A settant’anni dall’inizio della rivoluzione ungherese, tiro fuori da una vecchia scatola il discorso di Imre Nagy trascritto da mia nonna
Il 23 ottobre 1956 gli studenti ungheresi vogliono manifestare: pretendono l’uscita dalla Gioventù Comunista, vogliono ricostituire l’organizzazione autonoma degli studenti.
Il giorno prima hanno elaborato una piattaforma di rivendicazioni in 16 punti. Fra le principali: solidarietà con la Polonia di Gomulka, il revisionista che sta lottando perché la destalinizzazione sia vera e che ha giustificato i moti di Poznan in quanto espressione del “legittimo” malcontento dei lavoratori. Chiedono il ritiro delle truppe sovietiche dal Paese. Eguaglianza nei rapporti con Urss e “l’eretica” Jugoslavia di Tito. Processi pubblici ai dirigenti del Pci ungherese e reintegrazione piena di Imre Nagy nella direzione del Paese (con il ripristino del distintivo repubblicano di Kossuth, il mitico leader del Risorgimento ungherese, al posto di quello comunista). Organi di autogoverno come i Consigli Operai e i Comitati Nazionali. Infine, hanno aggiunto un 17esimo punto, il più dirompente: richiesta di elezioni pluripartitiche.
Il ministero degli Interni prima vieta la manifestazione, poi cede e l’autorizza. Comincia alle 15, sotto la statua del grande poeta e patriota Sandor Petofi (1823-1849) a Pest. Nagy, invocato dalla folla, pronuncia poche parole dal Parlamento. La radio trasmette insulti e minacce di Erno Gero, primo segretario del Partito Ungherese dei Lavoratori. L’enorme statua di Stalin viene distrutta dai manifestanti. Gli studenti stringono d’assedio la sede della radio di Stato: chiedono che trasmettano i loro slogan. Rifiuto. La polizia politica Avh spara sulla folla disarmata.
Comincia una furiosa battaglia. La rivolta dilaga in altre città. La gente assalta le caserme. In riunione d’urgenza, il comitato centrale del partito comunista ungherese nomina Nagy capo del governo. Ma invoca la clausola della “necessità” che prevede l’intervento militare sovietico. I blindati sovietici irrompono nelle città il 24 ottobre, però l’insurrezione è ormai irrefrenabile, i depositi di armi vengono saccheggiati, le fabbriche si fermano, gruppi armati occupano posti chiave, si proclama lo sciopero generale. Mosca è costretta ad inviare Mikhail Suslov e Anastas Mikojan, due tra i più influenti e potenti membri del Presidium che costringono Gero a dimettersi, accusandolo di non essere stato capace di gestire la rivolta.
Nagy, intanto, ha formato il nuovo governo: non ci sono stalinisti, c’è tra gli altri il grande filosofo György Lukacs, con lui i moderati Béla Kovács e Zoltán Tildy. Sono giorni convulsi, Krusciov prepara le contromosse, chiede l’assenso dei Paesi del Patto di Varsavia per l’invasione. L’ambasciata russa a Roma informa Togliatti che tutto è imminente. Togliatti approva. Il 3 novembre, a Torino, durante un comizio, Giorgio Amendola si augura l’intervento armato dell’Urss e che le cose tornino al posto loro. Ovazioni entusiastiche.
Il 4 l’Armata Rossa attacca Budapest. È l’alba. Quella dei sogni infranti raccontata da Indro Montanelli. Gli ungheresi resistono eroicamente cento ore. Nagy rivolge un ultimo disperato appello alla radio. Fu mia nonna Sabina, che aveva parecchi amici ungheresi, a trascriverlo, perché un giorno avremmo capito quanto eravamo stati “vigliacchi”. Disse proprio così, lei era davvero una donna combattiva, emancipata per quei tempi e assolutamente sempre dalla parte del più debole. Io avevo appena compiuto otto anni, non capivo perché eravamo dei vigliacchi. Glielo chiesi: “Quei poveracci – mi rispose – si battono come gli indiani contro i soldati americani”. I miei genitori concordarono.
Mia madre, in quei giorni, suonava al piano sempre la rapsodia ungherese di Liszt (ho ancora gli spartiti). Mio padre tornava carico di quotidiani. Montanelli era stato inviato dal Corriere della Sera per seguire la rivoluzione ungherese contro il regime sovietico. Scriveva della popolazione in festa, di colonne infinite di carri armati sovietici che parevano abbandonare la città, per lui i giovani e gli operai che erano stati i principali “eroi” della rivolta non erano ribelli come il Pci italiano li aveva vergognosamente definiti, ma “patrioti”.
Ogni volta che ricorre l’anniversario della tragica insurrezione ungherese, i miei ricordi spuntano in modo sparso, come funghi nel bosco dopo la pioggia. Così, tiro fuori da una vecchia scatola il foglietto scritto in bella calligrafia dalla nonna, quello del disperato appello di Radio Kossuth, quando i sovietici stavano per riprendere il controllo di Budapest e dell’Ungheria. È un rito per non dimenticare: “Qui parla Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico dell’Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Comunico la notizia al mondo intero”.
Il 4 novembre, da noi, era giorno di festa. Da loro, fu giorno di morte. L’appello lanciato all’alba era stato ripetuto poi in tutte le lingue, ogni mezz’ora. Rammento che ci trovavamo in cucina, per la prima colazione, la radio era sintonizzata da giorni su quella di Budapest. Il messaggio continuò disturbato, gracchiante: pareva fosse accompagnato da sventagliate di mitra.
Quando, in occasione del cinquantesimo anniversario, nell’ottobre del 2006, Repubblica mi inviò per un reportage, andai per prima cosa dritto alla sede della radio: sui muri dell’edificio c’erano ancora visibili i segni dei colpi. Non riuscirono a coprirli, o forse non vollero. Sta di fatto che li vidi. Incontrai un paio di anziani ex tecnici, invitati per le commemorazioni, che avevano partecipato all’avventura radiofonica “della Kossuth, simbolo della rivoluzione”. Riuscirono a scappare in tempo prima che le truppe dell’Armata Rossa occupassero la radio e uccidessero chi era rimasto nei locali delle trasmissioni. Mi confermarono che i rumori da me sentiti cinquant’anni prima erano gli echi delle sparatorie. I sovietici avevano mandato cinquemila carri armati e 200mila soldati per occupare l’Ungheria e debellare la ribellione.
Quell’autunno tragico del 1956 rappresentò la devastante sconfitta della libertà e dell’indipendenza. Dimostrò l’impossibile convivenza della democrazia con un regime comunista. Trentamila ungheresi pagarono con la vita quel sogno. La delusione più grossa fu constatare che il “mondo libero” tanto vagheggiato era rimasto inerte. Le democrazie occidentali rimasero a guardare, nonostante l’indignazione dell’opinione pubblica. Peggio di tutti fu il comportamento ignobile dei due più grossi partiti comunisti dall’altra parte della Cortina di Ferro, ossia il Pci e il partito comunista francese, che definirono addirittura “fascisti” e “controrivoluzionari” gli insorti.
Le ripercussioni lacerono profondamente i rapporti all’interno della sinistra: gli avvenimenti ungheresi, come si legge in una lettera di Palmiro Togliatti al Comitato Centrale del Pcus inviata il 30 ottobre, “hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano, e anche del nostro partito”, ammetteva il leader del Pci. Pragmatica ammissione.
In effetti, fu aperta una breccia nella crosta del regime comunista sovietico e in quella dei partiti occidentali ad esso vassalli, “lasciando scorgere abissi che pochi conoscevano” (da Hungaricus 1956, pagina 68, serie di articoli su “alcuni insegnamenti della rivoluzione nazionale-democratica ungherese”, Sapere 2000). L’intransigente posizione di Togliatti mandò in crisi molti militanti, disorientati per la posizione di un partito e dei suoi dirigenti che non volevano vedere, “o che, pur avendo visto, non potevano ammettere: per evitare di mettere in discussione le scelte di una vita, oppure semplicemente per non perdere posizioni di potere (spesso per entrambi i motivi)”, come ha scritto Federico Argentieri nel suo bel saggio su Ungheria 1956, la rivoluzione calunniata (Marsilio, 2006).
Argentieri cita l’anatema sprezzante di Concetto Marchesi contro gli ungheresi che “si liberavano tra gli applausi della borghesia”. La campagna di calunnie del Pci e della stampa comunista (soprattutto dell’Unità, l’organo ufficiale) fu vigorosa e implacabile. Nagy si era rifugiato nell’ambasciata jugoslava, diciotto giorni dopo, indotto a lasciarla perché aveva ricevuto un salvacondotto del premier János Kádár; fu invece catturato dai sovietici, portato alla sede del Kgb, e poi a Snagov, vicino Bucarest. Processo clandestino. Condanna a morte. Togliatti chiese che la sentenza venisse eseguita dopo le elezioni in Italia. L’accontentarono. Nagy fu infatti liquidato il 16 giugno 1958. Togliatti aveva giustificato l’intervento di Mosca come “dolorosa necessità”, e i corifei del partito imposero d’accettare la “dura replica della storia”.
Mia nonna aveva ragione: lo penso quando ammiro i quattro quadri di artisti ungheresi in esilio che aveva comprato ad un’asta benefica per aiutare il loro popolo, una delle spontanee campagne umanitarie che volevano rimediare alla viltà della politica.
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