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Le chat sui maranza, l’allarme di Crosetto e il confine tra fatti e sospetti

21 October 2026 at 03:45

A Verona una professoressa entra in classe e trova solo cinque studenti. Gli altri sono rimasti a casa. Hanno paura dei messaggi che da giorni circolano sui telefoni, con annunci di stupri di gruppo e aggressioni. A Pavia i genitori chiamano i carabinieri, preoccupati dalle chat che annunciano assalti alle scuole. A Milano un messaggio, inoltrato da un gruppo WhatsApp all’altro, sostiene che quattrocento ragazzi si sarebbero organizzati per violentare le ragazze incontrate per strada. Altri annunciano assalti alla Bocconi e alla IULM. Nel Bresciano, a Chiari, le forze dell’ordine presidiano la stazione dopo che su Telegram è stata annunciata una manifestazione violenta con duemila partecipanti. Si presentano soltanto piccoli gruppi di studenti. A Como la Digos sta invece esaminando alcune chat nelle quali si parla di possibili saccheggi per sabato 24 ottobre. I presunti responsabili sarebbero i maranza, come televisioni e social hanno ribattezzato, con una certa approssimazione, gruppi di ragazzi di periferia, spesso figli di immigrati. 

Prove? Per ora non ce ne sono. Le autorità non hanno trovato riscontri ai presunti piani di stupro e nessuno ha dimostrato che dietro i messaggi ci sia un’organizzazione. Potrebbe essere l’ennesima catena di Sant’Antonio per rincoglionauti, come quelle che anni fa invitavano a inoltrare un messaggio a dieci amici per evitare che WhatsApp diventasse a pagamento. Stavolta c’è poco da ridere. Molti genitori hanno ancora negli occhi le immagini dei saccheggi e degli scontri del 17 e 18 ottobre a Milano dove le violenze sono avvenute davvero. Visto il contesto, è difficile liquidare come una sciocchezza l’avvertimento ricevuto sul telefono del figlio. Nel dubbio, meglio tenerlo a casa.

I messaggi si assomigliano, anche se arrivano da città diverse, e potrebbero essersi diffusi semplicemente passando da un gruppo WhatsApp all’altro. Il dubbio è lecito, il complottismo una tentazione: possibile che sia una coincidenza casuale? Qualche goliarda sta cercando deliberatamente di spaventare migliaia di ragazzi? E se dietro ci fosse qualcosa di più grande?

Che Paesi stranieri, in primis la Russia, conducano operazioni di disinformazione contro i Paesi occidentali è documentato. Nella relazione approvata ad agosto, il Copasir riferisce di una rete di siti e account social riconducibili ad attori russi che diffondono propaganda contro l’Unione europea e la Nato, con campagne mirate anche all’Italia. Tra i messaggi diffusi, quelli sull’inefficacia delle sanzioni contro Mosca e sull’inevitabile sconfitta dell’Ucraina. Basta ricordare anche l’operazione Doppelgänger, che ha riprodotto copie fasulle dei siti di importanti giornali europei, compresa l’Ansa, per diffondere propaganda filorussa sotto le sembianze di notizie autentiche.

Ma che Mosca abbia ideato i saccheggi di Milano o la diffusione delle false minacce nelle scuole, invece, non è stato dimostrato. Per far circolare una bugia su WhatsApp non serve un servizio segreto. E una protesta contro il caro vita può degenerare in violenza senza che qualcuno l’abbia pianificato dall’estero. Come nei film dei fratelli Coen, a volte bastano quattro teppisti e una serie di decisioni sconsiderate perché il caos, visto da lontano, assuma l’aspetto di un complotto ben organizzato.

In questo clima di straordinaria follia in cui i mitomani annoiati si confondono con gli utili idioti bisogna stare attenti a pesare le parole. Per questo motivo meritano particolare attenzione le dichiarazioni rilasciate ieri dal ministro della Difesa Guido Crosetto, durante il Defence Procurement Forum di Roma, un convegno dedicato agli investimenti militari. Crosetto ha definito gli scontri di Milano «il punto di arrivo» di una guerra ibrida condotta contro l’Occidente attraverso strumenti come TikTok e YouTube. 

Secondo il ministro della Difesa, alcune nazioni hanno accumulato attraverso le piattaforme digitali una quantità di informazioni tale da poter conoscere e influenzare le nuove generazioni meglio delle loro famiglie. L’intelligenza artificiale avrebbe reso questa capacità ancora più efficace. Crosetto parla di una «controeducazione» che avrebbe modificato il rapporto dei ragazzi con le regole democratiche, precisando che il fenomeno riguarda i giovani italiani in generale e non solo quelli di seconda generazione. Dice di aver denunciato questo pericolo da quattro anni, senza essere ascoltato.

Le minacce ibride esistono, e quelle russe in Europa si stanno avvicinando alla soglia della guerra aperta, come dimostrato nel caso di Lipsia. Uno Stato può usare la disinformazione per alimentare tensioni in un altro Paese. Ma la capacità dei social di amplificare la violenza non basta a dimostrare l’esistenza di una regia straniera. E Crosetto, nelle sue dichiarazioni pubbliche, non ha chiarito se il riferimento agli scontri di Milano si fondi su informazioni specifiche o su una valutazione più generale dell’influenza delle piattaforme digitali. 

La distinzione conta, soprattutto perché il ministro della Difesa auspicabilmente dispone di informazioni riservate e altrettanto auspicabilmente su quelle basa le sue dichiarazioni e il suo agire. Nessuno gli chiede di divulgarle, però evocare una «guerra ibrida» senza chiarire se si stia parlando di fatti accertati o di una valutazione politica rischia di trasformarsi in una versione involontaria del celebre editoriale «Io so. Ma non ho le prove», scritto da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera nel 1974. Con una differenza sostanziale: Pasolini rivendicava la libertà di interpretazione di un intellettuale, Crosetto ha la responsabilità di un ministro della Repubblica. Può custodire i segreti dello Stato, ma dovrebbe almeno distinguere ciò che sa da ciò che ritiene possa essere accaduto. Altrimenti il rischio è di alimentare, proprio mentre si denuncia la disinformazione, quel complottismo che prospera tra chi delle notizie conosce soltanto l’eco dell’eco. Come un genitore che cerca di capire quanto debba preoccuparsi per un messaggio arrivato nella chat di famiglia.

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Perché Trump aiuta Putin a vendere diesel e se la prende con Zelensky

19 October 2026 at 03:45

Qual è la notizia? Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un accordo con il dittatore russo Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel al mercato americano e mondiale. Lo stesso giorno il Tesoro statunitense ha autorizzato la vendita, la consegna e l’importazione di gasolio russo, anche negli Stati Uniti, fino al 7 aprile 2027. Trump sostiene che l’accordo farà scendere i prezzi dei carburanti. L’annuncio del presidente è arrivato a meno di un mese dalle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, in cui si rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. La deroga del Tesoro è arrivata tre settimane dopo la firma, il 18 settembre, di una legge dello stesso Trump che autorizzava nuove sanzioni contro la Russia. Washington aveva però già concesso deroghe energetiche a marzo e aprile di quest’anno, permettendo di vendere petrolio e derivati russi caricati sulle navi entro date prestabilite. Quella di ottobre riguarda il diesel, dura quasi sei mesi e comprende anche nuovi carichi. Trump continua a chiedere all’Ucraina di interrompere gli attacchi con i droni alle raffinerie russe, accusandola di aggravare la carenza di diesel. Zelensky contesta l’intesa perché permette a Mosca di incassare denaro con cui finanziare la guerra. L’11 ottobre Trump ha annunciato una tregua sugli impianti energetici, ma i bombardamenti russi sono proseguiti.

Il 14 ottobre, nell’intervista a Piers Morgan, Zelensky ha detto di sentirsi «tradito» dal presidente degli Stati Uniti. Il 15 Kyjiv ha ripreso gli attacchi alle raffinerie. Quella sera, intervistato dall’emittente americana Newsmax, Trump ha definito quei raid una «vergogna», ha detto di non essere «un grande fan» di Zelensky e di trovare più difficile trattare con lui che con Putin. La crisi ha coinvolto anche Starshield, il servizio satellitare militare di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Tra il 13 e il 14 ottobre alcune restrizioni ai collegamenti hanno ostacolato le operazioni dei droni ucraini, anche quelli usati per intercettare i droni russi. Nel frattempo Musk ha attaccato il presidente ucraino su X: «È ora che Zelensky se ne vada». In Italia, nel discorso in Parlamento del 14 ottobre prima del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha criticato l’accordo sul diesel, definendolo «rischioso» perché può legittimare Mosca e darle nuove risorse per la guerra. Alcuni senatori dell’area riformista del Partito democratico hanno applaudito la sua difesa del sostegno all’Ucraina. Il 16 ottobre, dopo l’incontro con i leader europei a Bruxelles, il presidente ucraino ha confermato che il servizio di Starshield era migliorato, ma non era stato completamente ripristinato. Durante la conferenza stampa, il giornalista di Sky News Alistair Bunkall ha chiesto a Zelensky se si sentisse usato come capro espiatorio per il caro diesel e le difficoltà di Trump in vista delle elezioni. Quindici secondi di silenzio. Poi un sorriso. «Questa è la mia risposta», ha detto.

Il punto. Domande e risposte.

Che cosa prevede concretamente l’accordo tra Trump e Putin?
La Russia fornirà al mercato americano e mondiale oltre 300mila tonnellate di gasolio subito, altre 500mila a novembre e un milione successivamente. Trump ha aggiunto che Mosca potrebbe metterne a disposizione altri tre milioni in poco tempo, ma ha subordinato questa possibilità alle condizioni delle raffinerie russe. E per questo motivo ha chiesto all’Ucraina di non attaccarle. Per consentire queste vendite, Washington ha autorizzato fino al 7 aprile 2027 le operazioni commerciali sul diesel russo prima vietate dalle sanzioni, comprese le importazioni negli Stati Uniti. Le imprese possono quindi acquistarlo, trasportarlo e rivenderlo. L’autorizzazione comprende anche il gasolio che sarà prodotto e imbarcato nei prossimi mesi: permette alla Russia di organizzare nuove esportazioni, oltre a vendere i carichi già disponibili.

Il prezzo del diesel quindi calerà in tutto il mondo?
In generale, se arriverà sul mercato più gasolio e la domanda rimarrà la stessa, gli acquirenti avranno più scelta e i venditori dovranno competere sul prezzo. Se invece la Russia venderà a nuovi compratori carburante che avrebbe comunque esportato altrove, l’offerta mondiale aumenta poco o per niente. Contano poi le quantità. Le prime 300 mila tonnellate promesse da Putin equivalgono a meno di un giorno di consumo del solo settore dei trasporti americano. Possono aiutare, ma non risolveranno da sole la crisi di forniture dovuta alla guerra in Iran.

Perché Trump insiste tanto sul diesel?
Perché il gasolio caro aumenta i costi dei trasporti e dell’agricoltura. A settembre, negli Stati Uniti, il prezzo medio alla pompa è stato di 6,29 dollari per gallone, circa 3,8 litri. Trump ha indicato agricoltori e camionisti fra i principali beneficiari dell’accordo con Putin. Gli Stati Uniti estraggono molto petrolio, ma per ottenere gasolio devono raffinarlo e trasportarlo dove serve. La costa orientale consuma più carburante di quanto ne producano le sue raffinerie e riceve forniture da altre regioni americane e dall’estero.

Trump può autorizzare queste importazioni senza il Congresso?
In teoria una legge del 2022 vieta le importazioni di prodotti energetici russi. Per rimuovere il divieto sono richieste condizioni precise, fra cui la fine delle ostilità accettata dal governo ucraino e una procedura che coinvolge il Congresso. Alcuni parlamentari sostengono che una licenza del Tesoro non possa aggirare quella legge. Il 13 ottobre dodici senatori, sei democratici e sei repubblicani, hanno chiesto a Trump di revocare l’accordo e applicare le sanzioni previste dalla legge del 18 settembre.

Sono stati gli attacchi ucraini a far aumentare i prezzi?
Non sono la causa principale. Gli attacchi possono ridurre la produzione e le esportazioni russe, ma il rincaro mondiale è dovuto alla crisi nello Stretto di Hormuz dove un tempo passava un quinto del diesel mondiale via nave. L’agenzia americana per l’energia, l’Eia, ha attribuito l’aumento dei prezzi di settembre soprattutto agli attacchi degli Houthi contro infrastrutture e petroliere in Medio Oriente. Fra questi cita anche quelli all’oleodotto saudita che permette di esportare petrolio dal Mar Rosso evitando Hormuz.

Perché l’Ucraina attacca le raffinerie russe?
Per ridurre la capacità della Russia di produrre carburante e incassare denaro per finanziare la guerra dalle esportazioni. Le raffinerie trasformano il petrolio in prodotti vendibili, fra cui il diesel. Danneggiarle può costringere Mosca a ridurre le lavorazioni e spendere risorse per ripararle.

Putin che cosa ha promesso in cambio dell’aiuto di Trump?
Nessun impegno pubblico a fermare gli attacchi all’Ucraina o ad accettare un cessate il fuoco generale. Secondo diversi media americani, gli inviati speciali di Trump, il genero Jared Kushner e Steve Witkoff, il 9 ottobre avrebbero spiegato la loro strategia ai rappresentanti ucraini a Miami: concedere a Mosca un vantaggio economico dovrebbe renderla più disponibile a negoziare. Ma nella stessa riunione avrebbero riconosciuto che Putin non era ancora pronto a trattare.

Ma Trump non aveva già fatto la pace con Putin in Alaska?
No. Il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 si è concluso senza un accordo di pace e senza un cessate il fuoco. Trump e Putin si sono incontrati senza Zelensky; i combattimenti sono continuati. Putin ha ottenuto un ottimo risultato diplomatico: dopo anni di isolamento nei rapporti con gran parte dei governi occidentali, il presidente americano lo ha accolto negli Stati Uniti con il tappeto rosso e gli onori militari. Trump ha cambiato invece la condizione da cui far partire i negoziati. Prima del vertice chiedeva una tregua, durante la quale negoziare la pace. Dal 16 agosto in poi ha sostenuto che bisognasse arrivare direttamente a un accordo di pace. Ha accettato così il percorso proposto da Mosca: discutere la soluzione definitiva continuando a combattere.

Quante volte Trump ha cambiato posizione su Ucraina e Russia?
Tante. Dopo la rielezione del novembre 2024, Trump ha puntato su un accordo rapido con Putin e ha concentrato le pressioni su Zelensky. Tra febbraio e marzo 2025 ha avviato i colloqui diretti con Mosca e sospeso per alcuni giorni gli aiuti militari e la condivisione dell’intelligence con l’Ucraina. Li ha poi ripristinati quando Kyjiv ha accettato la proposta americana di tregua. Tra la primavera e luglio 2025 ha alzato i toni contro Putin, che ha continuato a bombardare. Ha minacciato nuove sanzioni e, a luglio, annunciato altre armi per l’Ucraina, pagate dagli alleati, dando a Mosca una scadenza per raggiungere un accordo. Ad agosto, dopo il vertice di Anchorage, come ti ho detto ha rinunciato a pretendere un cessate il fuoco prima dell’accordo di pace, accettando la posizione di Mosca. Tra settembre e ottobre 2025 ha di nuovo aumentato la pressione sulla Russia: ha detto che l’Ucraina poteva riconquistare tutti i territori persi e ha sanzionato Rosneft e Lukoil, le due principali compagnie petrolifere russe. Nel mezzo, però, ha riaperto il dialogo con Putin e frenato sulla consegna dei missili Tomahawk chiesti da Zelensky.

Ho mal di testa.
Non è finita. Da novembre 2025 all’inizio del 2026 è tornato a chiedere soprattutto concessioni ucraine. La sua amministrazione ha sostenuto una bozza di pace con cessioni territoriali, limiti all’esercito ucraino e rinuncia all’ingresso nella NATO. A gennaio Trump ha indicato Zelensky come l’ostacolo all’accordo. Poi il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. La guerra ha fatto salire i prezzi dell’energia e, da marzo, Trump ha autorizzato vendite di petrolio russo vietate dalle sanzioni. Ha prorogato le deroghe anche dopo aver annunciato di volerle interrompere, poi a giugno le ha lasciate scadere. Tra luglio e settembre 2026 ha assicurato nuovo sostegno a Kyjiv: ha promesso all’Ucraina una licenza per produrre intercettori Patriot e, il 18 settembre, ha firmato la legge che autorizza nuove sanzioni contro la Russia. Infine è arrivato l’accordo sul diesel.

Ho letto che Trump ha chiesto nuove elezioni in Ucraina. Perché lì non si vota?
La legge marziale, introdotta il 24 febbraio 2022 dopo l’invasione russa su larga scala e poi prorogata, vieta le elezioni. L’articolo 108 della Costituzione stabilisce inoltre che il presidente eserciti le sue funzioni fino all’insediamento del successore. La scadenza del mandato quinquennale di Zelensky, nel 2024, non lo ha quindi fatto decadere automaticamente. L’11 ottobre Zelensky ha risposto a Trump offrendo di organizzare il voto con sessanta giorni di cessate il fuoco totale. È una proposta politica: una tregua non revoca automaticamente la legge marziale. Restano da stabilire le regole e garantire la partecipazione dei militari, degli sfollati e degli ucraini all’estero. La Russia si è detta disponibile a sospendere gli attacchi per il giorno del voto, ma ha respinto la tregua di sessanta giorni.

Che cosa sono Starlink e Starshield?
Sono servizi satellitari di SpaceX, l’azienda di Elon Musk. Starlink fornisce una connessione a internet attraverso un’antenna collegata a una rete di satelliti. In Ucraina permette di comunicare anche dove le infrastrutture terrestri sono state distrutte o non funzionano. Starshield usa la tecnologia di Starlink per servizi destinati ai governi e alla sicurezza nazionale, con protezioni aggiuntive. Le forze ucraine lo impiegano anche per mantenere il collegamento con alcuni droni.

Che cosa è successo ai droni ucraini?
Fra il 13 e il 14 ottobre diversi reparti hanno segnalato interruzioni della connessione quando i terminali si muovevano oltre una certa velocità. Un’unità impegnata nella zona di Huliaipole ha riferito pause di dieci o venti secondi già a 110-120 chilometri orari. Si tratta della velocità del drone che trasporta l’antenna. Se il collegamento cade, l’operatore può perdere immagini e controllo del mezzo. Rallentare per mantenerlo può rendere il drone più vulnerabile. Il problema riguarda anche i velivoli usati per intercettare i droni russi: può quindi indebolire la difesa delle città oltre alle operazioni sul fronte.

Chi ha deciso queste restrizioni?
Secondo Reuters, l’ordine sarebbe partito dall’interno della Casa Bianca ed è stato trasmesso al Pentagono. L’agenzia cita due funzionari americani e uno occidentale informati della vicenda. Nessuno di loro però ha identificato la persona che avrebbe preso la decisione. Un alto funzionario americano ha negato che Trump abbia chiesto di limitare Starshield. La Casa Bianca non ha risposto alla domanda sul possibile coinvolgimento di altri funzionari. Musk sostiene che le condizioni d’uso del servizio militare dipendano dal governo americano. Per ora non sappiamo chi abbia ordinato le restrizioni né possiamo attribuirle personalmente a Trump o a Musk.

Limitare Starshield impedisce gli attacchi alle raffinerie russe?
Non direttamente, secondo l’Institute for the Study of War e il Critical Threats Project. I due centri di ricerca spiegano che i servizi impiegati dagli ucraini hanno restrizioni geografiche e non sono disponibili per le missioni sul territorio russo. I droni che arrivano alle raffinerie devono usare altri sistemi. I limiti a Starshield colpiscono le operazioni in Ucraina, compresi i territori occupati dalla Russia. Possono ostacolare gli attacchi sul fronte, la logistica e l’intercettazione dei droni russi. Perciò il danno alle forze ucraine può essere ampio anche senza fermare le missioni contro le raffinerie.

Gli Stati Uniti hanno interrotto anche le informazioni sui missili russi?
Zelensky ha denunciato la mancata ricezione di avvisi americani sui missili balistici in arrivo. In una intervista al Financial Times ha anche detto che funzionari statunitensi avevano minacciato di bloccare le informazioni se Kyjiv non avesse fermato gli attacchi energetici. Trump ha negato l’interruzione della collaborazione. Il 15 ottobre il parlamentare ucraino Yehor Cherniev ha confermato a Business Insider che lo scambio di informazioni continuava. La collaborazione può proseguire anche se singoli flussi di dati si interrompono: non sappiamo quali avvisi siano mancati e per quanto tempo. Gli allarmi sui missili e il collegamento internet di un drone svolgono inoltre compiti diversi. Un problema con Starshield non dimostra da solo che Washington abbia smesso di condividere le informazioni raccolte dai suoi sensori.

Chi paga i collegamenti di SpaceX?
Li finanziano anche i governi. La Polonia, per esempio, ha acquistato terminali per l’Ucraina e si è impegnata a coprire i relativi abbonamenti. Il Pentagono acquista servizi satellitari militari. I finanziamenti degli alleati aiutano a mantenerli operativi, ma il pagamento di un contratto non trasferisce automaticamente al compratore tutte le decisioni sulle condizioni d’uso del servizio.

Gli Stati Uniti hanno smesso anche di fornire armi?
Non è stato annunciato uno stop generale. Le armi americane possono arrivare in Ucraina anche quando sono altri paesi a pagarle. Dal luglio 2025 esiste il programma PURL: gli alleati finanziano acquisti di armi e munizioni dagli Stati Uniti e la NATO coordina le richieste ucraine e le forniture. Questo permette agli europei di sostenere una parte maggiore dei costi. Rimane però necessario che Washington autorizzi e renda disponibili i sistemi richiesti. I fondi impegnati per un acquisto non indicano che tutte le armi siano già state consegnate.

L’Europa può sostituire rapidamente i sistemi satellitari americani?
L’Alta rappresentante per la politica estera europea, l’estone Kaja Kallas, ha riconosciuto che l’Unione europea non può sostituire Starlink rapidamente. L’Ue ha avviato GOVSATCOM, che mette in comune capacità satellitari già esistenti per gli utenti governativi. Sta inoltre sviluppando IRIS², una propria rete per le comunicazioni sicure. A febbraio la Commissione ha indicato il 2029 come obiettivo per una prima versione semplificata del progetto.  Per rendere operativa un’alternativa in Ucraina servono anche terminali compatibili, copertura e collegamenti adatti alle operazioni militari.

Che cosa ha chiesto Zelensky ai leader europei?
Almeno 70 miliardi di euro aggiuntivi per il 2027, da destinare alla difesa, alle armi e alla capacità del paese di continuare a resistere. Ha indicato una necessità immediata per l’inverno: 300 missili intercettori per i sistemi Patriot, con cui contrastare gli attacchi balistici russi. Ha chiesto anche nuove sanzioni contro chi produce le armi impiegate da Mosca.

Non ho capito la polemica sul discorso di Meloni sull’Ucraina 
Alcuni senatori del Pd hanno applaudito il passaggio in cui Meloni ha criticato chi propone di smettere di aiutare militarmente l’Ucraina. La presidente del Consiglio ha sostenuto che togliere a Kyjiv la possibilità di difendersi favorirebbe l’occupazione russa: «La resa non è pace, è conquista». Fra i senatori del Pd che hanno applaudito ci sono Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Appartengono all’area che i giornali chiamano riformista, più moderata e favorevole a un rapporto stretto con gli alleati europei e americani. Sull’Ucraina difendono il sostegno anche militare. Delrio ha poi spiegato che aiutare Kyjiv e cercare una soluzione diplomatica sono impegni compatibili. Sensi ha anche criticato il governo per i ritardi del nuovo decreto sugli aiuti militari, chiedendo che alle parole di Meloni seguano le decisioni.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede. Perché ne parlano tutti?

Punto primo.
Perché anche se siamo abituati all’imprevedibilità di Trump, ci ostiniamo a voler capire dove voglia andare a parare. Che cosa c’è dietro l’accordo sul diesel? Perché tornare a fare concessioni a Putin e ad attaccare Zelensky? Sono passati più di quattro anni e mezzo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala e il presidente degli Stati Uniti non è riuscito a fermare la guerra che aveva promesso di chiudere in ventiquattr’ore. Nonostante questo fallimento politico rimane la curiosità: riuscirà a farlo prima della fine del suo secondo mandato?

Con Trump il giornalismo politico può sbizzarrirsi in una delle sue attività preferite: spiegare che cos’ha davvero in mente un leader. Gli esperti di cose americane consigliano di guardare al calendario elettorale. Il 3 novembre si voterà per le elezioni di metà mandato in cui si rinnoveranno molti seggi del Congresso americano. Il partito Repubblicano rischia di perdere la maggioranza della Camera, mentre per il Senato le previsioni sono ancora incerte. Trump non ha alcun risultato positivo da sbandierare: non ha concluso una pace con l’Iran dopo averlo attaccato a febbraio e lo Stretto di Hormuz è ancora pericoloso da attraversare. Questa crisi ha portato all’aumento del prezzo dei carburanti e la cosa non fa piacere a milioni di americani. L’accordo con Putin può ottenere due risultati in un colpo solo: mostrare di aver fatto passi in avanti nella trattativa per la pace in Ucraina e aver trovato una soluzione tampone al caro carburante.

Altri analisti vedono invece in questa mossa una tecnica sopraffina: concedere qualcosa a Putin per convincerlo finalmente a negoziare. Altri, per esempio Linkiesta, sostengono invece che cercare una strategia serva a poco: Trump improvvisa, nella speranza che alla fine tutto si sistemerà. Una forma di pronoia, il rovescio della paranoia: la convinzione che il mondo cospiri a nostro favore. Anche quando sembra fare il contrario.

Addirittura, per Christian Rocca, direttore editoriale de Linkiesta, non c’è stata nessuna giravolta. Trump non ha tradito Zelensky perché non lo ha mai davvero sostenuto, anzi ha cercato di indebolirlo fin dal primo mandato. Nel 2019 gli chiedeva materiale contro il figlio di Biden, minacciando di ritirare gli aiuti americani. Oggi torna ad attaccarlo mentre fa un altro favore a Putin.

Punto secondo
Lo abbiamo ricordato altre volte: il giornalismo funziona anche perché permette di ritrovare personaggi e comportamenti che conosciamo dentro storie complicatissime. Il prepotente, il suo sodale più realista del re, chi deve tenergli testa pur avendo bisogno del suo aiuto. Nel rapporto tra Trump e Zelensky ci sono tutti e tre. E ci si può appassionare anche senza seguire ogni sviluppo della guerra, perché la domanda è abbastanza familiare: come si tratta con uno così?

Il 28 febbraio 2025, nello Studio Ovale, Trump disse a Zelensky che non aveva le carte per negoziare e JD Vance gli rimproverò di non essere abbastanza grato. La scena, in diretta mondiale, fu letta da molti come due bulli che se la prendevano con il leader di un paese invaso. Zelensky provò a contestare puntualmente i loro argomenti e la discussione degenerò. Da quella scena il presidente ucraino sembra aver imparato che cercare di convincere Trump davanti alle telecamere serve a poco. Meglio rispondergli con una battuta oppure prenderlo in parola: accettare di discutere le sue proposte e chiedergli di creare le condizioni per realizzarle.

Nei mesi successivi ha affinato questo metodo. Nel maggio 2025 Trump lo sollecitò ad accettare i colloqui proposti da Putin in Turchia. Zelensky annunciò che ci sarebbe andato e che avrebbe aspettato il presidente russo di persona. Putin non si presentò. Il 18 agosto 2025, quando tornò nello Studio Ovale, Zelensky ritrovò anche Brian Glenn, il giornalista dell’emittente conservatrice Real America’s Voice che sei mesi prima gli aveva chiesto perché non indossasse un abito e se ne possedesse uno. Era una presa in giro dell’abbigliamento militare che il presidente ucraino aveva scelto dall’inizio dell’invasione russa del 2022, per solidarietà con i soldati al fronte. Stavolta Zelensky si presentò con giacca e camicia nere e Glenn gli fece i complimenti: «Sta benissimo con quel vestito». Zelensky rispose: «Ma lei ha lo stesso vestito. Vede? Io mi sono cambiato, lei no».

Un anno dopo, lo scorso 8 luglio, al vertice Nato di Ankara, Trump gli chiese se sarebbe andato a Mosca per incontrare Putin. Zelensky rispose che era difficile, perché da quelle parti c’erano molti droni ucraini ed era pericoloso. Una battuta per ricordare che qualche carta l’aveva ancora. In quello stesso incontro Trump lo aveva elogiato: «Ha fatto un lavoro straordinario». Vale la pena ricordarselo adesso che è tornato a dire di non esserne «un grande fan».

Negli ultimi giorni il metodo è tornato utile. L’11 ottobre Trump ha invitato gli ucraini a scegliersi un nuovo presidente. Invece di ribattere che in un momento di guerra sarebbe stato rischioso fare elezioni suscettibili di influenze e brogli, Zelensky ha chiesto sessanta giorni di cessate il fuoco totale per organizzare le elezioni. Ma i russi hanno risposto che ne avrebbero concesso solo uno. Il giorno dopo, parlando della tregua energetica annunciata dal presidente degli Stati Uniti, ha spiegato di averlo saputo dai media e di continuare a vedere attacchi russi. Evidentemente Putin non leggeva Truth Social, ha osservato. La battuta nella conferenza stampa di Bruxelles è stato l’ultimo esempio. I giornalisti in sala hanno riso. Qualche consulente di comunicazione avrà preso appunti.

Punto terzo
Perché l’Ucraina è ormai uno degli argomenti sui quali gli alleati litigano quasi quanto gli avversari. Succede nella maggioranza, dove Giorgia Meloni ha mantenuto una linea di sostegno all’Ucraina mentre Matteo Salvini continua a contestare la prosecuzione degli aiuti militari. Lo stesso Salvini che nel 2017 firmò un accordo di collaborazione con Russia Unita, il partito di Putin, poi dichiarato dalla Lega privo di valore dopo l’invasione.

Nel campo largo la discussione va avanti da tempo. Il Pd è favorevole agli aiuti, compresi quelli militari. Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e Alleanza Verdi e Sinistra sono contrari alla prosecuzione dell’invio di armi e insistono sui negoziati. Tutti parlano di pace, ma quando si deve decidere che cosa dare agli ucraini per difendersi, in attesa che Putin accetti di trattare, le risposte sono diverse.

Elly Schlein sta cercando un compromesso. Alla Camera, il 14 ottobre, i partiti del campo largo hanno presentato risoluzioni separate, ma si sono astenuti reciprocamente sui passaggi relativi all’Ucraina, evitando di votarsi contro come in passato. La segretaria del Pd lo ha definito un passo avanti. Il suo partito continua a sostenere gli aiuti, ma accetta di astenersi su documenti che contestano la prosecuzione delle forniture militari. La distanza sulle armi rimane; per il momento hanno trovato il modo di non litigarci anche al momento del voto.

Meloni ha sfruttato queste divisioni nel discorso in Parlamento. Ha rivendicato di aver sempre tenuto il governo dalla parte dell’Ucraina e ha attaccato chi chiede di interrompere gli aiuti militari a Kyjiv: «La resa non è pace, è conquista». Come abbiamo scritto, a quel passaggio hanno applaudito anche alcuni senatori del Pd: Graziano Delrio, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. Esponenti di quell’area più moderata, europeista e atlantista che i giornali chiamano riformista e che sull’Ucraina chiede da sempre un sostegno netto, anche militare.

Per la stampa è un’altra puntata delle «due anime del Pd», un filone molto battuto da quando Schlein è diventata segretaria: i moderati da una parte, la sinistra vicina a lei dall’altra. Le primarie del 2023 avevano offerto parecchio materiale. Stefano Bonaccini aveva vinto il voto degli iscritti, poi Schlein aveva ribaltato il risultato ai gazebo, dove potevano votare anche i non iscritti. Da allora le divergenze interne hanno alimentato interviste, retroscena e previsioni su chi sarebbe rimasto e chi se ne sarebbe andato. Gli applausi a Meloni si prestano benissimo a riaprire la discussione.

Qualcuno, nel frattempo, se n’è andato davvero. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha lasciato il Pd il 4 giugno, dopo aver contestato a lungo la linea di Schlein sull’Ucraina e il rapporto con il Movimento 5 Stelle. Ha fondato Spazio Pubblico e ora lavora con Carlo Calenda: alla festa del Foglio ha annunciato una lista comune con Azione per le prossime elezioni. Anche per questo ogni dissenso dei riformisti rimasti nel Pd viene seguito con attenzione: potrebbe essere una polemica destinata a rientrare, oppure l’inizio di un altro addio.

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Il governo Meloni ha speso tra bollo e accise quasi quanto vuole ottenere dalle banche

17 October 2026 at 03:45

Il governo Meloni ha un problema: l’esenzione del bollo auto e gli sconti a ripetizione sulle accise dei carburanti hanno già assorbito risorse che avrebbero potuto finanziare altre misure. La prima costerà 2,36 miliardi di euro nel 2027, di cui 1,46 coperti con risparmi accertati su interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza; per i secondi sono stati stanziati circa 2,27 miliardi nel 2026. In tutto fanno 4,63 miliardi distribuiti su due anni: quasi quanto i cinque che Giancarlo Giorgetti vuole ottenere da banche e assicurazioni nel solo 2027

In teoria, la manovra vale 23,5 miliardi di euro, secondo il Documento programmatico di bilancio che il ministero dell’Economia ha inviato alla Commissione europea il 15 ottobre. Di questi circa tredici saranno finanziati facendo più debito. Per gli altri dieci miliardi e mezzo, invece, il governo dovrà trovare nuove entrate o tagliare altre spese. Giorgetti conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare interventi nella difesa e nella sicurezza energetica. Il margine è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte serve a coprire spese già previste e non può essere utilizzata, per esempio, per tagliare le tasse. Il deficit dovrebbe così passare dal 2,9 per cento del PIL nel 2026 al 3,4 per cento nel 2027, per poi scendere al 3,2 nel 2028. Intanto Forza Italia chiede di estendere il taglio dell’Irpef ai redditi fino a 60mila euro, mentre l’economia crescerà appena dello 0,8 per cento, secondo le previsioni del Tesoro.

Per finanziare una parte della manovra facendo più deficit, il governo conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente la spesa per la difesa e la sicurezza energetica. Lo spazio previsto è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte riguarda interventi già messi in conto. E soprattutto quei soldi possono essere utilizzati soltanto per le spese ammesse da Bruxelles, non per nuovi tagli delle tasse, che farebbero comodo ai partiti della maggioranza.

Per il resto, i margini sono esauriti. Lo ha chiarito il 12 ottobre l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che verifica le previsioni dei conti pubblici. Escluse le spese coperte dalla deroga, nel 2027 la spesa pubblica soggetta ai vincoli europei crescerà già dell’1,9 per cento, raggiungendo il limite previsto dal percorso di bilancio. I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni coprirebbero quasi metà delle risorse che il governo deve trovare per finanziare la manovra. E la richiesta non si fermerebbe al 2027: il Tesoro conta di incassare poco più di tre miliardi nel 2028 e circa 2,4 nel 2029. In tutto, 10,7 miliardi in tre anni, secondo i calcoli di Reuters.

La legge di bilancio 2026 aveva già previsto circa dodici miliardi di entrate dal settore finanziario e bancario fino al 2028, attraverso diverse misure. Tra queste, l’aumento di due punti dell’IRAP, l’imposta sulle attività produttive, con l’aliquota base salita al 6,65 per cento per le banche e al 7,9 per cento per le assicurazioni. Il governo ha anche rinviato al 2028 e al 2029 una parte delle deduzioni fiscali previste per il 2027 sulle perdite dei prestiti e su alcune svalutazioni contabili. Per altre perdite attese sui crediti, dal 2026 al 2029, gli sconti fiscali vengono distribuiti su cinque anni anziché essere riconosciuti subito. In questo modo lo Stato incassa più imposte nell’immediato, ma ne riceverà meno negli anni successivi. A queste misure si aggiunge la possibilità per le banche di liberare, dietro pagamento, le riserve accantonate per evitare la tassa sugli extraprofitti del 2023. Una parte dei dodici miliardi deriva quindi da entrate fiscali anticipate, alle quali Giorgetti vorrebbe ora aggiungere altri cinque miliardi nel solo 2027, senza aver ancora spiegato come incassarli. 

Il Documento programmatico di bilancio non indica quale imposta verrà applicata, come sarà calcolata e quanto dovranno versare rispettivamente banche e assicurazioni. Sembra quasi che il governo voglia vedere l’effetto che fa sull’opinione pubblica questa richiesta, prima di lavorare su una trattativa con l’Associazione bancaria italiana. Il ministro dell’Economia ritiene che gli istituti possano permettersi un ulteriore contributo, dopo gli utili favoriti dagli alti tassi d’interesse degli ultimi anni e le garanzie pubbliche sui prestiti durante la pandemia. Le banche, invece, sostengono di aver già fatto la propria parte e contestano una nuova richiesta dopo gli accordi raggiunti con il governo. Da Bangkok, dove partecipa agli incontri del Fondo monetario internazionale, ieri Giorgetti ha risposto che sono cambiate le circostanze economiche e quindi il governo chiederà uno sforzo aggiuntivo. 

L’Abi potrà trovare una sponda politica nella maggioranza grazie a Forza Italia, contraria a una nuova tassa sugli extraprofitti. Ma allo stesso tempo Antonio Tajani chiede tagli fiscali senza chiarire dove trovare le risorse. Il ministro degli Esteri vuole estendere la riduzione dell’Irpef al 33 per cento anche ai redditi tra 50mila e 60mila euro, introdurre nuove agevolazioni per i giovani e ampliare l’esenzione del bollo auto. Il Documento programmatico di bilancio, però, prevede appena 2,2 miliardi per l’insieme delle nuove misure fiscali. Se Forza Italia vuole evitare un altro prelievo sulle banche, dovrà anche spiegare come finanziare le proprie proposte.

Per le famiglie e la spesa sociale sono previsti circa cinque miliardi, mentre alla sanità dovrebbero andare altri 2,4 miliardi. Sono ancora cifre complessive: il documento non precisa quali prestazioni saranno aumentate, né chi riceverà i benefici. E la distribuzione delle risorse conterà parecchio, considerando che nel 2027 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere appena dello 0,5 per cento in termini reali, dopo l’1,2 per cento stimato per quest’anno. 

In attesa di conoscere i dettagli della manovra, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha validato le previsioni economiche del governo, pur considerando ottimistiche quelle per il 2028 e il 2029. La crescita stimata dal Tesoro supera rispettivamente di 0,1 e 0,2 punti percentuali anche le previsioni più favorevoli degli esperti indipendenti consultati dall’Upb. Il rischio maggiore riguarda gli investimenti, soprattutto nelle costruzioni, che potrebbero rallentare con il progressivo esaurimento della spinta straordinaria del Pnrr. La nuova manovra dovrebbe aiutare, ma poco: sempre secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, alla fine del 2029 il Prodotto interno lordo sarebbe appena lo 0,3 per cento più alto rispetto a uno scenario senza nuovi interventi.

Una delle voci più consistenti della manovra riguarda la difesa, con circa 4,5 miliardi nel 2027. Il governo vuole utilizzare la deroga europea anche per rafforzare la sicurezza energetica, ma Bruxelles ha fissato condizioni precise: gli interventi devono contribuire a rendere più sicuri gli approvvigionamenti e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La Commissione europea ha raccomandato l’autorizzazione per l’Italia l’8 ottobre, mentre restano da definire i passaggi con il Consiglio dell’Unione europea e le spese effettivamente ammissibili.

La deroga scadrà nel 2028. Alcuni degli impegni che il governo vuole assumere, però, continueranno a costare anche negli anni successivi. I nuovi sistemi di difesa, per esempio, richiedono manutenzione e spese di funzionamento. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha chiesto al governo di chiarire come intende finanziarli quando non sarà più disponibile il margine straordinario concesso dall’Europa. Le sue simulazioni indicano che, dopo il 2028, il percorso di risanamento potrebbe richiedere correzioni annue dei conti comprese tra lo 0,45 e lo 0,75 per cento del PIL, a seconda della durata del nuovo piano di bilancio. Sono scenari, non tagli già decisi. Ma rendono evidente una difficoltà: finanziare oggi spese destinate a continuare negli anni utilizzando una deroga temporanea può creare nuovi problemi quando quella deroga terminerà. Ma saranno problemi del prossimo governo.

A pesare sui conti sarà anche il debito pubblico, che secondo il governo raggiungerà il 138,5 per cento del PIL nel 2027, prima di iniziare a diminuire. Il problema è soprattutto quanto costa finanziarlo. Secondo un’analisi di Intesa Sanpaolo, la spesa per interessi passerà dagli 87 miliardi del 2025 a circa 103 miliardi nel 2027: sedici miliardi in più in due anni, che lo Stato non potrà utilizzare per altre politiche. La situazione potrebbe migliorare se l’Italia ottenesse una promozione dalle agenzie di rating. Standard & Poor’s assegna attualmente al debito italiano un giudizio BBB+, con prospettive positive: un passaggio ad A− potrebbe aumentare la fiducia degli investitori e contribuire a ridurre i tassi richiesti per acquistare i titoli di Stato. Non sarebbe però un risparmio automatico, né immediato: molto dipenderebbe dall’andamento dei mercati e i benefici si vedrebbero soprattutto sui nuovi titoli emessi per finanziare il debito.

Anche il rapporto con Bruxelles resta delicato. Il governo punta a riportare il deficit sotto il tre per cento del PIL nel 2026, una condizione importante per uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La Banca d’Italia ha però avvertito che il nuovo aumento del deficit previsto per il 2027 e il 2028 potrebbe complicare la valutazione delle istituzioni europee. L’UPB ha inoltre segnalato che anche piccoli scostamenti rispetto al 2,9 per cento previsto per quest’anno potrebbero compromettere il raggiungimento dell’obiettivo.

Il Tesoro conta anche su circa 1,2 miliardi di tagli alla spesa dei ministeri nel 2027, destinati a salire a quasi due miliardi l’anno nel 2028 e nel 2029. Ma il Documento programmatico di bilancio non dice ancora quali ministeri dovranno rinunciare alle risorse e quali attività subiranno i tagli. Non sarà semplice, considerando che la precedente legge di bilancio aveva già ridotto gli stanziamenti delle amministrazioni centrali. Bisognerà capire se Giorgetti riuscirà a risparmiare sui costi di funzionamento oppure se verranno sacrificati fondi destinati ai servizi e agli investimenti.

Altri settecento milioni dovrebbero arrivare dal settore dei giochi, con un gettito analogo previsto per il 2028 e circa 480 milioni nel 2029. Anche qui, però, mancano i dettagli. Il governo non ha ancora chiarito se intenda aumentare le imposte sul gioco, modificare le condizioni delle concessioni o intervenire in altro modo sugli operatori. Sono quasi due miliardi di entrate previste in tre anni, senza che sia ancora stata definita la misura per incassarli. Le risposte dovranno arrivare con il disegno di legge di bilancio.

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Chi ha vinto i Nobel 2026 e tutte le cose da sapere sul premio più famoso del mondo

12 October 2026 at 03:45

Qual è la notizia? Tra lunedì 5 e venerdì 9 ottobre le diverse istituzioni incaricate di assegnare i Nobel hanno annunciato cinque dei sei premi del 2026. Il Nobel per la Fisiologia o Medicina, assegnato dall’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, è andato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le scoperte che hanno portato all’optogenetica: una tecnica che permette di usare la luce per attivare o disattivare specifiche cellule nervose e studiare con più precisione come funzionano i circuiti del cervello. Il Nobel per la Fisica, deciso dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, è stato assegnato a Francis Halzen per il ruolo decisivo nella realizzazione di IceCube, l’enorme osservatorio costruito nel ghiaccio dell’Antartide che ha permesso di rilevare neutrini ad altissima energia provenienti dallo spazio e quindi di osservare l’universo in un modo nuovo. La stessa Accademia ha assegnato il Nobel per la Chimica a Henri B. Kagan e Kenso Soai per avere scoperto meccanismi che spiegano come, durante alcune reazioni chimiche, possa prevalere una delle due forme speculari di una molecola. È importante perché due molecole apparentemente identiche, ma speculari come la mano destra e la sinistra, possono avere proprietà biologiche diverse.

Il Nobel per la Letteratura è stato assegnato dall’Accademia Svedese alla canadese Anne Carson. Non viene premiato un singolo libro, ma la sua opera nel complesso: testi nei quali poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro si mescolano continuamente, spesso partendo dai classici greci e latini per raccontare desiderio, perdita, amore e identità in forme difficili da classificare. È proprio questa capacità di rompere i confini tradizionali tra i generi che l’Accademia ha voluto premiare. Venerdì 9 ottobre, il Comitato Nobel norvegese ha assegnato il Nobel per la Pace alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay per il lavoro svolto durante decenni a favore del diritto internazionale, dei diritti umani e della possibilità di perseguire genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Infine, lunedì 12 ottobre, la Reale Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato il premio per l’Economia a Robert E. Hall e Michael Woodford, che si divideranno il riconoscimento a metà, per aver contribuito a spiegare, partendo dalle decisioni di famiglie e imprese, come funzionano le politiche economiche che cercano di stabilizzare l’economia. Le loro ricerche hanno aiutato a comprendere meglio come intervenire sulle oscillazioni dell’attività economica, sull’inflazione e sulle recessioni. Ogni Nobel vale quest’anno 12 milioni di corone svedesi, cioè 1,07 milioni di euro. È la somma complessiva del premio: quando ci sono più vincitori, la cifra viene divisa tra loro.

Il punto. Domande e risposte.

Me lo chiedo ogni anno, scopro la risposta e poi mi scordo puntualmente: chi è Alfred Nobel?
Un chimico, ingegnere e imprenditore svedese che fece fortuna cercando di risolvere un problema pratico: come usare la nitroglicerina senza rischiare che esplodesse al minimo urto. Nel 1867 trovò il modo di assorbirla in un materiale poroso, rendendola più stabile e maneggevole. Nacque così la dinamite. Poi migliorò detonatori e altri esplosivi e aprì fabbriche in diversi Paesi, vendendo i suoi prodotti per miniere, ferrovie, gallerie e grandi opere. Quando morì, nel 1896, possedeva più di trecento brevetti ed era uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Quando decise di istituire il Premio?
Un anno prima di morire, nel testamento stabilì che circa 31 milioni di corone dell’epoca (200 milioni di euro di oggi) venissero investiti e che i rendimenti servissero ogni anno a premiare chi avesse dato «il maggior beneficio all’umanità» in cinque campi: Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura e Pace. Indicò anche le istituzioni che avrebbero dovuto scegliere i vincitori e precisò che la nazionalità non avrebbe dovuto contare.

Gli eredi saranno stati felici.
Nobel non aveva moglie, né figli. Ai sei nipoti andarono un milione di corone, equivalenti grossomodo a 6,3 milioni di euro attuali. Alfred lasciò ai nipoti Hjalmar e Ludvig, figli del fratello Robert, 200 mila corone a testa, circa 1,3 milioni di euro di oggi. A Emanuel, figlio dell’altro fratello Ludvig, 300 mila corone, circa 1,9 milioni di euro. A Mina, un’altra figlia di Ludvig, e a Ingeborg e Tyra, figlie di Robert, 100 mila corone ciascuna, circa 630 mila euro. La scelta di Alfred provocò resistenze tra alcuni eredi e non fu semplice assegnare subito i premi. Emanuel Nobel, importante industriale in Russia, fu tra i principali sostenitori del rispetto del testamento dello zio e contribuì all’accordo con gli altri familiari. Dopo quattro anni di trattative nacque la Fondazione Nobel. E i primi cinque premi furono assegnati nel 1901.

Aspetta, ma i premi Nobel sono cinque o sei?
Dipende da quanto vogliamo essere pignoli. Cinque sono quelli previsti dal testamento a cui si è aggiunto nel 1968 quello all’economia. Lo istituì la Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, per celebrare i propri trecento anni. Il nome completo infatti è Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. Viene scelto dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, consegnato insieme agli altri e ha lo stesso valore economico.

Hai scritto “Accademia” in modi diversi finora, ma non ce n’è solo una?
L’Accademia Svedese e la Reale Accademia Svedese delle Scienze sono due istituzioni diverse. La prima nacque nel 1786 per volontà di re Gustavo III, sul modello dell’Académie française, e si occupa di lingua e letteratura: è lei ad assegnare il Nobel per la Letteratura. La seconda è più antica, fu fondata nel 1739 per promuovere la ricerca scientifica: assegna i Nobel per Fisica e Chimica e anche il premio per l’Economia. Poi ci sono altre due istituzioni: per la Medicina decide l’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, composta da cinquanta professori; per la Pace un Comitato Nobel norvegese di cinque membri nominati dal Parlamento norvegese.

Perché il premio per la Pace lo decidono in Norvegia?
Perché così volle Nobel. Nel testamento scrisse espressamente che il premio per la Pace sarebbe stato attribuito da un comitato di cinque persone scelto dal Parlamento norvegese, mentre gli altri sarebbero stati affidati a istituzioni svedesi. Perché abbia scelto proprio la Norvegia non lo sappiamo. All’epoca Svezia e Norvegia erano unite sotto lo stesso sovrano, anche se mantenevano proprie istituzioni politiche.

Come si diventa candidati al Nobel?
La candidatura deve arrivare da una persona abilitata. Non ci si può autocandidare mandando il curriculum a Stoccolma. Ogni premio stabilisce chi è autorizzato a presentare candidature: professori di determinate discipline, membri di accademie, precedenti vincitori, componenti dei comitati e, per il Nobel per la Pace, anche parlamentari e altre categorie indicate dal regolamento. I comitati raccolgono i nomi, fanno progressivamente una selezione, chiedono pareri a specialisti e preparano il materiale sul quale l’istituzione competente prenderà la decisione finale.

Quindi quando leggo che qualcuno è «candidato» o «favorito» al Nobel, quanto c’è di ufficiale?
Poco. Essere candidati significa soltanto che una persona autorizzata ha proposto quel nome. Le classifiche che escono ogni ottobre vengono da bookmaker, critici, accademici e indiscrezioni, non dalle istituzioni del Nobel. Una vera shortlist esiste, ma resta segreta. Per la Letteratura, per esempio, il comitato restringe progressivamente le candidature fino a una rosa corta sulla quale lavora poi l’Accademia. Tutte le candidature, valutazioni e discussioni restano segrete per cinquant’anni. La lista di quest’anno la conosceremo tra mezzo secolo. Anche questo è il fascino del Nobel.

Perché i Nobel vengono consegnati il 10 dicembre se li annunciano a ottobre?
Perché il 10 dicembre 1896 morì Alfred Nobel. Dal 1901 la cerimonia si tiene nell’anniversario della sua morte. Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura ed Economia vengono consegnati a Stoccolma; il Nobel per la Pace a Oslo.

Torniamo al 2026: che cosa hanno scoperto esattamente i tre Nobel per la Medicina?
Immagina di voler scoprire quale interruttore accende una lampada in una casa con miliardi di fili elettrici. Il cervello contiene decine di miliardi di neuroni che lavorano contemporaneamente. Sapere che una certa zona si attiva durante la paura o un movimento non basta a dimostrare che siano proprio quelle cellule a provocarlo. Hegemann e Nagel hanno studiato delle proteine sensibili alla luce presenti in alghe unicellulari. Una di queste, la channelrhodopsin, funziona come una porta che si apre quando viene illuminata e permette il passaggio di ioni attraverso la membrana della cellula. Deisseroth ha contribuito a trasformare quel meccanismo in uno strumento per le neuroscienze: inserendo il gene appropriato in determinati neuroni, è possibile renderli sensibili alla luce e attivarli o spegnerli con grande precisione. È nata così l’optogenetica. Prima era molto più difficile intervenire con precisione su gruppi specifici di neuroni; con l’optogenetica possiamo attivarli o inibirli e vedere che cosa succede. È un salto enorme nello studio del rapporto tra cervello e comportamento.

Quindi grazie al Nobel di Medicina potremo controllare il cervello con una lampadina?
No. Per applicare l’optogenetica bisogna rendere determinate cellule sensibili alla luce, normalmente attraverso tecniche genetiche, e poi far arrivare la luce dove serve. Nei laboratori è uno strumento potentissimo; nell’uomo le applicazioni cliniche sono ancora circoscritte e sperimentali. Ci sono ricerche promettenti, per esempio sulla possibilità di restituire una certa sensibilità visiva in alcune forme di cecità, ma siamo lontani dall’idea fantascientifica di accendere e spegnere liberamente emozioni o ricordi nelle persone.

Perché Robert E. Hall e Michael Woodford hanno vinto il Nobel per l’Economia?
Perché hanno spiegato come le scelte di famiglie e imprese influenzano l’intera economia e come le banche centrali possono intervenire per contenere l’inflazione e le recessioni. Quando una banca centrale aumenta i tassi d’interesse, mutui e prestiti diventano più costosi. Le famiglie tendono a spendere meno e le imprese a ridurre gli investimenti. La domanda diminuisce e la crescita dei prezzi può rallentare. Ma gli effetti dipendono anche dalle aspettative delle persone. Chi prevede un aumento dei prezzi o una crisi modifica le proprie decisioni già oggi. Hall ha studiato come le famiglie distribuiscono i consumi nel tempo e come funziona il mercato del lavoro. Woodford ha analizzato il ruolo delle aspettative e dei tassi d’interesse nella politica monetaria. I loro studi hanno contribuito a costruire modelli economici che partono dalle scelte individuali per spiegare fenomeni collettivi come inflazione, disoccupazione e recessioni. È il principio dei «fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica», la motivazione ufficiale del premio.

Perché Francis Halzen ha vinto il Nobel per la Fisica?
Perché ha avuto un ruolo decisivo nella nascita di IceCube, un enorme rivelatore costruito nel ghiaccio dell’Antartide per intercettare i neutrini. Sono particelle difficilissime da osservare perché attraversano quasi tutta la materia senza interagire. Proprio per questo, però, possono arrivare fino a noi da zone lontanissime dell’universo senza essere deviate o assorbite lungo il percorso. Halzen ha capito che il ghiaccio profondo e trasparente del Polo Sud poteva diventare una specie di telescopio. Migliaia di sensori sepolti nel ghiaccio rilevano i minuscoli lampi prodotti nelle rare occasioni in cui un neutrino interagisce con la materia. Il risultato è un nuovo modo di guardare il cosmo: non soltanto attraverso la luce, le onde radio o le onde gravitazionali, ma anche seguendo queste particelle quasi invisibili.

IceCube l’ha costruito Halzen da solo?
No, è il risultato del lavoro di una grande collaborazione internazionale. Ma gli statuti del Nobel stabiliscono che un premio possa essere diviso tra non più di tre persone. È una regola che oggi mostra tutti i suoi limiti. La scienza contemporanea funziona sempre più spesso attraverso gruppi di centinaia o migliaia di ricercatori: basta pensare al CERN o ai grandi osservatori astronomici. Il Nobel purtroppo influenza il modo in cui immaginiamo la scienza: come il risultato di pochi geni individuali, quando spesso nasce da reti di ricerca.

Perché Kagan e Soai hanno vinto il Nobel per la Chimica?
Guardati le mani. Sono speculari, ma non puoi sovrapporle perfettamente. Alcune molecole hanno la stessa proprietà: esistono in due versioni speculari, chiamate enantiomeri. Hanno gli stessi atomi e gli stessi legami, ma una diversa disposizione nello spazio. Questa proprietà si chiama chiralità. La differenza è fondamentale perché il nostro organismo distingue tra le due forme. Enzimi e recettori hanno strutture tridimensionali precise: una versione di una molecola può interagire efficacemente con loro, mentre l’altra può avere effetti diversi. Per questo, nella produzione dei farmaci, ottenere la forma giusta può essere cruciale.

Perché negli esseri viventi prevale una delle due forme?
Non lo sappiamo ancora con certezza. Sappiamo però che gli esseri viventi costruiscono le proteine utilizzando quasi esclusivamente una delle due forme speculari degli amminoacidi. Questa preferenza si chiama omochiralità. Le scoperte di Kagan e Soai aiutano a capire come possa nascere una preferenza così forte. Anche se all’inizio una delle due forme è presente in quantità appena maggiore dell’altra, alcune reazioni chimiche possono amplificare questa differenza fino a farla diventare dominante. Non sappiamo se sia successo proprio così alle origini della vita, ma queste scoperte dimostrano come una differenza inizialmente minuscola possa diventare enorme.

I Nobel scientifici premiano solo scoperte fatte nell’ultimo anno?
No. Nel testamento Nobel parlava dell’«anno precedente», ma oggi quella formula non viene applicata alla lettera. Nelle scienze servono spesso molti anni per capire se una scoperta è corretta, riproducibile e davvero importante. Per questo un Nobel può arrivare anche decenni dopo il lavoro premiato. Quindi conta meno quando è stata fatta la scoperta e di più quanto ha resistito alla prova del tempo.

Il Nobel può essere assegnato a una persona già morta?
Di norma no. Dal 1974 il Nobel non può essere assegnato postumo. Se però il vincitore muore dopo l’annuncio, il premio resta valido. Prima di questa regola ci furono due Nobel realmente postumi: quello per la Letteratura a Erik Axel Karlfeldt nel 1931 e quello per la Pace a Dag Hammarskjöld nel 1961. Nel 2011 ci fu un caso eccezionale. Ralph Steinman era morto tre giorni prima dell’annuncio del Nobel per la Medicina, ma il comitato non lo sapeva. La Fondazione decise che il premio sarebbe rimasto valido perché la decisione era stata presa ignorando la sua morte.

Perché Anne Carson ha vinto il premio Nobel per la Letteratura?
Carson ha passato buona parte della carriera a rendere superflua la domanda «che genere di libro è?». È una classicista che conosce profondamente la letteratura greca, una traduttrice, una poetessa, una saggista e una scrittrice che spesso mette tutte queste cose nello stesso libro. In “Autobiografia del rosso” (La nave di Teseo) rilegge in chiave contemporanea il mito di Eracle e Gerione, il mostro a tre teste ucciso dal semi dio greco in una delle sue sette fatiche, e lo fa in una forma indefinibile: una prosa lirica frammentaria, che mescola filologia e fantasia e trasporta i due personaggi dalla Grecia antica al Novecento.“Nox”, pubblicato nel 2010 dopo la morte del fratello Michael, è un libro-oggetto a fisarmonica nato come una sorta di memoriale privato: Carson vi alterna fotografie, lettere, appunti, frammenti biografici e il lavoro di traduzione del carme 101 di Catullo, scritto per la morte del fratello del poeta. Più che un libro tradizionale, è un archivio del lutto costruito per frammenti. L’Accademia l’ha premiata perché usa la tradizione dei classici per creare forme letterarie difficili da incasellare nei generi tradizionali.

E Navi Pillay perché ha vinto il Nobel per la Pace se ha passato la vita nei tribunali?
Perché il Comitato norvegese ha premiato il suo lavoro sul diritto internazionale. Pillay è stata avvocata contro l’apartheid, giudice dell’Alta Corte sudafricana, del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale. Al tribunale sul Ruanda ha contribuito anche a riconoscere che stupro e violenza sessuale possono costituire atti di genocidio. Il punto del premio è questo: la pace non dipende solo dagli accordi tra governi, ma anche dall’esistenza di regole e tribunali capaci di perseguire i crimini più gravi.

Qualcuno ha mai rifiutato un Nobel?
Sì, ma non sempre per scelta. Jean-Paul Sartre rifiutò quello per la Letteratura nel 1964 perché aveva sempre respinto le onorificenze ufficiali e non voleva diventare, come disse, «un’istituzione». Le Duc Tho rifiutò invece il Nobel per la Pace del 1973, condiviso con Henry Kissinger per gli accordi di Parigi, sostenendo che in Vietnam non ci fosse ancora una vera pace. In altri casi il rifiuto fu imposto. Boris Pasternak accettò inizialmente il Nobel per la Letteratura del 1958, ma sotto fortissime pressioni sovietiche fu costretto a rinunciarvi. E Hitler vietò a tre scienziati tedeschi di accettare il premio: Richard Kuhn, Nobel per la Chimica del 1938 per i suoi studi su carotenoidi e vitamine; Adolf Butenandt, Nobel per la Chimica del 1939 per le ricerche sugli ormoni sessuali; e Gerhard Domagk, Nobel per la Medicina del 1939 per avere scoperto l’azione antibatterica del Prontosil, uno dei primi farmaci efficaci contro le infezioni batteriche. Dopo la guerra poterono ricevere medaglia e diploma, ma non il denaro del premio.

Un Nobel può essere ritirato, restituito o non assegnato?
Una volta assegnato, il Nobel non può essere ritirato: non esiste una procedura per cancellarlo se il vincitore diventa controverso o se il giudizio storico cambia. E non può neppure essere formalmente “restituito” per annullarlo. Dopo il contestatissimo Nobel per la Pace del 1973, Henry Kissinger fece sapere di essere disposto a riconsegnarlo, ma gli fu risposto che gli statuti non lo prevedevano. Può invece succedere che un premio non venga assegnato. Se l’istituzione competente ritiene che nessun candidato soddisfi abbastanza i criteri, può rinviarlo o lasciarlo vacante. È successo varie volte, soprattutto durante le guerre mondiali. Un caso italiano è Grazia Deledda: il Nobel per la Letteratura del 1926 fu tenuto in sospeso e assegnato a lei l’anno successivo.

Ecco, parliamo degli italiani, quanti l’hanno vinto?
Di solito se ne contano ventuno. Sei hanno vinto per la Fisica, sei per la Medicina, sei per la Letteratura. Poi ci sono un Nobel per la Chimica, uno per la Pace e uno per l’Economia. Ma anche qui bisogna aggiungere un asterisco. La nazionalità dei Nobel non è sempre semplice. Salvatore Luria, Emilio Segrè, Riccardo Giacconi, Mario Capecchi e Franco Modigliani nacquero in Italia ma svolsero una parte decisiva della carriera negli Stati Uniti e acquisirono la cittadinanza americana. Daniel Bovet nacque invece in Svizzera e divenne italiano.

Esulto comunque. Mi metti tutti i nomi così ritorno qui ogni volta che mi sento patriottico?
Iniziamo dalla Fisica. Guglielmo Marconi (1909) per lo sviluppo della telegrafia senza fili, insieme a Karl Ferdinand Braun. Enrico Fermi (1938) per gli studi sulle reazioni nucleari prodotte dai neutroni e, in particolare, sul ruolo dei neutroni lenti. Emilio Segrè (1959) con Owen Chamberlain, per la scoperta dell’antiprotone. Carlo Rubbia (1984), con Simon van der Meer, per il contributo decisivo al progetto che portò alla scoperta delle particelle W e Z, fondamentali per comprendere la forza nucleare debole.
Riccardo Giacconi (2002) per i contributi pionieristici all’astrofisica che portarono alla scoperta delle sorgenti cosmiche di raggi X. Giorgio Parisi (2021) per avere scoperto come disordine e fluttuazioni interagiscano nei sistemi fisici complessi. Proseguiamo con la Medicina. Camillo Golgi (1906), insieme a Santiago Ramón y Cajal, per il lavoro sulla struttura del sistema nervoso. Daniel Bovet (1957) per avere scoperto composti sintetici capaci di bloccare l’azione di alcune sostanze dell’organismo, un lavoro che comprende lo sviluppo dei primi antistaminici e di altri importanti farmaci. Salvatore Luria (1969), con Max Delbrück e Alfred Hershey, per le scoperte sui meccanismi di replicazione e sulla struttura genetica dei virus. Renato Dulbecco (1975) per avere chiarito il rapporto tra alcuni virus tumorali e il materiale genetico delle cellule. Rita Levi-Montalcini (1986), con Stanley Cohen, per la scoperta dei fattori di crescita e in particolare per il lavoro che portò all’identificazione dell’NGF, il fattore di crescita nervoso. Mario Capecchi, (2007), con Martin Evans e Oliver Smithies, per avere sviluppato tecniche che permettono di modificare selettivamente determinati geni nei topi attraverso cellule staminali embrionali: alla base dei cosiddetti topi knockout.

Puoi prendere una pausa.
Grazie. Chimica. Giulio Natta (1963), con Karl Ziegler, per le scoperte sulla chimica e sulla tecnologia degli alti polimeri. Il suo lavoro rese possibile produrre plastiche con strutture più controllate, tra cui il polipropilene isotattico. Economia. Franco Modigliani (1985) per le analisi pionieristiche del risparmio e dei mercati finanziari, compresa l’idea del ciclo vitale del risparmio: tendiamo a organizzare consumi e risparmi pensando all’intera vita, non soltanto al reddito del momento. Pace. Ernesto Teodoro Moneta, (1907), giornalista ed ex combattente risorgimentale diventato una delle figure principali del pacifismo italiano, lavorò per l’arbitrato internazionale, i congressi di pace e la cooperazione tra gli Stati. È tuttora l’unico italiano ad avere ricevuto il Nobel per la Pace.

Un ultimo sforzo.
Letteratura. Giosuè Carducci (1906): l’Accademia citò la sua cultura e ricerca critica, ma soprattutto l’energia creativa, la freschezza dello stile e la forza lirica della sua poesia. Grazia Deledda (1926), per opere capaci di rappresentare con forza la vita della sua Sardegna e, insieme, problemi umani universali. Luigi Pirandello (1934), per «l’audace e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e scenica». Salvatore Quasimodo (1959), per una poesia lirica che esprimeva «con fuoco classico la tragica esperienza della vita del nostro tempo». Eugenio Montale (1975), per una poesia capace di interpretare i valori umani attraverso una visione della vita «senza illusioni». Dario Fo (1997), perché, nella formulazione diventata famosissima, «seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Ma Dario Fo come fece a vincere un Nobel per la Letteratura se era un attore?
Perché per l’Accademia la letteratura non significa soltanto romanzo o poesia stampata. Fo era autore dei testi che recitava, drammaturgo, regista e interprete. Utilizzava una tradizione che andava dalla commedia dell’arte ai giullari, dal teatro popolare alla satira politica. Il caso più famoso è “Mistero Buffo”, spettacolo del 1969 costruito come una serie di monologhi ispirati ai giullari e al teatro popolare medievale, spesso recitati usando il grammelot, un linguaggio fatto di suoni, cadenze, frammenti dialettali e gesti, che imita una lingua anche senza usare parole comprensibili. Per l’Accademia la letteratura poteva anche essere scritta per essere detta, recitata e trasformata sulla scena.

Chi sono stati il vincitore più giovane e quello più anziano?
La più giovane in assoluto è Malala Yousafzai, che aveva 17 anni quando vinse il Nobel per la Pace nel 2014. Lawrence Bragg aveva 25 anni quando vinse la Fisica nel 1915, mentre Frederick Banting ne aveva 31 quando ricevette quello per la Medicina nel 1923 per la scoperta dell’insulina. All’estremo opposto c’è John Goodenough: aveva 97 anni quando nel 2019 condivise il Nobel per la Chimica per lo sviluppo delle batterie agli ioni di litio.

Qualcuno è riuscito a vincerlo più di una volta?
Pochissimi. Marie Curie vinse la Fisica nel 1903 e la Chimica nel 1911 ed è ancora l’unica persona ad avere ricevuto Nobel in due diverse discipline scientifiche. Linus Pauling vinse invece la Chimica nel 1954 e la Pace nel 1962: è l’unico ad avere ottenuto due Nobel senza condividerne nessuno. John Bardeen vinse due volte la Fisica, Frederick Sanger e Barry Sharpless due volte la Chimica. Tra le organizzazioni il record è del Comitato internazionale della Croce Rossa, premiato tre volte per la Pace. E poi c’è la famiglia Curie. Oltre ai due Nobel di Marie, il marito Pierre Curie condivise con lei quello per la Fisica del 1903. La figlia Irène Joliot-Curie e suo marito Frédéric Joliot vinsero insieme la Chimica nel 1935. L’altra figlia, Ève Curie, non vinse un Nobel, ma suo marito Henry Labouisse era direttore dell’Unicef quando l’organizzazione ricevette quello per la Pace nel 1965. È difficile trovare un’altra famiglia con una concentrazione simile di Nobel.

Una cosa la so: Einstein vinse il Nobel per la Fisica grazie alla sua scoperta della relatività.
No. Lo vinse nel 1921, anche se fu consegnato nel 1922, «per i suoi servizi alla fisica teorica e soprattutto per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico». All’epoca il Comitato era ancora prudente davanti alle implicazioni e alla verifica sperimentale della relatività, mentre l’effetto fotoelettrico offriva un risultato considerato solidamente dimostrato.

Quali sono i grandi nomi che non hanno mai vinto il Nobel?
Il caso più famoso è Mahatma Gandhi: fu candidato cinque volte al Nobel per la Pace, ma non lo vinse mai. Venne assassinato nel 1948 e quell’anno il Comitato decise di non assegnare il premio. Anche la Letteratura ha i suoi esclusi illustri: Lev Tolstoj non vinse mai e nel 1901, primo anno del premio, non fu neppure candidato; Jorge Luis Borges, uno degli scrittori più influenti del Novecento, comparve invece decine di volte tra le candidature senza essere premiato. Sigmund Freud fu candidato 32 volte per la Medicina e una per la Letteratura, senza mai vincere: nel 1929 un esperto incaricato dal comitato concluse che le sue teorie non avessero un valore scientifico sufficientemente dimostrato. Lise Meitner, fisica austriaca, ebbe un ruolo decisivo nella scoperta della fissione nucleare: lavorò per anni con Otto Hahn e fu lei, insieme al nipote Otto Frisch, a spiegare teoricamente che il nucleo dell’uranio poteva spezzarsi liberando un’enorme quantità di energia. Nel 1944, però, il Nobel per la Chimica premiò soltanto Hahn per la scoperta della fissione. Meitner, nonostante le numerose candidature successive, non ricevette mai il Nobel.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede.

Perché ne parlano tutti?

Punto primo
Perché è uno dei grandi riti del ciclo dell’informazione mondiale, come la persona dell’anno di Time, gli Oscar, il Leone d’oro, la Palma d’oro, il Pallone d’oro, i Golden Globe e, in misura minore, altri appuntamenti meno dorati, ma comunque rilevanti come Emmy, Grammy, Tony Award e Pulitzer. Sono premi diversissimi, ma hanno tutti una cosa in comune: ci dicono chi è stato considerato il migliore in qualcosa. È un meccanismo umano. In psicologia si parla di confronto sociale: tendiamo a valutare persone, risultati e perfino noi stessi mettendoli a confronto con gli altri. I social hanno trasformato questa inclinazione in un genere: classifiche, piramidi, tier list, «questo o quello». Nello sport è più semplice: Maradona o Messi? Michael Jordan o LeBron James? Ovviamente LeBron. Nei Nobel il confronto diventa più interessante perché riguarda campi nei quali stabilire un vincitore non è così semplice. Una volta all’anno è un modo per fare il punto sullo stato dell’arte, o meglio delle arti, delle scienze e delle discipline umanistiche: quali libri, quali scoperte e quali idee siano abbastanza importanti da rappresentare un’epoca.

Punto secondo
Nel giornalismo ogni tornata dei Nobel produce due filoni abbastanza prevedibili. Il primo è il racconto di chi ha vinto. È l’occasione per scoprire i libri già pubblicati da uno scrittore, capire quali progressi si stiano facendo nella medicina, nella fisica o nella chimica, oppure quali idee economiche siano diventate abbastanza importanti da meritare il premio. Ogni nicchia guarda alla propria categoria, con una combinazione di curiosità, emulazione e qualche volta anche invidia. Chi vuole scrivere un romanzo cerca di capire che cosa abbia visto l’Accademia in quell’autore. Un giovane ricercatore guarda quale filone di studi è stato consacrato. Un economista discute se quella teoria abbia davvero cambiato la disciplina. E poi ci sono tutti gli altri lettori. Il Nobel trasforma per qualche giorno temi normalmente riservati agli specialisti in argomenti da prima pagina.

Il secondo filone riguarda invece chi non ha vinto. Succede soprattutto con la Letteratura, perché è il premio sul quale il pubblico può discutere più facilmente senza conoscere la fisica delle particelle o la chimica molecolare. Per anni ogni ottobre tornava Philip Roth, morto nel 2018 senza Nobel; oggi uno dei nomi ricorrenti è Haruki Murakami. Con un piccolo particolare: le vere candidature e le discussioni dell’Accademia restano segrete per cinquant’anni. Quindi spesso gli «eterni candidati» sono candidati soprattutto dei giornali, dei critici e dei bookmaker.

Punto terzo
Fuori categoria c’è il Nobel per la Pace, che gioca un campionato a parte. Da solo può far partire decine di editoriali sulla situazione del mondo, perché la scelta del vincitore viene letta inevitabilmente anche come un giudizio politico su che cosa significhi, in quel momento, lavorare per la pace. È però un pendolo che oscilla moltissimo a seconda del nome. Quando nel 2009 fu premiato Barack Obama, dopo pochi mesi alla Casa Bianca, si discusse per settimane se il riconoscimento non fosse arrivato troppo presto, quando il presidente degli Stati Uniti aveva fatto ancora poco di ciò per cui veniva premiato. E quando Donald Trump ha ripetutamente sostenuto di meritare il Nobel per la Pace, la sua stessa rivendicazione è diventata una notizia indipendente dal premio. Quando invece vince una figura poco conosciuta dal grande pubblico, come Navi Pillay quest’anno, il meccanismo è opposto. La notizia viene coperta, ma per spiegare chi sia quella persona e perché il Comitato norvegese abbia deciso che dovremmo conoscerla. In un caso è la celebrità del vincitore a trascinare il Nobel; nell’altro è il Nobel a creare una celebrità.

Punto quarto
Un altro motivo per cui la notizia interessa in Italia è più semplice: vedere se ha vinto un connazionale. Non succede spesso, ma quando accade improvvisamente smettiamo per qualche giorno di essere commissari tecnici della Nazionale, costituzionalisti o esperti di geopolitica e diventiamo tutti fisici, neuroscienziati o economisti. Con Giorgio Parisi nel 2021 espressioni come «sistemi complessi» e «disordine» finirono nei telegiornali e nelle conversazioni di persone che probabilmente non le avevano mai incontrate prima. Chi vince riceve poi una scia lunghissima di interviste, profili, editoriali e inviti televisivi. Ed è uno dei rari meccanismi distorti dell’informazione che produce un’eterogenesi dei fini positiva: per qualche giorno una categoria normalmente poco visibile, quella di professori, ricercatori ed esperti, riceve un’attenzione solitamente riservata a politici, calciatori e personaggi dello spettacolo. Magari alla fine non avremo davvero capito la fisica di Parisi, ma almeno sappiamo che esiste.

Punto quinto
Qualche volta, ma raramente, il Premio Nobel attira più critiche del solito. Come accadde per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan nel 2016. A molti la scelta sembrò semplicemente non avere senso: Dylan era certamente uno dei più importanti autori di canzoni del Novecento, ma i suoi testi erano stati scritti per essere cantati, accompagnati dalla musica e interpretati da una voce. Premiarlo significava allargare la definizione tradizionale di letteratura e, secondo i critici, togliere il premio a romanzieri, poeti o drammaturghi che lavoravano precisamente dentro quella disciplina. L’Accademia ragionò al contrario: la poesia è esistita oralmente ben prima dei libri e Dylan aveva creato «nuove espressioni poetiche» dentro la tradizione della canzone americana. La polemica è interessante proprio perché riguarda una domanda più grande: che cosa sia davvero letteratura e chi abbia il potere di stabilirne i confini. Con il premio di quest’anno ad Anne Carson, l’Accademia ha allargato ancora una volta quei confini, premiando un’autrice che mescola poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro. Ed è forse una delle ragioni per cui continuiamo a parlare dei Nobel: non decidono soltanto chi vince. Ogni tanto ci costringono anche a discutere che cosa stiamo premiando.

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

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“The Social Reckoning” è un manifesto anti Facebook, ma Zuckerberg ha già cambiato maschera

10 October 2026 at 03:45

Il peccato capitale di Facebook, secondo Aaron Sorkin, è aver scoperto quanto fosse redditizio far arrabbiare le persone e aver continuato a guadagnarci anche dopo averne compreso le conseguenze. Il suo nuovo film “The Social Reckoning”, racconta cosa è accaduto sedici anni dopo “The Social Network”. L’azienda che prometteva di connettere il mondo si trova davanti a un bivio: correggere i propri algoritmi o conservare i profitti prodotti dalla polarizzazione. Mark Zuckerberg non porta davvero il peso di questa scelta ed è il personaggio meno interessante del film. Sorkin lo riduce a una caricatura che Jeremy Strong esegue col metodo Stanislavskij: scandisce le parole con pause innaturali, si muove come un robot umanoide ed è sprezzante con chi non riesce a tenere il passo dei suoi ragionamenti. «The debate is over», ripete almeno quattro volte in scene diverse. Con lui non si discute perché ha già preso la decisione migliore. Ma non è detto coincida con ciò che servirebbe alla società. 

È difficile riconoscere il giovane genio arrogante, logorroico e socialmente frustrato interpretato da Jesse Eisenberg nel Social Network del 2010. Allora Sorkin era interessato al paradosso di un ragazzo introverso incapace di inserirsi nelle gerarchie sociali di Harvard, che avrebbe inventato uno strumento destinato a rivoluzionare le relazioni di miliardi di persone. Era sgradevole, spesso crudele, ma conservava una vulnerabilità che lo rendeva affascinante. Quello di Strong è un uomo, se così possiamo definirlo, che sembra aver perso ogni dimensione umana. Il potere ha consumato il personaggio e Sorkin ha smesso di cercarne le contraddizioni.

Per chi cerca personaggi capaci di evolversi nel corso di una storia, è un limite. Il film resta però godibilissimo, perché Sorkin è come Arjen Robben. Il calciatore olandese faceva sempre la stessa finta, rientrando dalla destra sul sinistro, e segnava valanghe di gol anche se i difensori sapevano perfettamente cosa avrebbe fatto. Lo sceneggiatore americano ha una tecnica altrettanto riconoscibile. Prende una quantità enorme di informazioni, le mette in bocca a personaggi intelligentissimi e le fa viaggiare a una velocità incompatibile con qualsiasi conversazione normale. Ogni tanto interrompe il flusso con una battuta, una digressione personale o qualche minuto di cazzeggio. Poi riparte e chiude con la battuta lasciata in sospeso. Sappiamo che andrà a finire così, ma ci piace lo stesso.

Anche in “The Social Reckoning”, Sorkin ripropone una tecnica che ha particolarmente funzionato in “Steve Jobs”, il film del 2015 diretto da Danny Boyle, costruito intorno a tre presentazioni del fondatore di Apple. Nei minuti che precedevano l’ingresso sul palco, Jobs veniva assediato da collaboratori ed ex amici che gli chiedevano conto delle sue decisioni. Anche qui Sorkin sceglie il dietro le quinte, dove il potere, lontano dal pubblico, è costretto a rendere conto delle proprie scelte. Il conto alla rovescia prima del lancio di un computer lascia il posto alla preparazione della celebre audizione parlamentare del marzo 2021, quella in cui Zuckerberg, sudaticcio e robotico, fu chiamato a rispondere davanti al Congresso americano del ruolo di Facebook nella diffusione della disinformazione e dell’estremismo politico, dopo l’assalto al Campidoglio. Nella simulazione il ruolo del grillo parlante è affidato al comico Bill Burr, nei panni di Charlie, un ex investitore di Facebook diventato uno dei suoi critici più feroci, che smonta le risposte preparate dai consulenti e cerca inutilmente di costringere Zuckerberg ad ammettere le responsabilità dell’azienda. La differenza è che in “Steve Jobs”, attraverso quegli scontri, emergeva progressivamente la complessità del protagonista. In “The Social Reckoning” il meccanismo serve soprattutto a confermare il giudizio che il film ha già espresso su Zuckerberg.

La parte migliore è il secondo binario del film, quello che segue Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, premio Oscar per “Anora”, e Jeff Horwitz, il giornalista del “Wall Street Journal” a cui dà il volto Jeremy Allen White, protagonista di “The Bear”. Nel 2021 Haugen, un’ex dipendente di Facebook, consegnò al quotidiano americano migliaia di documenti interni che sarebbero diventati i Facebook Files. 

Sorkin costruisce un thriller d’inchiesta che non prova a scimmiottare la gravitas di “Tutti gli uomini del presidente” o l’esaltazione del giornalismo de “Il caso Spotlight”. Sceglie una strada più adatta all’opacità del mondo tecnologico, dove il problema è prima di tutto capire come funzionano le cose. Ribalta così il rapporto tradizionale fra fonte e cronista: al centro della storia c’è una donna che conosce già la verità e deve trovare il coraggio di renderla pubblica, spiegandola a un giornalista che, all’inizio e anche per un bel pezzo, non capisce quasi nulla della macchina che dovrebbe raccontare. Le loro conversazioni hanno la vitalità del primo Social Network. Si interrompono, si provocano, divagano su dettagli apparentemente irrilevanti, poi tornano a discutere di algoritmi e documenti riservati. Sorkin riesce a far convivere l’idealismo con il cazzeggio. E quando gli riesce, è difficile trovare qualcuno che lo faccia meglio. Qualcuna sì: Amy Sherman-Palladino in “La fantastica signora Maisel”.

C’è molto idealismo di “The Newsroom”, la serie in cui Sorkin affidava a una redazione il compito quasi impossibile di rimettere ordine nel dibattito pubblico americano. Ma Haugen sembra uscita soprattutto da “The West Wing”, il capolavoro televisivo dove i collaboratori del presidente Jed Bartlet credevano che la competenza e la forza degli argomenti potessero ancora piegare il potere alla ragione. Frances conserva quella fiducia quasi ostinata nelle istituzioni: è convinta che basti mettere le prove davanti alle persone giuste per costringerle ad agire. Il mondo è cambiato e gli spettatori sono diventati più cinici. Soprattutto dopo aver visto “Digger”. A circa due terzi del film, Sorkin se lo ricorda e fa dire alla sua protagonista: «Non sono mica un personaggio di Frank Capra». Il riferimento è al regista italoamericano che raccontava di cittadini onesti capaci di sfidare il potere facendo appello alla coscienza delle istituzioni. Bel tentativo di pararsi dalla critica che viene rivolta da anni a Sorkin: continuare a credere in un’America che forse non esiste più.

Il funzionamento degli algoritmi di Facebook non è materiale da cinema. Sorkin lo rende digeribile con la stessa sfacciataggine didattica di The Big Short, dove Margot Robbie spiegava i mutui subprime immersa in una vasca da bagno. Proviamo a riassumerlo, senza vasca da bagno: nel 2018 Facebook modificò il News Feed per privilegiare le interazioni sociali significative (Meaningful Social Interactions). L’algoritmo attribuiva maggiore importanza ai contenuti capaci di generare commenti e ricondivisioni. Il problema è che la rabbia produce moltissime interazioni. Le persone condividono più facilmente ciò che le indigna e discutono più a lungo di ciò che le divide. I post che fanno arrabbiare finiscono così per essere premiati da un sistema progettato per trattenere gli utenti sulla piattaforma. La disponibilità di Facebook a lasciare circolare contenuti estremisti, unita alla capacità dell’algoritmo di amplificarli, avrebbe contribuito a creare un ambiente favorevole alla radicalizzazione trumpiana

I responsabili della sicurezza propongono a Zuckerberg una modifica all’algoritmo capace di ridurre sensibilmente la diffusione dei contenuti che alimentano la radicalizzazione. Il prezzo sarebbe un calo dell’engagement dell’un per cento. Tradotto, nei suoi calcoli: 30 milioni di utenti a rischio. Per il fondatore di Facebook è un sacrificio inaccettabile. Ma ogni antieroe ha bisogno di un principio dietro cui ripararsi. Il suo è la libertà di espressione: Facebook, sostiene, è soltanto una bacheca sulla quale chiunque può pubblicare liberamente i propri messaggi. Sorkin la pensa diversamente: Facebook è un giornale che non scrive gli articoli, ma decide quali mettere in prima pagina. E se l’algoritmo premia sistematicamente quelli che fanno più arrabbiare i lettori, lasciare le cose come stanno è già una scelta editoriale. E politica.

“The Social Reckoning” sembra un messaggio in bottiglia destinato al prossimo presidente americano, possibilmente democratico di partito e anche di convinzioni. Dentro c’è un Bignami dei danni prodotti dagli algoritmi alla politica americana, accompagnato da un sermone su come rimediare. Ammesso che qualcuno raccolga la bottiglia e sappia ancora parlare la lingua di Sorkin.

C’è però un problema. Lo Zuckerberg sudato e robotico di “The Social Reckoning” appartiene ormai a un’altra epoca. Nel 2023, dopo essersi appassionato alle arti marziali durante la pandemia, ha vinto medaglie d’oro e d’argento in un torneo di Brazilian jiu-jitsu e ha persino discusso pubblicamente la possibilità di combattere contro Elon Musk. Nel 2024 si è fatto riprendere mentre cavalcava le onde in smoking, con una birra in mano e la bandiera americana nell’altra. La vecchia uniforme grigia ha lasciato il posto a capelli ricci, collane d’oro e orologi da collezione. Nel febbraio 2026 era in prima fila alla sfilata di Prada a Milano, accanto alla moglie Priscilla Chan. Il 23 settembre, presentando Muse Charm, una sorta di Tamagotchi con intelligenza artificiale, è salito sul palco con una T-shirt che recitava «Building is my love language». Costruire è il mio linguaggio dell’amore. La stessa rivendicazione con cui, sedici anni prima, aveva contestato il ritratto che Sorkin aveva fatto di lui nel primo “The Social Network”. 

Insieme a Zuckerberg è cambiata anche la sua creatura. Nell’ottobre 2021, appena sei settimane dopo le prime rivelazioni dei Facebook Files, il fondatore ribattezzò l’azienda Meta, scommettendo sul metaverso come futuro del gruppo. La scommessa si è rivelata un flop, ma la galassia Meta gode ancora di ottima salute. Facebook somiglia ormai a un camposanto digitale frequentato dai boomer, pur continuando a macinare miliardi in pubblicità. Instagram, con due miliardi di utenti quotidiani, è diventato uno dei principali arbitri della cultura visiva e dell’economia dei creator. WhatsApp è qualcosa di ancora più pervasivo: un’infrastruttura della vita quotidiana, attraverso cui si organizzano relazioni private. Complessivamente, 3,6 miliardi di persone utilizzano ogni giorno almeno un’applicazione del gruppo. Zuckerberg ora punta sull’intelligenza artificiale per costruire la prossima piattaforma tecnologica. 

Durante gli ultimi US Open è andato in onda uno spot particolarmente riuscito: mentre gli spettatori seguono uno scambio di tennis attraverso gli schermi degli smartphone, una donna lo riprende semplicemente muovendo la testa, senza distogliere gli occhi dal campo. Il messaggio è astuto. L’azienda che ha costruito la propria fortuna trattenendo le persone davanti a uno schermo ora vende un dispositivo che promette di liberarle da quello schermo. 

Zuckerberg è un animale cangiante e Sorkin ha scattato una fotografia perfetta di una vecchia versione. “The Social Reckoning” conserva la fiducia di un’America democratica nel potere correttivo del giornalismo. Haugen e Horwitz hanno trovato le prove, denunciato gli abusi e costretto Facebook a rispondere. Risultato? Cinque anni dopo, il pubblico è più consapevole, ma Meta continua a macinare miliardi con la pubblicità e il suo fondatore ha trovato un’intesa assai più conveniente con la nuova amministrazione americana. Ha persino allentato le regole sulla moderazione che il film vorrebbe rafforzare. Forse servirà un terzo capitolo.

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Perché le tensioni sui titoli di Stato europei non sono ancora una crisi del debito

10 October 2026 at 03:45

La Francia paga interessi più alti dell’Italia sui titoli di Stato, la crisi petrolifera spinge verso l’alto i tassi d’interesse e gli investitori internazionali mettono sotto pressione i paesi Ue più vulnerabili. L’Europa sta vivendo una nuova crisi del debito paragonabile a quella del 2010-2012 oppure siamo di fronte a una rivalutazione, per quanto brusca, del prezzo che i mercati chiedono per prestare denaro agli Stati? Il futuro conosce già la risposta, gli economisti non ancora perché dietro le vendite di titoli di Stato si muovono quattro fenomeni che potrebbero rafforzarsi a vicenda. Il primo è una crisi obbligazionaria internazionale, alimentata dal ritorno dell’inflazione e dalla prospettiva che le banche centrali mantengano i tassi elevati più a lungo del previsto. Gli investitori chiedono inoltre un rendimento supplementare per prestare denaro a lunga scadenza, esponendosi al rischio che nei prossimi anni l’inflazione o i tassi risultino superiori alle attese.

Il secondo fenomeno riguarda la sostenibilità del debito francese: i mercati potrebbero dubitare della capacità dei prossimi governi di stabilizzarlo, soprattutto se Marine Le Pen vincerà le elezioni presidenziali del 2027. Il terzo è la frammentazione dell’Eurozona. Se i rendimenti dei titoli dei paesi più vulnerabili aumentassero molto più di quelli tedeschi, considerati il principale riferimento del mercato europeo, le condizioni di finanziamento diventerebbero diverse all’interno della stessa unione monetaria. Le decisioni sui tassi della Banca centrale europea finirebbero così per produrre effetti differenti sulle imprese e sulle famiglie dei singoli paesi.

Il quarto scenario è il più imprevedibile e potenzialmente il più pericoloso. È il rischio di una crisi di liquidità, segnalata dalla Banca centrale europea. Un repentino ribasso dei titoli di Stato potrebbe costringere i grandi fondi speculativi che operano con denaro preso in prestito a vendere per coprire le perdite o fornire nuove garanzie ai finanziatori. A loro volta quelle vendite accentuerebbero la caduta dei prezzi, coinvolgendo altri investitori in una spirale difficile da arrestare. È così una correzione del mercato obbligazionario potrebbe trasformarsi in una crisi. I quattro cavalieri dell’apocalisse finanziaria non sono ancora partiti tutti al galoppo. Alcuni non hanno neppure messo la sella. Ma il primo, quello del rialzo dei rendimenti, trotterella. 

Nel frattempo, il rincaro del petrolio e del gas causato dalla guerra in Iran rischia di mantenere alta l’inflazione, riducendo lo spazio a disposizione della Bce per abbassare il costo del denaro. Se l’energia continua a rincarare, le imprese spendono di più per produrre, mentre le famiglie perdono potere d’acquisto. I governi si trovano così davanti a una combinazione particolarmente scomoda: crescita più debole e maggiori difficoltà a contenere la spesa pubblica.

Le vendite si sono concentrate sui titoli di Stato francesi, per poi estendersi anche a quelli italiani e greci. Per Roma e Atene è un film già visto. Per Parigi è un’opera prima. La Francia è stata a lungo considerata parte del nucleo più affidabile dell’Eurozona, insieme alla Germania. Ora gli investitori pretendono un interesse sensibilmente superiore per prestarle denaro. Il rendimento dei titoli francesi a dieci anni, gli OAT, è arrivato a sfiorare il 5 per cento, mentre la differenza rispetto ai corrispondenti titoli tedeschi ha raggiunto circa 140 punti base. 

Per sua fortuna, la Francia non dovrà pagare da subito il 4,92 per cento su tutti i suoi 3.500 miliardi di debito pubblico. La durata media del debito francese, superiore agli otto anni, concede a Parigi un po’ di respiro. Se però i rendimenti restassero vicini al 5 per cento per anni, la spesa per interessi finirebbe per sottrarre risorse sempre maggiori al bilancio pubblico.

A prima vista, l’Italia dovrebbe trovarsi in condizioni peggiori. Il rapporto fra debito e prodotto interno lordo italiano è intorno al 135 per cento, contro circa il 116 per cento registrato dalla Francia l’anno scorso. Ma gli investitori non valutano soltanto il debito accumulato, quanto piuttosto la traiettoria futura dei conti pubblici e la capacità politica di correggerla. 

Il deficit francese dovrebbe raggiungere quest’anno il 5,4 per cento del PIL, mentre l’economia, secondo le ultime previsioni della Banque de France, crescerà appena dello 0,4 per cento. A complicare il risanamento dei conti è la frammentazione parlamentare, che rende politicamente difficile approvare i tagli alla spesa necessari a frenare l’aumento del debito pubblico. La prospettiva di una presidenza di Marine Le Pen preoccupa ancor di più i mercati. Un programma credibile, sostenuto da una maggioranza stabile, potrebbe ridurre il premio richiesto sui titoli francesi. In caso contrario, la pressione potrebbe proseguire.

Parigi conserva però un vantaggio importante: un mercato dei titoli di Stato ampio e liquido, capace di attrarre capitali internazionali anche nelle fasi di turbolenza. Non a caso, nella valutazione pubblicata a luglio, il Fondo monetario internazionale considerava ancora basso il rischio di una crisi del debito francese nel breve periodo, pur segnalando vulnerabilità crescenti nel medio termine.

La crisi francese peggiora la situazione italiana che negli ultimi quattro anni è andata piuttosto bene. Lo spread dei Btp italiani con i Bund tedeschi è sceso dai circa 250 punti base del settembre 2022 a meno di 60 a febbraio di quest’anno. Secondo il Fondo monetario internazionale, circa metà di questo miglioramento dipende dai progressi italiani nella gestione dei conti pubblici e dalla minore incertezza politica; l’altra metà dalle condizioni favorevoli dei mercati europei. Il vento sta cambiando. Le difficoltà francesi spingono gli investitori a cercare riparo nei titoli tedeschi. Così lo spread italiano è risalito a 115 punti base l’8 ottobre. Non perché i conti di Roma siano improvvisamente peggiorati, ma perché i mercati sono tornati a chiedere un premio più alto per finanziare i paesi indebitati.

Nessuno spera nel ritorno dei bond vigilantes, gli investitori che puniscono i governi quando ritengono che stiano spendendo troppo o accumulando debiti insostenibili. Non aspettano le elezioni per esprimere il loro giudizio. Vendono i titoli di Stato o pretendono interessi più alti per comprarli, facendo aumentare il costo del debito e mettendo sotto pressione i bilanci pubblici. Non sono un gruppo organizzato, ma grandi gestori, fondi pensione, compagnie assicurative e fondi speculativi che agiscono ciascuno nel proprio interesse. E quando molti di loro decidono di vendere contemporaneamente, possono trasformare la sfiducia in una crisi.

Durante quella europea del 2010-2012, la fuga dai titoli dei paesi periferici contribuì ad ampliare drasticamente gli spread. La Germania beneficiò della ricerca di investimenti sicuri, mentre l’Italia subì una pressione crescente nonostante disponesse di un avanzo primario. Non che ci volesse una scienza per capire quali economie fossero considerate sicure. La novità è che oggi la vecchia geografia del rischio europeo non funziona più come prima. Alcuni investitori stanno acquistando BTP mentre riducono l’esposizione ai titoli francesi, senza che questo significhi che siano scomparse le vulnerabilità strutturali italiane.

Non tutti, infatti, stanno vendendo. Secondo il Financial Times, Aberdeen Investments ha assunto posizioni favorevoli ai titoli italiani rispetto a quelli tedeschi, mentre Schroders ha ridotto il proprio sottopeso su Italia e Spagna. Altri gestori hanno approfittato della caduta dei prezzi per acquistare obbligazioni societarie europee, comprese quelle di gruppi francesi come Axa e BNP Paribas. È una strategia definita bottom fishing: comprare attività deprezzate nella convinzione che il mercato abbia esagerato nella valutazione del rischio. Questi acquisti non equivalgono a un voto di fiducia generalizzato verso l’Europa. Gli investitori possono considerare conveniente un’obbligazione societaria francese e continuare a giudicare troppo rischioso il debito pubblico di Parigi.

Accanto a questi operatori agiscono fondi che utilizzano derivati e finanziamenti a leva per sfruttare differenze anche modeste fra i rendimenti dei vari paesi. Secondo un’analisi del Meccanismo europeo di stabilità, gli hedge fund rappresentano ormai oltre la metà dei volumi sul mercato elettronico dei titoli di Stato dell’Eurozona, contro circa un quarto nel 2018. In condizioni normali contribuiscono alla liquidità. Quando la volatilità aumenta, invece, possono essere costretti a vendere per coprire perdite o rimborsare finanziamenti, amplificando la caduta dei prezzi.

Questa turbolenza è diversa dalla crisi dei debiti sovrani anche perché allora era in gioco la sopravvivenza stessa dell’euro. Gli investitori temevano che alcuni paesi potessero abbandonare la moneta unica e ripagare i debiti in valute svalutate. Fu Mario Draghi, nel luglio 2012, a spezzare quella spirale promettendo che la BCE avrebbe fatto «whatever it takes» per salvare l’euro. Bastarono quelle parole a cambiare le aspettative dei mercati. Del resto, il mercato obbligazionario non sfugge alla psicologia delle folle descritta da Gustave Le Bon: una promessa credibile può valere più di mille rapporti economici.

Oggi l’Eurozona è più attrezzata. La BCE dispone del Transmission Protection Instrument,  programma introdotto nel 2022 per contrastare tensioni ingiustificate sui mercati. Ma non può intervenire ogni volta che uno spread sale. Deve distinguere la speculazione dai problemi reali dei conti pubblici. L’Ue non può garantire a uno Stato il diritto di indebitarsi a basso costo, mantenendo il deficit elevato, neanche alla Francia. Per questo la Commissione europea ha avviato una procedura per disavanzo eccessivo. Anche così si consolida la credibilità dell’eurozona.

C’è però un altro ostacolo. La BCE sta riducendo il proprio portafoglio di titoli di Stato attraverso il quantitative tightening, il contrario del quantitative easing con cui, negli anni della crisi e della pandemia, aveva acquistato enormi quantità di obbligazioni per sostenere l’economia e tenere bassi i tassi. Ora, quando quei titoli arrivano a scadenza, Francoforte non reinveste più il denaro incassato. I governi devono quindi trovare più compratori privati per finanziare il proprio debito, proprio mentre gli investitori chiedono interessi più alti.

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