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Received — 10 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Tre miliardi di visualizzazioni e zero portaerei: il capolavoro cinese che umilia Hollywood

 

di Francesco Santoianni

 

Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.

P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):

La festa: i pali, la spirale e la spada

Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.

Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.

Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.

Tre miliardi di ascolti, zero carri armati

La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".

Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.

Spontaneo o regia? Tutti e due

Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.

Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.

È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.

Come funziona il soft power cinese

Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:

Strumento

Come funziona

Esempio

Media internazionali

Testate statali in decine di lingue

Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group

Lingua e cultura

Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere

Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente

Turismo e visti

Ingresso senza visto per soggiorni brevi

Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026

Economia e infrastrutture

Investimenti e prestiti all'estero

Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese

Piattaforme e intrattenimento

App, cinema, videogiochi, cultura pop

TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong

Patrimonio e feste

Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze

Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi

I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.

Curiosità

  • La voce non è umana. La versione virale è stata rielaborata con l'intelligenza artificiale e cantata da una voce sintetica, secondo lo Yangtse Evening Post. La tradizione millenaria arriva al mondo con un'ugola digitale.
  • Un titolo in due lingue. "Munao" viene dalla lingua jingpo, "Zongge" dalla lingua zaiwa, parlata da un altro ramo dello stesso popolo. Insieme significano "ballare tutti insieme".
  • Un ritornello facile apposta. Il passo base è semplice e ripetitivo, e i versi senza significato ("o ran o ran") si imparano al primo ascolto. Per questo ballano anche i turisti, e le signore delle danze di piazza.
  • Minoranza remixata da minoranza. Zhen Zhen, secondo China News Service, appartiene alla minoranza hui, musulmana. Non era mai stato a Dehong quando ha composto la versione di successo.
  • Una leggenda celeste. Secondo la tradizione la danza viene dal palazzo del Sole e l'hanno portata sulla terra gli uccelli. I capi danza portano copricapi di piume di bucero, l'uccello sacro dei Jingpo, come racconta China News Service.
  • La stessa festa, oltre confine, in guerra. In Myanmar i Kachin celebrano il Manau a Myitkyina. Nel 2015 un comitato culturale kachin lo boicottò: molti kachin non volevano festeggiare in piena guerra tra l'esercito birmano e i ribelli kachin. In Cina la stessa danza è vetrina di "unità tra le etnie"; a pochi chilometri, è un terreno conteso.

 

Trump lo scarica e Zelensky delira: "Datemi i missili e vincerò in tre mesi"

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
 

10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.

E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».

In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema  Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.

Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».

Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.

Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.

L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.

Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.

In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.

La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.

In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.

In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.

In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

Legge 180 e salute mentale: il tradimento di Basaglia e l'inganno della psichiatria moderna

 

di Agata Iacono

 

Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.

In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.

Io partii immediatamente per Trieste.

Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.

L'approccio era totalmente differente.

Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.

Il mio team era composto da antropologi culturali.

Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?

Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"

E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.

Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.

E non fu facile.

Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.

Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.

La loro vista era uno specchio della nostra follia.

Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...

e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.

Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.

Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.

Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.

Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.

Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.

Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.

Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.

E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.

Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.

Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.

Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.

A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".

E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.

La mancia di Putin a Trump

 

di Giuseppe Masala

 

Dopo una telefonata tra  Vladimir Putin e Donald Trump è stata data al mainstream mondiale la grande notizia: la Russia “inonderà” il mercato mondiale dei prodotti raffinati di petrolio ed in particolare di diesel.

A dare la notizia è stato lo stesso Donald Trump che ha dichiarato che è: «stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate nel mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate subito dopo”. Quantità apparentemente enormi ma che in un mondo assetato di energia non sono nulla più che una goccia nell'oceano. Il mondo, secondo autorevoli stime, consuma tra i 28 e i 30 milioni di barili di gasolio e distillati al giorno, che equivalgono a circa 3,8 milioni di tonnellate al giorno.

Come si può vedere, le trecentomila tonnellate di gasolio che i russi hanno promesso per Ottobre non sono nient'altro che meno del 10% del consumo mondiale giornaliero.

Se ci concentriamo sul solo mercato americano, scopriamo che i consumi equivalgono a circa 510.000 tonnellate al giorno. Da qui si deduce che le 300.000 tonnellate promesse dalla Russia per Ottobre equivalgono a poco più di mezza giornata di consumo statunitense.

Cifre dunque che non sono in grado di cambiare l'inerzia di un mercato che sta subendo uno shock da offerta molto forte e  che potrebbe anche peggiorare se i ribelli yemeniti di Ansar Allah continuassero a bersagliare con i loro missili e droni le raffinerie saudite e sei loro alleati iraniani continuassero a bloccare il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz. 

Tutte cose ben conosciute sia a Putin che a Trump e che chiariscono come la reale motivazione di questa operazione non va ricercata nella volontà di risolvere la carenza mondiale di petrolio e di suoi distillati. Semplicemente dal punto di vista di Trump si vuole sfruttare al massimo l'effetto annuncio per guadagnare voti alle elezioni di MidTerm facendo credere agli elettori statunitensi che la fiammata sui prezzi dei carburanti è destinata a spegnersi in breve tempo grazie al lavoro di Trump.

Dal punto di vista di Putin questa mossa consente di guadagnare altro preziosissimo tempo, in attesa o di un miracolo che risolva il conflitto favorevolmente o di una sua ulteriore deflagrazione alla quale bisogna comunque prepararsi.

In qualunque caso chi parla di reale distensione tra USA e Russia, non ha valutato correttamente né il quadro generale sul piano delle relazioni diplomatiche né le dinamiche reali del mercato del petrolio.

Received — 9 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Oltre Hormuz: il suicidio energetico europeo e l'occasione mancata dei BRICS - Demostenes Floros (VIDEO)

 

 

di Loretta Napoleoni

 

La crisi energetica e l'impennata dei costi non sono un mero incidente di percorso dettato dalle tensioni in Medio Oriente. Dietro l'alibi perfetto dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso si nasconde una realtà ben più complessa, fatta di deindustrializzazione pianificata e di un riposizionamento globale in cui l'Unione Europea gioca ormai il ruolo di comparsa subalterna. "Quando si sostiene che le cause del prezzo alla pompa sono la chiusura dello stretto di Hormuz, si mente, non si vuole affrontare il vero problema che viene da lontano, da almeno 30 anni. [...] Il vero tema è l'abbandono della raffinazione. In Unione Europea dal 2009 ad oggi abbiamo perso il 29% della capacità di raffinazione." Lo dichiara a l'AntiDiplomatico Demostenes Floros, esperto di energia e gepolitica. 

Il rincaro di benzina, diesel e jet fuel non è causato solo dalla mancanza di materia prima, ma dall'incapacità di processarla. Questa scelta suicida, portata avanti per decenni, ha un solo esito logico per Floros: condannare l'Europa a una dipendenza ancora più stringente e costosa dagli Stati Uniti per l'approvvigionamento dei prodotti raffinati, in una dinamica di pura sudditanza economica che fa il paio con la costosa transizione dal gas russo al GNL americano.

Mentre Bruxelles e Washington si avvitano in sanzioni e dazi, le dinamiche che tengono a galla il mercato energetico globale si muovono altrove. La Cina ha attuato nei mesi precedenti alla crisi una gigantesca operazione di accumulo di riserve strategiche, arrivando a sfiorare 1,4 miliardi di barili. Un "cuscinetto" che ha permesso a Pechino di ridurre drasticamente le importazioni quotidiane quando il mercato è entrato in sofferenza, calmierando i prezzi globali. "Se la Cina avesse continuato ad importare quel quantitativo di petrolio, quale sarebbe la situazione dei prezzi a livello internazionale? Saremmo altro che ai 100 dollari al barile. [...] Questo è un aspetto che purtroppo a casa nostra non viene riconosciuto, direi intellettualmente poco onesto, perché sicuramente la Cina fa i propri interessi, ma con una visione dell'interesse globale."

In questo scenario di rapida riorganizzazione del potere economico mondiale, prosegue Floros, l'Italia rischia di pagare il prezzo più alto. Per un'economia di trasformazione, profondamente legata all'export, accodarsi supinamente a conflitti e tensioni eterodirette significa strangolare il proprio tessuto produttivo "È veramente un peccato che un paese che è il quarto, quinto esportatore al mondo [...] non apra un rapporto diretto con i BRICS. All'interno dei BRICS soltanto la Cina è produttore di beni strumentali. Perché non fare in modo che gli altri membri [...] non diversifichino i loro acquisti dall'estero di beni strumentali, benvenga dalla Cina, ma anche dalla nostra Italia?"

P.s. 

 

 

Censurati dal loro padrone: la pena del contrappasso dei censori Ue del web


Washington ha messo alle corde diversi governi alleati, esercitando pressioni senza precedenti per far ritirare il loro supporto a una conferenza organizzata da una ONG europea finanziata dall'UE. Il motivo dello strappo? L'organizzazione, EU DisinfoLab, aveva osato classificare gli Stati Uniti come potenziale fonte di disinformazione straniera. 

L'evento, la conferenza #Disinfo2026 in programma a Vilnius, in Lituania, aveva infatti etichettato gli USA come attore FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference). Un termine che, nel gergo di Bruxelles, è solitamente riservato ai rivali geopolitici come Russia e Cina per descrivere le loro presunte attività malevole online. 

La reazione USA è stata fulminea. Secondo quanto riportato da Politico, che ha citato fonti del Dipartimento di Stato e cablogrammi riservati inviati alle ambasciate USA, i funzionari americani hanno fatto capire chiaramente che «etichettare gli Stati Uniti come una minaccia FIMI mina gli obiettivi condivisi e dovrebbe allarmare tutti i coinvolti».  Il risultato? Una vera e propria ritirata con la coda tra le gambe. Ancora prima che la conferenza aprisse i battenti, i loghi del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e dei ministeri degli Esteri di Canada e Lituania erano magicamente scomparsi da tutto il materiale promozionale. A salvare la faccia, solo il Ministero degli Esteri francese e l'amministrazione comunale di Vilnius. Secondo Rapporteur (ex Euractiv), la campagna di pressione è stata innescata dallo scrittore americano Michael Shellenberger, che si era dimesso dal ruolo di relatore proprio dopo aver scoperto l'etichetta FIMI affibbiata al suo Paese.

Per capire la reazione sproporzionata di Washington, bisogna guardare alla storia di EU DisinfoLab, una ONG con sede in Belgio che funge da info-gatekeeper (guardiano dell'informazione) per l'UE, spesso utilizzata per emarginare e diffamare i dissidenti che si oppongono alla linea politica di Bruxelles.

La carriera dell'organizzazione è decollata nel 2018, nel modo più classico per i "cacciatori di fake news" allineati: trasformando i critici online del presidente francese Emmanuel Macron in "filo-russi". Durante lo scandalo che vide coinvolto Alexandre Benalla, la guardia del corpo di Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti indossando equipaggiamento della polizia, EU DisinfoLab denunciò una massiccia operazione russa. I loro "ricercatori" scovarono presunti "bot russi" e account "filo-russi" che alimentavano l'indignazione pubblica. Peccato che, tra gli account analizzati, ci fossero anche quelli di politici dell'opposizione francese come Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, suscitando forti dubbi sulla loro metodologia. Tutta questa industria dei "presunti esperti" di disinformazione è nata sulle ceneri della bolla del Russiagate. La campagna orchestrata dall'ex presidente Barack Obama e da Hillary Clinton per legare Donald Trump alla Russia ha creato un mercato florido. I critici, tuttavia, accusano da tempo queste organizzazioni di fungere da proxy per una censura di Stato che le autorità non possono imporre direttamente.

La patina di rispettabilità di EU DisinfoLab, inoltre, si è sgretolata più di una volta. Nel 2022, l'Autorità belga per la protezione dei dati (APD), in collaborazione con la francese CNIL, ha multato l'ONG e il suo ricercatore capo, Nicolas Vanderbiest, per aver elaborato illegalmente dati personali, rivelando opinioni politiche ed esponendo gli utenti a potenziali discriminazioni attraverso il profilamento politico. Nonostante questo, le dichiarazioni finanziarie mostrano che la Commissione Europea ha erogato all'ONG almeno 1,4 milioni di euro di sovvenzioni nel corso degli anni, spingendo l'eurodeputata del Rassemblement National Virginie Joron a chiederne il taglio dei fondi.

Chi sono, dunque, i censori dell'Occidente? Il consiglio di amministrazione di EU DisinfoLab riflette i legami strettissimi tra l'industria occidentale della "contro-disinformazione" e le operazioni di infowarfare governative.

Tra i membri del consiglio spicca Emma Le Mesurier, vedova ed ex collega di James Le Mesurier, l'ex ufficiale dell'esercito britannico che ha contribuito a fondare i Caschi Bianchi in Siria, il gruppo finanziato dall'Occidente che ha supportato le forze jihadiste nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad. 

Un altro membro è Andy Pryce, veterano della diplomazia britannica che ha lanciato e diretto il programma del Foreign Office destinato a contrastare le comunicazioni strategiche russe. Il suo nome era inoltre apparso nel "cluster britannico" dell'Integrity Initiative, un progetto di manipolazione mediatica finanziato dal Regno Unito, smascherato nel 2018 dopo la fuga di documenti interni. A completare il quadro, l'ex membro del consiglio Camille Francois, che ha lavorato a un'indagine sull'"interferenza russa" nelle elezioni USA del 2016 per conto della Commissione Intelligence del Senato.

La morale è semplice: nel mondo della "contro-disinformazione" europea, la manipolazione dell'informazione è un'arma potente e pericolosa. Ma a quanto pare, viene considerata tale solo quando a utilizzarla è il "nemico".

Il Montenegro arresta il fondatore di Rybar per compiacere NATO e UE

 

Mikhail Zvinchuk, fondatore del canale Telegram militare russo Rybar, è stato fermato in Montenegro, secondo quanto riportato venerdì dai media locali.

L'operazione sarebbe stata condotta quella mattina dalla polizia e dall'Agenzia per la sicurezza nazionale del Paese nella località costiera di Risan. Stando alle notizie diffuse, sono stati fermati anche la moglie di Zvinchuk e tre suoi collaboratori.

L'operazione è stata descritta come mirata a contrastare presunte "attività ibride" della rete Rybar, ma non sono state presentate prove specifiche a sostegno dell'accusa.

Il canale, che conta circa 1,3 milioni di iscritti, era già stato accusato da Stati Uniti e Regno Unito di diffondere propaganda russa e di condurre operazioni di informazione all'estero. Nel 2024, il Dipartimento di Stato USA aveva persino offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni sugli individui responsabili del canale Rybar.

L'ambasciata russa in Montenegro sta attualmente verificando le circostanze del fermo di Zvinchuk, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Il canale Telegram Baza ha riferito di aver confermato in modo indipendente l'arresto di Zvinchuk, precisando che lui e la moglie sono stati fermati alle 7:30 (ora locale) presso l'hotel Movenpick di Risan e che, a quanto si apprende, non è stato loro consentito né di pagare il conto della camera né di recuperare i propri effetti personali.

Secondo quanto riferito da Baza, i due sono stati trasferiti a Podgorica, capitale del Montenegro, dove sono attualmente sotto interrogatorio; i loro telefoni e documenti sono stati sequestrati.

I media montenegrini hanno reso noto che i servizi di sicurezza locali monitoravano il gruppo di Zvinchuk già da diversi giorni prima del fermo. Si ritiene che il team di Rybar fosse giunto nel Paese per realizzare un servizio sui piani del Montenegro di allineare la propria politica sui visti agli standard dell'UE.

A quanto si apprende, le autorità considerano il video in programma come un tentativo di dipingere l'integrazione europea come una minaccia per il turismo, l'economia e gli interessi nazionali del Paese.

Baza ha successivamente riferito che le autorità hanno aperto un procedimento penale per una presunta minaccia alla sicurezza nazionale. È stata inoltre sequestrata l'attrezzatura della troupe, inclusi i droni, ha precisato la testata.

Rybar ha poi confermato il fermo di Zvinchuk insieme ad altri cittadini russi, sottolineando che tutti i membri del gruppo si trovavano in Montenegro legalmente. I loro piani prevedevano riprese presso il monastero di Cettigne, per le quali era stata inoltrata una richiesta ufficiale.

Anche il primo ministro montenegrino Milojko Spajic ha confermato la detenzione del capo di Rybar. In un post su X, ha descritto l’operazione di venerdì come “di successo” e l’ha collegata a presunti tentativi da parte del gruppo di Zvinchuk di “mettere a repentaglio” il tentativo del paese di aderire all’UE.

Il Montenegro, un paese con meno di 650.000 residenti, sta cercando di entrare nell’UE dal 2008. Ha anche aderito alla NATO nel 2017 nonostante le proteste di piazza contro l’adesione con gli oppositori che ricordavano la campagna di bombardamenti del blocco del 1999, che colpì il paese quando era ancora parte della Jugoslavia insieme alla Serbia.

Verso lo scontro totale: così la NATO prepara la guerra in Europa (prima del 2030)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

9 ottobre. Dopo le dichiarazioni del Segretario di stato yankee Marco Rubio sul conflitto in Ucraina finito in un vicolo cieco, vari osservatori russi ipotizzano che la guerra tra Europa e Russia potrebbe iniziare molto prima del 2030, termine sinora indicato dagli “strateghi” UE come «attacco russo all'Europa». Su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare, ex ufficiale dell'esercito USA Stanislav Krapivnik afferma che le parole di Rubio sulla «situazione di stallo strategico» in Ucraina fanno pensare alla inevitabilità di una escalation nel conflitto, con l'Europa che potrebbe presto prendere il posto dell'Ucraina.

Rubio ha detto di ritenere che ci siano solo due vie d'uscita dalla situazione di stallo: da un lato, i negoziati; dall'altro, un'escalation che potrebbe estendersi oltre il conflitto iniziale, tanto più che ritiene che non ci siano prospettive di accordo.

Un altro esperto militare, Andrej Klintsevic, sostiene che Rubio non stia direttamente attestando l'inevitabilità di una escalation; ma questo non elimina l'inquietudine per le implicazioni politiche di simile dichiarazione. Sembra che uno scenario di violenza stia prendendo il sopravvento: «non considererei la dichiarazione di Rubio come un verdetto di condanna sulla diplomazia, ma piuttosto come un motivo per monitorare attentamente le prossime mosse di Washington. Quelle mosse riveleranno cosa si celi dietro l'allarme: l'intenzione di fermare l'escalation o la volontà di guidarla».

Da parte sua, Stanislav Krapivnik si dice convinto che si debbano adottare misure nella prospettiva di una grave escalation: «a giudicare dalle dichiarazioni di Marco Rubio, stiamo andando incontro alla guerra con l'Europa... L'obiettivo degli Stati Uniti è spingere gli europei verso la guerra. E quelli vogliono davvero la guerra. Comprendiamo anche perfettamente che non si tireranno indietro. Ci sarà sicuramente un'escalation. D'altra parte l'Europa è già in crisi: carburante, prodotti... Le proteste che gli studenti stanno organizzando in Francia sono una conseguenza del fatto che non ci sono più fondi per l'istruzione, perché i soldi vengono dirottati verso l'Ucraina, gettati come in una fornace... Ci sarà una nuova guerra. Si arriverà al punto in cui i nostri missili colpiranno l'Europa. Non è il caso di sperare in un cambiamento di mentalità dell'élite americana».

E, parlando di termini temporali, a parere di Krapivnik non ci sarà da attendere il 2030: si stanno preparando per il 2028 ed è probabile che inizino già nel 2027: «In ogni caso, dobbiamo prepararci molto prima del 2030».

Sono d'altronde abbastanza significativi i sempre più frequenti “tour” dimostrativi di esponenti UE e NATO a Kiev, fino agli ultimissimi arrivi del 4 e del 7 ottobre. Dopo il banchiere Friedrich Merz, accompagnato da una nutrita orda di rappresentanti dell'industria di guerra tedesca, è stata la volta di una torma di alti papaveri militari dei 32 paesi NATO, con capobranco l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell'Alleanza.

Ancora su Moskovskij Komsomolets, l'esperto militare e capitano di vascello a riposo Vasilij Dandykin ipotizza che la prima visita a Kiev, dopo otto anni, di personale militare NATO, possa rappresentare il preludio a una grave escalation del confronto NATO-Russia, che potrebbe avere come punto di partenza il blocco di Kaliningrad. Lo stesso Dragone – quello che definiva i nazigolpisti ucraini «ottimi combattenti... un modello per l’Europa» e che a dicembre 2025 parlava di “difesa proattiva” da esercitare nei confronti della Russia - ha detto che i militari NATO erano a Kiev con un messaggio chiaro: «rafforzare il legame tra Alleanza e Ucraina», sentire direttamente dal generale Mikhail Drapatij la valutazione della situazione sul campo e capire come la NATO possa sostenere ulteriormente l'Ucraina.

Vari esperti militari ritengono che il vero obiettivo dei visitatori sarebbe quello di costringere la Russia a una guerra convenzionale o nucleare e, allo stesso tempo, si rammaricano che una delegazione così numerosa di militari NATO sia potuta arrivare a Kiev senza ostacoli e senza essere adeguatamente “ammonita” lungo il tragitto. Vasilij Dandykin non esclude la possibilità che la ragione dell'arrivo dei generali NATO siano stati gli ultimi attacchi russi su Kiev: «rientrato da Kiev, probabilmente Merz ha condiviso le sue impressioni e il suo panico. Dopo il suo rientro dall'Ucraina, si è tenuto un debriefing, dopo il quale l'intero gruppo ha deciso di verificare personalmente l'accuratezza dei nostri attacchi. È sorprendente che il treno che li ha portati sia ancora in funzione... Si noti che l'obiettivo prioritario del nostro attacco combinato di oggi erano le imprese del complesso militare-industriale ucraino utilizzate da FirePoint per produrre e stivare i missili da crociera Flamingo. Il nemico non ha altro. La lotta contro i droni ucraini sta raggiungendo il culmine. Stiamo sviluppando sistemi anti-drone efficaci. Pertanto, l'unica speranza degli ucraini ora risiede nei Flamingo, che sperano di utilizzare contro le nostre raffinerie di petrolio e impianti energetici».

In ogni caso, secondo Dandykin, UE e NATO comprendono che le loro "forze per procura" ucraine potrebbero crollare da un momento all'altro. E una sconfitta dell'Ucraina significherebbe una sconfitta per l'Occidente, che ha investito tutto ciò che aveva senza ottenere risultati soddisfacenti. Anche per questo, lo stesso Cavo Dragone incita i banderisti a mantenere il ritmo degli attacchi alla Russia, ricordando le enormi risorse investite dalla NATO sull'Ucraina: «Crediamo che gli alleati avranno successo. Ed è proprio grazie alle vostre azioni sul campo di battaglia, ai vostri attacchi in profondità in Russia e al successo dell'Ucraina nella stabilizzazione del fronte, che l'aggressore non sta guadagnando nuovi territori» dice l'ammiraglio a Ukrinform; «la posizione della Russia sta anzi peggiorando, poiché sta perdendo territorio a favore dell'Ucraina. Dobbiamo mantenere questo slancio e, a mio avviso, è questo che costringerà Putin al tavolo delle trattative». Parole che, però, lasciano trapelare qualche dissonanza interna alla NATO, dato che il “proattivo” si sente in dovere di negare categoricamente spaccature nell'alleanza, insistendo sul fatto che tutti i membri restano disposti a contribuire al sostegno dell'Ucraina.

«Nessuna azione ibrida raggiungerà l'obiettivo di dividere l'Alleanza o indebolire il nostro impegno a sostegno dell'Ucraina» proclama impettito; «l'Alleanza ha deciso di fornire all'Ucraina 70 miliardi di dollari quest'anno e la stessa cifra nel 2027... Si tratta di fondi enormi e siamo pronti ad intensificare i nostri sforzi». Parole che, però, non riscuotono lo stesso ottimismo, ad esempio, da parte dell'ex collaboratore di Zelenskij e deputato della Rada Aleksandr Dubinskij, ora inquisito: «Se si guarda obiettivamente, la situazione appare sempre peggiore per il futuro. Il volume dell'economia e le entrate di bilancio  diminuiscono. Le persone fuggono dal paese e muoiono. Il divario tecnologico rispetto al nemico cresce. Non ci sono né la forza né i mezzi per cambiare la situazione sul campo di battaglia. Pur in maniera non lineare, nella società emerge però una posizione contro la guerra. Zelenskij è screditato per la sua stupidità e i ladrocini. Non c'è un solo leader degno intorno a lui. L'elenco potrebbe continuare, ma questo è già sufficiente per prevedere la sconfitta e la capitolazione».

D'altra parte, anche sul piano delle potenzialità belliche, se da un lato queste si sono basate sin dall'inizio su una larga partecipazione dell'industria militare euro-atlantica, in ciò confermando il carattere “non ucraino” del conflitto, dall'altro lato, quella stessa cooperazione internazionale bellica sta mostrando larghe crepe. Stando alla TASS, Viktor Medvedchuk, leader del movimento "Altra Ucraina" ed ex capo del partito “Piattaforma di Opposizione - Per la Vita”, messo al bando da Zelenskij, ha definito le attività dell'azienda ucraina FirePoint un esempio del coinvolgimento diretto dei Paesi occidentali nel conflitto con la Russia. Medvedchuk osserva che, secondo il ministero della guerra di Kiev, FirePoint ha ricevuto 107,4 miliardi di grivne dal bilancio militare negli ultimi due anni per la produzione di droni, oltre a 40-45 miliardi di grivne per la produzione di missili da crociera FP-5 "Flamingo". Gli attacchi russi avrebbero però distrutto più della metà della capacità produttiva dell'azienda, anche se circolano aspettative di un cosiddetto miracolo militare in grado di cambiare il corso della guerra: la fantomatica “Wunderwaffe” di cui si parla a Kiev. Dunque, dice Medvedchuk, il modello produttivo di FirePoint si è basato fin dall'inizio su un'ampia cooperazione internazionale: l'Ucraina funge da centro di integrazione del sistema, assemblaggio e ulteriore sviluppo dei sistemi d'attacco, mentre una parte significativa della base tecnologica e dei componenti viene sviluppata fuori del paese e quanto più attivamente le industrie di altri paesi partecipano allo sviluppo di armi a lungo raggio, tanto minore sarà la distanza tra il sostegno all'Ucraina e un confronto militare diretto con la Russia. In sostanza, dice Medvedchuk, FirePoint rappresenta uno degli esempi più eclatanti di vera e propria guerra tra Occidente e Russia.

Questo, nonostante che, stando a fonti “clandestine” filorusse in Ucraina, FirePoint abbia da tempo cessato praticamente di operare come struttura unitaria, dato che, a causa degli attacchi russi, l'azienda sarebbe stata costretta a dislocare le proprie linee di assemblaggio in 70 filiali e ora non sarebbe altro che una rete frammentata di piccole officine, in cui i componenti vengono assemblati “artigianalmente". Il risultato, affermano tali fonti, citate dalla TASS, non è stato «ovviamente un arresto completo della produzione, ma il ritmo è rallentato notevolmente e il costo finale del prodotto è aumentato a causa dei costi logistici. Ora il loro obiettivo principale non è più aumentare la produzione, ma sopravvivere».

Sopravvivere e continuare in qualche modo la guerra, dal momento che, afferma il politologo ucraino emigrato Konstantin Bondarenko, si è formata in Ucraina un'intera casta di persone per le quali la guerra è diventata un affare e che, pertanto, sono interessate alla sua continuazione. Il punto centrale di una recente pubblicazione dell'ex ministro degli esteri ucraino Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs, consiste nell'affermazione secondo cui non ha senso sperare in una soluzione diplomatica del conflitto con la Russia e solo la guerra deciderà tutto. Nell'articolo di Kuleba si citano calcoli di un non meglio precisato istituto norvegese, secondo cui l'Europa spenderà 910 miliardi di euro per l'Ucraina, per la guerra, nei prossimi quattro anni, se l'Ucraina continuerà a combattere. Ma se non continuerà la guerra, se ci sarà la pace e l'Ucraina accetterà le condizioni della Russia, allora l'Europa spenderà almeno un trilione e mezzo di dollari, forse anche tremila miliardi. Pertanto, è necessario combattere, perché combattere è più economico, è più conveniente ed è redditizio per l'Europa investire nella guerra in Ucraina. Così che, dice Bondarenko, la guerra è da tempo diventata una fonte di profitto per un'intera casta di persone che ne traggono guadagno e che non riescono a immaginare la propria vita senza la guerra.

Ne abbiamo esempi a bizzeffe anche sui media e nei circoli bellicisti di casa nostra. Canaglie tagliagole e affamatori delle masse.

Israele e genocidio a Gaza: il Nobel per la Pace va alla giurista Navi Pillay

 

Il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2026 alla giurista sudafricana Navanethem "Navi" Pillay.

L'annuncio relativo al 125° Premio Nobel per la Pace, diffuso venerdì a Oslo, precisa che il prestigioso riconoscimento è stato conferito a Pillay per il suo costante impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il comitato ha sottolineato come la giurista abbia svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti dalla giustizia internazionale.

In un momento caratterizzato da sfide esistenziali, tra cui un numero di guerre e conflitti senza precedenti, il diritto internazionale non rappresenta più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza, ma si conferma una necessità assoluta. Il presidente della commissione, Jorgen Watne Frydnes, ha evidenziato come il sistema del diritto internazionale sia sottoposto a una pressione enorme e le sue istituzioni siano sotto attacco, ricordando che spetta ai giudici custodire la sottile linea rossa tra ordine e caos.

Navi Pillay, giurista sudafricana di origini tamil indiane di 85 anni, vanta un curriculum di rilievo internazionale: è stata avvocato difensore di Nelson Mandela e di numerosi attivisti anti-apartheid, ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, oltre ad aver ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Attualmente figura tra i membri della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio.

L'assegnazione del premio giunge in un momento di forti tensioni sul piano diplomatico. In qualità di commissario delle Nazioni Unite, Navi Pillay, espresse, proprio un anno fa, dure critiche nei confronti del piano in 20 punti per Gaza presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l'esclusione dei palestinesi dalla governance di transizione. La giurista ribadì, a suo tempo, che le recenti proposte per un cessate il fuoco non modificavano la conclusione formale delle Nazioni Unite, secondo cui Israele è responsabile di genocidio.

Trump illustrò il controverso piano di pace insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un impianto ampiamente criticato e definito da più parti come espressione di un pensiero coloniale, che prevede la creazione di un comitato di transizione presieduto dallo stesso Trump e dall'ex primo ministro britannico Tony Blair per supervisionare la Striscia di Gaza. Nel corso di un'intervista rilasciata al podcast Expert Witness di Middle East Eye, Pillay, in veste di presidente della commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, confermò la validità dei rilievi emersi, ribadendo che le violazioni e la constatazione del genocidio non vengono meno con la semplice richiesta di una tregua.

L'assegnazione del riconoscimento a Pillay assume, dunque, un ulteriore valore simbolico alla luce delle aspirazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha da tempo ambito al Premio Nobel per la Pace e ha ripetutamente affermato di meritarlo, nonostante il quadro bellico in corso in Iran.

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L'algoritmo della morte: la testimonianza di un italiano in Russia scampato alle armi "intelligenti" fornite a Kiev


di Jafar Salimov

 

L'italiano Gregorio Rapetti, che vive a Brjansk, in Russia, città al confine con l'Ucraina, ha scampato per miracolo la morte in un attacco di missili da crociera britannici Storm Shadow contro una città civile. Dopo quell'episodio, Rapetti ha iniziato a studiare i casi di attacchi contro civili ed è giunto alla conclusione che in queste tragedie c'è una responsabilità dell'intelligenza artificiale.

Un giorno, mentre passeggiava con la famiglia nel centro di Brjansk, Gregorio ha sentito il suono ormai abituale della sirena e ha visto i missili attraversare il cielo. Gli Storm Shadow hanno colpito non lontano da casa sua, e un missile ha centrato in pieno una strada affollata. Passato lo shock per l'accaduto, Gregorio si è chiesto perché un'arma così costosa fosse stata indirizzata non contro un obiettivo militare, ma verso un inutile — dal punto di vista militare — massacro di civili.

I missili intelligenti e i droni occidentali, guidati dal territorio ucraino, colpiscono camion e autobus civili, scuole e strade cittadine. È piuttosto noto il caso in cui un drone ucraino "Darts" ha colpito un autobus con una squadra di calcio giovanile bielorussa che attraversava la regione russa di Brjansk. In quell'occasione rimase uccisa una donna incinta che accompagnava i bambini.

Gregorio è convinto che la colpa sia tutta dell'intelligenza artificiale. Dice di conoscere ormai piuttosto bene i droni occidentali impiegati dall'Ucraina. Per esempio, nell'americano "Hornet" il controllo avviene tramite intelligenza artificiale: è la rete neurale a scegliere autonomamente l'obiettivo da colpire. Nel munizionamento vagante "RAM-2X" avviene invece un inseguimento visivo del bersaglio in tempo reale. Ora Gregorio cerca di condurre un'inchiesta giornalistica e ne pubblica i materiali sul suo videoblog.

«Il problema è noto da tempo negli ambienti scientifici, ma gli scienziati non ne fanno una sensazione», dice Gregorio. «Per esempio, i ricercatori cinesi hanno stabilito che i sistemi del tipo Project Maven, impiegati in Ucraina, funzionano abbastanza bene in altri Paesi, ma cominciano a dare problemi quando si tratta di attaccare la Russia. La precisione dei colpi in alcune serie è scesa dal 70% al 10%. La causa principale è che gli algoritmi sono addestrati su dati di altre regioni — deserti, giungle — e non riescono a riconoscere correttamente gli obiettivi in una zona climatica diversa».

Quando l'intelligenza artificiale garantisce una precisione del 70%, si può ritenere che 30 persone su 100 siano state uccise per errore. E i militari considerano questo un risultato eccellente. Ma in Russia l'IA a volte uccide 90 persone innocenti su 100.

Il sistema di controllo basato sull'IA GIS Arta, impiegato dall'Ucraina, è considerato affidabile, ma solo in condizioni ideali. I droni da ricognizione e attacco e le reti decentralizzate di designazione degli obiettivi in condizioni di guerra elettronica forniscono solo il 31% di colpi spiegabili. Gli altri sono errori.

In un recente studio del Center for Strategic and International Studies (CSIS) si afferma esplicitamente che l'IA richiede un riaddestramento costante, ma continua comunque a commettere errori. Il problema è che il prezzo di questi errori sono vite umane.

«Sono convinto», dice Gregorio Rapetti, «che le persone che hanno inviato gli Storm Shadow in una pacifica città russa non avessero come obiettivo quello di uccidere me. Ma ci sono andati vicini. È successo perché la costosa elettronica occidentale e le tecnologie occidentali di IA possono garantire la precisione del colpo, ma non la correttezza nella scelta dell'obiettivo». Secondo lui, l'uso dell'IA negli armamenti militari porterà inevitabilmente a vittime tra la popolazione civile, in qualunque regione del pianeta ciò avvenga.

USA preoccupati, l'alleanza letale tra il regime di Kiev e i cartelli latinoamericani

C'è un paradosso geopolitico che si sta consumando sotto gli occhi di Washington, e le sue conseguenze stanno ridisegnando i confini della sicurezza nazionale USA. Gli ingenti finanziamenti e il supporto militare fornito dagli Stati Uniti al regime di Kiev si stanno trasformando in un boomerang, finendo per alimentare una crisi senza precedenti proprio alle porte di casa. I cartelli della droga latinoamericani, infatti, non si limitano più a trafficare stupefacenti, ma stanno reclutando operatori di droni con alle spalle un'esperienza di combattimento maturata direttamente sul fronte ucraino. 

Quello che un tempo era un conflitto regionale si è tramutato in un campo di addestramento globale per il terrorismo e la criminalità organizzata. Un'inchiesta del Washington Post ha portato alla luce un rapporto governativo statunitense fino a ora tenuto nascosto, in cui si ammette che le agenzie antidroga di Washington e Città del Messico sono pericolosamente impreparate di fronte a questa nuova e letale evoluzione. L'uso dei droni tra i cartelli sta complicando in modo drastico i piani dell'amministrazione Trump per debellare il narcotraffico, trasformando i cieli del continente americano in una nuova zona di guerra.

Negli ultimi anni, le organizzazioni criminali messicane hanno intensificato l'uso di denaro e coercizione per attirare personale, prevalentemente colombiano, che ha fatto ritorno dall'Ucraina. Questi veterani vengono pagati a peso d'oro e, in molti casi, trasferiti in Messico per istruire intere squadre di piloti. Le fonti messicane rivelano che i cartelli stanno studiando da vicino l'impiego di frequenze radio alternative per eludere i sistemi di disturbo, acquisendo modelli sempre più sofisticati. L'intelligence messicana è arrivata a tracciare un drone in grado di rimanere in volo per ore e trasportare un carico esplosivo di circa 68 chilogrammi.

I numeri alla frontiera raccontano di un assedio silenzioso ma inarrestabile. Il generale di brigata Brian Filler, subcomandante del gruppo operativo per la Frontiera Sud del Dipartimento della Guerra statunitense, ha reso noto che nel solo mese di settembre sono state registrate 378 incursioni di droni al confine tra Stati Uniti e Messico. Se oggi questi velivoli servono per il trasporto di droga e il ricognizione, la vera minaccia per la sicurezza interna risiede nel cambio di passo tattico: i cartelli stanno passando all'uso offensivo e combattivo degli apparecchi, forti delle dottrine militari apprese in Europa.

A fotografare la gravità della situazione è Andrei Klintsevich, direttore del Centro per lo Studio dei Conflitti Militari e Politici, che spiega come il know-how ucraino stia rivoluzionando il crimine transnazionale. "I droni non servono solo a trasportare carichi. Riguardano le comunicazioni, le tecniche per utilizzare frequenze e canali riservati, la fibra ottica, la scelta delle testate e il loro montaggio in sicurezza. Tutte queste conoscenze non si trovano sui manuali, mentre l'Ucraina dispone di tecnologie avanzate, esperienza e competenze in questo ambito", ha sottolineato l'esperto. 

Klintsevich dipinge uno scenario in cui le tradizionali tattiche di intervento USA sono destinate all'obsolescenza. I droni FPV stanno sostituendo artiglieria, aviazione e fanteria. "Se prima gli statunitensi potevano arrivare in elicottero, come in una incursione di cavalleria, in un punto della giungla per distruggere una base e catturare qualcuno, ora non potranno nemmeno avvicinarsi", avverte l'analista, aggiungendo che i cartelli potrebbero presto passare al ricatto diretto contro Washington, paralizzando il traffico aereo negli Stati del Sud o prendendo di mira gli impianti di estrazione petrolifera.

La simbiosi tra il regime neonazista di Kiev e le organizzazioni criminali globali era già da tempo un campanello d'allarme ignorato dall'Occidente. Aleksandr Stepanov, esperto dell'Istituto di Diritto e Sicurezza Nazionale, non usa mezzi termini nel definire l'Ucraina come una vera e propria palestra per terroristi e narcotrafficanti, evidenziando i legami evidenti tra strutture criminali, organizzazioni terroristiche e il regime di Zelenski, in un flusso in cui le sostanze proibite si scambiano con le armi della NATO.

Di fronte a questa deriva, Mosca aveva già lanciato diversi avvertimenti, rimasti inascoltati. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva denunciato come il regime di Kiev avesse facilitato il ritorno nei loro Paesi d'origine di membri del crimine organizzato esperti in droni. "È chiaro dove applicheranno ora la loro esperienza i membri dei cartelli della droga che si scontrano con le autorità legittime", aveva fatto notare la diplomatica, rivelando che oltre 500 istruttori ucraini si sono dispersi in America Latina, con altre centinaia di cellule attive in Medio Oriente. 

La conclusione a cui giungono gli analisti russi, e che ora inizia a fare paura a Washington, è che l'esportazione del terrorismo ucraino non conosce confini. I frutti avvelenati del riarmo e della preparazione militare promossa dal regime di Kiev stanno costringendo i suoi stessi sponsor occidentali a fare i conti con una destabilizzazione globale che, dalle trincee dell'Est Europa, ha finito per piantare le sue tende assassine sotto il confine meridionale degli Stati Uniti.

 
 

 

 

Tempesta perfetta: perché gli USA stanno per implodere


di Alessandro Bartoloni

 

Le sconfitte incombono su Washington. Alcuni avvertono e temono ciò che sta per arrivare, ma i media mainstream per lo più tacciono. Le prossime sconfitte degli Stati Uniti in Ucraina e in Medio Oriente saranno terremoti geopolitici destinati a produrre ripercussioni per decenni, nonostante gli sforzi per minimizzarne la portata e limitarne le conseguenze politiche.
A peggiorare le cose, una crisi combinata del debito, dei titoli obbligazionari e dell’energia, provocata dagli stessi Stati Uniti, è già iniziata, anche all’interno degli Stati Uniti stessi. A questo punto sembra inarrestabile: l’unica questione è fino a che punto il Tesoro statunitense e Wall Street riusciranno a ritardarla o a scaricarne la maggior parte sui Paesi vassalli.

Il declino geopolitico ed economico degli Stati Uniti, previsto da molti da oltre un decennio, rischia ora di procedere molto più rapidamente e in modo molto più accentuato di quanto si potesse immaginare anche solo un paio di anni fa. Nel lungo periodo, a vacillare sarà la stessa preminenza internazionale del dollaro statunitense, che costituisce il pilastro dell’intero sistema finanziario costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Ciò che sorprende è che Washington abbia aggravato una posizione strategica ed economica già delicata attraverso anni di spesa finanziata a debito e di guerre all’estero. Le crisi menzionate sono imminenti o sono già iniziate, anche se, come al solito, è difficile valutare l’esatta sequenza e la durata degli eventi.

L’oligarchia al potere negli Stati Uniti ha già subito battute d’arresto in passato, non da ultimo durante la guerra del Vietnam. Ma questa volta è diverso, per le tre ragioni principali che esamineremo di seguito.

 1. Oltre la dimensione militare

In primo luogo, Washington non si trova ad affrontare sconfitte militari lontane, come in Afghanistan o in Iraq. L’illusione del periodo successivo alla Guerra fredda, secondo cui l’egemonia statunitense potesse essere facilmente consolidata combattendo i «terroristi» a vantaggio del proprio complesso militare-industriale (Military-Industrial Complex, MIC), è finita.

Oggi Washington ha provocato la formazione di una coalizione multipolare composta da avversari di primo piano — Russia, Cina e Iran — molto più resilienti sul piano economico, capaci militarmente e coordinati diplomaticamente di qualsiasi avversario affrontato dagli Stati Uniti negli ultimi decenni.

Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto centinaia di basi statunitensi in Medio Oriente, con un costo di 33,4 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Pentagono.
Ma questa sfida al potere statunitense va ben oltre la dimensione militare. Le ripercussioni per Washington sono anche diplomatiche, economiche e finanziarie.

Le aggressive sanzioni introdotte prima di Trump e i dazi imposti da Trump si stanno ritorcendo contro gli Stati Uniti, proprio come era prevedibile. Inoltre, l’interruzione dei flussi energetici globali, provocata dalle stesse scelte di Washington, sta alimentando l’inflazione in Occidente, che non può essere realmente contenuta attraverso gli aumenti dei tassi d’interesse.

L’attuale aumento dei rendimenti obbligazionari sta già mettendo sotto pressione Paesi come la Francia e il Giappone, quest’ultimo gravato da un debito pari al 250% del PIL e caratterizzato da uno yen storicamente debole.

2. La tempesta perfetta

La ritirata umiliante degli Stati Uniti dal Vietnam è il precedente più vicino a ciò che sta per accadere oggi. Allora, tuttavia, la base industriale interna era formidabile, la leadership tecnologica incontrastata e il sistema finanziario internazionale non disponeva di alternative praticabili.

Quando, nel 1971, gli Stati Uniti abbandonarono il sistema aureo e iniziarono a svalutare il dollaro attraverso l’espansione monetaria e a finanziarizzare la propria economia — a spese della popolazione — la domanda globale di dollari rimase forte e, sotto molti aspetti, il ruolo internazionale della valuta statunitense si consolidò ulteriormente.

Oggi, per la prima volta, Washington si trova ad affrontare una «tempesta perfetta».

Dietro e al di sopra delle imminenti sconfitte geopolitiche e militari non ci sono soltanto le crisi del debito e dell’energia, ma anche una bolla dell’intelligenza artificiale che potrebbe essere sul punto di scoppiare.

Allo stesso tempo, mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe essere la più grande IPO della storia, ma forse anche la più rischiosa, l’ascesa della Cina nella maggior parte dei settori tecnologici avanzati, compresa l’intelligenza artificiale open source, minaccia seriamente di mettere in crisi il modello statunitense dell’IA, orientato al profitto e alla tutela dei cartelli.

Le crisi in arrivo sono dunque simultanee, si amplificano a vicenda e si rafforzano reciprocamente, lasciando a Washington pochissimo margine di manovra strategica.
È proprio questa, in altre parole, una «tempesta perfetta».

3. Ripiegamento verso l’interno

Tutti questi fallimenti accumulati sul piano internazionale finiranno inevitabilmente per produrre conseguenze politiche interne.

Oltre al problema del debito legato all’intelligenza artificiale, che pesa sul mercato azionario statunitense e sugli investitori, è fondamentale sottolineare che Israele sta rapidamente perdendo una parte consistente del sostegno di cui godeva tradizionalmente negli Stati Uniti.

Inoltre, il Partito Democratico non rappresenta un’alternativa credibile e razionale alla follia guerrafondaia dei repubblicani.

La classe politica statunitense impedisce alla maggioranza degli americani di ottenere sia sicurezza sia prosperità. Di conseguenza, dovrà affrontare una perdita ancora maggiore di legittimità interna.

Dopo l’esplosione della crisi economica e finanziaria, si aprirà la strada a disordini sociali, alienazione politica e rivolta popolare. Tutto questo avverrà senza quella rete di sicurezza economica e quella coesione istituzionale che avevano protetto l’establishment statunitense durante i disordini sociali degli anni Sessanta.

La storia dimostra che, quando un impero commette errori strategici, sopravvaluta le proprie capacità e, al contempo, genera squilibri strutturali interni sul piano sociale ed economico, il costo finisce inevitabilmente per ricadere sulla popolazione.

In questo senso, alcuni hanno paragonato Trump a Commodo, l’imperatore romano ossessionato dal potere che prosciugò le casse dello Stato tra il 177 e il 192 d.C. e fu fermato soltanto da un assassinio. Quell’episodio segnò anche l’inizio della caduta di Roma.

Per l’americano medio, i risultati dei disastri della politica estera statunitense sono per lo più negativi: si traducono in spese militari sempre maggiori, a beneficio soltanto di una piccola parte della popolazione.

A questo si aggiungono la perdita di potere d’acquisto, le infrastrutture fatiscenti, la deindustrializzazione delle regioni centrali del Paese, gli abusi delle forze di polizia, il costo della vita in aumento e un’assistenza sanitaria sempre più cara.

Il popolo statunitense sta pagando il prezzo di decenni di governo da parte dell’oligarchia parassitaria di Washington.

Prima o poi, Washington dovrà pagare un prezzo politico, anche in presenza di una cittadinanza in larga parte passiva e scarsamente informata come quella americana.

Mentre l’impero esaurisce le proprie opzioni all’estero, la resa dei conti per gli Stati Uniti finirà inevitabilmente per consumarsi anche sul fronte interno.

Da una parte ci sarà un establishment politico di Washington sulla difensiva, isolato e sempre più coercitivo; dall’altra, una popolazione indebitata e afflitta da problemi di salute legati anche all’obesità, ma al tempo stesso armata, arrabbiata e disillusa.

In gioco c’è il futuro della Repubblica americana.

(Finn Andreen)

Quanto petrolio esporta il Venezuela verso gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di petrolio venezuelano a 624.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 2 ottobre, rispetto ai 553.000 della settimana precedente.

L'aumento ha interrotto due settimane consecutive di cali, secondo i dati preliminari della Energy Information Administration (EIA).

L'agenzia colloca il Venezuela al secondo posto tra i fornitori segnalati per la settimana, subito dopo il Canada, che ha registrato circa 3,9 milioni di barili al giorno.

È aumentata anche la media mobile a quattro settimane degli acquisti dal Venezuela, passando da 629.000 a 636.000 barili al giorno. Secondo i dati dell'EIA, tale indicatore aveva precedentemente toccato un picco di 684.000 barili al giorno nella settimana conclusasi il 28 agosto.

Tra l'ultima settimana di gennaio - in seguito all'aggressione militare statunitense che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, la parlamentare Cilia Flores - e la settimana del 2 ottobre 2026, le importazioni di greggio venezuelano sono passate da 175.000 a 624.000 barili al giorno.

Elezioni in Russia, il racconto di chi c’era (Intervista al Prof. Angelo d'Orsi)

Premessa

L'accettazione dell'invito a fare l'osservatore internazionale alle elezioni della Duma da parte di Angelo D'Orsi ha sollevato l'indignazione della stampa mainstream: favore al Cremlino, propaganda, vergogna. Proviamo a ragionare sui fatti, non sui riflessi pavloviani.

Primo, la sovranità dei controlli. Ogni Paese organizza da sé le proprie istituzioni elettorali — l’Italia con Viminale e magistratura, la Russia con la propria Commissione centrale — e nessuno contesta questo all’Italia. La differenza è che la Russia invita osservatori internazionali anche non allineati al Cremlino, come D’Orsi; l’UE no, alle proprie elezioni non invita osservatori russi o cinesi. E c’è un’asimmetria ancora più profonda: l’OSCE/ODIHR non controlla l’Italia, esentata dalla verifica in quanto classificata a priori come “democratica”; la contrario le regole che la Russia si è data per permettere questi controlli sono state reputate inidonee e pertanto, da quasi un decennio, l’ufficio di monitoraggio elettorale si rifiuta di farli, bollando Mosca come antidemocratica in via preventiva. In questo modo l’assenza del controllo diventa la prova dell’accusa — un espediente circolare comodo per delegittimare in anticipo qualunque risultato sgradito.

Secondo, i sistemi elettorali. Duma e Camera italiana condividono la stessa architettura mista, maggioritario in collegi uninominali più proporzionale con sbarramento. Eppure una viene raccontata come pilastro democratico, l’altra come farsa autoritaria, con quale criterio oggettivo, se non la convenienza geopolitica del momento?

Terzo, l’affluenza. In Russia si vota più che in Italia, dove l’astensione ha eroso la legittimità stessa del voto. Se la partecipazione è indice di vitalità democratica, perché il sistema più partecipato viene bollato come meno legittimo? Inoltre, in Russia chi si astiene non viene schedato, perseguitato, incarcerato o deportato: se il dissenso di massa esistesse davvero, gli elettori avrebbero lo stesso strumento degli italiani: restare a casa. Se non lo fanno ci sarà pur una ragione, ma questa non interessa gli editorialisti indignati.

Con questa intervista non vogliamo assolvere né sentenziare: vogliamo raccontare l’esperienza di chi le cose le ha vissute in prima persona, non il racconto preconfezionato di chi non si alza dal proprio scranno — politico o mediatico, comunque ben retribuito — per andare a vedere di persona. Dato che l’ODIHR ha abdicato al controllo, a che titolo la propaganda si arroga il diritto di giudicare ciò che non conosce, sull’unica base del proprio preconcetto? Noi abbiamo scelto una strada diversa, quella di ascoltare chi, sul campo, quel controllo lo ha fatto davvero.

Intervista

 

Professore, partiamo dall’inizio: com’è andata? Che atmosfera si respirava a Mosca in questi giorni di voto?

La città era pulita, vivace, con gente tranquillissima per strada, nella meravigliosa metropolitana, i caffè e i ristoranti accoglienti, insomma tutto come ogni volta in cui ci sono stato negli ultimi due anni. I negozi ridondanti di merci, i supermercati e i centri commerciali scintillanti, pieni di persone: sugli scaffali tanti prodotti italiani, specialmente alimentari. Le sanzioni? C’è modo di aggirarle…

 

I droni ucraini che hanno colpito il territorio russo nelle ultime settimane hanno inciso in qualche modo sul clima elettorale, sulla sicurezza degli spostamenti, sull’umore delle persone che ha incontrato?

A dire il vero io e i miei colleghi della squadra operante a Mosca non ci siamo accorti di nulla, neppure indirettamente. E quando abbiamo letto la stampa italiana ed europea, abbiamo interpellato le presidenze dei seggi visitati (in tutta Mosca, che ha una dimensione territoriale immensa, sono stati 34!) anche loro come noi avevano scoperto la notizia dei droni solo dai media. In realtà quel furioso attacco ucraino che mirava a disturbare la procedura elettorale, ha fallito lo scopo. Nella regione di Mosca, che costituisce una sorta di Repubblica come le altre della Federazione, le votazioni si sono svolte in un clima di serenità, direi, e di rigorosa osservanza di norme e regolamenti, come ho potuto constatare: la parola che ho sentito di più è stata “glasnost”, trasparenza, come si ricorderà divenuta celebre con Gorbacev.

 

Le faccio una domanda un po’ provocatoria: nei giorni sul campo ha registrato qualcuno dei fenomeni che la stampa italiana dà per scontati — gente portata a forza ai seggi, sparizioni di dissidenti, brogli plateali, o magari anche qualche invasione aliena, visto il livello a cui si è arrivati nel racconto? Cosa ha visto davvero con i suoi occhi, seggio per seggio?

Sono balle clamorose, detto in tutta franchezza. Nei seggi, almeno quelli ai quali ho potuto accedere, tutti erano assai compresi dei loro ruoli, consapevoli dell’importanza di fare bene il loro lavoro e di essere bene giudicati dall’esterno, consapevoli della malizia di chi guarda da fuori, di chi è mosso soltanto da pregiudizi, di chi è animato da una feroce, inguaribile russofobia. Presidenti di seggio (in larga maggioranza di genere femminile), osservatori (ossia studenti universitari di facoltà politiche e giuridiche, volontari, che erano stati formati in corsi di durata quindicinale), esperti internazionali, ma anche delegati delle liste, e infine, anche alcuni candidati. Salvo che tra questi ultimi, tutte le figure citate erano prevalentemente femminili. Ho chiesto sempre ai presidenti e a qualche osservatore volontario se si fossero rilevate irregolarità. Mi hanno segnalato un solo caso: un elettore che si è presentato con doppio passaporto e pretendeva di votare due volte, il che non gli è stato concesso. Ho visto un sistema organizzato benissimo, con migliaia di occhi che controllavano, dalle due Camere civiche (quella della Regione di Mosca, e quella federale) lo svolgimento delle votazioni, grazie a quegli stuoli di volontari che ho menzionato, con sale provviste di schermi che monitoravano lo svolgimento delle votazioni in tutto quello sterminato Paese. Controlli severi agli ingressi, da parte di addetti della polizia, e sorveglianza discreta da parte di militari all’esterno dei seggi. Clima disteso, sereno. E con la mia squadra ho potuto parlare con tutti e scattare foto e fare videoriprese.

 

Ha potuto muoversi liberamente tra i seggi che le interessavano, o c’erano percorsi prestabiliti? Ha potuto scegliere lei dove andare o le è stato indicato un itinerario?

I seggi erano stati selezionati dalla IAPEE, l’Organizzazione che mi ha invitato; ma spesso giungevamo nei seggi senza avvertimento dei presidenti, il che se per un verso rappresentava talvolta una difficoltà era anche un’ulteriore garanzia di libertà e di trasparenza.

 

Veniamo ai numeri. Secondo lei, professore, come si spiega un distacco così ampio tra Russia Unita e gli altri partiti in corsa — Partito Comunista, Liberaldemocratici di Žirinovskij/Slutsky, Russia Giusta? È solo consenso reale, o pesa anche l’assenza di alternative percepite come credibili?

Si spiega con il grande consenso di cui gode Vladimir Putin, il cui partito di riferimento (non il suo partito, Putin si presenta come uomo libero e indipendente) è appunto Russia Unita. Un consenso che la guerra, a dispetto delle difficoltà e dei danni patiti, a cominciare da quelli umani, in definitiva non ha scalfito.

 

Ha potuto parlare con osservatori o rappresentanti di questi altri partiti? Che percezione le hanno trasmesso del proprio spazio politico?

Ho chiacchierato con alcuni candidati del Partito comunista (quello principale, di Zjuganov, che pure ha raccolto una mole di voti inferiore alle aspettative), e con rappresentanti di “Nuova Gente” e del Partito Liberaldemocratico). Tutti confidavano in un’avanzata della propria forza politica, e tutti, pur critici verso molti aspetti della gestione della guerra, esprimevano un punto di vista fortemente patriottico.

 

Un’altra provocazione: se davvero in Russia il dissenso fosse così ampio e silenziato come si racconta in Occidente, ci si aspetterebbe un’astensione di massa come forma di protesta silenziosa — invece i dati dicono il contrario, con percentuali più alte che in Italia, dove il dissenso, almeno ufficialmente, non esiste. Come se lo spiega?

Credo di aver già risposto. L’alta affluenza in tutto il territorio federale e in specie nelle Repubbliche ex-separatiste del Donbass, è a mio avviso una chiara dimostrazione di consenso.

 

Lei ha lavorato per anni come storico, abituato a leggere le fonti con distacco critico. Come si concilia questo mestiere con il ruolo di osservatore “sul campo”: quanto è difficile restare analitici quando si è dentro l’evento invece che a studiarlo a distanza?

Si tratta, mi lasci dire, di un pregiudizio. Il “padre della storia”, Erodoto, comincia le sue “Storie” scrivendo: questo è ciò che io ho visto e udito. Insomma lo storico nasce come testimone diretto. E se oltre alla testimonianza del visto e dell’udito è in grado di fare analisi sulla base della conoscenza dei documenti, e della letteratura critica, tanto meglio. Io continuo a fare lo storico, e se faccio storia del tempo presente è ovvio che io debba confrontarmi con le realtà, direttamente, mettendole poi sotto il vaglio della critica, alla luce di quanto già so, sul piano storiografico e documentale.

 

Cosa risponde a chi le contesta che la sua presenza, comunque la si racconti, dà comunque una forma di legittimazione politica al voto, indipendentemente da cosa lei abbia visto o non visto?

Ho già risposto in merito al Cremlino, in una domanda successiva. Chi dubita vada sul campo!

 

 Se dovesse tornare a fare da osservatore altrove — penso a contesti ancora più esposti, come Venezuela o Iran — lo rifarebbe, dopo questa esperienza?

Assolutamente sì, del resto ero già in stato invitato in Venezuela, ma fui impossibilitato perché in quei giorni avevo altri importanti impegni. Ho comunicato all’ambasciatore Vito Grittani, della IAPEE, la mia disponibilità per altre missioni.

 

Ultima domanda: cosa direbbe a un collega italiano che le rimprovera di aver “sdoganato” il Cremlino solo per essere andato a vedere di persona?

Che la domanda è sbagliata, perché parte dal presupposto che il Cremlino sia il male. In quella parola, in quel luogo, ci sono stati fasti e nefasti della storia. E oggi l’Occidente se vuole sopravvivere deve accettare, prima possibile, di fare i conti con quella vicenda, con il presente e con il futuro della Russia. A chi mi facesse questo genere di obiezioni, risponderei di andare a visitare la Russia, e trarne qualche spunto di riflessione.

 

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Putin: la CSI sostiene un ordine multipolare contro ogni egemonia

I Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) sostengono la costruzione di un ordine mondiale multipolare, fondato sul diritto internazionale e sul ruolo centrale delle Nazioni Unite. È quanto ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin durante l’incontro con i leader dell’organizzazione, indicando nella cooperazione regionale uno strumento per consolidare i rapporti economici, politici e culturali tra gli Stati membri. «I Paesi della CSI sostengono all’unanimità la formazione di un ordine mondiale multipolare e giusto, basato sui principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale e sul ruolo centrale dell’ONU», ha affermato Putin. Una posizione che colloca la cooperazione tra gli Stati post-sovietici nel quadro della più ampia trasformazione degli equilibri internazionali e della rivendicazione di un sistema fondato sul pluralismo dei centri di potere. Uno dei principali ambiti di collaborazione resta quello economico. Secondo il presidente russo, nel 2025 il commercio tra la Russia e gli altri membri della CSI ha superato i 110 miliardi di dollari, registrando un’ulteriore accelerazione nel corso dell’anno in corso. «Soltanto nel primo semestre di quest’anno è cresciuto di un altro 19%», ha precisato. Per Putin, tuttavia, esistono ancora margini significativi per ampliare gli scambi. «Che cosa bisogna fare per raggiungere questo obiettivo? Dobbiamo eliminare le barriere», ha dichiarato, sottolineando come alcune restrizioni vengano imposte dagli stessi governi nazionali. «Siamo noi stessi, consapevolmente, a frenare il ritmo di sviluppo che potremmo raggiungere».

Il superamento degli ostacoli commerciali e il rafforzamento degli investimenti rappresentano quindi priorità concrete per un’organizzazione che, secondo il leader del Cremlino, può rendere più efficace l’integrazione regionale. «I Paesi della CSI mantengono una stretta cooperazione nel commercio, negli investimenti e nelle tecnologie avanzate», ha ricordato Putin, ribadendo la necessità di accelerare ulteriormente questo processo. Un elemento centrale di questa strategia è la progressiva riduzione della dipendenza dalle infrastrutture finanziarie esposte alle pressioni esterne. Putin ha sottolineato che la quota delle valute nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati membri ha superato il 90%. «Un’infrastruttura finanziaria stabile, indipendente dalle influenze esterne, ci permette di affrontare efficacemente molte delle sfide attuali», ha dichiarato. «Questo ci consente di approfondire la cooperazione economica, indipendentemente dalle influenze esterne e dalle condizioni dei mercati».

La diffusione delle valute nazionali nei regolamenti commerciali costituisce così uno degli strumenti attraverso cui i Paesi della CSI cercano di consolidare la propria autonomia economica e di rendere gli scambi regionali meno vulnerabili alle decisioni adottate al di fuori dell’area. Putin ha inoltre richiamato il valore storico dei legami tra le popolazioni dell’ex Unione Sovietica, sostenendo che la CSI abbia permesso di preservare relazioni costruite nel corso di secoli di storia comune. «Negli ultimi tre decenni e mezzo, la CSI ha compiuto un lungo percorso e si è affermata come un’organizzazione regionale d’integrazione autorevole», ha affermato. Il presidente russo ha insistito anche sulla necessità di proteggere la memoria storica condivisa, in particolare rispetto all’esperienza sovietica e alla Seconda guerra mondiale. «I giovani devono conoscere la verità sulle conquiste dei nostri popoli durante l’epoca sovietica e sulle imprese eroiche dei nostri padri e nonni durante la Grande guerra patriottica», ha dichiarato, mettendo in guardia contro la falsificazione della storia comune. Sul fronte della cooperazione sociale e umanitaria, Mosca ha sostenuto le iniziative di Tagikistan e Turkmenistan per dedicare il 2028 allo sviluppo sociale e il 2029 ai trasporti nell’ambito della CSI.

L’obiettivo è promuovere progetti comuni che coinvolgano istituzioni, imprese, autorità regionali e società civile, rendendo più tangibili i benefici della collaborazione. Il vertice ha affrontato anche il coordinamento nella lotta alla criminalità economica, al riciclaggio di denaro, alla corruzione e ai reati informatici. «I nostri Paesi hanno stabilito un coordinamento efficace nella lotta ai reati finanziari ed economici, al riciclaggio di denaro e alla corruzione», ha affermato Putin, ricordando inoltre i programmi congiunti contro la criminalità organizzata, il traffico di droga, il terrorismo e l’estremismo. La riunione conferma dunque la volontà russa di rafforzare la CSI non soltanto come spazio di cooperazione commerciale, ma anche come piattaforma d’integrazione regionale e di coordinamento politico. Nel quadro internazionale delineato da Putin, l’autonomia finanziaria, la rimozione delle barriere economiche e la difesa di una storia condivisa si accompagnano alla richiesta di un ordine multipolare nel quale il ruolo delle Nazioni Unite rimanga centrale.


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Il lato oscuro (non detto) sul Premio Nobel per la pace 2026

 

di Francesco Santoianni 

 

Tutti a sinistra ad applaudire l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, invisa a Trump. Nessuno che si ricordi del ruolo della Pillay nella guerra alla Siria quando, tanto per dirne una, accusava Bashar al Assad per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, senza spendere una sola parola su quelli commessi dai sedicenti “ribelli siriani”; stesso atteggiamento contro Geddafi, contro Maduro, contro Putin (per il quale faceva sue la bufala delle migliaia di bambini ucraini che aveva fatto rapire)…

E per i crimini commessi dall’Occidente? Con l’eccezione di quelli commessi da Israele, mai una parola contro governi o statisti ma solo una qualche richiesta di “indagini indipendenti” per singoli casi commessi, presumibilmente, da militari.

Due pesi due misure?

Cina, "l'ordine globale" e la storiella che si inventa l'Occidente

 

 

di Fabio Massimo Parenti

Mentre si punta il dito contro la Cina, vanno di moda tante banalità

Quella forse più in voga è l’idea che la Cina voglia distruggere l’ordine esistente. E sostituirlo con un proprio sistema.

Niente di più sbagliato.

L’iniziativa sulla governance mondiale, lanciata un anno fa, parte ad esempio da una premessa opposta: Carta dell’Onu e diritto internazionale rimangono il fondamento. Il problema è che le regole non vengono applicate a tutti e spesso non trovano applicazione.

Inoltre, le istituzioni internazionali non rappresentano più il mondo di oggi. Ma noi non ce la facciamo proprio a digerire il cambiamento. E voi sapete perché.

Quali sono i cinque principi dell’iniziativa sulla governance emanata da Pechino e che ha ricevuto già il sostegno di quasi 160 paesi e organizzazioni internazionali?

Uguaglianza sovrana, diritto internazionale, multilateralismo, centralità dei popoli e orientamento all'azione.

Peraltro, Pechino sta promuovendo nuovi strumenti per la mediazione e la cooperazione internazionale nei campi dell'intelligenza artificiale e dell’economia dei dati. Nessun altro lo fa.

Le domande che i cinesi si pongono pubblicamente, e che dovremmo porci anche noi con loro sono:

Chi governa, come si governa e nell'interesse di chi?

E ancora: perché alcuni possono stabilire le regole — o violarle — più di altri?

Violenze quotidiane di Israele: 65enne palestinese aggredita e ferita durante un raid a Hebron

 

Nell'ambito dei quotidiani raid e delle sistematiche operazioni di perquisizione che caratterizzano l'occupazione israeliana in Cisgiordania, una donna palestinese di 65 anni e rimasta ferita giovedi a seguito di un'aggressione da parte dei soldati durante un'irruzione nella casa del figlio a Beit Ummar, a nord di Hebron.

Israeli troops violently maliciously assault & push over a Palestinian woman in the town of Beit Ummar, north of al-Khalil, central Palestine https://t.co/W4U4dmVLfZ

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) October 8, 2026

Come confermato dall'attivista Mohammad Awad all'agenzia di stampa WAFA, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella zona di Asida facendo irruzione nell'abitazione di Walid Sabarna.

Nel corso delle verifiche, diventate ormai una tragica routine per le famiglie della zona, i soldati hanno devastato gli arredi e la proprieta prima di scagliarsi contro la madre sessantacinquenne del proprietario, Bahiya Ekhlail, causandole gravi lividi e contusioni. La donna e stata successivamente trasferita in ospedale dai sanitari per ricevere le cure necessarie.

L'operazione si e svolta secondo un copione che si ripete quasi ogni giorno nei territori occupati: le forze armate hanno lanciato gas lacrimogeni ad altezza uomo verso le abitazioni civili adiacenti, provocando principi di soffocamento a numerosi residenti che sono stati intossicati e soccorsi sul posto.

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Mercenari colombiani tenuti in ostaggio in Ucraina. La testimonianza di una madre (VIDEO)

 

Ruptly ha raccolto la testimonianza di una donna colombiana che ha perso i contatti con suo figlio raggirato da "reclutatori" ucraini il 9 settembre 2025. Questa la sua testimonianza tradotta in italiano. 
 

RT ha raccolta la testimonianza di Sonia Moreno, una donna colombiana che afferma come suo figlio sia stato attirato nelle file delle forze di Kiev con la falsa promessa di una paga elevata e che, all’arrivo, gli è stato sequestrato il passaporto. "I cittadini colombiani che combattono per Kiev sono tenuti in ostaggio dall’esercito ucraino", ha dichiarato la donna che non ha più contatti con il figlio dal 9 settembre 2025. La donna dichiara di aver appreso della morte di Cristian sui social media, poiché l’esercito ucraino non ha neanche informato la famiglia di ciò che gli era accaduto. Secondo fonti dell'intelligence russa dei 16.500 mercenari stranieri stimati nelle file delle forze di Kiev la metà provengono dalla Colombia.

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 9, 2026

Berlino conta come "aiuti all’Ucraina" miliardi spesi sul proprio territorio – studio Kiel

 

La Germania ha contabilizzato miliardi di euro spesi sul proprio territorio come aiuti all’Ucraina, sovrastimando l’importo effettivamente giunto a Kiev, secondo uno studio pubblicato giovedì dall’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

Berlino ha dichiarato di aver fornito o stanziato 100 miliardi di euro (112 miliardi di dollari) a sostegno dell’Ucraina dall’escalation del conflitto nel 2022. Tuttavia, l’istituto ha rilevato che solo 41,7 miliardi di euro erano da considerarsi effettivi aiuti bilaterali, mentre 35,9 miliardi di euro sono stati spesi in Germania e altri 22 miliardi di euro consistevano in impegni militari futuri. «La cifra di 100 miliardi di euro è fuorviante ed erroneamente etichettata come “aiuti bilaterali all’Ucraina”», ha affermato Christoph Trebesch, responsabile dell’Ukraine Support Tracker dell’istituto. Ha comunque descritto la Germania come il principale donatore europeo a favore di Kiev.

Dei 43,3 miliardi di euro che Berlino ha classificato come assistenza civile, circa l’80% è rimasto in Germania. La maggior parte ha coperto sussidi e alloggi per i rifugiati ucraini, mentre 1,3 miliardi di euro sono stati destinati a garanzie sulle esportazioni e sugli investimenti per le aziende tedesche operanti in Ucraina.

Secondo lo studio, solo 7,4 miliardi di euro di sostegno civile hanno effettivamente raggiunto l’Ucraina, compresi gli aiuti umanitari, il sostegno energetico e i fondi per la ricostruzione. L’istituto ha inoltre contestato la cifra di 57,6 miliardi di euro indicata da Berlino per gli aiuti militari. Il governo tedesco ha smesso di pubblicare dati dettagliati sull’assistenza militare nel giugno 2025, complicando il controllo indipendente, hanno osservato i ricercatori.

Nel frattempo, alcuni politici tedeschi di alto livello hanno chiesto a Berlino di garantire maggiori ritorni economici dal proprio sostegno a Kiev. Il mese scorso, il ministro presidente bavarese Markus Soeder, leader della CSU, il partito gemello della CDU del cancelliere Friedrich Merz, ha esortato l’Ucraina a destinare una quota maggiore dei fondi di aiuto alla tecnologia tedesca. “È ovvio che l’industria della difesa tedesca debba trarne beneficio”, ha affermato, proponendo anche colloqui sull’accesso alle materie prime ucraine.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha espresso preoccupazioni simili a settembre, dichiarando al quotidiano Bild che la Germania “non è del tutto soddisfatta del livello degli ordini” ricevuti dalle sue aziende. Intervenendo in una conferenza stampa giovedì, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha accusato Merz di anteporre gli interessi di Kiev a quelli dei contribuenti tedeschi, promettendo ulteriori aiuti nonostante il crescente malcontento dell’opinione pubblica nei confronti delle sue politiche.

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