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Received — 8 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Riyadh e Damasco valutano l'invio di 20.000 truppe siriane in Yemen

 

Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).

Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.

Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.

In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.

La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.

Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.

Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.

Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.

La proposta in 7 punti dell'Iran agli USA: "Pronte le contromisure, ma resta la via diplomatica"

 

L'Iran ha annunciato che risponderà entro pochi giorni alla controproposta degli Stati Uniti riguardante il piano di pace, affermando di essere oggi molto più preparato rispetto al passato ad affrontare una potenziale escalation militare.

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha confermato lo scambio di messaggi in corso tra Teheran e Washington, avvenuto tramite intermediari, incentrato sulla proposta in sette punti presentata dall'Iran. Araqchi ha sottolineato che il processo negoziale è attivo e che entrambe le parti continuano a confrontarsi indirettamente. Teheran sta attualmente esaminando i feedback forniti dagli Stati Uniti per poi formalizzare la propria posizione a breve.

Il monito di Teheran: "Un nuovo conflitto coinvolgerà tutti"

Nel ribadire l'auspicio che Washington scelga la via della ragionevolezza, il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un chiaro avvertimento: "Se ricorreranno di nuovo a soluzioni militari, saremo più pronti che mai e adotteremo ogni misura necessaria per difenderci. Se invece sceglieranno la via diplomatica, siamo pronti al dialogo."

In seguito all'aggressione israelo-americana iniziata il 28 febbraio, le forze armate iraniane hanno condotto attacchi contro obiettivi strategici statunitensi in diverse aree dell'Asia occidentale e hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico marittimo.

Il conflitto, che dura ormai da sette mesi, si è trasformato in una prolungata guerra di logoramento per Washington, innescando una pesante crisi energetica su scala globale. L'Iran ha più volte ribadito che un ulteriore attacco contro i propri interessi nazionali porterebbe a un ampliamento inevitabile del fronte di guerra.

La proposta in 7 punti per la riapertura dello Stretto di Hormuz

Araqchi ha definito "equa e ragionevole" la proposta formulata da Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. I sette punti chiave del piano comprendono:

  1. Cessazione delle operazioni militari: stop alle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese.

  2. Fine del blocco marittimo: stop alle interferenze e al blocco navale ai danni dell'Iran.

  3. Diritti sovrani nello Stretto di Hormuz: definizione di meccanismi congiunti con l'Oman e i paesi costieri del Golfo Persico per la gestione della navigazione.

  4. Risarcimento dei danni e ricostruzione: garanzia di fondi per la ricostruzione e il risarcimento dei danni subiti dall'Iran.

  5. Revoca totale delle sanzioni: eliminazione di tutte le misure sanzionatorie contro Teheran.

  6. Risoluzione del dossier nucleare: superamento delle divergenze sul programma nucleare iraniano.

  7. Sblocco degli asset congelati: restituzione e pieno accesso ai beni iraniani bloccati all'estero.

Il nodo centrale del negoziato

Secondo fonti iraniane, la risposta degli Stati Uniti trasmessa dagli intermediari evidenzia che il vero punto di disaccordo non riguarda la sostanza dei sette punti, bensì la sequenza temporale e l'ordine di attuazione delle singole misure. Teheran ribadisce che il superamento definitivo del conflitto dipenderà esclusivamente dal pieno riconoscimento dei propri diritti legittimi.

Crimini a Gaza e Cisgiordania: lo scandalo che travolge l'Ambasciata USA in Israele

 

Un'inchiesta pubblicata dal New York Times l'8 ottobre rivela che David Milstein, alto collaboratore dell'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, avrebbe sistematicamente bloccato e riscritto i rapporti della diplomazia americana destinati a Washington, con l'obiettivo di insabbiare le violazioni e i crimini commessi dalle forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Entrato in servizio presso l'ambasciata statunitense a Gerusalemme nell'aprile 2025 come capo di gabinetto di fatto di Huckabee, Milstein supervisiona buona parte delle attività della missione nei territori occupati. Secondo una dozzina di fonti diplomatiche tra Gerusalemme e Washington, avrebbe sfruttato la propria posizione per manipolare o sopprimere i dispacci relativi all'espansione degli insediamenti illegali, agli attacchi dei coloni, alle uccisioni di cittadini statunitensi di origine palestinese e alla gestione letale degli aiuti umanitari a Gaza.

Il caso dei cittadini americani uccisi e la censura al Congresso

Tra i documenti bloccati da Milstein figura un rapporto dell'ambasciata risalente a marzo 2025, che ricostruiva l'uccisione di nove cittadini palestinesi con cittadinanza americana da parte di coloni e soldati israeliani nell'arco di quattro anni. Tra le vittime figurava il diciannovenne Nasrallah Abu Siyam, ucciso a colpi d'arma da fuoco a febbraio da un colono mentre cercava di difendere il bestiame del proprio villaggio.

L'indagine interna era stata promossa a seguito del pressante intervento di 30 membri del Congresso guidati dal senatore Chris Van Hollen, i quali avevano chiesto chiarimenti al Segretario di Stato Marco Rubio. Dal dossier era emerso che la quasi totalità delle inchieste condotte da Israele si era conclusa con un nulla di fatto o con l'archiviazione, senza alcuna incriminazione.

Milstein ne ha impedito la trasmissione a Washington, imponendo invece una risposta formale che rassicurasse i parlamentari sulla corretta gestione dei casi da parte delle autorità israeliane. La lettera inviata dal Dipartimento di Stato al senatore Van Hollen il 4 maggio ometteva del tutto i dati dell'indagine, ponendo l'accento unicamente sull'importanza strategica della cooperazione di sicurezza con Israele. "Non garantire l'accertamento delle responsabilità significa mettere a rischio ulteriori vite di cittadini americani", ha denunciato Van Hollen.

Dalla strage degli aiuti umanitari ai test di lealtà interni

Nel corso dell'estate 2025, le operazioni di distribuzione della cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — un programma israelo-statunitense trasformatosi in una trappola mortale — hanno provocato la morte di almeno 1.400 civili in cerca di cibo. Di fronte all'imminente disastro, i diplomatici americani sul campo avevano inviato avvertimenti a Washington sul rischio di un'ulteriore escalation di vittime; Milstein ha riscritto il dispaccio presentando l'operazione come un successo ed eliminando ogni riferimento ai morti dai registri ufficiali.

Gli episodi di manipolazione hanno riguardato diversi ambiti:

Cisgiordania e coloni: ad aprile, di fronte agli allarmi dei vertici militari israeliani su una possibile nuova intifada innescata dalle violenze dei coloni, Milstein ha bloccato i report interni trasmettendo invece un cavo diplomatico a suo nome che lodava il premier Netanyahu per la presunta repressione dei disordini.

Annessione dei terreni: a febbraio, dopo la revoca delle tutele legali sull'acquisto di terreni in Cisgiordania da parte di Israele, l'ambasciata ha giustificato la misura a Washington definendola una risposta ai "bisogni umanitari" dei coloni.

All'interno dell'ambasciata, il clima è diventato opprimente: quattro funzionari hanno riferito che Milstein sottoponeva i colleghi a veri e propri "test di lealtà", chiedendo loro se fossero "filo-israeliani" o "filo-Hamas". Temendo ritorsioni e censura, molti diplomatici hanno smesso di redigere note informative, riducendo la produzione di report sugli affari palestinesi da diversi articoli a settimana a una manciata al mese.

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Assedio di Israele a Gaza: 21.000 pazienti a rischio, attese fino a 8 anni

 

Il Ministero della Salute di Gaza ha lanciato un severo avvertimento l'8 ottobre: oltre 21.000 tra pazienti e feriti gravemente rischiano di dover attendere fino a otto anni prima di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salvavita. A causa del perdurante assedio, la condizione attuale è stata definita dalle autorità sanitarie locali come "una condanna a morte diretta e lenta".

"Queste cifre non sono semplici statistiche, ma un disperato grido d'aiuto da parte di oltre 21.000 persone a cui viene negato quotidianamente il diritto fondamentale alle cure e alla vita", si legge nel comunicato ufficiale del ministero. Con il costante aumento mensile dei casi urgenti, l'evasione delle sole nuove richieste di trasferimento richiederebbe altri quattro anni, portando i tempi complessivi di attesa a un livello critico. Dal ministero sottolineano che migliaia di pazienti hanno "corpi che non possono sopportare di aspettare giorni o settimane, figuriamoci anni".

L'organismo sanitario ha rivolto un urgente appello alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani affinché impongano la riapertura completa dei valichi per consentire le evacuazioni mediche senza restrizioni "prima che sia troppo tardi".

Un sistema sanitario ridotto in macerie

L'allarme giunge in un contesto in cui la rete sanitaria locale è devastata dal lungo conflitto e dalle restrizioni sull'ingresso di forniture ed equipaggiamenti medici essenziali. L'ONG Medical Aid for Palestinians (MAP) ha dichiarato al New Arab che nell'intera Striscia di Gaza non è rimasta neanche una macchina per la risonanza magnetica (RMN) funzionante e sono operativi solo uno o due tomografi computerizzati (TC).

In base ai dati diffusi dal ministero:

Stazioni di ossigeno: ad agosto risultavano operative solo 12 strutture su 34, a servizio di oltre 500 pazienti — inclusi neonati e bambini in terapia intensiva — con il rischio imminente di blocco totale per mancanza di parti di ricambio.

Ospedali: meno di 20 dei 36 ospedali di Gaza sono parzialmente attivi, privi delle scorte necessarie di insulina, carburante per i generatori e strumenti diagnostici. Questo isola in modo drammatico i pazienti oncologici e dializzati.

Personale e strutture colpite: secondo il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari e le strutture mediche hanno subito centinaia di attacchi.

Il dramma delle mutilazioni e l'emergenza umanitaria

L'OMS ha segnalato che migliaia di persone, compresi moltissimi bambini, hanno subito l'amputazione degli arti, spesso in assenza di anestesia. Dall'ottobre 2023, solo circa 13.760 pazienti sono riusciti a essere evacuati per ricevere trattamenti all'estero.

A tre anni dall'inizio delle ostilità, il bilancio delle vittime e dei feriti resta drammatico, con oltre 74.000 morti e più di 175.000 feriti secondo i dati del Ministero della Salute. La quasi totalità della popolazione locale ha subito sfollamenti forzati e ripetuti, mentre le infrastrutture civili dell'intera regione rimangono prevalentemente distrutte.

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Cina, il Laos diventa un nuovo punto della cooperazione militare di Pechino

 

La Cina amplia la cooperazione militare nel Sud-est asiatico con l'apertura in Laos di un nuovo centro congiunto di supporto e addestramento presso l'aeroporto di Ban Keun. L'iniziativa, annunciata alla fine di settembre dal Ministero della Difesa cinese, è destinata principalmente alla formazione dei piloti dell'Aeronautica militare laotiana. Pechino ha sottolineato che la struttura «non è diretta contro Paesi terzi», ma punta ad approfondire la cooperazione pratica tra i due eserciti e a contribuire alla pace e alla stabilità regionale.

L'infrastruttura potrebbe tuttavia avere anche un potenziale impiego duale. Un eventuale ampliamento delle piste consentirebbe infatti di ospitare velivoli cinesi di maggiori dimensioni per missioni di ricognizione e sorveglianza. Secondo diversi esperti, però, il nuovo centro avrebbe un'importanza limitata per la proiezione militare cinese, considerando che Pechino dispone già nel sud della Cina di basi in grado di svolgere funzioni analoghe.

Per il Laos, al contrario, la struttura assume un peso significativo. Le limitate capacità delle sue Forze Armate rendono infatti l'assistenza cinese particolarmente importante per la formazione dei militari e per la modernizzazione della propria Aeronautica. Il centro potrebbe inoltre essere utilizzato durante le esercitazioni aeree congiunte che il Laos conduce ogni anno con la Thailandia, consentendo di svolgere addestramenti più vicini a condizioni operative reali.

L'accordo conferma così il rafforzamento dei legami militari tra Pechino e Vientiane. Per la Cina si tratta di un ulteriore strumento per consolidare la propria influenza regionale; per il Laos, di un'opportunità concreta di modernizzare le proprie capacità militari.


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«Abbiamo preso la Bastiglia!»: la protesta degli studenti dilaga in Francia

La protesta degli studenti delle scuole superiori e delle università torna a scuotere la Francia. Giovedì nuove mobilitazioni hanno attraversato Parigi e numerose altre grandi città, con migliaia di giovani scesi in strada per denunciare le condizioni del sistema educativo. Nella capitale diverse manifestazioni hanno raggiunto Place de la Bastille, dove alcuni studenti sono saliti sul celebre monumento sventolando la bandiera francese e intonando l’inno nazionale. «Abbiamo preso la Bastiglia!», ha gridato uno di loro davanti alla folla.

Tra gli slogan scanditi dai manifestanti è comparso anche «Macron dimissioni», insieme alle richieste di interventi concreti per migliorare la situazione delle scuole. «Non vogliamo parole, vogliamo fatti», ha dichiarato una studentessa di 17 anni a Nantes, riferendosi alle promesse del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu di affrontare la crisi entro la fine del mese. Le proteste, iniziate alla fine di settembre, denunciano la carenza di insegnanti, gli orari sovraccarichi, le aule deteriorate e gli edifici scolastici privi di condizioni adeguate per affrontare il caldo.

La giornata è stata prevalentemente pacifica, anche se in alcune città si sono verificati tentativi di appiccare incendi e danneggiare pensiline degli autobus. In risposta, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma, suscitando accuse di uso sproporzionato della forza da parte di manifestanti e organizzazioni per i diritti umani.

Il tema della violenza delle forze dell'ordine pesa ormai fortemente sulla mobilitazione. Lunedì un quindicenne ha perso una mano dopo essere stato colpito da una granata stordente a Lens. La settimana precedente, un ragazzo di 14 anni aveva perso diversi denti dopo essere stato raggiunto da un lanciatore di granate nella periferia di Parigi. Per quest'ultimo episodio, martedì un agente di polizia è stato formalmente incriminato. La protesta studentesca contro il neoliberismo di Macron, che intanto gioca alla guerra contro la Russia, si allarga così oltre la semplice denuncia delle condizioni delle scuole e diventa una nuova manifestazione del malcontento sociale che attraversa la Francia.

Melenchon: "Se sarò Presidente non faremo la guerra per Taiwan" (VIDEO)

 

«Come partner e non come nemici». È da questa premessa che Jean-Luc Mélenchon affronta la questione dei rapporti tra Francia, Stati Uniti e Cina, ponendo al centro la questione di Taiwan e la posizione storicamente assunta da Parigi.

Il leader della France Insoumise sostiene che, qualora fosse presidente della Repubblica francese, la Francia non parteciperebbe a una guerra contro la Cina per Taiwan. «Non faremo la guerra per Taiwan perché nel 1964, il generale de Gaulle ha riconosciuto a nome della Francia la Repubblica Popolare Cinese, che include Taiwan».

E ancora: «Se sono il presidente della Repubblica Francese, non faremo la guerra con gli americani contro i cinesi, neanche per Taiwan. Perché Taiwan fa parte della Cina». «E tratteremo con i cinesi perché se non lo faremo, saremo schiacciati», conclude.

 

Il candidato alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon: la Francia non dovrebbe partecipare a una “guerra degli Stati Uniti contro la Cina” per Taiwan. “Negozieremo con i cinesi perché, se non lo faremo, saremo schiacciati”. https://t.co/f8vWO7F9lA

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 8, 2026

Europarlamentare slovacco: "State creando una EuroGestapo e pensate alle elezioni in Russia"

 

Bruxelles sta conducendo l'Europa verso il totalitarismo e una "Euro-Gestapo", mentre si permette di impartire lezioni di democrazia alla Russia: è l'accusa lanciata dall'eurodeputato slovacco Lubos Blaha durante un dibattito al Parlamento europeo, in risposta alla responsabile della politica estera dell'UE Kaja Kallas, che aveva denunciato le recenti elezioni parlamentari russe come antidemocratiche. 

Blaha ha contestato frontalmente l'ipocrisia di Bruxelles, chiedendosi perché l'Unione si concentri sulla Russia mentre reprime il dissenso al proprio interno, citando gli arresti di manifestanti filopalestinesi in Germania e la detenzione di esponenti dell'opposizione estone, incarcerati secondo lui per essersi opposti alla guerra con la Russia. «Ha intenzione di istituire qui l'Euro-Gestapo, signora Kallas, e di rinchiudere tutti coloro che vogliono la pace?», ha tuonato, contestando poi il fatto che Bruxelles discutesse delle elezioni russe mentre l'Europa è in fiamme: «Forse non l'avete notato, ma la Spagna è in piazza, la Francia è in piazza, e voi siete qui a occuparvi delle elezioni russe. Siete degli ipocriti». 

Qui di seguito il suo intervento tradotto in italiano:

 
 
 
 
 
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L'attacco a Maduro e la resistenza cubana: la testimonianza di un militare sopravvissuto

Yohandri Varona Torres è un militare cubano. Il 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti attaccarono il Venezuela e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro, faceva parte della Sicurezza Personale del capo di Stato venezuelano da appena due mesi e sei giorni. Da quel momento ha parlato poco, ma ha ricostruito quei momenti di fuoco incrociato.

Erano circa le due di notte quando avvistò il primo elicottero del gruppo di commando statunitensi. Riuscì a uscire dalla postazione appena in tempo per trincerarsi a pochi metri di distanza e aprire il fuoco. Quella decisione, o la fortuna, gli ha salvato la vita. Gli attaccanti diressero il loro fuoco con precisione millimetrica contro la casetta che fino a pochi secondi prima aveva occupato.

"Avevano una potenza di fuoco molto superiore alla nostra", racconta Varona Torres come riporta Cuba en Resumen, "noi disponevamo solo di armamento leggero. L'altro fattore a loro favore è che sembravano sapere esattamente dove si trovava tutto. Così spararono contro le postazioni e i dormitori dove alloggiavamo noi cubani e riuscirono a uccidere, tra i primi, i comandanti".

Con 23 anni di esperienza nel Dipartimento di Sicurezza Personale e il grado di primo sottufficiale, non aveva mai vissuto nulla di simile. Ma l'addestramento aveva fatto il suo corso e quella notte svuotò caricatore dopo caricatore contro il nemico. "Bisognava sparare e sparare. Difendere e uccidere", afferma con voce ferma.

"Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, li abbiamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero fu combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo", ha raccontato. "Tutto era buio", prosegue il suo racconto di quella nefasta nottata. "Se un elicottero ti viene addosso, l'unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È andata così. Fino all'ultimo momento abbiamo continuato a sparare. Nonostante il loro vantaggio di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quante ne ammettano. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare finché quasi tutti siamo caduti, morti o feriti".

Non fu uno scontro rapido né facile. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e l'esaurimento delle munizioni riuscirono a spegnere la resistenza dei cubani. Yohandri ricorda tutto con una lucidità terribile. I suoi occhi sembrano ripassare una per una le immagini. Piange. Piange di rabbia. Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti dovettero trasportare i corpi dei compagni caduti.

"Li abbiamo caricati e portati verso un edificio che aveva subito danni ma ci permetteva di ripararli. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con cui avevamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non ne abbiamo abbandonato nessuno".

"I nostri compagni sono una gloria per tutta Cuba. Erano miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e tutti li ho caricati. Lì non ci fu l'aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo conservati in un nostro dormitorio. Non riesco a spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria". "Quando cominciano a cadere le bombe l'unica cosa a cui si pensa è combattere. Eravamo lì per quello ed è quello che abbiamo fatto. Mi resta solo il dolore di non essere riusciti a fermarli. E questo dolore", ha detto colpendosi il petto, "devo sfogarlo contro il nemico".

Il 6 gennaio il governo cubano ha pubblicato le identità dei 32 cubani appartenenti alle Forze Armate e al Ministero dell'Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo cerchio di sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.

"Per il mio paese ci sarà sempre la mia disposizione a contrastare il nemico ovunque ce ne sia bisogno. Così ci ha insegnato il Comandante. E la morte dei miei compagni non può essere vana", ha concluso Varona Torres.

Sheinbaum sulla presenza di membri dei cartelli messicani in Ucraina

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha reso noto che il suo governo sta indagando su alcune segnalazioni secondo cui membri di cartelli messicani sarebbero stati reclutati per combattere a fianco del regime di Kiev in Ucraina.

"La questione è stata sollevata in sede di comitato per la sicurezza e sono in corso accertamenti per verificare l'autenticità dei video", ha spiegato la presidente durante una conferenza stampa. In riferimento a diverse registrazioni, diffuse sui social media nel corso della settimana, che mostravano presunti membri del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación intenti ad addestrarsi in un campo militare nel Paese europeo.

Sheinbaum ha aggiunto che, qualora la notizia venisse confermata, le autorità dovranno indagare sulle modalità con cui cittadini messicani legati alla criminalità organizzata si sono uniti al conflitto armato.

"O meglio, vengono reclutati. Stiamo approfondendo la questione - è in corso una verifica, dato che non vi è ancora certezza sulla natura dei video - ma potrebbero essere reclutati da una società privata coinvolta in questi conflitti o dall'esercito di una specifica entità o di un governo", ha osservato.

Ha inoltre chiarito che il governo messicano non ha avuto contatti con quello ucraino in merito a questa vicenda, sebbene, qualora fosse necessario, sarebbe il Ministero degli Esteri a gestire tali comunicazioni.

Negli ultimi mesi si è registrato un aumento delle segnalazioni secondo cui mercenari ucraini starebbero reclutando membri di cartelli messicani e colombiani per fornire loro un addestramento privato all'uso dei droni.

UE, via libera al 22° pacchetto di sanzioni alla Russia

Mentre l’Unione Europea neoliberista sprofonda in una crisi energetica ed economica senza precedenti, con le industrie che chiudono i battenti e i cittadini schiacciati sotto il peso di bollette insostenibili, Bruxelles non trova di meglio che alimentare la macchina del conflitto. L'UE, sempre più arroccata su posizioni guerrafondaie, si prepara a varare il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che, a conti fatti e dopo quattro anni di applicazione, si sono rivelate un autentico boomerang: del tutto inutili per piegare Mosca, ma devastanti e controproducenti per i bilanci e la stabilità degli stessi Stati membri.

Il via libera politico è arrivato nella giornata di ieri, 7 ottobre, quando gli ambasciatori dell'Unione hanno dato il loro nulla osta al nuovo pacchetto. Secondo quanto ricostruito dall'agenzia Tass e confermato da fonti europee a Reuters, la lista nera si gonfierà di oltre 1.570 tra persone fisiche e giuridiche. Si tratta di un aumento di quasi il 50% rispetto ai precedenti, che porta il totale degli enti russi colpiti a oltre 3.000 dall'inizio delle ostilità. 

A Bruxelles ci tengono a precisare che questo pacchetto non conterrà nuove e significative restrizioni commerciali o economiche. Tuttavia, per numero di individui ed enti inseriti simultaneamente, si tratterà del blocco più imponente dall'inizio del conflitto. Le sanzioni comportano il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio UE e lo stop totale a qualsiasi attività congiunta per le imprese. Il via libera definitivo del Consiglio UE è atteso entro la fine della settimana.

Ma è proprio nel cuore di questa impalcatura punitiva che emerge il cortocircuito più evidente, quello che smonta la narrazione dell'efficacia delle sanzioni. Mentre l'UE stringe la cinghia, c'è chi si accorge che la corda sta strangolando i suoi stessi alleati. L'Estonia, storicamente tra i Paesi più falchi e russofobi dell'area baltica, ha dovuto bussare alla porta di Bruxelles per chiedere un'esenzione. Kerstin Lepik, portavoce della Rappresentanza Permanente estone a Bruxelles, ha confermato la richiesta all'emittente nazionale ERR, spiegando una situazione paradossale che la dice lunga sulla dipendenza europea dalle materie prime russe. "L'azienda russa fornisce materiali di importanza strategica per l'Europa a un'impresa con sede in Estonia", ha dichiarato la Lepik. Una confessione a mezza voce che vale più di mille rapporti economici: le sanzioni non fermano la macchina produttiva russa, ma rischiano di mandare in tilt quella europea.

Tallinn ha fatto sapere che l'azienda locale sta cercando fornitori alternativi per i materiali che attualmente importa dalla Russia, ma nel frattempo ha chiesto di stralciare la società russa e il suo manager dal pacchetto. La portavoce ha aggiunto che "l'Estonia valuterà nuovamente l'inclusione di questa azienda e della persona associata l'anno prossimo". Tradotto: ci servono quei materiali oggi, speriamo di poterne fare a meno domani. Un'ammissione di debolezza che certifica come il rigore ideologico si scontri ogni giorno con la realtà.

E invece di riflettere su queste crepe nel muro delle sanzioni, c'è chi vuole alzare ulteriormente il tiro, ignorando gli ingenti danni collaterali. La Lituania, sulla stessa lunghezza d'onda della vicina Estonia, ha proposto di vietare il transito di cereali russi attraverso il territorio dell'UE e di colpire l'agricoltura di Mosca. Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha spinto per inserire nuovi individui del settore agricolo russo nella lista nera, dimostrando come la fame di sanzioni a tutti i costi prevalga sul buonsenso economico.

Il ventiduesimo pacchetto si preannuncia dunque come l'ennesimo atto di una farsa masochistica. Un'Europa che si dichiara unita e forte, ma che nei fatti arranca, divisa tra il furore di una russofobia ideologica e la necessità materiale di importare ciò che ha deciso di boicottare. Continueranno a varare pacchetti su pacchetti, ma la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni si sono rivelate un'arma spuntata contro la Russia e una tassa occulta che grava interamente sulle spalle dei cittadini europei.

 

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L'Iran chiarisce quando riaprirà lo Stretto di Hormuz

 

L'8 ottobre, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha fatto riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz e alle condizioni per la sua riapertura.

Ha dichiarato che la rotta marittima «non sarà riaperta in nessuna circostanza finché non saranno risolti i problemi del Paese». Ha inoltre indicato che Teheran «adotterà qualsiasi misura che contribuisca a rafforzare il potere» della Repubblica Islamica.

Le dichiarazioni di Mokhber giungono in un contesto di crescente tensione riguardo alla navigazione nello stretto, dove il traffico navale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi due mesi.

Secondo i dati della società Kpler, citati da Reuters, martedì sono transitati per Hormuz sette mercantili, cifra salita a dieci nella giornata di mercoledì: un netto contrasto rispetto alle circa 125 navi che percorrevano quotidianamente questa rotta prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio.

Iran: Gli USA nascondono i danni: oltre 80 aerei distrutti"

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato giovedì che le reali perdite subite dagli Stati Uniti a seguito della guerra contro la Repubblica Islamica superano di gran lunga le cifre ufficiali.

«A maggio, il Congressional Research Service ha riconosciuto che le forze armate iraniane avevano distrutto 42 aerei militari statunitensi. Ora siamo a 81, ma il numero reale è molto più alto», ha scritto sul suo profilo X.

In May, the Congressional Research Service admitted that Iran’s Armed Forces had taken out 42 U.S. military aircraft. Now: 81. Real toll is far higher. Proof? CENTCOM won’t let a sitting Senator inspect bases it claims are fine. You can fool all the people some of the time... https://t.co/eB3fRrJFt4

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) October 8, 2026

Come una delle «prove» di questo insabbiamento, il ministro degli Esteri ha affermato che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «non permette a un senatore in carica di ispezionare le basi che sostiene essere intatte».

«Si può ingannare tutto il popolo per un po' di tempo...», ha concluso, con un chiaro riferimento alla celebre frase attribuita ad Abraham Lincoln.

Araghchi si riferiva al senatore democratico Chris Murphy, che di recente ha denunciato di essere stato ostacolato dal Pentagono nell'accesso alla base qatariota di Al Udeid, bersaglio frequente degli attacchi di rappresaglia iraniani.

In seguito al rifiuto, il legislatore ha accusato l'amministrazione di Donald Trump di aver orchestrato uno «sforzo incostituzionale» e una «campagna deliberata» per nascondere al Congresso e all'opinione pubblica l'entità reale dei danni, il numero di vittime e il costo complessivo del conflitto scatenato contro l'Iran.

L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia». Intervista al professor Danny Shaw


di Geraldina Colotti

 

 Danny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV. A New York partecipa ai movimenti per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e, sempre l'8 ottobre, in occasione dell'udienza per la concessione degli arresti domiciliari a Flores per gravi motivi di salute, si recherà davanti al tribunale che dovrà decidere se concedere la misura alternativa alla detenzione. Lo abbiamo intervistato su questo tema e sulla situazione internazionale vista dal Nord America.


Professore Shaw, dal suo osservatorio a New York e dal suo costante attivismo, come analizza l'attuale clima politico negli Stati Uniti di fronte all'avanzata delle destre estreme, alle politiche di persecuzione, deportazione di massa e alla propaganda sulla "remigrazione" che colpiscono milioni di lavoratori migranti?


Qui la repressione contro gli immigrati è fortissima. Fin dall'inizio della campagna di Donald Trump, gli immigrati sono stati usati come capro espiatorio per addossare loro tutta la colpa di un'economia che non risponde ai bisogni della popolazione. Ci sono più di 40 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, e questo in un Paese con un'economia, un Prodotto Interno Lordo, superiore a 30 trilioni di dollari.

Diversi miei studenti, mentre andavano a lezione nel Bronx, sono stati fermati e discriminati dall'ICE e, se non riescono a presentare il loro atto di nascita e il passaporto, rischiano persino di essere deportati e separati dalle loro famiglie. Sono già più di 25 mila gli immigrati deportati in Paesi terzi che non hanno nulla a che fare né con loro né con i luoghi in cui sono nati e cresciuti. Abbiamo visto immagini crudeli e fasciste di haitiani incatenati sotto la pioggia, con Trump e Marco Rubio che festeggiano l'umiliazione delle nostre sorelle e dei nostri fratelli immigrati.


Milioni di persone vivono in semiclandestinità, nascoste dalle autorità, e milioni di altre vivono nella paura di andare all'università o al lavoro. C'è qui un clima fascista che non si vedeva in forme così estreme da diversi decenni. La persecuzione degli immigrati serve a far sì che noi non possiamo vedere i miliardari — e presto trilionari — che sono i responsabili dell'ingiustizia economica e della disuguaglianza sociale, con un tasso d'inflazione ogni giorno più alto; e a causa dell'intelligenza artificiale l'economia offre sempre meno posti di lavoro. Nessun immigrato è colpevole di tutto ciò: è semplicemente il modo più facile per distrarre la popolazione e dividere la classe lavoratrice.

La popolazione degli Stati Uniti non è molto consapevole della politica estera del governo yankee. Appena un terzo della nostra popolazione possiede il passaporto. C'è quindi soprattutto molta indifferenza riguardo al rapimento di Nicolás Maduro, presidente eletto del Venezuela, e all'invasione dell'Iran.

Questi continuano, però, a essere atti per nulla popolari. Il tasso di approvazione della guerra contro l'Iran gode di meno del 30% del sostegno della popolazione. La gente si chiede come sia possibile che il Pentagono abbia un bilancio di 1,5 trilioni di dollari, il più alto della sua storia, mentre per quanto riguarda l'occupazione, l'istruzione e la sanità pubblica i nostri diritti siano decisamente minimi.


Fino a che punto la narrativa dello "Scudo delle Americhe" e il controllo imperialista sul continente influenzano la polarizzazione interna all'interno degli stessi Stati Uniti?


La questione dello scudo delle Americhe, il progetto di una certa recolonizzazione dell'emisfero che ritorna al passato coloniale e alla Dottrina Monroe — oggi la dottrina Donroe, attraverso l'amministrazione Trump e i suoi portavoce, la classe dei miliardari, la classe Epstein, come molti amano chiamarla oggi perché credono di essere intoccabili —, vede ormai tutto il Sud America e i Caraibi come il proprio cortile di casa. Ne siamo testimoni. Vediamo la pistola puntata alla tempia del popolo venezuelano e dei suoi rappresentanti, come la presidenta incaricata Delcy Rodríguez. Stanno isolando sempre di più il Nicaragua, a cui stanno cercando di imporre sanzioni. Abbiamo visto la destra prendere il potere in Colombia, in Perù, in Bolivia e vincere il primo turno delle presidenziali in Brasile.

Il progetto di disgregazione, di disunione, è l'antitesi di tutto ciò che ha rappresentato la rivoluzione bolivariana, capace di connettere il continente e l'emisfero in un modo mai visto prima. Quella unità, guidata da grandi figure antimperialiste come Evo Morales, Rafael Correa, Hugo Chávez e Nicolás Maduro, sembra oggi una realtà distante. Sono i lacchè dell'impero ad aver fatto parte di quel progetto dello scudo delle Americhe, che sta provocando sempre più povertà e miseria in tutte le Americhe. Ma questo, per la nostra popolazione — a meno che non si tratti di latini o discendenti latinoamericani —, non è qualcosa che un lavoratore dell'Ohio o del Michigan, intento a capire come sbarcare il lunario per la propria famiglia e pagare l'affitto, riesca a comprendere riguardo alla realtà dei popoli delle nostre Americhe. Qui regna l'alienazione e la coscienza è minima a causa di ciò.


Lei ha partecipato attivamente ai movimenti di solidarietà internazionale per la liberazione di Cilia Flores e del presidente Nicolás Maduro. Da una prospettiva giuridica, politica e umana, come qualifica questo rapimento istituzionale e quale impatto geopolitico cerca di consolidare Washington con questa aggressione diretta contro la sovranità venezuelana?


Il 3 ottobre si sono compiuti 9 mesi dal rapimento del presidente venezuelano e della first lady. Ci siamo mobilitati, abbiamo manifestato davanti al carcere. Abbiamo urlato affinché il presidente sequestrato sappia che non sono soli. Sappiamo tutti che si tratta di un caso di lawfare; non esiste alcun capo d'imputazione legittimo contro il presidente Maduro e la sua compagna. Il Cartello dei Soli è stato un'invenzione dell'opposizione di destra di Miami e della CIA, e ogni semestre io chiedo ai miei studenti, il primo giorno di lezioni: «Chi è il più grande narcotrafficante del mondo?». Più o meno la metà risponde sempre: il governo yankee, la CIA e la DEA, perché sanno che sono queste le istituzioni che controllano i mari, i porti e i cieli. Come è stato dimostrato nel 1986, quando i Contra e la CIA furono sorpresi a muovere tonnellate di cocaina verso Los Angeles e Miami, provocando grandissima miseria in una specie di guerra biologica e chimica contro le popolazioni più emarginate qui negli Stati Uniti. Continuano a bombardare i pescatori. Forse, di tanto in tanto, c'è qualche piccola imbarcazione che trasporta un po' di contrabbando, ma non abbiamo mai visto alcuna prova. Hanno già assassinato più di 250 persone innocenti senza alcun processo.

Non hanno alcuna prova contro la First Lady Cilia Flores. È stata semplicemente una strategia ancora più aggressiva, poiché durante l'amministrazione Obama, e poi con Trump e Biden, ci sono state sanzioni che hanno provocato enormi necessità in Venezuela e la migrazione di oltre 8 milioni di venezuelani a causa della guerra economica. E poi hanno proclamato Juan Guaidó alla presidenza virtuale, uno sconosciuto mai eletto dal popolo venezuelano. È stato semplicemente un modo per continuare a saccheggiare le risorse del Venezuela, come i 2 miliardi di oro rubati dalla Banca d'Inghilterra.

Quindi, chi sono i colpevoli? Non Cilia Flores e Nicolás Maduro, bensì i ladri e gli assassini di sempre che cercano di controllare tutte le risorse e la ricchezza delle Americhe. E hanno iniziato con un accerchiamento militare, un blocco militare contro il Venezuela. Continuano a occupare i Caraibi con migliaia e migliaia di soldati, come minaccia contro il Venezuela e contro qualsiasi altro Paese che osi difendere la propria autodeterminazione, avvisandoli che potrebbe capitare loro la stessa sorte, o anche peggio, di quanto accaduto al Venezuela. E lo hanno detto chiaramente anche a Delcy Rodríguez: se esita a consegnare il patrimonio nazionale all'imperialismo, le potrebbe capitare peggio che al presidente Maduro.

Secondo il diritto internazionale, non c'è nulla di legale in ciò che hanno fatto; ma come ha proclamato Trump dal podio delle Nazioni Unite davanti al mondo, la classe dei miliardari che lui rappresenta non crede nella giustizia, non crede nelle leggi né nel diritto internazionale. Essi ritengono che al vincitore appartenga il bottino. Non si fanno scrupolo di aver compiuto moltissime azioni unilaterali, illegali e criminali. Sono arroganti e si credono intoccabili, perché non hanno mai subito alcuna conseguenza per le loro azioni criminali.


Di fronte alle pressioni estreme, al blocco e al ricatto, come valuta la resilienza e il ripiegamento tattico del popolo venezuelano e la postura delle sue istituzioni e dei suoi dirigenti di fronte a questa estorsione imperialista, un tema molto dibattuto nell'ambito della solidarietà internazionale?


Negli stati della Repubblica Bolivariana del Venezuela che ho percorso, nei vicoli e nelle campagne, si nota che il Venezuela ha una popolazione fortemente chavista; è un popolo chavista, un popolo addestrato a difendere i propri diritti e la propria sovranità. Ma in questo momento si tratta di una guerra tra Davide e Golia, e la dirigenza e le milizie non volevano vedere altra morte, non volevano vedere un Libano in Sudamerica. Conoscendo la capacità dell'imperialismo di sfollare e assassinare, hanno scelto la pace.

Sebbene quella pace implicasse una certa umiliazione e la necessità di negoziare con il nemico, il popolo continua a sognare. I suoi orizzonti sono la sovranità e la possibilità che le risorse del Paese possano nutrire il settore pubblico affinché tutti abbiano il necessario. Al pari del popolo cubano, il popolo venezuelano ha sofferto troppo a causa di un assedio militare ed economico dell'imperialismo. Si tratta dunque, oggi, di una realpolitik quella che costituisce la realtà in Venezuela.

Nel piccolo movimento di solidarietà, qui a livello di tutte le Americhe e in Europa, il movimento è animato da una polemica accesa. Alcuni comprendono che con una pistola puntata alla tempia, come diceva Lenin, non vi fosse altra alternativa. Altri dicono che quanto accaduto sia vergognoso e che una parte del governo, se non l'intero governo, sia complice. Esiste dunque questa forte dialettica all'interno del movimento.

Credo tuttavia che sia importante — nonostante le differenze e le contraddizioni secondarie — non dividerci quando tutti sappiamo chi è il responsabile di tutto ciò che sta accadendo in Venezuela e a Cuba. Di questo non hanno colpa le masse cubane e venezuelane, né la loro dirigenza. Ciò avviene all'interno di un contesto in cui la classe dei miliardari globali è più aggressiva e prepotente che mai.


Lei è stato recentemente a Cuba. Come ha percepito in prima persona l'impatto quotidiano dell'inasprimento del blocco e la resistenza dell'isola? Nonostante le estreme difficoltà economiche e l'asfissia deliberata, quali punti di forza soggettivi, culturali e politici mantiene il popolo cubano per sostenere il proprio progetto socialista di fronte all'assedio permanente degli Stati Uniti?


La prima volta che sono andato a Cuba per rompere il blocco e portare forniture mediche e altri generi fu nel 1995, in pieno periodo speciale. Ho chiesto a molti cubani: «Se gli anni '90 rappresentavano il periodo speciale, come si chiama allora questo periodo a partire dal 29 gennaio?». Molti hanno risposto che è un periodo apocalittico e genocida. Coloro che riescono a sopravvivere sono quelli che hanno famiglia a Miami e la capacità di ricevere dollari, ma una grande percentuale, il cubano comune, non ha modo di ricevere quel denaro. Perciò il blocco e la guerra contro Cuba sono diretti contro il popolo.

L'amministrazione di Marco Rubio e Donald Trump ha bloccato anche il settore privato affinché il governo cubano — che ha agito in modo eroico in difesa del proprio popolo già per 66 anni — non possa più provvedere alla sua popolazione.

Esistono quindi piccole e medie imprese, negozi privati, supermercati privati, come se fossero piccole penisole di privilegio di Miami, dove il cubano che possiede dollari può comprare, consumare e mangiare; ma è ovvio che il 90% del popolo cubano non ha accesso a quei negozi privati. Per questo definirlo un genocidio economico è qualcosa che calza a pennello per il cubano comune. Per un'infermiera o un'insegnante che lavora duramente, il suo stipendio oggi, di 5 o 6 mila pesos, è ormai il prezzo di una bottiglia d'olio; la popolazione non ha quindi modo di sopravvivere. Washington sta cercando di imporre un terreno neoliberale, vuole punire le masse cubane per aver resistito così a lungo; ciò che ho visto è stato allarmante.

A causa del blocco energetico annunciato da Trump il 29 gennaio, c'è una grave realtà di disidratazione e fame a Cuba. Ho potuto percorrere il Paese. Sono andato da L'Avana a Sancti Spíritus, Camagüey, Holguín, Santiago. Ho visitato quasi tutte le province del Paese per essere testimone di una guerra economica, di un genocidio economico e silenzioso, come dice il cancelliere Bruno Rodríguez, che era insieme a noi qui a New York lo scorso fine settimana in un evento contro la guerra a Cuba, la quale rappresenta una stella di sopravvivenza e sovranità da più di sei decenni.


Danny, lei conosce molto da vicino la realtà di Haití: come spiega la profonda catastrofe sociale, politica e di sicurezza che attraversa il Paese? Quale ruolo giocano le ingerenze straniere e i falsi progetti di intervento "umanitario" o di polizia, e come resistono le forze popolari di fronte a questo blocco imperialista?


Haití è un Paese brutalmente bloccato dagli Stati Uniti e sottoposto a un'aggressione sistematica. Le cosiddette gang non sono un fenomeno spontaneo, bensì gruppi paramilitari armati fino ai denti con equipaggiamento yankee, utilizzati esattamente allo stesso modo del paramilitarismo in Colombia per smobilitare e massacrare un campesinato militante e una popolazione che anela a essere libera. Tra il 2018 e il 2021, di fronte alla potente valanga di mobilitazioni popolari contro la dittatura neoliberale, l'oligarchia haitiana e il governo di Washington sono ricorsi a questi paramilitari per controllare Port-au-Prince e la principale regione agricola, la Tiboní.

Oggi il popolo haitiano è intrappolato sotto una doppia occupazione: quella dei paramilitari a livello interno e l'intervento straniero guidato da mercenari aziendali come quelli di Blackwater e da migliaia di effettivi delle Nazioni Unite, spinti direttamente da figure come Donald Trump e Marco Rubio con soldati di diversi Paesi per occupare Haiti per la quarta volta in meno di un secolo. Nonostante si sentano isolati di fronte a questa tenaglia militare armata con fucili yankee, il popolo haitiano non abbassa le braccia e continua a cercare con fermezza la solidarietà internazionalista per spezzare le catene della propria oppressione.

Capire la Cina attraverso i consumi

 

di Fabio Massimo Parenti* - CGTN

Il “vecchio continente” continua a vedere la Cina con lenti anacronistiche, a giudicare invece di provare a capire, rimanendo in tal modo incapaci di cogliere i cambiamenti strutturali occorsi negli ultimi lustri e in modo più evidente negli ultimi anni. Parliamo di economia, della sua struttura, di come evolve a seguito dell’implementazione dei piani e degli indirizzi politici volti a sviluppare le “nuove forze produttive di qualità”, che a loro volta stanno portando il Paese di mezzo ad avanzare lungo la catena del valore delle filiere produttive.

E qui arriviamo ai consumi, all’idea, errata che “la Cina produca troppo e consumi poco”.

Nel periodo delle vacanze per la Festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese, la cosiddetta “Settimana d’oro”, gioverà ricordare come stiano evolvendo i consumi nel Paese. Innanzitutto, nei sette giorni di festività del 2026 si stimano oltre 2,14 miliardi di spostamenti interregionali, mentre i soli viaggi ferroviari hanno superato i 152 milioni, con un incremento del 13,1% rispetto all'anno precedente. Questa mobilità testimonia la rilevanza crescente dei consumi legati ai viaggi, al turismo e alle esperienze. Infatti, da oltre un decennio i consumi rappresentano, in media, la principale componente della crescita economica cinese, superando il contributo degli investimenti e delle esportazioni nette, pur con oscillazioni annuali. Nel XIV Piano quinquennale (2021–2025), il loro contributo medio alla crescita del PIL è stato del 58,8%, secondo l'Ufficio nazionale di statistica. Se prendiamo il 2025, il contributo alla crescita del Pil (+5%) da parte dei consumi finali è stato pari a 2,6 punti percentuali, superiore tanto a quello delle esportazioni nette (1,6 punti) quanto agli investimenti (0,8 punti). Tradotto in quota, parliamo del 52% della crescita complessiva.

Ma cerchiamo di andare oltre e di osservare la natura di ciò che si esporta e si consuma all’interno. La Cina del 2026 ha una struttura economica profondamente diversa rispetto a dieci anni fa. Dall’immagine della Cina dei giocattoli, del tessile e delle merci a basso valore aggiunto siamo passati alla Cina delle automobili elettriche, dei robot industriali, dei droni, delle navi, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie avanzate. La trasformazione, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che la Cina produce ed esporta. È cambiata anche la struttura della domanda interna, con un ruolo crescente dei consumi e, al loro interno, dei servizi. Più in particolare, i consumi di servizi da gennaio ad agosto sono aumentati del 4,9%, mentre quelli di beni soltanto dell’1%. E non è una dinamica circoscritta agli ultimi mesi. Nel 2025 la spesa per servizi rappresentava già il 46,1% della spesa pro capite dei residenti cinesi, 3,5 punti percentuali in più rispetto al 2020.

La settimana d’oro è quindi una lente particolarmente efficace attraverso cui osservare una trasformazione più profonda che procede da anni: dalla centralità dell'investimento a un maggiore ruolo dei consumi e, all'interno di questi, dall'acquisto di beni alla crescente domanda di servizi ed esperienze. Una quota crescente della domanda riguarda infatti turismo, ristorazione, cultura, sport, intrattenimento, mobilità e nuove esperienze. Già nella prima metà del 2026, ad esempio, le vendite di servizi legati alla consulenza turistica e al noleggio erano cresciute dell’11,3% e quelle relative a cultura, sport e tempo libero del 10,4%.

Ma cosa significa “consumo esperienziale”? Significa che è cambiato il modo stesso in cui si attribuisce valore al consumo. Un viaggio può integrare gastronomia, cultura locale, spettacoli, musei, sport e acquisti; allo stesso modo, uno spazio commerciale può diventare luogo di socialità, intrattenimento e fruizione culturale. Non casualmente, durante il periodo festivo di quest’anno sono stati programmati in tutta la Cina oltre 20 mila eventi culturali e turistici, accompagnati da oltre 310 milioni di yuan (circa 46 milioni di dollari) di voucher e sussidi al consumo.

Un esempio viene da Weifang, dove la partecipazione di una madre e della figlia a un torneo giovanile ha attivato, in un unico viaggio, trasporti, pernottamenti, ristorazione, sport e visite culturali. In Cina si parla ormai comunemente di “economia del biglietto” per indicare proprio questo fenomeno: il ticket di un concerto, una competizione o una mostra diventa il punto di partenza di una catena di consumi. È la logica del “mangiare, alloggiare, spostarsi, visitare, acquistare e divertirsi”; attività sempre più integrate in una medesima esperienza di consumo.

Nuovi stili di vita generano nuove forme di consumo e, contemporaneamente, l’emergere di nuovi “scenari di consumo” alimentano una domanda che prima non esisteva. In altre parole, con l'aumento del benessere e la trasformazione degli stili di vita, il mercato cinese sta progressivamente spostando il proprio baricentro dal possesso all’esperienza, dalla quantità alla qualità e alla diversificazione dei consumi.

È un passaggio rilevante anche sul piano macroeconomico. L’espansione dei consumi interni, e in particolare dei servizi, è ormai parte esplicita della strategia economica cinese per il Quindicesimo Piano Quinquennale. La sfida è creare reddito, fiducia e un’offerta sufficientemente diversificata perché una parte crescente della domanda interna futura possa tradursi in nuovi consumi.

Anche per questo la settimana d’oro racconta qualcosa che va ben oltre i numeri del turismo e della spesa durante le festività. Racconta un’economia e una società che stanno cambiando rapidamente. Per comprenderle, però, occorre prima di tutto liberarsi delle vecchie lenti con cui continuiamo troppo spesso a guardare la Cina.

*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

L'autore Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

Hamas: Tempesta di Al-Aqsa una necessità storica

 

In una serie di dichiarazioni riportate dall'emittente HispanTV, Khaled al-Qadumi, rappresentante del Movimento di Resistenza Islamica Palestinese (Hamas) in Iran, ha ribadito che l'Operazione Tempesta di Al-Aqsa ha rappresentato una «necessità storica» e una svolta inevitabile nella lotta contro il regime israeliano.

Intervenendo a Teheran alla conferenza "Cause, obiettivi e prospettive" – organizzata dall'Associazione per la Difesa del Popolo Palestinese in occasione del terzo anniversario degli eventi del 7 ottobre – Al-Qadumi ha dichiarato: «Dopo anni di oppressione, crimini e umiliazioni subite da un intero popolo, è naturale e lecito attendersi una tempesta». Il rappresentante di Hamas ha poi criticato i Paesi occidentali per il mancato riconoscimento della civiltà palestinese, accusando il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di perseguire apertamente una politica di espansione territoriale.

Ripercorrendo le finalità militari dell'azione, Al-Qadumi ha precisato che la cattura dei prigionieri sionisti costituiva l'obiettivo primario annunciato fin dalle prime fasi dell'operazione, traguardo che ha poi consentito il rilascio di circa mille detenuti palestinesi dalle carceri israeliane durante i successivi scambi.

Rispondendo alle critiche sull'elevato costo umano e sulle distruzioni causate dal conflitto, il delegato di Hamas ha usato toni netti: «Chi mette in discussione l'operazione alla luce delle vittime è un traditore. La Tempesta di Al-Aqsa non è stata un'opzione tra le tante, ma un'estrema necessità: senza di essa, la questione palestinese sarebbe finita nell'oblio». Ha poi aggiunto un drammatico monito: «Se non fossimo intervenuti, i coloni avrebbero attuato un piano per uccidere due milioni di palestinesi e conquistare il territorio fino al mare».

L'inviato ha inoltre espresso duro rammarico per la reazione internazionale all'indomani dell'attacco: «L'8 ottobre molti Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione rivolta non solo contro Gaza, ma contro l'intero Islam, che ha spianato la strada a un bilancio tragico di oltre 75.000 martiri».

Nel corso del suo intervento, Al-Qadumi ha bocciato categoricamente la via diplomazia tradizionale: «Abbiamo negoziato per anni, ma quali sono stati i risultati? Solo altri martiri e altri prigionieri. Non dobbiamo illuderci: trattare in queste condizioni significa accettare di diventare schiavi degli oppressori».

In conclusione, rinnovando l'appello ai media affinché continuino a raccontare al mondo la realtà di Gaza, il rappresentante di Hamas ha confermato che l'impegno per l'unità palestinese, il rispetto degli accordi di cessate il fuoco e la piena liberazione del territorio prosegue senza sosta, definendo l'Operazione Tempesta solo l'inizio di questo percorso. All'incontro hanno preso la parola anche Naser Abu Sharif, rappresentante della Jihad Islamica Palestinese, ed esperti della regione, raccogliendo commenti e valutazioni convergenti anche da parte dei passaggi diffusi da Ansar Allah e dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

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Lo Yemen attacca l'aeroporto di Riyadh e lancia un avvertimento alle compagnie aeree

 

Secondo fonti locali, lo Yemen ha intensificato gli attacchi contro l'Arabia Saudita, colpendo due aeroporti internazionali e abbattendo un drone di fabbricazione turca gestito dalle forze saudite.

"Le nostre Forze Armate sono riuscite a colpire l'aeroporto King Khalid di Riyadh con un missile balistico, centrando il bersaglio con precisione e provocando l'interruzione delle operazioni scalo", ha annunciato il generale di brigata Yahya Sari, portavoce delle forze yemenite. Nella stessa occasione, il generale ha lanciato un duro monito alle compagnie aeree internazionali sui rischi legati ai sorvoli dello spazio aereo saudita: "Ribadiamo per l'ultima volta il nostro avvertimento a tutte le compagnie del mondo: il cielo saudita è diventato teatro di operazioni militari, ad eccezione dello spazio aereo sopra La Mecca e Medina".

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Nel frattempo, le autorità saudite e l'Autorità Generale per l'Aviazione Civile hanno confermato gli attacchi condotti contro le strutture dell'aeroporto Re Khalid di Riyadh e dell'aeroporto internazionale di Abha, nel sud-ovest del Regno. Il bilancio provvisorio parla di tre morti e almeno 36 feriti, a testimonianza del costo umano ed economico del prolungato conflitto tra Riyadh e lo Yemen.

Oltre ai raid aeroportuali, le forze yemenite hanno colpito con missili balistici e da crociera diverse concentrazioni di truppe saudite a Jizan e ostacolato l'avanzata verso lo stretto di Bab el-Mandeb.

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Sul fronte aereo, il portavoce Sari ha annunciato l'abbattimento di un drone da ricognizione armato Bayraktar Ak?nc? di fabbricazione turca, intercettato con sistemi di difesa aerea nella provincia di Taiz mentre compiva azioni ostili. L'Ak?nc? è un velivolo da combattimento bimotore di punta prodotto dall'azienda Baykar: dotato di 20 metri di apertura alare, è in grado di operare fino a 40.000 piedi di altitudine e trasportare 1,5 tonnellate di carico utile.

"Operazioni sotto falsa bandiera": l’accusa dell’Iran a USA e Israele

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha denunciato che Stati Uniti e Israele stanno ricorrendo a un'operazione "sotto falsa bandiera" per giustificare la loro aggressione militare contro l'Iran.

«Le operazioni sotto falsa bandiera sono un vecchio trucco: si fabbrica l'incidente, si attribuisce la colpa alla controparte e se ne provocano le conseguenze», ha dichiarato Baqai sul proprio profilo X. Nel suo messaggio, il portavoce ha condiviso un breve video documentario sulla storia di queste strategie comunicative e militari utilizzate dagli Stati Uniti e dal regime israeliano negli ultimi settant'anni per costruire narrazioni di comodo, generare panico e legittimare aggressioni illegali.

False flags are an old craft: manufacture the incident, assign the blame, and harvest the consequences. In a world where the American and international public is weary of an unlawful war of aggression against Iran, and where the aggressors have no honest way to justify a war of choice, even a raft made of lies can look like salvation to those who are drowning.

— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) October 7, 2026

A corredo del video, Baqai ha aggiunto: «In un mondo in cui l'opinione pubblica americana e internazionale è ormai esausta di una guerra di aggressione illegale contro l'Iran, e in cui gli aggressori non hanno alcun argomento onesto per giustificare un conflitto deliberato, persino una zattera fatta di menzogne può sembrare un'ancora di salvezza per chi sta annegando».

Sulla scia dell'escalation, Washington e Tel Aviv hanno dato avvio a un'offensiva militare contro l'Iran, alla quale Teheran ha risposto prendendo di mira obiettivi israeliani nei territori occupati e basi statunitensi dislocate nella regione. Dopo quaranta giorni di scontro aperto, ad aprile era entrato in vigore un cessate il fuoco culminato, il 17 giugno, con la firma di un Memorandum d'intesa tra Iran e Stati Uniti mediato dal Pakistan. Tuttavia, la decisione del presidente statunitense Donald Trump di rescindere l'accordo e riprendere i raid ha riacceso le ostilità, spingendo Teheran a reagire colpendo nuovamente le basi americane e decretando la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Nel quadro di questa grave crisi internazionale, si sono verificati diversi attacchi di matrice incerta ai danni di Paesi terzi della regione – tra cui le incursioni alle raffinerie della compagnia saudita Aramco, il lancio di un missile balistico nello spazio aereo turco, il raid con droni contro l'aeroporto azero nel Nakhchivan e l'attacco alla sede del Primo Ministro del Kurdistan iracheno – condotti con l'obiettivo politico di addossarne la responsabilità all'Iran.

«Tuttavia, la condotta di Teheran rappresenta la chiave per ricomporre il puzzle: a differenza delle provocazioni ombra, tutte le operazioni militari condotte dall'Iran vengono rivendicate ed esplicitate in modo ufficiale», sottolinea il documentario. Per la dirigenza iraniana, la risoluzione definitiva del conflitto resta subordinata al pieno riconoscimento dei diritti legittimi del Paese.

La grande paura del capitale di fronte al contagio della rivolta francese

 

di Paolo Desogus*

Il movimento studentesco in Francia si sta allargando e, nonostante la durissima campagna repressiva del governo, sta aprendo una stagione politica nuova, che ci impone di guardare in modo diverso non solo la vicenda francese ma anche quella europea.

Quello che accade nelle strade di Parigi, di Lille, di Marsiglia e di altre città della Francia ha a che fare con il nostro assetto democratico e riguarda un modello di vita, un modo di concepire l'organizzazione sociale incapace di assicurare benessere reale e uguaglianza nei diritti. Prima ancora che qualche episodio di violenza dei manifestanti, esposto all'ennesima potenza dai media per giustificare la repressione poliziesca, ciò che veramente disturba il governo francese è il ritorno del conflitto sociale fuori dagli schemi, fuori dalle pratiche che è in grado di controllare e dirigere.

Il movimento studentesco da questo punto di vista rivela la crisi di autorità delle istituzioni che hanno sposato le politiche neoliberali. Mostra il loro fallimento. Testimonia il loro classismo. Naturalmente ci sono anche le questioni più specifiche, ovvero il decadimento della scuola pubblica francese, martoriata dai tagli e dalle politiche europee, il famigerato Parcoursup, che con un algoritmo decide il futuro degli studenti che intendono iscriversi all'università. Ci sono molte altre questioni relative all'istruzione, che sono però anche il riflesso di una condizione più generale, ovvero la mancanza di futuro, il dominio incontrastato del capitale, la vocazione bellicista dell'Europa: tutte questioni che stanno a cuore alle giovani generazioni e a cui giustamente si ribellano.

In un ottimo articolo comparso oggi sul Manifesto Christian Lavall sottolinea come mai fino ad ora il governo aveva reagito in modo così violento alle proteste di piazza. Pensate, ci sono stati ben 5mila fermi. Questa violenza repressiva non è però solo l'effetto di un'attitudine arrogante e va valutata con attenzione, perché dà anche la misura di quello che c'è in ballo.

È anche per questo che la propaganda, a cui ha contribuito anche Trump, si concentra nella delegittimazione degli studenti, nei discorsi che li descrivono come dei fannulloni o in altri in cui si sottolinea la presenza di "islamici" o di stranieri. Razzismo e classismo nascondono la seria preoccupazione che la nuova ondata politica nate nelle scuole e nelle università si saldi alle proteste sociali. La grande paura del capitale è in altre parole che la freschezza intellettuale e politica della nuova gioventù francese travolga le resistenze burocratiche e corporative che hanno indebolito le lotte sindacali e diano respiro nuovo all'iniziativa politica in netta discontinuità con i passato.

Dobbiamo augurarci che il movimento francese si allarghi e che contagi le forme di organizzazione tradizionali per svecchiarle, per riconnettere le singole battaglie del lavoro alle questioni più generali della lotta al capitalismo e alla torsione guerrafondaia che attraversa il continente.


*Commento Facebook del 7 ottobre 2026

Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura

 

di Michele Blanco

Il saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l'inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l'autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.

Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto "workfare" repressivo costituisce il motore economico dell'intera trattazione di Di Sabato. L'autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all'istruzione, all'assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l'economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la "mano sinistra" dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la "mano destra", quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio. La povertà, la precarietà abitativa e la disoccupazione smettono di essere considerate patologie del sistema economico capitalista da risanare con giusti investimenti pubblici e vengono surrettiziamente ricodificate come colpe individuali e minacce all'ordine pubblico, spostando l'asse dell'intervento statale dalle politiche di emancipazione alle tecniche di contenimento poliziesco.

A sostegno di questa tesi, il saggio compie un'operazione di fondamentale importanza ricostruendo criticamente i dati macroeconomici legati ai bilanci del Ministero della Giustizia, svelando l'irrazionalità sistemica di una spesa detentiva ipertrofica se rapportata al definanziamento del settore sociale. Di Sabato evidenzia come il bilancio annuale destinato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria si attesti su cifre colossali, vicine ai tre miliardi e mezzo di euro, drenando oltre il trenta per cento delle risorse complessive della giustizia. L'affondo critico si fa spietato quando l'autore seziona la destinazione interna di questi fondi: circa il sessantacinque per cento della spesa totale viene assorbito esclusivamente dal mantenimento degli stipendi e della logistica del personale di custodia, laddove i capitoli di spesa formalmente dedicati alle finalità costituzionali del trattamento – ossia l'istruzione, il lavoro penitenziario, l'assistenza psicologica e i percorsi di reinserimento – ricevono le briciole, oscillando sotto la soglia del dieci per cento. Questo squilibrio finanziario dimostra empiricamente l'irrazionalità dello Stato penale: spendere circa centocinquanta euro al giorno per ogni singolo detenuto al fine di produrre un tasso di recidiva istituzionale superiore al sessanta per cento significa certificare che il carcere non è un investimento sulla sicurezza pubblica, bensì un fallimentare costo a fondo perduto. Lo Stato spende somme esorbitanti per segregare la marginalità sociale dopo aver rifiutato di investire frazioni di quelle stesse cifre per prevenirla sul territorio attraverso il welfare.

L'apparato probatorio del saggio non poggia su astrazioni sociologiche, ma si focalizza rigorosamente sulle fonti statistiche ministeriali, sui bilanci della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e sui rapporti delle commissioni parlamentari d'inchiesta che l'Osservatorio Repressione analizza e incrocia storicamente. Attraverso lo studio dei dati sulle denunce per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, blocco stradale e danneggiamento, l'Osservatorio porta alla luce la sproporzione quantitativa e qualitativa della risposta penale dello Stato nei confronti dei movimenti sociali. I dati sui procedimenti giudiziari e l'applicazione di misure cautelari preventive evidenziano come la magistratura inquirente utilizzi sistematicamente i reati associativi per disarticolare le reti del dissenso sindacale, studentesco e ambientale. L'analisi critica delle relazioni annuali presentate in Parlamento sullo stato dell'ordine pubblico e della sicurezza rivela una precisa architettura burocratica orientata alla neutralizzazione preventiva della piazza, in cui l'aumento geometrico delle sanzioni amministrative ed edittali serve a mascherare l'inefficacia strutturale del controllo sociale in contesti di grave impoverimento diffuso.

Questa irrazionale allocazione delle risorse pubbliche e la severità dei dispositivi repressivi necessitano tuttavia di un formidabile apparato di legittimazione ideologica, che l'autore individua e smaschera nelle pagine del libro dedicate ai meccanismi del linguaggio mediatico e dei talk-show televisivi. Di Sabato conduce una serrata analisi semiotica della vera e propria fabbrica del consenso reazionario, mostrando come l'informazione mainstream operi una costante e scandalosa distorsione della realtà. All'interno dei palinsesti televisivi, la complessità delle dinamiche sociologiche viene programmaticamente espulsa a favore di una narrazione spettacolarizzata e ansiogena, costruita su frame narrativi fissi: la perenne minaccia dell'invasione migratoria, la retorica del degrado urbano e l'enfasi ossessiva sul fatto di cronaca nera elevato a emergenza nazionale. Il talk-show, in particolare, viene decostruito come lo spazio geometrico del populismo penale, dove la figura dell'esperto criminologo o del sociologo politico viene marginalizzata per lasciare il proscenio alla contrapposizione emotiva tra le vittime e i "mostri". Il linguaggio utilizzato è volutamente decontestualizzato e destoricizzato; la povertà non viene mai raccontata come l'esito di precisi decreti economici, ma come una colpa biologica o culturale da reprimere. Questo bombardamento mediatico persegue l'obiettivo strategico di mantenere la cittadinanza in una condizione di perenne panico morale, spingendo l'elettorato ad accettare e, anzi, a invocare spontaneamente leggi sempre più punitive e autoritarie, convinto che la minaccia alla propria esistenza provenga dall'ultimo della scala sociale e non da spregiudicate e infondate politiche di austerità.

La decostruzione operata da Di Sabato sulla televisione generalista invita a un confronto diretto con i modelli classici della sociologia dei media, in particolare con le teorie sul panico morale formulate da Stanley Cohen. Nel suo studio Cohen descriveva come i media identifichino periodicamente un gruppo sociale specifico, etichettandolo come "folk devil" (diavolo collettivo), per presentarlo all'opinione pubblica come una minaccia immediata per i valori della società. Se nel modello di Cohen il panico morale era un processo in gran parte spontaneo e ciclico, legato a subculture giovanili isolate, la democrazia punitiva di Di Sabato evidenzia un vero e proprio salto di qualità tecnologico e sistemico. Nei talk-show contemporanei, la creazione del diavolo collettivo – che sia l'attivista climatico, il migrante del CPR o il percipiente di sussidi sociali – non è una reazione estemporanea della stampa, ma una strategia preparata scientificamente, istituzionalizzata e permanente. La minaccia non viene più arginata per ristabilire l'equilibrio precedente, ma viene cronicizzata dai media per giustificare la stabilità stessa dello Stato penale. Il panico morale cessa di essere un'anomalia transitoria della comunicazione di massa e si trasforma nel motore fondamentale del consenso politico reazionario, una risorsa egemonica indispensabile per legittimare la violenza e la spesa degli apparati penali.

La validità e la solidità teorica di queste argomentazioni trovano riscontro nella capacità dell'autore di anticipare gli esiti delle politiche urbane più recenti. Condividere le tesi di Di Sabato significa riconoscere l'assoluta precisione scientifica con cui viene smascherato l'inganno ideologico della "neutralità" securitaria. Le sue analisi si rivelano di un'accuratezza disarmante, specialmente nel dimostrare come l'arsenale normativo penale non sia orientato a proteggere la collettività dai pericoli, bensì a blindare le disuguaglianze di classe. Il saggio ha il merito insostituibile di sottrarre il dibattito sulla sicurezza alle derive emotive della destra e alle timidezze corporative del centrosinistra, offrendo agli studiosi una chiave di lettura euristicamente inattaccabile: la penalità contemporanea non gestisce il crimine, ma ordina i confini della marginalità economica interna.

All'interno di questa metamorfosi istituzionale e mediatica, una delle tesi più incisive espresse da Di Sabato riguarda la decostruzione del concetto di decoro urbano, svelato come un sofisticato strumento di esclusione di classe e di igiene sociale applicato nelle grandi aree metropolitane. Il decoro non costituisce un parametro estetico neutro volto alla vivibilità dei quartieri, bensì una categoria ideologica pensata per la mercificazione delle città, ridotte a spazi di consumo per le classi agiate o per il turismo di massa. La sanzione sistematica di condotte puramente esistenziali o marginali – come il bivacco, la richiesta di elemosina, il commercio informale o la semplice sosta prolungata – non mira a risolvere le cause profonde della povertà materiale, ma ha l'obiettivo politico di nasconderla allo sguardo. Attraverso lo strumento normativo dei Daspo urbani e delle ordinanze sindacali, l'ordine pubblico si fa preventivo: il povero, il precario e il migrante non vengono perseguiti per reati commessi, ma vengono allontanati in quanto elementi di disturbo per le vetrine del mercato neoliberale. Lo Stato trasforma così una drammatica crisi strutturale di welfare in una colpa morale e in una minaccia securitaria da espellere fisicamente dai centri storici e confinare nelle periferie invisibili dell'esistenza.

Questa gestione penale della miseria si alimenta di quella che l'autore definisce una vera e propria mutazione antropologica della cittadinanza, le cui radici storiche risalgono al crollo della Prima Repubblica e alla stagione di Tangentopoli. La delegittimazione dei partiti e lo svuotamento dei luoghi di socializzazione politica hanno atomizzato gli individui, sostituendo la complessità del conflitto sociale con la griglia interpretativa morale che contrappone in modo superficiale gli onesti ai disonesti. Sulla scorta di questa semplificazione, la politica ha trovato nel populismo giudiziario una formidabile fabbrica di consenso trasversale e bipartisan. Di Sabato, attingendo ai dati e alle analisi raccolte sul campo dal centro di documentazione dell'Osservatorio Repressione, dimostra come la criminalizzazione del dissenso – attuata trasformando storiche forme di protesta pacifica come i blocchi stradali, i picchetti o la resistenza passiva in gravi reati edittali – e il funzionamento coercitivo dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio siano l'esito logico voluto da una classe dirigente che usa l'illusione penale per simulare un controllo che non possiede più sulle macro-dinamiche economiche.

Il terminale inevitabile e catastrofico di questa bulimia sanzionatoria si consuma nella realtà materiale del sistema carcerario, descritto nel testo come un drammatico magazzino di contenimento dei soggetti vulnerabili. Il sovraffollamento cronico e la tragica catena di suicidi e atti di autolesionismo non sono incidenti di percorso, ma la diretta conseguenza di leggi che riempiono le celle di soggetti privi di reti sociali. Di fronte al fallimento empirico della pena reclusiva, che vanta tassi di recidiva superiori al sessanta per cento, Di Sabato dedica la parte conclusiva del volume all'analisi e alla proposta delle correnti dell'abolizionismo penale europeo, ispirandosi esplicitamente alle radici teoriche del giurista olandese Louk Hulsman e del sociologo norvegese Nils Christie. Il saggio fa proprie le tesi di Hulsman sulla necessità di decostruire l'astrazione giuridica del reato, una categoria burocratica che standardizza e violenta la complessità delle situazioni problematiche quotidiane applicando l'unica risposta dell'inflizione di una sofferenza di Stato. Al contempo, l'autore sposa il celebre assunto di Christie secondo cui lo Stato ha letteralmente rubato il conflitto ai legittimi proprietari, ossia alla vittima e all'autore del danno, delegandolo a professionisti del diritto che ne espropriano la parola e ne annullano ogni reale percorso di responsabilizzazione o ricomposizione.

Richiamando questo patrimonio filosofico, l'opera si chiude con una proposta radicale e scientificamente argomentata: il superamento della democrazia punitiva non si ottiene con la retorica dell'umanizzazione della gabbia o con l'edificazione di nuove carceri, ma con il progressivo smantellamento del monopolio punitivo statale. La via d'uscita risiede in una sistematica opera di decriminalizzazione dei reati legati alla marginalità e al dissenso politico, da gestire attraverso pratiche di giustizia riparativa e trasformativa capaci di ricostruire i legami sociali interrotti. La vera sicurezza, conclude Di Sabato, cessa di essere una prerogativa delle forze dell'ordine e dei codici penali per tornare a essere un diritto sociale garantito dal rifinanziamento del welfare, della sanità pubblica, del diritto all'abitare, della scuola e del reddito sul territorio.

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