inasprisce i meccanismi di difesa delle industrie europee rispetto all’invasività di super players esterni. Al secondo posto delle analisi ci sarà il cosiddetto dossier “difesa e sicurezza” legato a tre criticità: gli attacchi ibridi russi in Europa e la relativa risposta dell’Ue, la situazione in Medio Oriente con lo status quo in Libano, Iran, Gaza e Cisgiordania, e la criticità nello Yemen, dove la situazione “si è estesa e aggravata”.

Ma non è tutto, perché il consiglio analizzerà anche il dossier migranti e la gestione delle crisi migratorie nella consapevolezza che, come ammesso da un funzionario Ue, “il numero di ingressi irregolari nell’Ue è in costante calo da cinque anni cosa che dimostra che le misure adottate dall’Unione per contrastare tali ingressi sono efficaci e stanno funzionando”. Infine il tema dell’allargamento e delle riforme, con particolare attenzione al Montenegro, che è l’unico candidato che vede vicino il traguardo visto che il relativo trattato di adesione è in fase di elaborazione. Andranno quindi valutate le clausole di salvaguardia con le relative conseguenze.

A proposito di bilanci e prossimo Quadro finanziario pluriennale va segnalata la posizione della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola secondo cui “non possiamo fare di più con meno, se vogliamo che l’Europa ottenga risultati concreti, deve disporre del necessario sostegno finanziario”, per cui “dobbiamo garantire che le priorità che stiamo realizzando – quelle che i cittadini ci chiedono di portare avanti – siano accompagnate dai finanziamenti adeguati”.

L’Italia investe nell’Ucraina del dopoguerra. Perché conta l’accordo tra Med-Or e Kyiv 

13 October 2026 at 16:36

La Fondazione Med-Or ha firmato un accordo di cooperazione con l’Accademia diplomatica ucraina Hennadii Udovenko, istituzione che fa capo al ministero degli Esteri di Kyiv. L’intesa, siglata martedì 13 ottobre a Roma, punta a rafforzare la collaborazione tra Italia e Ucraina nel campo della formazione diplomatica e del dialogo internazionale, ampliando le relazioni bilaterali anche sul piano istituzionale.

Il Memorandum of Understanding è stato sottoscritto presso la sede della Fondazione dal presidente di Med-Or, Marco Minniti, e dal direttore dell’Accademia diplomatica ucraina, Ihor Ostash. Alla cerimonia hanno partecipato anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, e l’ambasciatore ucraino in Italia, Ihor Brusylo.

L’accordo definisce un quadro di collaborazione per lo sviluppo di iniziative congiunte nel settore della formazione diplomatica, prevedendo anche la possibilità di coinvolgere docenti ed esperti italiani e internazionali nei programmi dell’Accademia ucraina. Si tratta di un ambito nel quale Med-Or ha già sviluppato una rete di partenariati internazionali, in particolare con Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, e che viene ora esteso alla cooperazione con Kyiv.

L’iniziativa assume un significato particolare nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, inserendosi nel più ampio quadro delle relazioni tra Roma e Kyiv. La formazione diplomatica e il rafforzamento delle capacità istituzionali rappresentano infatti strumenti di cooperazione che guardano anche oltre le esigenze immediate del conflitto, contribuendo a consolidare le competenze e le relazioni internazionali dell’Ucraina.

L’importanza dell’accordo va però oltre la formazione diplomatica. In una fase in cui il sostegno all’Ucraina è concentrato soprattutto sulle esigenze della guerra, l’intesa tra Med-Or e l’Accademia diplomatica di Kyiv guarda al lungo periodo, investendo nelle capacità istituzionali e nelle relazioni internazionali del Paese. Per Med-Or, l’intesa costituisce un ulteriore sviluppo delle proprie attività di cooperazione internazionale, con l’obiettivo di contribuire al rafforzamento dei rapporti tra Italia e Ucraina attraverso il dialogo, la formazione e la condivisione di competenze diplomatiche.

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