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Lo Spirito di Shanghai: un bilancio dei primi 25 anni della SCO

By: A A
20 October 2026 at 23:40

Dallo “Shanghai Spirit” alla Dichiarazione di Bishkek, questa organizzazione, che pone la sicurezza al primo posto, privilegia il pragmatismo rispetto all’ideologia.

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La sicurezza prima di tutto

Il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, ha segnato il venticinquesimo anniversario della nascita di quella che, nel panorama delle istituzioni internazionali, rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. Nata dalle ceneri delle misure di fiducia sovietico-cinesi e trasformata in organizzazione a tutti gli effetti nel 2001, la SCO ha attraversato un quarto di secolo consolidando un’architettura istituzionale che oggi funziona in modo efficace: riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato, incontri regolari a livello interministeriale, e una cooperazione quotidiana che si sviluppa su binari sempre più articolati.

Tuttavia, l’anniversario offre l’occasione per una riflessione che va oltre la mera celebrazione. La domanda che emerge con forza è: quale ruolo giocano i valori all’interno della SCO? E come si rapporta questa dimensione valoriale con quella, apparentemente più pragmatica, della sicurezza e della cooperazione funzionale? L’analisi dei documenti fondativi e delle dichiarazioni successive rivela una traiettoria complessa, che merita di essere esaminata in profondità.

Fin dalle sue origini, la SCO ha posto la cooperazione in materia di sicurezza come una delle sue priorità principali. Questa scelta non è casuale: la preistoria dell’organizzazione affonda le radici nelle misure di fiducia sovietico-cinesi, sia sulle questioni di confine che sugli aspetti più ampi della sicurezza reciproca. Il “Shanghai Five”, gruppo informale che precedeva la nascita ufficiale dell’SCO, aveva proprio nella gestione delle questioni di sicurezza e nella costruzione di fiducia tra i membri il suo collante principale.

Questa specializzazione originaria ha avuto conseguenze durature. Anche quando, nel corso degli anni, l’SCO ha ampliato il proprio raggio d’azione a settori sempre più diversificati, la sicurezza è rimasta il fulcro attorno al quale si è sviluppata l’intera architettura organizzativa. In un certo senso, come nota acutamente l’analisi, l’SCO può ancora essere definita un’organizzazione internazionale specializzata, focalizzata su una singola priorità principale, nonostante la sua evoluzione verso forme di cooperazione più comprensivo.

Il confronto con i BRICS, struttura di cooperazione genuinamente omnicomprensiva che opera in un’ampia gamma di campi, risulta particolarmente illuminante. Mentre i BRICS hanno sviluppato nel tempo una piattaforma valoriale sempre più articolata, con dichiarazioni che dedicano ampio spazio a questioni di valori comuni e condivisi, l’SCO ha mantenuto un approccio più marcatamente operativo e meno declamatorio sul piano assiologico.

La Carta dell’SCO: principi senza valori

Un dato particolarmente significativo emerge dall’analisi del documento fondativo dell’SCO. La Carta, firmata il 7 giugno 2002 ed entrata in vigore il 19 settembre 2003, non menziona affatto il termine “valori”. Al suo posto, troviamo un articolo dedicato, l’articolo 2, intitolato significativamente “Principi”. È su questi principi che l’SCO basa la propria attività.

Questi principi includono: rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini statali; non aggressione; non interferenza negli affari interni; non uso della forza nelle relazioni internazionali; uguaglianza di tutti gli Stati membri; risoluzione pacifica delle controversie tra Stati membri; non targeting dell’SCO contro altri Stati. Un principio particolarmente rivelatore è quello dell’attuazione graduale delle azioni congiunte in aree di interesse comune.

Quest’ultimo principio, quello della “phased implementation”, spiega molto del funzionamento dell’SCO e delle aspettative, talvolta eccessive, che si generano attorno alla sua attività. La delusione che talvolta accompagna il giudizio sull’organizzazione — quel “nulla accade oltre i vertici” che circola in certi ambienti — trova proprio in questo principio la sua spiegazione. Non si tratta di un difetto, ma di una scelta deliberata e costitutiva: procedere per gradi, consolidare i risultati raggiunti, evitare passi falsi.

L’assenza del termine “valori” dalla Carta dell’SCO è perfettamente spiegabile e non diminuisce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Vale la pena ricordare che, anche nel caso dei BRICS, il termine “valori” non fu una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, affermandosi stabilmente solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio “principi”, esattamente come per l’SCO.

Il contesto storico e l’evoluzione del lessico valoriale

Nel 2002, il termine “valori” non era ancora politicamente di moda come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali Paesi del mondo non occidentale. In quel periodo, in questi Paesi — Russia inclusa — la parola “valori” era più spesso postulata nel lessico politico in senso negativo, come “valori imposti dall’Occidente”, e quindi come qualcosa che richiedeva resistenza.

La consapevolezza che questo è un gioco che si può giocare in due, e che per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i Paesi non occidentali era necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, arrivò molto più tardi. E il lavoro per garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e allo stesso tempo non banali — non semplicemente nello stile “siamo per tutte le cose buone e contro tutte le cose cattive” — continua ancora oggi, con successi alterni.

Questo ritardo nell’elaborazione di una piattaforma valoriale esplicita non significa però che l’SCO sia priva di una dimensione assiologica. Al contrario, essa esiste, ma si esprime attraverso categorie diverse da quelle del lessico valoriale occidentale: i “principi” e, soprattutto, lo “spirito”.

Un dato cronologicamente significativo emerge dall’analisi comparata dei documenti dell’SCO e dei BRICS: rispetto a un termine particolare — e alla sua rilevanza sostanziale — l’SCO ha notevolmente anticipato i BRICS. Si tratta del termine “spirito”.

Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi apparvero per la prima volta durante la presidenza cinese del 2017. Lo “spirito” scomparve poi dai documenti dei BRICS per diversi anni. Il termine ritornò nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Ma successivamente, in tutte le dichiarazioni dei vertici BRICS del 2023-25, i cui progetti iniziali furono preparati da altri Paesi, il termine “spirito dei BRICS” fu costantemente presente.

Nel caso dell’SCO, invece, il termine “spirito” apparve nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando lo “Shanghai Five”, precedentemente esistente come raggruppamento informale, fu trasformato in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti. In questa dichiarazione, lo “spirito di Shanghai” fu menzionato come punto separato, caratterizzato da fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso.

È evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta in documenti di anni in cui i vertici si tenevano in Cina. Questa è, in un certo senso, una peculiarità cinese. Detto questo, il termine “spirito”, anche se non immediatamente, si è poi stabilmente affermato nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso dell’SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine “spirito” entrò nel preambolo della Carta dell’SCO.

Nella Carta, tuttavia, l’epiteto “Shanghai” scomparve in relazione allo spirito; lì si fa riferimento semplicemente allo “spirito di fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso”.

L’approccio civilizzazione e la sua evoluzione

Di particolare rilevanza per l’ideologia politica odierna è l’approccio civilizzazionale riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. Essa notava specificamente il “rispetto reciproco e la fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali differenti”. Un anno dopo, tuttavia, la menzione delle civiltà scomparve dal preambolo della Carta dell’SCO.

Questo movimento di apparizione e scomparsa del lessico civilizzazionale è significativo. Da un lato, riflette la sensibilità cinese per le questioni di identità culturale e di diversità; dall’altro, mostra la cautela degli altri membri nell’adottare un linguaggio che potesse essere percepito come troppo marcatamente ideologico o potenzialmente divisivo.

Se esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei Capi di Stato dell’SCO del 1° settembre 2026, troviamo che essa enfatizza il “fermo impegno verso gli obiettivi e i principi sanciti nella Carta dell’SCO, nonché verso il ulteriore rafforzamento del buon vicinato, dell’amicizia e dell’efficace cooperazione multilaterale”. Inoltre, questa dichiarazione impiega ancora una volta proprio il termine “spirito di Shanghai”, che è incarnato nei principi esposti nel preambolo della Carta dell’SCO.

È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono fissati nel testo legale della Carta, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a venticinque anni di distanza. Qui sta la differenza tra lo spirito dell’SCO e lo spirito dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di questo spirito vengono aggiunti o rimossi dai Paesi che esercitano la presidenza, a seconda delle loro particolarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa.

Nel caso dell’SCO, invece, è significativo che l’epiteto “Shanghai” sia ritornato — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è legalmente fissato. Questo ritorno segnala una volontà politica di rivendicare l’eredità originaria dell’organizzazione, in un momento in cui la competizione tra potenze per la definizione dei valori globali si fa sempre più intensa.

Quanto pesa questo anniversario

Se rileggiamo passo passo le dichiarazioni dei vertici dell’SCO rivela variazioni significative nel trattamento della dimensione valoriale. L’attenzione particolare dedicata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’SCO verso lo spirito di Shanghai e i principi dell’SCO non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici degli ultimi anni.

Per esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non anniversari”, il preambolo è praticamente assente, e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emesse ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, né lo “spirito di Shanghai” né semplicemente lo “spirito” sono menzionati (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine “spazio SCO”). Nelle dichiarazioni emesse a Tianjin nel 2025 (naturalmente), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, c’è una menzione dello “spirito di Shanghai”, ma essa è collocata non all’inizio del testo ma in profondità nella prima sezione.

È chiaro che il carattere specifico dell’attuale dichiarazione è spiegato dalla sua natura anniversaria; la dichiarazione emessa a Dushanbe per il precedente anniversario — il ventesimo, nel 2021 — fu composta esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menziona lo spirito di Shanghai e l’impegno verso i principi. Questo è altamente significativo: gli anniversari offrono l’occasione per un’affermazione più esplicita dell’identità valoriale dell’organizzazione, mentre nei vertici ordinari prevale un approccio più pragmatico e orientato alle questioni contingenti.

Il contributo indiano e la prospettiva dei “4 M”

In questo quadro, assume particolare interesse la prospettiva indiana sull’SCO. Le iniziative dell’India nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si sono concentrate su questioni economiche, riflettendo il desiderio di costruire cooperazione economica con gli Stati dell’Asia Centrale al fine di migliorare il proprio posizionamento regionale e rafforzare il multilateralismo.

Secondo Anil Trigunayat, l’SCO può senza dubbio contribuire alla collaborazione regionale aderendo al principio delle “4 M”: i membri devono abbracciare il Rispetto Reciproco (Mutual Respect), l’Interesse Reciproco (Mutual Interest), la Sensibilità Reciproca (Mutual Sensitivity) e il Beneficio Reciproco (Mutual Benefit) affinché il gruppo possa emergere più forte e più rilevante.

Questa formulazione è significativa perché mostra come, dal punto di vista indiano, la dimensione valoriale dell’SCO non risieda tanto in una piattaforma ideologica esplicita, quanto in un insieme di principi operativi che guidano la cooperazione quotidiana. L’India, con la sua tradizione di non allineamento e la sua sensibilità per la sovranità nazionale, si trova naturalmente a proprio agio in un’organizzazione che privilegia i principi sui valori, e che evita di imporre una visione ideologica comune.

 Verso un prospero futuro

L’analisi della dimensione valoriale dell’SCO a venticinque anni dalla sua fondazione rivela un quadro complesso e sfumato. Da un lato, l’organizzazione non ha mai sviluppato una piattaforma valoriale esplicita paragonabile a quella dei BRICS o di altre strutture di cooperazione. Dall’altro, essa possiede una solida base di principi, sanciti nella Carta, e uno “spirito” che, pur non essendo definito in termini valoriali, costituisce un potente collante identitario.

Questa configurazione non è un caso, ma riflette la storia e la natura dell’organizzazione. Nata come strumento di costruzione di fiducia in materia di sicurezza, l’SCO ha privilegiato la concretezza dei principi operativi rispetto all’astrattezza delle dichiarazioni valoriali. La sua specializzazione funzionale, il suo carattere istituzionalizzato, e il principio della attuazione graduale hanno contribuito a mantenere l’organizzazione ancorata a una dimensione pragmatica, evitando le derive ideologiche che talvolta caratterizzano altri consessi internazionali.

Tuttavia, il ritorno dello “spirito di Shanghai” nella Dichiarazione di Bishkek, in occasione del venticinquesimo anniversario, segnala una crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione identitaria e valoriale. In un’era di competizione globale sempre più intensa, in cui la definizione dei valori e dei principi che devono guidare l’ordine internazionale è essa stessa oggetto di contesa, l’SCO si trova a dover bilanciare la sua tradizionale prudenza con la necessità di affermare con maggiore chiarezza la propria identità.

L’analisi terminologica dei testi, e delle piattaforme valoriali che essi riflettono, non è che un tassello del quadro molto più ampio della cooperazione pratica tra i Paesi dell’SCO realizzata in questi venticinque anni. Ma è un tassello significativo, perché rivela come un’organizzazione nata per la sicurezza sia progressivamente divenuta anche un laboratorio di elaborazione di un linguaggio comune, di principi condivisi e di uno spirito collettivo. E in un mondo in cui la battaglia per la definizione dei valori globali è destinata a intensificarsi, questo laboratorio potrebbe rivelarsi più importante di quanto non appaia a prima vista.

La sfida per l’SCO, nei prossimi venticinque anni, sarà quella di preservare la propria specificità — la concretezza dei principi, la gradualità dell’azione, la centralità della sicurezza — senza rinunciare a elaborare una visione del mondo che, senza essere ideologica, sia capace di attrarre e di unire. Un compito non facile, ma che l’organizzazione ha dimostrato, in questi primi venticinque anni, di poter affrontare con successo.

The Spirit of Shanghai: A review of the SCO’s first 25 years

By: A A
2 October 2026 at 15:28

From the Shanghai Spirit to the Bishkek Declaration, the security-first organization prioritizes pragmatism over ideology.

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Security first

The recent summit of the Shanghai Cooperation Organization (SCO), held in Bishkek, marked the 25th anniversary of the founding of what, in the landscape of international institutions, represents a particularly interesting case study. Born from the ashes of Soviet-Chinese confidence-building measures and transformed into a full-fledged organization in 2001, the SCO has spent a quarter-century consolidating an institutional framework that now functions effectively: annual meetings of the Council of Heads of State, regular interministerial meetings, and day-to-day cooperation that is developing along increasingly complex lines.

However, this anniversary offers an opportunity for reflection that goes beyond mere celebration. The question that emerges most forcefully is: what role do values play within the SCO? And how does this value-based dimension relate to the seemingly more pragmatic dimension of security and functional cooperation? An analysis of the founding documents and subsequent declarations reveals a complex trajectory that deserves in-depth examination.

From its very inception, the SCO has made security cooperation one of its top priorities. This choice is no accident: the organization’s prehistory is rooted in Soviet-Chinese confidence-building measures, both regarding border issues and broader aspects of mutual security. The “Shanghai Five,” an informal group that preceded the SCO’s official establishment, found its primary unifying force precisely in the management of security issues and the building of trust among its members.

This original specialization has had lasting consequences. Even as the SCO has expanded its scope over the years to encompass increasingly diverse sectors, security has remained the linchpin around which the entire organizational architecture has developed. In a sense, as the analysis astutely notes, the SCO can still be defined as a specialized international organization focused on a single primary priority, despite its evolution toward more comprehensive forms of cooperation.

The comparison with the BRICS – a genuinely all-encompassing cooperative framework operating across a wide range of fields – is particularly illuminating. While the BRICS have developed an increasingly sophisticated values-based platform over time, with declarations that devote considerable space to issues of common and shared values, the SCO has maintained a more markedly operational approach that is less rhetorical on the values front.

The SCO Charter: Principles without values

A particularly significant finding emerges from an analysis of the SCO’s founding document. The Charter, signed on June 7, 2002, and which entered into force on September 19, 2003, makes no mention whatsoever of the term “values.” Instead, we find a dedicated article – Article 2 – significantly titled “Principles.” It is on these principles that the SCO bases its activities.

These principles include: mutual respect for sovereignty, independence, territorial integrity, and the inviolability of state borders; non-aggression; non-interference in internal affairs; non-use of force in international relations; equality of all member states; peaceful resolution of disputes among member states; and the SCO’s non-targeting of other states. A particularly revealing principle is that of the phased implementation of joint actions in areas of common interest.

This last principle – that of “phased implementation” – goes a long way toward explaining how the SCO operates and the expectations, sometimes excessive, that surround its activities. The disappointment that sometimes accompanies assessments of the organization – the notion that “nothing happens beyond the summits,” which circulates in certain circles – finds its explanation precisely in this principle. This is not a flaw, but a deliberate and foundational choice: to proceed step by step, consolidate the results achieved, and avoid missteps.

The absence of the term “values” from the SCO Charter is perfectly understandable and in no way diminishes the level of mutual trust among member states. It is worth noting that, even in the case of the BRICS, the term “values” was not an immediate feature of the final declarations, becoming firmly established only starting in the mid-2010s. Before then, the term used to characterize the internal cohesion of the BRICS was, among others, precisely “principles,” just as it is for the SCO.

The Historical context and evolution of the vocabulary of values

In 2002, the term “values” was not yet as politically fashionable as it is today, and was used rather rarely in the documents of the major non-Western countries. At that time, in these countries – including Russia – the word “values” was more often invoked in political discourse in a negative sense, as “values imposed by the West,” and thus as something that required resistance.

The realization that this is a game that can be played by two sides, and that to effectively strengthen solidarity among non-Western countries it was necessary to formulate their own platform of shared values, came much later. And the work to ensure that non-Western values are perceived as understandable, attractive, and at the same time not trivial – not simply in the style of “we are for all good things and against all bad things” – continues to this day, with mixed results.

This delay in developing an explicit value framework does not, however, mean that the SCO lacks an axiological dimension. On the contrary, it exists, but it is expressed through categories different from those of the Western value lexicon: “principles” and, above all, “spirit.”

A chronologically significant finding emerges from a comparative analysis of SCO and BRICS documents: with regard to one particular term – and its substantive relevance – the SCO was significantly ahead of the BRICS. This term is “spirit.”

In the declarations of the annual BRICS summits, the term “BRICS spirit” and its constituent elements first appeared during the Chinese presidency in 2017. The “spirit” then disappeared from BRICS documents for several years. The term returned in 2022, once again during the Chinese presidency. But subsequently, in all the BRICS summit declarations from 2023–25 – whose initial drafts were prepared by other countries – the term “BRICS spirit” was consistently present.

In the case of the SCO, however, the term “spirit” appeared in the very first declaration following the Shanghai summit on June 15, 2001, when the “Shanghai Five” – which had previously existed as an informal grouping – was transformed into a full-fledged international organization. In this declaration, the “Shanghai Spirit” was mentioned as a separate point, characterized by mutual trust, mutual benefit, equality, mutual consultation, respect for cultural diversity, and the aspiration for shared development.

It is clear that the term “spirit” has its roots, first and foremost, in contemporary Chinese political tradition, since it first appeared in documents from years when the summits were held in China. This is, in a sense, a distinctly Chinese feature. That said, the term “spirit,” though not immediately, eventually became firmly established in BRICS declarations; and in the case of the SCO, a year later, in 2002, when the summit was held not in China but in St. Petersburg, the term “spirit” was included in the preamble to the SCO Charter.

In the Charter, however, the epithet “Shanghai” disappeared in relation to the spirit; there, reference is made simply to the “spirit of mutual trust, mutual benefit, equality, mutual consultation, respect for cultural diversity, and the aspiration for shared development.”

The civilizational approach and its evolution

Of particular relevance to today’s political ideology is the civilizational approach reflected in the 2001 Shanghai Declaration. It specifically noted “mutual respect and mutual trust among states belonging to different civilizations and bearing different cultural traditions.” A year later, however, the mention of civilizations disappeared from the preamble to the SCO Charter.

This shift – the appearance and disappearance of civilizational terminology – is significant. On the one hand, it reflects China’s sensitivity to issues of cultural identity and diversity; on the other, it demonstrates the caution of other members in adopting language that might be perceived as too overtly ideological or potentially divisive.

If we examine the preamble to the current Bishkek Declaration of the SCO Council of Heads of State dated September 1, 2026, we find that it emphasizes the “firm commitment to the objectives and principles enshrined in the SCO Charter, as well as to the further strengthening of good-neighborliness, friendship, and effective multilateral cooperation.” Furthermore, this declaration once again uses the very term “Shanghai Spirit,” which is embodied in the principles set forth in the preamble to the SCO Charter.

It is clear that, since the constituent elements of this SCO spirit are enshrined in the legal text of the Charter, their wording remains unshakable even twenty-five years later. Herein lies the difference between the spirit of the SCO and the spirit of the BRICS, where, year after year, various elements of this spirit are added or removed by the countries holding the presidency, depending on their national particularities. And the definition of the spirit of the BRICS turns out to be, every year, at least slightly different.

In the case of the SCO, however, it is significant that the epithet “Shanghai” has returned – an epithet that, unlike the spirit itself, is not legally enshrined. This return signals a political will to reclaim the organization’s original legacy, at a time when competition among powers over the definition of global values is becoming increasingly intense.

How significant is this anniversary?

If we re-examine the SCO summit declarations step by step, we find significant variations in how the values dimension is addressed. The particular emphasis placed in the Bishkek Declaration on the SCO’s commitment to the Shanghai Spirit and the SCO’s principles is not typical of other summit declarations in recent years.

For example, in the declarations following “non-anniversary” summits, the preamble is practically absent, and the description of the international situation and security challenges begins right from the start. In the declarations issued in Astana in 2024, in Delhi in 2023, and in Moscow in 2020, neither the “Shanghai Spirit” nor simply the “spirit” is mentioned (although the Moscow declaration does contain the term “SCO space”). In the declarations issued in Tianjin in 2025 (naturally), in Samarkand in 2022, and in Bishkek in 2019, there is a mention of the “Shanghai Spirit,” but it is placed not at the beginning of the text but deep within the first section.

It is clear that the specific character of the current declaration stems from its anniversary nature; the declaration issued in Dushanbe for the previous anniversary – the 20th, in 2021 – was structured in exactly the same way, with a lengthy preamble mentioning the Shanghai Spirit and the commitment to the principles. This is highly significant: anniversaries provide an opportunity for a more explicit affirmation of the organization’s value-based identity, whereas at regular summits a more pragmatic approach focused on current issues prevails.

India’s contribution and the “4 M” perspective

In this context, India’s perspective on the SCO is of particular interest. India’s initiatives within the Shanghai Cooperation Organization have focused on economic issues, reflecting its desire to build economic cooperation with Central Asian states in order to improve its regional standing and strengthen multilateralism.

According to Anil Trigunayat, the SCO can undoubtedly contribute to regional collaboration by adhering to the “4 M” principle: members must embrace Mutual Respect, Mutual Interest, Mutual Sensitivity, and Mutual Benefit so that the group can emerge stronger and more relevant.

This formulation is significant because it shows how, from India’s perspective, the SCO’s value dimension lies not so much in an explicit ideological platform as in a set of operational principles that guide day-to-day cooperation. India, with its tradition of nonalignment and its sensitivity to national sovereignty, naturally feels at home in an organization that prioritizes principles over values and avoids imposing a common ideological vision.

Toward a prosperous future

An analysis of the SCO’s value dimension twenty-five years after its founding reveals a complex and nuanced picture. On the one hand, the organization has never developed an explicit value platform comparable to that of the BRICS or other cooperative structures. On the other hand, it possesses a solid foundation of principles, enshrined in the Charter, and a “spirit” that, while not defined in terms of values, serves as a powerful unifying force for identity.

This configuration is no accident but reflects the organization’s history and nature. Founded as a tool for building trust in security matters, the SCO has prioritized the practicality of operational principles over the abstract nature of value-based declarations. Its functional specialization, its institutionalized character, and the principle of gradual implementation have helped keep the organization grounded in a pragmatic approach, avoiding the ideological drifts that sometimes characterize other international forums.

However, the return of the “Shanghai Spirit” in the Bishkek Declaration, issued on the occasion of the 25th anniversary, signals a growing awareness of the importance of identity and values. In an era of increasingly intense global competition, in which the definition of the values and principles that should guide the international order is itself a matter of contention, the SCO finds itself having to balance its traditional caution with the need to assert its identity more clearly.

A terminological analysis of the texts – and of the value frameworks they reflect – is but one piece of the much broader picture of practical cooperation among SCO member states achieved over the past twenty-five years. But it is a significant piece, because it reveals how an organization founded for security purposes has gradually become a laboratory for developing a common language, shared principles, and a collective spirit. And in a world where the battle to define global values is bound to intensify, this laboratory could prove to be more important than it appears at first glance.

The challenge for the SCO over the next twenty-five years will be to preserve its distinctive character – the practicality of its principles, the gradual nature of its actions, and the centrality of security – without neglecting to develop a worldview that, while not ideological, is capable of attracting and uniting. This is no easy task, but one that the organization has demonstrated, over these first twenty-five years, it can successfully tackle.

Erdogan playing East and West, winning room to maneuver

28 September 2026 at 12:11

Less than two months after his government hosted the NATO summit — which was framed as proof of Turkey’s pivotal role in transatlantic security — President Recep Tayyip Erdogan has proposed full Turkish membership in the Shanghai Cooperation Organisation, an entity that has been described as being anti-NATO or a “rogue NATO.” The apparent contradiction […]

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