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Giorgia Meloni “non contraria” al divieto social per i minori. Opposizioni: “Stupiti, lo blocca da un anno. Teme Trump e Big Tech?”

21 October 2026 at 14:49

Giorgia Meloni non dice di essere favorevole al divieto social per i minori di 14 anni. Però “non è contraria e ostile”, mentre esplodono proteste in piazza e il governo teme interferenze straniere, grazie ad internet e alle piattaforme tecnologiche. Avrebbe potuto approvare un decreto legge, lascia trapelare su Repubblica, ma preferisce lasciare mano libera al Parlamento sul ban per giovanissimi. Eppure, da circa un anno il governo non consegna i pareri ministeriali alla Commissione del Senato. Senza quei documenti, il disegno di legge 1.136 incardinato a Palazzo Madama, non può essere approvato dal Parlamento. Infatti è bloccato da un anno, malgrado sia firmato da Fratelli d’Italia e sostenuto da anche dalle opposizioni. Da mesi il Movimento 5 stelle indizia Giorgia Meloni di congelare il divieto social per non irritare Donald Trump e i colossi tecnologici statunitensi. La senatrice pentastellata Barbara Floridia ricorda la misura ferma da circa un anno e pone la domanda alla premier: “Forse teme di pestare i piedi alle Big Tech e quindi a Trump?”. Un sospetto espresso dalla collega di palazzo Madama Marianna Madia (Italia Viva) sulle pagine di Repubblica il 28 aprile scorso.

Il timore: interferenze straniere, grazie alle piattaforme, per alimentare le contestazioni

Ora, secondo il quotidiano diretto da Stefano Cappellini, i massimi vertici del governo discutono sul ban tecnologico per i minori, anche perché “è sempre più chiaro che una qualche forma di regia esterna potrebbe aver mosso i giovani in piazza”. Ieri anche il ministro Guido Crosetto ha sostenuto la teoria della disinformazione russa sui social come fattore delle contestazioni violente. Oggi, secondo il Financial Times, le autorità europea hanno aperto un’indagine sul ruolo della propaganda straniera nel fomentare manifestazioni in Francia e in Italia. A Bruxelles e Roma sospettano interferenze dall’estero, una guerra ibrida per manipolare le giovani menti europee. Dunque palazzo Chigi auspica un emendamento parlamentare al Decreto sicurezza approvato dal governo, durante la procedura di conversione in legge, per difendere i minori dalla propaganda online.

La senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, interpellata da ilfattoquotidiano.it, rilancia verso le opposizioni l’invito di Meloni: il ddl “può essere votato o inserito con un emendamento nel Decreto sicurezza che andrà in Aula”, dichiara la parlamentare. La proposta include l’abbassamento della soglia d’età per l’ingresso nei social network. Il provvedimento n. 1136 incardinato al Senato prevede 15 anni, l’asticella “più appropriata”, secondo la senatrice. Ma considerando “l’ampio consenso delle forze parlamentari sulla soglia dei 14 anni, procediamo pure in questa direzione”. Alla modifica parlamentare è favorevole Casa Riformista con Marianna Madia, co-firmataria del divieto social fermo a Palazzo Madama: presenteremo “subito un emendamento all’ultimo Decreto sicurezza, e chiederemo di firmarlo a tutti gli altri gruppi parlamentari. Capiremo allora quale sarà la vera disponibilità della presidente Meloni”, annuncia la deputata. Che si dice “sbalordita dalle parole della presidente Meloni”, giudicato come uno “smaccato tentativo di rimediare a un ritardo di cui porta tutta la responsabilità”.

Mennuni (FdI) rilancia la proposta di Meloni: “Votare il ddl o un emendamento”. Malpezzi: “Pd l’ha proposto a marzo, richiesta respinta”

Ora Meloni e Fratelli d’Italia aprono all’emendamento con il divieto social a tutela dei minori. Ma “il partito democratico ha più volte presentato la modifica in Parlamento per dare via libera al ban, e ci è sempre stato detto che è inammissibile”, dice a ilfattoquotidiano.it Simone Malpezzi. Il testo della senatrice Pd è giunto a fine marzo per correggere un altro pacchetto sicurezza presentato dal governo, dopo l’esortazione del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ad approvare lo stop per l’accesso alle piattaforme da parte dei giovanissimi. La prof accoltellata da un tredicenne in una scuola di Trescore, in provincia di Bergamo, aveva scosso l’opinione pubblica occupando le cronache dei quotidiani e dei talk show. “L’emendamento è stata anche mossa per provocare Meloni”, scoprendo il suo bluff sul divieto social, aggiunge l’esponente dem. Ora il Pd voterebbe l’emendamento al nuovo Decreto sicurezza? “Non so cosa farà il partito”, dice Malpezzi rilanciando la palla nel campo di palazzo Chigi. “Piuttosto, Meloni per l’ennesima volta si dice ‘non contraria’. Ma allora, chi è contrario nel suo governo? Ci dica cosa vuole fare l’esecutivo”, conclude la senatrice.

Floridia (M5s): “Prima il governo finanzi l’educazione digitale nel Decreto scuola”

“Stiamo lavorando al Decreto scuola e abbiamo proposto un emendamento per finanziare l’educazione digitale nelle scuole”, dice Barbara Floridia a ilfattoquotidiano.it. “Noi l’abbiamo introdotta, ora vediamo cosa farà il governo la prossima settimana”, prosegue la senatrice. Il Movimento 5 stelle sarebbe favorevole a votare il divieto social come emendamento al ddl sicurezza, come chiesto da Meloni e rilanciato da Lavinia Mennuni? “Dipende dall’emendamento – risponde Floridia – Sostenerlo o astenersi, per votare contro il Decreto sarebbe la strada da percorrere”, avvisa la pentastellata. “Ma non ha senso votare nulla se non finanzieranno l’educazione digitale a scuola per i più giovani”, prosegue la senatrice. Che lancia la stoccata sull’agenda di Meloni: “Ci stiamo occupando del burqa, nel decreto Scuola, mentre ragazzini di 11 o 12 anni manifestano in modo violento. Quali sono le priorità del governo?”.

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“A Milano rischio violenze neofasciste”, “Piazza unita anche con i neri”: i collettivi studenteschi contestano gli apolitici di Telegram. “Usate chat segrete e messaggi cifrati”

20 October 2026 at 17:51

Le locandine sono pronte, in vista delle proteste di sabato 24 ottobre, a Milano e nelle principali città del centro e del nord Italia. “Diffondiamo ovunque, facciamo girare e stampiamo e attacchiamo ovunque in città”, è l’invito lanciato alle 9 del mattino nel gruppo Telegram Movimento 17 ottobre. La chat conta oltre 3.500 iscritti e 1.600 messaggi, raccolti in poco più di 24 ore. Gli anonimi contestatori sono divisi, a giudicare dalle conversazioni di queste ore. Una corrente invoca un’organizzazione in vecchio stile, con lo striscione in testa al corteo e servizio d’ordine per gestire infiltrati e provocatori violenti, additati come neofascisti o agenti in borghese. La linea tradizionale è sostenuta dai collettivi studenteschi milanesi, di sinistra. Propongono l’esclusione dell’estrema destra dalle manifestazione. Ma in chat molti non sono d’accordo e rilanciano l’unità della piazza, rifiutando etichette politiche e includendo i “neri”: “O ma parlate tutti di fascisti che non volete, ma stiamo facendo una protesta per una rivoluzione? O contro i fascisti, si deve scendere tutti insieme se volete qualcosa”, scrive un utente. “Dobbiamo avere un indirizzo politico chiaro”, ribatte il nickname Nuel.

La frattura tra collettivi studenteschi di sinistra e gli apolitici di Instagram e Telegram

La frattura non si esprime solo in chat. I rappresentanti delle due anime si sono riunite in assemblea alla vigilia delle proteste, per valutare la possibilità di unirsi in piazza. Da una parte gli studenti dei collettivi. Dall’altra, gli organizzatori della pagina Instagram Italiainpiazza17, detonatore social delle contestazioni di sabato. I primi hanno risposto picche, per due ragioni. La prima: “Possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo”. La seconda: “Mancanza di una linea politica chiara e l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Così le strade si sono divise, come illustra il verbale della riunione, in possesso de ilfattoquotidiano.it. Il timore di violenze da parte dell’estrema a destra, a Milano, riecheggia forte anche nel gruppo Telegram.

“Neofascisti a Milano. Occupiamo il Comune per depistare militari a piazza Duomo”

“Qualcuno ha notizie sulla presunta presenza di neofascisti violenti?”, scriveva in chat SoraKH, ieri. “Sono arrivate voci che si stanno organizzando per il 24, 1700 persone armate ma dubito fortemente”, l’immediata risposta del profilo Giulio Andreotti. “Facciamo ronde antifa”, propone Sivallettoh. “Rimaniamo compatti e cerchiamo comunque di fare qualcosa”, rimbecca “Andreotti” invitando all’unità. Non solo i gli estremisti di destra. In chat, la frangia “politica” teme devastazioni indiscriminate, senza escludere azioni non violente contro i palazzi istituzionali.

Poco dopo la mezzanotte, un messaggio ammoniva sui militari a Milano, suggerendo di ingannare agenti e provocatori per manifestare in sicurezza: “Stanno mobilitando l’esercito per sabato in Duomo state attenti, cambiare zona in anonimato, senza farlo sapere create gruppi chiusi con controlli su chi entra. E organizziamo. Una cosa fatta bene così la celere si scontrerà con i mong… che vanno a distruggere, e noi dall’altra parte potremo fare qualcosa di serio!”. E ancora: “Depisterei gli sbirri facendogli credere che scendiamo al Duomo, e invece si va altrove, questo di sicuro non fermerà la celere nell’esercito ma ci potrebbe far guadagnare tempo..”. L’utente, con nickname M, propone un nuovo obiettivo della protesta: “Andiamo a Loreto davanti al Comune e occupiamolo”. “Vanno fermati tutti gli edifici che impattano sul sistema”. Vengono citate citate Inps e banche.

“Esercito in piazza? No paranoia, propaganda di Meloni”

Molti in chat temono il pugno duro del governo contro la piazza. Il profilo Movimento 17 Ottobre condivide il lancio di agenzia con l’annuncio del vicepremier Tajani: “Cinquecento militari in più a Milano”. Anche in Toscana qualcuno è preoccupato: “A Firenze come pensate di fare che è pieno di militari?”. “Noi siamo pirati”, la risposta accompagnata da un’illustrazione ad hoc firmata dall’Intelligenza artificiale. A chi invoca rassicurazioni giungono risposte spavalde: centinaia di militari “in una città come Milano non fanno un cazzo. Solo propaganda” di Meloni, “una mossa di Giogggggia per farsi dire brava, sta facendo qualcosa questo governo”. I prudenti sottolineano che “avranno diritto di arrestare” e “chi è maggiorenne, cosa rischia?”. La risposta elenca “il fermo, devastazione e saccheggio (c.p 419), resistenza a pubblico ufficiale (c.p 337) nei casi peggiori pluriaggravata. Ma è sempre stato così, non fatevi prendere dalla paranoia”, incoraggia Demetrius. Molti non sono convinti. Il “principe Sayan” dice di vivere a Catania e punta il dito contro le priorità del governo: “Al sud ci sono i supermercati vuoti e questi il massimo che fanno è schierare 500 militari”.

24 ottobre, la mappa delle proteste: Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova

Il gruppo Telegram, oltre alla chat generale con migliaia di messaggi, è divisa in canali di comunicazione locali. Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova: ciascuna città ha la sua chat separata per consentire l’organizzazione sul posto. Ogni sottogruppo ha condiviso la locandina per l’appuntamento del 24 ottobre. E in “zona Marche niente?”, chiede Kknote. “Ad Ancona non si fa niente di serio”, dice sconfortato. Al Sud “Irma Bandiera” – che prende il nome da un’eroica partigiana di Bologna – tratteggia il dipinto della decadenza: “Gli agricoltori e i fornai stanno protestano per il caro carburante e mancanza di materie prime, noi giovani non riusciamo a vedere un futuro, salari bassi e lavori precari, mentre le nostre famiglie faticano a curarsi per i costi e le liste d’attesa, mentre le scuole cadono a pezzi”.

Chat segrete per organizzarsi: Signal Bitchat, Briar. E GrapheneOS per cancellare i dati

Quello che è emerso in questi giorni, cioè che si tratta di gruppi di contestatori così diversi, divisi per geografia e idee politiche, piomba anche sulle chat dei social. L’ala movimentista, nata sui social con il fortino su Telegram, rifiuta capi, gerarchie e disciplina: “Il nostro obiettivo è decentralizzare il più possibile questa rete, così che sia difficile per lo Stato reprimerci. Più siamo diffuse e diffusi, più siamo forti”, mette in chiaro il post fissato all’inizio della chat. Si prediligono i messaggi cifrati in chat per dare il via alle proteste locali: “L’organizzazione spetta a ogni città, in autonomia: di persona, nelle piazze, e su gruppi Signal creati da chi partecipa, in modo anonimo. Questi gruppi vanno aperti solo per la giornata di piazza e cancellati subito dopo”. Non solo Signal, dice un utente, ma anche “Bitchat durante le manifestazioni, che non usa dati cellulare”. Così “possiamo depistare i puffi”, ovvero gli agenti, “perché lavora solo bluetooth”. Anche Briar è consigliata, oltre a GrapheneOS per cancellare all’occorrenza ogni dato sullo smartphone.

“C’è qualche maggiorenne qui?”

La cosiddetta “decentralizzazione”, che appare come un “caposaldo” dei fondatori del gruppo Telegram, viene contestata. “Il Moicano” invoca soluzioni vecchio stampo, come quelle dei partiti di sinistra negli anni della contestazioni: “Ma come è strutturata la manifestazione?? Parlo di ruoli, perché secondo il mio umile parere bisogna avere una prima linea, un servizio di ordine (per arginare eventuali “infiltrazioni di stato” chiamiamole così) Poi bisogna avere chi mostra gli striscioni che prevalentemente dovrebbero essere anziani e donne, cosa contraria per la prima fila…”. Dice di avere 37 anni. Molti in chat sono più giovani, forse anche minorenni. “C’è qualche altro ragazzo maggiorenne qui?”, domanda un utente. Ma arriva l’alt del nickname Movimento 17 ottobre: “Non date informazioni personali. Molti sbirri fanno questo tipo di domande. Stiamo attenti”. Syrex insiste: “Quanti anni avete voi raga?”. Nessuna risposta. Ma giunge l’appello per sgli studenti delle scuole superiori: “Per tutti i liceali qua dentro: organizzatevi con i vostri collettivi, perché “di persona in una scuola siete intoccabili”.

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“Spaccare tutto giova a Meloni e Vannacci”, “meglio, così cresce la rabbia”: ecco la chat di chi protesta in piazza

20 October 2026 at 11:13

Una corrente dice: violenze e devastazioni in piazza giovano al governo Meloni e mettono le ali a Vannacci. La fazione avversa sostiene: saccheggi e vetrine rotte sono la via della rivoluzione, destra e sinistra uguali sono e se la premier rivince le elezioni, tanto peggio tanto meglio, in attesa che l’Europa ci porti in guerra. La chat del neonato gruppo Telegram “Movimento 17 ottobre”, all’indomani degli scontri in piazza durante le manifestazioni contro il carovita, è volata a più di 3mila iscritti superando 3.200 messaggi. Numeri in continua crescita. Uno avanza il dubbio sullo zampino delle autorità nella nascita del rifugio virtuale: “Dove sono i vertici” del Movimento 17 ottobre? “Chi sono? Il governo ha la possibilità di creare gruppi antisistema funzionali, ricordiamocelo”.

“Violenze in piazza? Propaganda per Futuro nazionale e premier oltre il 50 per cento”. “Se rivince, succederà un casino”

La discussione evoca un confronto tra massimalisti e riformisti da socialismo novecentesco. Ma volti e nomi reali lasciano il pasto a nickname come Antikorpo, Zankiklat, Giassssss, citazioni da Prima Repubblica come Umberto Bossi e Giulio Andreotti, fino all’anarchico Gaetano Bresci. Le analisi, nel breve spazio di un post, sono fulminee, tra sfottò, sporadiche bestemmie e qualche insulto, citazioni storiche e previsioni sociali, evocazioni di Marx e della Rivoluzione francese. Un flusso di coscienza politico-digitale difficile da tracciare in una mappa. La slavina di messaggi è anonima e senza indizi sull’età dei mittenti. Ma il tono suggerisce temperamenti lungi dall’età matura. “Più spacchi, più Meloni arriva al 50 per cento”, dice uno. “Meglio”, risponde un altro illustrando la sua teoria algebrica: “Se rivince succederà un casino della madonna, e la gente si incattivisce ancora e ancora. E’ matematica”. Ma così diventiamo “strumento di propaganda per Futuro Nazionale”, dice un fautore della linea legalitaria. “Hai dimenticato di correre nei prati prendendosi per mano”, ironizza un sostenitore degli scontri in piazza. Gaetano Bresci prende in giro la cautela dei riformisti: “Ora cosa volete dire: ‘fate il gioco delle destre’ e ‘ragazzi, calma, ne parliamo in Parlamento?’”. Qualcuno insiste sulle violenze utili alla propaganda della maggioranza, perché “il governo dice: avete visto? Sono teppisti”. “Assolutamente no”, risponde chi tifa scontri, opponendo il discrimine tra i bersagli delle violenze: “La distruzione deve esserci ma metodica, banche e instituti (sic) di credito”. Però “massacrare la commessa più disperata di me spinge la gente a destra”, prosegue il confronto. Dunque a che servono le violenze contro le sedi delle finanza? “Così non paghi il mutuo”, chiude il discorso l’utente chiamato PermAerus.

“Saccheggiare e imbrattare è lotta di classe? Arriveranno cecchini sui tetti”. “Tanto l’Europa ci porterà in guerra”

Tanti contestano i saccheggi e gli imbrattamenti in piazza. La risposta di un massimalista offre uno sgangherato parallelo tra i giacobini e le piazze italiane: “Durante la Rivoluzione francese hanno ghigliottinato e raso suolo paesi interi, questo è niente”. Un altro sale in cattedra tra Marx e le scienze dure: “Se hai studiato la storia sai benissimo che sfasciare le città è un risultato della lotta di classe. Nessuno dice che è giusto, ma è matematico”. Però alimentando i saccheggi ci ritroveremo “con i cecchini sui tetti stile Koreani anni 90”, dice un altro paventando la deriva securitaria. E del resto, “saccheggiare e imbrattare me la chiami lotta di classe”? Rincara un riformista con l’emoticon della risata. Un altro marxista predica calma in attesa di tempi maturi: “Il tanto peggio tanto meglio non funziona, è necessario il processo storico che porti alla rivoluzione”. E nel frattempo? “Con il campo largo stessa situazione, uno o due anni di governo, zero riforme, e così la destra cresce”, la pessimista profezia sulla sinistra di Conte e Schlein. Intanto, “L’Europa ci porterà in guerra”, la fosca previsione di altro. Sui partiti l’ottimismo non è di casa: “I giovani ancora si iscrivono alle sezioni giovanili, non comprendono che li preparano a diventare parassiti come loro. Non bisogna distinguere destra e sinistra, ma agire bloccando il Paese”, esorta un campione delle linea dura. E il sud Italia? Domanda uno. “Sono di Foggia, la situazione è grave ma qui la gente dorme”, la risposta sconfortata. A protestare in piazza “dovrebbe esserci mezza provincia con gli agricoltori e invece…”, aggiunge un altro.

“Comunicazioni segrete? Nessun rifugio tecnologico, basta rispettare la legge”. “E se ci fossero infiltrati in chat?”

Qualcuno discute sugli strumenti di comunicazione migliori per mettersi al riparo dall’orecchio delle forze dell’ordine, pianificando gesti contro la legge: “Signal, Session, SimpleX”. E parte la ramanzina: invece di complottare “basterebbe non incitare all’odio e alla violenza e condividere idee costruttive che stanno a cuore alle persone”. Dunque “nessun rifugio tecnologico, per non temere le telecamere con l’Intelligenza artificiale basta non compiere atti illegali”. La risposta è scettica: “Se crediate davvero che marciare cambi le cose, in bocca al lupo”. I messaggi si susseguono all’infinito tra timori di agenti della Postale infiltrati nella discussione virtuale e richieste di garanzie sull’identità dei capi. “Assicuratevi verso chi condividete il gruppo”, ammonisce uno. “Tanto gli sbirri e la Digos entreranno lo stesso ahahahahaha”, risponde un altro. Nel mistero, procede l’altalena tra battute e toni seriosi, allarmi sulla propaganda israeliana e bot russi indistinguibili dagli umani. Nel 900 i massimalisti e riformisti si scontravano al Congresso del Partito socialista, mettendoci la faccia e carte alla mano. Ora le idee sulle proteste sociali annegano in un profluvio di parole anonime su Telegram.

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“Violenza è il manganello dello sbirro, in piazza ogni sabato”: il gruppo Telegram, le istruzioni ai novizi e le “ricette per il caos”

19 October 2026 at 11:51

La prima regola del gruppo Telegram “Movimento 17 ottobre” è l’anonimato, assoluto. Il secondo comandamento è seguire le istruzioni, in caso di fermo e arresto, perché le “Ricette per il caos” possono condurre nelle mani degli agenti. Ad esempio, per bersagliare le multinazionali, si “possono mettere a segno una serie di tattiche diverse contro un determinato obiettivo in un giorno in cui ferve lo shopping”, dice il “manuale di resistenza urbana” pubblicato nel 2004, tra i primi documenti condivisi.

Le città mobilitate e il racconto dei saccheggi in stile Robin Hood

Dopo le violenze e le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita, l’annuncio pubblicato sulla piattaforma tecnologica è chiaro e minaccioso per Giorgia Meloni: “Mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”. L’appuntamento nel fine settimana è alle 15, dopo la chiusura delle scuole a partire da Milano, in piazza Duomo. Ma anche piazza Nettuno a Bologna, piazza Castello a Torino, Circo Massimo a Roma, piazza Santa Maria Novella a Firenze, piazza Mazzini a Padova, piazza Umberto I a Bari e piazza De Ferrari a Genova.

Il biglietto da visita è consegnato alle forze dell’ordine: “Siamo quelli delle piazze. Quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri”, dice la descrizione della neonata pagina Instagram, invitando a unirsi al gruppo Telegram. Gli iscritti sono circa 250, sulla piattaforma di Pavel Durov, proprietario e fondatore inquisito in Francia. Almeno 30 sono online da stamattina, per scrivere post e ricevere istruzioni. E’ un gruppo privato, invisibile durante la ricerca su Telegram. Si accede solo con un link d’invito. Da fuori, ogni contenuto è blindato. Varcata la soglia d’ingresso, il messaggio arriva dritto al sodo: “I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo”, si legge in un post. I gestori della pagina aggiungono: “Rigettiamo tutte le accuse al mittente. Violento è questo sistema che ci uccide”. Tra i pochi post campeggia un video. Si vedono alcuni ragazzi donare a un senzatetto il bottino del saccheggio nei negozi al centro di Milano. Il romanzo di un fuorilegge in versione Robin Hood, con venature marxiste: “Esproprio proletario”, la dicitura della clip.

“Filma la polizia e resta zitto”

Una sezione del gruppo è dedicata ai “materiali per lo studio”. Un manuale delle istruzioni per catechizzare i novizi in caso di fermo a arresto. Primo: “Non dire niente alla polizia”. Secondo: “Filma la polizia durante l’arresto e il loro comportamento durante il fermo”. Qualora un sodale di lotta finisca tra le mani degli agenti, “puoi tentare di liberarlo, passargli il contatto di un avvocato, o chiedere di gridare il suo nome e cognome per segnalarlo ad un legal team (se ne hai uno)”. In caso di ferimento, “chiedi assistenza medica (meglio se in piazza, che in commissariato, i medici della polizia non sono tuoi amici)”. Tacere è la regola d’oro: “Se ti arrestano, usa il tuo diritto a rimanere in silenzio e chiedi immediatamente l’assistenza legale. Non dire niente alla polizia, anche se loro ti dicono ‘è nel tuo interesse’, ogni cosa che dici può diventare una prova, non ci sono conversazioni amichevoli”. Il consiglio è stare zitti, con le forze dell’ordine, “molto meglio che rispondere selettivamente alle domande”. Dunque “non parlare e non firmare nulla prima di aver parlato con un avvocato”. Il monito è “non cadere nelle loro trappole psicologiche (hanno un addestramento apposito)”, sfruttando il “classico” salvagente: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. La raccomandazione è “evitare di alzare il livello di tensione, cerca di mostrarti tranquillo”. L’invito è proseguire la battaglia anche dopo la piazza, restando vicino ai compagni detenuti: “Partecipa ad un sit-in di fronte ai luoghi della loro carcerazione. La solidarietà con le persone arrestate è parte della lotta. Non limitarti alla manifestazione”.

Le “regole di sicurezza” si fondano sull’anonimato online assoluto. Perché i gruppi sulla piattaforma sono privi della segretezza garantita dalla cifratura end-to-end. Dunque, “i messaggi stanno sui server di Telegram, che dal 2024 dichiara di poter fornire IP e numero di telefono alle autorità su richiesta legale”. Per restare nell’ombra, il gruppo esorta “subito” a cambiare le impostazioni della privacy, con una guida molto dettagliata: certo, sostituire il nome vero con uno “user name”. Ma anche molto altro.

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Crosetto: “Sbaglia Trump a limitare Starlink per Kiev. Sovranità irrinunciabile”. Mentre l’Italia dipende da Usa e Cina

17 October 2026 at 15:01

“La tecnologia è potere e la sovranità irrinunciabile”, secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto. Peccato che l’Italia dipenda da Trump e Xi per gli investimenti e i device, con il marchio americano e cinese in settori chiave come cloud, data center, mail della pubblica amministrazione, telecomunicazioni, internet 5G. Esiste la possibilità tecnica del “kill switch”: staccare la spina, da remoto, premendo il pulsante off. Le conseguenze dell’interruttore, azionabile a distanza, si possono celare in tempi di pace, ma esplodono negli scenari di guerra. L’esempio è l’Ucraina con le limitazioni alle comunicazioni satellitari imposte da Starlink, il gigante americano di Elon Musk. Gli Usa premono off e spengono il servizio, ma l’esercito di Kiev paga un prezzo enorme mentre gioisce Putin. Lo sa bene Crosetto: “Se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora” Mosca “crederà di poter vincere, quindi di continuerà la guerra”, ha dichiarato in un’intervista all’emittente pubblica inglese Bbc. Ecco gli effetti della dipendenza tecnologica: la difesa di un Paese alle mercé di un altro. L’opposto della “irrinunciabile sovranità” citata dal ministro durante l’interrogazione al Senato del 15 ottobre. Il giorno dopo, alla presentazione del computer quantistico Volta B1, l’esponente di Fratelli d’Italia ha posto l’Italia al bivio: una nazione che subisce, oppure in grado di “contribuire a determinare l’evoluzione e l’applicazione” delle regole su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture. Un crocevia decisivo, perché “la tecnologia sta diventando una forma di potere”.

Il caso Starlink in Ucraina e la dipendenza dagli Usa su cloud e Difesa

Starlink ne è l’esempio. L’Ucraina, secondo Crosetto, pagherà il “grave e completo errore” compiuto dagli Stati Uniti di Donald Trump, con la decisione di limitare l’accesso ai satelliti e alle informazioni di intelligence. Una mossa “assolutamente priva di senso”, con il rischio di allontanare la pace, aumentare il numero dei morti e le sofferenze tra i civili. Offrendo l’incentivo a Mosca, perché Putin cesserà agli attacchi – prosegue Crosetto – solo quando “sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente”.

Non solo l’Ucraina e i satelliti di Starlink, ma l’intera Europa dipende dagli Usa per una vastissima galassia tecnologica. Il rischio del kill switch pesa anche sul settore Difesa, secondo il noto rapporto “Cloud Defense: An Exposed European flank”, pubblicato lo scorso aprile. Il documento cita l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio medio, insieme a Francia e Spagna, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. La Francia ha appena imboccato la lunga e toruosa via dell’autonomia tecnologica, già tracciata dall’Austria. L’Italia, invece, “ha trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (Psn)“, con “tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”, si legge nel rapporto. Ministeri e Pubbliche amministrazioni custodiscono le informazioni nel ricettacolo del Psn. Un “contenitore” strategico, con servizi gestiti “in partnership con Google, Microsoft Azure, AWS e Oracle“. Big tech al gran completo. Eppure, Il Polo strategico nazionale doveva essere la soluzione “sovrana” per il cloud nazionale, in primis per escludere la minaccia del kill switch. Il documento sulla “Strategia cloud”, firmato nel 2021 da palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersecurity, mette in guardia dai rischi di affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue. I pericoli? “Modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi (dall’aumento dei costi di erogazione all’interruzione del servizio), in ragione di intenti potenzialmente non controllabili dal Paese”.

Mail, data center per l’IA, pubbliche amministrazioni: dominio Big Tech

Non solo sul cloud. Il gioco statunitense pesa sulla posta elettronica e sui nuovi data center per alimentare l’Intelligenza artificiale, in Italia e nel Vecchio Continente. Le caselle di posta per inviare e ricevere mail, in quasi tutte le pubbliche amministrazioni sono made in Usa, amministrate da Amazon, Google e Microsoft. Non solo Stati e governi, anche le aziende strategiche dipendono sovente dai servizi a stelle e strisce. In Italia il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per le mail, secondo il rapporto pubblicato a luglio 2025 da Proton, l’azienda svizzera specializzata nella privacy digitale. Il documento cita le banche italiane, “uno dei settori più dipendenti (73%)”, al contrario dell’ Europa, dove è “uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi”.

E le “nuove cattedrali” dei data center, il “motore” dell’Intelligenza artificiale? In Italia la dipendenza dagli Usa è conclamata: circa la metà degli investimenti sarà di Amazon, Google e Microsoft, secondo le stime dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dal 2026 al 2028. La fetta dei capitali italiani? Meno della metà, perché anche le aziende europee mangiano un pezzo della torta. Gli americani non controllano solo gli edifici dei data center, ma soprattutto i server, le tecnologie e i servizi all’interno delle “cattedrali”, con un dominio lampante.

Staccare la spina e l’accesso ai dati: i rischi e i precedenti delle sanzioni Usa

Cosa accadrebbe se un’organizzazione italiana fosse sanzionata dagli Usa? Un’azienda a stelle strisce, a termine di legge, deve spegnere il servizio. Può bastare un ordine esecutivo del governo, come accaduto al collettivo di attivisti per la privacy digitale Autistici Inventati, obbligandolo (di fatto) a chiudere i battenti. Washington ha già sanzionato organizzazioni e individui europei: come Thierry Breton, l’ex commissario Ue che aveva esortato Big Tech al rispetto delle regole del Vecchio Continente. Oppure quattro magistrati della Corte penale internazionale (Cpi), per aver sostenuto indagini sull’esercito statunitense in Afghanistan e il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu. A Karim Khan, giudice della Cpi, è stata disattivata la mail di Microsoft. Oltre alle sanzioni, incombe il cloud act: il governo Usa può accedere ai dati sui server delle aziende americane in ogni parte del mondo, in virtù di un mandato giudiziario.

L’Italia dipende anche dalla Cina. E Starlink è sugli appennini con il 5g

La tecnologia italiana dipende dagli Stati Uniti, ma anche dalla Cina giunge il pericolo Kill switch. Pechino ha conquistato una grossa fetta di mercato nel settore delle telecomunicazioni. Strumenti made in China sono molto diffusi nelle pubbliche amministrazioni, con router per la connessione WiFi, dispositivi di rete, componenti per server e data center. Buona parte delle telecamere di videosorveglianza, gestite da Comuni e Regioni, giungono dal paese del Dragone. Device di Pechino sono importanti anche per le nuove reti 5g, a banda larga e senza fili. In questo campo, anche Starlink gioca un ruolo. Guido Crosetto ha confermato a ilfattoquotidiano.it l’accantonamento del progetto per la Difesa da 1,5 miliardi. Ma il gigante di Elon Musk ha stretto un accordo con Fastweb-Vodafone per portare internet veloce nelle aree rurali d’Italia, con una una sperimentazione sugli Appennini centrali. Se la tecnologia è potere, come dice Crosetto, siamo sicuri che l’Italia sia una nazione sovrana?

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