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Quelli di sinistra e di destra che vanno a vedere Brunori hanno capito tutto, tranne le battute

22 October 2026 at 03:45

Dario Brunori sul red carpet alla Festa del cinema di Roma, 13 ottobre 2026 (LaPresse)

C’è una frase che a certi amici di Guccini piace tantissimo ripetere, è una frase su certi limiti del pubblico con la quale il maestrone sintetizzava egregiamente la questione, è una frase in dialetto perché Guccini era consapevole della maggior efficacia del dialetto nel veicolare un certo sbrigativo sprezzo, è una frase cui penso tantissimo durante lo spettacolo di Dario Brunori, “TuttoBrunori”, in un teatro bolognese.

Ve la dico dopo, prima devo dirvi che sono arrivata nel retropalco di Brunori, prima che cominciasse lo spettacolo, e indossavo dei ridicoli occhiali da sole, perché come spesso mi accade avevo perso gli occhiali da vista nel disordine, senza sono orba, e quindi avevo risolto con occhiali da sole graduati, che alle nove di sera al chiuso ti fanno sembrare un po’ Silvio con l’uveite un po’ Aristotele Onassis.

Per consolarmi dal mio imbarazzo, Brunori mi ha raccontato che sere prima, a Firenze, c’era in platea uno col cappellino e gli occhiali da sole, per non farsi riconoscere, e quell’uno era Matteo Salvini, ma a lui che era sul palco di Salvini in platea l’hanno detto solo dopo – e adesso che vedi lo spettacolo, si sono affrettati a rimarcarmi tutti, vedrai quanto è assurdo che ci fosse Salvini, chissà cos’ha pensato.

E lo vedo, perché nello spettacolo c’è Salvini, non in platea, ma come coprotagonista di uno dei frammenti del lungo monologo che è il nucleo di questo preciso spettacolo di Brunori Sas (che più che un nome d’arte sembra un’identità da picchiatello dell’internet convinto di non poter dire col suo vero nome che a lui la panna nella carbonara piace), dove le canzoni sono molto attese dal pubblico per l’incantesimo della rima e del poter fare da coro, ma a stare attenti (neppure troppo) si capisce che stanno lì per spiegare quei monologhi: sono le cose che gli sono successe per fargli scrivere quelle canzoni, il modo in cui gli sono venute in mente, l’architettura. Sì, quella del suo cuore che avete sentito a Sanremo, ma pure quella di Leonardo da Vinci se andrete a teatro.

In quel frammento lì Dario Brunori dice una cosa che dicono tutti gli scemi, cioè che ai Salvini del mondo mica può piacere De André – «o non hanno capito loro, o non abbiamo capito noi» – ma la dice in un modo non da scemo. La dice nel modo in cui dice le cose lui, pieno di dubbi e di autoironia e di contraddizioni e di umanità, ma il pubblico questo livello qui non lo vede. Sarà che siamo a Bologna, e quello bolognese è il più complessato dei ceti medi, il più stolido, il più ideologico, ma a me sembra che siano un algoritmo: colgono le parole chiave, quelle di fronte alle quali avere soddisfazioni di Pavlov, mica i toni.

Brunori dice che con tutti i Salvini cui piacciono i De André gli viene il dubbio che fare il cantautore sia diventato di destra, ma no, perché lui canta per tutte le associazioni benefiche, scrive tutte le cose giuste, e insomma gli è chiaro d’essere la figurina cliché del cantautore di sinistra; lui dice così sul palco, e loro in platea emanano l’ottusa soddisfazione del liceale con la maglietta di Che Guevara che squarciagola «trionfi la giustizia proletaria», solo che hanno l’età mia e il mutuo e la babysitter da pagare quando tornano a casa.

A un certo punto c’è un pezzo favoloso in cui la questione «genocidio» viene dibattuta in una riunione milanese, dove uno vestito da milanese e che parla come un milanese dibatte del “brief genocidio”, chiedendosi se stiano ottenendo gli obiettivi aziendali o se si stiano facendo battere dal Ruanda, e oltre a «brief» ci sono altre cento parole in aziendalese, ma neanche questo fa sì che il pubblico in platea sappia distinguere tra oggetto e bersaglio della satira.

È allora che la signora di fianco a me tira fuori dalla sua brava borsetta la sua brava bandiera della Palestina, la dispiega, la solleva sopra la testa. La prima cosa che penso è: ma quella dietro così non vede più niente. La seconda cosa che penso è: guarda, una che pensa che questo pezzo parli di genocidi e non di milanesi. La terza cosa che penso è: tu vai in giro con una bandiera della Palestina in borsa? Ma io voglio conoscerti, io voglio parlarti, io voglio studiarti.

Ma non è la sbandieratrice il primo punto dello spettacolo in cui penso a quella frase di Guccini. Il primo frammento di monologo inizia con una dichiarazione d’intenti poetici, «Io mi chiamo B.», di cui mi chiedo quanti in sala capiscano il riferimento, poi B. passa per la madre che gli chiede come possa andare a Sanremo, «cumu ti ci presenti cu ’sta panza a Sanremo, pari Pavarotti», per il padre che tutta la vita ha votato fiamma tricolore e ora il figlio va da tutti quelli che gli stavano sul cazzo, Fazio, Gramellini, «in una parola: Rai3», per il fisioterapista che gli rimprovera che la sinistra non lotti più contro i ricchi («Mimmo, con tutta la buona volontà: ma come facciamo a lottare contro noi stessi?»); ma la serata esalta il pubblico in sala in misura che per le altre due ore e spicci non è nemmeno paragonabile quando Dario e Simona – madre di sua figlia e corista e tutte cose – duettano dicendosi «Ti amo».

Potrebbe essere la scena d’un reality, cioè dell’unico linguaggio che capisca ormai non solo il pubblico di Sanremo, non solo il pubblico di Angelo Duro, non solo il pubblico di Sal Da Vinci, ma anche e soprattutto il pubblico che si percepisce raffinato venendo a vedere il santino dei cantautori di sinistra.

Più avanti succede un’altra cosa, e io non so se la sbandieratrice alla mia sinistra la sapesse, fosse venuta equipaggiata perché informata su quel preciso pezzo di monologo, potrei restare a domandarglielo ma chi legge questa pagina non si stupirà se dico che l’urgenza di andare a farsi un gin tonic in camerino prevale sempre su quella del giornalismo investigativo.

Succede che Brunori racconta d’un suo spettacolo al quale si svolge la scena che ormai c’è a tutti i concerti, quella che ti garantisce pubblicità gratuita perché fa finire il concerto nelle homepage di tutti i giornali, quella che esalta i giornalisti di spettacoli perché se ci mettiamo di mezzo il tema importante ci strillano l’articolo in prima pagina, il dirottamento preferito dalla fotogenia (vuoi mettere che macchia di colore, quella bandiera) e dai giornalisti che per venire finalmente filati dalla direzione se ne fottono di Mimmo e ti chiedono di Ed Sheeran e di De Gregori.

I capitoli di monologo hanno dei titoli che compaiono nello schermo dietro di lui, quello della scena che conosciamo tutti ma vista dal lato del cantante s’intitola “1 minuto e 20”, Brunori racconta di sé stesso sul palco che vede quello che gli agita la bandiera davanti perché vuole la prenda (neanche dice di che bandiera si tratti, non c’è bisogno: esistono altre bandiere, in questa stagione dell’economia dell’attenzione?). Lo vede e non sa che fare.

Se la prende il pubblico si esalterà, ma mica l’impegno politico può diventare marketing, mica si può perdere il diritto al silenzio, lui è pieno di dubbi e, siccome è uno che sa fare il proprio mestiere, descrive questo sbandieratore nel modo più facilmente credibile, come un ventenne, che «mi sorride come chi non ha nessun dubbio».

Che è una condizione che, nel mondo di prima, affliggeva solo i ventenni, ma la sbandieratrice sessantenne alla mia sinistra sorride come una bambina a Natale, meno male che la bandiera se l’era poggiata in grembo e non l’aveva messa via, così ora può sollevarla certa che Brunori sia con lei, mentre Brunori dice che nella scena che sta raccontando gli danno «un minuto e venti per sciogliere il nodo mediorientale, loro sono ottant’anni che ci lavorano», ma lei sbandiera felice, lei non ha dubbio alcuno che sia lei al concerto di Brunori, lei con un pezzo d’acrilico colorato in borsetta, a poter un domani dire ai nipoti «La pace nel mondo fu merito nostro».

Quando alla fine Brunori racconta che, in quella scena, la bandiera l’ha infine presa, lei – che già della riflessione e dei dubbi e delle considerazioni sul marketing se ne fotteva – si percepisce finalmente vincitrice: sta nella stessa curva di tifoseria di quello sul palco. E – lo so che non mi crederete, e se non fosse successo nella poltrona di fianco non ci crederei neanch’io – poggia un attimo la bandiera e fa il gesto che faceva Alberto Sordi nei “Vitelloni”, e io non so chi stia mandando affanculo, Ed Sheeran, De Gregori, la coscienza tormentata di Brunori, Miss Italia che la pace nel mondo non l’ha ottenuta e lei sì. So però che aveva ragione Guccini quando diceva: in capésen un cazz’.

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La fine degli intellettuali, ma non della citazione colta pronta per Instagram

21 October 2026 at 03:45

Scontri tra manifestanti a Manifestazione contro il caro vita a Milano sabato 17 ottobre 2026. (foto by Stefano Porta/LaPresse) clashes between protesters at Demonstration against the high cost of living in Milan saturday 17 october 2026 (Photo by Stefano Porta/LaPresse)

Anni fa Alessandro Baricco raccontò che, quando aveva una rubrica su Vanity Fair per la quale ogni settimana doveva riempire una pagina di testo, e una pagina di Vanity Fair si riempiva con una sessantina di righe, ogni tanto tentava invano di convincere il direttore che per dire certe cose di righe ne bastavano due, e che quindi la pagina potesse uscire bianca, con sole due righe di testo in cima o in mezzo o in fondo.

Pur non essendoci qui la questione dell’impaginazione cartacea, e notandosi quindi meno la brevità insolita del testo, sono abbastanza certa che il direttore che sovrintende all’Avvelenata obietterebbe anch’egli al mio consegnarne oggi una fatta d’un solo rigo, perché nel sindacato dei direttori di giornale han tutti le stesse fisime.

Prendetevela quindi con le antiquate fissazioni dei direttori di giornale se oggi sarò inutilmente prolissa, ridondante, ripetitiva nelle variazioni che stanno attorno a un solo concetto, concetto che sarebbe potuto stare in un esaustivo rigo, e quel rigo sarebbe stato: mi sembrate tutti scemi.

Mi sembrano scemi quelli che scrivono sui social variazioni sulla rivoluzione che non è un pranzo di gala, come se incendiare cassonetti e spaccare vetrine e autoscattarsi con sfondo di lacrimogeni fossero sinonimi di «presa della Bastiglia», e non di «1, 2, 3, casino», e non di «Sfera che ce lo facciamo un selfie?».

Mi sembrano scemi gli adulti infantili di questo secolo, quelli che vivono coi soldi dei genitori, nelle case comprate loro dai genitori, mandando i figli in scuole e in vacanze pagate dai nonni e, poiché i tempi facili producono individui con infelicità immaginarie, hanno deciso che sì, i loro figli hanno problemi gravissimi, e passano il tempo a cercare di farsi perdonare da loro e dai loro psicanalisti (pagati anch’essi dai nonni) invece di prendersi l’incomodo di fare gli educatori e di mettere in pratica tutto quello su cui teoricamente si sono preparati per fare i genitori: la prima generazione che ha pensato che fare figli fosse una specializzazione alla quale occorresse arrivare preparati è anche la generazione che ha comprato “I no che aiutano a crescere” ma o non l’ha letto o non l’ha capito.

Mi sembra scemo il cantante che cinque anni fa ci diceva che «Vuitton e Prada non contan nada», e oggi ci dice che mettere in vetrina roba che i-nostri-ragazzi non si possono permettere è violenza alla quale si risponde con la violenza (perché è tutto simbolico, e tutto capriccio consumista: gli assalti ai forni erano gesti dimostrativi d’obiezione alla chetogenica, mica fame; però, l’avesse detto in rima, magari m’avrebbe convinta).

Mi sembra scema l’amica editorialista che mi scrive per farmi gli auguri di compleanno e aggiunge che ogni volta che scrivo dei genitori imbecilli dei puccettoni in piazza capisce quant’è imbecille, invia il messaggio e un secondo dopo apre il computer per scrivere il trecentesimo pezzo su quanto hanno ragione i-nostri-ragazzi.

Mi sembrano scemi quelli che si dolgono perché hanno il feticcio dell’oggetto-libro e insomma va bene tutto ma devastare la libreria Feltrinelli no; mi sembrano scemi quelli che hanno Wikipedia epperciò – con quel che costa il wifi mica vorremo non ottimizzare – ci tengono a precisare che Giangiacomo Feltrinelli però morì tentando di fare un attentato; mi sembrano scemi quelli che s’indignano per chi ha complessi di superiorità culturali tali da pensare che la merce libro sia più sacra della merce borsetta; mi sembrano scemi quelli che certo che il libro è un feticcio, io sottolineo solo a matita.

Mi sembra scema la scrittrice sessantenne che mi passa davanti in un pezzettino social mentre dice a una trentenne, a una trentenne che porella provava ad argomentare che i suoi coetanei non hanno avuto le guerre e l’incubo del nucleare e il terrorismo e altre amenità e insomma tanto male non gli è andata, la sessantenne che le spiega perentoria che no, non è vero, la trentenne non lo sa ma i trentenni d’oggi sono i più sfortunati della storia del mondo, perché la sessantenne arrivò a Milano quarant’anni fa e il lavoro te lo tiravano dietro; fingendo di non sapere che è vero che oggi nessuna redazione (parlandone da vive) assumerebbe la lei inutile e miracolata di quarant’anni fa, ma ella avrebbe modo di accendersi la telecamera del telefono in faccia e di diventare comunque una benestante senza qualità – certe opportunità non vengono mai meno, al massimo cambiano veicolo.

Mi sembra scemo lo scrittore della stessa generazione che dice che rubare le borse di lusso saccheggiando negozi del centro in nome del carovita va bene se quella borsa di lusso la regali alla mamma che non se l’è mai potuta permettere facendole così fare il salto di classe previsto dal materialismo storico (ma solo se la mamma è abbastanza in confidenza con le pratiche di questo secolo da rivendere la borsa su Vestiaire e poter infine pagare le bollette: la classe sociale non la fanno gli accessori di pelletteria, la fa l’assenza dei problemi economici di base).

Incidentalmente, sfogliavo per altre ragioni un libro che non c’entra niente, lo scrisse Simone de Beauvoir nel 1970, s’intitolava “La terza età”: impossibile non notare quanto tutto quel che era sensato citare cinquantasei anni fa non sia di nessun aiuto per spiegare l’oggi.

«La società dei consumi, nota Marcuse, ha sostituito alla coscienza infelice una coscienza felice, e disapprova ogni senso di colpa»: Herbert, Simone, non so come dirvelo ma, vista dal 2026, da una società che ostenta con voluttà sensi di colpa, che si fustiga a favor di obiettivo fotografico, che passa il tempo a crogiolarsi in dichiarazioni d’infelicità, sembra la frase d’un romanzo di fantascienza.

Poche pagine più avanti, SdB cita Sigmund Freud e il «triste contrasto tra l’intelligenza raggiante d’un bambino e la debolezza intellettuale d’un adulto medio», e io penso che il più influente intellettuale del Novecento ha descritto un mondo che non esiste più, in cui gli adulti ancora non miravano a regredire fino a essere irresponsabili e coetanei dei figli, epperciò raggianti.

Tutti gli intellettuali che abbiamo come riferimento, tutti quelli che hanno prodotto pensiero e non penzierini, sono gente del Novecento, la cui visione del mondo era la visione d’un altro mondo, le cui categorie analitiche oggi sono utili quanto lo scatolone di cento nastri che ci ha lasciato nostro nonno acciocché la nostra Olivetti avesse sempre inchiostro.

D’altra parte non è che possiamo citare Vittorio Lingiardi o Byung-Chul Han o Roxane Gay o Michela Murgia o uno qualunque dei produttori di biscotti della fortuna nostri coevi.

È andata così, che abbiamo avuto tante fortune che non scambierei con la vita del secolo scorso – l’acqua corrente in casa, gli antidolorifici, l’aria condizionata, supermercati che ci danno accesso a una varietà di cibo che settant’anni fa non era disponibile neanche per i re – ma la sfiga di un mondo senza intellettuali, intesi canettianamente come individui in grado di essere in conversazione col loro tempo e in contrasto col loro tempo.

Abbiamo solo gente che cita compulsivamente pensatori del Novecento per farci sapere che ha studiato molto (ma non abbastanza da capire che quei pensatori parlavano del mondo di prima – compreso Canetti, noteranno i più scafati tra i miei piccoli lettori); e gente che produce libri fatti per prendere i like, like presi per produrre apparizioni retribuite nei festival, apparizioni nei festival fatte per farsi chiedere il selfie alla fine, perché che tu sia intellettuale o Sferaebbasta sempre lo stesso selfie la platea vorrà, per prendere anche lei qualche like dai cognati, per l’economia di risulta di quella valuta che è la fama. Ci sono gli uni, ci sono gli altri, e in mezzo ci siamo noi. Tre categorie accomunate dall’essere inappellabilmente sceme.

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Piperno ha scritto un gran romanzo su Tom Cruise, grazie agli Oasis

20 October 2026 at 03:45

Se io ci sapessi fare, questo articolo comincerebbe così: qualcuno doveva aver calunniato Alessandro Piperno, perché la mattina del 20 maggio 2023 Guia Soncini si svegliò determinata a trattarlo come uno che avesse voglia di far conversazione.

Invece comincia così: ho letto “Gli scherzi della vita” su una carrozza silenzio del Frecciarossa, carrozza dalla quale mi sono quasi fatta cacciare perché ridevo rumorosamente; il Frecciarossa tornava da Torino, compiendo il destino d’un libro che Alessandro Piperno ha chiaramente scritto per farsi perdonare quella conversazione di tre anni e mezzo prima.

“Gli scherzi della vita” è una storia nella quale i semicolti troveranno Kafka, e i normali Renato Pozzetto: alla vigilia di Natale un divo di Hollywood si sveglia nel molle corpo d’un critico d’arte romano, e viceversa. Per un po’ vivono l’uno la vita dell’altro, e poi mica sono così cafona da dirvi come va a finire (ma posso dirvi che a due terzi avevo pronosticato tutt’altra fine da quella che poi è).

Alessandro Piperno dice che l’idea gli è venuta dopo aver visto un’intervista in cui i fratelli Gallagher, che come tutte le persone sensate Piperno reputa i più lucidi pensatori viventi, dicevano un «fuck» ogni due parole, e aver fantasticato di cosa sarebbe successo se anche lui, facendo lezione all’università, si fosse messo a dire questo cazzo di Flaubert e quella cazzo di Bovary e fate una cazzo di tesina.

Tuttavia, per il mio personale fanatismo, “Gli scherzi della vita” è soprattutto una irresistibile caccia al tesoro. L’attore che si scambia il corpo col critico d’arte si chiama di nome Ethan, come l’Ethan Hunt di “Mission: Impossible”, e di cognome Kaffee, come il Daniel Kaffee di “Codice d’onore”. Entrambi, come sanno anche quelli che sono meno fanatici di Tom Cruise di quanto lo siamo Piperno e io, interpretati appunto da Tom.

È solo una frase di Piperno – che non resiste a tratteggiare Ethan come assai più imbecille di Ludovico Spinazzola, il critico, perché è pur sempre un professore di letteratura e nel sottoscala della sua ragione c’è la convinzione assurda ma tenace che chi ha letto tanti libri sia più intelligente di chi si lancia dagli elicotteri – è solo una frase dell’autore, dicevo prima di lanciarmi dall’elicottero d’un inciso nel quale Ethan Kaffee si sarebbe perso, è solo una frase a impedirmi di dire ciò che vorrei dire adesso.

Ciò che vorrei dire adesso è che non può essere un caso se “Gli scherzi della vita” esce quasi in contemporanea a “Digger”, cioè al forse unico clamoroso insuccesso della carriera di Tom Cruise. Al film del quale tutti si domandano se Tom sia impazzito a scegliere di farlo (come se lo domanda lo staff di Kaffee quando quello comincia a mangiare cheeseburger).

Non solo: quasi in contemporanea al film la principale scena del quale è una rielaborazione del monologo che in “Codice d’onore” non era di Cruise ma di Jack Nicholson, il monologo favoloso per il quale Cruise era allora troppo giovane e che ha dovuto aspettare trent’anni per poter interpretare, rivisitato.

E soprattutto: quasi in contemporanea al film – il primo in diciott’anni – in cui Cruise recita dentro un corpo che non è il proprio. La frase di Piperno che mi impedisce di fare questa considerazione è: «Come tutti i poveri di spirito, Ethan Kaffee non credeva nelle coincidenze».

Come tutti gli attori, Tom Cruise ha un repertorio che sfodera durante la promozione dei film. Come tutti gli attori in promozione in questo sfortunato decennio, è andato in un milione di programmi televisivi e di podcast e di sarcazzi, e perciò anche chi è meno studioso del suo repertorio di quanto lo siamo Piperno e io troverà, in alcuni dettagli della vita di Ethan Kaffee, echi delle pochissime caratteristiche note della vita di Cruise passategli sul cellulare mentre spolliciava TikTok invece di lavorare.

Non ricordo chi sia stato a raccontare che, andando a girare in qualche deserto o sull’Himalaya o in qualche altro posto dimenticato dal wifi, aveva detto a Tom Cruise «non ti riconosceranno», e quello aveva risposto con sicumera che certo che avrebbero riconosciuto Tom Cruise, e infatti. Eccolo lì, subito, pagina 15: «Durante una pericolosa spedizione in Mali, un’intera tribù di Tuareg gli aveva chiesto un selfie».

A Natale, Cruise fa arrivare ad amici e conoscenti e collaboratori una torta al cocco pare buonissima, e usata come status symbol: se la ricevi, puoi dire di essere nelle sue grazie. La torta è probabilmente il dettaglio più noto di una vita di paranoica riservatezza: al programma di Jennifer Hudson, lei gliel’ha fatta trovare lì e lui l’ha mangiata con grande soddisfazione. Ed eccola, pagina 42 di “Gli scherzi del destino”: «I selezionati amici che a Natale ricevevano una variopinta torta a strati».

C’è persino “Digger”, nell’agente che si scusa per averlo convinto a girare una serie televisiva in costume d’epoca: «Ho pensato: è vero, a lui piace buttarsi dagli aerei, scalare ghiacciai a mani nude, ma è anche un grande attore. Lo ha dimostrato con Stanley, con Steven, con Quentin» (Piperno ci teneva a non fare proprio esattamente una biografia di Tom Cruise, quindi ha aggiunto alla sua filmografia Tarantino, per confondere le acque).

Poi c’è anche un sacco di altra roba, naturalmente. Il provincialismo e l’egemonia: «Nulla mandava in estasi Sveva e i suoi ospiti abituali come un grande pensatore radicale americano venuto in Europa a parlar male dell’America ufficiale». L’andropausa: «Cosa penserebbe Foucault, sapendo che ti sei scopato mia moglie?». E il fatto che Ludovico Spinazzola (o lo stesso Piperno?) non frequenti abbastanza Instagram: «La cultura è il tallone d’Achille dei ricchi – specie quando la ricchezza è antica» può dirlo solo uno che non vede la voluttà con cui i nuovi ricchi ostentano analfabetismo accendendosi la telecamera del telefono in faccia.

“Gli scherzi della vita” esce oggi, lo pubblica Mondadori, e io sono certa certissima che Alessandro Piperno lo abbia scritto per farsi perdonare di quella mattina di maggio alla quale ripenso da tre anni e mezzo perché «Si dice che il problema degli scemi sia che pensano poco. Ecco, Ludovico era persuaso dell’esatto contrario: il problema degli scemi è che pensano troppo».

Era molto presto al mattino, ci incrociammo nell’ascensore d’un albergo di Torino, io lo costrinsi a non farsi i fatti suoi a colazione ma a dividere con me il tavolo del cappuccino, Piperno mi traumatizzò dicendomi che “Succession” era brutto. Questo libro l’ha scritto per dirmi che va bene, non capisce Logan Roy, ma capisce Maverick Mitchell. Come avrebbe detto quel russo che Spinazzola ha letto e Kaffee no: tutto è perdonato.

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L’unico potere rimasto è insultare chi non rispetta gli impegni di lavoro (e chi non paga)

17 October 2026 at 03:45

Più o meno un anno fa, un conoscente simpatico mi chiede un saggio breve per una rivista che nessuno legge e che non ha soldi per pagarmi. Gli dico di sì perché faccio sempre volentieri beneficenza a istituzioni culturali che non avevano ragione d’esistere neanche nel Novecento, figuriamoci adesso, e perché mi dà come scadenza aprile.

Capiterà anche a voi: vi chiedono una cosa per sei, nove, dodici mesi dopo, e voi dite ma certo, tanto quel giorno non verrà mai, e poi invece quel giorno viene sempre e voi avete accettato di andare a un matrimonio in Sicilia il giorno dopo un impegno non differibile a Londra e dovete fare biglietti assurdi e prendere taxi da trecento sterline alle quattro di mattina per arrivare dove avevate promesso d’essere (è un esempio ovviamente di fantasia, non ripenso affatto piangendo a quelle trecento sterline di taxi ogni giorno prima e dopo i pasti).

Il conoscente mi dice che ad aprile assemblano il numero che uscirà a settembre, e io penso che è una brutta fatica essere un’istituzione culturale squattrinata ma che si ostina a percepirsi prestigiosa e dover usare tipografie che ci mettono cinque mesi a stamparti: mi ricorda quegli aristocratici romani che hanno non so quanti pontefici nell’albero genealogico e d’inverno in casa tengono addosso il cappotto perché non possono permettersi la bolletta del gas.

La prima settimana d’aprile il mio romanzo va in tipografia e, libera da quell’incubo che è la chiusura d’un libro, scrivo subito la mia cosina per la PIC (Prestigiosa Istituzione Culturale): sono una che si bulla d’essere sempre puntuale con le consegne, e non sarà la squattrinatezza della PIC a farmi fare un’eccezione. Mando le mie paginette, poi me ne dimentico. Fino a giugno.

A giugno il conoscente mi scrive: ah poi se hai tempo ricordati di scrivermi quella cosa, e io penso che quindi non ha neanche controllato la mail, cialtrone, ma soprattutto che la scadenza era finta e due mesi dopo sono ancora lì a grattarsi la pancia, tipici cialtroni dell’industria culturale.

Lo insulto con moderazione, lui recupera la mail ormai invecchiata, mi ringrazia non molto cerimoniosamente perché come regola gli esponenti dell’industria culturale sono appunto come gli aristocratici decaduti – più hanno le pezze al culo più cercano di darsi un tono – e io torno a disinteressarmi di quel contributo, do per scontato che esca, me ne disoccupo.

Questa settimana – ottobre, quasi novembre – mi scrive una redattrice che mi dice che devo approvare l’impaginato col mio testo cui hanno fatto delle «piccole correzioni». Penso: ah, che tenera, Carneade della PIC che pensa di poter intervenire su un mio testo. Penso anche: ma quindi non usciva a settembre. Quindi la scadenza era doppiamente falsa.

Le scadenze false, lo dico se per caso siete massaie ricche che non hanno mai avuto un committente, si danno in due casi. Con collaboratori di conclamata cialtroneria, cui sai che chiederai una cosa per le otto e loro alle nove ancora non avranno creato il file in cui scriverla. O in quel caso che in psicologia si chiama «proiezione». Mi hanno dato una scadenza falsa perché sono dei cialtroni, ed essendo dei cialtroni danno per scontato lo siano anche gli altri.

Ora, io non vorrei scrivere dieci volte al mese l’articolo sul fatto che nessuno sa più fare nessun lavoro, e vi giuro che questo non è quel genere d’articolo, perché qui stiamo parlando non di chi sa o non sa fare un lavoro, ma della cattiveria del destino che ogni giorno mi fa pagare il fatto di non essermi accollata un marito e otto figli.

Qual è la caratteristica precipua dei mariti? Quella che si debbano ripeter loro le cose cento volte. Qual è la frase più detta dai mariti? «Adesso lo faccio». Caldaia rotta? Idraulico da chiamare? «Adesso lo faccio», «adesso» come i quattordici «adesso» delle quattordici volte in cui gliel’hai già detto. I figli sono tali e quali. I compiti? «Adesso li faccio».

Come Rossella O’Hara giurava che non avrebbe avuto fame mai più, io ho molto presto giurato che non mi sarei annoiata a ricordare a qualcuno che non mi pagava per fargli da segretaria che c’erano delle cose da fare. E la vita mi ha punito: non vuoi ripetere agli eventuali mariti e figli che devono fare il loro dovere? E io ti circonderò di gente che paghi perché faccia il suo dovere, e alla quale devi ripeterlo lo stesso allo sfinimento, sventolando fatture e bonifici. La tua vita sarà un gigantesco «Questa donna pagata io l’ho», ma nessuno sverrà per l’umiliazione: continueranno allegramente a fottersene.

Ho un’avvocato (è una donna, lo dico perché magari passa di qui Carneade della PIC che gongola «ah, Soncini non sa mettere gli apostrofi, vedi che facevo bene a correggerla», mai sospettando che la lingua italiana sia fatta esattamente così: il femminile del sostantivo lo fa l’apostrofo) che deve presentare una citazione in giudizio per mio conto da quattro anni, quasi cinque. Naturalmente non dice «adesso lo faccio», perché le fatture garantiscono una minuscola variazione, rispetto alla comunione dei beni. La frase del(la) professionista che paghi e ciononostante devi inseguire e supplicare è: stavo proprio per farlo.

Ho un commercialista che ogni anno deve farmi un conteggio a settembre, e ogni anno io lo inseguo da settembre a novembre, in un arco drammaturgico che va dalle richieste in toni normali e civili di quelli che si usano tra adulti, ai solleciti garbati, agli insulti, alle minacce, e la risposta è invariabile: stavo proprio per farlo.

L’anno scorso ho stabilito la regola che, per ogni giorno che mi faceva aspettare una risposta, io avrei tardato una settimana a pagargli la prossima fattura: gliel’ho scritto sentendomi risoluta e perentoria e protagonista del mio tempo e della performance.

Quando qualche mese fa mi ha scritto la segretaria facendomi presente che non avevo pagato la fattura annuale, io mica volevo sembrare una che non paga puntualmente: le ho mandato lo screenshot della minaccia minacciosa dell’anno prima come motivazione del mio ritardo. Lei avrà pensato che ero completamente pazza, perché la storia del cinema ci ha insegnato che noi che abbiamo ragione facciamo sempre la figura delle pazze furiose.

Io non so quando la mia vita ha dirazzato. Ero l’incarnazione di quel verso di Daniele Silvestri: io, fondamentalmente, non ho forse mai aspettato niente. Mi ero costruita un’esistenza a misura di egoismo, a misura di indipendenza, a misura di non dover scendere a compromessi coi caratteri degli altri. Poi chissà cos’è successo, e ora eccomi qui, a cercare invano di farmi richiamare dal commercialista, dall’avvocato, dalla manicure che mi ha dato appuntamento all’ora che preferiva lei e poi non riesce a rispettarlo, dal pastificio che deve dirmi se si degna di mettermi da parte i tortellini da cinquanta euro al chilo.

Poi alla Carneade ho scritto che se aveva quel tono mi riprendevo il mio pezzo e care cose a lei e famiglia, e lei penserà che forse non è stata abbastanza gentile (non lo è stata), che forse non è una buona idea darsi tanto più tono quanto meno ce lo si può permettere (non lo è), che forse bisogna essere servili come Richard Gere chiedeva ai commessi d’essere con Julia Roberts, quando una s’incomoda a regalarti un lavoro (bisogna esserlo). Ma la più impresentabile verità è che, se l’inadeguata rappresentante della PIC fosse stata una che pagavo per essere efficiente, avrei tollerato la sua inefficienza, perché tollerarla sarebbe stato sì stremante, ma comunque meno faticoso che cercare un’altra legale, un altro commercialista, un’altra manicure, un altro pastificio.

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Il teppismo degli adolescenti, e gli adulti che li scusano in nome dell’ennui

16 October 2026 at 03:45

Ad aprile erano quarant’anni da quando, vicino a Milano, morì una neonata che se ne stava nella macchina dei genitori inconsapevoli: passarono sotto a un cavalcavia nel momento in cui qualcuno faceva cadere un masso. A dicembre saranno trent’anni da quando, nello stesso modo, morì una giovane donna, vicino Tortona.

Lo dico non per ipotizzare che ci sia qualcosa di nefasto negli anni che finiscono per sei, ma per ricordare a chi era vivo nel Novecento che «sassi dal cavalcavia» era, un po’ come «stragi del sabato sera», un modo in cui chi allora faceva i giornali cercava di ridurre a formula ricevibile quello che resta uno dei più grandi indicibili: nella società del benessere che ha risolto i problemi che minacciavano la vita, dalla fame alla guerra, i ragazzi spesso si annoiano, e per movimentare la noia fanno, con frequenza superiore a quella per noi accettabile, cose violente, cose stupide, cose pericolose, cose criminali.

La storia dei due ragazzini di Roma che un paio di settimane fa così, perché «ci stavamo annoiando», si sono messi a cercare di far cadere la gente per strada, e uno l’hanno fatto cascare dal monopattino e sbattere la testa e finire in coma, è una storia di quelle per cui i giornali diventano matti, perché è come la fine dell’amore secondo Cocciante: non c’è mai una ragione.

Puoi intervistare tutti gli psicologi, fare tutte le analisi del presente, ricostruire tutti i modi in cui l’infanzia è destino e tutte le altre puttanate consolatorie che ci raccontiamo da quando abbiamo inventato la psiche, ma una logica non c’è. Nella cronaca degli interrogatori che c’era sul Corriere di ieri, a un certo punto gli articolisti scrivevano sconsolati: «Nessuna chat, nessuna sfida social». Potessimo almeno dire che è YouTube che li fomenta, che è TikTok, che è qualche diavoleria della modernità, e invece no, son stronzi e basta.

Un mio conoscente che vive a Parigi è stravolto dal fatto che i suoi figli quest’anno non hanno praticamente ancora frequentato la scuola: la valanga di disastri è partita il 17 settembre da uno sciopero dei docenti a Créteil, alla periferia di Parigi, e da lì è diventata affare di studenti che si annoiano quanto quelli di Roma, ma sono abbastanza furbi da procurarsi una copertura ideologica invece di dichiararlo: danno fuoco alle macchine o peggio mica perché sono teppisti senza costrutto, ma perché vogliono migliori condizioni scolastiche.

Ma certo. D’altra parte ai tempi miei si occupava la scuola per le malefatte della Falcucci, mica perché occupare la scuola significava passare la notte fuori senza dover discutere coi genitori dell’orario di rientro.

Il mio conoscente è stravolto dal fatto che la Francia si stia trasformando in un’americanata, un documentario di Michael Moore (a Marsiglia un quattordicenne ha sparato a prof e preside), ma ancor più, non essendo lui francese, dall’orgoglio francese rispetto alle proteste violente: si percepiscono intenti a prendere la Bastiglia, mica equipaggiati di figli teppisti, dello stesso teppismo annoiato e satollo di tutti gli adolescenti d’occidente.

«Il fine giustifica i mezzi», gongolano adolescenti impuniti a giornalisti che non sono lì per prenderli a coppini e dirgli di andare a studiare, ma per non sembrare insensibili al “disagio giovanile”, questa etichetta da titoli di giornale che è perfetta per il tempo rammollito che viviamo, un tempo in cui i genitori pagano lo psicologo ai figli acciocché essi possano lamentarsi di quanto li vessa una società che non li manda in miniera a otto anni o nei campi a dodici. Subito dopo o subito prima, l’immaginetta dello stesso adolescente che bacia Mélenchon svela che non è uno specifico italiano, quello della situazione grave ma non seria.

Per la gioia dei cronisti, le proteste francesi sono piene di video – certo, non sono quelle che abbiamo imparato a chiamare challenge, cioè dichiarati rilanci a chi la spara più grossa, ma forse è arrivato il momento di capire che la sfida (traduzione di “challenge”) non ha bisogno d’essere dichiarata a parole: quando accendi la telecamera del telefono, sei sempre su un palcoscenico, stai sempre sfidando quello che ha preso più like di te, stai sempre gareggiando per quel buco nero che è l’attenzione, quella droga che non basta mai.

Per la gioia dei sociologi, in uno di questi video i ragazzini rappano una canzone sulla quale ci sarebbero stati duemila editoriali trent’anni fa, quando avevamo deciso che la colpa della violenza giovanile era del rap – a spanne direi: prima di cominciare a dare la colpa ai videogiochi, e subito dopo aver finito di darla al cinema. È una canzone il cui io narrante dice di non aver paura dell’inferno, di essere pronto a prenderli uno per uno mentre si fingono morti, al Bataclan. Per chi non avesse memoria per i nomi, il Bataclan è il teatro di Parigi in cui undici anni fa qualcuno riuscì a salvarsi da una strage fingendosi già morto: probabilmente anche gli attentatori di quella sera si annoiavano.

La canzone che cita il Bataclan dice «nessuno mi può fermare tranne Allah», ma a filmarsi mentre la cantano sono – per complicare la giornata a chi pensa che esistano appartenenze e guerre culturali, e non solo ritornelli svuotati di senso per un po’ d’attenzione che ci distragga dalla noia – ragazze bianche dentro una chiesa. Ideologie senza ideologia: cosa può mai andar storto.

Se i ragazzini di Roma si procurano un’appartenenza, se i loro avvocati sono abbastanza furbi da dichiarare che il loro male di vivere è dovuto alle inadeguatezze della scuola o a quelle della politica, magari persino loro riescono a essere considerati utili per qualcuno in cerca di voti: in Francia non è solo Mélenchon, anche il sindaco di Saint-Denis si è fatto filmare in scene di amicizia (non userò la parola «complicità» perché ho fatto voto di continenza) coi manifestanti.

Al processo per quelli dei sassi dal cavalcavia del 1996, il pubblico ministero disse che gli imputati avevano concepito quel passatempo «per scacciare la noia, non sapendo come trascorrere una serata d’inverno, durante il periodo natalizio».

Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che una lista elettorale consacrata a scusare tutto in nome dell’ennui sarebbe maggioritaria. Poveri ragazzi, è colpa nostra: non li abbiamo intrattenuti abbastanza.

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Paolo Giordano vuole un computer senza Internet, io lo trovo persino poco paranoico

15 October 2026 at 03:45

Il primo paragrafo è per tutti, e fa così: ieri sul Corriere c’era un articolo di Paolo Giordano sulle sue paranoie tecnologiche, sul suo voler comprare un computer airgapped, cioè che non si sia mai connesso alla rete e che perciò nei film comprano i buoni che vogliono tutelarsi da servizi segreti deviati e Mark Zuckerberg assortiti (l’ultima cui l’ho visto fare è la protagonista di “The Social Reckoning”).

Il secondo paragrafo è quello dove una certa categoria di paranoici deve smettere di leggere, e fa così: ho pensato, leggendo Giordano, diverse cose, su cui nel corso della giornata ho cambiato idea, e alla fine ho pensato che, per scrivere quell’articolo, Giordano si era, con metodo Strasberg, trasformato in Jerry Fletcher.

Il terzo paragrafo è quello all’altezza del quale spero che i più giovani, quelli che hanno inventato quell’ubriaco concetto denominato “spoiler”, abbiano già smesso di leggere, perché sto per dire che Jerry Fletcher era il personaggio interpretato da Mel Gibson in un film di ventinove anni fa, e se andate avanti a leggere farò persino la spericolata scelta di svelarvi come andasse a finire un film che avete avuto ventinove anni di tempo per non perdervi.

Ma prima dobbiamo, come sempre, parlare di me. Le mie paranoie sono intermittenti. Ogni volta che apro l’homebanking dalla connessione d’un bar o simili, penso: ecco, ora mi svuotano il conto – però poi lo faccio lo stesso, perché nella mia vita due forze trainanti esistono, ed esse sono la comodità e la pigrizia.

Sì, potrei organizzarmi e fare quel bonifico al sicuro della mia connessione casalinga (Jerry Fletcher direbbe che non è poi tanto sicura, ma Jerry Fletcher vive nel 1997: mai potrebbe concepire che arrivassimo a trasmettere i nostri dati più sensibili usando la connessione di Mario il barista), ma sono qui, sto bevendo il cappuccino, ho un paio di minuti da buttare: vuoi mettere che comodità?

Sulla cloud, sono paranoica da prima di Giordano, che ha smesso di salvare solo ora il suo romanzo che è certo le multinazionali del male vogliano arrubbargli: io non l’ho proprio mai attivata, ma non perché pensi che Sam Altman mi copierà i compiti, per una ragione molto più alla buona. Ho frequentato per un po’ un tizio che passava le nottate a frugare nelle cloud della gente famosa. Senza – è un’aggravante, mica un’attenuante – alcun fine di lucro: solo per farsi i fatti altrui. Se esiste lui, ne esisteranno migliaia di altri (nessuno di noi è un modello unico), e qualcuno potrebbe avere tanto di quel tempo libero da farsi persino i pochissimo interessanti fatti miei.

Giordano dice anche che non manderà il nuovo libro via mail alla sua agente, perché ha deciso che tutto è intercettabile e bisogna tornare al cartaceo. In questo senso l’editoria è paranoica già da un po’: c’è un tizio (non quello che frequentavo io, un altro: ve l’ho detto che non esistono modelli unici) che crea indirizzi mail somiglianti a quelli di chi lavora nell’editoria, e li usa per domandare pdf di libri in uscita. La vanità è il più pericoloso dei peccati, e un domani io potrei credere che Alessandro Baricco mi stesse davvero scrivendo di mandargli per favore subito la mia ultima fatica, e neppure m’insospettirei perché Baricco dice «ultima fatica» come un dottorando qualunque.

Appoggio il ritorno al cartaceo perché crea un valore in termini di deperibilità e di preziosità: che pensiate al manoscritto di Jo March bruciato dalla sorella in “Piccole donne”, o a quello di Kenneth Branagh buttato nel fiume Hudson dalla ex in “Celebrity”, vi sarà chiaro che un’epica del genere non è a nostra disposizione se ci affidiamo ai file condivisi.

Ieri leggevo su People un’intervista di Billy Crystal su quando, l’anno scorso, la zona di Los Angeles in cui viveva ha iniziato ad andare a fuoco. Lui e la moglie sono andati via, e dopo qualche giorno la casa è stata rasa al suolo dagli incendi, ma quel che mi ha colpito è che sono andati via solo coi vestiti che avevano addosso e neanche una valigia, solo gli album di foto. Le foto del matrimonio dei genitori di Crystal, nato nel 1948, mica stanno sulla cloud: te le metti in tasca, e scappi dall’incendio.

Sull’intervento dell’intelligenza artificiale nella posta, poi, sono stata paranoica dal primo giorno: ho subito disattivato tutto. Giordano racconta di non averlo fatto immediatamente per non avere la casella piena di mail non risposte: l’ia gli separava i messaggi promozionali da quelli personali. Ma, benedetto ragazzo, tutto devo spiegarti: servono più caselle, sennò non ti raccapezzi.

In una tutte le mail commerciali: serve per sapere se sei ancora abbonata al tal giornale e quando arriverà il pacco che hai ordinato a Net-à-porter. In una tutte le mail di lungo corso: è quella che hai da quando eri giovane e ti faceva piacere che le case editrici ti mandassero i libri in omaggio, scrivono lì gli uffici stampa e la gente cui prima o poi risponderai. In una i social: le notifiche non servono assolutamente a nulla, vanno lì a morire. E una è quella che usi, dove ti scrivono quelli per cui lavori o i vecchi amici; se qualcuno confinato alle altre caselle osa scriverti lì, viene subito segnalato come spam.

In questo modo, nell’unica casella che tieni sul telefono non hai mai mail non risposte, e l’intelligenza artificiale la disattivi subito da tutto.

Insomma, ho letto Giordano trovandolo non sufficientemente paranoico, almeno rispetto a quanto lo sono io, che ogni settimana scrivo una newsletter e ogni settimana clicco sul tastino che Substack mette a disposizione: quello che verifica quanta parte della newsletter è stata prodotta da un essere umano. Direte voi: l’hai scritta te, saprai bene che l’ha scritta un’umana, o ti percepisci cyborg? Ci clicco perché mi dà moltissima soddisfazione avere reiterate conferme che il mio giro di frase è così imprevedibile da non sembrare artificiale: mica Pangram sa davvero chi ha scritto cosa, sa solo se gli accostamenti tra le parole che gli dai in pasto li ha già visti in giro.

Poi però nel pomeriggio ho letto, in giro per social, le reazioni all’articolo di Giordano, e mi sono ricordata che una volta avevo scritto di non aver mai usato l’intelligenza artificiale (era vero, lo è ancora), e mi aveva risposto gente stranamente aggressiva, accusandomi di sembrare una che diceva di scrivere con la Olivetti, una luddista, una contraria a quegli spot dello shampoo che ti promettono di farti stare dentro al progresso e alla performance.

È sempre interessante capire le proiezioni che fanno sì che la gente si agiti quando qualcuno dice «io faccio così», o persino «secondo me bisogna fare così»: se la prendono per il nostro bene o per il loro? È perché credono davvero che dire che l’intelligenza artificiale non fa bene alla scrittura (un’ovvietà così ovvia che neanche c’è da argomentarla) sia come voler vietare la tv a colori? O è perché scambiano un editoriale per un disegno di legge che vieterà loro di utilizzare l’intelligenza artificiale per sembrare meno scarsi quando scrivono?

Jerry Fletcher è un tassista, versione meno cupa del Travis Bickle di “Taxi Driver”, e a dare il titolo a “Ipotesi di complotto” è la sua newsletter, “Conspiracy Theory”, che è un ciclostilato che nessun Substack gli paga e nessun Pangram controlla sia davvero il frutto della sua follia e non di qualche cervellone elettronico.

“Ipotesi di complotto” è del 1997, e non c’erano cloud da cui sconnettersi per assicurarti che non ti spiassero: quando Jerry, cioè Mel Gibson, piomba nell’ufficio d’un’avvocatessa che lavora per il ministero di Giustizia (Julia Roberts: erano gli anni in cui i film si costruivano attorno al sorrisone di Julia Roberts, che rendeva ricevibili anche le storie più inquietanti) dicendole che ogni volta che c’è un terremoto lo space shuttle si trova in orbita e il presidente si trova in viaggio all’estero, e quindi lui ha capito che la Nasa sta sperimentando i terremoti come arma, sia Julia sia noialtri nella poltrona del cinema stabiliamo che è un picchiatello.

E infatti ha mille sistemi meccanici per controllare che nessuno gli entri in casa, per fare ciò che noi c’illudiamo di fare usando un computer non connesso all’internet (i sistemi meccanici erano più cinematografabili: oggi quella di Jerry Fletcher sarebbe una storia fatta tutta di prendere a ditate schermi, mica di bottiglie di birra in bilico per controllare che nessuno abbia aperto la porta a tua insaputa).

In quel cinema del 1997 mi venne il dubbio d’essere stata anch’io picchiatella, una decina d’anni prima: Mel dice a Julia che Jerry Garcia dei Grateful Dead non è mica morto, è una messinscena, è un agente segreto inglese, e io avevo passato l’adolescenza a leggere libri che dicevano che Jim Morrison aveva finto di morire e viveva a Parigi. Non è che ci credessi davvero, però li compravo.

Solo che, spero che i paranoici dello spoiler a questo punto siano già passati alla lettura dell’oroscopo, Jerry Fletcher aveva ragione. C’era in effetti un complotto per non farlo parlare, un complotto per non far sapere a Julia Roberts il terribile segreto riguardante la morte del padre, c’erano molti complotti e, come le aveva spiegato lui che era lucido nel suo picchiatellismo, «una buona cospirazione è una cospirazione che non potrai mai provare».

E quindi, se ieri gli amici di Paolo Giordano si sono telefonati per dirsi poverino, mica pensavo stesse così male, a me viene il sospetto che abbia ragione: forse Anthropic sta davvero leggendo tutti i miei appunti, e presto Pangram mi dirà che la mia prosa gli ricorda roba già letta, e sarà allora che saprò che è tutto finito.

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“Digger”, e i film delle sei tornati a farci bisticciare, come “Temptation Island”

13 October 2026 at 03:45

Il declino dell’abitudine di andare al cinema sembrava irreversibile, poi sono arrivati Digger con Tom Cruise, “The Social Reckoning” e persino ”L’Odissea” a dimostrare che era solo perché non c’era nulla di interessante da vedere, per poi discuterci su

La regola l’ha codificata Anthony Lane, critico cinematografico del New Yorker, scrivendo un ritratto di Michael Haneke a settembre del 2009, e l’ha usata per spiegare “Il nastro bianco”, che allora era già passato a Cannes ma non era ancora uscito nei cinema americani.

Come regola generale, scriveva Lane, il cinema si divide in film delle sei e film delle nove, e la maggior parte appartiene all’insieme “film delle nove”. «Torni a casa dal lavoro, mangi qualcosa al volo, vai al cinema, e ti godi lo spettacolo». E dopo, che è il dettaglio che fa la differenza, vai a dormire.

Dopo i film che ha senso vedere alle sei, no. Servono una prenotazione al ristorante e gli amici giusti. «Ne avrai bisogno perché, se tutto va secondo i piani, passerai la seconda metà della serata a ribaltare il film, il suo impatto e il suo senso, da un lato e dall’altro».

Prima di arrivare a dire che “Il nastro bianco” era un film delle sei, Lane ci forniva la sua tassonomia. «”Persona” è un film da sei di pomeriggio, anche se poi al ristorante non avrete fame. Lo è anche “Il cacciatore”, mentre “Platoon”, per quanto rumoroso e furibondo, va benissimo alle nove».

C’è anche, in quella paginetta di Lane, una tassonomia del ceto medio complessato, anche se lui non lo chiama così, e anche se caratteristica precipua del ceto medio complessato e dei suoi film è non ritenersi tali. «A voce alta” è un film da nove di sera che pensa d’essere un film da sei di pomeriggio. “Ricomincio da capo” è il contrario». (“A voce alta” è quello in cui Kate Winslet è una nazista analfabeta, “Ricomincio da capo” è quello in cui Bill Murray si risveglia sempre nella stessa giornata).

Penso alla tassonomia di Lane da dieci giorni, cioè da quando ho iniziato a ricevere telefonate solo di sera, da gente che era uscita da “Digger”. Tra le persone con cui parlo abitualmente, ce ne sono solo due che in questi dieci giorni non mi hanno chiamata per parlare di “Digger”, ed è perché sono due persone che non vanno al cinema. Era dal 2010 che, della gente che non va al cinema, non pensavo: poverini.

Non andare al cinema è una cosa abbastanza normale, ormai, talmente normale che non abbiamo più gli anticorpi per quei piccoli inconvenienti di quando non vedi il film a casa tua. Domenica mattina sono andata a rivedere “Digger”, e il cinema era abbastanza pieno, e un po’ di gente è entrata in ritardo e invece di vergognarsi della propria maleducazione e sedersi dove capitava ha indugiato con la torcia del telefono accesa a cercare proprio il posto che aveva prenotato, facendo anche alzare gente già seduta, per disturbare meglio.

Succede ogni volta, e io ogni volta li insulto profusamente – disturbando la sala almeno quanto loro – e ogni volta mi chiedo se sia stato sempre così o se, quando andare al cinema era una cosa normale, mi sembrasse anche più normale che gli esseri umani fossero imperfetti. Così come, ogni volta che esco da un film bruttino furibonda del suo permettersi d’essere bruttino quando io ho fatto l’immane fatica d’andare fino al cinema, mi domando se fossi più tollerante dei film inutili quando andare al cinema era abituale come andare al bar.

Giovedì sono andata a vedere “The Social Reckoning”, e prima del film c’erano alcuni trailer di film italiani così orrendi ma così orrendi che mi sono detta sì va bene, le maestranze vanno fatte lavorare, due spicci in cultura è giusto continuare a investirli per non ritrovarci con ex truccatori e attrezzisti che fanno i fattorini di Glovo, però come si può pensare che uno, per vedere questa roba, cerchi una babysitter, prenda la macchina, vada al cinema, cerchi parcheggio, spenda dei soldi in più oltre a quelli che ogni mesi butta in abbonamenti alle piattaforme?

È chiaro che è ormai un’impresa eroica, e tu in cambio dell’impresa eroica non puoi darmi Filippo Timi che fa Gino Cecchettin (è ovviamente l’esempio sbagliato, quel film nello specifico incasserà tantissimo, perché andandoci dici al mondo che sei una persona perbene e vai vedere un film delle nove che pensa d’essere un film delle sei: sarà il nuovo “Naza”).

Tuttavia, “Digger” arriva in un anno in cui non è l’unica eccezione. Persino di “The Social Reckoning”, per quanto non piaccia a nessuno, ci sono cose da dire (io e uno dei miei Luminari Culturali di riferimento non riusciamo a convenire sulla ragione della sbagliatezza di Jeremy Strong: per lui è un limite di scrittura, per me della sua faccia). Quest’estate ho discusso parecchio persino dell’“Odissea”, quel film in cui Ulisse è un reduce del Vietnam e Calipso è la sua insegnante di yoga.

È iniziata un anno fa, quando abbiamo cominciato a discutere di “Una battaglia dopo l’altra”, che ho dovuto rivedere per sapere come cominciasse perché la prima volta al cinema entrava la gente in ritardo e mi distraevo a redarguirli.

Fanno, in un anno, quattro film da sei di pomeriggio, dopo non so quanti anni in cui si discuteva di Sanremo e di “Temptation Island”, ma se andavi al cinema eri uno strano che parlava di cose che capiva solo lui, un po’ come se avessi avuto l’hobby della filatelia. Qualche tempo fa su TikTok ho visto una ventenne che diceva che lei era cresciuta in una famiglia povera e lo capiva dal fatto che tutti andavano al cinema ma lei no. Ma sei cresciuta negli anni dello streaming: chi è che andava al cinema?

Pensavo fosse ormai irreversibile, del cinema parlavamo noialtri vegliardi cresciuti negli anni in cui davvero ci si andava, e qualche ragazzina con desiderio mimetico che giurava che quando era piccola tutti andassero al cinema. Al presente, nessuno. Pensavo c’entrasse la comodità del vedere le cose a casa, i prezzi dei biglietti in un paese con gli stipendi fermi alla lira, il fatto che le idee fossero finite e lo star system pure. E invece era che non c’erano abbastanza film da sei di pomeriggio.

Che, dopo, ti facessero venir voglia di bisticciare con lo stesso impeto con cui alzavi la voce per capire se avesse più torto Oronzo o Valentina (“Temptation” 2018), o se fosse meno peggio il vestito di Bianca Balti o quello di Miriam Leone (Sanremo 2025).

Poi è arrivata la stagione cinematografica 2025/2026, e ci siamo ritrovati a discutere di quanto fossero imbecilli quelli che, di “Una battaglia dopo l’altra”, notavano l’inseguimento sulle dune, stretti parenti di quelli che pensavano che Alessia (“Temptation” 2024) facesse bene a riprendersi Lino; di quanto non capissero niente gli adattatori di “Digger”, quelli che avevano trasformato il dualismo tra «essere vivi» e «vivere» in un’alternanza tra «vivere» e «sopravvivere» che sarebbe potuta essere un tatuaggio di Giovanni (“Temptation” 2026); e persino di quanto fosse liberatoria l’ultima mezz’ora dell’“Odissea”, quella in cui finalmente Matt Damon diventa Bruce Willis e mena tutti: era da quando Amadeus finalmente chiudeva il televoto alle due e mezza di notte, che non provavamo un tale sollievo. Solo che, al cinema, puoi provarlo prima di cena, e andare a dormire a un’ora decente.

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Il Nobel a Anne Carson, e la voragine di senso del ridicolo

10 October 2026 at 03:45

Canadian poet Anne Carson, winner of the 2026 Nobel Prize in Literature, performs her work "Antigonick" at the Moderna Museet art gallery in Stockholm, Sweden, Aug. 5, 2025. (Pontus Lundahl/TT News Agency via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Mi pare che a questo punto si tratti di una regola, la chiameremo: il rituale della sospensione del senso del ridicolo negli anni pari. È una variazione impercettibile nelle decisioni, ma tragicomica nelle conseguenze, e riguarda una cosa di cui a nessuna persona normale importa niente: il Nobel per la Letteratura.

Il primo Nobel per la Letteratura è del 1901. Virginia Woolf e James Joyce avevano diciannove anni, Marcel Proust ne aveva trenta. Nessuno dei tre lo prese mai. Ernest Hemingway di anni ne aveva due, e il Nobel l’avrebbe preso a cinquantacinque, costituendo una luminosa eccezione.

C’è ogni tanto, nella storia dei Nobel per la Letteratura, qualcuno che esiste nell’unico modo in cui la letteratura esiste: essendo capace d’insegnare qualcosa ai futuri scolari, ma anche avendo dei lettori che la leggono per diletto. Se si dà una sola delle due condizioni, l’opera è trascurabile.

Ogni tanto arrivano Hemingway, o Pirandello, o Toni Morrison, o Gabriel García Márquez, e soddisfano entrambe le condizioni – ma sono pochissimi. Poi certo, i fissati coi premi non si capacitano che Philip Roth non l’abbia preso, e forse anche lui non si dava pace, ma spero più che per la gloria per i soldi (il Nobel mica è lo Strega: è il milione di Bonaventura, però di euro).

Roth sarebbe stato un Hemingway: uno che ti pare ovvio vinca il Nobel, ma anche uno di cui, se non sei gravemente analfabeta, qualche libro l’hai letto. Sarebbe quindi stato una minoranza, anche prima del rituale degli anni pari.

Il rituale degli anni pari è uno dei favolosi lasciti di quell’amnistia delle scarse che è stato il MeToo. Nel 2018 il Nobel per la Letteratura non viene assegnato, c’erano state delle accuse dentro l’organizzazione (vuoi che non ci fosse almeno un maniaco sessuale anche lì) e si rimandò al 2019 quando ne furono assegnati due.

Questo condusse al mio tweet preferito in vent’anni di quel derelitto social network. Quando nel 2019 annunciarono che il Nobel per il 2018 sarebbe stato retroattivamente assegnato a Olga Tokarczuk, e quello per il 2019 a Peter Handke, una intellettuale locale sbuffò che era il solito maschilismo: proprio non ce la facevano a darlo solo a una donna.

Da allora la regola non ha mai sbagliato: non importa che i libri li conosca qualcuno, che abbiano lasciato un segno nella storia della letteratura, che valgano qualcosa. Anzi, se non li conosce nessuno meglio: non ci piace interrompere la tradizione di «XY ha vinto il Nobel per la Letteratura» «E chi è?». L’unica cosa importante è: gli anni pari premiamo una donna.

Ora, c’è qualche nome di cui ogni tanto i Luminari Culturali sospirano che certo, dovrebbe ottenere il Nobel – Margaret Atwood, Don DeLillo – ma siamo seri: li davano a gente irrilevante negli anni in cui la letteratura esisteva, possiamo pretendere che trovino dei Venerati Maestri da premiare ora che i Venerati Maestri si sono estinti?

In questo contesto c’è il problema degli anni pari. Che sono uguali a tutti gli altri – premiano gente che non abbiamo mai letto in vita nostra – ma risvegliano le già amnistiate scarse, che ovviamente più sono scarse più si percepiscono geni incompresi, più sono scarse più ritengono che il mondo non le omaggi come meritano, più sono scarse più è colpa del patriarcato, più sono scarse più sono convinte che se fossero uomini loro sarebbe il regno e loro la potenza e la gloria nei secoli, più sono scarse più sono in cerca d’improbabili rivalse. Negli anni pari, dalla Tokarczuk in poi, ha sempre vinto una donna, e ogni volta sembrava il finale del film della Cortellesi, però con conquiste immaginarie e telecamere del telefono accese in faccia.

Non ha fatto eccezione la reazione al Nobel a Anne Carson, che sono tutte corse a scaricare su Kindle per dichiararla poetessa preferita da sempre, postando pagine che sono poesie come io sono étoile della Scala: quello che con carità interpretativa si definisce «verso libero» e che significa che sei troppo scarsa per riuscire a seguire la metrica e a fare rima, ma vuoi fare la poetessa lo stesso. I versi liberi sono un piano didattico personalizzato, quello che tocca approntare per i figli non sveglissimi d’una società in cui nessuno è scemo, ognuno è genio a modo suo.

Le poesie di Anne Carson fanno sembrare Brunello Robertetti una Marianne Moore. Brunello Robertetti è la parodia di poeta immaginata da Corrado Guzzanti – il quale, incidentalmente, meriterebbe il Nobel per la Letteratura assai più di DeLillo; Marianne Moore è una poetessa gigantesca che l’accademia della prima metà del Novecento riteneva «troppo sofisticata» – incidentalmente, un’altra che il Nobel non l’ha preso e se lo sarebbe meritato assai più di quelle del successivo welfare degli anni pari. 

Certo che è pieno di maschi che, ci fossimo prese il disturbo di leggerli prima o dopo il bonifico da un milione, ci sarebbero risultati altrettanto scarsi, ma il fatto è che sono appunto maschi: rappresentano solo loro stessi. Se vince una donna quella non può essere scarsa, quella vince a nome di tua nonna che andò a lavorare a undici anni mentre i fratelli si laureavano, a nome della tua bisnonna che non aveva diritto di voto, se vince una donna vinco un po’ anch’io, e non posso dire che io sono scarsa, anche perché l’autocritica è un privilegio maschile: a una donna che non si percepisca meritevole del Nobel si precipiteranno tutti a dire che deve volersi più bene.

Ma la voragine più voragine di senso del ridicolo è colpa di quei sadici del New Yorker, che avevano un video del 2024, di Anne Carson intervistata ai National Books Awards, e naturalmente l’hanno pubblicato. E la povera intervistatrice chiedeva a Carson un libro dell’ultimo anno che consigliasse, e lei, come una supplente di lettere del Parini, diceva che lei mica legge i libri nuovi.

Che va benissimo, neanch’io leggo i libri nuovi, aderiamo tutti alla regola di Martin Amis (e di molti altri) che la letteratura debba superare l’esame del tempo, ma a dirlo sei subito ceto medio complessato che si percepisce colto perché legge i classici. Non ho niente contro il ceto medio complessato, ho tante amiche ceto medio complessato, e si sono tutte precipitate a ripostare sdilinquendosi d’ammirazione Anne che si copriva di ridicolo dicendo che i libri che legge lei sono tutti del 500 avanti Cristo, invero un’epoca editorialmente ricchissima.

Quando la poracrista del New Yorker le chiedeva un titolo specifico, un bel tascabile con un blurb di Eschilo, cosa diceva Anne? Dai che indovinate. Ma certo, Omero. Con Omero non sbagli mai, anche se certo, ora piace a troppi, questo Christopher Nolan ha sputtanato il sofisticato consumo culturale di noialtre cresciute a “Pollon”, ma l’intervista è del 2024: oggi Anne non darebbe mai quella risposta per paura di sembrare connivente con un percepito non sufficientemente alto (in “Digger” c’è un dialogo in cui uno dice che la percezione è realtà e l’altro risponde che la percezione è solo percezione, e io mi sento solissima nella seconda posizione).

Pensavamo che sotto Annie Ernaux, Nobel nel 2022 coi suoi penzierini da diario delle medie, non si potesse scendere, e invece infinita è la capacità dell’industria culturale di andare incontro a un pubblico sempre più determinato a percepirsi colto senza sforzarsi, sempre più determinato a specchiarsi in totem che non lo complessino: se il Nobel l’ha preso questa, diamine, io almeno un Bagutta me lo merito.

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