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La diplomazia energetica di Trump non cambia gli obiettivi imperiali di Putin

23 October 2026 at 03:45

Il 17 ottobre The New York Times ha riferito che gli inviati del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno esortato Kyjiv e le capitali europee a prendere in considerazione la ripresa del transito del gas russo attraverso la vasta rete di gasdotti ucraini nell’ambito di un accordo di pace. La logica alla base della proposta è semplice: poiché sia Mosca sia Kyjiv ne trarrebbero vantaggi economici, questa cooperazione potrebbe spianare la strada a un cessate il fuoco. Secondo l’articolo, i rappresentanti americani e russi avrebbero discusso anche della riattivazione del tratto ancora funzionante del gasdotto Nord Stream 2, che attraversa il Mar Baltico – un’ipotesi che la Casa Bianca nega. La proposta sul gas segue un altro incentivo avanzato durante i colloqui a Miami all’inizio di ottobre: un piano statunitense per sbloccare parte dei beni congelati della Banca centrale russa e porli sotto il controllo di Washington, respinto dai funzionari europei.

Si tratta di un accordo ragionevole o di un calice avvelenato? La risposta dipende molto meno da Kyjiv che da Mosca. Se un accordo economico di questo tipo potesse portare a un cessate il fuoco, Kyjiv acconsentirebbe con ogni probabilità a riprendere il transito del gas russo attraverso il proprio territorio e potrebbe non opporsi nemmeno alla ripresa dei flussi attraverso il Mar Baltico. Dall’inizio del 2025, il presidente Volodymyr Zelensky ha ripetutamente sostenuto sia un cessate il fuoco completo sia una moratoria parziale sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e sulle ostilità nel Mar Nero. L’11 marzo 2025, a Gedda, l’Ucraina ha accettato una proposta statunitense per una tregua immediata di trenta giorni. La Russia, invece, no. Nel giugno 2026, Zelensky ha affermato che il congelamento dell’attuale linea del fronte nell’Ucraina orientale e meridionale avrebbe rappresentato «il modo più rapido» per porre fine alla guerra.

Negli ultimi due anni, l’interesse dell’Ucraina a porre fine ai combattimenti è cresciuto al punto che Kyjiv ha rinunciato alle condizioni preliminari che aveva posto per una tregua totale o parziale. Accetterebbe l’attuale linea del fronte come linea di contatto per un cessate il fuoco e probabilmente tollererebbe una nuova forma di cooperazione economica con la Russia nel trasporto del gas. Gli introiti derivanti dai diritti di transito versati dalla Russia sarebbero certamente graditi, ma rivestirebbero un’importanza secondaria. In base al contratto di transito 2019–2024, Naftogaz ha registrato oltre un miliardo di dollari di ricavi grazie alla clausola «ship-or-pay», che prevede il pagamento anche in caso di mancato utilizzo della capacità di trasporto concordata. Una somma significativa, ma modesta rispetto ai costi della ricostruzione postbellica dell’Ucraina e al sostegno finanziario occidentale da cui attualmente dipende il suo bilancio.

Del resto, Kyjiv ha consentito il transito del gas russo anche in tempo di guerra. Le forniture verso l’Ue e la Moldavia attraverso i gasdotti ucraini sono proseguite sia dopo la prima incursione di Mosca in Ucraina, nel 2014, sia dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala, il 24 febbraio 2022. Il flusso si è interrotto soltanto il 1° gennaio 2025. Nel solo 2024 erano transitati circa 15–16 miliardi di metri cubi di gas. L’Ucraina, alle prese con gravi difficoltà finanziarie, aveva bisogno di quelle entrate. Inoltre, interrompere il transito non avrebbe fatto altro che dirottare le esportazioni russe verso altre rotte, come il TurkStream, che attraversa il Mar Nero e la Turchia.

A porre fine al transito, quasi tre anni dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala, non è stata dunque la guerra in sé, ma una combinazione delle sue conseguenze e di altri fattori. Tra questi figuravano la scadenza dell’ultimo contratto quinquennale di transito, le controversie sugli obblighi «ship-or-pay» di Gazprom, l’insistenza di Kyjiv affinché il gas fosse effettivamente di origine non russa e non semplicemente rietichettato, nonché la politica di graduale eliminazione delle importazioni energetiche russe adottata dall’Ue in risposta alla crescente aggressività di Mosca. Se l’Ucraina ha consentito il transito del gas russo durante una guerra su vasta scala, è probabile che lo faccia anche in caso di cessate il fuoco.

In linea di principio, l’accordo proposto da Kushner e Witkoff dovrebbe essere ancora più redditizio per Mosca che per Kyjiv. Una rapida ripresa delle esportazioni di gas verso Occidente, su larga scala e a costi relativamente contenuti, farebbe affluire nuove risorse nelle casse dello Stato russo, già sottoposte a forti pressioni. Nel 2025, le entrate russe derivanti dal petrolio e dal gas sono diminuite del 23,8 per cento, attestandosi a 8,48 trilioni di rubli. La loro incidenza sulle entrate federali è scesa sotto il 23 per cento, il livello più basso dal 2020, mentre il deficit di bilancio ha raggiunto i 5,6 trilioni di rubli. Il calo è proseguito nel 2026: nei primi nove mesi dell’anno, le entrate derivanti da petrolio e gas si sono ridotte di un ulteriore 17,2 per cento su base annua. La sola interruzione del transito attraverso l’Ucraina è costata a Gazprom circa il 16 per cento dei volumi di esportazione previsti per il 2025, per un valore fino a 4,5 miliardi di dollari all’anno.

Ciononostante, l’idea americana appare destinata a fallire, perché si basa su una lettura errata della strategia, dell’ideologia e della logica interna del regime di Vladimir Putin. Il comportamento della Russia in Ucraina è guidato da miti storici, risentimento politico, ultranazionalismo panrusso e fantasie di grande potenza ed espansione territoriale. L’interesse economico rappresenta soltanto una parte del quadro. È quindi probabile che Putin respinga la proposta come base per la pace. Ai suoi occhi, un accordo sul gas sarebbe tutt’al più la ciliegina sulla torta di una capitolazione parziale – o, meglio ancora, totale – dell’Ucraina.

Gli avvenimenti recenti lo dimostrano. Le esportazioni di gas russo verso l’Ue attraverso il Nord Stream non si sono interrotte nel 2022 a causa di un attacco ucraino ai gasdotti sottomarini, come spesso si sostiene. Era stata la stessa Mosca a sospendere le forniture settimane prima, alla fine di agosto del 2022, sacrificando il suo principale cliente per ottenere un vantaggio politico. Quando, il 26 settembre 2022, i gasdotti ormai inattivi furono fatti saltare in aria – un’operazione che i pubblici ministeri tedeschi attribuiscono a una squadra ucraina, il cui presunto capo è comparso a processo ad Amburgo il 14 ottobre 2026 –, una delle quattro condutture rimase intatta.

Putin si offrì di far transitare il gas attraverso quella conduttura, ma Berlino rifiutò. Quello che il Cremlino proponeva era un accordo che avrebbe aiutato la Russia a finanziare la propria guerra, non un cambiamento di rotta. Mosca ha preferito rinunciare a gran parte del suo mercato di esportazione più redditizio piuttosto che ridimensionare i propri obiettivi in Ucraina. Il Cremlino accoglierebbe certamente con favore maggiori entrate derivanti dal commercio energetico con l’Europa. Nel complesso, però, per la leadership revanscista russa si tratta di una questione secondaria.

Nel frattempo, è emerso un ostacolo molto concreto al ripristino sia del tratto rimasto intatto del Nord Stream 2 sia di qualsiasi altra rotta per il trasporto del gas russo verso l’Ue. Il 26 gennaio 2026, il Consiglio dell’Ue ha adottato formalmente un regolamento che prevede la graduale eliminazione di tutte le importazioni di gas russo. Il divieto totale per il gas naturale liquefatto (Gnl) russo entrerà in vigore all’inizio del 2027, mentre quello relativo al gas trasportato via gasdotto scatterà nell’autunno dello stesso anno. Ripristinare il transito richiederebbe quindi una revisione sostanziale della normativa europea vigente.

L’idea di portare la pace nell’Europa orientale attraverso una rinnovata cooperazione energetica è ingenua e si fonda su presupposti sbagliati. Di certo, l’Ucraina non rappresenta un ostacolo. Kyjiv accetterebbe molto probabilmente la ripresa del transito del gas russo attraverso il proprio territorio nell’ambito di un vero cessate il fuoco, proprio come ne ha consentito il passaggio durante la prima fase della guerra russo-ucraina, dal 2014 al 2021, e nei primi tre anni dell’invasione su vasta scala, dal 2022 alla fine del 2024.

Eppure, per riprendere un’espressione cara al Cremlino, la «causa principale» dell’insicurezza dell’Europa orientale non è di natura economica. È l’imperialismo radicale della Russia, il suo fervore espansionistico e la sua virulenta ucrainofobia. Di fronte a simili impulsi, anche le iniziative commerciali più redditizie si rivelano inutili. La storia zarista e quella sovietica insegnano che a frenare l’avventurismo estero di Mosca e a riportare l’attenzione della Russia sui problemi interni sono le sconfitte sul campo di battaglia, non le vittorie diplomatiche, e le difficoltà economiche, non i successi commerciali.

I risultati più duraturi si ottengono quando il fallimento militare e la crisi economica coincidono. Alla fine degli anni Ottanta, l’Unione Sovietica si ritirò dall’Afghanistan, perse la guerra fredda e sprofondò in una grave crisi socioeconomica. L’impero sovietico si disgregò e lo Stato russo che ne emerse divenne, per un certo periodo, una democrazia ancora embrionale, con ambizioni di politica estera relativamente contenute. Qualcosa di simile dovrebbe accadere oggi per porre fine all’attuale avventura militare della Russia all’estero.

Nella migliore delle ipotesi, il difetto dell’approccio di Kushner e Witkoff riguarda la sequenza delle iniziative. Se proposta prima di una tregua, la ripresa del commercio del gas equivarrebbe a un allentamento delle sanzioni che premia l’aggressione, senza riuscire a ottenere ciò che Mosca non è disposta a concedere. La Germania ha già sperimentato questa strategia con la sua fallimentare politica del Wandel durch Handel, ovvero «cambiamento attraverso il commercio», e soprattutto con i suoi due progetti Nord Stream, che hanno contribuito a incoraggiare il Cremlino prima delle escalation del 2014 e del 2022.

Se la cooperazione energetica deve svolgere un ruolo nella soluzione del conflitto, dovrebbe arrivare dopo, non prima, di un cessate il fuoco verificato e duraturo, sostenuto da garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina. Il gas russo che transita attraverso l’Ucraina e sotto il Mar Baltico potrebbe contribuire a consolidare la pace. Ma non può crearla.

Questo articolo si basa su un commento dell’EPIK.

Andreas Umland è ricercatore presso l’European Policy Institute in Kyjiv (EPIK) e analista presso lo Stockholm Centre for Eastern European Studies (SCEEUS), parte dello Swedish Institute of International Affairs (UI).

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