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Cupra Terramar plug-in, la prova de Il Fatto.it – Il lato sportivo dell’ibrido ricaricabile

22 October 2026 at 07:30

Cupra uguale Padel. La partnership tra la Casa di Martorell e lo sport della racchetta piena ha trovato puntuale conferma per la recente tappa di Milano dell’Oysho Premier padel P1, il circuito che schiera i più forti giocatori del mondo. Con l’occasione, Cupra ha organizzato sulle strade del capoluogo lombardo un breve test drive di alcuni dei suoi modelli in gamma. Gamma che in Italia, quarto mercato europeo per il marchio nato da una costola di Seat, ha visto nei primi nove mesi dell’anno una crescita del 6% a quota 16.962 unità, 6.437 delle quali ibride plug-in.

E proprio una Phev (Plug-in hybrid electric vehicle), per la precisione la Terramar 272 Cv nell’allestimento Tribe Edition, è l’auto con cui abbiamo girato per le vie di Milano e del suo hinterland. Troppo poco per rendere conto dei consumi, abbastanza per familiarizzare con questo Suv e ricavarne parecchie impressioni di guida.

Intanto, inquadriamo brevemente la Cupra Terramar: il powertrain in prova è l’ibrido plug-in con un 1.5 quattro cilindri e un motore elettrico per un totale di 272 Cv e 400 Nm di coppia. Fa lo 0-100 in 7,3 secondi e tocca i 215 km/h di punta. Il cambio è l’automatico Dsg a 6 rapporti che si può controllare anche con i paddle. La Terramar è lunga 4,52 metri, larga 1,86 e alta 1,58. Il bagagliaio, dove nella plug-in è alloggiata la batteria da 19,7 kWh, si riduce di un centinaio di litri rispetto alle altre versioni, ma è pur sempre molto generoso e arriva a 400 litri senza abbattere i sedili posteriori.

All’interno, si percepisce immediatamente la cura dei particolari e una qualità costruttiva di altissimo livello, unite a una disposizione ergonomica dei comandi e a un sistema di infotainment completo e velocissimo nella risposta. Di classe superiore, praticamente hi-end, l’impianto stereo Sennheiser, ingegnerizzato per l’abitacolo e che restituisce una trasparenza di suono da sala concerto. Una firma luminosa, personalizzabile, incornicia la plancia e, in corrispondenza dei montanti anteriori e degli specchietti, fornisce anche segnali di allerta relativi alle carreggiate.

Salendo in auto, accendendo il motore e avviando il Suv, la prima sensazione, che rimarrà per tutto il tempo del test, è quella di solidità. Nulla di massiccio, molto di concreto. Si apprezza subito il telaio, che è rigido quanto basta per farti sentire in sicurezza e, grazie alle sospensioni (si possono avere quelle a controllo elettronico), diventa tutt’altro che inclemente su buche e caditoie. Lo sterzo diretto restituisce un buon feeling. Non altrettanto si può dire del pedale del freno, che ha una corsa molto lunga a cui bisogna abituarsi perché a primo impatto non si è preparati. La frenata risulta comunque all’altezza della situazione, sia pure con un accenno di imbardata.

I settaggi, azionabili dal pulsantino sul volante, modificano risposta e assetto della Terramar, che nella versione plug-in sfiora le 2 tonnellate e, come ci si aspetta, in curva contiene il rollio nonostante si avverta il trasferimento di carico. I 272 cavalli si dosano facilmente, la risposta è pronta e, tra le varie modalità, c’è anche quella che permette di conservare il livello della batteria. Notevole è la possibilità di ricaricare anche in corrente continua fino a 50 kw (dal 10% all’80% in 26 minuti). In elettrico, secondo la Casa, si superano i 100 chilometri di autonomia. Qualche neo? La maniglia sul tunnel rischia di ostacolare i passeggeri più alti e la visibilità posteriore non è eccezionale (ma il sistema delle telecamere a 360° elimina ogni inconveniente).

Cupra, che focalizza la sua crescita in Italia anche sulle flotte e sul noleggio a lungo termine (la rata da 395 euro al mese, zero anticipo, della Formentor Impulse Hybrid, è ai vertici di convenienza per la categoria), per la serie speciale della Terramar Tribe Edition Phev ha fissato prezzi a 51.050 euro per la versione d’ingresso da 204 Cv e a 58.950 euro per la 272 Cv.

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Mercedes AMG GT SUV, l’anima di una GT nel corpo di una sport utility – FOTO

19 October 2026 at 10:00
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“Suv nella forma, GT per natura”. Stefan Weckbach, presidente del Consiglio di gestione di Mercedes-AMG sintetizza così la natura Mercedes-AMG GT SUV, il primo sport utility realizzato interamente in house dal marchio di Affalterbach e presentato a Stoccarda in occasione de Festival dei 140 anni della Casa tedesca.

Chiamarlo hyper-Suv non deve sembrare roboante: si arriva a 1.169 cavalli puramente elettrici, mentre molte delle soluzioni adottate derivano dall’esperienza della Formula 1 e le batterie hanno capacità fino a 128 kWh. E lungo 5 metri, largo 2 e con un passo di 3 metri. Il peso a secco supera abbondantemente le 2 tonnellate e mezza.

La gamma si articola su due concetti di powertrain. Le AMG GT 63 e 55 Suv adottano tre motori a flusso assiale: due sull’asse posteriore in un’unica High performance electric drive unit, uno sull’anteriore con funzione di booster, inserito solo quando servono potenza o trazione aggiuntive e disconnesso sotto carico leggero da una Disconnect unit. La GT 63 Suv raggiunge 860 kW (1.169 CV) di potenza di picco, la GT 55 Suv 600 kW (816 CV). Quest’ultima, che è anche la versione d’ingresso, monta due motori sincroni, uno per asse, per 400 kW (544 CV) combinati, con cambio posteriore a due velocità. La top di gamma scatta da 0 a 100 km/h in 2,5 secondi e da 0 a 200 km/h in 6,8 secondi, con velocità massima di 270 km. La potenza continuativa arriva fino a 530 kW, valore che AMG indica come nuovo riferimento nel segmento.

Due le varianti di batteria, entrambe a 800 volt con celle cilindriche. L’accumulatore da 106 kWh (18 moduli) consente la ricarica in corrente continua fino a 600 kW e 380 km di autonomia Wltp in dieci minuti; quello da 128 kWh (22 moduli) arriva a 710 kW e 450 km in dieci minuti, con il 10-80% in 12 minuti. A una colonnina da 400 kW servono 14 o 16 minuti. L’autonomia massima dichiarata è di 700 km.

Jörg Burzer, Chief technological officer di Mercedes group, definisce quelle di GT Suv “batterie rivoluzionarie ad alta tensione”, ma indica come prossimo step della ricerca della Casa di Stoccarda “le batterie allo stato solido. Tenere alti i nostri valori, con particolare riguardo alla sicurezza e alla qualità, coniugandoli con la tecnologia è la nostra sfida per i prossimi 140 anni”. Burzer ha anche ricordato che la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale “possono ridurre i tempi di progettazione del 30%” grazie alla piattaforma PLM.AI (Product Lifecycle Management).

Le sospensioni completamente nuove AMG Active ride control+ (di serie sulla GT 63, optional sulla GT 55) sostituiscono le barre stabilizzatrici convenzionali con elementi idraulici attivi che controllano beccheggio e rollio. Lo sterzo attivo sull’asse posteriore, di serie, ruota fino a 6 gradi: in opposizione alle ruote anteriori sotto gli 80 km/h, nella stessa direzione oltre. La GT 63 Suv monta freni carboceramici di serie su entrambi gli assi, la GT 55 SUV freni in acciaio con il carboceramico come optional. La trazione integrale è l’AMG Performance 4MATIC+ a ripartizione variabile, con sette modalità di guida.

Il programma AMG Force Sport+ riproduce il sound dei motori AMG V8 (GT 63 e 55) e del 6 cilindri (GT 53), simulando i cambi marcia, abilita i cambi manuali con le palette e include il display dedicato. Uno slider, poi, permette di personalizzare il suono.

L’aerodinamica è attiva: le lamelle verticali dell’Aerokinetics Airpanel nel paraurti anteriore restano chiuse per ridurre la resistenza e si aprono solo quando occorre raffreddare il powertrain, mentre sulla GT 55 e sulla GT 63 uno spoiler sul tetto cambia posizione oltre i 150 km/h per ridurre la resistenza o aumentare la stabilità.

GT 53 Suv, la versione d’ingresso è ordinabile dal 20 ottobre con un listino che parte da 113.050 euro. I modelli GT 63 e GT 55 Suv seguiranno nella primavera 2027.

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Audi A6 Allroad, la prova de Il Fatto.it – Sei anime, una missione: il piacere di guidare – FOTO

16 October 2026 at 12:34
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Volete un’auto del secolo scorso che ha saputo rinnovarsi fino ai giorni nostri? Cercate una vettura capace di creare un segmento per poi abitarlo quasi da sola? Non potreste fare a meno di una macchina che si guida in sei modi diversi, tutti terribilmente appaganti? Eccola.

È l’Audi A6 allroad, che dopo 27 anni e cinque generazioni si ripresenta quatta quatta per la sesta occasione. Anzi, verrebbe da dire acquattata, visto che la novità più evidente è nelle proporzioni. Per la prima volta l’allroad è più larga della vettura da cui deriva, l’Audi A6 Avant: oltre 11 centimetri in più (11,1 per la precisione). È cresciuta inoltre di 8,4 centimetri rispetto alla generazione precedente. La carreggiata anteriore è aumentata di 7,4 centimetri in confronto con l’Avant e di 5,5 centimetri rispetto al vecchio modello, quella posteriore di 7 centimetri. Ne deriva una presenza scenica notevole, sottolineata dalle protezioni e dagli elementi a contrasto del look all terrain, dai blister quattro e dalle inedite feritoie alle spalle dei passaruota anteriori, di derivazione Audi Sport.

Le dimensioni parlano chiaro: 5,02 metri di lunghezza (+6,5 cm), 1,99 di larghezza, 1,51 di altezza, con un passo di 2,93 metri che favorisce l’abitabilità posteriore. L’altezza minima da terra è superiore di 3,4 centimetri rispetto all’Avant.

Al lancio la gamma offre una doppia scelta. Il V6 3.0 Tdi mild-hybrid plus a 48 Volt eroga 299 Cv 580 Nm, con 0-100 km/h in 5,4 secondi; il cuore della tecnologia Mhev plus è il powertrain generator, che può contribuire alla marcia con fino a 24 CV e 230 Nm e, in decelerazione, agisce da alternatore abilitando la frenata elettroidraulica.

Per la prima volta nella storia dell’A6 allroad arriva però anche il plug-in hybrid: 367 Cv e 500 Nm, motore 2.0 TFSI a ciclo Miller più propulsore elettrico sincrono a magneti permanenti integrato nel cambio S tronic a 7 rapporti, 0-100 in 5,5 secondi. La batteria da 25,9 kWh nominali (20,7 effettivi) garantisce fino a 102 km di autonomia elettrica WLTP, con ricarica a 11 kW in AC in 2,5 ore.

Di serie ci sono lo sterzo integrale, che a bassa velocità favorisce l’agilità e ad alta rinforza il rigore direzionale, la trazione quattro ultra, che attiva la coppia al retrotreno solo quando serve secondo una strategia predittiva, e le sospensioni pneumatiche adattive allroad, con escursione di 55 millimetri: da -20 mm fino a +35 mm rispetto allo standard.

Premesso che nel 2026 si fa grande fatica a trovare un’auto piena di difetti, qui sull’A6 allroad c’è il problema di individuarne anche uno solo. E, al volante, la ricerca diventa difficilissima. Le sei modalità di guida sono marcatamente diverse, con altrettante disponibilità per affrontare asfalto e sterrato in base a esigenze e sensazioni. Carico volante, corsa dei pedali, risposta delle sospensioni: tutto è tarato in modo ineccepibile.

Sulla statale del Casentino da Poppi a Firenze, smanettando sui set del V6 Tdi le centinaia di curve scorrono via senza problemi, in puro godimento di guida, con dynamic che ammansisce il rollio e fa pure la voce grossa, comfort che segue la strada in culla o efficency che veleggia e risparmia carburante.

Nella fase di accelerazione dalle marce basse si avverte quella specie di lamento-motore del diesel accoppiato al cambio Dsg: non che crei problemi, ma rende meno fluido al (nostro) orecchio il passaggio ai regimi successivi. Più oggettivo, invece, è un altro neo della A6 allroad: per liberare spazio sul tunnel molti comandi fisici sono stati spostati sul bracciolo della portiera lato guidatore. Se ne contano 14, alcuni dei quali (fendinebbia, per esempio) possono essere azionati anche in marcia, intralciando momentaneamente il focus visivo.

I prezzi, infine, partono da 82.350 euro per la V6 3.0 Tdi quattro 299 Cv S tronic e da 88.650 euro per la 2.0 e-hybrid quattro 367 Cv S tronic. Il mix atteso per i powertrain è 65% diesel e 35% e-hybrid, mentre sul totale della gamma A6 si prevede il 25% di allroad.

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