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Una mail non letta. Così Pechino è riuscita ad avere accesso agli F-35

10 October 2026 at 15:58

Altro che James Bond. I componenti dell’F-35 finiti il mese scorso in mano cinese sono arrivati a Hong Kong perché un agente di Ups non ha visto una mail. A ricostruirlo è Bloomberg, che aggiunge un tassello decisivo a una vicenda su cui Washington fatica ancora a dare risposte.

Le parti, tra cui il tettuccio della cabina di pilotaggio e un portello della stiva armi, viaggiavano dall’Australia verso gli Stati Uniti, dove dovevano essere riparate o smaltite. L’itinerario prevedeva due scali, in Corea del Sud e a Taiwan, prima dell’arrivo a San Francisco. Entrambi i Paesi sono autorizzati dall’International Traffic in Arms Regulations (Itar), la normativa americana che regola il trasferimento di materiale militare sensibile e vieta il passaggio attraverso Stati considerati a rischio. La spedizione è arrivata in Corea del Sud come previsto, ma poiché era partita dall’Australia in ritardo, per accorciare i tempi è stata fatta proseguire via Hong Kong, che nella lista Itar figura tra le destinazioni escluse. Da lì le autorità cinesi ne hanno preso possesso e i componenti non sono più tornati indietro.

A monte c’era stato il tentativo di evitare questa contingenza, in accordo con le procedure. Il freight forwarder Dsv aveva infatti avvertito per iscritto che il carico non poteva transitare in alcuni Paesi, citando espressamente i vincoli Itar.  Ma quell’avviso, stando alla ricostruzione di Bloomberg, non è mai arrivato sotto gli occhi dell’agente Ups che ha deciso il cambio di rotta. Una fonte sentita dall’agenzia ipotizza che Dsv abbia usato un sistema informatico diverso da quello in uso al corriere. Se l’avviso fosse stato letto, il carico difficilmente sarebbe passato da Hong Kong.

Lockheed Martin e il Pentagono hanno provato fin dall’inizio a minimizzare, facendo notare che i pezzi erano danneggiati e che il loro valore per un’intelligence straniera sarebbe limitato. Il problema però non è la struttura in sé, ma il rivestimento radar-assorbente che la copre, cioè uno degli elementi su cui si regge la bassa osservabilità del velivolo. È probabile che i tecnici cinesi lo studino a fondo, sia per migliorare i propri aerei sia per capire come individuare l’F-35. Pechino non conferma nulla. Il ministero degli Esteri ha fatto capire di non sapere nemmeno di quali parti si stia parlando, una versione a cui nessuno crede ma che non stupisce: se a finire per sbaglio negli Stati Uniti fossero stati i componenti di un J-20, la risposta del dipartimento di Stato sarebbe stata con ogni probabilità la stessa.

Negli Stati Uniti sono partite le indagini e al Congresso è stata chiesta una revisione della catena di approvvigionamento del programma. La questione riguarda da vicino anche gli alleati. L’F-35 è costruito e mantenuto da una rete di Paesi partner, Italia compresa, e i componenti si spostano di continuo da un continente all’altro, spesso affidati a operatori logistici privati.

Non è la prima volta che succede qualcosa del genere. Nel 2008 il Pentagono ammise che due anni prima a Taiwan erano state spedite per errore quattro ogive per missili balistici, prive di componenti nucleari, al posto delle batterie per elicotteri che Taipei aveva ordinato tramite il programma Foreign Military Sales. Nel 2024, in Polonia, un carico di mine anticarro viaggiava su un treno ed è finito in un magazzino Ikea. Se ne sono accorti solo quando un dipendente ha chiamato il ministero della Difesa per chiedere quando qualcuno sarebbe passato a riprenderle.

 

La pena di morte è una sconfitta della civiltà. Mons. Paglia rilancia l’appello di papa Leone

10 October 2026 at 15:07

La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di redenzione. È il confine su cui si misura la civiltà di una società, soprattutto quando la pena capitale torna a essere invocata come risposta al male. Le parole di Papa Leone, che definisce la pena di morte inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona, riaprono una questione che riguarda il diritto, la cultura e la responsabilità della politica. Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, il richiamo del Pontefice è molto più di un’indicazione morale: è una direzione spirituale e culturale per un mondo che sembra avere smarrito il senso della fraternità.

Monsignor Paglia, il Papa ha ribadito che la pena di morte è inammissibile e che la tutela del bene comune può essere garantita senza ricorrere alla pena capitale. Che cosa ci dicono queste parole?

Sono parole sante, che disarmano dall’inutilità della vendetta e restituiscono la forza di difendere sempre la vita umana, anche quando è stata ferita e offesa. Il messaggio del Pontefice ci ricorda che la dignità della persona non può essere cancellata neppure dal crimine più grave. La giustizia deve certamente proteggere la società e tutelare le vittime, ma non può rinunciare alla propria umanità. Una società si difende davvero quando non replica alla violenza con un’altra violenza, ma sa affermare il valore della vita anche nelle situazioni più difficili.

Lei parla di inutilità della vendetta. Eppure, in molti Paesi, la pena capitale continua a essere presentata come una risposta efficace alla criminalità.

La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, come tanti hanno ormai compreso. Continuare a perseguirla e, peggio ancora, trasformarla in uno spettacolo è un segno di inciviltà barbarica. La giustizia non può diventare una rappresentazione pubblica della punizione, nella quale il dolore e la morte vengono esibiti per soddisfare la richiesta di una vendetta collettiva. Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini, impedire che i responsabili di reati gravi possano nuocere ancora e garantire la certezza della pena. Tutto questo è possibile senza sottrarre definitivamente a un essere umano ogni possibilità di redenzione.

Come spiega il ritorno di una simile richiesta di punizione estrema, spesso accompagnata da una forte esposizione mediatica?

Credo che questa sorta di impazzimento crudele del mondo derivi da un arretramento culturale e da un indebolimento della sensibilità umanistica. Prevale un individualismo che porta a credere che eliminare l’altro significhi salvare se stessi. È una convinzione profondamente sbagliata, perché ci fa dimenticare che siamo legati gli uni agli altri. L’altro non è semplicemente qualcuno da cui difendersi o un ostacolo da rimuovere: è una persona con cui condividiamo la stessa umanità. Dobbiamo riscoprire insieme l’indispensabilità della fraternità.

Lei cita anche la scienza, parlando dei legami che uniscono gli esseri umani. Che cosa intende?

La fisica quantistica ci ha abituato a riflettere su una realtà nella quale le relazioni hanno un’importanza fondamentale. Naturalmente, non si tratta di trasformare una teoria scientifica in una dimostrazione automatica di un principio morale. Ma quella riflessione può aiutarci a comprendere quanto sia illusoria l’idea di individui completamente separati gli uni dagli altri. La fraternità deve diventare una scelta politica, spirituale e religiosa. Non possiamo limitarci a riconoscere a parole che siamo legati: dobbiamo tradurre questa consapevolezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei comportamenti. L’eliminazione dell’altro è, in fondo, un suicidio anche di se stessi, perché ferisce il tessuto umano sul quale si regge la convivenza.

La spettacolarizzazione della pena capitale rende ancora più grave questa deriva?

Certamente. L’eliminazione dell’altro è un’assoluta insensatezza, che diventa colpa e raddoppia la propria colpa quando viene trasformata in spettacolo. C’è una differenza profonda tra amministrare la giustizia e mettere in scena la morte. Nel secondo caso, la sofferenza viene utilizzata per alimentare emozioni collettive, anziché interrogare le coscienze. Si finisce così per smarrire anche il senso della responsabilità. Una comunità non diventa più sicura perché impara a desiderare la morte di chi ha commesso un delitto; diventa più fragile quando perde la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta.

Il monito del Papa sembra rivolgersi anche alla politica, oltre che alle coscienze individuali. Lei che idea si è fatto?

Assolutamente. Si stanno offuscando verità che un tempo apparivano persino elementari. Viviamo un tempo senza visioni, nel quale l’unica attenzione sembra essere rivolta a se stessi e alla difesa del proprio spazio individuale. In questo contesto, le parole del Papa indicano una direzione spirituale, culturale e anche politica. Non riguardano soltanto i credenti, ma tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e il futuro delle nostre società. La fraternità non è un sentimento astratto: è il fondamento di una convivenza nella quale nessuno può essere considerato definitivamente perduto. È questa la sfida che abbiamo davanti: ricostruire una cultura capace di difendere la vita senza eccezioni e di non confondere mai la forza della giustizia con la crudeltà della vendetta.

Fratelli Musulmani, Sinwar e il 7 ottobre. Quelle parole che non hanno bisogno di interpretazioni

10 October 2026 at 13:57

Ci sono documenti che non hanno bisogno di interpretazioni. Il comunicato del 18 ottobre 2024, pubblicato sul sito ufficiale in inglese dei Fratelli Musulmani e firmato da Mahmoud Hussein, Guida generale ad interim, è uno di questi. Hussein vi definisce Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso dalle forze israeliane, “the leader of the glorious epic of October 7”. Poi lo colloca in una genealogia di caduti presentati come eroi (al-Banna, Yassin, Rantissi, Morsi, Haniyeh), parla di sacrificio e invoca per lui un posto tra i martiri.

Chiamare “gloriosa epopea” l’attacco del 7 ottobre non significa fare le condoglianze per la morte di un dirigente palestinese: significa celebrare con grande solennità un massacro di inaudita gravità. E a farlo non è un simpatizzante anonimo, ma il vertice dell’organizzazione, in un atto ufficiale.

Quello che il testo dice, e quello che non dice

Il comunicato documenta una scelta lessicale, religiosa e politica della leadership; non dimostra un collegamento operativo tra i Fratelli Musulmani e gli autori della strage, né un coinvolgimento della Fratellanza nell’attacco. Eventuali legami finanziari, logistici o operativi sono un’altra questione, su cui sono in corso indagini nazionali ed europee, e le relative responsabilità andranno provate con documenti, riscontri ed elementi indipendenti.

Il comunicato esiste anche in arabo: l’originale, diffuso anche dal canale Telegram ufficiale @ikhwaneg, contiene la formula “قائد ملحمة السابع من أكتوبر المجيدة”, il “leader della gloriosa epopea del 7 ottobre”. Il sostegno ideologico al terrorismo di Hamas, peraltro, non è episodico: lo stesso canale, il 20 luglio 2026, si è congratulato con Hamas per l’elezione di Khalil al-Hayya come successore del “leader martire” Sinwar.

La celebrazione di Sinwar è arrivata anche da altri attori mediorientali. Dalla Fratellanza siriana, per esempio, che ha parlato del “martirio” di un “grande leader nazionale”, fino al Pjd marocchino, partito vicino ma autonomo rispetto alla Fratellanza egiziana, il cui leader Abdelilah Benkirane ha ricordato Sinwar come “leader e guerriero”. Equiparare queste voci sarebbe un errore: un lessico comune segnala vicinanza ideologica, non un coordinamento delle attività. La domanda utile è un’altra, ed è ancora aperta: quanto è diffusa, nella vasta rete di affiliati e simpatizzanti della Fratellanza e, più in generale, nell’area del fondamentalismo islamista, la scelta di celebrare esplicitamente il 7 ottobre anziché limitarsi alla solidarietà con il popolo palestinese?

Il voto di Strasburgo

Giovedì 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione per una strategia europea contro il cosiddetto “Islamist entryism” e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani. Il testo, promosso dal Ppe, non è vincolante e non mette automaticamente al bando la Fratellanza: chiede di valutare se entità o individui collegati soddisfino i criteri per l’inserimento nella lista europea delle organizzazioni terroristiche, che richiede solide basi giuridiche e prove accertate. Del resto, come ha ricordato il commissario Magnus Brunner, i Ventisette non hanno ancora raggiunto una piena convergenza in materia.

Il dibattito in Aula è stato tutt’altro che unanime. Secondo l’Afp, sinistra radicale, Verdi e socialisti avevano annunciato che non avrebbero sostenuto il testo, ritenendo che alcune sue parti avessero tratti di islamofobia. Il socialista Juan Fernando López Aguilar ha messo in guardia dal presentare la comunità islamica come un corpo estraneo alla diversità europea, secondo quanto riferito in particolare dalla stampa spagnola. Obiezioni da prendere sul serio: la differenza tra pratica religiosa, dissenso politico e ideologico e sostegno pratico e organizzativo alla violenza è proprio ciò che una strategia seria deve saper distinguere.

La questione che resta

Il nodo, dunque, non è scegliere tra l’evidenza di una linea politica inquietante e pericolosa e la prova di una responsabilità operativa diretta. Sono due piani distinti, e confonderli indebolisce chi vuole contrastare l’influenza dell’islam fondamentalista che fa propaganda alla violenza. Chi ha votato contro la risoluzione dovrebbe tuttavia spiegare quali parti ritiene infondate o sproporzionate e quale strategia alternativa propone. Chi l’ha sostenuta deve dimostrare che le misure colpiscono condotte e organizzazioni, non convinzioni politiche, ideologiche o religiose.

Tre domande restano aperte: quanto sia diffusa la celebrazione del 7 ottobre tra i dirigenti e i canali ufficiali della Fratellanza; quali rapporti esistano con Hamas, oltre alla vicinanza ideologica; quali strumenti europei siano adeguati senza scivolare in generalizzazioni sbagliate e controproducenti.

Nel frattempo, la frase di Hussein rimane un dato documentale difficile da eludere. Non prova tutto, ma dice con chiarezza ciò che dice: ed è sbagliato sia ignorarla sia pretendere che dimostri più di quanto possa dimostrare.

La Fratellanza Musulmana è un movimento d’élite, a cui di solito non è facile affiliarsi, che non ama la pubblicità e preferisce la riservatezza. Proprio per questo un segnale così forte come l’esaltazione della strage del 7 ottobre dovrebbe allarmare tutti, e non soltanto una parte.

Quanto agli europarlamentari italiani che hanno votato contro la risoluzione, tra cui Nicola Zingaretti, la domanda è una: erano stati adeguatamente informati? Di fronte a una presa di posizione così grave, forse sarebbe stato più opportuno esprimere i legittimi dubbi con un’astensione.

Se la conoscenza diventa una scorciatoia, anche le competenze diventano fragili

10 October 2026 at 13:52

C’è qualcosa di più profondo della semplice abitudine a studiare sulle slide invece che sui libri nella fotografia degli universitari italiani emersa recentemente da un’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su 463 docenti di 34 atenei.

L’83% dei professori ha osservato negli ultimi tre-cinque anni un cambiamento nelle modalità di studio degli studenti. Il 69% indica le slide come il materiale più utilizzato, il 52% gli appunti, mentre appena il 17% ritiene che i materiali didattici degli editori siano oggi molto letti.

E il dato forse più significativo è che per il 68% dei docenti la progressiva perdita dell’abitudine a leggere integralmente i manuali è tra le principali cause delle difficoltà riscontrate nella preparazione: il 41% segnala una riduzione della capacità di analisi e ragionamento critico, il 28% una preparazione più nozionistica e superficiale e il 24% difficoltà nel collegare argomenti diversi.

Non è, naturalmente, una condanna delle slide. Né dei riassunti. Né, tantomeno, della tecnologia che tutti abbiamo utilizzato nel corso dei nostri percorsi accademici per tradurre i concetti più ostici, ma mai completa sostituzione degli altri strumenti, Una buona sintesi può essere, infatti, uno strumento straordinario per orientarsi, così come un video, un podcast o un sistema di intelligenza artificiale possono aiutare uno studente a comprendere meglio un concetto difficile. Il problema nasce quando lo strumento sostituisce il percorso.

Perché conoscere non significa semplicemente possedere informazioni. Significa comprenderle, organizzarle, metterle in relazione, verificarle, discuterle e, quando necessario, cambiarle alla luce di nuove evidenze. È proprio questa trasformazione dell’informazione in conoscenza che rischiamo di perdere.

E quando la conoscenza diventa superficiale, anche le competenze diventano fragili. Un castello di carte: può apparire perfetto finché nessuno lo mette alla prova, ma rischia di crollare alla prima folata di vento.

I numeri ci invitano a prendere sul serio il problema. Nel 2025, secondo Invalsi, soltanto il 51,7% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori ha raggiunto in Italiano un risultato almeno adeguato, mentre in Matematica la quota si è fermata al 49,2%. L’8,7% degli studenti presenta inoltre una condizione di “dispersione scolastica implicita”, cioè conclude il percorso scolastico con livelli di competenza molto bassi nelle diverse discipline.

Anche i risultati Pisa 2025 dell’Ocse raccontano un quadro che merita attenzione. In Italia il 76% dei quindicenni raggiunge almeno il livello 2 in lettura, contro il 69% della media Ocse.

Ma soltanto il 4% arriva ai livelli più elevati, contro il 6% della media Ocse. E raggiungere quei livelli significa, tra le altre cose, saper comprendere testi lunghi e complessi, cogliere concetti astratti e distinguere fatti e opinioni anche sulla base di informazioni implicite.

Non è soltanto un problema della scuola o dell’università. È un problema che attraversa l’intera società.

È qui che la questione educativa diventa una questione economica, istituzionale e democratica.

Una popolazione con competenze fragili significa, inevitabilmente, anche una pubblica amministrazione che può incontrare maggiori difficoltà nel gestire processi complessi, imprese che faticano a trovare competenze adeguate, lavoratori più esposti alla trasformazione tecnologica e cittadini meno autonomi nell’interpretare le informazioni.

L’Italia, peraltro, continua ad avere un ritardo importante sul capitale umano: nel 2024 soltanto il 22,3% della popolazione tra 25 e 64 anni aveva un titolo di istruzione terziaria, contro il 36,1% della media europea. Tra i giovani di 20-34 anni la quota con un titolo terziario era del 25,1%, 11,3 punti meno della media Ue27.

La conseguenza più sottovalutata riguarda però il pensiero critico.

Un cittadino che non è abituato a leggere un testo fino in fondo, a distinguere una fonte da un’opinione, a verificare un dato, a confrontare due tesi differenti, rischia di diventare un cittadino più facilmente condizionabile. La conoscenza offre libertà a chi la governa: ma la libertà presuppone la capacità di comprendere.

Anche per questo il rapporto con i social network va affrontato senza demonizzazioni. Un reel di trenta secondi può essere utile, divertente, persino istruttivo.

Ma quando un post confezionato come una verità assoluta ci dà l’impressione di avere capito tutto, può produrre l’effetto opposto: non costruire conoscenza, ma soltanto la sensazione di possederla.

Un ragazzo può sapere che cosa dice un video sulla Rivoluzione francese senza aver mai letto una pagina di storia; può conoscere la definizione di inflazione senza comprendere davvero perché i prezzi aumentino; può ripetere che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro senza sapere come funziona un modello linguistico, quali siano i suoi limiti o come verificare una risposta.

Il rischio è quello di confondere la familiarità con un argomento con la sua comprensione.

E qui arriviamo all’intelligenza artificiale. È inutile discutere soltanto di come governeremo l’Ai, di come regoleremo gli algoritmi o di come proteggeremo i cittadini dalle informazioni false se una parte della popolazione non dispone delle competenze di base necessarie per comprendere un testo, interpretare un grafico o verificare una notizia.

L’Ai può essere una straordinaria alleata della formazione. Può spiegare un concetto in modo diverso, costruire esempi, adattare un esercizio al livello dello studente, aiutare a individuare gli errori. I dati Pisa 2025 mostrano già quanto sia entrata nella quotidianità scolastica: il 47% degli studenti italiani dichiara di utilizzare chatbot basati sull’Ai almeno una volta alla settimana per l’apprendimento; il 36% li utilizza per sintetizzare testi e il 30% per elaborare testi scritti.

Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda: vogliamo una tecnologia che sostituisca lo sforzo cognitivo o una tecnologia che lo potenzi?

Nella scuola, aiutare uno studente a comprendere un passaggio difficile è una cosa. Consegnargli direttamente la risposta è un’altra. La prima rafforza l’autonomia; la seconda rischia di indebolirla.

Perché non conta soltanto il risultato. Conta anche il percorso attraverso il quale quel risultato viene raggiunto. Ma questo è anche frutto della deriva che ha preso spesso una società in cui l’apparenza conta più della sostanza.

Imparare a risolvere un problema significa anche imparare a sbagliare, correggersi, cercare una fonte, confrontare una soluzione, sostenere una tesi. È attraverso questo esercizio che si costruisce quella struttura mentale che poi consente di affrontare problemi nuovi, anche quando nessuno ha preparato per noi una slide riassuntiva. La consapevolezza dei propri limiti – senza scomodare Socrate – è essa stessa conoscenza.

La riforma della formazione, allora, deve certamente riguardare l’università. Ma deve partire molto prima. Dalla capacità di leggere. Dalla scrittura. Dalla matematica. Dalla comprensione di un testo. Dalla capacità di fare domande. Dalla distinzione tra un fatto e un’opinione. Dall’abitudine a verificare una fonte.

Sono competenze apparentemente semplici, che diamo per scontate, ma in cui si annida in realtà il pericolo e che costituiscono l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.

Francis Bacon scriveva che “la conoscenza stessa è potere”. Oggi potremmo aggiungere che, nell’economia digitale, la conoscenza è anche autonomia. Senza di essa rischiamo di essere soltanto consumatori di informazioni, utenti di piattaforme, destinatari di algoritmi.

Le scorciatoie sono affascinanti perché fanno risparmiare tempo. Ma nella formazione il tempo non è necessariamente un costo: è parte dell’investimento.

Leggere cento pagine quando basterebbero dieci slide può sembrare inefficiente. E qualche volta lo è. Ma se quelle cento pagine ci insegnano a comprendere un ragionamento, a seguirne la logica e a costruire un pensiero autonomo che facciamo nostro e riutilizziamo in seguito, allora non abbiamo semplicemente studiato un libro. Abbiamo costruito uno strumento che ci servirà per tutta la vita.

È questo, in fondo, il vero obiettivo della scuola e dell’università: non riempire teste di informazioni, ma costruire persone capaci di orientarsi quando le informazioni diventano troppe.

Perché il problema del futuro non sarà sapere dove trovare una risposta.

Sarà sapere se quella risposta merita di essere creduta.

Alle Giornate di Trevi transizione energetica ed economia circolare per un nuovo futuro

10 October 2026 at 13:51

Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos, gli italiani considerano importante la transizione ecologica per ridurre gli effetti del cambiamento climatico: aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e promuovere l’economia circolare attraverso produzioni e consumi più sostenibili.

La decima edizione delle Giornate dell’Energia e dell’ Economia Circolare, che ha chiuso ieri i propri lavori  a Trevi, in provincia di Perugia, ha avuto come filo conduttore la politica ambientale nella sua declinazione proprio della transizione energetica e dell’economia circolare: confronti e dibattiti che hanno visto protagonisti i rappresentanti delle istituzioni, del mondo della ricerca e quello delle imprese. 

Il titolo di quest’anno, “Politica, ambiente, energia, economia circolare. Dieci anni nel cuore dell’Italia: l’inizio di un nuovo futuro”, invitava a riflettere sui risultati ottenuti nell’ultimo decennio e a pianificare i prossimi dieci decisivi anni.

L’evento è stato promosso da Globe Italia e da WEC Italia, in collaborazione con AICP  (Associazione Italiana dei Collaboratori Parlamentari) e Askanews.  

“Quest’anno le Giornate di Trevi arrivano in un momento particolarmente critico per il settore dell’energia e per l’ambiente tutto, alle prese con sfide storiche come l’accesso al gas, o nuove, come l’impatto che avrà l’Intelligenza Artificiale – ha detto Matteo Favero, presidente di Globe Italia, in apertura della manifestazione – Negli ultimi dieci anni le politiche ambientali hanno fatto tanta strada, è entrato in vigore l’Accordo di Parigi, l’Europa ha spinto gli Stati membri a porsi obiettivi sempre più ambiziosi, Stati Uniti e Cina hanno fatto passi da gigante nel mercato delle rinnovabili, le politiche ambientali hanno guadagnato un posto nel dibattito pubblico. I prossimi dieci anni saranno quelli decisivi per vincere questa sfida epocale”. 

“Queste Giornate, da dieci anni, gli ha fatto eco Marco Margheri, presidente di World Energy Counsil (WEC) Italia, mettono in relazione energia ed economia circolare, facendo dialogare istituzioni, imprese, associazioni e territori. Le politiche energetiche devono sempre tenere uno sguardo attento alla dimensione internazionale, essenziale per comprendere le sfide della geopolitica, della sicurezza energetica, dei grandi processi di innovazione tecnologica e industriale”. 

L’Italia parte da una posizione di forza. Il tasso di circolarità di utilizzo dei materiali ha raggiunto il 21,6%, ben al di sopra della media UE del 12,2%.

Lo ha ricordato Laura D’Aprile, Capo Dipartimento Sviluppo Sostenibile del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. “Nel 2024, ha detto D’Aprile, il riciclo dei rifiuti urbani è salito al 52,3%, mentre il recupero di materia rappresenta il 74,3% della gestione dei rifiuti speciali: 139 milioni di tonnellate restituite ai cicli produttivi. Ed è proprio qui che energia e circolarità si incontrano. Le filiere del riciclo consumano molta energia e l’elevato costo dell’energia in Europa rende le materie prime seconde meno competitive rispetto a quelle vergini”.

La priorità, ha concluso, è costruire un vero Mercato unico europeo delle materie prime seconde, capace di garantire domanda, qualità e competitività.   

E allora, in attesa che la Commissione Europea vari nei prossimi mesi il tanto agognato Circular Economy Act che dia attuazione concreta alla transizione con misure di sostegno regolatorie e finanziarie, occorre che  in Italia l’economia circolare diventi una precisa scelta di politica industriale. E’ la prospettiva dello studio “Una nuova politica industriale europea per l’economia circolare” realizzato da THEA Group in collaborazione con CONAI.  

Lo studio stima, per l’intera industria europea del riciclo, un impatto economico annuo di 555 miliardi di euro e 222 miliardi di valore aggiunto, con oltre 3 milioni di posti di lavoro. Questi numeri descrivono la capacità industriale esistente. Compito della politica creare le condizioni per rafforzarla e renderla competitiva.

Innanzitutto con la ricerca. Automazione e Intelligenza Artificiale migliorano l’efficienza dei processi e la qualità delle materie prime seconde. Servono collaborazione tra imprese, università e centri di ricerca: regole comuni e finanziamenti per la crescita. 

“Le regole comuni devono favorire un mercato europeo più integrato, attraverso criteri riconoscibili, dati comparabili e sistemi interoperabili – ha precisato Simona Fontana, direttrice generale di CONAI – Il riconoscimento reciproco e la condivisione delle migliori pratiche permettono di valorizzare le esperienze nazionali. La finanza deve sostenere progetti con prospettive economiche credibili, tempi autorizzativi prevedibili e strumenti di gestione del rischio.

Anche disponibilità e costo dell’energia incidono sulla competitività degli impianti. Le politiche energetiche e industriali devono quindi procedere in modo coerente”. 

Tutti, quindi,  in attesa del pronunciamento della Commissione sulle misure  che dovranno offrire l’occasione di collegare gli obiettivi ambientali al mercato delle materie prime seconde. La direzione è tracciata: ricerca che deve diventare capacità industriale, simbiosi tra settori produttivi, investimenti che generano valore nei territori. 

“I dieci anni delle Giornate di Trevi segnano un passo di maturità nella capacità di confronto e ricerca del pensiero critico su materie fondamentali come clima, energia e sviluppo sostenibile, ha dichiarato Fabrizio Penna, direttore generale di ISPRA.

Il nostro contributo riguarda la sfida che stiamo affrontando nel contrasto al cambiamento climatico attraverso uno sviluppo concretamente sostenibile.

Un contributo che non può prescindere dall’analisi dei dati e dai riscontri tecnici che vede ISPRA, l’Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale, impegnato in prima fila per raggiungere questo obiettivo”. 

Particolarmente apprezzato l’intervento di Giovanni Mastrandrea, della Tenuta di Castelporziano della Presidenza della Repubblica,  il quale ha ricordato la fiducia riposta dal Presidente Sergio Mattarella dieci anni addietro decidendo di medagliare questa giornate.

“L’insieme delle risorse naturali del Paese e dei servizi che esse garantiscono, ha aggiunto, la cui complessità e ricchezza può essere misurata e pesata come il livello di biodiversità presente, è la base sostanziale del benessere economico, sociale e ambientale. Ce lo ricorda la Banca Centrale Europea che già dal 2023 certifica un legame indissolubile e tuttavia allarmante tra la stabilità economica e la tutela della biodiversità”.

Il Capo dello Stato, ha aggiunto Mastrandrea, non smette di ricordarcelo e non smette di tracciare la rotta obbligata per il Paese: “la biodiversità è un patrimonio che ci interpella”, ha detto qualche giorno fa al Salone del Gusto di Torino. “La molteplicità genetica ha permesso al genere umano di svilupparsi per millenni; senza responsabilità, senza la cura di questa ricchezza l’uomo può comprimerla fino a distruggerla, e distruggersi”. 

D’altra parte, ha ricordato Mastrandrea, la Tenuta di Castelporziano è divenuta ed è sempre più hub culturale e formativo per temi quali la biodiversità, il capitale naturale, ma anche l’economia circolare, il legame tra  fragilità sociale e fragilità ambientale, luogo di consapevolezza sul valore della Casa Comune. 

“E allora, ha concluso, a poca distanza temporale dalla ricorrenza dalla morte di S. Francesco – cui il Presidente Mattarella ha partecipato definendolo un ‘profeta di pace, di amore  e di rispetto per il Creato’ – chiudo menzionando il passo del Cantico delle Creature nel quale loda il Signore per la Madre Terra, la quale ci sostiene e ci governa. Questa Madre Terra che abbiamo il privilegio e il grande onere di dover consegnare ai nostri figli”. 

La voce del legislatore nazionale è stata espressa da  Massimo Milani, Segretario della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, che ha riassunto la molteplicità dei temi trattati in queste giornate. “Temi complessi che ormai attraversano tutti i settori produttivi, quindi possiamo dire che rappresentano la struttura scheletrica (la visione circolare) e il cibo (l’energia) di ogni attività della nostra complessa società.

Il senso di Comunità che pervade queste giornate, ha concluso Milani, è il segreto di un lavoro che si articola durante tutto l’anno, nel riconoscersi, appunto, per nelle differenze, appartenenti a una comunità che  vuole aiutare la comprensione di questi temi, la crescita e l’affermazione dell’economia circolare e della indipendenza e sicurezza energetica”.

Nella guerra di posizione con Usa e Cina, l’Europa resta indietro. Scrive Castellaneta

10 October 2026 at 12:47

L’ennesima telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin, proprio all’indomani della contestata assegnazione del premio Nobel per la pace, è stata subito presentata come un successo. Mosca fornirà diesel agli Stati Uniti e al mercato globale, contribuendo, almeno nelle intenzioni, ad abbassare i prezzi prima delle elezioni americane di metà mandato. Il Cremlino può rivendicare la riapertura di un canale economico con Washington, mentre la Casa Bianca sostiene di avere ottenuto un risultato concreto per i consumatori. A rimanere insoluta è però la questione principale: la guerra in Ucraina.

Da più di un anno, ovvero dal bilaterale Trump-Putin in Alaska, sembra ormai un copione ricorrente. Ogni conversazione tra i due viene descritta (soprattutto dal tycoon) come una svolta, ogni dichiarazione come l’anticamera della pace. Pochi giorni dopo, però, si scopre che le posizioni sono rimaste immutate. Anche questo fa parte della guerra ibrida contemporanea, combattuta non soltanto con droni, missili, attacchi cyber e sanzioni, ma anche attraverso una comunicazione nella quale verità parziali, informazioni nascoste e ricostruzioni interessate finiscono per sovrapporsi. Il risultato è che diventa difficile distinguere un autentico negoziato dalla sua rappresentazione mediatica.

L’avvicinarsi delle elezioni israeliane del 27 ottobre e di quelle di metà mandato statunitensi del 3 novembre renderà questa dinamica ancora più evidente. Trump ha assicurato che non ordinerà nuovi attacchi contro l’Iran prima del voto, parlando di colloqui “produttivi”. Ma una sospensione legata esplicitamente al calendario elettorale non equivale a una soluzione diplomatica. In Israele, allo stesso modo, ogni apertura verso un compromesso viene valutata anche in funzione della campagna elettorale. Nelle prossime settimane assisteremo quindi a segnali contrapposti: dichiarazioni concilianti alternate a minacce, iniziative diplomatiche accompagnate da preparativi militari.

Due delle guerre in corso riguardano direttamente noi europei. Quella in Ucraina investe la sicurezza del nostro continente; quella nel Golfo Persico incide sulle forniture energetiche, sull’inflazione e sulla navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb. Eppure l’Europa continua spesso a subirne tempi e decisioni, più che a determinarli.

È questo il quadro nel quale va letta la competizione fra i tre grandi blocchi di potere: Stati Uniti, Cina e Unione europea. Non siamo ancora davanti a un nuovo ordine internazionale compiuto, ma a una guerra di posizione nella quale ciascuno cerca di occupare lo spazio più favorevole in attesa della mossa altrui. Gli Stati Uniti mantengono la superiorità militare, finanziaria e tecnologica (seppure con un vantaggio su Pechino che si va sempre più assottigliando), ma la loro politica estera appare sempre più condizionata dalle scadenze elettorali e dalla ricerca di risultati immediatamente comunicabili.

La Cina procede invece con un orizzonte molto più lungo. Pechino affianca sistematicamente gli obiettivi politici alla salvaguardia della propria industria, trasformando la capacità produttiva in influenza internazionale. Il settore automobilistico ne è l’esempio più evidente. Le imprese cinesi possono contare su costi inferiori, batterie sempre più performanti e una filiera che va dalle materie prime ai componenti, fino al prodotto finito. L’Europa, che per decenni ha considerato l’automobile uno dei simboli della propria forza industriale, si trova ora a difendere il mercato interno e contemporaneamente a dipendere dalla Cina per una parte essenziale delle tecnologie necessarie alla transizione elettrica.

La visita a Pechino del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič ha prodotto un’intesa preliminare per ridurre le esportazioni cinesi di vetture ibride e ibride plug-in verso l’Unione, agevolare l’accesso di alcuni prodotti europei al mercato cinese e rendere meno restrittive le licenze sulle terre rare. È un risultato utile, perché allontana almeno temporaneamente lo spettro di una guerra commerciale. Ma non modifica il rapporto strutturale fra le parti e mantiene, almeno per il momento, l’Ue sulla difensiva.

La Cina può concedere una riduzione dei flussi senza rinunciare al controllo della filiera, alla propria capacità produttiva e al vantaggio accumulato sulle batterie. L’Europa, invece, rischia di usare dazi e quote per guadagnare tempo senza sfruttarlo per costruire una politica industriale comune. Proteggere il mercato può essere necessario, ma non basta se non si investe in innovazione, energia a prezzi competitivi, materie prime, infrastrutture e produzione continentale.

Anche quanto accade in Brasile si inserisce nel puzzle. Contro le previsioni, Flávio Bolsonaro ha preceduto Lula al primo turno e ha ottenuto il sostegno del terzo classificato, Augusto Cury. Una sua vittoria riporterebbe Brasilia più vicino alla Washington di Trump, ma difficilmente potrebbe cancellare il peso economico raggiunto dalla Cina in America Latina. Le potenze regionali non scelgono più necessariamente un solo campo: cercano di trarre vantaggio dalla competizione fra i maggiori attori.

Rimane infine la Russia, quarto incomodo che non intende rinunciare alla propria vocazione imperialista. Mosca possiede una capacità economica inferiore a quella dei tre grandi blocchi, ma conserva armi nucleari, risorse energetiche e una notevole capacità di destabilizzazione. Putin sfrutta l’urgenza elettorale americana e la dipendenza energetica altrui per ottenere legittimazione senza arretrare davvero sull’Ucraina. Senza dimenticare l’India, forte delle sue dimensioni demografiche ed economiche e, almeno in teoria, punto di riferimento del cosiddetto Sud globale.

In questa guerra di posizione, Stati Uniti e Cina restano davanti, mentre l’Unione europea appare ancora indietro. Non perché le manchino risorse economiche, industriali o tecnologiche, ma perché non riesce a trasformarle in una strategia unitaria. Bruxelles negozia con Pechino, dipende da Washington per la sicurezza e finanzia Kyiv, ma continua a faticare nel definire autonomamente tempi e obiettivi.

Il prossimo ordine mondiale non nascerà da un’unica conferenza di pace, ma da un fragile equilibrio tra rapporti di forza contrapposti. Se l’Europa vuole esserne protagonista, deve smettere di limitarsi a reagire alle mosse degli altri, iniziare ad agire con una sola voce (almeno in settori chiave come sicurezza e difesa) e recuperare la risorsa che Pechino sembra utilizzare meglio di tutti: una visione di lungo periodo.

Il gasolio di Putin nel serbatoio delle midterm. Quanto pesa l’accordo tra Russia e Usa

10 October 2026 at 11:24

Ponti di petrolio. Nelle scorse ore il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato, al termine di una telefonata con l’omologo russo Vladimir Putin, un’intesa per l’immissione immediata sul mercato di 300mila tonnellate di diesel russo, seguite da 500mila a novembre e da un ulteriore milione in una fase successiva. Altri tre milioni potrebbero arrivare se le raffinerie russe saranno in grado di sostenerne la produzione. Per rendere operativo l’accordo, l’amministrazione ha allentato le sanzioni sui carburanti russi, introdotte proprio per privare Mosca delle risorse necessarie a finanziare la guerra, e il Tesoro rilascerà tramite l’Ofac una licenza generale temporanea per le forniture al mercato globale.

La logica dell’operazione è anzitutto domestica. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il caro-carburanti è diventato un dossier politico di primo piano: il diesel ha toccato i 6,53 dollari al gallone alla pompa, con ricadute dirette su trasporto merci e agricoltura. La Casa Bianca cerca un risultato rapido e visibile, e il solo annuncio ha già prodotto un calo delle quotazioni all’ingrosso. Il prezzo politico, però, si è fatto sentire subito anche a Washington, dove diversi membri del Congresso hanno criticato l’intesa, preoccupati di vedere riaperto un canale di entrate per il Cremlino mentre il conflitto prosegue.

Sul piano internazionale, la scelta americana apre crepe nel fronte occidentale. Gli alleati europei puntano da anni a ridurre le entrate energetiche di Mosca attraverso le sanzioni, e Londra ha già fatto sapere che manterrà la pressione sul Cremlino. Durissima la reazione di Volodymyr Zelensky, secondo cui quei proventi finiranno per alimentare la guerra contro l’Ucraina e contro l’Europa. Il leader ucraino è arrivato a dire che la squadra negoziale di Kyiv viene usata “come una cortina fumogena”. E proprio a Kyiv l’amministrazione americana “addossa la colpa”. Nelle scorse settimane la Casa Bianca aveva chiesto all’Ucraina di sospendere gli attacchi contro le raffinerie russe, che hanno ridotto sensibilmente la capacità produttiva di Mosca e che ora rischiano di compromettere i volumi promessi a Washington.  Kyiv, dal canto suo, non arretra. Un alto funzionario ucraino ha confermato che i droni a lungo raggio continueranno a colpire le infrastrutture energetiche russe.

Nel frattempo a Miami i negoziatori di Stati Uniti, Ucraina ed Europa hanno discusso per sei ore con l’obiettivo di definire una proposta comune per porre fine alla guerra. Al tavolo sedevano gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, insieme alle delegazioni di Kyiv e a rappresentanti europei e della Nato. Secondo una fonte a conoscenza dei colloqui citata da Reuters, l’agenda comprendeva garanzie di sicurezza americane ed europee per il dopoguerra, un piano economico per la ricostruzione, un percorso di adesione all’Ue e, sul terreno più delicato, “alcune idee” sulla questione territoriale, oltre a una futura architettura di sicurezza tra Europa e Russia. L’intenzione è arrivare a una proposta condivisa nelle prossime settimane, da sottoporre a Mosca per tentare una svolta prima dell’inverno. Tuttavia, dopo la telefonata con Trump, Putin ha poi escluso una ripresa immediata dei negoziati di pace.

Quel che ne emerge dunque è un quadro paradossale. Washington concede a Mosca un vantaggio economico tangibile proprio mentre costruisce con gli alleati il piano da presentarle, senza ottenere in cambio alcuna apertura diplomatica. L’accordo sul diesel risponde a un’urgenza tutta interna, ma rischia di indebolire la leva negoziale che a Miami si cercava di consolidare.

 

Metti un ragazzo e una donna in cammino verso Compostela

10 October 2026 at 10:34

“A mia madre” è la dedica che il regista Yann Samuell allega in esergo ai titoli di coda di Compostelle. Camminare per salvarsi (2025), tratto da un racconto di Bernard Ollivier (basato su esperienze di recupero di adolescenti problematici). Inoltre, sempre in coda al film, l’autore ci informa come in Francia “ogni anno 3.000 minori finiscano in prigione. Il 70% commette un nuovo reato entro i due anni dal rilascio”. E che esistono centri pronti a offrire diverse soluzioni di reinserimento psico-sociale del “minore deviato”.

Come quello di una associazione (ora entriamo nel film) con educatori adulti esperti, guidati da Paul, che adotta, tra le varie terapie psicologiche, il “viaggio di rottura”. Ossia il distacco da un contesto sociale degradato anche attraverso un percorso fisico, a piedi, di due mesi, a contatto con la natura, altri luoghi, altri incontri: un pellegrinaggio laico lungo il secolare “Cammino di Compostella” di matrice cristiana.

Lo schiaffo della prof

Capita che la docente Fred (una camaleontica Alexandra Lamy: depressa, entusiasta, arrabbiata, romantica), in un momento di nervosismo, abbia allungato uno schiaffo a una studentessa, guadagnandosi la sospensione dalla docenza. La sua amica Nadège, per farla uscire da una minacciosa depressione (Fred ha un rapporto difficile con la figlia adolescente: la ragazza non le parla; suo marito ha un’altra donna), le propone del volontariato in una associazione in cui lavora: proprio quella guidata da Paul. Le viene affidato, nella funzione di angelo custode, il difficile Adam, minorenne, dopo l’ennesimo reato. La giudice, nell’ultima udienza, ha offerto al ragazzo l’estrema chance: il permesso di aderire al “viaggio di rottura” offerto dall’associazione: augurandogli di farne buon uso: altrimenti la prigione sarà inevitabile.

La sceneggiatura deve ovviamente attivare i meccanismi dell’iniziale antipatia/contrasto/avversione, tra la prof – che sta maturando il suo pentimento; che ha preso sul serio l’impegno di “guida” nei riguardi di Adam (elettrico, Julien Le Barre), il ribelle ragazzo, refrattario alle norme, pericoloso nella sua insubordinazione, pronto ad accendersi con iniziative imprevedibili (incluso il furto: ruberà un coltello da una bancarella, in un villaggio).

Se ti attacca un patou

Il viaggio alterna momenti umoristici, poetici, drammatici. Adam, per esempio, si mette a correre su per le colline verdi dei Pirenei gridando alla bellezza della natura, divincolandosi dalla sorveglianza di Fred e dal percorso; seminando Fred (che lo raggiunge, poi, a fatica). Mentre ora sono stesi sull’erba a riprendere fiato, Adam, non soddisfatto dalla bravata, chiama a sé un patou (cane da guardia del bestiame, tipico dei Pirenei), che li sta puntando da lontano, convinto sia pacifico: questo inizia la corsa abbaiando e attaccandoli. Tacchi sul sedere, i due riparano, col fiatone, in una capanna, chiudendo la porta di legno due secondi prima che il cagnaccio ci metta il dentro il muso azzannando qualche parte del loro morbido corpo. Il mattino dopo, appare un burbero e imponente allevatore, che prima li libera dal feroce cane, e poi li invita in casa, a colazione.  E Adam, cui piace “rappare”, scopre come l’uomo abbia una vasta e insospettata cultura musicale underground! Diventano amici. Il giorno dopo l’uomo insegna ad Adam come dare il mangime alle sue mucche.

Un altro incontro formativo per Adam sarà con Estella, una serena e sorridente adolescente, con una gamba di acciaio (“quella vera l’ho persa in un incidente”). Ma Adam continua a disobbedire a Fred. Le sue ripetute fughe e “sparizioni”, mentre attraversano campi, villaggi e cittadine, lungo il Cammino, portano a un momento di estrema tensione tra i due. Fred, veramente scocciata, gli lancia un ultimatum, sul ponte di una cittadina: “Sono stanca. Non mi segui? Me ne vado per conto mio. Tu finirai male”.

Il coltello sul tavolo

Poi si ritrovano, in un’altra “stazione”, in un albergue di un altro villaggio.  Si guardano a muso storto. Adesso sono seduti al tavolo della cucina, spazio comune per i pellegrini. Adam pone il coltello (rubato) al centro del tavolo e lo fa ruotare velocemente, come la lancetta di una bussola impazzita: manico e lama. Adam: “Obbligo o verità!”. A turno, a seconda di come si fermi la punta della lama, indicando uno dei due, prendono la parola. Si confessano a vicenda. Adam tirerà fuori la sua rabbia repressa. “Nessuno mi crede. Nessuno si accorge di me”. Non si sente amato. Non ha mai accettato che suo padre non lo cercasse. Fred parla dei suoi fallimenti come moglie e madre.  Ora i due sono più vicini. Quasi madre e figlio. Adam sta maturando.

Al termine del viaggio, all’arrivo a Compostela, eccoli ridenti e felici nella piazza davanti alla Cattedrale di San Giacomo. Immersi dentro una folla colorata e allegra di pellegrini. Di ogni età. Tutti festeggianti la fine del cammino (qui la camera, “scesa” dal cielo e dalle colline, è a mano, addosso agli attori e alle comparse).  Adam: “Mi sta venendo quasi la voglia di pregare” / Fred: “Neanche Dio ci crederebbe!”. Ridono.

L’aggressione e la reazione

È sera. Adam ha incontrato di nuovo Estella, si abbracciano. Si è unito al suo gruppo. Vanno a festeggiare per le vie della cittadina. Fred, vuole riflettere, e passeggia da sola per i vicoli. Forse sta pensando a sua figlia, che se ne è andata a studiare in Canada. Improvvisamente, viene aggredita da uno scippatore, intenzionato a strapparle lo zainetto. Finisce in terra, cerca di difendersi. Adam con i suoi amici, in quel momento, passa per quel vicolo. Egli interviene e picchia selvaggiamente il ladro, lo sta quasi massacrando: ha tirato fuori tutta la sua rabbia ancora repressa. Viene fermato dai suoi amici e da Fred che si è rialzata da terra.

Davanti alla giudice, cui per la prima volta Adam si rivolge con parole appropriate e tono educato (“Onorevole giudice…”), riconosce che “ho sbagliato” e che è pronto “a pagare”. I presenti, Paul e Fred, intervengono, non richiesti, dichiarando alla giudice come egli abbia difeso Fred colpita a terra. Viene intimato loro di tacere. La giudice ha ascoltato, ha osservato. Le basta. Ora pensa. Titoli di coda. Lo spettatore lascia la sua poltrona, completando il film nella sua testa.

Tutti a Compostela: dal Medioevo a oggi

Il “Cammino di Compostela”, noto pellegrinaggio religioso, molto frequentato sin dall’alto Medioevo (vi si recò anche San Francesco) fino al Rinascimento, poi dimenticato dopo la Rivoluzione francese, sostituito nell’Ottocento e Novecento dall’interesse per i luoghi mariani delle apparizioni – Lourdes, La Salette, Fatima, Parigi -, è tornato in auge solo a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, anche grazie alle visite dei pontefici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Da Buñuel a Samuell

Nel cinema se ne parla, ad esempio, nel finale del dissacrante La via lattea (1969) di Luis Buñuel: due mendicanti di oggi, intenti ad andarci solo per racimolare denari, non vi arriveranno mai, distolti da una prostituta (“Che ci è andata a fare, non ci sono pellegrini, sono dovuta venire qui” dice la donna, che “lavora” sulla strada provinciale, accanto alla sua automobile, alle porte della cittadina). O nel più recente, Buen camino (2025), di Checco Zalone, in cui un improbabile ricco e ignorante uomo di mezza età, grazie al percorso, si spoglia del suo pressappochismo narcisistico e ritrova sua figlia nel proprio cuore.

Più filosofico, torniamo a noi, pur intrecciando umorismo e momenti di tensione, orientato a gettare prima il sale e poi, solo alla fine – quasi un premio sceso dal cielo anche per i non credenti -, un fresco balsamo sulle ferite ancora aperte della vita dei due protagonisti, ci appare l’elaborato racconto di Samuell. Travaglio interiore, solitudine, amicizia, liti, fatica fisica, pazienza, confessioni, riappacificamenti: una galassia di sentimenti – spiazzante metafora della vita – non semplice da ricreare su un set. Un meccanismo semplice ma non prevedibile, chiuso da uno degli happy end più naturale e anti-meccanico degli ultimi decenni.

Viaggio di formazione

Oggi, molti praticano il “Cammino” non per spirito di preghiera, ma attratti da motivi turistici e culturali. Samuell – felice di approvare esteticamente tutti i voli radenti in planata e poi chiusi in rapidi CLL della camera-drone di Vincent Gallot: sfrontato cameraman turistico -, per evitare equivoci, inserisce nel plot un motivo narrativo profondo, inatteso e, se volete, dal delicato aroma di suspense. È il motorino d’avviamento della sua drammaturgia: quello, appunto, del cambiamento, della rinascita di un adolescente. A essere severi è un prevedibile motivo-esca situazionista, finalizzato a elettrizzare l’empatia della sala, ma funziona. Infatti, tutti noi speriamo, prima o poi, nel “recupero” di Adam, nel suo inserimento in un tessuto sociale sano da cui rischiava di rimanere tagliato fuori per tutta la vita. Che avverrà. Nel sottofinale, lavora come aiuto-fisioterapista delle gambe: ora è al servizio del “cammino” altrui.

Insomma, per Adam è stato un autentico viaggio di formazione psicologico e pedagogico, targato terzo millennio. “Viaggio”, del resto, anche per la matura docente Fred: forse per lei dovremmo definirlo “corso di Lifelong Learning”.

Dark Clark, fronti fittizi e firme inesistenti. La nuova grammatica dell’IA nella guerra cognitiva

10 October 2026 at 09:59

C’è un dettaglio, nel rapporto che OpenAI ha pubblicato l’8 ottobre, che vale più di molte previsioni sul futuro della guerra cognitiva . Gli operatori russi dell’operazione battezzata “Dark Clark” non usavano ChatGPT soprattutto per fabbricare propaganda, ma per scrivere i rapporti destinati ai propri superiori. E in quei rapporti si attribuivano meriti che non avevano: rivendicavano come frutto del proprio lavoro argomenti che Buenos Aires sostiene da decenni sulle Malvinas, o servizi della stampa brasiliana che si limitavano a citare il video di un prigioniero. Un’operazione d’influenza rivolta, prima ancora che al pubblico latinoamericano, ai propri committenti a Mosca.

L’aneddoto non è folclore burocratico. Racconta con precisione che cosa sia oggi l’intelligenza artificiale (IA) nelle mani degli apparati che conducono la guerra ibrida: non un’arma nuova, ma un acceleratore di processi antichi. Lo scrive la stessa OpenAI: queste operazioni assomigliano in modo impressionante alle campagne complesse dell’era pre-IA, con la differenza che l’IA rende più agevoli alcuni passaggi del lavoro. Chi si aspettava la rivoluzione degli eserciti di bot onniscienti deve prendere atto che la vera innovazione è un’altra, ed è più insidiosa.

Dalla quantità alla credibilità

Il dato strategico più rilevante del rapporto non riguarda la tecnologia, ma la distribuzione. Analizzando le trenta operazioni d’influenza smascherate negli ultimi due anni e mezzo, OpenAI osserva che quelle affidate soltanto ai social network non superano la terza categoria della Breakout Scale, mentre quelle che riescono a collocare i propri contenuti in testate reali raggiungono la quarta e la quinta. «Dark Clark» è la prima operazione di categoria 5 mai interrotta dall’azienda; l’iraniana «Bogus Bylines» si è fermata alla quarta.

È la conferma di un passaggio d’epoca. La stagione di Doppelgänger, con i cloni dei siti di Le Monde e Der Spiegel e le campagne a pagamento per spingerli, puntava sul volume. La nuova stagione punta sulla facciata: un’entità credibile, un nome, una firma, un istituto, che possa bussare alla porta di una redazione o di una scuola e ottenere ciò che nessun bot può comprare, cioè la fiducia di un intermediario umano. È la logica delle «misure attive» sovietiche, aggiornata ai costi marginali quasi nulli della produzione testuale.

Tre architetture della finzione

La prima è il think tank con personale ignaro. Gli operatori russi controllavano il Social Research Center, una piattaforma di ricerca latinoamericana dedicata alla diaspora indiana e ai rapporti tra l’India e la regione, attraverso una persona fittizia, «Mia Clark». I dipendenti sul campo, a quanto risulta, non sapevano per chi lavorassero: intervistavano esperti e redigevano studi in buona fede, oltre sessanta articoli in gran parte originali. Intorno a questa facciata ruotavano i colpi veri. A maggio, una falsa e-mail della Direzione regionale dell’educazione di Lima ha invitato le scuole a celebrare l’Ucraina citando Stepan Bandera; alcune hanno risposto inviando le foto. La vicenda è rimbalzata sulla stampa peruviana e polacca, fino a provocare la proposta di un eurodeputato polacco di dichiarare persona non grata chi manifesta «antipolonismo». In Ecuador, un’altra e-mail falsa ha spinto alcune scuole a un giuramento di fedeltà al presidente Noboa e a Erik Prince, costringendo la ministra dell’Istruzione a una smentita pubblica. In Bolivia, nel pieno delle proteste, un falso audio attribuito a un dipendente dell’azienda idrica annunciava il taglio dell’acqua a La Paz. La filiera rimanda a «Politology», la struttura che diverse inchieste indicano come erede della galassia di Prigozhin, e il modello ricalca PeaceData, il falso giornale che nel 2020 reclutava reporter inconsapevoli.

La seconda architettura è il giornalista inesistente. «Bogus Bylines» ha gestito sette firme di presunti freelance occidentali, che dal luglio 2025 hanno collocato quasi cento articoli su oltre una dozzina di testate di politica internazionale, con un’impennata dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran. ChatGPT serviva a confrontare le bozze con i criteri editoriali di ciascuna testata e a scrivere le e-mail di proposta ai direttori. Una delle testate contava quasi due milioni di follower su Facebook. È la versione industriale di Alice Donovan, la finta giornalista dietro cui operava l’intelligence militare russa nel 2016-17. Il dettaglio più istruttivo è che i commenti generati in serie sui social non hanno prodotto quasi nulla, mentre gli articoli firmati sono entrati nel circuito dell’informazione: la credibilità rende, il rumore no.

La terza è il think tank di cartapesta. L’International Burke Institute, smascherato ad agosto , si presentava come comunità di esperti con sede in Israele, esibiva un «indice di sovranità» che collocava la Russia davanti alle democrazie occidentali e annoverava tra i propri autori, a loro insaputa, nomi come Fukuyama e Chomsky. Qui l’IA serviva soprattutto alla promozione, mentre i contenuti erano in larga parte plagiati. Eppure ancora a settembre una testata online trattava quell’indice come uno strumento serio: il riciclaggio informativo funziona anche quando la facciata è fragile.

Che cosa fa davvero l’IA

Se si scompone il lavoro di queste reti, il contributo dell’intelligenza artificiale è riconoscibile e circoscritto. Offre fluidità linguistica, perché un operatore a Mosca può chiedere di tradurre un testo in spagnolo ecuadoriano o di imitare lo stile di un ufficio pubblico peruviano. Offre conformità editoriale, perché un pezzo può essere tagliato su misura per le linee guida di ogni redazione. Offre scala, perché una piccola cellula può mantenere vive più identità contemporaneamente. E offre una burocrazia a basso costo: rendiconti, presentazioni, metriche gonfiate per chi paga.

Il vantaggio è un’asimmetria di costi. Produrre una facciata credibile costa sempre meno, mentre verificarla costa sempre di più a redazioni sottodimensionate, scuole, amministrazioni e piattaforme. Ma il punto vulnerabile non è tecnologico. È istituzionale: la fiducia con cui un preside esegue una circolare, la disponibilità di una piccola testata a pubblicare un collaboratore gratuito, l’assenza di qualsiasi controllo sull’identità di chi propone un articolo. La guerra cognitiva contemporanea non attacca le menti una per una; attacca i protocolli di fiducia attraverso cui le società si informano. E la frontiera successiva è già visibile: la rete «Pravda», inondando il web di contenuti pensati più per i crawler che per i lettori, ha mostrato come il bersaglio del riciclaggio informativo possa diventare la macchina stessa, il chatbot che poi restituisce quei contenuti come fatti .

La lezione per chi difende

La prima lezione è che l’esposizione pubblica funziona. Alice Donovan e PeaceData cessarono le attività dopo essere state smascherate, perché un’operazione fondata sulla copertura non sopravvive alla perdita della copertura. L’attribuzione tempestiva e documentata è un deterrente, a condizione che governi, piattaforme, aziende di IA e ricercatori condividano le informazioni invece di custodirle ciascuno nel proprio silo.

La seconda è che la difesa va spostata sugli intermediari. Servono procedure minime di verifica dell’identità dei collaboratori esterni nelle redazioni, sistemi di autenticazione della posta elettronica nelle amministrazioni e nelle scuole, canali rapidi di smentita istituzionale. Sono misure poco spettacolari, ma colpiscono proprio il punto in cui queste operazioni trasformano una falsità in un fatto pubblico.
La terza riguarda chi analizza. Gli operatori gonfiano il proprio impatto per compiacere i superiori: l’analista che prende per buone quelle rivendicazioni, o che descrive ogni campagna come un successo devastante, completa il lavoro dell’avversario. L’obiettivo di fondo della guerra cognitiva è la sfiducia generalizzata, l’idea che nulla sia credibile. Sopravvalutare il nemico serve quella causa quanto sottovalutarlo.

Resta un paradosso che merita attenzione. Affidando ai modelli linguistici la propria contabilità interna, gli operatori hanno aperto una finestra sul loro back office: il rapporto scritto per il capo è stato letto anche da chi li osservava. L’intelligenza artificiale moltiplica la capacità offensiva, ma lascia tracce. Per i servizi e per le democrazie la sfida dei prossimi anni sarà imparare a leggerle prima che una falsa circolare arrivi in una scuola italiana.

Per approfondire:

Dietro le quinte della guerra cognitiva. Come Mosca istruisce i suoi narratori italiani

Contro la guerra cognitiva russa serve una contro-narrativa. L’analisi di Pagani

L’Ombra del Cremlino. Anatomia della guerra cognitiva russa dall’Italia all’Europa

La legge elettorale e i nuovi equilibri del potere. Cosa cambia secondo Castellani (Luiss)

10 October 2026 at 08:55

C’è una politica che cerca di darsi nuove regole e un’altra che, quando le regole non bastano più, rivendica il diritto di superarle. È dentro questa tensione che si muove il dibattito italiano sulla legge elettorale, ma anche una trasformazione più profonda degli equilibri di potere. Il voto sulla nuova architettura elettorale riapre la partita delle alleanze, ridisegna le convenienze dei leader e lascia sullo sfondo la questione decisiva: quanto contano le regole quando la politica deve misurarsi con emergenze economiche, guerre e instabilità internazionale? Per Lorenzo Castellani, politologo e docente alla Luiss, la nuova legge elettorale non va letta soltanto come uno strumento per stabilire chi governerà. È anche il prodotto di un’impasse istituzionale più ampia, nella quale l’incapacità di realizzare riforme strutturali spinge a intervenire sui meccanismi del consenso. Una riflessione che si salda ai temi del suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, pubblicato da Liberilibri: un’indagine sul ritorno della necessità politica e sul rischio che l’eccezione diventi la nuova normalità.

Castellani, partiamo dalla legge elettorale. È una riforma capace di dare stabilità al sistema oppure è possibile che si rivelerà controproducente come sostiene l’opposizione?

Non sono negativo sul nuovo impianto. È una legge elettorale flessibile: se uno dei due poli arriva al 42%, può garantire un vincitore con una maggioranza stabile; se invece non emerge una maggioranza dalle urne, resta spazio per gli accordi parlamentari. Non è necessariamente un difetto. Il sistema lascia aperti diversi scenari e non impone un esito predeterminato.

Le critiche riguardano anche la parità di genere e il rischio di una legge costruita su misura per il centrodestra. Sono obiezioni fondate?

Non condivido la critica sulla parità di genere: la previsione consente di avere metà dei capilista uomini e metà donne. Quanto al centrodestra, non credo sia una legge confezionata per favorirlo. La dinamica delle coalizioni sarebbe stata presente anche con la legge precedente. E il premio può andare anche al centrosinistra, se sarà quest’ultimo a conquistare le condizioni per ottenerlo. Non vedo, quindi, un meccanismo che assegni in partenza la vittoria a una parte.

La partita sembra comunque ruotare intorno a Giorgia Meloni. Che cosa ci dice questa riforma sul suo ruolo nel centrodestra?

Il messaggio è chiaro: Meloni è la leader riconosciuta del centrodestra. Dopo quattro anni di governo, e nonostante la sconfitta al referendum sulla giustizia, conserva una presa politica che non era scontata. La legge le offre margini per valutare le diverse opzioni: decidere se aprire a Roberto Vannacci, capire quali equilibri si determineranno nel campo avversario e osservare come si muoveranno gli altri protagonisti. Non è costretta a sciogliere subito tutti i nodi.

Vannacci, alla luce di questa nuova legge elettorale, che ruolo assume?

Bisogna capire se quel 6-7% sia una quota destinata a crescere oppure un consenso che, pur non aumentando, può risultare decisivo per vincere. Se Fratelli d’Italia resta intorno al 27%, la gestione di Vannacci non è necessariamente difficile. Se invece la sua crescita dovesse arrestarsi, Meloni avrebbe maggiore libertà di scelta: potrebbe decidere più agevolmente se tenerlo dentro la coalizione o lasciarlo fuori. Molto dipenderà anche da ciò che accadrà dall’altra parte.

In che senso?

Se il riferimento del centrosinistra dovesse diventare Giuseppe Conte, si aprirebbe una dinamica interessante anche sul piano delle relazioni internazionali e della collocazione politica. Conte e Vannacci hanno entrambi posizioni che possono essere definite filorusse, pur partendo da percorsi e culture differenti. Questo potrebbe rendere meno semplice per il centrosinistra trasformare la politica estera in una linea di divisione netta rispetto al centrodestra. E al contempo Conte sdoganerebbe Vannacci all’interno di un’eventuale coalizione di governo di centrodestra.

Secondo lei con l’approvazione della legge elettorale si è allungata la legislatura?

È possibile che sposti in avanti la prospettiva della fine della legislatura. Ma non bisogna attribuire tutto alla legge elettorale. Le variabili decisive saranno l’andamento dell’economia, l’inflazione e le condizioni internazionali. Un governo può avere una maggiore convenienza a proseguire il proprio percorso, ma deve fare i conti con la realtà economica e con gli eventi esterni.

Dal confronto elettorale al quadro internazionale. Nel suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, sostiene che stiamo entrando in una fase nella quale il potere politico rivendicherà maggiore libertà d’azione. Che cosa è cambiato?

Per molto tempo abbiamo pensato che la politica potesse essere addomesticata da due forze: da un lato il mercato, dall’altro il sistema dei diritti. L’idea era che la competizione economica e le garanzie giuridiche potessero contenere la discrezionalità dei governanti. Ma il ritorno delle guerre, le pressioni migratorie e le emergenze economiche ed energetiche stanno cambiando il quadro. I governi saranno sempre più portati a utilizzare strumenti eccezionali, a derogare alle prassi ordinarie, a cercare di superare il filtro dei giudici e a ricorrere a una legislazione più assertiva, più direttamente legata alle proprie priorità politiche.

Il rischio è che l’emergenza diventi una giustificazione permanente?

Esattamente. Quando le emergenze si moltiplicano, la tentazione è quella di considerare l’eccezione come una modalità ordinaria di governo. Il potere cerca di liberarsi dai vincoli che rallentano le decisioni e di intervenire con maggiore rapidità. Ma il problema è capire dove si arresti questa discrezionalità. In nome della ragion di Stato si possono assumere decisioni necessarie, ma si può anche concentrare un potere eccessivo nelle mani di chi governa.

Che cosa può impedire questa deriva?

La capacità del leader di autocontrollarsi. Nel libro richiamo figure come Charles de Gaulle e Winston Churchill, che si trovarono a governare in contesti straordinari e dovettero misurarsi con il rapporto tra autorità, responsabilità e necessità politica. Non basta che un leader abbia la possibilità di decidere: conta il modo in cui esercita quel potere, la consapevolezza dei suoi limiti e la capacità di distinguere l’interesse dello Stato dalla convenienza contingente del governo.

Questa nuova stagione può portare i governi a entrare in conflitto anche con le corti costituzionali e con il potere giudiziario?

È uno scenario possibile, e in diversi contesti vediamo già tensioni di questo tipo. In nome dell’eccezionalità dei fenomeni, alcune leadership cercheranno di rivendicare decisioni più forti, anche in contrasto con pronunce delle corti, sostenendo che le procedure ordinarie non siano sufficienti a risolvere i problemi. Il punto è che la ragion di Stato non può diventare una formula magica con cui sottrarsi a ogni controllo. Più aumenta la discrezionalità politica, più diventa importante interrogarsi sui limiti e sulle responsabilità di chi la esercita.

Nel libro la metafora della “riserva di carica” richiama una forza che resta nascosta finché non arriva il momento di utilizzarla. È questa la condizione degli Stati contemporanei?

La metafora indica proprio la capacità dello Stato di attingere a una riserva di potere quando la vita politica ordinaria entra in crisi. La guerra è il fattore che più potentemente attiva questa dimensione, ma non è l’unico. Anche le minacce ibride, gli attacchi alle infrastrutture, le operazioni d’influenza e le crisi della sicurezza possono spingere i governi a rivendicare strumenti straordinari. Il problema è che una riserva pensata per le situazioni eccezionali può finire per essere utilizzata sempre più spesso.

Qual è, allora, la sfida per l’Europa?

Gli europei devono tornare a ragionare anche attraverso queste categorie, senza rimuovere il problema del potere e della sicurezza. Per molto tempo abbiamo pensato che il diritto e le istituzioni fossero sufficienti a governare ogni crisi. Oggi dobbiamo riconoscere che esistono situazioni nelle quali la politica rivendica margini di autonomia più ampi. Ma riconoscere questa realtà non significa rinunciare allo Stato di diritto. La sfida è trovare un equilibrio tra la capacità di decidere e la necessità di impedire che l’eccezione diventi la regola.

Vi racconto la guerra della Noce Moscata. Scrive Vecchiarino

10 October 2026 at 08:34

Se oggi andate in un qualsiasi supermercato potete comprare con pochi euro un vasetto di noce moscata. Nel Seicento, invece, lo stesso vasetto valeva una fortuna dato che quella stessa spezia era uno dei beni più preziosi e ricercati d’Europa. La noce moscata, infatti, era considerata un lusso raro e dalle qualità quasi miracolose, al punto che mercanti, navigatori e avventurieri erano disposti a rischiare la vita pur di procurarsela. Il suo valore crebbe ulteriormente nell’Inghilterra elisabettiana, quando molti medici iniziarono a sostenere che la noce moscata potesse rappresentare una difesa efficace contro la peste, la terribile epidemia che “iniziava con uno starnuto e finiva con la morte”. Convinti delle sue proprietà terapeutiche, i ceti più ricchi la cercavano con frenesia, contribuendo a trasformarla in una delle spezie più costose e ambite dell’epoca. Ma partiamo dalla pianta.

MYRISTICA FRAGRANS

Il nome botanico Myristica fragrans deriva dal greco myron, termine che indicava balsami, oli e unguenti profumati, mentre fragrans proviene dal latino fragrare, cioè “emanare profumo” o “essere odoroso”. Questa fragranza sarebbe dovuta soprattutto al linalolo, una sostanza naturale appartenente agli alcoli terpenici, nota per il suo profumo floreale con leggere note speziate. Quanto al nome comune “noce moscata”, secondo una delle interpretazioni più diffuse deriverebbe dal termine medievale nuces muscatae, cioè dal profumo e aroma muschiato della spezia, simile a quello delle uve moscate. Secondo altri studiosi, invece, il nome deriverebbe da Mascate, capitale dell’Oman, antico centro dei commerci delle spezie: “moscata” significherebbe quindi “proveniente da Mascate”.

LE ISOLE DI BANDA

In realtà la noce moscata è originaria delle Isole di Banda, un gruppo di dieci piccole isole vulcaniche situate nell’omonimo Mar di Banda, facenti parte del grande arcipelago indonesiano delle Molucche, e sono state l’unica fonte di produzione di noce moscata fino alla metà del diciannovesimo secolo.

I PRIMI COMMERCI

Le origini del commercio della noce moscata risalgono a un’epoca remota, quando le Isole Banda, ancora ricoperte da foreste incontaminate, furono raggiunte dai primi navigatori provenienti da Giava. In seguito, mercanti cinesi e arabi integrarono l’arcipelago in una vasta rete commerciale che collegava il Sud-est asiatico ai mercati del Medio Oriente e del Mediterraneo. Furono soprattutto gli arabi a diffondere la preziosa spezia verso occidente, facendola giungere nei grandi centri commerciali del Levante, dell’Egitto e di Costantinopoli, dove veniva acquistata dai mercanti della Repubblica di Venezia. Tuttavia, né i veneziani né molti degli intermediari coinvolti conoscevano con certezza la reale provenienza della spezia. Se qualcuno ne era a conoscenza, preferiva custodire gelosamente il segreto. Si sapeva soltanto che arrivava da terre lontane d’Oriente: forse dalla Cina, forse dal Giappone, o da qualche altro luogo misterioso situato oltre gli orizzonti allora conosciuti.

GUARDAGNO DEL 60.000%

Una cosa, però, la conoscevano bene: la noce moscata era una fonte di guadagni straordinari. Nelle isole Banda, dieci libbre di questo prezioso prodotto si acquistavano per meno di un penny inglese, per poi essere rivendute altrove con margini enormi. A Londra la noce moscata era venduta a più di due sterline e dieci scellini, con un guadagno pari a uno sbalorditivo 60.000 per cento. Un sacchetto bastava a sistemare una persona per il resto della sua vita e a permettergli di acquistare un’abitazione signorile e di giovarsi di un servitore.

IL CONTROLLO DEL COMMERCIO DELLE SPEZIE

Per capire l’entità del mercato delle spezie basta pensare che la Repubblica di Venezia aveva costruito gran parte della propria prosperità sul controllo del commercio di questi prodotti: non era soltanto la noce moscata a giungere in Europa attraverso le complesse reti commerciali che collegavano l’Asia al Mediterraneo, ma anche pepe, cannella, chiodi di garofano, zafferano e zenzero. Dopo aver attraversato il Medio Oriente, queste merci approdavano nei porti veneziani, da cui venivano redistribuite in tutto il continente mediante l’efficiente sistema mercantile ideato dalla Serenissima, generando profitti considerevoli e consolidandone la posizione egemonica nel commercio delle spezie. Non sorprende, pertanto, che tra il XIII e il XV secolo Venezia fosse impegnata in una lunga competizione con la Repubblica di Genova proprio per il controllo delle rotte commerciali del Levante e del Mar Nero, vie strategiche attraverso le quali transitavano le preziose merci provenienti dall’Asia. Una rivalità che contribuì a plasmare gli scambi economici e gli assetti geopolitici del Mediterraneo medievale. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.

VACILLA L’EQUILIBRIO

Alla fine del 1511 questo equilibrio però iniziò a vacillare. I mercanti veneziani appresero che una spedizione portoghese aveva raggiunto direttamente le Isole di Banda e acquistato un intero carico di noce moscata alla fonte, aggirando gli intermediari tradizionali. La notizia era tanto più sorprendente perché, fino ad allora, la reale origine della spezia era avvolta nel mistero: pochi conoscevano il luogo da cui proveniva e chi ne possedeva il segreto lo custodiva gelosamente. Ma ancora più destabilizzante fu il mutamento geoeconomico: dopo più di quattro secoli il monopolio veneziano era stato interrotto e da quel momento iniziò la guerra delle spezie che modificò profondamente gli equilibri economici e commerciali.

L’EPOCA DELLE GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE

Il Portogallo, infatti, spinto dalla ricerca di nuove rotte commerciali verso l’Asia e dal desiderio di aggirare gli intermediari arabi e veneziani che controllavano il commercio delle spezie, aveva avviato nel XV secolo una serie di esplorazioni lungo le coste africane dando inizio all’epoca delle grandi scoperte geografiche. Grazie ai progressi nella navigazione e al sostegno della Corona, in particolare da parte di Enrico il Navigatore, i marinai portoghesi, al grido di «Christos e espiciarias!» «Per Cristo e le spezie!», aprirono nuove vie marittime che avrebbero cambiato per sempre i rapporti tra Europa, Africa e Asia, dando inizio all’espansione europea su scala globale.

LA SVOLTA PORTOGHESE

Poi nel 1512 avvenne la svolta.  Alcune navi portoghesi, guidate da piloti locali, raggiunsero le Isole Banda. Era la prima volta che gli europei arrivavano nel luogo d’origine della noce moscata. Trovarono nel porto anche giunche cinesi, segno che l’arcipelago era già pienamente inserito nelle reti commerciali asiatiche. Gli abitanti locali accolsero i portoghesi senza ostilità e permisero loro di acquistare la spezia.

CHIODI DI GAROFANO

Tuttavia, la spedizione ebbe sviluppi imprevisti: una nave portoghese naufragò e il capitano Francisco Serrão fu salvato da pescatori locali e trasportato sull’isola di Ambon, situata sempre nel Mar di Banda. Da Ambon Serrão giunse poi sull’isola di Ternate, dove il sultano locale, coinvolto in rivalità con la vicina Tidore, vide nei portoghesi potenziali alleati militari e commerciali. Li invitò quindi a stabilirsi sull’isola e consentì loro di costruire un forte. In questo modo, quasi casualmente, i portoghesi misero piede anche nel cuore della regione di produzione dei chiodi di garofano, altra spezia preziosissima, originaria di alcune piccole isole vulcaniche delle Molucche settentrionali. Per decenni i portoghesi concentrarono i propri interessi su Ternate e sul commercio dei chiodi di garofano, inviandoli a Goa e poi a Lisbona.

Il FALLIMENTO DEL MONOPOLIO

Quando nel 1529 i portoghesi tentarono di insediarsi stabilmente nelle Isole Banda, la situazione cambiò. I portoghesi provarono a costruire un forte a Banda Neira, l’isola dotata del porto migliore, convinti di poter controllare da lì l’intero arcipelago. Gli abitanti, però, pur disponibili al commercio, rifiutarono la presenza militare permanente di una potenza straniera. Durante i lavori di fortificazione, le truppe lusitane furono attaccate e costrette a ritirarsi. Da quel momento tornarono solo sporadicamente nelle Banda, preferendo acquistare la noce moscata attraverso intermediari di Ternate e Ambon. Il loro tentativo di imporre un monopolio diretto fallì.

L’ETA’ D’ORO DEL PORTOGALLO

Nonostante questo insuccesso, il XVI secolo rimase l’età d’oro del Portogallo nelle rotte tra Europa e Asia. Le caracche portoghesi collegavano Lisbona, Goa e Malacca trasportando pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, cotone, seta e porcellane. Il controllo portoghese sulla rotta del Capo di Buona Speranza, legittimato anche dal papato con il Trattato di Tordesillas del 1494, garantiva a Lisbona un vantaggio considerevole. Tuttavia, altre potenze marittime europee iniziarono presto a cercare vie alternative verso l’Oriente.

LA ROTTA ARTICA INGLESE

Gli inglesi tentarono inizialmente la rotta artica del passaggio a nord-est. Nel 1553 tre navi al comando di Sir Hugh Willoughby, partirono verso il Mare del Nord e il Mare di Norvegia, nella speranza di raggiungere i ricchi mercati di spezie dell’Asia evitando l’Africa e le rotte controllate dai portoghesi. La spedizione si concluse tragicamente: due navi furono ritrovate sulla penisola di Kola con gli equipaggi morti di fame, freddo o intossicazione. La terza nave raggiunse invece il Mar Bianco e, attraverso Mosca, stabilì contatti commerciali con la Russia di Ivan il Terribile. Da quel fallimento nacque la Muscovy Company, prima grande compagnia commerciale inglese. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.

L’OLANDA SCENDE IN MARE

Nel frattempo, il quadro politico europeo mutava profondamente. Dal 1568 le Province Unite dei Paesi Bassi si ribellarono alla monarchia spagnola, dando inizio alla lunga guerra d’indipendenza olandese. Nel 1580 il Portogallo passò sotto la corona spagnola per unione dinastica, diventando così nemico anche degli olandesi. Questa situazione spinse i mercanti e navigatori olandesi a cercare un accesso autonomo alle ricchezze dell’Asia.

JAN HUYGEN VAN LINSCHOTEN

In tal senso un ruolo decisivo fu svolto da Jan Huygen van Linschoten. Dopo aver lavorato per anni nei territori portoghesi, in particolare a Goa, van Linschoten aveva raccolto una grande quantità di informazioni sulle rotte marittime, sui porti e sul commercio delle spezie. La sua opera, L’Itinerario, pubblicata alla fine del XVI secolo, rivelò agli europei settentrionali le vie segrete dei portoghesi e mostrò che il loro monopolio non era così solido come appariva. Van Linschoten indicò anche rotte alternative, tra cui quella attraverso lo stretto della Sonda, evitando Malacca. Altri suoi documenti e resoconti contribuirono direttamente all’espansione olandese nell’Oceano Indiano.

IL PRIMO VIAGGIO OLANDESE

Fu così che, seguendo le indicazioni di van Linschoten, le prime navi olandesi giunsero a Giava nel 1595. L’esito della spedizione fu difficoltoso e violento: gli olandesi ebbero contrasti con la popolazione locale di Bantam, arrivando a bombardare la città e a compiere massacri. Nonostante la scarsità del carico e le pesanti perdite umane, i profitti furono comunque elevati, grazie all’enorme valore delle spezie in Europa. Negli anni successivi partirono numerose spedizioni olandesi, al punto che i mercanti dei Paesi Bassi iniziarono a farsi concorrenza tra loro, facendo salire i prezzi nei porti asiatici.

LA COMPAGNIA OLANDESE DELLE INDIE ORIENTALI

Per mettere ordine in questo sistema nacque nel 1602 la Vereenigde Oostindische Compagnie, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, nota come VOC. Fu una delle prime grandi società per azioni della storia e disponeva di poteri quasi sovrani: poteva stipulare trattati, costruire fortezze, mantenere eserciti, condurre guerre e amministrare territori. La VOC rappresentò una forma precoce di multinazionale coloniale, sostenuta da capitali enormi e da un mandato politico-militare esplicito: colpire gli interessi portoghesi e spagnoli e conquistare il controllo delle rotte commerciali orientali.

OBIETTIVO ISOLE DI BANDA

E proprio le Isole Banda divennero rapidamente uno degli obiettivi principali della Compagnia. Le prime navi olandesi arrivarono nell’arcipelago nel 1599. Inizialmente si limitarono ad acquistare la noce moscata dagli abitanti locali, ma l’obiettivo della VOC era molto più ambizioso: imporre un monopolio globale sulla produzione e sulla vendita della spezia. Nel 1609 una grande flotta olandese, con circa mille soldati, giunse davanti a Banda. Il comandante Pieter Verhoef rimproverò i capi locali per aver commerciato con altri stranieri e annunciò la costruzione di un forte a Banda Neira. Gli abitanti delle Banda, contrari alla presenza militare olandese, attirarono Verhoef e altri ufficiali in un’imboscata e li uccisero. A differenza dei portoghesi, però, gli olandesi non si ritirarono. Completarono la costruzione del forte, poi si vendicarono con estrema brutalità, incendiando villaggi e massacrando uomini, donne e bambini. Dopo poche settimane, gli abitanti furono costretti ad arrendersi. Banda Neira divenne così il primo possedimento stabile olandese in Asia. Il controllo della VOC, tuttavia, non era ancora totale. Alcune isole, in particolare Run e Ai, restavano fuori dalla piena autorità olandese e continuavano a commerciare con altri mercanti, soprattutto inglesi.

LA COMPAGNIA INGLESE DELLE INDIE ORIENTALI

Infatti, anche l’Inghilterra era entrata nella competizione asiatica. Dopo il fallimento della rotta artica di Sir Hugh Willoughby, ma soprattutto dopo le epiche imprese corsare di Francis Drake e la sconfitta dell’Armada spagnola nel 1588, la flotta inglese acquisì nuovo slancio. Nel 1600 la regina Elisabetta I autorizzò la fondazione della East India Company, la Compagnia inglese delle Indie Orientali, a cui conferì il monopolio completo del commercio nell’Oceano Indiano.

GLI INGLESI NELL’ARCIPELAGO DI BANDA 

Nel 1603 gli inglesi, con un pizzico di fortuna, erano approdati a Run, l’isola più remota dell’arcipelago, e, accolti favorevolmente dagli abitanti, avevano avviato un commercio diretto di Myristica fragrans. Ma chiaramente la concorrenza inglese irritò profondamente gli olandesi. Così nel 1615 la VOC rivolse quindi le proprie forze contro la vicina isola di Ai, distante solo 7 chilometri dall’isola, ma gli abitanti, sostenuti dagli inglesi, riuscirono temporaneamente a resistere. L’anno seguente, nel 1616, gli olandesi tornarono all’attacco e conquistarono definitivamente Ai.

PRIMO POSSEDIMENTO INGLESE

Il 23 dicembre 1616 due navi inglesi al comando di Nathaniel Courthope giunsero a Run. Gli abitanti, affamati dal blocco olandese, accolsero gli inglesi come alleati. I capi locali giurarono fedeltà a re Giacomo I e dichiararono formalmente che Run apparteneva al sovrano inglese. L’Inghilterra ottenne così il suo primo possedimento orientale. L’isola, però, era difficile da sostenere: aveva scarse risorse alimentari, poca acqua potabile e dipendeva dal commercio con le isole vicine. Dopo anni di assedio, fame e diserzioni, Courthope fu ucciso nel 1620 e gli inglesi abbandonarono l’isola.

LA CONQUISTA OLANDESE

Nel 1621 la VOC, guidata da Jan Pieterszoon Coen, portò a compimento la conquista delle ultime due isole. Convinto che il monopolio della noce moscata richiedesse la distruzione della popolazione locale e il ripopolamento controllato dell’arcipelago, Coen ordinò una campagna di sterminio. Con l’aiuto anche di mercenari giapponesi, gli olandesi massacrarono gran parte degli abitanti originari. Su una popolazione stimata in circa quindicimila persone, alla fine dell’anno ne sopravvissero forse un migliaio. Molti furono uccisi, altri ridotti in schiavitù; alcuni riuscirono a fuggire verso le isole Kai. L’obiettivo era stato raggiunto: la VOC aveva conquistato il monopolio mondiale della noce moscata.

MILITARIZZAZIONE DELL’ISOLA

Gli olandesi trasformarono le isole di Banda in un sistema di piantagioni controllato direttamente dalla VOC. Le terre vennero affidate a coloni e amministratori europei, mentre la manodopera fu assicurata da schiavi importati da Giava e da altre regioni dell’Asia sud-orientale. L’emblema della VOC compare ancora oggi inciso sulle facciate di edifici, chiese e antiche abitazioni, testimonianza di una presenza coloniale che non si limitò al controllo delle rotte commerciali e delle produzioni locali, ma fu anche un simbolo visibile dell’autorità, della potenza economica e della vasta proiezione marittima olandese in Asia.

FORT BELGICA

Per difendere Banda Neira, l’isola più importante per la produzione della noce moscata, gli olandesi costruirono, sulle fondamenta del precedente avamposto portoghese, la prima fortezza olandese in Asia chiamata Fort Belgica, che, con la sua pianta pentagonale e le torri angolari, dominava l’isola e sorvegliava le piantagioni di noce moscata.

L’ISOLA DI NEW YORK PER RUN

Ma gli inglesi non abbandonarono affatto la partita nelle isole Banda.  La lunga contesa tra inglesi e olandesi per la piccola ma strategica isola di Run quindi si concluse soltanto nel 1667 con il Trattato di Breda: l’Inghilterra rinunciò alle proprie pretese sull’isola e sul suo prezioso commercio di noce moscata, mentre gli olandesi cedettero agli inglesi un lontano avamposto commerciale situato sull’isola nordamericana di Manhattan chiamato New Amsterdam, ribattezzato poi dagli inglesi New York. Nessuno poteva allora immaginare quanto il peso della storia avrebbe rovesciato il valore di quei territori: la piccola isola delle spezie sarebbe progressivamente scivolata ai margini delle grandi rotte commerciali, mentre Manhattan sarebbe diventata il cuore di una delle più importanti metropoli del mondo.

FURTO DI PIANTINE

Ma la storia della noce moscata non finisce qui. La VOC continuò a mantenere il monopolio della noce moscata anche negli anni successivi, perché gli alberi di Myristica fragrans crescevano quasi esclusivamente nelle Isole Banda e gli olandesi proteggevano questo monopolio con misure estreme: controllavano rigidamente l’arcipelago e cercavano di impedire l’esportazione di semi e piantine fertili. Ma tra il 1769 e il 1770 il botanico francese Pierre Poivre organizzò una serie di operazioni di spionaggio industriale nelle Isole di Banda e riuscì a procurarsi illegalmente semi e giovani piante di noce moscata e di chiodi di garofano, trasferendole nelle colonie francesi di Mauritius e Réunion.

LE SOTTRAZIONI INGLESI

Ma anche gli inglesi rubarono le piantine di noce moscata. Un primo tentativo ebbe luogo alla fine del XVIII secolo, quando il botanico britannico Christopher Smith raccolse nelle Molucche e nelle Isole Banda numerose piante di varie spezie, tra cui piantine di noce moscata, destinate a essere trasferite verso i possedimenti britannici e, in particolare, a favorire lo sviluppo di nuove coltivazioni nell’isola malese di Penang, all’epoca possedimento britannico. Ma la vera operazione di spionaggio industriale avvenne nel 1810 quando, nel quadro delle guerre napoleoniche, le forze comandate dal capitano Christopher Cole conquistarono l’isola di Banda. Durante la successiva occupazione delle Isole delle Spezie, la East India Company sfruttò il controllo dell’arcipelago per un sistematico e massivo prelievo di piantine che favorirono successivamente la diffusione della noce moscata in altri territori dell’Impero britannico come Sri Lanka, Singapore, Zanzibar e Grenada.

OPERAZIONI DI INTELLIGENCE ECONOMICA

Le operazioni francesi e inglesi furono a tutti gli effetti delle operazioni di intelligence economica che ebbero conseguenze decisive, poiché infransero definitivamente il monopolio olandese sulla noce moscata e ne consentirono la coltivazione al di fuori delle Isole Banda. Queste operazioni, poi, contribuirono alla progressiva riduzione dei prezzi sui mercati internazionali e trasformarono la noce moscata, per il cui controllo nel Seicento erano state combattute guerre, in una coltura tropicale progressivamente diffusa su scala globale, distruggendo definitivamente il vantaggio competitivo dell’Olanda.

CONSIGLI DI LETTURA

Per chi volesse approfondire la storia della noce moscata consiglio la lettura, L’isola della noce moscata. La corsa alle spezie di esploratori, mercanti, pirati che ha deciso la storia del mondo, di Milton Giles, edito da Nutrimenti Mare nel 2024 e di La via del Mare. Sulle rotte perdute dell’impero del Portogallo, scritto da Erika Fatland, edito da Marsilio nel 2025, entrambi ampiamente consultati per la preparazione di questo articolo.

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