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Dalla piazza alla corsa elettorale, gli studenti in Serbia sognano di sconfiggere Vucic il 25 ottobre: “Porteremo democrazia e libertà”

20 October 2026 at 07:06

“Non crediamo nella vittoria: ne siamo completamente certi”. A dirlo sono Mihajlo, Ivana e Tea. Uno studente, una giornalista e una regista. Tre serbi di generazioni diverse, con storie e percorsi differenti, ma uniti dalla stessa convinzione: il 25 ottobre la lista del movimento studentesco vincerà.

La Serbia tornerà alle urne per le elezioni parlamentari anticipate. Il voto è stato convocato il 9 settembre, quando Aleksandar Vučić era ancora presidente. Il 27 settembre si è dimesso dalla presidenza e ora guida la lista del Partito progressista serbo, l’SNS. Da una parte il partito al potere dal 2012. Dall’altra la lista nata dal movimento studentesco. Dopo quasi due anni di proteste, gli studenti sono arrivati sulle schede elettorali. Il 15 settembre la “Studentska lista, studenti pobeđuju” è stata ufficialmente proclamata dalla Commissione elettorale serba. Sono 250 candidati.

Perché sono convinti della vittoria? La prima a rispondere è Ivana Perić: “Perché siamo sostenuti da moltissime persone”. È una giornalista indipendente e attivista. Ha raccontato il dopoguerra in Kosovo e si è battuta per la libertà di stampa in Serbia. Per anni ha diretto City Smart Radio, una radio indipendente di Belgrado, poi chiusa dopo pressioni che, racconta, l’hanno spinta a rinunciare. “Quando ho capito che nel nuovo bando per l’assegnazione delle frequenze l’emittente sarebbe stata rilevata da qualcuno vicino al Partito progressista serbo, ho deciso di chiudere definitivamente. È stata dura”.

Oggi è una delle candidate della lista studentesca. La libertà di stampa è anche uno dei punti del loro programma. “È l’articolo 4”, precisa. Ma la battaglia, per lei, non riguarda soltanto i media. Riguarda una società ancora profondamente divisa. “Inizialmente c’erano forti contrasti, anche nelle famiglie, per via della propaganda televisiva del partito. Chi protestava veniva descritto come violento, terrorista e come se fosse una minoranza. Ma bastava affacciarsi dalla finestra e vedere un fiume di giovani che sorridevano e si baciavano”. La candidata racconta che per molto tempo una parte della società è rimasta confusa, soprattutto gli anziani che non si informavano online, dove invece circolavano i video delle proteste. Poi, dice, hanno iniziato a fidarsi dei giovani. “Li ho visti dormire al freddo, all’aperto, con temperature sotto lo zero, perché i funzionari comunali non permettevano loro di mettere i sacchi a pelo nelle palestre. Ma hanno resistito”.

Quando ricorda le prime manifestazioni a Novi Sad, Ivana si commuove. È lì che tutto è iniziato, dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria, il primo novembre 2024. Morirono 16 persone. “Non abbiamo ancora giustizia. Siamo molto arrabbiati“.

La censura la conosce bene anche Tea Puharić, regista. Nel marzo 2025, racconta, le sono stati tolti tutti i progetti. “Mi è stato esplicitamente detto che ciò era dovuto al mio sostegno al movimento studentesco. Da allora, il mio diritto al lavoro mi è stato di fatto negato”. Tea racconta di essere stata inserita in quella che definisce una “lista nera“: “Sono stata discriminata nella richiesta di finanziamenti e cofinanziamenti per opere artistiche. Poi, nell’agosto del 2025, i sostenitori delle autorità hanno sfondato le porte d’ingresso del mio palazzo, le hanno imbrattate di vernice rossa e hanno sparso intorno all’ingresso fotografie che mi ritraevano, accompagnate da messaggi offensivi. Questa è la quotidianità in cui viviamo”, racconta la donna che continua a sostenere il movimento studentesco.

Nella lista ci sono persone provenienti da mondi diversi: studenti, professori, agricoltori, biologi, artisti e sportivi. “Siamo molto orgogliosi delle personalità che abbiamo scelto”, dice Mihajlo Srdanović. È uno degli studenti che fin dall’inizio ha marciato per le strade della Serbia. La sua battaglia, dice, è cambiata nel tempo. “Non pensavamo che i blocchi sarebbero continuati per così tanto tempo. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di mollare“, confessa parlando delle violenze e delle umiliazioni subite. “Ma non potevo farlo. Prima per la giustizia delle vittime, ora per la vittoria, per la democrazia e per la libertà“. Per Mihajlo la candidatura degli studenti non significa soltanto partecipare a un’elezione. Significa cambiare il rapporto tra cittadini e istituzioni. “Vogliamo un modello in cui gli studenti siano partecipanti attivi alla vita politica e in cui lo Stato funzioni secondo principi democratici, che ci chiamino a rispondere delle nostre responsabilità ma, allo stesso tempo, ci garantiscano protezione giuridica in quanto cittadini dello Stato”.

Per Ivana queste elezioni rappresentano la possibilità di aprire una nuova fase. “Per tutti noi è un’occasione per iniziare a risanare la società e le istituzioni“. Poi sorride. “Non vediamo l’ora che arrivi il 25 ottobre”.

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Ex Ilva, migliaia di persone in corteo a Taranto con le croci coi nomi dei morti: “Lo stabilimento va chiuso ma vanno tutelati i lavoratori”

18 October 2026 at 14:58

“Ognuno porta la sua croce, la mia si chiama Miriam. Aveva solo cinque anni”. Antonella Massaro è in testa al corteo partito sabato pomeriggio da piazzale Democrate, a Taranto. La manifestazione, promossa dalla rete Onda del Futuro insieme all’associazione Genitori Tarantini, chiede la chiusura dell’ex Ilva. Antonella solleva sopra la testa una croce di legno con il nome della figlia, morta nel febbraio 2008 per un neuroblastoma. Altre croci portano i nomi di chi non c’è più: Maria, Tina, Giulia, Grazia, Antonio. Le stringono tra le mani madri, padri e volontari. Dietro avanzano migliaia di persone, arrivate anche da fuori Taranto.

Ci sono attivisti, giovani e famiglie. “Taranto libera”, gridano. Libera dalle polveri, dal “mostro”, come chiamano tutti l’industria. Le voci si mescolano alle canzoni, agli applausi e alle lacrime. Tra i manifestanti, molti bambini camminano accanto ai genitori. “Protesto per lui, per tutti i bambini di Taranto e per un futuro senza l’Ilva e senza inquinamento“, dice Rosaria, indicando il figlio di sette anni e mezzo. “Dobbiamo dimostrare ai più piccoli che, manifestando uniti, possiamo raggiungere un obiettivo comune: una Taranto libera dai ricatti occupazionali e dai veleni. Ci sono alternative sicuramente migliori alla fabbrica” dice un’altra mamma col figlio di 11 anni. L’eterno nodo di Taranto sta tutto qui: salute e lavoro. “Dobbiamo trovare un’alternativa per i lavoratori. Bisogna garantire la salute a tutti, ma pensare anche a chi potrebbe perdere il lavoro. Secondo me, è possibile fare entrambe le cose”, racconta Mattia, elettricista di San Giorgio Ionico. Un’altra manifestante ricorda che il marito, ex operaio dell’indotto, aveva lasciato il posto molti anni fa per reinventarsi professionalmente. Oggi svolge un altro lavoro. “Si può fare. È fattibile”, afferma con disperazione.

Poco più in là, una tarantina tiene tra le mani una fotografia. Nello scatto, la folla regge uno striscione: “Ne sono morti troppi, adesso basta”. È della storica manifestazione del 2012. Quattordici anni fa, la gip Patrizia Todisco dispose il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento ambientale. In strada scesero operai e cittadini preoccupati per le conseguenze dello stabilimento sulla salute. Sabato alcuni sono tornati a manifestare, i tarantini tutti si sono incontrati ancora una volta nelle stesse strade. «”Adesso c’è più fiducia nella magistratura. Sono fiduciosa sulla scelta della Cassazione del 20 ottobre, non ho il minimo dubbio»” Si riferisce all’udienza delle Sezioni unite chiamate a esaminare i ricorsi contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano relativo alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo. Una decisione cruciale per il futuro dello stabilimento, dei suoi lavoratori e per la città. Poi guarda le persone che continuano a sfilare. “Oggi vedere tutti questi cittadini è veramente un’emozione profonda. Sono molto, molto contenta. C’è ancora speranza. Taranto merita di tornare a vivere”.

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