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Italia e Spagna sospendono i controlli alle frontiere dopo le tensioni per i fatti di Ceuta

22 October 2026 at 11:15

Finirà, dopo quasi tre mesi, lo scontro diplomatico tra Italia e Spagna iniziato il 1 agosto scorso con la decisione del governo Meloni di sospendere gli accordi di Schengen con la Spagna ripristinando i controlli alle frontiere in risposta al massiccio afflusso di migranti irregolari nell’exclave nordafricana di Ceuta. Al termine di una telefonata tra i ministri dell’Interno dei due Paesi, Matteo Piantedosi e Fernando Grande-Marlaska, che segue l’incontro tra Giorgia Meloni e Pedro Sanchez all’ultimo Consiglio europeo, i due esponenti hanno concordato di mettere fine alle ritorsioni reciproche e di riaprire le frontiere insieme a un potenziamento dello scambio informativo per garantire la piena sicurezza dello spazio comune.

“Il governo spagnolo ha deciso di non prorogare i controlli alle frontiere ripristinati lo scorso mese di agosto per i voli e i collegamenti marittimi provenienti dall’Italia, Paese che anche porrà fine ai suoi”, ha comunicato il ministero dell’Interno iberico in una nota. L’ultima proroga decisa da Madrid scadeva il 22 ottobre e, quindi, è da considerarsi non più in vigore. Così come quella italiana, dato che Roma lo scorso 16 ottobre aveva deciso di prorogare le restrizioni.

La possibilità, come detto, era stata discussa a Bruxelles dalla presidente del Consiglio e dal presidente del governo spagnolo. Prevedeva, da parte dei ministri dell’Interno dei due Paesi, la valutazione di strumenti alternativi di collaborazione in materia di sicurezza e gestione dei flussi migratori alle frontiere.

La crisi era esplosa tra il 30 e il 31 luglio, quando fra le 70mila e le 80mila persone erano entrate a Ceuta. Il primo agosto Roma aveva ripristinati i controlli temporanei sui passeggeri provenienti dalla Spagna invocando i rischi per la sicurezza interna e possibili infiltrazioni terroristiche. Madrid aveva risposto l’8 agosto con verifiche analoghe sui viaggiatori in arrivo dall’Italia, motivandole con la pressione migratoria che interessa il Paese.

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L’Ue assegna il premio Caruana Galizia a un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani nell’accordo Italia-Albania. Ma l’Europa lo considera un modello

22 October 2026 at 07:25

L’assegnazione del Premio giornalistico Daphne Caruana Galizia 2026, in memoria della reporter maltese uccisa per i suoi lavori contro la corruzione, dimostra come, a volte, il destino sia in effetti un cinico baro. Perché il riconoscimento, istituito dal Parlamento europeo, è andato al giornalista italiano Giacomo Zandonini e alla collega olandese Maite Vermeulen per un’inchiesta pubblicata sulla piattaforma giornalistica De Correspondent. L’anomalia, però, sta nel tema trattato dal lavoro vincitore che ha come titolo Rinchiudere i migranti in una gabbia in Albania: l’Italia lo fa, i Paesi Bassi lo vogliono. Un prodotto giornalistico che è allo stesso tempo un atto d’accusa contro la volontà di sempre più Stati membri dell’Ue di rinchiudere i migranti in centri fuori dai propri confini. Un modello che lo stesso Parlamento europeo ha sposato de facto votando a favore dell’ultimo Regolamento Ue sui rimpatri.

Così, la cerimonia che si è tenuta nella sala stampa “Daphne Caruana Galizia” del Parlamento europeo a Strasburgo è diventata l’occasione per mettere l’operato delle istituzioni sotto esame fin dentro la loro ‘casa’. Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni della presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, pubblicate sul sito dell’Eurocamera e tutte incentrate sulla necessità di difendere la libertà di stampa, ben attenta a non entrare nel merito del lavoro premiato.

A farlo ci hanno pensato gli autori dell’inchiesta che alla stampa hanno dichiarato come la diffusione degli accordi con Paesi terzi per trasferire migranti comporti “rischi per i diritti umani, costi elevati e pochi risultati“: “È diventata quasi una prassi, tra i governi europei, cercare di creare strutture di questo tipo in Paesi terzi – ha dichiarato Vermeulen ricordando che anche il governo olandese sta trattando con il Rwanda – Spero davvero che questo premio e la nostra inchiesta possano servire da monito per i governi europei che stanno accelerando la stipula di tali accordi, mostrando cosa comportino concretamente. Non ho mai visto un accordo con un Paese extra-Ue in cui i diritti umani siano stati adeguatamente tutelati. Peraltro, si tratta di soluzioni estremamente costose che, alla fine, non risolvono nulla“.

Chissà cosa penserà Metsola di queste dichiarazioni, dato che la Plenaria ha approvato, il 17 giugno scorso, il nuovo Regolamento Ue sui rimpatri. Al suo interno, tra le altre cose, si legge che sarà possibile “l’allontanamento verso territori extra-UE, inclusi i cosiddetti ‘centri di rimpatrio‘, possibile sulla base di un accordo”. In poche parole, il Protocollo Italia-Albania oggetto dell’inchiesta è già da mesi un modello di riferimento per le istituzioni Ue e per tutti gli Stati membri.

A premiare il lavoro dei due reporter è stata una giuria indipendente, composta da giornalisti provenienti da tutti i Paesi europei, che ha selezionato dieci finalisti tra le 344 candidature pervenute prima di decretare il vincitore. L’inchiesta è stata pubblicata a gennaio, frutto di un lavoro di ricerca durato quasi due anni. Il focus del lavoro, ha poi spiegato Zandonini, era quello di rendere comprensibile il reale funzionamento dell’accordo Albania-Italia, mostrandone così le criticità, e questo ha richiesto l’analisi di numerosi documenti ufficiali. A questo punto è emersa la scarsa trasparenza delle istituzioni nei confronti della stampa: “Lo scoglio più grande è stato accedere alle informazioni”, confessa, dato che le richieste presentate al governo, al ministero dell’Interno e alle prefetture hanno ottenuto pochi riscontri. Dai Paesi Bassi sono arrivati 70 documenti, tra cui email su incontri, valutazioni e scambi relativi all’intesa tra Italia e Albania. “Dal punto di vista italiano c’è stata paradossalmente molta meno trasparenza, sia sui dati finanziari sia sulle condizioni e il numero e le situazioni delle persone trattenute nei centri”, continua. I giornalisti non hanno ottenuto l’autorizzazione a entrare nei centri e i governi italiano e albanese hanno anche rifiutato di rilasciare dichiarazioni o commentare i dati raccolti. Un modus operandi che, però, l’Ue ha deciso di elevare a modello.

X: @GianniRosini

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A Trieste la Questura impone il “timer” all’assistenza ai migranti. Le associazioni: “Si vieta di aiutare chi ha fame per non disturbare l’aperitivo”

20 October 2026 at 14:35

Assistenza ai profughi con il timer. Fasce orarie, limitazioni e richieste di permessi settimanali per accogliere gli stranieri affamati e bisognosi di cure. Da alcuni giorni Trieste si trova al centro di uno scontro consumato sulla pelle dei migranti della rotta balcanica. Da una parte le disposizioni imposte dalla Questura, con le reazioni favorevoli del centrodestra, a cominciare dal governatore leghista Massimiliano Fedriga. Dall’altra la rete di solidarietà che fa riferimento a Linea d’Ombra e Fornelli Resistenti, impegnata da sette anni in un’attività quotidiana di accoglienza, che ha portato nel capoluogo associazioni e volontari da tutta Italia.

Lo stop è stato imposto da un’ordinanza del questore Lilia Fredella per limitare la presenza in piazza nei giorni del fine settimana. La motivazione? “Prevenire ogni eventuale turbativa delle attività di socialità, intrattenimento, svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche che interessano capillarmente questo centro cittadino”. La replica è venuta da Lorena Fornasir, presidente di Linea d’ombra e animatrice con il marito del servizio gratuito, che da alcuni mesi è stato costretto a chiedere permessi settimanali per consentire la presenza nelle strade. “Adesso siamo andati oltre. L’ordinanza si preoccupa degli svaghi della gente, della vita falsa e non di quella vera, di chi arriva dalla rotta balcanica infreddolito, denutrito, ammalato o gravemente ferito da morsi di cani. Qui non si tratta soltanto di fornire il cibo, ma di assicurare vestiti, coperte, una prima assistenza sanitaria che significa anche organizzare i trasporti in ospedale, di dare sostegno morale e quant’altro”.

Dopo alcuni giorni di polemiche, la Questura ha emesso un comunicato di precisazione. “Negli ultimi mesi la situazione in piazza Libertà ha fatto registrare un progressivo degrado, caratterizzato dal verificarsi di ripetuti episodi di violenza, tra cui risse, aggressioni, accoltellamenti, nonché furti e rapine perpetrati ai danni degli stessi cittadini stranieri presenti nell’area. A questi episodi si sono aggiunte condotte legate allo spaccio di stupefacenti e comportamenti contrari alla pubblica decenza”. Questa la spiegazione ufficiale, che limita a due ore (dalle 18 alle 20) la presenza dei volontari, aggiungendo che esiste anche un’altra ragione: “La regolamentazione delle attività nell’area risponde anche alle istanze provenienti dalla stessa cittadinanza, che ha più volte rappresentato l’esigenza di una piena restituzione di piazza Libertà alla sua naturale funzione di spazio pubblico, affinché possa tornare a essere liberamente e serenamente fruibile da parte di tutti”.

Il mondo del volontariato respinge queste considerazioni e ha indirizzato una lettera al prefetto Giuseppe Petronzi, definendo “inaccettabile” l’ordinanza e chiedendo una sua revisione. “Senza di noi le persone migranti corrono il rischio di finire nelle mani dei trafficanti e degli sfruttatori”. In scia si sono posti esponenti del centrosinistra. La consigliera regionale Serena Pellegrino (Avs): “Siamo arrivati al punto inaccettabile di vietare di dare da mangiare a chi è bisognoso, a chi scappa dalle guerre, per non disturbare chi fa l’aperitivo del fine settimana. Trieste è l’emblema di una politica securitaria cieca e punitiva”. Giulia Massolino, consigliere regionale del Patto per l’Autonomia- Civica Fvg: “È un’umiliazione, per Trieste, finire ancora una volta agli onori della cronaca italiana per una scelta che calpesta la dignità delle persone e impedisce persino di distribuire un pasto a chi ne ha bisogno, da parte di associazioni e volontari che colmano le inadempienze delle istituzioni”. Il Partito democratico con la segretaria provinciale Maria Luisa Paglia: “La sicurezza si garantisce contrastando la violenza e la criminalità, non impedendo la solidarietà, proprio per questo è indispensabile distinguere chi commette reati da chi presta assistenza”.

La decisione è stata appoggiata dal governatore Fedriga, d’intesa con l’assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti: “Piazza Libertà era diventata un’area sottratta ai nostri cittadini, dove si svolgeva di fatto una manifestazione costante che vedeva addirittura lo sventolare di bandiere, senza alcuna autorizzazione. – ha detto – In quell’area negli ultimi mesi si sono verificati due accoltellamenti e gli operatori delle associazioni che distribuiscono pasti sono stati minacciati da spacciatori”. Sulla stessa linea il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza adombra finalità politiche dietro al volontariato. “La Questura ha operato una scelta corretta e opportuna: va nella direzione di quanto abbiamo sempre chiesto come amministrazione comunale e ribadisce il concetto che la città non è un Far West dove alcuni, nascondendosi dietro il concetto nobile di solidarietà, portano avanti azioni politiche. Le regole ci sono e vanno rispettate da tutti”.

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Trump regala 8 miliardi di dollari agli agricoltori contro il caro gasolio. E minaccia l’Europa: “Se soccombe ai migranti, ce ne andremo”

20 October 2026 at 09:01

“Stasera sono lieto di annunciare che il dipartimento dell’Agricoltura lancerà un nuovo programma di aiuti, fornendo ai nostri agricoltori 8 miliardi di dollari di sostegno per compensare i costi del diesel durante la stagione del raccolto”. Donald Trump annuncia da un comizio in Kansas e a due settimane dalle elezioni di midterm un sostegno temporaneo contro il caro gasolio. Si tratta dell’ultima di una serie di promesse e impegni finanziari che il tycoon ha fatto agli elettori in vista delle elezioni di metà mandato in cui è in gioco il controllo del Congresso. Promessa fatta, peraltro, da uno Stato che non è più dato sicuro per i repubblicani: il principale Super Pac del Gop ha infatti spostato fondi al North Carolina per comprare spot in proprio in Kansas e anche in Nebraska, due Stati che fino a poco tempo erano dati per certi dal partito del tycoon.

Dopo l’annuncio, il Dipartimento dell’Agricoltura ha reso noto che metterà a disposizione 8 miliardi di dollari “sotto forma di pagamenti una tantum agli agricoltori americani durante questa stagione di raccolta, per offrire un sollievo a fronte di temporanee perturbazioni del mercato e dell’aumento dei costi dei fattori produttivi”. Il Dipartimento ha precisato che l’erogazione dei fondi sarà gestita dalla Farm Service Agency, un’agenzia interna al Dipartimento stesso.

Il comizio in Kansas era a sostegno del senatore repubblicano Roger Marshall, candidato alla rielezione in una competizione serrata contro il suo avversario democratico Adam Hamilton. Gli 8 miliardi di dollari saranno disponibili per pagamenti una tantum agli agricoltori, secondo quanto riportato in un comunicato del Dipartimento dell’Agricoltura. La ministra dell’Agricoltura Brooke Rollins ha affermato che il programma fornirà “un sostegno fondamentale agli agricoltori che si trovano ad affrontare costi crescenti e perturbazioni del mercato”. I repubblicani degli Stati a vocazione agricola hanno fatto pressioni sull’amministrazione affinché intervenisse per risolvere il problema degli alti prezzi del diesel, aggravatosi nel contesto della guerra con l’Iran.

Dal comizio Trump ha anche commentato le rivolte avvenute in Francia, dopo avere già commentato quanto accaduto in Italia. Gli Stati Uniti, ha detto, dovranno ritirarsi dall’Europa se dovesse “soccombere all’invasione” dei migranti. “Se non troveranno presto la strada giusta, non avremo altra scelta che andarcene”, ha detto il presidente durante un comizio in Kansas parlando delle proteste in Francia. Il tycoon ha poi ricordato che “quando abbiamo chiesto aiuto in Iran, loro non ci hanno dato una mano e noi spendiamo così tanto per la Nato“. “È qualcosa che non potremo mai dimenticare”, ha incalzato Trump. “Politici di sinistra hanno importato milioni e milioni di migranti dal terzo mondo. Non permetteremo che ciò accada al nostro Paese”.

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“Gli stranieri in Italia danno molto e ricevono poco”: il rapporto Migrantes sui confini che restano “ben oltre le frontiere”

19 October 2026 at 12:19

Gli ostacoli all’ingresso regolare, i permessi di soggiorno sempre più difficili da ottenere, rinnovare o conservare, il lavoro povero, l’esclusione abitativa. Sono i confini invisibili che producono irregolarità e marginalità anche per chi vive e lavora da anni in Italia. È la denuncia al centro del nuovo Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma e giunto alla 35esima edizione: mentre la politica italiana ed europea concentra l’attenzione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri, le barriere che impediscono l’integrazione continuano a moltiplicarsi. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro”, scrivono i due organismi della Chiesa italiana. “Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro”.

Il rapporto denuncia l'”inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso” e la mancanza di strumenti per ottenere o conservare un permesso di soggiorno, anche quando esistono percorsi concreti di integrazione. Un problema destinato a riproporsi con il decreto Flussi 2027, per il quale il 23 ottobre comincerà la precompilazione delle domande relative a 165mila ingressi programmati dal governo Meloni. L’indagine condotta attraverso le Caritas diocesane torna a fotografare il sistema nel quale l’ingresso formalmente legale può nascondere truffe, debiti e dipendenza dai datori di lavoro: chi arriva può scoprire che l’impiego promesso non esiste e ritrovarsi senza la possibilità di regolarizzare la propria posizione. Come già ha evidenziato anche dalla campagna Ero Straniero, il problema è misurabile. Per il decreto Flussi 2024, su 146.850 quote programmate, risultavano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, appena il 16,9%. La campagna stima inoltre che 1.836 persone entrate regolarmente siano rimaste senza titolo. Per il 2025, i dati ancora provvisori raccolti a dicembre indicavano 14.349 permessi su 181.450 quote, il 7,9%, e altre 11.686 persone a rischio di irregolarità. Numeri che non equivalgono a ingressi mancati o a lavoratori diventati tutti irregolari, ma documentano la distanza fra programmazione e risultati. Distanza da tenere a mente visto che a fine 2025, secondo le stime ISMU, in Italia gli stranieri in condizione di soggiorno irregolare erano 339mila, mentre i rimpatri effettuati nell’anno sono stati 6.772. E da confrontare con i risultati della regolarizzazione straordinaria del 2020: 131.764 permessi rilasciati, oltre 140 milioni di euro versati per contributi e oneri amministrativi e una stima di 228 milioni annui di entrate fiscali e previdenziali dalle posizioni emerse. Un’esperienza che dimostra la convenienza economica e sociale di percorsi ordinari di regolarizzazione.

È la direzione indicata da Caritas e Migrantes nel Rapporto 2026, che propone un permesso di soggiorno per “radicamento sociale”, capace di riconoscere chi ha costruito legami stabili nel Paese, insieme a maggiori risorse per il Fondo nazionale per le politiche migratorie. L’obiettivo è evitare che una difficoltà amministrativa cancelli anni di lavoro e integrazione, alimentando nuove condizioni di precarietà e nuova irregolarità alla quale si pretende di rispondere unicamente con qualche migliaio di rimpatri. Ma le proposte vanno oltre e Caritas e Migrantes le mettono in fila nei “Dieci impegni urgenti” presentati insieme al Rapporto. Fermare le politiche che esternalizzano il controllo delle frontiere senza adeguate garanzie sui diritti umani, introdurre un “monitoraggio indipendente” del Patto europeo su migrazione e asilo e ampliare i corridoi umanitari, anche per studio e lavoro. Sul fronte interno sollecitano una “riforma della cittadinanza” che riconosca i percorsi dei giovani cresciuti in Italia, il superamento delle discriminazioni salariali e delle difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio, oltre a un ripensamento del welfare, dal quale denunciano che gli stranieri sono “pressoché esclusi” per quanto riguarda le misure contro la povertà. Infine, una richiesta alle istituzioni: rendere disponibili dati pubblici aggiornati e accessibili. Problema col quale si è scontrato anche il Rapporto 2026, in particolare per quelli chiesti al ministero dell’Interno e a quello dell’Istruzione e del Merito. Una carenza che, denunciano Caritas e Migrantes, “non ha consentito di aggiornare alcuni indicatori e di cogliere pienamente le dinamiche più recenti dei flussi e della composizione della popolazione straniera presente nel Paese”.

Disuguaglianze che disegnano altri confini, dunque, e non riguardano solo chi è senza documenti. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. I 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato nel 2025, anche secondo le recenti stime della Fondazione Leone Moressa, 196 miliardi di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil. Eppure il 29% svolge professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri è di circa 17mila euro, contro quasi 27mila per i nati in Italia. La sintesi del Rapporto Migrantes: “Danno molto al Paese e ricevono poco”. Una marginalità che si trasmette anche alle nuove generazioni. Tra i giovani con background migratorio, il 30% non studia né lavora, contro il 17% del gruppo di confronto. Persistono divari negli apprendimenti e un maggiore rischio di abbandono scolastico. E avere un’occupazione non garantisce di uscire dalla povertà: tra gli stranieri assistiti dai Centri di ascolto Caritas, il 29,4% è costituito da lavoratori poveri, contro il 17,4% degli utenti italiani. C’è poi la casa, una delle principali barriere all’autonomia e dunque all’integrazione. Il 60% del bilancio delle famiglie straniere è assorbito dai bisogni essenziali; nel confronto europeo riportato dal rapporto, oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini nazionali. Un’immigrazione che intanto cambia volto: gli stranieri con almeno 65 anni di età sono oggi 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, contro il 3,7% di dieci anni fa. Crescono così le esigenze di assistenza, cure e stabilità abitativa. L’invito del Rapporto 2026 è a guardare oltre l’emergenza e la logica dei respingimenti. E contesta l’idea che i confini finiscano alle frontiere geografiche: continuano nel lavoro, nella scuola, nella casa e nell’accesso ai diritti. La distinzione proposta è tra il confine che separa e la frontiera che mette in relazione. Perché, ricordano Caritas e Migrantes, “prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.

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Motovedetta della polizia portuale greca urta e affonda un barcone di migranti, poi un secondo naufragio nell’Egeo: 12 morti tra cui un neonato

19 October 2026 at 10:09

Due naufragi a distanza di poche ore nel mar Egeo, al largo delle isole greche di Lesbo e Samo: affondate due imbarcazioni che trasportavano migranti, la guardia costiera greca riporta 12 persone morte tra cui un neonato. Il primo episodio è avvenuto nelle prime ore del mattino vicino alle coste dell’isola di Lesbo: una motovedetta della polizia portuale ha urtato la barca su cui si trovavano 14 migranti, hanno perso la vita quattro donne, un uomo e un bambino di pochi mesi. Nel secondo episodio, a 3,7 miglia dall’isola di Samo, si è capovolta un’imbarcazione con a bordo venti migranti: 6 persone sono morte (cinque uomini e una donna), mentre 14 sono sopravvissute, tra cui un presunto trafficante di nazionalità iraniana.

I migranti coinvolti in questo tipo di incidenti mortali, purtroppo frequenti, cercano di raggiungere l’Europa attraverso le isole greche a nord e ad est dell’Egeo (vicine alla costa ovest della Turchia) o tramite Creta (a sud). Non a caso lo scorso settembre, al largo dell’isola greca di Gavdos (vicino a Creta), c’è stato il naufragio di una imbarcazione che ha portato alla morte di una persona e alla dispersione in mare di altri 25 migranti.

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Dalla cittadinanza al diritto di voto, nasce il partito delle 23 comunità: “La politica ci usa solo alle elezioni”

16 October 2026 at 07:09

Ventitré comunità, un partito nuovo e una critica rivolta a chi, finora, avrebbe dovuto rappresentarle. Si chiama Assieme la nuova formazione politica da cittadini italiani, italiani di origine straniera e persone provenienti da diverse comunità e realtà culturali. A guidarla è il segretario Edgar Galiano Cifuentes e il presidente Sibi Mani Kumaramangalam, già presidente del Partito democratico di Roma, che dopo anni di militanza nelle forze politiche tradizionali ha deciso di tentare la strada di un soggetto autonomo. “Ci utilizzano soltanto come orpelli al momento delle elezioni, per mettere qualcuno nelle liste”, accusa a ilfattoquotidiano.it Kumaramangalam. Il progetto riunisce persone provenienti da 23 Paesi con l’ambizione di trasformare la presenza delle comunità di origine straniera in Italia in una rappresentanza politica organizzata. Kumaramangalam conosce dall’interno una parte di quel mondo che oggi critica: ha guidato il Pd romano e partecipato agli organismi nazionali del partito. “Sono quasi 35 anni che vivo in Italia e abbiamo cominciato questo percorso per difendere i diritti degli immigrati. Tanti hanno fatto politica nei partiti tradizionali, ma non è cambiato nulla. Noi non abbiamo le spalle per raccomandare, non siamo figli di qualcuno”.

A tenere insieme esperienze e sensibilità politiche diverse, nelle intenzioni dei promotori, è la Costituzione italiana. Non una nuova piattaforma ideologica da contrapporre a quelle esistenti, ma il riferimento da cui partire per rivendicare diritti e partecipazione. “La Costituzione basta applicarla”, sostiene Kumaramangalam, secondo cui molte delle questioni che riguardano le comunità di origine straniera e non solo possono essere affrontate proprio a partire dai principi costituzionali. Il partito si presenta così come uno spazio aperto anche agli italiani senza background migratorio, con l’obiettivo di superare la separazione tra chi viene considerato parte della società italiana e chi continua a essere identificato soprattutto attraverso le proprie origini. Il programma è ancora in costruzione. Registrato il 31 luglio, Assieme ha fissato al 30 novembre il termine per raccogliere proposte e definire le proprie priorità. Tra i temi centrali c’è la cittadinanza per i bambini nati o cresciuti in Italia. “Almeno i bambini che fanno un percorso di studi in Italia devono avere una possibilità di ottenere la cittadinanza con un iter più breve”, spiega il presidente, che racconta l’esperienza dei bambini, cresciuti nel Paese ma formalmente stranieri. “Quando chiedi a un bambino chi sono i suoi compagni, ti risponde con i loro nomi. Sono gli adulti a dire che quel bambino è filippino, marocchino o indiano”. Un’altra rivendicazione riguarda il diritto di voto dei cittadini stranieri residenti, almeno alle elezioni amministrative. “Se io pago le tasse, devo avere i miei diritti. Ma se non sono cittadino, non posso partecipare per scegliere il mio rappresentante politico”. Kumaramangalam insiste sul mancato riconoscimento del diritto di voto ai cittadini stranieri residenti, anche a livello locale, e sulla distanza tra la loro partecipazione alla vita del Paese e la possibilità di incidere sulle decisioni che li riguardano. “In Italia è uno dei Paesi che non ha ratificato la rappresentanza a livello locale”, afferma, riferendosi alla Convenzione di Maastricht. Una battaglia che, per Assieme, riguarda il riconoscimento politico di chi vive stabilmente in Italia, lavora e contribuisce alla collettività.

Sul lavoro, Assieme indica tra le priorità il riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze professionali maturate all’estero, per evitare che persone qualificate siano costrette ad accettare occupazioni lontane dalla propria esperienza. “Ci sono persone che arrivano con una laurea e un bagaglio di esperienza, ma non riescono a trovare un lavoro adeguato a quello che sanno fare”. Il presidente richiama anche le difficoltà di accesso al credito per gli imprenditori di origine straniera, che possono incontrare ostacoli nell’avviare un’attività o farla crescere. Il lavoro, insieme all’inclusione e alla libertà, è del resto uno dei tre principi richiamati nel simbolo del partito. Resta da definire il posizionamento politico. Assieme si colloca per ora al centro, in una formazione che raccoglie persone con sensibilità differenti e che non intende legarsi in partenza a un unico schieramento. Kumaramangalam conferma la disponibilità a dialogare con tutte le forze politiche interessate alle battaglie del partito. “Se ci sarà convergenza sui nostri punti, ci saremo”. L’intenzione è partecipare alle prossime scadenze elettorali, a partire dalle amministrative. Una candidatura autonoma alle politiche appare invece complicata in solitaria, secondo Kumaramangalam, dagli obblighi di raccolta delle firme previsti dalla legge elettorale. L’obiettivo immediato è raggiungere 10mila iscritti entro la fine del 2026, per costruire una struttura organizzativa e radicarsi sul territorio.

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Sovranità europea, così Meloni indica la strada su energia, mercato, terre rare

14 October 2026 at 11:19

Quello che accade fuori dai confini nazionali incide sempre di più sulla vita quotidiana di popoli e Paesi, mettendo a dura prova la capacità italiana di difendere la propria prosperità e la propria sicurezza. Parte da questa premessa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione delle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, per disegnare il perimetro geopolitico di Italia ed Europa.

Le criticità sono molteplici: la guerra che si allarga a macchia d’olio ad altre aree, la competizione economica globale sempre più serrata, le tensioni geopolitiche che impattano sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, come anche sul costo del carburante e della vita, il tema della competitività legato alle minacce ibride e alle pressioni migratorie. C’è tutto questo nell’intervento della premier, che abbraccia a 360 gradi (ma forse anche di più) lo scenario attuale. Elementi che vanno letti intrecciandoli e non scomponendoli. Per questa ragione, rivendica, il “Governo ha scelto di essere presente e attivo sulla scena internazionale, con continuità e con una linea chiara, perché l’interesse nazionale si difende contribuendo a orientare le scelte che ci riguardano, e non limitandosi a subirne le conseguenze”.

Più mercato unico, meno regole

Si parte dall’agenda “One Europe, One Market” e dai progressi compiuti per approfondire il mercato unico, obiettivi sui quali l’Italia insiste da tempo. Ma oggi c’è un elemento che scompagina analisi e riflessioni: il costo dell’energia. Meloni sostiene che non si possa chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti. “Né possiamo perseguire la transizione ambientale al prezzo della nostra base industriale”.

Per questa ragione la risposta non può risiedere nelle scelte di un singolo Stato, ma servono coordinamento e rapidità. In questo senso rivendica l’accordo in ambito G7, che ha previsto il rilascio sui mercati di un quantitativo significativo di carburante, anche per prevenire il rischio di un blocco delle esportazioni americane, che avrebbe pesato duramente sulle nostre economie. Ma non basta: Meloni chiede apertamente “il coraggio di guardare a ciò che possiamo fare noi, in Europa. A partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando”.

Ricorda che pochi giorni fa, con alcuni capi di Stato e di governo più impegnati sul fronte della competitività, ha individuato tre priorità (energia, semplificazione, commercio internazionale), inviando a Bruxelles una proposta di merito articolata in tre mosse: corsie prioritarie per i progetti strategici, un vero freno all’eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di reporting, soprattutto per le piccole e medie imprese. Il tutto senza dimenticare il tema Ets. L’obiettivo? Meloni non punta “ad una riga in più nelle conclusioni di un vertice, ma una bolletta più leggera per una famiglia, un costo in meno per un’impresa”.

In questa direzione va la sua rivendicazione sul tema delle regole: “Non siamo qui per difendere le regole dalla realtà, noi siamo qui per difendere i cittadini dalle regole sbagliate e si può fare, grazie all’Italia è accaduto diverse volte”. Come nel caso della clausola di salvaguardia nazionale, con la flessibilità prevista per difesa e sicurezza da utilizzare anche per la crisi energetica. A queste “proposte di buon senso” Meloni lega il tema delle materie prime critiche, ossigeno per difesa e transizione.

Come è noto, l’Ue le importa in larga parte dall’estero, ma “se noi non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un’altra e questa è anche la ragione per cui l’Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo. Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”.

Ucraina, cosa fare? E come?

In secondo luogo il tema bellico, su cui la premier chiede all’Ue di non andare in ordine sparso, dal momento che la strategia con cui la Russia punta a piegare il popolo ucraino è quella del “terrore, del freddo e del buio, semplicemente perché non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia”. Dunque, al netto del dibattito “acceso, anche in quest’Aula, anche all’interno degli schieramenti, lo rispetto e lo comprendo perfino, perché nessuno in quest’Aula vuole la guerra”, chiede punti fermi.

Il primo è arrivare alla pace attraverso il sostegno all’Ucraina, “perché se l’aggressore può puntare alla resa dell’avversario, che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista”. La posizione del governo, quindi, non cambia: sostegno a Kyiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica “rimangono i pilastri della nostra azione”. In questo contesto, l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è una scelta “che io considero molto rischiosa”.

Sul nome dell’inviato Ue per l’Ucraina, Meloni è schietta: “Se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se, ad esempio, Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Mi interessa che l’Europa non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola. Perché un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca, in questi giorni, ne abbiamo fatti abbastanza”.

Sicurezza e difesa

Meloni cerchia in rosso, inoltre, alcune priorità: proteggere le infrastrutture critiche come reti energetiche, cavi sottomarini, porti e aeroporti, sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi anti-drone e antimissile e, infine, ribadire che la sicurezza dei confini dell’Unione è indivisibile. Il ragionamento della premier è tarato su un nuovo concetto di difesa, che non si esaurisce più nei carri armati ma abbraccia altri ambiti e altri mezzi.

Difendersi vuol dire anche un ospedale che continua a curare sotto un attacco informatico, una centrale che non si spegne, un aeroporto che non chiude le piste per colpa di un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratta di potenza, ma la vita quotidiana dei cittadini. Quindi, spiega, “senza sicurezza, l’energia costa di più. E senza energia, potrebbe non rimanere nulla da difendere. Per questo abbiamo chiesto, e ottenuto, che la clausola di salvaguardia nazionale potesse essere utilizzata non soltanto per le spese di difesa, ma anche per le misure necessarie ad affrontare la crisi energetica”.

Non manca una stoccata: chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, e risorse sottratte ai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. “Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano, in piena pandemia, un aumento delle spese militari da 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina. Ma voglio dirlo a chi ci ascolta, riprendendo un ragionamento del ministro Crosetto, che ringrazio. Ogni 100 euro che lo Stato spende per la Difesa, circa 60 pagano gli stipendi di chi difende la nostra sicurezza, quasi 280 mila donne e uomini in divisa. Circa 10 euro servono a far funzionare le strutture ogni giorno. Circa 30 vanno in investimenti, in un comparto industriale che dà lavoro a oltre 300 mila persone, spesso altamente qualificate, in migliaia di piccole e medie imprese diffuse in tutta Italia. Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è inutile. E quando compriamo, cosa compriamo? Prevalentemente strumenti per difenderci. Difesa aerea, sistemi anti-drone, cyber-sicurezza, protezione delle infrastrutture. Compriamo scudi”.

Gli equilibri in Medio Oriente

Meloni definisce il 7 ottobre 2023 un attacco barbaro, che ha gettato l’intera regione nel caos. “Credo che sia importante ricordarlo anche oggi, perché qualsiasi legittimo approccio critico verso le azioni del Governo israeliano nei tre anni successivi non può e non deve mai farci dimenticare quello che è stato il più orrendo pogrom dai tempi della Shoah, pianificato ed eseguito da Hamas”. Se da un lato la sicurezza dello Stato di Israele non può essere messa in discussione, dall’altro preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria e a Gaza. La premier ribadisce inoltre che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali e si oppone con forza a chi sostiene l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese.

Cosa può fare l’Europa in questo frangente? “Riprendersi lo spazio che può occupare. E la finestra per farlo si aprirà, inevitabilmente, con l’insediamento del nuovo Governo israeliano, chiunque dovesse vincere le elezioni. Sarà quello il momento per chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa da troppo tempo in atto e di riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace”. La sua proposta all’Ue è lavorare al trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene, al congelamento dell’insediamento E1, a più aiuti per Gaza (senza che vengano drenati da Hamas) e a un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi.

I nuovi flussi migratori

Sul tema Meloni rivendica che l’approccio europeo è cambiato in modo significativo in questi anni, grazie al contributo decisivo dell’Italia, che “sta producendo risultati concreti”, come dimostrano i dati di Frontex: in due anni gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati. A proposito di Ceuta, ricorda poi che il Codice Schengen prevede espressamente la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza. Si tratta, di fatto, di uno strumento utilizzato regolarmente dal 2006 a oggi.

Ma Ceuta ha insegnato anche un’altra cosa: “Una crisi alle frontiere non sempre nasce da sola, a volte viene costruita. I trafficanti la organizzano, i social la amplificano, la disinformazione la alimenta. Chi usa persone disperate come arma di pressione sui nostri confini non sta solo forzando una frontiera. Sta attaccando l’Europa e l’Europa deve dotarsi degli strumenti per rispondere”.

E ancora: “Se passa il messaggio che un ingresso irregolare può trasformarsi successivamente in una permanenza legale il rischio è alimentare nuove partenze, rafforzare il modello di affari dei trafficanti e vanificare parte degli sforzi che stiamo facendo per ridurre gli arrivi irregolari. E non ce lo possiamo permettere”. In questa direzione vanno gli sforzi del governo su progetti concreti come il Piano Mattei per l’Africa (“nato dalla convinzione che il rapporto tra Europa e Africa debba fondarsi su partenariati paritari, investimenti e crescita condivisa”) e su soluzioni innovative come i centri in Albania e i “return hubs” nei Paesi terzi, esplicitamente previsti dalle norme europee.

L’Europa di domani

Infine, un passaggio di prospettiva. La premier tocca un nervo scoperto, il futuro dell’Europa, su cui sono stati scritti paper, studi e analisi. Meloni dice la sua e sottolinea che l’Europa deve decidere cosa fare da grande, “se continuare a scrivere regole come se nulla fosse cambiato, oppure può guardare la realtà per quello che è, e dotarsi degli strumenti per difendere la propria economia, la propria sicurezza, la propria libertà”.

È a questa seconda prospettiva che lavora Palazzo Chigi: un’Europa capace di tenere insieme transizione e industria, politiche tradizionali e nuove priorità, cooperazione con i partner e difesa dei propri confini. “Un’Europa pragmatica, che non ha paura di correggere le proprie scelte quando la realtà cambia. Un’Europa che concentra la sua forza sulle grandi sfide che nessuna Nazione può affrontare da sola, e sa farsi da parte dove le Nazioni fanno meglio da sole. Un’Europa grande sulle grandi questioni, e discreta su tutto il resto”.

E conclude: “Per anni ci hanno detto che, per contare in Europa, l’Italia doveva rinunciare a difendere i propri interessi. Abbiamo dimostrato il contrario. Perché un’Europa forte ha bisogno di Nazioni forti. E si può lavorare per un’Europa più solida e credibile senza smettere, neanche per un minuto, di difendere l’Italia con orgoglio”.

Ciò che rimane di una vita a bordo, nelle fotografie di Max Cavallari

10 October 2026 at 03:45

«L’ultima volta che abbiamo provato ad attraversare, il telefono satellitare che il trafficante ci aveva dato per le emergenze era scarico e senza credito, il carburante del motore era completamente esaurito e l’acqua stava entrando nella barca […]. La cosa più confortante per me ora è che, per la prima volta in anni, non ho paura. Posso dormire profondamente senza preoccuparmi per le mie figlie».

Fidaa è siriana. Nel luglio del 2012 è fuggita da un sobborgo di Damasco con i suoi cinque figli, il più piccolo di appena otto giorni. Ha vissuto dieci anni in Giordania, poi è partita per la Libia: un anno chiusa nei “magazzini” dei trafficanti, poi otto tentativi di traversata. È stata soccorsa dalla Humanity 1 nel 2024. La sua è una delle tante testimonianze raccolte a bordo.

Storie come questa attraversano ogni giorno il ponte delle navi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Alcune di queste sono state raccontate dal fotografo Max Cavallari nel progetto Acquaintance, esposto al Festival di Fotografia Etica di Lodi, aperta fino al 25 ottobre. Per Cavallari, nato in un piccolo paese in provincia di Cremona, il Festival è stato il primo incontro con il fotogiornalismo, all’età di sedici anni.

 Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Acquaintance è un progetto che nasce dalla sua prima missione a bordo di una nave umanitaria di ricerca e soccorso dell’Ong SOS Humanity nell’autunno del 2022, poco prima dell’insediamento del governo Meloni. Tra il 22 e il 24 ottobre la nave effettua diversi salvataggi, ritrovandosi con 179 persone a bordo, resta bloccata per oltre una settimana in attesa di ricevere l’assegnazione di un porto sicuro. Sono servite 21 richieste prima di attraccare, finalmente, a Catania.  «A un certo punto a bordo non si sapeva più come spiegare alle persone quando sarebbero sbarcate», racconta Cavallari.

Nello stesso periodo la Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la Ocean Viking di SOS Mediterranée  si trovavano nella stessa situazione. In totale erano più di mille le persone ad attendere, su quattro navi. A Catania, dopo gli sbarchi, circa quaranta persone vengono lasciate a bordo perché la loro condizione viene considerata “non emergenziale”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi le definì “carico residuale”. Restarono ferme in banchina per tre o quattro giorni prima di essere fatte sbarcare.  Fu l’ultima missione prima del decreto-legge Piantedosi sulle Ong e sui flussi migratori, entrato in vigore il 2 gennaio 2023, che introduce l’obbligo a raggiungere subito il porto assegnato, spesso lontano.

Acquaintance significa “conoscenza”, inteso come legame intenso e allo stesso tempo superficiale  «perché è quello poi che rimane di di quello che che vivi su su una nave. Non riesci mai ad entrare completamente all’interno, anche se ti sembra di farlo nel momento in cui sei in questo ambiente chiuso. In verità sono conoscenze che stimolano sentimenti molto forti, ma che rimangono sulla superficie». In due giorni le persone a bordo della missione si moltiplicano, dalle trenta persone dell’equipaggio si arriva presto a duecento. Molte delle persone a bordo sono appena sfuggite a una tempesta. Ognuno arriva con la propria storia, le proprie fragilità, la propria scala di valori.

Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Quello che Cavallari ha cercato di osservare sono le interazioni sulla nave. Spiega come in un contesto così compresso sentimenti, sensazioni e rapporti umani, nel bene e nel male, si amplificano a livelli che non avevo mai visto altrove. Ogni persona è diversa, ognuno reagisce in maniera diversa, ci sono persone che sono più abituate a quella stanza, altre persone che come me ci sono entrate per la prima volta. Acquaintance è una conoscenza superficiale, è quello che poi rimane di quello che vivi su una nave. È ciò che rimane di una vita a bordo».

Acquaintance è anche una scelta di campo sul modo di raccontare. «Si cerca in qualche modo di dare un punto di vista diverso, un po’ anche per un’utilità perché alla gente non interessano le immagini drammatiche, non stimolano più l’empatia. E quindi ce lo sta chiedendo anche il pubblico stesso che che frequenta, che legge i nostri articoli o che guarda le nostre fotografie. E dall’altro credo che sia fondamentale ad un certo punto trovare una scala diversa di raccontare di raccontare un’immagine al di là della persona che fugge in mare», spiega Cavallari. Fa riferimento all’ “ennesima foto del bambino in braccio o della donna piangente”, che “buca lo schermo”, senza chiedersi se la persona ritratta sarebbe d’accordo a mostrarsi così.

Nel lavoro sul campo, spiega, si fotografa, si scrive, si fa. Il taglio si decide dopo, quando si sistema il materiale e si sceglie come parlare al pubblico. Una riflessione che rischia talvolta di portare all’autocensura, spiega il fotoreporter, che sottolinea come la verità, spesso, stia nel mezzo. Si tratta di capire quando un’immagine è davvero essenziale e quando invece aggiunge soltanto altro dolore.

Foto di Max Cavallari per SOS Humanity

Allo stesso tempo, Cavallari rifiuta la romanticizzazione del lavoro di giornalista. Sottolinea come il suo compito sia quello di documentare, essere sul posto e raccontare con i propri occhi. Ricorda un’esperienza personale. Nell’agosto 2025 si trovava a bordo della Ocean Viking quando una motovedetta libica ha sparato contro la nave. Lui si trovava sul ponte mentre i vetri andavano in frantumi. «Il rischio per chi lavora in mare c’è. E sul campo ci sono sempre pochi giornalisti, spesso freelance che pagano tutto di tasca propria».

Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) dal 2014 a oggi sono oltre 26.800 le persone annegate nel Mediterraneo centrale. Ma il bilancio generale potrebbe essere superiore, considerando i naufragi che sfuggono a ogni registrazione. Nel 2026 sono stati almeno mille i morti e i dispersi tra Libia, Tunisia, Italia e Malta: l’inizio d’anno più letale dal 2014. Nel 2025, secondo i dati raccolti da Missing Migrant Project sarebbero almeno 1.340 le persone che hanno perso la vita lungo questa rotta. 

SOS Humanity è un’organizzazione non governativa di ricerca e soccorso che lavora perché nessuno muoia mentre fugge. Con la Humanity 1, operativa da agosto 2022, ha soccorso 5.105 persone in 91 operazioni, quasi un terzo delle quali minori (1.451). Dalla sua fondazione nel 2015 come SOS
MEDITERRANEE Germania,  l’organizzazione ha salvato in tutto 39.736 persone.

Cavallari ha continuato a imbarcarsi: quattro missioni in tre anni, e ancora oggi si occupa di ricerca e soccorso, in mare e sulla terraferma. A chi fa il suo mestiere consiglia di fare questa esperienza almeno una volta nella vita «perché qualcuno deve raccontare ciò che si cerca di tenere nascosto».

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Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

7 August 2026 at 09:16

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

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