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Rocchi deve scegliere: o l’AIA o Dazn. La presenza in tv dell’ex designatore è un caso

20 October 2026 at 07:07

Doveva essere – è già andato in onda nelle ultime due giornate – il “nuovo opinionista per la stagione 2026/2027”, “protagonista fisso” di “Fuoriclasse”, lo show della domenica sera dopo il posticipo. Lo hanno inserito persino nella locandina del programma, accanto a Diletta Leotta. Eppure la presenza dell’ex designatore Gianluca Rocchi negli studi di Dazn è un caso.

Rocchi è stato uno dei migliori arbitri italiani fino al 2020, e poi il capo dei fischietti della Serie A negli ultimi quattro campionati, prima di essere travolto anche immeritatamente dall’inchiesta sui presunti favoritismi, finita in una bolla di sapone senza alcun addebito né penale, né tantomeno sportivo. Rimane, invece, il giudizio negativo sulla sua gestione, ma quella è un’altra storia. Il suo nome evoca ricordi ancora molto freschi, la sua presenza nel salotto televisivo della Serie A non poteva passare inosservata. L’annuncio a sorpresa da parte della pay-tv ha suscitato immediati malumori all’interno della categoria, e anche di quella che fino a ieri è stata la sua squadra. Ma soprattutto ha posto un problema regolamentare: Rocchi per andare a Dazn deve essere autorizzato dall’AIA: e lo è stato solo temporaneamente.

Siamo abituati ai moviolisti in tv, ma quello di Rocchi è un caso senza precedenti. Innanzitutto perché lui non è un ex arbitro qualunque, è stato designatore, e non qualche anno fa ma fino a ieri: è ancora viva l’eco degli episodi controversi che hanno attraversato il suo mandato; tanti tifosi, calciatori, dirigenti non lo sopportano, qualcuno magari invece lo rimpiange. E poi perché a differenza dei vari Cesari, Calvarese, Bergonzi, lo stesso Marelli per rimanere in casa Dazn, giusto per citare i volti più noti, non si tratta di un ex fischietto, che ha lasciato quel mondo: Rocchi è tutt’ora un tesserato AIA, di cui si sente parte e che non ha mai voluto abbandonare. E l’art. 41 del regolamento parla chiarissimo: “Ogni associato individualmente può disporre della propria immagine di arbitro e sfruttarla ai fini commerciali stipulando contratti privatistici, previa autorizzazione scritta del Presidente dell’AIA che ne valuta la compatibilità tra le prestazioni richieste all’associato e l’esercizio indisturbato, imparziale e trasparente della funzione arbitrale. Ciascun associato si obbliga a versare all’AIA un contributo straordinario pari al 10% dei compensi percepiti per attività promo-pubblicitarie, da destinare ad un fondo speciale di solidarietà”.

Al Fatto risulta che il diretto interessato si sia mosso per tempo, coinvolgendo nelle interlocuzioni anche la FederCalcio (l’ormai ex segretario generale Brunelli, lo stesso presidente Malagò), e abbia effettivamente chiesto e ottenuto il via libera dall’AIA dal vecchio reggente e nuovo presidente Massini. Ma soltanto domenica per domenica, con il proposito di “rivalutare” complessivamente la questione. Altro che “protagonista fisso”. Non è difficile immaginare il perché: nell’associazione temono che questa vetrina si trasformi in un pulpito da cui l’ex designatore desideroso di rivalsa, cominci a picconare in diretta tv il nuovo corso, nei cui confronti ci sono ancora resistenze, interne ed esterne. Paura magari infondata ma comunque comprensibile, in un movimento completamente spaccato, attraversato continuamente da faide e veleni. C’è anche un tema di percezione, perché i tifosi fino all’anno scorso erano abituati a vedere un responsabile dell’AIA (spesso lo stesso Rocchi) discutere gli episodi salienti ad Open Var. Al momento quello spazio è stato sopresso (presto dovrebbe tornare con un nuovo format), e c’è il rischio di scambiare la presenza di Rocchi per un suo surrogato. Invece lì rappresenta solo se stesso, se l’AIA dovesse mai mandare qualcuno in tv, non sarebbe certo lui, per ovvie ragioni.

Per Rocchi, l’offerta di Dazn è stata un’opportunità importante, in un momento personale difficile, che lui ha voluto anche legittimamente provare a cogliere. Ma le controindicazioni erano evidenti e andavano valutate in maniera definitiva, per tempo. Il pasticcio è sotto gli occhi di tutti. Se ora la collaborazione venisse improvvisamente interrotta dopo soltanto due domeniche si parlerebbe di censura, nell’universo dei social dove proliferano fake news e teorie di complotto, specie a proposito di calcio, e di arbitri.

Queste due domeniche “in deroga” dovevano servire a fare una prova, e anche a cercare una soluzione che conciliasse le due posizioni. Internamente Rocchi ha offerto ampie garanzie, ed in effetti i suoi interventi fin qui sono stati sempre molto “alti”: ha parlato di filosofia arbitrale, protocolli, persino di doppio tesseramento, svicolando le domande più specifiche da moviolista (compito affidato a Marelli), senza mai alcun tipo di critiche nei confronti di Orsato o dei suoi colleghi. Ma non è bastato a sciogliere le riserve. E del resto, ribaltando la prospettiva, è anche lecito chiedersi quanto abbia senso un’opinionista che non può esprimere completamente la sua opinione, per gli spettatori e per la stessa Dazn: per l’emittente oggi riportare in tv l’ex designatore è stato un colpo giornalistico, ma alla lunga la presenza andrà riempita di contenuti. Molto probabilmente Rocchi dovrà scegliere: o l’AIA o Dazn. Che vuol dire che per continuare a fare il “talent” in tv, dovrà dimettersi dall’associazione.

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Juventus nel baratro: la croce addosso a Spalletti, ma Carnevali ha fatto pure peggio

19 October 2026 at 12:46

Fischiato, contestato, i tifosi hanno già emesso il loro verdetto. Rivogliono Antonio Conte, ancora, e magari stavolta saranno pure accontentati. Luciano Spalletti è il colpevole dell’ennesimo sfacelo juventino, la seconda stagione che rischia di essere compromessa ancora prima di cominciare. Capro espiatorio no: non c’è dubbio che abbia le sue responsabilità, che sia probabilmente un tecnico “finito” (questo è un capitolo che meriterà di essere approfondito a parte). Ma farlo oggi sarebbe come sparare sulla croce rossa, perché che squadra gli hanno fatto?

Questa Juve è la più scarsa che si ricordi, dagli anni immediati del post Calciopoli ad oggi. Una formazione senza né capo né coda, non soltanto perché il suo allenatore non è riuscito a trovarglieli. Ricordiamoci quali erano le premesse di quest’estate: la nomina a giugno di Giovanni Carnevali come nuovo amministratore delegato. Dopo gli eccessi di Giuntoli e le stravaganze dell’alieno Comolli, finalmente un dirigente forte e italiano, capace di unire le competenze gestionali a quelle di campo, profondo conoscitore del nostro campionato e del mercato. L’uomo giusto per ritrovare l’identità perduta della “Vecchia signora”. Insieme a Massara (direttore sportivo), fin qui ha fatto persino peggio dei tanto bistrattati predecessori.

È vero che i bilanci non si fanno dopo soltanto sei mesi, ma se nella frenesia del calcio moderno siamo abituati a giudicare allenatori e giocatori così rapidamente, non si vede perché non debba valere anche per i dirigenti. In fondo c’è stato un mercato di mezzo e a Comolli non è stato concesso più tempo, forse perché non godeva di buona stampa. Sicuramente la Juve si oggi sconta gli errori del passato, follie come Koopmeiners e Openda sono zavorre pesantissime per il bilancio del club. Però quest’estate, nell’anno della rifondazione, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare.

Bisogna partire dal presupposto – evidente da subito a tutti, probabilmente anche ai diretti interessati – che la coperta era corta, non c’erano sufficienti risorse per completare la rivoluzione necessaria. Proprio per questo, diventano ancora più scellerati certi investimenti, che comunque ci sono stati: quasi 150 milioni di euro in cartellini, pur a saldo quasi zero sul bilancio. Sono stati spesi 50 milioni di euro per una punta (Kolo Muani) che non era tale, dopo averla inseguita per due anni quasi non ci fossero altri attaccanti nel mondo, a dimostrazione anche proprio di mancanza di idee, più che di soldi. Si è deciso di puntare forte su Alajbegović, giovane di sicuro talento, in una batteria di fantasisti già affollata dai vari Yildiz, Boga, Zhegrova, Conceição, volendo lo stesso McKennie visto che viene impiegato spesso in quel ruolo, mentre restava scoperto il reparto nevralgico.

Nel calcio moderno è col centrocampo che si dominano e si vincono le partite: la Juventus ha pensato di poter affrontare un’intera stagione con Koopmeiners (oggetto misterioso), Kephrem Thuram (rotto), Douglas Luiz (sul mercato), Sarr (prestito dell’ultimo minuto) e praticamente il solo Locatelli, con tutti i suoi limiti, come certezza, che si è pure infortunato subito perché la lingua batte dove il dente duole. È stato un errore dilettantesco, di cui qualsiasi tecnico pagherebbe le conseguenze. Così come ritrovarsi il primo settembre con insostituibile Nico Gonzalez, dopo aver provato a venderlo in tutti i modi fino al 31 agosto. Oppure soffiare Celik alla Roma a suon di milioni, con l’ennesimo ingaggio sconsiderato che affosserà il bilancio nei prossimi anni; giubilare a furor di popolo Di Gregorio, per incassare gli stessi gol con Vicario in porta.

Se Giuntoli con Thiago Motta aveva avviato un percorso in cui si era intravisto a tratti qualcosa, le ultime avvisaglie di vera Juve. Se Comolli era comunque mosso dall’ambizione di creare qualcosa di diverso (l’anno scorso quello bianconero ci sembrava l’attacco più forte del campionato, prima di vederlo giocare). Il mercato dimesso, conservativo di Carnevali sancisce il completamento di una parabola che ha portato la Juventus, la Signora del calcio italiano, ad essere oggi più debole non solo sul campo, ma anche sulla carta, di Milan, Roma, persino del Como (l’Inter non la prendiamo nemmeno in considerazione). A questo caos Spalletti non è riuscito a trovare un senso, non porta più alcun valore aggiunto, anzi semmai il contrario. Ma in questi casi – come si dice – il pesce puzza sempre dalla testa, bisogna risalire alla società, e forse anche più su (vero Elkann?). Che poi, confermare un tecnico a fine corsa dopo la mancata qualificazione in Champions è soltanto l’ennesima colpa che ricade più su chi decide che sul malcapitato in panchina.

X: @lVendemiale

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