Quelli di sinistra e di destra che vanno a vedere Brunori hanno capito tutto, tranne le battute
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C’è una frase che a certi amici di Guccini piace tantissimo ripetere, è una frase su certi limiti del pubblico con la quale il maestrone sintetizzava egregiamente la questione, è una frase in dialetto perché Guccini era consapevole della maggior efficacia del dialetto nel veicolare un certo sbrigativo sprezzo, è una frase cui penso tantissimo durante lo spettacolo di Dario Brunori, “TuttoBrunori”, in un teatro bolognese.
Ve la dico dopo, prima devo dirvi che sono arrivata nel retropalco di Brunori, prima che cominciasse lo spettacolo, e indossavo dei ridicoli occhiali da sole, perché come spesso mi accade avevo perso gli occhiali da vista nel disordine, senza sono orba, e quindi avevo risolto con occhiali da sole graduati, che alle nove di sera al chiuso ti fanno sembrare un po’ Silvio con l’uveite un po’ Aristotele Onassis.
Per consolarmi dal mio imbarazzo, Brunori mi ha raccontato che sere prima, a Firenze, c’era in platea uno col cappellino e gli occhiali da sole, per non farsi riconoscere, e quell’uno era Matteo Salvini, ma a lui che era sul palco di Salvini in platea l’hanno detto solo dopo – e adesso che vedi lo spettacolo, si sono affrettati a rimarcarmi tutti, vedrai quanto è assurdo che ci fosse Salvini, chissà cos’ha pensato.
E lo vedo, perché nello spettacolo c’è Salvini, non in platea, ma come coprotagonista di uno dei frammenti del lungo monologo che è il nucleo di questo preciso spettacolo di Brunori Sas (che più che un nome d’arte sembra un’identità da picchiatello dell’internet convinto di non poter dire col suo vero nome che a lui la panna nella carbonara piace), dove le canzoni sono molto attese dal pubblico per l’incantesimo della rima e del poter fare da coro, ma a stare attenti (neppure troppo) si capisce che stanno lì per spiegare quei monologhi: sono le cose che gli sono successe per fargli scrivere quelle canzoni, il modo in cui gli sono venute in mente, l’architettura. Sì, quella del suo cuore che avete sentito a Sanremo, ma pure quella di Leonardo da Vinci se andrete a teatro.
In quel frammento lì Dario Brunori dice una cosa che dicono tutti gli scemi, cioè che ai Salvini del mondo mica può piacere De André – «o non hanno capito loro, o non abbiamo capito noi» – ma la dice in un modo non da scemo. La dice nel modo in cui dice le cose lui, pieno di dubbi e di autoironia e di contraddizioni e di umanità, ma il pubblico questo livello qui non lo vede. Sarà che siamo a Bologna, e quello bolognese è il più complessato dei ceti medi, il più stolido, il più ideologico, ma a me sembra che siano un algoritmo: colgono le parole chiave, quelle di fronte alle quali avere soddisfazioni di Pavlov, mica i toni.
Brunori dice che con tutti i Salvini cui piacciono i De André gli viene il dubbio che fare il cantautore sia diventato di destra, ma no, perché lui canta per tutte le associazioni benefiche, scrive tutte le cose giuste, e insomma gli è chiaro d’essere la figurina cliché del cantautore di sinistra; lui dice così sul palco, e loro in platea emanano l’ottusa soddisfazione del liceale con la maglietta di Che Guevara che squarciagola «trionfi la giustizia proletaria», solo che hanno l’età mia e il mutuo e la babysitter da pagare quando tornano a casa.
A un certo punto c’è un pezzo favoloso in cui la questione «genocidio» viene dibattuta in una riunione milanese, dove uno vestito da milanese e che parla come un milanese dibatte del “brief genocidio”, chiedendosi se stiano ottenendo gli obiettivi aziendali o se si stiano facendo battere dal Ruanda, e oltre a «brief» ci sono altre cento parole in aziendalese, ma neanche questo fa sì che il pubblico in platea sappia distinguere tra oggetto e bersaglio della satira.
È allora che la signora di fianco a me tira fuori dalla sua brava borsetta la sua brava bandiera della Palestina, la dispiega, la solleva sopra la testa. La prima cosa che penso è: ma quella dietro così non vede più niente. La seconda cosa che penso è: guarda, una che pensa che questo pezzo parli di genocidi e non di milanesi. La terza cosa che penso è: tu vai in giro con una bandiera della Palestina in borsa? Ma io voglio conoscerti, io voglio parlarti, io voglio studiarti.
Ma non è la sbandieratrice il primo punto dello spettacolo in cui penso a quella frase di Guccini. Il primo frammento di monologo inizia con una dichiarazione d’intenti poetici, «Io mi chiamo B.», di cui mi chiedo quanti in sala capiscano il riferimento, poi B. passa per la madre che gli chiede come possa andare a Sanremo, «cumu ti ci presenti cu ’sta panza a Sanremo, pari Pavarotti», per il padre che tutta la vita ha votato fiamma tricolore e ora il figlio va da tutti quelli che gli stavano sul cazzo, Fazio, Gramellini, «in una parola: Rai3», per il fisioterapista che gli rimprovera che la sinistra non lotti più contro i ricchi («Mimmo, con tutta la buona volontà: ma come facciamo a lottare contro noi stessi?»); ma la serata esalta il pubblico in sala in misura che per le altre due ore e spicci non è nemmeno paragonabile quando Dario e Simona – madre di sua figlia e corista e tutte cose – duettano dicendosi «Ti amo».
Potrebbe essere la scena d’un reality, cioè dell’unico linguaggio che capisca ormai non solo il pubblico di Sanremo, non solo il pubblico di Angelo Duro, non solo il pubblico di Sal Da Vinci, ma anche e soprattutto il pubblico che si percepisce raffinato venendo a vedere il santino dei cantautori di sinistra.
Più avanti succede un’altra cosa, e io non so se la sbandieratrice alla mia sinistra la sapesse, fosse venuta equipaggiata perché informata su quel preciso pezzo di monologo, potrei restare a domandarglielo ma chi legge questa pagina non si stupirà se dico che l’urgenza di andare a farsi un gin tonic in camerino prevale sempre su quella del giornalismo investigativo.
Succede che Brunori racconta d’un suo spettacolo al quale si svolge la scena che ormai c’è a tutti i concerti, quella che ti garantisce pubblicità gratuita perché fa finire il concerto nelle homepage di tutti i giornali, quella che esalta i giornalisti di spettacoli perché se ci mettiamo di mezzo il tema importante ci strillano l’articolo in prima pagina, il dirottamento preferito dalla fotogenia (vuoi mettere che macchia di colore, quella bandiera) e dai giornalisti che per venire finalmente filati dalla direzione se ne fottono di Mimmo e ti chiedono di Ed Sheeran e di De Gregori.
I capitoli di monologo hanno dei titoli che compaiono nello schermo dietro di lui, quello della scena che conosciamo tutti ma vista dal lato del cantante s’intitola “1 minuto e 20”, Brunori racconta di sé stesso sul palco che vede quello che gli agita la bandiera davanti perché vuole la prenda (neanche dice di che bandiera si tratti, non c’è bisogno: esistono altre bandiere, in questa stagione dell’economia dell’attenzione?). Lo vede e non sa che fare.
Se la prende il pubblico si esalterà, ma mica l’impegno politico può diventare marketing, mica si può perdere il diritto al silenzio, lui è pieno di dubbi e, siccome è uno che sa fare il proprio mestiere, descrive questo sbandieratore nel modo più facilmente credibile, come un ventenne, che «mi sorride come chi non ha nessun dubbio».
Che è una condizione che, nel mondo di prima, affliggeva solo i ventenni, ma la sbandieratrice sessantenne alla mia sinistra sorride come una bambina a Natale, meno male che la bandiera se l’era poggiata in grembo e non l’aveva messa via, così ora può sollevarla certa che Brunori sia con lei, mentre Brunori dice che nella scena che sta raccontando gli danno «un minuto e venti per sciogliere il nodo mediorientale, loro sono ottant’anni che ci lavorano», ma lei sbandiera felice, lei non ha dubbio alcuno che sia lei al concerto di Brunori, lei con un pezzo d’acrilico colorato in borsetta, a poter un domani dire ai nipoti «La pace nel mondo fu merito nostro».
Quando alla fine Brunori racconta che, in quella scena, la bandiera l’ha infine presa, lei – che già della riflessione e dei dubbi e delle considerazioni sul marketing se ne fotteva – si percepisce finalmente vincitrice: sta nella stessa curva di tifoseria di quello sul palco. E – lo so che non mi crederete, e se non fosse successo nella poltrona di fianco non ci crederei neanch’io – poggia un attimo la bandiera e fa il gesto che faceva Alberto Sordi nei “Vitelloni”, e io non so chi stia mandando affanculo, Ed Sheeran, De Gregori, la coscienza tormentata di Brunori, Miss Italia che la pace nel mondo non l’ha ottenuta e lei sì. So però che aveva ragione Guccini quando diceva: in capésen un cazz’.
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