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Così la Russia alza il tiro contro i vertici dell’industria militare europea

12 October 2026 at 16:36

Non più soltanto sabotaggi, cyberattacchi e operazioni di disinformazione. La strategia di guerra ibrida del Cremlino sembra entrare in una fase ancora più aggressiva, nella quale l’eliminazione fisica dei dirigenti delle aziende europee della difesa diventa uno strumento di pressione geopolitica. Le rivelazioni del Financial Times delineano un’evoluzione delle operazioni clandestine russe che punta a colpire non soltanto le capacità produttive occidentali, ma anche la sicurezza personale, la libertà decisionale e la stabilità psicologica di chi sostiene l’apparato militare ucraino.

Dalla guerra ibrida alla neutralizzazione degli obiettivi umani

La guerra tra Russia e Ucraina sta progressivamente modificando anche la natura delle operazioni clandestine condotte sul territorio europeo. Non si tratta più esclusivamente di sabotare infrastrutture critiche, compromettere sistemi informatici, interferire con le catene logistiche o alimentare campagne di disinformazione, ma di condurre parallelamente operazioni di diverso tipo. Secondo quanto riportato dal Financial Times e sulla base delle informazioni raccolte presso cinque servizi di intelligence europei, Mosca starebbe intensificando le attività finalizzate all’eliminazione fisica di dirigenti e figure strategiche dell’industria europea della difesa. Un salto qualitativo che, se confermato nella sua effettiva estensione operativa, rappresenterebbe un’evoluzione significativa della strategia russa di destabilizzazione del continente. Di conseguenza, il bersaglio non è più soltanto l’infrastruttura industriale, ma l’individuo che ne governa il funzionamento, ovvero amministratori delegati, dirigenti, responsabili della produzione, specialisti tecnologici e figure chiave delle aziende impegnate nella realizzazione di sistemi d’arma destinati all’Ucraina. Sarebbero loro i nuovi “ingressi” nel perimetro degli obiettivi individuati dagli apparati clandestini russi. La logica strategica è evidente: colpire il capitale umano per compromettere la capacità industriale e decisionale dell’avversario. L’eliminazione o anche soltanto l’intimidazione di figure apicali può generare conseguenze che vanno ben oltre la singola azienda. Può rallentare programmi industriali, alterare investimenti, determinare la revisione delle politiche di sicurezza e soprattutto introdurre un elemento di paura permanente nelle strutture produttive che sostengono lo sforzo bellico ucraino. Si tratta, quindi, di una forma di coercizione strategica nella quale la minaccia individuale diventa uno strumento di condizionamento collettivo.

Il ruolo del GRU e il ritorno delle operazioni clandestine di eliminazione

Al centro delle preoccupazioni delle agenzie di intelligence europee figura il GRU, ovvero l’intelligence militare russa, storicamente impegnata nelle attività clandestine all’estero, nelle operazioni speciali e nelle azioni di sabotaggio. Secondo le ricostruzioni riportate dal quotidiano britannico, l’apparato starebbe adattando le proprie modalità operative, facendo maggiore ricorso a reti criminali, intermediari e strutture organizzative distribuite su più Paesi. Una particolare evoluzione delle attività di intelligence che presenta implicazioni rilevanti sotto il profilo dello spionaggio e del controspionaggio. L’utilizzo di organizzazioni criminali e soggetti esterni agli apparati istituzionali consente infatti di aumentare la distanza tra il decisore politico e l’esecutore materiale, complicando i processi di attribuzione delle responsabilità. È il principio della “plausible deniability”, cioè la negabilità plausibile, uno degli strumenti tradizionali delle operazioni clandestine. In questa prospettiva, il ricorso a reti criminali transnazionali non rappresenterebbe soltanto una soluzione operativa, ma anche una precisa scelta strategica finalizzata a rendere più difficile la ricostruzione della catena di comando. Particolarmente significativa appare anche la progressiva frammentazione delle attività operative. Secondo le fonti di intelligence citate dal Financial Times, le diverse fasi delle operazioni — ricognizione, logistica, pianificazione ed esecuzione — verrebbero affidate a cellule o individui differenti. Questa compartimentazione rende, di fatto, più complessa l’identificazione dell’intera struttura clandestina e riduce il rischio che l’arresto di un singolo operatore consenta di ricostruire l’organizzazione nel suo complesso. Purtuttavia, va precisato che non siamo necessariamente di fronte a una metodologia del tutto nuova. La separazione delle funzioni operative costituisce da decenni una caratteristica delle attività clandestine. La vera novità risiederebbe invece nella sua applicazione sistematica contro il tessuto industriale europeo, con una crescente integrazione tra intelligence militare e criminalità organizzata.

Il precedente Rheinmetall: quando il dirigente diventa un obiettivo strategico

A tal proposito, uno degli episodi più significativi è quello relativo ad Armin Papperger, amministratore delegato del gruppo tedesco Rheinmetall, tra i principali protagonisti dell’industria europea degli armamenti. Già nel 2024, secondo le informazioni emerse attraverso fonti di intelligence statunitensi e tedesche, sarebbe stato individuato un piano russo finalizzato alla sua eliminazione. Il caso assume un valore che supera la dimensione individuale, poiché Rheinmetall rappresenta proprio uno dei pilastri della capacità produttiva europea nel settore degli armamenti e delle munizioni, oltre a essere un attore industriale rilevante nel sostegno militare all’Ucraina. Colpire il suo amministratore delegato avrebbe significato trasmettere un messaggio inequivocabile all’intero comparto industriale occidentale: il sostegno militare a Kyiv può comportare conseguenze personali anche per i vertici delle aziende coinvolte. Il caso Papperger costituisce quindi un precedente particolarmente importante per comprendere l’evoluzione della minaccia. Secondo il Financial Times, lo stesso dirigente dispone oggi di una protezione continuativa garantita attraverso il coordinamento tra personale di sicurezza privato e forze di polizia. Un elemento che evidenzia come la minaccia non venga più considerata esclusivamente un problema di sicurezza nazionale, ma anche una questione di sicurezza aziendale e protezione delle persone.

La dimensione psicologica: terrorizzare senza necessariamente colpire

Ma l’aspetto più interessante delle rivelazioni del Financial Times riguarda la dimensione psicologica delle operazioni russe. Secondo una delle fonti di intelligence interpellate, l’obiettivo principale di Mosca non sarebbe necessariamente portare a termine ogni attentato pianificato, ma sarebbe sufficiente indurre i dirigenti europei a percepirsi come potenziali bersagli. Questo elemento introduce una componente di “cognitive warfare” particolarmente sofisticata. La minaccia, anche quando non si traduce in un’azione concreta, può produrre effetti operativi e strategici di grande rilevanza. Un dirigente che teme per la propria incolumità o per quella dei familiari potrebbe modificare le proprie abitudini, limitare gli spostamenti, ridurre l’esposizione pubblica o rivalutare il coinvolgimento della propria azienda in determinati programmi industriali. Analogamente, un’impresa potrebbe essere indotta a rinunciare a investimenti, modificare localizzazioni produttive o rallentare progetti ritenuti particolarmente sensibili. In questo contesto, la paura diventa un moltiplicatore degli effetti della minaccia. È una dinamica riconducibile alle “psyops”, nelle quali il risultato perseguito non coincide necessariamente con il danno materiale prodotto, ma con la trasformazione del comportamento del bersaglio. La pressione esercitata sull’individuo può dunque trasformarsi in pressione sull’organizzazione, sul settore industriale e, indirettamente, sulle decisioni politiche degli Stati europei. Si delinea così una forma di guerra psicologica selettiva, indirizzata non verso la popolazione nel suo complesso, ma verso gruppi ristretti di decisori strategici. La dimensione cognitiva diventa, in questo scenario, parte integrante dell’operazione clandestina.
Altro elemento particolarmente significativo riguarda l’estensione della minaccia alle imprese di dimensioni minori. Sempre secondo le informazioni raccolte dal Financial Times, l’attenzione degli apparati russi non sarebbe concentrata esclusivamente sui grandi gruppi industriali della difesa, poiché nel mirino figurerebbero anche aziende specializzate nella produzione di droni, componentistica elettronica e tecnologie utilizzabili nei sistemi militari. Si tratta di un passaggio fondamentale. La guerra in Ucraina ha dimostrato come l’innovazione tecnologica e la capacità di adattamento industriale non dipendano soltanto dai grandi produttori di armamenti, ma anche da piccole e medie imprese, start-up tecnologiche e aziende attive nei settori dell’elettronica, dell’intelligenza artificiale, dei sensori e dei sistemi autonomi, che costituiscono una componente essenziale delle moderne catene di approvvigionamento militare. Queste realtà, tuttavia, non dispongono generalmente delle stesse capacità di protezione dei grandi gruppi industriali. Di conseguenza la sicurezza fisica dei dirigenti, la protezione delle informazioni sensibili, la gestione delle minacce interne e la capacità di individuare attività di sorveglianza ostile possono risultare significativamente inferiori. Ne deriva una vulnerabilità strutturale in grado di produrre conseguenze rilevanti. Colpire una piccola azienda altamente specializzata può produrre effetti sproporzionati rispetto alle sue dimensioni, soprattutto quando essa rappresenta un fornitore difficilmente sostituibile all’interno di una filiera produttiva. È il cosiddetto principio della “vulnerability of critical nodes”. Ovvero la vulnerabilità dei nodi critici, che si concretizza in un concetto molto semplice: non necessariamente gli obiettivi più grandi sono quelli strategicamente più rilevanti.

Sorveglianza delle abitudini e nuove sfide del controspionaggio

Le fonti citate dal Financial Times riferiscono inoltre di attività sospette riconducibili alla ricostruzione delle abitudini quotidiane di potenziali obiettivi, sia nei luoghi di lavoro sia nelle residenze private. Nel linguaggio dell’intelligence, questa attività viene generalmente definita “pattern-of-life analysis” e si basa sull’analisi sistematica delle routine di un individuo, finalizzata a comprenderne comportamenti, spostamenti, relazioni e ricorrenze temporali. Tali informazioni possono essere impiegate per finalità differenti: dalla valutazione delle vulnerabilità personali alla preparazione di attività clandestine. L’aspetto più delicato riguarda oggi l’interazione tra sorveglianza fisica e disponibilità di informazioni digitali. Com’è noto, i social network, le piattaforme professionali, le fotografie pubblicate online, informazioni societarie e dati accessibili attraverso fonti aperte possono contribuire a ricostruire il profilo di un dirigente. L’eventuale impiego di sistemi di intelligenza artificiale potrebbe ulteriormente accelerare i processi di correlazione delle informazioni e di individuazione di regolarità comportamentali. È importante precisare che le rivelazioni del Financial Times non dimostrano uno specifico utilizzo dell’intelligenza artificiale nei piani descritti, ma va sottolineato che l’integrazione tra OSINT, analisi automatizzata dei dati e sorveglianza tradizionale costituisce una possibilità tecnologica che i sistemi di sicurezza devono necessariamente considerare. La protezione dei dirigenti non può quindi limitarsi alla presenza di personale di scorta, ma deve necessariamente comprendere la sicurezza delle informazioni, la riduzione dell’esposizione digitale, la tutela dei familiari e l’identificazione tempestiva di eventuali attività di sorveglianza ostile.

Il rischio per l’Italia e per la filiera nazionale della difesa

Le informazioni diffuse dal Financial Times pongono interrogativi rilevanti anche per l’Italia. Il nostro Paese dispone di un comparto industriale della difesa tecnologicamente avanzato, integrato nelle principali filiere europee e atlantiche. Grandi gruppi come Leonardo e Fincantieri, insieme a numerose piccole e medie imprese specializzate, operano in settori strategici quali l’aerospazio, l’elettronica militare, la cantieristica, la sensoristica e i sistemi di difesa, e la crescente integrazione delle catene produttive europee rende difficile distinguere tra obiettivi nazionali e obiettivi appartenenti al più ampio ecosistema industriale occidentale. Un’impresa italiana che produce componenti destinati a piattaforme militari europee può assumere rilevanza strategica anche senza intrattenere rapporti diretti con l’Ucraina. Naturalmente va precisato che attualmente non esistono, sulla base delle informazioni pubblicate, prove di specifici piani di assassinio contro dirigenti italiani, ma risulta oltremodo evidente che il sistema industriale nazionale non può considerarsi estraneo a una minaccia che viene descritta dai servizi europei come transnazionale. Sulla base di questa prospettiva, appare necessario rafforzare il coordinamento tra intelligence, apparati di sicurezza, autorità competenti e imprese strategiche. In particolare, la protezione dovrebbe estendersi oltre il tradizionale perimetro della cybersecurity, includendo la sicurezza fisica, la prevenzione delle infiltrazioni, la tutela delle figure apicali e l’analisi delle minacce ibride. Un ruolo importante potrebbe essere svolto anche attraverso programmi di sensibilizzazione rivolti alle aziende più piccole, spesso meno attrezzate a riconoscere segnali di interesse ostile da parte di soggetti collegati ad apparati stranieri.

La criminalità organizzata come strumento delle operazioni ibride

Il crescente ricorso a strutture criminali rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione. La possibile convergenza tra apparati di intelligence statali e criminalità organizzata modifica infatti i tradizionali schemi interpretativi della sicurezza europea. In passato, la distinzione tra spionaggio, criminalità organizzata e terrorismo consentiva, almeno sul piano analitico, di individuare categorie relativamente separate di minacce. Le moderne operazioni ibride tendono invece a sovrapporre questi ambiti, e una rete criminale può essere utilizzata per attività logistiche, intimidatorie o di sabotaggio senza che i suoi componenti conoscano necessariamente l’identità del committente finale o la finalità strategica dell’operazione. Per gli apparati di controspionaggio, ciò comporta un ampliamento significativo della superficie di rischio. Diventa necessario individuare non soltanto gli operatori riconducibili direttamente ai servizi stranieri, ma anche eventuali intermediari, facilitatori e soggetti criminali coinvolti nelle attività preparatorie. Questa evoluzione, anche in questo caso, impone una maggiore integrazione tra intelligence esterna, sicurezza interna, investigazioni criminali e cooperazione giudiziaria internazionale. Il problema non riguarda esclusivamente l’identificazione degli esecutori, ma soprattutto la ricostruzione delle relazioni tra mandanti, intermediari e reti operative.

Una nuova frontiera della sicurezza economica europea

Le minacce ai vertici dell’industria della difesa evidenziano infine una trasformazione più ampia del concetto di sicurezza economica. Nelle moderne competizioni geopolitiche, la capacità industriale non dipende soltanto dalla disponibilità di materie prime, tecnologie, capitali e infrastrutture, ma anche dalla continuità delle competenze manageriali e scientifiche che consentono alle organizzazioni di operare. Il capitale umano strategico diventa quindi un asset di sicurezza nazionale e, di conseguenza, proteggere un amministratore delegato, un ricercatore o un responsabile di programma industriale può assumere una rilevanza comparabile, in determinate circostanze, alla protezione di un impianto produttivo o di una rete informatica. È un cambiamento di approccio strategico che dovrebbe trovare adeguato riconoscimento anche nelle politiche europee di resilienza industriale. Le aziende della difesa devono necessariamente sviluppare modelli di sicurezza integrata, capaci di combinare intelligence sulle minacce, protezione fisica, cybersecurity, sicurezza del personale e continuità operative, anche per evitare che l’aumento della percezione del rischio produca un clima di allarme indiscriminato. La stessa intelligence europea, secondo quanto riportato dal Financial Times, ha evidenziato come alcune attività sospette possano rivelarsi prive di effettivi collegamenti con operazioni clandestine. La risposta dovrebbe quindi essere proporzionata, fondata su evidenze verificabili e accompagnata da una capacità analitica in grado di distinguere tra minacce concrete, indicatori preliminari e semplici coincidenze.

La vera posta in gioco: condizionare le decisioni dell’Europa

In conclusione, la questione centrale non riguarda soltanto la possibilità che Mosca organizzi operazioni contro singoli dirigenti europei, ma l’obiettivo politico e strategico che tali operazioni potrebbero perseguire. In un contesto di guerra prolungata, la Russia ha tutto l’interesse a ridurre la capacità occidentale di sostenere militarmente l’Ucraina, aumentando contemporaneamente i costi politici, economici e psicologici di tale sostegno. Di conseguenza, la minaccia contro i vertici industriali si inserirebbe perfettamente in una strategia più ampia di pressione sulle società europee. Non sarebbe necessario compromettere l’intero apparato produttivo occidentale, ma potrebbe risultare sufficiente generare incertezza, aumentare i costi della sicurezza, rallentare alcune decisioni e diffondere la convinzione che il coinvolgimento nella filiera militare ucraina comporti rischi personali difficilmente controllabili. Ed è esattamente in questo scenario che la guerra ibrida si fonde con la guerra cognitiva. L’obiettivo non è soltanto distruggere capacità materiali, ma influenzare percezioni, valutazioni del rischio e comportamenti decisionali.
Lo scenario che si potrebbe prospettare è quello di una possibile evoluzione della competizione clandestina tra Russia e Occidente: dalla pressione sulle infrastrutture alla pressione diretta sugli individui che governano le infrastrutture strategiche. È una trasformazione che imporrebbe di conseguenza, un aggiornamento delle politiche di controspionaggio, dei modelli di sicurezza aziendale e delle strategie europee di protezione industrial, poichè nella guerra ibrida contemporanea il bersaglio non è necessariamente ciò che si vuole distruggere, ma ciò che si vuole costringere a cambiare comportamento. E se i dirigenti dell’industria europea della difesa diventano obiettivi di operazioni clandestine, la posta in gioco non è più soltanto la loro sicurezza personale, ma la capacità dell’Europa di assumere decisioni strategiche senza subire il condizionamento della paura.

Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

12 October 2026 at 16:33

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

Gran bazar AI. Nvidia pronta a entrare nel mercato dei modelli open-source

12 October 2026 at 16:26

 

Governance e investimenti, la via italiana per l’AI secondo Meloni

12 October 2026 at 16:17

L’Italia potrà avere una sua Intelligenza Artificiale fatta in casa? Con Cina e Stati Uniti impegnati in un corpo a corpo a colpi di applicazioni per garantirsi la supremazia tecnologica globale, all’Europa, e dunque anche all’Italia, non resta che trovare una propria strada che impedisca di rimanere schiacciati nella pressa di Occidente e Oriente. Tanto Roma, quanto Bruxelles sanno che il Vecchio continente non può e non deve rimanere tagliato fuori dalla corsa all’Intelligenza Artificiale. Per questo, Giorgia Meloni, parlando dinnanzi alla platea dell’Assolombarda, ha tracciato una rotta. Una rotta che porta dritti a un’infrastruttura AI made in Italy.

“Io sono convinta che l’Italia possa dire la sua, non inseguendo gli altri sul loro terreno, ma portando l’Intelligenza Artificiale dentro quello che noi sappiamo fare meglio. È questa la via italiana all’Intelligenza Artificiale, un’Intelligenza Artificiale che nasce dalla manifattura, lavora con le persone e non al loro posto. Che rende più competitive le nostre imprese, anche le più piccole, e più qualificato il lavoro. E non è un’ipotesi astratta, perché questa via in parte voi la state già tracciando”. Un esempio? “La zona di innovazione e sviluppo dedicata all’Intelligenza Artificiale a Milano, il polo per la Physical AI al MIND, il ponte con la Silicon Valley di Officina Italia: sono la prova che il tessuto produttivo italiano è pronto a passare da utilizzatore a produttore”.

Va bene, però al netto dei proclami e della volontà politica, bisogna andare nel concreto. E due cose servono se si vuole davvero creare un’infrastruttura AI tricolore: investimenti e governance. Quest’ultima, per Meloni “è urgente ma va affrontata a livello globale. L’Italia ha messo il tema al centro della sua presidenza del G7, chiamando a parlarne Papa Francesco, e guardiamo con interesse a tutte le iniziative che vanno in questa direzione”. E gli investimenti? Qui il premier ha lanciato una proposta. “Considero di buon senso trovare il modo per promuovere anche gli investimenti in software utilizzati tramite i contratti di cloud: voglio annunciare che col ministro Giorgetti stiamo lavorando per introdurre nella legge di Bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti in questa tipologia di beni”.

Insomma, l’orizzonte indicato “è quello della physical AI, l’Intelligenza Artificiale che esce dagli schermi, come veniva detto, entra nelle macchine, nei robot, nelle linee di produzione. Una sfida tanto più impegnativa perché, parliamoci chiaro, noi come Europa non partiamo in vantaggio. Stati Uniti e Cina hanno su questo investito risorse enormi e sui grandi modelli generalisti la partita per ora si gioca altrove. Però la physical AI è un terreno diverso perché qui gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine, servono i sensori, serve la meccatronica e serve la conoscenza profonda dei processi produttivi, quella che si accumula in decenni di fabbrica, ed è esattamente quella che l’Italia ha. Noi siamo tra i principali produttori al mondo di macchine e automazione industriale, abbiamo filiere che presidiano ogni fase della produzione, un patrimonio di competenze che in pochi possono vantare”.

Tecnologie, industria e nuove minacce. Come preparare la difesa del futuro

12 October 2026 at 16:13

La necessità di rafforzare le capacità militari europee, l’evoluzione della difesa aerea e missilistica e il ruolo dell’industria nello sviluppo dei sistemi di nuova generazione. Sono i temi affrontati nel primo panel della sessione dedicata al futuro del potere aerospaziale, nell’ambito del convegno “Facciamo Sistema”, promosso dall’Aeronautica militare a Palazzo Aeronautica, in cui sono intervenuti anche il ministro della Difesa Guido Crosetto e del capo di Stato maggiore Antonio Conserva. A moderare il confronto Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa, sicurezza e spazio dello Iai.

Una deterrenza europea più autonoma

Il possibile ridimensionamento del contributo americano alla Nato richiede agli alleati europei maggiori capacità e una pianificazione più coerente. Per Andrea Gilli, docente alla University of St Andrews, “se vengono meno gli enablers dobbiamo avere più massa”, ma costruire nuove capacità richiede risorse e tempo. Una difficoltà aggravata dalla lentezza dei processi decisionali e di acquisizione, che rischiano di vanificare gli sforzi dell’industria per accelerare lo sviluppo tecnologico.

Il tema delle capacità riguarda anche il rapporto tra difesa e offesa. Il generale Mauro Lunardi ha richiamato la necessità di costruire una difesa multilivello, capace di contrastare tanto i missili ipersonici quanto i droni a basso costo. “Oltre alla qualità è fondamentale la quantità”, soprattutto in termini di scorte e disponibilità operativa. Alla protezione dello spazio aereo devono però affiancarsi capacità offensive, proiezione logistica e strumenti per operare nei domini cyber e spaziale.

Dall’integrazione alla cooperazione industriale

Per rispondere a minacce differenti occorre collegare efficacemente piattaforme, sensori e sistemi decisionali. Una “superiorità sistemica”, secondo Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, che trova applicazione anche nel progetto Michelangelo Dome. Centrale il rapporto tra cooperazione e autonomia tecnologica. “Non possiamo pensare di avere uno scudo senza avere un minimo di sovranità sulla parte che riguarda la fusione dati, l’elaborazione e il decision making”, ha precisato.

Una prospettiva condivisa da Enzo Tosini, direttore generale di MBDA Italia, secondo cui la cooperazione industriale sarà “non solo auspicabile, ma probabilmente indispensabile”. L’azienda punta a rafforzare la produzione missilistica, sviluppare soluzioni economicamente sostenibili e contribuire alle architetture di difesa aerea integrata, combinando sistemi avanzati e nuove tecnologie.

Droni e tecnologie di nuova generazione

La rapidità con cui evolvono i droni impone di ripensare gli strumenti di contrasto, anche sul piano della sostenibilità economica. Alessandro Ercolani, ceo di Rheinmetall Italia, ha portato l’esempio ucraino, dove alcuni modelli hanno triplicato la velocità in poco più di un anno, riducendo i tempi di reazione delle difese. La risposta richiede sistemi mobili e l’integrazione di sensori radar, ottici e acustici con informazioni satellitari, capaci di individuare minacce sempre più difficili da intercettare.

Un’evoluzione che coinvolge anche lo spettro elettromagnetico, sempre più rilevante per la protezione delle piattaforme e la superiorità informativa. Domitilla Benigni, ceo di ELT Group, ha sottolineato la necessità di integrare guerra elettronica, cyber e intelligenza artificiale, superando una concezione della superiorità militare basata esclusivamente sulle prestazioni delle singole piattaforme. La capacità di raccogliere, proteggere ed elaborare le informazioni diventa così parte integrante della risposta alle minacce, comprese quelle asimmetriche e a basso costo.

L’innovazione riguarda anche i sistemi più avanzati, a partire dalla propulsione dei caccia di sesta generazione. Riccardo Procacci, ceo di Avio Aero, ha spiegato come i nuovi motori dovranno conciliare esigenze spesso contrastanti. Maggiore efficienza e autonomia richiedono temperature elevate e dimensioni più grandi, mentre la bassa osservabilità impone soluzioni compatte e una ridotta impronta termica. A questo si aggiunge la crescente richiesta di energia elettrica per i sistemi di bordo, che rende indispensabile progettare motore e velivolo come un unico sistema. Un percorso che richiede investimenti nella ricerca, coinvolgimento della filiera nazionale e partnership internazionali. Per Procacci, infatti, “la collaborazione internazionale non è in nessun modo antitesi alla sovranità”, purché ciascun partner contribuisca con tecnologie e competenze proprie.

Casini chiude un’epoca. Ecco cosa mancherà alla politica secondo Cesa

12 October 2026 at 15:05

Ci sono addii che assomigliano più a un passaggio di testimone che a una resa. Dopo quasi 45 anni trascorsi in Parlamento, Pier Ferdinando Casini ha deciso di non ricandidarsi, chiudendo una stagione politica che attraversa la Prima Repubblica, la fine della Democrazia cristiana, il bipolarismo e le trasformazioni più recenti del sistema politico italiano. Una scelta maturata con serenità, senza strappi né retroscena particolari, ma che inevitabilmente riapre una domanda: che cosa perde la politica italiana quando esce di scena uno dei suoi protagonisti più longevi? Per Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc e amico di Casini fin dagli anni della Democrazia cristiana giovanile, il Parlamento perde un pezzo da novanta. Ma il congedo dalle Camere non significa necessariamente la parola fine. Anche perché, osserva Cesa, il prestigio istituzionale dell’ex presidente della Camera lascia ancora aperti scenari importanti. Compreso, un domani, quello del Quirinale.

Lorenzo Cesa, Casini ha annunciato che non si ricandiderà in Parlamento dopo 44 anni. Quando ha maturato questa decisione?

Ne avevamo parlato qualche tempo fa. Poi, due domeniche fa, mi ha telefonato e abbiamo avuto una lunga conversazione. L’ho trovato molto tranquillo e sereno. È una scelta che ha maturato con grande consapevolezza, dopo una vita trascorsa nelle istituzioni. Il prossimo anno saranno 45 anni di attività parlamentare: se si vive questo impegno con la serietà e il senso di responsabilità con cui lo ha vissuto Pier Ferdinando, è inevitabile che, a un certo punto, si senta anche il peso di un percorso così lungo.

C’è anche una ragione politica? Il Parlamento di oggi è molto diverso da quello in cui Casini ha cominciato.

Certamente, il Parlamento è cambiato profondamente rispetto a quello di una volta. Ma non credo che la sua decisione sia riconducibile soltanto a questo. Pier ha attraversato stagioni politiche completamente diverse, ha saputo misurarsi con trasformazioni enormi e compiere scelte difficili nei momenti più delicati. Lo ha fatto mantenendo una grande coerenza e una notevole linearità. Oggi, semplicemente, sente di poter dedicare il proprio tempo anche ad altro. È una decisione personale, che va rispettata.

Che cosa rappresenta, allora, il suo passo indietro per la politica italiana?

Il Parlamento perde un pezzo da novanta. Casini non è soltanto un parlamentare di lunghissimo corso: è una figura che ha attraversato la storia repubblicana senza smarrire il proprio profilo istituzionale. Ha conosciuto la stagione della Democrazia cristiana, la fine dei partiti tradizionali, la nascita del bipolarismo e le successive trasformazioni. In tutti questi passaggi ha dimostrato di saper assumere responsabilità e di non sottrarsi alle decisioni difficili. È un patrimonio di esperienza che non si improvvisa e che, inevitabilmente, mancherà alle istituzioni.

La vostra amicizia nasce proprio negli anni della Dc giovanile. Che cosa ricorda di quel periodo?

Ci siamo conosciuti da ragazzi, durante un’esperienza della Fondazione Adenauer a Berlino. Fanfani nominò Pier vicecommissario del movimento giovanile della Democrazia cristiana e da lì nacque un rapporto che si è trasformato in una grande amicizia. Quando lui arrivò a Roma, il legame si consolidò ulteriormente. Abbiamo condiviso battaglie politiche, momenti difficili e passaggi fondamentali della nostra storia personale. Pier, tra l’altro, è stato il mio testimone di nozze.

Essere democristiani, da giovani, significava anche andare controcorrente?

Soprattutto in certi ambienti. Essere democristiani al liceo, a Bologna, o all’università non era affatto semplice. Noi rappresentavamo l’area più moderata della Dc giovanile e qualcuno avrebbe voluto tenerci ai margini. Insieme ad altri, tra cui Dario Franceschini, conducemmo una battaglia per entrare nel Consiglio nazionale. Fu una stagione di confronto politico autentico, nella quale le differenze si misuravano attraverso le idee e la capacità di costruire una linea. Pier divenne poi vicesegretario nazionale, mentre Marco Follini assunse la presidenza. Erano anni di formazione politica e umana che ci hanno segnato profondamente.

Avete vissuto insieme anche la stagione drammatica del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Che cosa vi ha lasciato quell’esperienza?

Fu un momento terribile. Eravamo giovani, ma ci trovammo davanti a una delle crisi più drammatiche della storia della Repubblica. Ricordo ancora quando esponenti comunisti, liberali e repubblicani vennero a portarci la loro solidarietà in via Arenula, dove aveva sede il movimento giovanile della Dc. Al di là delle divisioni politiche, in quelle ore si percepiva la consapevolezza di essere davanti a una ferita che riguardava l’intero Paese. Esperienze come quella ti insegnano che la politica non è soltanto competizione: è anche responsabilità verso le istituzioni e la comunità nazionale.

Casini, nella sua carriera, è arrivato a un passo dal Quirinale. La mancata elezione al Colle resta una pagina aperta?

Pier arrivò vicinissimo al Quirinale, anche se fu lui stesso, in quella circostanza, a fare un passo indietro. Per una partita del genere bisognerà aspettare ancora qualche anno, ma il suo prestigio istituzionale è comprovato. La sua esperienza, il profilo che ha costruito e il rispetto che si è guadagnato nel corso del tempo restano elementi importanti. La decisione di non ricandidarsi in Parlamento non cancella nulla di tutto questo. Non significa che la sua storia pubblica sia necessariamente conclusa.

Dunque il Quirinale potrebbe essere ancora nel suo orizzonte?

Non farei previsioni, perché sarebbe prematuro. Ma non escluderei a priori che il suo nome possa tornare a essere considerato quando si aprirà quella partita. Casini ha dimostrato di possedere le qualità istituzionali necessarie per ricoprire incarichi di altissimo livello. Il punto, naturalmente, sarà capire quali saranno gli equilibri politici e le condizioni del momento. Oggi bisogna rispettare la sua scelta e il percorso personale che lo ha portato a compierla.

C’è anche una dimensione privata in questa decisione: Casini è diventato nonno.

È una fase nuova della vita, che merita di essere vissuta. Dopo decenni trascorsi tra impegni parlamentari, responsabilità politiche e scadenze istituzionali, è comprensibile che una persona voglia dedicare più tempo agli affetti. Ma, conoscendo Pier, so che continuerà a seguire la politica con attenzione. Quando hai vissuto così a lungo le istituzioni, non smetti semplicemente di interessartene. Cambia il modo di esserci, non necessariamente il legame con la vita pubblica.

Green deal e allanze, in Ue a dare le carte sarà ancora il Ppe. Le previsioni di Cattaneo

12 October 2026 at 14:58

Sta cambiando rapidamente il quadro: politico interno, internazionale, economico. Per questa ragione Manfred Weber ha riunito in queste ore il Ppe a Taormina per fare il punto della situazione, tra progetti da implementare (green, energia, difesa) e obiettivi (come la prossima commissione europea e le elezioni in Francia e Spagna). Non a caso al meeting siciliano sono presenti anche Ursula von der Leyen e Roberta Metsola. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di Forza Italia Alessandro Cattaneo, reduce dalla tre giorni di lavoro a Milano promossa da Antonio Tajani.

ALESSANDRO CATTANEO

In vista del vertice di Taormina, ma soprattutto del 2029 come nuovo orizzonte per la Commissione europea di domani, quali sono le strategie del Ppe alla luce del mutevole scenario politico e geopolitico?

Il Ppe si candida autorevolmente, non da oggi, ad essere il baricentro concreto e pragmatico che tuteli i valori europei, rappresenti il ceto medio e quello produttivo, tenendo insieme la coesione europea all’interno di tutta la nostra area. Dico pragmatismo e concretezza perché, nelle ultime legislature europee, si è dovuta fare una mediazione continua con le altre forze, soprattutto socialiste e non di rado le posizioni sono state molto distanti, penso soprattutto all’epoca di Timmermans. Grazie al Ppe però sono state edulcorate, a mio avviso molto in meglio, alcune politiche. C’è ancora tanto da fare, però, penso a un ambientalismo che non abbia una visione fanatica ma che sia pragmatico e in cui le aziende siano alleate per trovare le soluzioni. Penso anche a interpretare i valori europei nella maniera più moderna e migliore possibile: insomma, sta a noi fare tutto ciò.

A proposito di ambientalismo, la data del 2034 verrà spostata in avanti? Quale l’idea del Ppe su questo elemento che sta portando tante preoccupazioni, soprattutto alle aziende dell’automotive?

Io credo che soprattutto sui temi dell’ambiente, la sinistra ha rischiato di farci deragliare secondo una visione che ha mortificato e mette ancor oggi in pericolo molte aziende che invece determinano il progresso della nostra Europea: questo va assolutamente modificato. Noi vogliamo che le tematiche ambientali siano al centro perché tutti sappiamo che il cambiamento climatico è una realtà e dobbiamo quindi ridurre le emissioni di CO2. Questo, ça va sans dire, è assolutamente il tema ed è una priorità anche per il Ppe. Però tutto ciò si si può perseguire sempre consapevoli che l’area europea emette circa il 7% degli inquinanti del mondo. Quindi noi dobbiamo fare la nostra parte ma, ahimè, non siamo determinanti.

Come procedere?

Dobbiamo insieme alle aziende lavorare sull’innovazione del prodotto e su cicli industriali che sappiano risparmiare energia utilizzarne di più verde. È un percorso che assolutamente stiamo facendo però dialogando con le imprese e coi lavoratori si vede che gli obiettivi sono troppo ambiziosi: io sono un ingegnere e so che in queste sfide di innovazione si possono avere accelerazioni o viceversa bisogna avere più pazienza per raggiungere certi obiettivi. Ma insomma l’area europea sta percorrendo tutto questo tragitto di evoluzione. Pensiamo al grande sviluppo delle rinnovabili: dobbiamo andare avanti ma aggiornare passo passo, senza fanatismi e soprattutto tutelando il nostro sistema industriale e difenderci dai grandi competitor come la Cina.

Un esempio di cooperazione positiva?

Il nuovo Regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi, l’esempio del packaging, dimostra che è stato fatto un grande lavoro anche da Forza Italia: significa che con applicazione e metodo siamo riusciti a modificare una legge che avrebbe condannato a morte una filiera italiana di grande valore.

La prossima sfida?

Le case green. La casa è storica priorità di Forza Italia: il parco case italiano ha delle specificità che gli altri Paesi non hanno. C’è una piccola proprietà molto più diffusa, quindi serve una difesa di una logica rispettosa dell’ambiente ma anche che in qualche modo possa incentivare un approccio non punitivo. Infatti stiamo pensando ai fondi messi a disposizione sul comparto energia che ci permetteranno di sforare di circa 7 miliardi di euro nella prossima manovra al fine di indirizzarli sul tema casa magari, con una nuova stagione più sostenibile ed equilibrata sugli ecobonus in edilizia.

Gli ultimi sondaggi dicono che se si votasse oggi sia in Spagna che in Francia, il centrodestra vincerebbe a mani basse. Il prossimo anno si voterà anche in Italia. Sta cambiando la cartina politica dei Paesi membri? E quale il ruolo del Ppe?

Ogni nazione ha dei suoi percorsi, uno diverso dall’altro. Noi come Forza Italia rivendichiamo la nascita del centrodestra ad opera di Berlusconi che ebbe tale intuizione nel 1994, inserendo il bipolarismo in Italia che non c’era. Da allora questa alleanza funziona perché non è un cartello elettorale, ma una squadra con identità simili che riescono a trovare una sintesi, anche alla luce della cultura di governo dei singoli partiti. Noi abbiamo anche provato nelle ultime elezioni europee ad allargare questa esperienza all’Europa: la Germania invece ha un altro tipo di esperienza con un baricentro al centro, però lì si sta consumando proprio in questi mesi la crisi di quell’impostazione. Io penso che possa essere invece un assetto capace di prendere sempre più il sopravvento. Ma in Italia abbiamo già provato i populismi a Palazzo Chigi con il Movimento Cinque Stelle. E gli italiani hanno visto che con quei populisti al governo i problemi non si risolvono ma si aggravano. E che sono delle illusioni quelle che vengono declamate in campagna elettorale rispetto poi a una incapacità di governare, con anche una logica dissennata sui conti pubblici: un’assistenza che diventa assistenzialismo, una visione di Paese che è populista ma direi anche qualunquista. Ed è quanto di più lontano dall’idea di PPe, di Forza Italia e del centrodestra.

La Cina glissa sulla sicurezza nell’AI. E chiama a raccolta mille cervelloni

12 October 2026 at 14:50

A qualcuno potrebbe venire in mente il celebre capolavoro del Caravaggio, I bari. Perché sì, sull’Intelligenza Artificiale, la Cina bara un po’. Che Pechino abbia ormai ingaggiato una gara con gli Stati Uniti è vero, così come è altrettanto vero che la tecnologia americana sia di qualità superiore a quella cinese, la quale costa meno di quella occidentale. Eppure, qualcosa non torna. Per esempio, il fatto che alcune delle principali aziende cinesi attive nell’Intelligenza Artificiale, hanno reso noto i loro test sulla sicurezza e l’affidabilità relativamente a una minuscola percentuale delle applicazioni lanciate sul mercato. Per la precisione, solo il 3,6%. Questo significa che intorno al grosso dei prodotti cinesi legati all’AI, c’è sostanzialmente nebbia fitta.

SemiAnalysis, società di ricerca tecnologica con sede in California, ha in tal senso analizzato 857 modelli rilasciati tra il 2021 e il 15 settembre dell’anno corrente, da parte di aziende cinesi leader nel settore dell’Intelligenza Artificiale: Alibaba, ByteDance, Tencent, Baidu, DeepSeek, Moonshot, Z.AI, MiniMax e StepFun. Ebbene, lo studio ha rilevato che solo 31 lanci di applicazioni, pari al 3,6%, presentavano un risultato di valutazione della sicurezza pubblicato che poteva essere associato a uno specifico modello. Solo nove, ovvero l’1,1%, avevano tali risultati disponibili al momento del lancio o prima di esso, mentre i ricercatori non hanno trovato alcuna informazione sulla sicurezza per prodotti lanciati sul mercato.

Non è tutto. La scorsa settimana Reuters ha riportato come molte applicazioni di AI cinesi abbiano dimostrato la capacità di ingannare gli utenti, eludere le restrizioni e nascondere i fallimenti nei test. E questo nonostante la stessa normativa cinese per la governance della sicurezza dell’IA individui rischi quali l’acquisizione non autorizzata di permessi di sistema, l’inganno dei valutatori, l’occultamento delle capacità e l’elusione dei controlli di sicurezza. Pur, e questo è il paradosso, non imponendo al contempo obblighi vincolanti legati alle capacità dei modelli. Insomma, il Dragone da una parte vuole vendere al mondo la sua tecnologia, dall’altra però ne nasconde le potenzialità, anche dannose.

E pensare che Pechino è davvero convinta della bontà della sua tecnologia. Lo dimostra un altro fatto. In questi giorni principali matematici cinesi hanno creato l’Alleanza del Laboratorio di Scienze Matematiche e Intelligenza Artificiale. L’iniziativa è guidata dal vincitore della Medaglia Fields Shing-Tung Yau, direttore del Centro di Scienze Matematiche Yau presso l’Università Tsinghua. Un’alleanza da mille e oltre cervelli che lavoreranno su modelli di Intelligenza Artificiale specializzati per la matematica, sull’utilizzo dell’IA per generare ipotesi matematiche e formalizzare dimostrazioni, nonché su sistemi la cui logica di ragionamento sarà più facile da interpretare. Ma la sicurezza delle applicazioni, quella no.

Quante influenze esterne in Ue. Chi sono e come difendersi

12 October 2026 at 14:26

Circa 700 think tank interagiscono con le istituzioni dell’Ue, un centinaio dei quali con sede a Bruxelles. Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato per le Politiche Sociali (HCSP), organismo legato al governo francese, essi forniscono competenze, plasmano i dibattiti politici e fungono da canali di influenza, ma l’ecosistema sta diventando più fragile e conteso. I finanziamenti si concentrano tra governi stranieri, fondazioni e grandi aziende, mentre le fonti filantropiche tradizionali si indeboliscono. I fondi cinesi, ancora modesti, diventano visibili, compreso il sostegno della Missione cinese presso l’Ue e di aziende come Huawei e Shein. Il Qatargate avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. Ha invece rivelato un problema irrisolto: l’influenza straniera raramente si manifesta apertamente. Passa attraverso società di lobbying e consulenza, Ong, studi legali e gruppi di pressione, spesso in nome dei diritti umani, dell’ambiente o della lotta alla corruzione. Gran parte di ciò è legale: la domanda è se le istituzioni europee sappiano chi plasma le politiche, per chi e con chi.

In Germania nel 2021, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha istituito la Stiftung Klima- und Umweltschutz MV: sulla carta una fondazione ambientalista, ma con un braccio commerciale che aiutava le aziende di Nord Stream 2 ad affrontare le minacce di sanzioni statunitensi, ricevendo circa 192 milioni di euro dalla Nord Stream 2 AG, controllata da Gazprom. Ma l’influenza passa soprattutto per canali discreti: accesso, reputazione, appoggio dei parlamentari, capacità di trasformare una controversia privata in causa pubblica.

La Fondazione polacco-belga per il dialogo aperto (Odf) opera in questo ambito: guidata dalla cittadina ucraina Lyudmyla Kozlovska, per anni si è impegnata in campagne a favore di imprenditori e politici provenienti da ex repubbliche sovietiche e ha lavorato anche sulla riforma dell’Interpol, sulle sanzioni in stile Magnitsky e sulle norme antiriciclaggio. Nulla di tutto ciò è di per sé scorretto. Le organizzazioni della società civile hanno il diritto di interagire con le istituzioni europee. Ciò che è meno chiaro è se Bruxelles disponga delle garanzie necessarie per distinguere l’attività di lobbying indipendente dalle campagne legate a più ampi conflitti finanziari o geopolitici. Questo è importante perché un’udienza, una lettera di eurodeputati o un incontro a Strasburgo hanno un peso all’estero. Per una figura dell’opposizione o un imprenditore che rischia un processo nel proprio paese, il sostegno politico europeo conferisce legittimità. Il governo che lo perseguita può altrettanto facilmente presentare lo stesso intervento come un’ingerenza straniera. Le istituzioni europee possono finire per essere parte in queste controversie senza volerlo.

Il caso di Mukhtar Ablyazov dimostra come funziona questo meccanismo. Le autorità kazake accusano l’ex presidente di BTA Bank di appropriazione indebita di diversi miliardi di dollari e di coinvolgimento in gravi reati. Lui e i suoi sostenitori affermano che i casi sono politicamente motivati e derivano dalla sua opposizione al governo kazako. Un contenzioso nel Regno Unito ha prodotto sentenze contro Ablyazov per miliardi di dollari, oltre a conclusioni secondo cui aveva violato diversi ordini del tribunale. Nel 2012, la giustizia britannica lo ha condannato alla detenzione in contumacia. La vicenda è diventata politicamente esplosiva in Italia nel 2013, quando sua moglie, Alma Shalabayeva, è stata arrestata ed espulsa. Successivamente, delegazioni parlamentari italiane si sono recate in Kazakistan e i politici europei si sono maggiormente interessati alle questioni relative ai prigionieri politici e alle figure dell’opposizione presenti nel Paese. A distanza di oltre dieci anni, il caso è ancora pendente presso i tribunali italiani.

Ablyazov ha inoltre ottenuto sostegno politico in Europa. Secondo i dati dell’Odf, diverse personalità italiane lo hanno appoggiato pubblicamente. Nel 2015 Brando Benifei è stato uno dei 18 eurodeputati del Pse che hanno firmato una lettera in cui si esortava la Francia a proteggere Ablyazov dall’estradizione. Nel 2019 il Times ha riferito che oltre 1,5 milioni di sterline sarebbero transitati attraverso società di comodo scozzesi prima di raggiungere conti collegati all’ODF. Il quotidiano ha affermato che il denaro era collegato ad attività di lobbying riguardanti Ablyazov e l’imprenditore moldavo Veaceslav Platon. L’Odf ha respinto le accuse. Platon sta attualmente contestando l’estradizione dal Regno Unito alla Moldova, dove i procuratori lo accusano di reati collegati al “russian laundromat”, uno schema attraverso il quale sarebbero stati trasferiti fuori dalla Russia circa 22 miliardi di dollari. Lo schema ricorda molto da vicino il caso Ablyazov.

Le norme sulla trasparenza possono consentire a organizzazioni come Odf, che rappresentano interessi non commerciali, di dichiarare il proprio bilancio complessivo e ampie categorie di finanziamento senza indicare ogni donatore rilevante. Il pubblico può sapere chi svolge attività di lobbying ma senza sapere chi la finanzia.

Tutte le tappe del tour romano di Delcy Rodriguez

12 October 2026 at 14:25

“Portiamo l’esperienza del Venezuela. Lavoriamo con la convinzione che l’accesso agli alimenti sia un diritto fondamentale”. Nessun riferimento alla transizione politica del Paese sudamericano, nessun accenno alla crisi umanitaria che continuano a patire i venezuelani. Atterrata a Roma, la leader del regime chavista, Delcy Rodriguez, si è concentrata sul principale motivo del suo viaggio: la partecipazione, insieme ad un’ampia delegazione, al World Food Forum della Fao in programma dall’8 al 16 ottobre. A ricevere Rodriguez c’era Máximo Torero, economista capo della Fao e coordinatore del forum; il ministro degli Affari esteri venezuelano, Félix Plasencia e l’ambasciatrice del Venezuela in Italia, Maria Elena Uzzo. Non ci sono stati rappresentanti del governo italiano.

Nonostante gli scandali di corruzione del regime di cui da anni fa parte, Rodriguez farà parte dell’evento ed è stata designata per pronunciare un discorso. Negli Stati Uniti continuano i processi e le indagini su come la rivoluzione bolivariana ha usato il programma di sussidi di alimenti e medicine per arricchimenti e malversazioni di fondi, con il prestanome di Nicolas Maduro, Alex Saab, a capo di questo sistema.

Le sanzioni internazionali contro funzionari del regime continuano a essere in vigore, ma Rodriguez può entrare in territorio italiano per l’immunità diplomatica che le permette di partecipare a questi eventi (come alle Nazioni Unite a New York). Il governo di Pedro Sánchez l’ha anche invitata al Summit Iberoamericano a Madrid il 4 e il 5 novembre.

Non è da escludere qualche incontro con la direzione dell’Eni, con cui il Venezuela ha firmato di recenti nuovi accordi.

Intanto, un gruppo di venezuelani ha organizzato una protesta contro la presenza della leader del regime a Roma.

Llegamos a Roma, Italia, para participar en el Foro Mundial de la Alimentación de la FAO. 🇻🇪🇮🇹 https://t.co/h8MyTm1JSe

— Delcy Rodríguez (@delcyrodriguezv) October 11, 2026

Ora i centristi dicano cosa vogliono fare. La versione di Merlo

12 October 2026 at 14:24

È ormai abbastanza evidente che adesso i centristi devono dire apertamente, e chiaramente, cosa vogliono fare e come si vogliono comportare nella dialettica politica italiana contemporanea. Al riguardo ci sono due concrete considerazioni che non possono non essere evidenziati. Innanzitutto il centro, e di conseguenza i centristi, non possono più limitarsi a giocare un ruolo residuale, marginale, periferico e politicamente del tutto marginale. Il dibattito a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi è abbastanza deprimente per il futuro e la prospettiva del centro.

Quando una coalizione come quella del “campo largo” è egemonizzata sotto il versante politico, culturale e programmatico dalla sinistra populista, radicale, massimalista ed estremista è di tutta evidenza che l’apporto delle potenziali ed eventuali forze centriste è semplicemente irrilevante. È appena sufficiente, al riguardo, osservare concretamente il peso reale di tutto ciò che non è riconducibile al campo della sinistra progressista per rendersi conto che il centro da quelle parti è sostanzialmente ridotto al peso che avevano i “cattolici indipendenti di sinistra” eletti nelle liste del Pci negli anni ‘70 e ‘80. Cioè politicamente nulla. E non è un caso, del resto, che la frammentazione delle mille sigle centriste nella coalizione di sinistra e progressista è solo funzionale alla richiesta di avere qualche seggio parlamentare gentilmente offerto dagli azionisti di maggioranza dell’alleanza.

Sul versante del centro destra, e specularmente, la situazione è leggermente diversa ma non granchè perché il peso, l’autorevolezza e il carisma della premier di Giorgia Meloni sono talmente forti ed oggettivi che indeboliscono, se non oscurare del tutto, l’apporto e il contributo delle forze centriste. Il ruolo e il peso di Forza Italia, nello specifico, non sono in grado nè di rappresentare un autentico luogo politico centrista e nè, al contempo, di condizionare adeguatamente il progetto politico complessivo della coalizione stessa. Insomma, due situazioni che evidenziano, di fatto, l’impotenza e la sostanziale irrilevanza politica e progettuale della politica di centro, del progetto di centro e della stessa cultura politica di centro. Una situazione, come ovvio, che non può essere la via più gettonata per chi continua ad individuare nella politica di centro una risposta positiva e concreta alle difficoltà della politica contemporanea.

In secondo luogo, e specularmente, il centro assolve al suo ruolo se è in grado di ritornare politicamente protagonista. O all’interno della coalizione di riferimento oppure dando vita ad un centro autonomo e sganciato dai due poli maggioritari.

In entrambi i casi, però, non può ridursi a giocare un ruolo puramente ancillare e, di conseguenza, del tutto irrilevante. Certo, nessuno pensa di ritornare ad una stagione, quella della prima repubblica, dove il centro ha giocato un ruolo decisivo e determinante sotto il profilo politico e progettuale e della stessa cultura di governo. Un ruolo, meno incisivo, che comunque sia è stato praticato anche durante la prima fase della seconda repubblica dove le forze centriste hanno saputo giocare un ruolo decisivo. Non a caso si parlava ancora di centro sinistra e di centro destra. Ecco perché, e al di là di molte chiacchiere, la posta in gioco è abbastanza semplice da descrivere. E cioè, o si ha il coraggio di ritornare politicamente protagonisti oppure, e di conseguenza, ci si riduce ad essere del tutto marginali e periferici. Un epilogo, va pur detto, che sarebbe triste e anche un po’ decadente per una nobile e gloriosa cultura politica che ha caratterizzato ed accompagnato la stessa crescita e consolidamento della nostra democrazia.

Orizzonte 2040, l’Aeronautica militare chiama a raccolta il Sistema Paese

12 October 2026 at 14:09

L’Aeronautica militare chiama a raccolta i protagonisti dell’industria e della ricerca nazionale con l’obiettivo di fare sistema nel Paese tra istituzioni, Forze armate e industria, per essere pronti ad affrontare le sfide di oggi e di domani. Al centro del convegno “Facciamo Sistema”, organizzato presso Palazzo Aeronautica, un orizzonte temporale che guarda al 2040 e la necessità di programmare oggi le capacità che serviranno alle Forze armate in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato da crisi, competizione tecnologica e minacce in rapida evoluzione. I temi oggetto del confronto hanno spaziato dalla formazione del personale alla disponibilità dei sistemi d’arma, dalla deterrenza convenzionale allo spazio, fino al dominio cyber, all’intelligenza artificiale e alla resilienza energetica.

Autonomia strategica, ma senza isolamento

Il tema dell’autonomia tecnologica attraversa il confronto. Per Crosetto, la possibilità di disporre di capacità industriali e tecnologiche nazionali è una componente della sicurezza, soprattutto quando le dipendenze esterne riguardano sistemi essenziali per la difesa. Questo non significa, tuttavia, puntare all’autosufficienza in ogni settore. “L’autonomia non significa solitudine, significa avere la possibilità di scegliere”, ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, indicando nelle alleanze e nelle partnership europee e internazionali la via da seguire. La stessa impostazione riguarda il rapporto tra Forze armate e imprese. Per Crosetto, la sicurezza nazionale non può essere ricondotta alle responsabilità di una singola amministrazione o di un solo comparto. “La sicurezza nazionale non appartiene a una sola amministrazione, a una sola Forza armata, a un solo ministero, a una sola industria”. Fare sistema, in questa prospettiva, significa dunque costruire una capacità nazionale che non si esaurisca nelle singole iniziative, ma che consenta di coordinare le scelte pubbliche, le esigenze operative e le competenze industriali con un orizzonte definito e una visione ampia. 

La programmazione di lungo periodo

Per il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e primo promotore dell’iniziativa, il convegno nasce come un’occasione per consolidare il dialogo con il mondo industriale, militare e accademico, individuando le tecnologie sulle quali investire e valutando i tempi necessari per portarle a maturità. Il punto, ha sottolineato il generale, non è soltanto sviluppare nuove soluzioni, ma farlo quando possono ancora produrre un vantaggio operativo. L’alternativa, avverte, è rischiare di trovarsi impreparati.

In questo contesto, fenomeni come l’evoluzione dei droni e la prospettiva di sistemi sempre più autonomi stanno dimostrando quanto rapidamente possano cambiare le esigenze militari. Per questo, spiega Conserva, “il dialogo continuo con il mondo accademico, con il mondo industriale serve ad adeguare i nostri programmi, valutando le prospettive di sviluppo tecnologico e cercando di cogliere ciò che si propone in maniera emergente e devastante”.

Anche per Gian Piero Cutillo, condirettore generale di Leonardo, il rapporto tra industria e Difesa deve cominciare dalle fasi iniziali dello sviluppo dei sistemi. La possibilità di intervenire sulla progettazione, anziché limitarsi a gestire successivamente i problemi, è parte di un cambiamento strutturale che richiede investimenti e programmazione. “Se vogliamo avere un cambiamento strutturale dobbiamo cominciare anche a disegnare i nostri sistemi”, ha spiegato. Il riferimento è sia alle tecnologie da sviluppare sia alle competenze critiche da preservare, per poter modificare e adattare i sistemi quando cambiano le condizioni operative. “La nostra ricetta è quella di avere delle alleanze, non delle dipendenze ma se possibile delle interdipendenze positive e costruttive dove si mettono insieme delle competenze con altre aziende, anche tra le istituzioni, tra le Forze armate e l’industria”. Un modello che, nelle parole di Cutillo, richiede una programmazione di medio e lungo termine e una capacità di investimento capace di sostenere la collaborazione tra i diversi attori.

Dalla disponibilità dei sistemi alla deterrenza

La capacità operativa non dipende soltanto dal numero di sistemi d’arma disponibili, ma anche dalla possibilità di mantenerli efficienti e pronti all’impiego. “Bisogna parlare di disponibilità, di gestione della capacità operativa”, ha evidenziato Cutillo, indicando la necessità di trasformare le informazioni raccolte attraverso le tecnologie in strumenti utili per la gestione e il sostegno dei sistemi. Il rapporto con l’industria, in questo senso, non può limitarsi alla fornitura, ma dovrà contribuire a garantire nel tempo la funzionalità delle capacità acquisite.

Il tema è strettamente legato anche al tema della deterrenza, per lo meno convenzionale. Lo stesso Conserva ha richiamato le difficoltà di un contesto internazionale nel quale le crisi possono evolvere rapidamente e nel quale la disponibilità di strumenti militari credibili deve accompagnarsi alla capacità di impiegarli. La deterrenza convenzionale, segnala il generale, rimane un elemento fondamentale per impedire che un avversario possa sfruttare un vantaggio tecnologico o militare per imporre uno scenario fait accomplì. 

Spazio, cyber e capitale umano

L’orizzonte del 2040 comprende ambiti che incidono direttamente sulla capacità operativa delle Forze armate. Il dominio spaziale, in particolare, non è più soltanto un settore della ricerca scientifica, ma un ambiente nel quale si sta sviluppando una competizione strategica sempre più serrata. La disponibilità dei servizi satellitari, delle comunicazioni e delle capacità di accesso allo spazio può influire sulla continuità delle operazioni. Di conseguenza, la possibilità di compensare rapidamente la perdita o l’indisponibilità di servizi essenziali si configura essa stessa come parte della resilienza nazionale.

Un ragionamento analogo riguarda il cyber e lo spettro elettromagnetico, insieme alle applicazioni dell’intelligenza artificiale, dei sensori quantistici e del supercalcolo. Sono ambiti nei quali la capacità di elaborare dati, proteggere le proprie reti e limitare la libertà d’azione dell’avversario assume un peso crescente.

Da ultimo, accanto agli investimenti e alle capacità industriali, resta centrale anche la formazione. Lo stesso Crosetto ha richiamato il ruolo del capitale umano nella costruzione di una forza armata moderna, mentre il generale Conserva ha individuato nella formazione specialistica uno dei temi sui quali confrontarsi con il mondo accademico e industriale. La tecnologia, infatti, amplierà anche le possibilità operative, ma richiede competenze in grado di svilupparla, gestirla e adattarla alle esigenze della Difesa. Il percorso verso il 2040 comprenderà quindi anche la capacità di formare professionisti preparati a operare in un ambiente ormai dominato da sistemi autonomi, grandi masse di dati e nuove tecnologie.

Stabilità e prezzi, gli studi premiati con il Nobel all’Economia

12 October 2026 at 14:03

Un premio alla stabilità, concetto sempre più astratto in questi tempi così magmatici. Il Nobel 2026 all’Economia è stato insignito agli statunitensi Robert Hall e Michael Woodford, per i loro studi sulle fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica. “L’economia”, ha spiegato Woodford intervistato in diretta all’evento, “è danneggiata da molti tipi di eventi, che spesso non sono economici nella loro natura ma hanno avuto forti effetti sull’economia. Un esempio ora è la guerra in Medioriente: ha chiaramente danneggiato i mercati dell’energia e ci sono forti cambiamenti sui prezzi dell’energia, che hanno molte ricadute su vari aspetti dell’economia in molte zone del mondo. Ovviamente non è una questione di imprese o forze economiche che ha fatto esplodere la guerra”, né sono questi fattori a determinare quanto durerà, “ma eventi di questo tipo hanno effetti molto rilevanti sull’economia globale”, ha concluso.

Ma chi sono i due vincitori del Nobel all’Economia? Hall è nato nel 1943 a Palo Alto, in California, h ricoperto la carica di presidente dell’American economic association nel 2010. Ed è membro della National academy of sciences, Distinguished fellow dell’Aea e Fellow dell’American academy of arts and sciences, dell’econometric Society e della society of labor economists. Insieme ad Alvin Rabushka ha sviluppato un framework per una tassazione sui consumi equa ed efficiente. Il loro articolo pubblicato sul Wall Street Journal nel dicembre 1981 ha segnato il punto di partenza per un’ondata di interesse verso la tassazione sui consumi. I due sono stati inseriti nella Hall of Fame della rivista Money per il loro contributo all’innovazione finanziaria. Hall è stato inoltre direttore del programma di ricerca sulle fluttuazioni e la crescita economica del National Bureau of Economic Research dal 1978 al 2013.

Woodford è invece nato nel 1955 a Chicopee, nel Massachusetts, e divide il premio con Hall con la stessa motivazione. Woodford è John Bates Clark Professor of Political Economy alla Columbia University ed è stato MacArthur Fellow e Guggenheim Fellow e ora è Fellow dell’American academy of arts and sciences. Ricopre inoltre l’incarico di research associate per il National bureau of economic research, di Research fellow presso il Centre for economic policy research (Londra) e di Fellow del CESifo Research network (Monaco di Baviera). Già vincitore di diversi premi internazionali, la sua opera più importante è il trattato Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy, vincitore nel 2003 dell’Association of american publishers award come miglior libro accademico o professionale in ambito economico. Le sue attuali ricerche si concentrano sulle implicazioni della razionalità limitata nell’analisi economica, attingendo alle scoperte della psicologia cognitiva e delle neuroscienze, con particolare attenzione alle conseguenze delle decisioni basate su rappresentazioni mentali imprecise.

Trump, il prezzo dell’insicurezza e il conto dell’Europa. La riflessione di Volpi

12 October 2026 at 13:35

Una guerra arriva anche dove non si combatte. Arriva nella fattura di un trasportatore, nel premio richiesto per assicurare una nave, nella decisione di un’impresa di rinviare un investimento. Questi costi entrano nella vita delle società, modificano le convenienze, consumano consenso. Alla lunga, condizionano anche la libertà di decidere.

L’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump dopo il colloquio con Vladimir Putin mette gli europei davanti a una questione scomoda. Washington cerca di contenere il prezzo dell’energia; Mosca ottiene uno spazio commerciale e politico. L’annuncio prevede oltre trecentomila tonnellate nell’immediato, cinquecentomila a novembre e un ulteriore milione successivamente, destinate al mercato americano e a quello globale.

L’effettiva disponibilità e l’impatto duraturo sui prezzi restano da verificare. Il significato della scelta, però, è già evidente: l’urgenza economica americana può modificare le condizioni della pressione sulla Russia. Per un’Europa che dal 2023 ha chiuso le porte ai prodotti petroliferi russi, non è un dettaglio.

A completare il quadro sono arrivate le accuse di Trump a Zelensky per le occasioni negoziali che avrebbe mancato, fino all’invito a cambiare presidente, insieme al rimprovero di colpire le infrastrutture energetiche russe. Il rischio, per Kyiv, è che la sua resistenza venga giudicata anche attraverso il prezzo del carburante americano. Per l’Europa, che sostiene l’Ucraina e vive le conseguenze della guerra sulla propria sicurezza, dovrebbe essere materia di una riflessione assai meno rituale.

Essere informati, essere consultati e concorrere a decidere sono condizioni diverse. La solidità di un’alleanza si misura anche nella distanza fra queste tre possibilità. Le reazioni europee, arrivate a cose fatte, dicono già in quale ci troviamo.

Il collegamento fra i fronti passa attraverso l’energia. La guerra in Medio Oriente e l’insicurezza delle rotte producono tensioni che accrescono il valore negoziale delle forniture disponibili altrove. Mosca può dunque trovare opportunità nelle conseguenze di un conflitto esterno al teatro ucraino. Non serve immaginare una strategia concordata per riconoscere una convergenza temporanea di convenienze.

Il prezzo del barile racconta soltanto una parte del problema. Contano la raffinazione, la disponibilità di gasolio, il trasporto e la possibilità stessa di assicurare il viaggio. A settembre Paul Bradshaw, dirigente di Enoc, ha indicato costi di transito attraverso Hormuz saliti nell’ordine di dieci-venti milioni di dollari, trainati da premi per il rischio di guerra che prima non esistevano. Non è una tariffa, è un ordine di grandezza. Basta però a misurare quanto l’insicurezza pesi sul commercio.

Anche aggirare uno stretto può significare esporsi a un’altra vulnerabilità. L’IEA ha documentato come i nuovi attacchi, Mar Rosso compreso, frenino il recupero dei flussi dal Golfo, e gli attacchi all’oleodotto saudita Est-Ovest hanno mostrato che la principale alternativa a Hormuz è a sua volta un bersaglio. La diversificazione richiede quindi infrastrutture, protezione e continuità diplomatica.
Se questa condizione si prolunga, il rischio europeo va oltre l’inflazione. Le imprese investono dove possono prevedere costi e consegne. L’incertezza persistente può spostare produzioni, capitali e competenze. Potremmo ritrovarci a spendere di più per la sicurezza con una base economica meno capace di sostenerla.

L’aumento delle commesse nella difesa non risolve questa contraddizione. Può creare occupazione e accelerare tecnologie importanti, ma il fatturato di alcuni settori non rappresenta il bilancio complessivo di una guerra. Restano le distruzioni, le risorse sottratte ad altri investimenti e il costo quotidiano imposto a famiglie e imprese.

Se la vulnerabilità è economica prima ancora che militare, la risposta deve tenere insieme industria, energia e sicurezza. È su questo terreno che l’Europa dovrebbe organizzarsi. Il Canada, primo Paese non europeo a partecipare allo strumento Safe, offre un precedente concreto di collaborazione industriale e strategica più ampia. Il suo avvicinamento suggerisce una prospettiva: rendere più fitti e affidabili i rapporti fra democrazie che condividono interessi di sicurezza, capacità produttive e bisogno di prevedibilità.

Per l’Italia questa rete potrebbe svilupparsi attraverso la cooperazione con Regno Unito e Giappone, ai quali il programma Gcap ci lega già in un vincolo industriale di lungo periodo, e con il Canada, affiancata da accordi mirati con i partner del Mediterraneo e del Golfo. Relazioni diverse, da governare con chiarezza: collaborazione politica fra democrazie, intese economiche e di sicurezza con altri interlocutori. Energia, porti, infrastrutture sottomarine e protezione delle rotte sono ambiti nei quali il nostro Paese può proporre iniziative e assumere responsabilità.

La ricaduta industriale dipende dalla qualità di questo disegno. Programmare insieme fabbisogni e investimenti può sostenere cantieristica, tecnologie energetiche, sorveglianza e sistemi di protezione. Ordini coordinati e finanziamenti stabili possono dare alle imprese la dimensione necessaria per crescere. La politica estera acquista così strumenti materiali, mentre l’industria trova un orizzonte più solido dell’emergenza.

La Nato resta essenziale. Proprio per questo serve una componente europea capace di agire e di sostenere un confronto fra alleati, anche quando Washington cambia priorità. Attendere ogni volta una nuova definizione dell’interesse americano significa rinviare la definizione del nostro.

Le democrazie impegnano la propria credibilità quando chiedono sacrifici in nome della sicurezza. Devono saper dimostrare che quei sacrifici costruiscono una prospettiva sostenibile. All’Europa spetta questa responsabilità: trasformare la propria forza economica in capacità di scelta. Altrimenti continuerà a finanziare le conseguenze di decisioni sulle quali pesa troppo poco.

L’Ue stringe la presa sull’industria militare russa. Nel mirino la filiera di missili e droni

12 October 2026 at 13:19

Bruxelles prova a mettere sotto pressione la catena industriale che sostiene lo sforzo bellico russo. Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato lunedì 12 ottobre nuove misure restrittive nei confronti di 1.569 persone ed entità riconducibili al complesso militare-industriale della Federazione Russa: 826 aziende e 743 persone fisiche, in gran parte amministratori delegati delle società interessate. È, secondo il Consiglio, il più ampio insieme di nuove designazioni approvato dall’Ue dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Il totale dei soggetti colpiti dal regime europeo legato alla tutela dell’integrità territoriale ucraina sale così a quasi 4.600.

Il criterio seguito dall’Ue punta soprattutto sui fornitori di livello intermedio, cioè su quella fascia di imprese che collega la disponibilità delle tecnologie e dei componenti alla produzione finale dei sistemi d’arma. Secondo Bruxelles, le società interessate costituiscono una parte centrale dell’apparato industriale militare russo, con almeno 20 miliardi di euro di fatturato annuo complessivo e più di 250 mila dipendenti.

È qui che si trova l’elemento più significativo del nuovo pacchetto. Le imprese individuate dal Consiglio forniscono componenti destinati ad alcuni dei sistemi più avanzati utilizzati dalle Forze armate russe: missili, velivoli senza pilota e aerei. La lista comprende aziende attive nell’elettronica e nella produzione di semiconduttori, microcircuiti e computer, ma anche fornitori di radar, antenne e ricetrasmettitori, sistemi aeronautici e satellitari, tecnologie missilistiche, esplosivi, munizioni, apparati ottici e strumenti di navigazione. Più della metà delle nuove designazioni, sottolinea il Consiglio, interessa direttamente la catena produttiva dei missili balistici russi.

La logica è quella di intervenire sui nodi industriali meno visibili, ma difficilmente sostituibili nel breve periodo. Dopo oltre quattro anni di guerra, l’apparato militare russo dipende infatti non soltanto dalla capacità produttiva dei grandi conglomerati della difesa, ma da una rete molto più estesa di imprese specializzate che garantiscono elettronica, comunicazioni, navigazione, sensoristica e componentistica. Colpire questi passaggi significa provare ad aumentare i costi di produzione, complicare l’approvvigionamento e restringere ulteriormente gli spazi per l’accesso a tecnologie e capitali europei.

“Questo non è il momento di allentare la pressione su Mosca, ma di aumentarla”, ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri Kaja Kallas. Nelle parole di Kallas, la decisione è direttamente collegata anche alla prosecuzione degli attacchi russi contro le infrastrutture e gli obiettivi civili ucraini. Il Consiglio richiama, in particolare, gli attacchi contro Kiev e contro le infrastrutture legate al trasporto del grano per motivare la necessità di mantenere la pressione economica sul Cremlino.

Dal punto di vista giuridico, le nuove designazioni rientrano nel regime di misure restrittive europee contro le azioni che minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. Per le aziende e le persone inserite nell’elenco scatta il congelamento dei beni nell’Ue e il divieto, per operatori europei, di mettere direttamente o indirettamente a loro disposizione fondi o altre risorse economiche. Alle persone fisiche si applica inoltre il divieto di ingresso e transito nel territorio dell’Unione. Gli atti sono stati pubblicati nella Gazzetta ufficiale europea.

Il nuovo intervento conferma un’evoluzione della strategia sanzionatoria europea. Bruxelles tenta di ricostruire sempre più nel dettaglio l’architettura industriale che rende possibile la produzione bellica, individuandone i fornitori, i dirigenti e gli snodi tecnologici. La questione decisiva sarà ora l’effettiva capacità di impedire che semiconduttori, apparati elettronici e altre tecnologie controllate continuino a raggiungere la Russia attraverso società intermediarie e Paesi terzi.

Chi (non) ha vinto le primarie socialdemocratiche in Francia

12 October 2026 at 12:31

Raphaël Glucksmann è il nuovo leader della socialdemocrazia francese. Sarà lui il candidato di questa frazione politica alle presidenziali del 2027. Con il Partito Socialista, l’eurodeputato ha ottenuto il 66,17% dei voti, vincendo sul segretario socialista Olivier Faure, che ha ricevuto solo il 14,5% dei voti, e l’ex ministra Ségolène Royal, con il 7%. Molto indietro anche i pre-candidati Emmanuel Maurel e Jérôme Guedj.

Una vittoria che invia un chiaro messaggio, secondo Glucksmann, fondatore del partito Place Publique. “Questo risultato dice qualcosa di potente – ha dichiarato il candidato -: una sinistra fedele ai suoi valori può unire, governare e vincere”. Per lui si può “parlare di giustizia, di ecologia e di Repubblica senza dovere rinunciare a nulla”.

Gli ultimi sondaggi indicano che Glucksmann potrebbe ottenere il 10% dei voti, molto poco per aspirare al secondo turno, dove molto probabilmente ci sarà la candidata dell’estrema destra strada Marine Le Pen. Glucksmann ha negato qualsiasi alleanza con il candidato di La Francia Insumisa, Jean-Luc Mélenchon. La strada è ancora in salita: il socialdemocratico dovrà anche misurarsi con l’ex presidente socialista, François Hollande, che si prevede annuncerà la sua candidatura alle presidenziali a dicembre.

Nato a Boulogne-Billancourt nel 1979, Glucksmann è europarlamentare dal 2019 ed è stato giornalista. È figlio del filosofo francese di origine ebraica André Glucksmann. Ha frequentato la prestigiosa università Sciences Po di Parigi e ha contribuito a molti movimenti democratici in Georgia ed Ucraina. Infatti, è stato consigliere del presidente georgiano Mikheil Saakashvili fino al 2013. Rientrato in Francia, è stato direttore del giornale Le Nouveau Magazine Littéraire.

Il suo progetto politico incarna una sinistra moderata, molto diversa da quella concepita da Mélenchon, che critica l’Europa e sembra condividere visioni con Mosca e Pechino. Glucksmann critica la persecuzione agli uiguri in Cina e l’ingerenza di Mosca nelle democrazie occidentali.

Tre miliardi non spesi. Il paradosso del Fondo per i farmaci innovativi

12 October 2026 at 12:13

Dal 2017 l’Italia ha uno strumento nato per un problema preciso: i farmaci che cambiano la storia di una malattia costano molto e, in competizione con tutta l’altra spesa, rischiano di arrivare tardi ai pazienti. Per questo esiste un fondo dedicato, che paga i medicinali riconosciuti innovativi da Aifa senza farli pesare sui tetti del resto della spesa. In nove anni il fondo ha ricevuto 9,9 miliardi di euro e ne ha spesi 6,9: quasi tre miliardi mai impiegati. La tendenza continua a crescere: nel 2018 veniva usato il 91% delle risorse, nel 2025 appena il 53%. E gli avanzi non restano all’innovazione: entrano nelle disponibilità generali delle regioni, che li destinano ad altri usi.

La legge di bilancio 2026 ha fatto un passo in più, tagliando la dotazione da 1.300 a 1.160 milioni: comprensibile, se i soldi restano fermi. Ma un avanzo indica dove guardare, non dice ancora cosa decidere: prima di ridimensionare lo strumento conviene capire perché non riesce a spendersi. Le ragioni sono almeno due, e nessuna dipende dalla mancanza di innovazione.

Il primo motivo è il tempo

Il riconoscimento di innovatività dura al massimo trentasei mesi e non si può prorogare. Alla scadenza il farmaco resta rimborsato, ma la sua spesa esce dal fondo e torna sotto il tetto degli acquisti diretti, il limite della spesa farmaceutica ospedaliera. Quel tetto è già regolarmente sforato: ogni euro che vi rientra allarga l’eccedenza e fa scattare il payback, l’obbligo per le aziende di ripianarne una parte. Quando un farmaco esce dal fondo, insomma, il sistema non risparmia nulla: sposta il costo da un capitolo all’altro.

Le uscite però corrono più degli ingressi: nel solo 2025 sono uscite diciotto indicazioni a innovatività piena, ne sono entrate sette. Un dettaglio lo amplifica: le scadenze cadono in corso d’anno, non al 31 dicembre. Un’indicazione che esce a marzo lascia al fondo solo tre mesi del suo fatturato. Rifacendo i conti come se ognuna fosse rimasta tutto l’anno, nel 2025 il fondo ha perso così circa 122 milioni: quasi un decimo della dotazione.

Il secondo motivo è chi tiene i conti

Anche quando le risorse ci sono, farsele riconoscere non è banale. Il fondo rimborsa la spesa indicazione per indicazione: lo stesso farmaco può essere innovativo per un tumore e non per un altro. Gli ospedali, però, registrano gli acquisti per farmaco, e ricondurre ogni somministrazione all’indicazione giusta è un lavoro in gran parte manuale. Che il problema non sia marginale lo dicono i numeri: per il 2023 i flussi di monitoraggio Aifa indicano un utilizzo del 64%, con regioni fra il 56% e il 75%, mentre gli importi imputati al fondo danno il 72%. Otto punti di differenza valgono quasi cento milioni. Un’indagine su diciotto responsabili di nove regioni, pubblicata su Global & regional health technology assessment, conferma: quattro intervistati su dieci non ricevono aggiornamenti puntuali sull’utilizzo, sei su dieci programmano guardando solo ai consumi passati.

L’oncologia è dove si vede meglio

I farmaci oncologici ed emato-oncologici sono il cuore del fondo: 31 delle 55 indicazioni del 2025 e 353 milioni, più della metà della spesa. Ma sono anche i più penalizzati dalle uscite, perché in oncologia una stessa molecola cura tumori diversi e ogni indicazione ha il suo orologio, e quasi tre quarti del fatturato perso per le scadenze infra-annuali è oncologico. Una precisazione: Aifa pubblica la spesa per farmaco, non per indicazione; la ripartizione è una nostra stima, il totale coincide col dato ufficiale.

La prossima ondata

Nel 2026 il quadro sarà ancora più visibile: usciranno dal fondo ventiquattro indicazioni, con circa 315 milioni di fatturato. E la domanda diventa prospettica: il divario si allargherà anche nel 2027 e nel 2028, mentre finanze pubbliche e politiche americane di most favored nation premono sui prezzi europei?

È la domanda da cui nasce “Mapping the next wave of innovation”: un horizon scanning delle indicazioni potenzialmente innovative attese al rimborso in Italia nel biennio, costruito sui pareri del comitato europeo Chmp e sulle domande in valutazione all’Ema, vagliato da un panel di esperti indipendenti e tradotto in un modello probabilistico di impatto sul fondo. La previsione avrà margini di errore, ma conoscerli in anticipo è già governo.

Da lì potranno emergere proposte per usare meglio il fondo ed evitare che i surplus ne alimentino lo svuotamento. Perché il principio, in fondo, è semplice: le risorse per l’innovazione devono rimanere all’innovazione.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

Da Pio XI a Leone XIV. Come è cambiato il racconto della salute dei Papi

12 October 2026 at 12:09

Il Pontificato di Papa Leone XIV sarà lungo e condotto in buona salute, secondo migliori parametri dell’età. Sono ottimisti gli oncologi e i chirurghi di patologie oncologiche dell’Ospedale Gemelli di Roma dove all’inizio di settimana al 71enne Robert Francis Prevost sarà asportato il nodulo allo stato iniziale e ben localizzato individuato in un polmone. Scoperto con la Tac nel corso di un normale esame generale periodico, il nodulo riscontrato al Papa é stato successivamente focalizzato dalla PET, la Tomografia a Emissione di Positroni, in grado di offrire un quadro diagnostico estremamente preciso e dettagliato, individuare i tessuti alterati e stadiare il sospetto tumore.

L’equipe chirurgica che si accinge ad operare Leone XIV dispone già dei parametri della densità, della forma e dei margini del nodulo, dell’eventuale progressività, dell’eventuale confronto con esami precedenti. In attesa degli esami istologici, l’ottimismo dei chirurghi deriva dalla constatazione che il nodulo é allo stadio iniziale ed ha i margini circoscritti. Durante l’intervento viene asportata soltanto la parte di polmone interessata dalla lesione. Vengono inoltre prelevati alcuni linfonodi, per sottoporli a un esame istologico e verificare l’eventuale presenza di cellule tumorali. Se i linfonodi risultano negativi, nella maggior parte dei casi l’intervento é risolutivo. Se, invece, vengono individuate cellule tumorali, può essere indicata una chemioterapia aggiuntiva. La diagnosi precoce è fondamentale. Le tecniche chirurgiche mininvasive consentono, inoltre, di ridurre i tempi di degenza.

Concluso l’intervento Papa Leone sarà trasferito nell’ala al decimo piano del Gemelli riservata ai Pontefici. Un mini appartamento, con annessa cappella, allestito per Giovanni Paolo II, quando fu ferito da Ali Ağca in piazza San Pietro il 13 maggio 1981, ed utilizzato da Wojtyla per ben sette fra ricoveri e degenze. Appartamento clinico che ha ospitato successivamente Papa Francesco. Dal Novecento la salute dei Pontefici é passata molto gradualmente dalla riservatezza degli appartamenti vaticani alla comunicazione pubblica di diagnosi, interventi chirurgici e ricoveri ospedalieri. Per lungo tempo però, le condizioni fisiche dei Papi furono trattate come un vero e proprio segreto di Stato. Solo quando morì, 10 febbraio 1939 all’età di 81 anni, si scoprì che Pio XI aveva avuto un progressivo peggioramento delle condizioni di salute. Tanto che la sua morte alimentò sospetti e ricostruzioni controverse, anche in relazione ai rapporti sempre più tesi con il regime fascista.

Eugenio Pacelli, Pio XII, morì il 9 ottobre 1958 a Castel Gandolfo, dopo una lunga fase di declino fisico mai resa pubblica. Papa Giovanni XXXIII, Angelo Giuseppe Roncalli, eletto nel 1958, soffriva di un tumore allo stomaco che venne diagnosticato quando era ormai in fase avanzata. Le condizioni del Pontefice peggiorarono progressivamente, ma nonostante la gravità della situazione, il Papa del Concilio senza far trapelare nulla continuò a svolgere i suoi impegni fino a quando crollò, il 3 giugno 1963, all’età di 81 anni. La sua malattia mise in evidenza le difficoltà diagnostiche e terapeutiche di un’epoca nella quale le possibilità di cura dei tumori erano ancora limitate.

Successivamente il segreto non resse alle circostanze in cui Giovanni Battista Montini, Paolo VI, fu sottoposto il 4 novembre 1967 ad un intervento alla prostata. L’operazione venne eseguita in una sala chirurgica appositamente allestita negli appartamenti pontifici, senza trasferire il Papa in ospedale. Montini si spense poi ad 81 anni il 6 agosto 1978, a Castel Gandolfo. Albino Luciani, Giovanni Paolo I, cardiopatico, fu eletto nel Conclave del 26 agosto 1978 e morì improvvisamente il 28 settembre, dopo appena 33 giorni di pontificato. La causa della morte fu generalmente attribuita a un infarto, ma l’assenza di un’autopsia e le incertezze iniziali nella comunicazione ufficiale alimentarono dubbi e ricostruzioni alternative.

Il culmine della segretezza si raggiunse tuttavia nel 2012, quando sei mesi prima delle sue inedite e clamorose dimissioni, Papa Benedetto XVI si sottopose all’istallazione di pacemaker rasentando la clandestinità. Ratzinger infatti non volle essere ricoverato al Policlinico Gemelli e scelse una clinica privata di Roma, imponendo il segreto al cardiochirurgo che lo operò, il prof. Luigi Chiariello, che solo ora ha rivelato il retroscena. Discrezione, segreti, pudori vaticani spazzati via dalla serena semplicità di Papa Leone XIV che a conclusione dell’Angelus ha salutato i fedeli con un sorriso, annunciando che a giorni si sarebbe sottoposto ad un’operazione chirurgica per un nodulo ai polmoni. Vescovo di Roma, Vicario di Cristo, ma pur sempre uomo fra gli uomini.

Il bersaglio è il manager. Come il Gru porta la guerra in casa dell’industria della difesa europea

12 October 2026 at 11:27

Stefan Thumann ha trentanove anni e da dicembre dello scorso anno non dorme mai a lungo nello stesso posto. Il fondatore di Donaustahl, piccola azienda bavarese che fornisce a Kyiv droni d’attacco e da ricognizione, fu avvertito dalle autorità tedesche, sulla base di una segnalazione arrivata da un servizio alleato, che l’intelligence russa stava preparando la sua eliminazione. Davanti alla sua casa di Straßkirchen era stato notato un uomo che filmava l’ingresso e fotografava la targhetta del citofono; poi una donna aveva proseguito la sorveglianza, cercando di risalire ai suoi spostamenti anche attraverso il padre. A marzo sono finiti in manette entrambi, un ucraino e una romena, con l’accusa di attività di spionaggio. Il mandato d’arresto non parla di omicidio, ma un deputato del Bundestag ha evocato apertamente il Novichok. Thumann, che nel frattempo ha scritto il testamento e vive sotto protezione continua, descrive la sua condizione come un duello per la vita con l’intelligence militare russa.[1]

L’allarme dei servizi europei

Quella di Thumann non è più una storia isolata. Il Financial Times ha raccolto le valutazioni di funzionari di cinque servizi di intelligence europei, concordi su un punto: amministratori delegati e dirigenti delle aziende della difesa sono diventati bersagli degli agenti del Cremlino, e l’omicidio di civili sul suolo europeo, a lungo considerato un tabù perfino dai servizi russi, sta entrando stabilmente nel loro repertorio. Non sono nel mirino soltanto i grandi gruppi, ma anche le imprese piccole e medie, in particolare quelle che producono droni e componenti. Diversi manager hanno raccontato al quotidiano di aver rafforzato la propria protezione ravvicinata negli ultimi sei mesi, su indicazione dei servizi governativi.[2]

Il precedente Papperger

Il precedente che ha fatto scuola risale al 2024, quando l’intelligence americana scoprì un piano per uccidere Armin Papperger, l’amministratore delegato di Rheinmetall, e avvertì Berlino in tempo per sventarlo. Allora sembrò un’anomalia; nel gennaio 2025 la NATO confermò ufficialmente che si trattava di uno dei diversi piani rivolti ai vertici dell’industria europea che sostiene l’Ucraina.[3] Oggi quel caso appare per ciò che era: il prototipo di un modello.

La lista di Mosca

Il salto di qualità ha una data. In estate il ministero della Difesa russo ha diffuso un elenco di ventuno aziende europee accusate di produrre o fornire droni all’Ucraina, e funzionari di Mosca le hanno indicate come possibili obiettivi. Il 23 luglio il Bundesamt für Verfassungsschutz ha diramato un avviso di sicurezza alle imprese: il rischio di spionaggio e sabotaggio russo contro il comparto è elevato, e non si possono escludere attacchi mirati contro singoli dipendenti, soprattutto ai livelli dirigenziali.[4] Una lista pubblica di nomi è al tempo stesso una mappa di bersagli per chi esegue e un messaggio intimidatorio per chi la legge.

Il metodo: agenti usa e getta

Il metodo merita attenzione. L’espressione wet work, che la stampa internazionale usa per queste operazioni, traduce il vecchio mokroe delo del gergo sovietico: il lavoro “bagnato”, cioè con spargimento di sangue. Ma la tecnica non è più quella degli ufficiali professionisti spediti a Salisbury nel 2018. Il GRU, e in particolare la sua unità 29155 a cui i servizi occidentali attribuiscono le operazioni più violente dell’ultimo decennio, preferisce oggi agenti “usa e getta”: piccoli criminali, giovani reclutati su Telegram, persone pagate pochi spiccioli in criptovaluta che spesso non sanno neppure per chi lavorano. Il compito viene frammentato: qualcuno pedina, qualcuno procura la logistica, qualcun altro dovrebbe agire. Così si ottiene la negabilità e si resta, deliberatamente, sotto la soglia che renderebbe inevitabile una risposta collettiva dell’Alleanza.

Il vero bersaglio è la decisione

Ma il cuore della strategia sta altrove. «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico», ha spiegato al Financial Times un funzionario d’intelligence: basta che le persone si sentano bersagli perché l’effetto sia raggiunto, e chi pensa di fare affari con l’Ucraina ci ripensi due volte.[5] È guerra cognitiva allo stato puro. Il vero obiettivo non è il corpo del manager, ma la decisione del suo consiglio d’amministrazione, la propensione al rischio dei suoi investitori, la scelta di una giovane start-up se partecipare o meno a una gara per Kyiv. Ogni scorta, ogni auto blindata, ogni trasloco precauzionale è una tassa occulta sul sostegno all’Ucraina, e pesa molto di più su un’impresa di cinquanta dipendenti che su un colosso quotato.

Il fronte polacco

Il fronte più caldo resta quello orientale. In Polonia, snodo logistico decisivo per gli aiuti a Kyiv, l’Agenzia per la sicurezza interna e la polizia hanno sventato ad agosto, all’ultimo momento, il piano per uccidere a Varsavia un cittadino con doppia nazionalità statunitense e ucraina; l’esecutore, un russo reclutato dai servizi di Mosca, era stato arrestato il 7 agosto. Donald Tusk ne ha tratto una conclusione senza giri di parole: bisogna dare per scontato che il regime cercherà di eliminare le persone scomode ovunque si trovino.[6]

L’Italia non è immune

E l’Italia? Le fonti della sicurezza nazionale riferiscono di non aver ricevuto segnalazioni specifiche su piani contro i vertici dell’industria della difesa italiana, e inquadrano il fenomeno nella minaccia ibrida costante che ci accompagna da oltre quattro anni. È una valutazione ragionevole, ma non va scambiata per una garanzia d’immunità. A luglio il Ros ha arrestato a Roma un ex appartenente all’AISI accusato di aver venduto informazioni riservate, compresi i nomi di agenti italiani, a un ufficiale del GRU sotto copertura diplomatica; il governo ha espulso due addetti militari russi e il ministro Crosetto ha parlato di una guerra latente e costante.[7] L’apparato di Mosca, insomma, è presente e attivo anche da noi.

Il punto debole: le piccole imprese

I grandi gruppi come Leonardo e Fincantieri dispongono di strutture di sicurezza solide; il punto debole è la filiera di piccole e medie imprese dei droni, dell’elettronica e dello spazio, i cui fondatori hanno profili pubblici, partecipano alle fiere e non hanno un responsabile della sicurezza. Per loro servirebbe ciò che in Germania già esiste: un canale strutturato con l’intelligence interna, avvisi periodici, formazione minima di sicurezza operativa.

La guerra dei data center

Intanto la guerra aperta si specchia in quella sotterranea. L’8 ottobre droni ucraini hanno colpito a Sasovo, nella regione di Rjazan’, il principale data center di Yandex, dove si trovano due dei tre supercomputer con cui l’azienda addestra i suoi modelli di intelligenza artificiale; il giorno dopo è toccato al centro di Kaluga. È la risposta alla campagna russa contro i data center ucraini delle settimane precedenti, «speculare», nelle parole di Zelensky.[8] La contesa si è spostata dalle trincee all’infrastruttura digitale e cognitiva, e alle persone che la progettano e la producono.

«Sappiamo dove abiti»

Il messaggio di Mosca ai manager europei è antico quanto i servizi segreti: sappiamo dove abiti. La risposta non può essere lasciata ai bilanci delle singole aziende. La sicurezza di chi costruisce gli strumenti della difesa europea è, a tutti gli effetti, sicurezza nazionale. E il modo migliore per disinnescare un’arma psicologica è negarle il risultato: continuare a produrre, firmare e consegnare.

 

[1]Die Zeit, 5 agosto 2026; intervista di S. Thumann a RTL e Stern, 18 agosto 2026; dichiarazioni del deputato Bastian Ernst riportate da n-tv. Il mandato d’arresto della Corte federale di giustizia contesta soltanto l’attività di agente per conto di un servizio straniero.

[2]Financial Times, inchiesta pubblicata l’11 ottobre 2026 sulla base delle valutazioni di funzionari di cinque servizi di intelligence europei.

[3]CNN, 11 luglio 2024; J. Appathurai (NATO), audizione presso la sottocommissione Sicurezza e difesa del Parlamento europeo, 28 gennaio 2025.

[4]Bundesamt für Verfassungsschutz, Sicherheitshinweis für die Wirtschaft, 23 luglio 2026 (dpa-AFX); Milano Finanza, 23 luglio 2026.

[5]Financial Times, 11 ottobre 2026, cit.

[6]Dichiarazioni del Primo ministro Donald Tusk, 13 agosto 2026.

[7]Ros dei Carabinieri – Procura della Repubblica e Procura militare di Roma, 7 luglio 2026; dichiarazioni del ministro Antonio Tajani, 9 luglio 2026, e del ministro Guido Crosetto.

[8]Reuters, 8 e 9 ottobre 2026.

Riad sotto attacco. Il fine settimana degli Houthi e la condanna dell’Italia

12 October 2026 at 08:32

Tredici morti nel primo attacco di sabato, un’altra vittima e undici feriti domenica. L’aeroporto internazionale King Khalid di Riad è al centro di una nuova escalation che investe le infrastrutture civili saudite e mette sotto pressione gli equilibri regionali. Roma condanna gli attacchi, mentre il ministro degli Esteri saudita sente il collega iraniano.

Due giorni di attacchi contro lo scalo della capitale

Un fine settimana di attacchi, vittime e allarme per la sicurezza delle infrastrutture civili. L’aeroporto internazionale King Khalid di Riad è stato colpito sabato da un attacco attribuito ai ribelli Houthi dello Yemen, con un bilancio di almeno tredici morti e centinaia di feriti secondo le informazioni riportate. Domenica, una nuova aggressione contro lo scalo ha provocato la morte di un residente di nazionalità pakistana e il ferimento di altre undici persone, secondo quanto comunicato dalla General Authority of Civil Aviation saudita.

La sequenza porta al centro della crisi una delle principali infrastrutture della capitale. Non soltanto per il bilancio umano, ma anche per le conseguenze sui collegamenti aerei e per il messaggio politico di attacchi che prendono di mira strutture destinate al traffico civile.

Sul primo episodio, i resoconti riportano un bilancio non uniforme: le agenzie inizialmente indicavano dodici morti e oltre trecento feriti, mentre le altre informazioni raccolte riferiscono almeno tredici vittime. Tra queste figura la cittadina siriana Buthaina Ahmed Aweida, la cui morte è stata annunciata dall’ambasciata siriana a Riad. Vedova e madre di quattro figli, viveva in Arabia Saudita da cinque anni.

Il nuovo attacco e l’allarme a Dammam

Domenica, secondo il portavoce della coalizione saudita attiva in Yemen, Turki al Maliki, un «proiettile non identificato» ha colpito il Terminal 4 del King Khalid, provocando un incendio successivamente posto sotto controllo. Lo stesso portavoce ha poi annunciato l’intercettazione di un missile nelle vicinanze dell’aeroporto.

L’autorità saudita per l’aviazione civile ha segnalato danni materiali alle strutture e il trasferimento dei feriti in ospedale. Le operazioni di valutazione dei danni erano ancora in corso. Domenica lo scalo è rimasto chiuso e nella capitale è stata attivata la didattica a distanza.

L’allarme non si è limitato a Riad. L’autorità ha comunicato anche un’aggressione contro l’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam nella serata di domenica, annunciando verifiche sull’integrità delle strutture in coordinamento con gli organismi competenti. Nel comunicato, gli attacchi vengono descritti come parte di una serie di aggressioni contro le infrastrutture dell’aviazione civile del Regno.

La posizione italiana

La risposta di Roma combina condanna politica, solidarietà e indicazioni ai connazionali. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito «inaccettabili» gli attacchi degli Houthi contro i civili e le infrastrutture civili, chiedendo che cessino e ribadendo l’impegno italiano a lavorare con i partner regionali per ridurre le tensioni.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso piena solidarietà all’Arabia Saudita e al suo popolo, richiamando la necessità di evitare un’ulteriore escalation. Nella posizione italiana, la sicurezza del Regno si lega alla stabilità regionale e alla libertà di navigazione nel Mar Rosso e attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb.

La Farnesina ha inoltre raccomandato ai connazionali di evitare gli spostamenti non essenziali verso la zona dell’aeroporto di Riad e l’utilizzo dello scalo per arrivi e partenze, invitandoli a consultare Viaggiare Sicuri e, in caso di necessità, a contattare l’ambasciata o l’Unità di crisi.

Il canale diplomatico con Teheran

Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri saudita, principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal collega iraniano Abbas Araghchi. Secondo l’agenzia saudita SPA, il colloquio ha riguardato l’escalation regionale e gli sforzi per affrontarla.

Il contatto si inserisce in una crisi che resta intrecciata al conflitto yemenita. Mentre gli Houthi minacciano ulteriori attacchi contro il Regno, proseguono gli scontri con le forze affiliate al governo internazionalmente riconosciuto. Media vicini al movimento hanno riferito anche di un attacco contro l’aeroporto di Sana’a da parte delle forze governative sostenute dall’Arabia Saudita.

È su questo sfondo che Tajani ha ribadito il sostegno all’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, e al rilancio del processo politico. Il fine settimana di Riad mette così in evidenza due urgenze: proteggere la popolazione e le infrastrutture civili, e impedire che la nuova sequenza di attacchi allarghi ulteriormente la crisi regionale.

Le condanne internazionali. Dall’Onu agli Stati Uniti, solidarietà a Riad

Alla posizione italiana si affianca una vasta condanna internazionale, con un richiamo comune alla protezione dei civili e alla necessità di impedire un’ulteriore escalation. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è detto «profondamente scioccato» dall’attacco contro l’aeroporto di Riad, ricordando che colpire civili e infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto internazionale. «Questi attacchi devono cessare immediatamente», ha dichiarato.

Anche i vertici dell’Unione europea hanno condannato l’attacco. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è intervenuta insieme ad altri leader internazionali per denunciare l’aggressione, mentre l’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, l’ha definita un «terrificante atto di terrore». La Francia ha espresso piena solidarietà all’Arabia Saudita, chiedendo agli Houthi di interrompere immediatamente gli attacchi. Condanne sono arrivate anche dalla Germania e dal Canada, il cui primo ministro Mark Carney ha definito le aggressioni «abominevoli».

Da Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha denunciato attacchi che mostrano un «palese disprezzo per la vita dei civili innocenti», confermando che tra le vittime figura anche un cittadino statunitense. Un elemento che aggiunge alla crisi una conseguenza diretta per gli Stati Uniti, oltre alla dimensione della sicurezza regionale.

Particolarmente nette le reazioni dei Paesi del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno condannato gli attacchi come una flagrante violazione della sovranità saudita e una minaccia alla sicurezza e alla stabilità del Regno. Il Qatar ha parlato di una grave violazione della sovranità di Riad, sottolineando che la sicurezza saudita è parte integrante della propria e di quella degli altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Anche il Kuwait ha denunciato l’aggressione, ricordando che sono stati colpiti viaggiatori e lavoratori aeroportuali di diverse nazionalità.

La solidarietà si estende agli altri attori regionali. Egitto e Turchia hanno condannato gli attacchi e ribadito il sostegno all’Arabia Saudita. L’Iraq ha avvertito che l’aggressione mette in pericolo la sicurezza e la stabilità della regione, chiedendo la fine delle ostilità. Condanne sono giunte inoltre dalla Giordania, dalla Lega araba e dalla Russia.

Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia hanno inoltre diffuso una dichiarazione congiunta, denunciando gli attacchi degli Houthi come una violazione del diritto internazionale e della sovranità e integrità territoriale saudite. L’India, che ha registrato la morte di un proprio cittadino, ha definito «completamente inaccettabili» i ripetuti attacchi contro civili e infrastrutture civili, chiedendone l’immediata cessazione.

Anche la Commissione dell’Unione africana ha condannato l’attacco, espresso solidarietà al governo e al popolo sauditi e sollecitato una de-escalation urgente. La presa di posizione richiama il principio che attraversa le diverse dichiarazioni internazionali: la popolazione e le infrastrutture civili devono essere protette e non possono diventare bersagli del conflitto.

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