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“La bolla di rabbia è esplosa e il popolo sta capendo. Saranno tempi di rivolta”. Milano, collettivi studenteschi in assemblea. Stasera presidio a San Vittore

23 October 2026 at 10:13

Sono tanti, e anche di più, arrivano da ogni lato dei giardini di via Palestro. Chi in bici, da soli o in compagnia, cuffie in testa, birra in mano. Qui di fronte al Museo d’arte contemporanea si mettono in cerchio. In mezzo c’è un grande cespuglio di rose rosse. E’ il pomeriggio di ieri e il sole sta già scendendo dietro ai grandi palazzi di piazza Cavour. Ma oggi bisognava esserci, perché oggi, ieri, lo scorso fine settimana in piazza, la protesta si è fatta fermento. E i collettivi studenteschi di Milano e di tutto l’hinterland, e con loro centri sociali come il Lambretta hanno un’urgenza collettiva. Ci sono quelli del Volta e dell’Einstein davanti al cui liceo solo pochi giorni fa è andata in scena un aggressione neo fascista contro un universitario. C’è il collettivo dell’Agnesi e del Vittorio Veneto. Stanno in un cerchio ampio per confrontarsi, per pianificare, decidere. Ad esempio cosa fare domani. Se scendere in piazza o attendere lo sciopero generale del prossimo venerdì. Molti saranno questa sera al presidio davanti al carcere di San Vittore per dare solidarietà agli arrestati degli scontri del 17 e 18 ottobre. Con loro gli indecifrabili del Movimento 17 ottobre. Ci saranno anche gli anarchici che attraverso la chat Telegram Tutto Squat Milano hanno dato appuntamento in zona Sant’Agostino. Gli stessi che ieri hanno deciso di annullare il corteo anarchico di sabato pomeriggio “per non frammentare le piazze”.

Intanto ieri ai giardini pubblici di via Palestro, ogni ragazzo alla spicciolata ha preso il microfono. “Davanti a tutto questo – dice un liceale – ci resta solo la rabbia, e io ho molta voglia di farmi sentire”. Un suo collega dell’Agnesi ricorda che nel tempo “abbiamo solo ricevuto manganellate e azioni poliziesche”. Altri, come Cristo, cercano di elevarsi: “Siamo in un momento di grande risveglio spirituale noi non siamo solo corpi fisici ingabbiati. Il vaso di Pandora si è rotto. Ciò che è successo a Milano e a Parigi dimostra che il popolo sta capendo. Saranno tempi di rivolta e solo uniti siamo la vera forza”. Poi certo la scuola, i professori, gli stipendi, le aule che cadono a pezzi, i topi in palestra, gli ascensori rotti, le barriere architettoniche. Ideale e concreto. I ragazzi parlano e sanno quello che stanno dicendo. Non sono vittime, ma cittadini sempre più consapevoli che piantano paletti netti davanti agli “adulti”. Obiettivo primario: mandare a casa il governo Meloni. “E’ il momento di organizzarci – dice una ragazza bionda del liceo Boccioni – il 30 ottobre sarà la piazza della generazione Z. Siamo noi la vera alternativa”. E ancora: “C’è troppa disuguaglianza sociale. Viviamo in un sistema che discrimina e remigra il diverso. Dobbiamo agire concretamente”. Elio del collettivo del liceo Vittorio Veneto ci riporta agli scontri dello scorso fine settimana: “La violenza è stata strumentalizzata dalla destra, da questo governo che sceglie solo la strada della repressione mandando 500 militari della Folgore. Com’è possibile che venga criticata la violenza in piazza fatta da ragazzi e ragazzini, quando poi è la stessa politica, lo stesso governo, che attua la violenza”.

E mentre ci si alterna al microfono, i ragazzi attorno parlano. C’è attenzione, voglia di partecipare, dire la propria. “Questi anni – dicono – saranno come gli anni Settanta in cui ci rivolteremo”. E pazienza se quegli anni furono anche quelli di piombo e dei brigatisti neri e rossi. “Vi racconto questa – inizia un ragazzo del collettivo Agnesi -, oggi pomeriggio ci siamo riuniti, e fuori sono arrivati Matteo Salvini e Silvia Sardone, avevano annunciato che sarebbero venuti per cancellare le scritte fatte dagli studenti. Abbiamo contestato, sapete quale è stata la risposta della Digos? E’ stata solo quella di spintonarci. Noi non siamo ascoltati”. Lo grida forte. Applausi dal cerchio. Qualcuno urla: “Perché sabato si è parlato solo dei saccheggi? Non vogliamo sopravvivere ma vivere”. Ecco appunto, il fine settimana nero. Molti lo citano. Non tutti prendono le distanze, molti provano a capire, a motivare. Dice un ragazzo dell’Einstein: “La bolla di rabbia è esplosa. Ed è esplosa tra i ragazzi di seconda generazione che più di tutti vivono il carovita e la discriminazione raziale”. E ancora: “Non è giusto che i media di Stato omettano le vere motivazioni delle manifestazioni di sabato, sottolineando solo i lievi danni rispetto ai danni che questo Stato fa a noi. Oggi stiamo attaccando la città e facciamo bene a farlo perché è l’unico modo che ci rimane da fare”. Il senso è chiaro. Anzi meglio: “Dobbiamo tenere accesa la fiamma che abbiamo fatto bruciare il 17, siamo tanti, siamo il popolo. Tutto il mondo è periferia. Ci schieriamo con il Movimento nato il 17 ottobre, e per questo dobbiamo scendere in piazza sabato”. Ecco questo è un tema dibattuto ieri tra chi spinge per il corteo domani e chi invece rimanda al 30, perché, spiega “oggi non ci sono le condizioni, c’è il rischio di essere strumentalizzati da questo governo, da questa destra”. Oltre due ore di assemblea. Il buio è sceso, le luci gialle dei lampioni accompagnano il defluire dei ragazzi. Che ora non sono più ragazzi o maranza, ma cittadini che pretendono diritti.

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“La nostra rabbia al fianco di chi lotta”: così la galassia anarchica milanese punta a saldarsi con i “ragazzi del 17 ottobre” in nome della sommossa

22 October 2026 at 07:02

Se il primo comunicato del Movimento 17 ottobre spiega che “non ci rappresenta nessuno, ci rappresentiamo da soli”, il volantino che lancia per il pomeriggio di sabato prossimo a Milano il corteo anarchico annuncia che “è questo il momento di mettersi in mezzo, far sentire le nostre voci, la nostra rabbia, a fianco delle persone che lottano e resistono” perché “se la loro sicurezza è il controllo, la nostra sicurezza è la solidarietà”. È in queste frasi e soprattutto nelle parole, che oggi gli inquirenti leggono il rischio di una pericolosa saldatura tra due mondi solo apparentemente distanti. Da un lato quelle centinaia di ragazzi giovanissimi che tra il 17 e il 18 ottobre hanno saccheggiato e devastato il centro di Milano, dall’altro quell’area diffusa di insurrezionalismo anarchico che da tempo in città si sta allargando e sta conquistando anche parte del mondo antagonista, uscito schiacciato undici anni fa dalla guerriglia del primo maggio, giorno dell’inaugurazione dell’Expo. In questo senso il termine “solidarietà”, contenuto nel volantino pubblicato su Telegram dal gruppo Galipettes e che annuncia il corteo anarchico con ritrovo alle 14:30 in via Alberto Da Giussano, è interpretato proprio come l’inizio di una saldatura che nelle tematiche, e di più nei contatti e nei luoghi, è già ben avviata.

E se la rivolta, da non confondere con rivoluzione, è già un core business dell’anarco-insurrezionalismo, lo stesso giudice, che ieri ha confermato le prime custodie cautelari a carico di chi è sceso in piazza a Milano, descrive il fine settimana appena passato come “una vera e propria sommossa” poi tradotta “in aggressioni armate, devastazioni e saccheggi, messe in atto simultaneamente da migliaia di persone”. La Treccani definisce il termine come “l’atto insurrezionale armato di una popolazione o di una parte di essa contro i poteri dello Stato”. Lo traduce nei fatti lo stesso giudice quando parla, rispetto ai fatti del 17 e 18 ottobre, di “un profilo decisamente violento e insurrezionale”. Insomma se la linea dei recenti scontri è stata tracciata, la stessa è sovrapponibile a quella disegnata da tempo dall’area anarco-insurrezionalista non solo milanese e che si è mostrata nella guerriglia torinese del 16 gennaio contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, o a Milano, quando l’11 febbraio 2023, il corteo in solidarietà dell’anarchico Alfredo Cospito, oggi recluso ancora al 41 bis, è deflagrato in violenti scontri nella zona dei Navigli. La rivolta, dunque, è il pensiero, consapevole o meno, che accomuna queste due realtà.

Uno dei dati rimasti sul tavolo dopo i saccheggi è la fotografia implacabile di una città che negli anni non è stata in grado di affrontare le proprie contraddizioni. Perché dai nuovi grattacieli del recente “sacco urbano” finito negli uffici della Procura, ai check point delle periferie, ci passa il disagio, la rabbia, il senso di abbandono di giovanissimi, italiani o italiani di seconda generazione, la cui presenza nel centro della città è vissuta come una minaccia. Come minacciosa è vissuta dalla collettività la miope definizione di “maranza”. Una casella che tiene dentro tutto e spiega niente. C’è poi un dato che impressiona rispetto alle recenti devastazioni e non sono i saccheggi, ma le aggressioni ai poliziotti. Il bilancio parla di circa 130 agenti feriti. Una enormità. Il volto sanguinante del primo dirigente Angelo De Simone ha fatto il giro d’Italia. Uomini e mezzi distrutti, un camionetta dei carabinieri assaltata in piazza Duomo. Un odio che non si giustifica e che tradisce una totale mancanza di fiducia nei confronti dello Stato. Di recente a Milano sono accaduti due fatti di cronaca che ben lontani dal giustificare possono aiutare a decifrare questo odio. Quello del novembre 2024, quando dopo un inseguimento dei carabinieri muore il giovanissimo Ramy Elgml, al quale ha fatto seguito una notte di guerriglia contro la polizia, e quello del 26 gennaio scorso quando l’agente di polizia Carmelo Cinturrino del Commissariato Mecenate uccide volontariamente (questa l’accusa per la quale è stato chiesto il processo) il giovane marocchino, con precedenti per spaccio, Abderrahim Zack Mansouri. Dal Corvetto ai boschi della droga di Rogoredo, due episodi che la moltitudine di giovani, spesso di terza generazione, spesso fuori da ogni processo di formazione scolastico o lavorativo, ha vissuto come un sopruso nei propri confronti e non solo delle vittime.

Insomma, in piazza, dopo gli scontri, non sono rimasti solo vetri rotti e candelotti di lacrimogeni, ma anche il germe di un movimento che da tempo il mondo anarchico sta tentando di cavalcare. Ci ha provato nel 2021 durante i cortei No Vax, è tornato alla carica durante le manifestazioni per la Palestina, tanto che nel fine settimana nero di Milano, incappucciati o meno, per le “cinque vie” si sono rivisti volti noti dell’anarchismo. Soggetti legati a luoghi come la Panetteria Occupata, Conchetta e Cuore in Gola, personaggi dei collettivi studenteschi e del movimento ProPal. Del resto la saldatura, per come riferito da fonti investigative, non è solo nel senso di rivolta e di insurrezione, ma anche nei luoghi frequentati. Per come emerge dalle prime annotazioni, alcuni dei ragazzi presenti in piazza vivono o frequentano via Gola, cuore dell’area anarchica assieme al centro sociale Conchetta. Altri bazzicano la zona di via Ovada alla Barona. Molti scelgono le panchine del vicino parco Baden Powell o “parco rosso”. E buona parte si porta in tasca precedenti per reati comuni. Un dato che fin dal 2021 e ancora oggi, ha messo in scacco gli investigatori e gli esperti della Digos, che si sono trovati di fronte un gruppo di casseur non identificabili o incasellabili perché senza reati specifici. A questo va aggiunto un indebolimento all’interno delle forze dell’odine di una memoria storica in grado di capire le dinamiche dei movimenti. Ora, dunque, il senso di paura che si sta vivendo in questi giorni a Milano è legato alla possibilità che il mondo anarchico possa definitivamente saltare sulla “tigre” e cavalcarla. Se ci riuscirà non è calcolabile. Di certo ci proverà, così come ha fatto, oltre dieci anni fa, con le nuove Br, e poi ancora con la lotta a favore di Alfredo Cospito. Un lavoro di anni al quale di certo non si rinuncerà.

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