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Il Nobel a Anne Carson, e la voragine di senso del ridicolo

10 October 2026 at 03:45

Canadian poet Anne Carson, winner of the 2026 Nobel Prize in Literature, performs her work "Antigonick" at the Moderna Museet art gallery in Stockholm, Sweden, Aug. 5, 2025. (Pontus Lundahl/TT News Agency via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Mi pare che a questo punto si tratti di una regola, la chiameremo: il rituale della sospensione del senso del ridicolo negli anni pari. È una variazione impercettibile nelle decisioni, ma tragicomica nelle conseguenze, e riguarda una cosa di cui a nessuna persona normale importa niente: il Nobel per la Letteratura.

Il primo Nobel per la Letteratura è del 1901. Virginia Woolf e James Joyce avevano diciannove anni, Marcel Proust ne aveva trenta. Nessuno dei tre lo prese mai. Ernest Hemingway di anni ne aveva due, e il Nobel l’avrebbe preso a cinquantacinque, costituendo una luminosa eccezione.

C’è ogni tanto, nella storia dei Nobel per la Letteratura, qualcuno che esiste nell’unico modo in cui la letteratura esiste: essendo capace d’insegnare qualcosa ai futuri scolari, ma anche avendo dei lettori che la leggono per diletto. Se si dà una sola delle due condizioni, l’opera è trascurabile.

Ogni tanto arrivano Hemingway, o Pirandello, o Toni Morrison, o Gabriel García Márquez, e soddisfano entrambe le condizioni – ma sono pochissimi. Poi certo, i fissati coi premi non si capacitano che Philip Roth non l’abbia preso, e forse anche lui non si dava pace, ma spero più che per la gloria per i soldi (il Nobel mica è lo Strega: è il milione di Bonaventura, però di euro).

Roth sarebbe stato un Hemingway: uno che ti pare ovvio vinca il Nobel, ma anche uno di cui, se non sei gravemente analfabeta, qualche libro l’hai letto. Sarebbe quindi stato una minoranza, anche prima del rituale degli anni pari.

Il rituale degli anni pari è uno dei favolosi lasciti di quell’amnistia delle scarse che è stato il MeToo. Nel 2018 il Nobel per la Letteratura non viene assegnato, c’erano state delle accuse dentro l’organizzazione (vuoi che non ci fosse almeno un maniaco sessuale anche lì) e si rimandò al 2019 quando ne furono assegnati due.

Questo condusse al mio tweet preferito in vent’anni di quel derelitto social network. Quando nel 2019 annunciarono che il Nobel per il 2018 sarebbe stato retroattivamente assegnato a Olga Tokarczuk, e quello per il 2019 a Peter Handke, una intellettuale locale sbuffò che era il solito maschilismo: proprio non ce la facevano a darlo solo a una donna.

Da allora la regola non ha mai sbagliato: non importa che i libri li conosca qualcuno, che abbiano lasciato un segno nella storia della letteratura, che valgano qualcosa. Anzi, se non li conosce nessuno meglio: non ci piace interrompere la tradizione di «XY ha vinto il Nobel per la Letteratura» «E chi è?». L’unica cosa importante è: gli anni pari premiamo una donna.

Ora, c’è qualche nome di cui ogni tanto i Luminari Culturali sospirano che certo, dovrebbe ottenere il Nobel – Margaret Atwood, Don DeLillo – ma siamo seri: li davano a gente irrilevante negli anni in cui la letteratura esisteva, possiamo pretendere che trovino dei Venerati Maestri da premiare ora che i Venerati Maestri si sono estinti?

In questo contesto c’è il problema degli anni pari. Che sono uguali a tutti gli altri – premiano gente che non abbiamo mai letto in vita nostra – ma risvegliano le già amnistiate scarse, che ovviamente più sono scarse più si percepiscono geni incompresi, più sono scarse più ritengono che il mondo non le omaggi come meritano, più sono scarse più è colpa del patriarcato, più sono scarse più sono convinte che se fossero uomini loro sarebbe il regno e loro la potenza e la gloria nei secoli, più sono scarse più sono in cerca d’improbabili rivalse. Negli anni pari, dalla Tokarczuk in poi, ha sempre vinto una donna, e ogni volta sembrava il finale del film della Cortellesi, però con conquiste immaginarie e telecamere del telefono accese in faccia.

Non ha fatto eccezione la reazione al Nobel a Anne Carson, che sono tutte corse a scaricare su Kindle per dichiararla poetessa preferita da sempre, postando pagine che sono poesie come io sono étoile della Scala: quello che con carità interpretativa si definisce «verso libero» e che significa che sei troppo scarsa per riuscire a seguire la metrica e a fare rima, ma vuoi fare la poetessa lo stesso. I versi liberi sono un piano didattico personalizzato, quello che tocca approntare per i figli non sveglissimi d’una società in cui nessuno è scemo, ognuno è genio a modo suo.

Le poesie di Anne Carson fanno sembrare Brunello Robertetti una Marianne Moore. Brunello Robertetti è la parodia di poeta immaginata da Corrado Guzzanti – il quale, incidentalmente, meriterebbe il Nobel per la Letteratura assai più di DeLillo; Marianne Moore è una poetessa gigantesca che l’accademia della prima metà del Novecento riteneva «troppo sofisticata» – incidentalmente, un’altra che il Nobel non l’ha preso e se lo sarebbe meritato assai più di quelle del successivo welfare degli anni pari. 

Certo che è pieno di maschi che, ci fossimo prese il disturbo di leggerli prima o dopo il bonifico da un milione, ci sarebbero risultati altrettanto scarsi, ma il fatto è che sono appunto maschi: rappresentano solo loro stessi. Se vince una donna quella non può essere scarsa, quella vince a nome di tua nonna che andò a lavorare a undici anni mentre i fratelli si laureavano, a nome della tua bisnonna che non aveva diritto di voto, se vince una donna vinco un po’ anch’io, e non posso dire che io sono scarsa, anche perché l’autocritica è un privilegio maschile: a una donna che non si percepisca meritevole del Nobel si precipiteranno tutti a dire che deve volersi più bene.

Ma la voragine più voragine di senso del ridicolo è colpa di quei sadici del New Yorker, che avevano un video del 2024, di Anne Carson intervistata ai National Books Awards, e naturalmente l’hanno pubblicato. E la povera intervistatrice chiedeva a Carson un libro dell’ultimo anno che consigliasse, e lei, come una supplente di lettere del Parini, diceva che lei mica legge i libri nuovi.

Che va benissimo, neanch’io leggo i libri nuovi, aderiamo tutti alla regola di Martin Amis (e di molti altri) che la letteratura debba superare l’esame del tempo, ma a dirlo sei subito ceto medio complessato che si percepisce colto perché legge i classici. Non ho niente contro il ceto medio complessato, ho tante amiche ceto medio complessato, e si sono tutte precipitate a ripostare sdilinquendosi d’ammirazione Anne che si copriva di ridicolo dicendo che i libri che legge lei sono tutti del 500 avanti Cristo, invero un’epoca editorialmente ricchissima.

Quando la poracrista del New Yorker le chiedeva un titolo specifico, un bel tascabile con un blurb di Eschilo, cosa diceva Anne? Dai che indovinate. Ma certo, Omero. Con Omero non sbagli mai, anche se certo, ora piace a troppi, questo Christopher Nolan ha sputtanato il sofisticato consumo culturale di noialtre cresciute a “Pollon”, ma l’intervista è del 2024: oggi Anne non darebbe mai quella risposta per paura di sembrare connivente con un percepito non sufficientemente alto (in “Digger” c’è un dialogo in cui uno dice che la percezione è realtà e l’altro risponde che la percezione è solo percezione, e io mi sento solissima nella seconda posizione).

Pensavamo che sotto Annie Ernaux, Nobel nel 2022 coi suoi penzierini da diario delle medie, non si potesse scendere, e invece infinita è la capacità dell’industria culturale di andare incontro a un pubblico sempre più determinato a percepirsi colto senza sforzarsi, sempre più determinato a specchiarsi in totem che non lo complessino: se il Nobel l’ha preso questa, diamine, io almeno un Bagutta me lo merito.

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