Francia e Germania sono sempre state come cane e gatto. Per almeno un secolo e mezzo, la politica europea è stata attraversata dalla loro rivalità. Oggi a riavvicinarle è il timore verso la sovraccapacità industriale cinese, anche perché il deficit commerciale dell’Unione europea con la Cina ammonta a un miliardo di euro al giorno. Il 5 ottobre Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno scritto congiuntamente a Ursula von der Leyen chiedendo uno strumento per escludere un Paese terzo dal mercato unico. Obiettivo tacito, la Cina. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginarlo, soprattutto da parte tedesca, poiché la Germania è legata a doppio filo alle imprese cinesi.
Non che Parigi e Berlino siano improvvisamente del tutto d’accordo su come proteggere l’industria europea. La posta in gioco riguarda l’intera base industriale, dall’acciaio alle tecnologie pulite. Proprio sull’automotive si erano trovate su fronti opposti. Sulle emissioni delle nuove auto al 2035, Berlino voleva obiettivi più leggeri mentre Parigi resisteva. Sull’Industrial Accelerator Act (Iaa), la proposta con cui Bruxelles vuole usare appalti e incentivi pubblici per sostenere la produzione europea, i ruoli erano invertiti. Parigi voleva un “Made in Europe” rigido, Berlino temeva di escludere partner importanti e di spezzare le catene di fornitura della sua industria. Il 16 ottobre, l’armistizio. La Francia ha accettato un obiettivo di riduzione delle emissioni delle nuove auto del 90% entro il 2035; la Germania ha accettato un criterio “Made in Europe” per l’auto nell’Iaa. Entrambi i dossier sono ingabbiati nel trilogo, e il compromesso politico rimane tutto da tradurre in realtà.
È stata la Cina a spingere Francia e Germania verso l’intesa. A metà giugno i leader europei avevano chiesto alla Commissione di provare la strada del dialogo con Pechino per riequilibrare il deficit commerciale, preparandosi a intervenire se entro l’autunno non fossero arrivati risultati. Il 29 giugno Maroš Šefčovič, Commissario europeo al Commercio, e il ministro cinese del Commercio Wang Wentao hanno così inaugurato le Eu-China Trade and Investment Consultations. Il primo banco di prova è stato l’automotive. Nel 2024 l’Ue aveva imposto dazi sulle auto elettriche cinesi ma non sulle ibride, e i produttori cinesi hanno sfruttato la falla. Quando Pechino ha rifiutato di limitare le esportazioni, la Commissione ha iniziato a preparare una reazione, un cosiddetto “strumento di salvaguardia”. Lo strumento è rapido ma ha un difetto. Le regole dell’Omc impongono di applicarlo a tutti, senza discriminazioni. Per fermare la Cina, Bruxelles avrebbe colpito anche Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e gli altri partner. È l’obiezione che si sente spesso a porte chiuse a Bruxelles: le salvaguardie colpirebbero soprattutto i paesi like-minded.
È qui che si situa l’iniziativa Macron-Merz. La loro lettera del 5 ottobre propone un nuovo strumento, diverso da quello di salvaguardia, per reagire in maniera rapida alle distorsioni commerciali, fino a interrompere l’accesso al mercato interno. La minaccia è bastata, e il 9 ottobre Pechino ha accettato un tetto di trecentocinquantamila auto ibride nel primo anno: meno della metà di quelli attesi, ma comunque più di quelli importati nel 2025. In cambio, Pechino ha accettato anche di continuare a facilitare le licenze per l’esportazione verso l’Europa di terre rare e magneti permanenti.
È un compromesso che mostra insieme la forza e i limiti dell’Unione europea. L’accesso a un mercato di quattrocentocinquanta milioni di consumatori offre a Bruxelles una leva che Pechino non può ignorare. Ma colpire in maniera mirata un singolo concorrente sleale senza coinvolgere gli alleati è piuttosto difficile. È il problema che l’Europa sta cercando di risolvere con l’Iaa. In Parlamento sono stati depositati circa cinquemila emendamenti e anche i grandi gruppi come il Partito Popolare sono divisi tra due impostazioni: partire da un numero ristretto di Paesi e ammettere progressivamente i partner che rispettano determinate condizioni, oppure partire da un perimetro più ampio e lasciare alla Commissione il compito di escludere chi non garantisce reciprocità. Anche gli Stati stanno cercando un compromesso: la presidenza irlandese del Consiglio ha proposto di valutare l’accesso prodotto per prodotto e Paese per Paese, sulla base degli impegni commerciali assunti dall’Ue. È in questo negoziato che acquista peso l’armistizio del 16 ottobre. Francia e Germania propongono una possibile via di mezzo: un “Made in Europe” aperto anche ad alcuni partner europei esterni all’Unione, a condizione di reciprocità e di allineamento alle regole europee. Che questo diventi un paradigma per tutti i settori non è scontato, considerando che ognuno ha interessi divergenti. Ad esempio, chi produce acciaio chiede definizioni strette, mentre i settori più integrati nelle catene globali temono di perdere fornitori e mercati.
Dopo anni passati a discutere se l’Europa debba proteggere più attivamente la propria industria, qualcosa si muove. Quali prodotti considerare europei, quali partner ammettere nel “Made in Europe” e quali condizioni chiedere in cambio? Il compromesso Macron-Merz non risolve ancora queste domande. Ma il fatto che Parigi e Berlino abbiano cominciato a formularle insieme è una novità importante.
Un investimento farmaceutico può sembrare una questione lontana dalla vita quotidiana fino a quando non ci si chiede dove verranno costruiti i laboratori, dove saranno prodotti i medicinali o in quale Paese si svolgeranno gli studi clinici che porteranno una nuova terapia ai pazienti. È da questa prospettiva che va letta la decisione di Roche: il gruppo svizzero ha messo in pausa le decisioni sui nuovi investimenti in Germania, contestando le politiche di contenimento dei costi sanitari.
La notizia non significa che Roche stia lasciando il Paese, che abbia fermato i cantieri in corso o che i pazienti tedeschi rischino oggi di non trovare i propri farmaci. Significa che, almeno per il momento, l’azienda vuole capire se le regole tedesche offriranno condizioni sufficientemente stabili per impegnare nuovo capitale. È una scelta aziendale, ma anche un segnale in un confronto che riguarda tutta l’Europa: come tenere insieme sostenibilità dei sistemi sanitari e capacità di attrarre ricerca e produzione?
Che cosa ha deciso davvero Roche
“Abbiamo messo in pausa tutte le decisioni sui futuri investimenti in Germania”, ha dichiarato Daniel Steiners, responsabile di Roche nel Paese, in un’intervista al quotidiano Welt. Il manager ha criticato le misure adottate per contenere i costi della sanità pubblica tedesca, sostenendo che abbiano ridotto la fiducia dell’industria nelle istituzioni.
La formulazione è importante: Roche ha sospeso le decisioni future, non ha annunciato l’annullamento degli investimenti già approvati. Tra questi c’è il progetto di Penzberg, in Baviera, dove l’azienda sta costruendo un nuovo centro produttivo per la diagnostica.
Le prossime decisioni, come dove ampliare la produzione, aprire un laboratorio o collocare un progetto di ricerca, potrebbero essere rinviate finché l’azienda non avrà maggiore chiarezza sulle regole.
La notizia
Che cosa sappiamo
Decisioni future
Roche le ha messe in pausa in Germania
Progetti già avviati
Il centro produttivo di Penzberg, oltre 600 milioni di euro, non è coinvolto
Effetti sui pazienti
Non è stato annunciato alcun taglio immediato alle cure o ai farmaci
Ragione del confronto
Roche contesta le misure di risparmio e chiede condizioni più prevedibili
Perché Berlino vuole contenere la spesa sanitaria
La decisione arriva dopo l’approvazione della riforma delle assicurazioni sanitarie pubbliche tedesche, il sistema GKV. Come molti sistemi europei, anche quello tedesco deve affrontare una pressione crescente sui conti: la spesa sanitaria aumenta, mentre il governo cerca di evitare che il disavanzo si traduca in contributi più alti per cittadini e imprese.
Le stime del Ministero della Salute tedesco indicano un disavanzo potenziale di circa 19 miliardi di euro nel 2027, che potrebbe salire a 44 miliardi nel 2030 in assenza di interventi. La legge approvata dal Bundestag il 10 luglio punta a frenare la crescita delle spese in diversi ambiti del sistema. Il governo la presenta come una misura necessaria per stabilizzare i contributi e garantire la tenuta finanziaria della sanità pubblica.
È un’esigenza concreta, non un dettaglio contabile. Per le famiglie, infatti, il costo della sanità può arrivare attraverso contributi e tasse, ma anche con le spese sostenute direttamente quando i servizi pubblici non riescono a rispondere in tempi adeguati. Per questo la discussione non può ridursi a una contrapposizione semplice tra imprese e cittadini: il sistema deve riuscire a pagare le cure oggi senza compromettere le risorse necessarie per quelle di domani.
Roche, dal canto suo, sostiene che concentrarsi sui risparmi di breve periodo non risolva i problemi strutturali delle assicurazioni sanitarie. È la posizione dell’azienda, che ha un interesse diretto a difendere le condizioni economiche del settore. Il governo tedesco sostiene, invece, che limitare la crescita della spesa sia indispensabile per evitare aumenti dei contributi e mantenere sostenibile il sistema. Il punto di frizione sta nel modo in cui si distribuisce il costo della riforma e nell’effetto che le nuove regole possono avere sulle scelte industriali.
La posta in gioco: capitali, competenze e ricerca
La mossa di Roche arriva, inoltre, dopo che Eli Lilly, a giugno, aveva annunciato di voler dimezzare gli investimenti previsti in Germania, inizialmente pari a 2,3 miliardi di euro. Anche in quel caso, il confronto con le politiche sanitarie tedesche era al centro della vicenda. Due decisioni non bastano per parlare di un esodo dell’industria farmaceutica, ma sono sufficienti per riaccendere l’attenzione sulle condizioni che le imprese considerano quando scelgono dove investire.
La Germania, peraltro, resta un polo importante per Roche. A Penzberg l’azienda ha inaugurato nel febbraio 2026 un centro per l’innovazione diagnostica da circa 300 milioni di euro. A questo si aggiunge il nuovo centro produttivo da oltre 600 milioni. Sono progetti diversi e in fasi diverse, ma mostrano perché la sospensione delle nuove decisioni vada letta come un avvertimento sulle scelte future, non come la cancellazione di quanto è già stato realizzato o avviato.
L’Europa è già al centro di una competizione globale
Il caso tedesco si inserisce in una discussione più ampia. A settembre, i vertici di nove aziende farmaceutiche europee, tra cui Roche, hanno chiesto a Unione europea e governi nazionali di investire di più nel settore, accelerare gli studi clinici e rafforzare la protezione della proprietà intellettuale.
La quota europea nella ricerca e sviluppo farmaceutica globale è scesa dal 43% del 1990 al 31%; quella negli studi clinici commerciali si è dimezzata nell’ultimo decennio, arrivando al 9%. Le imprese indicano la concorrenza di Stati Uniti e Cina come una delle ragioni per cui l’Europa dovrebbe rendere più attrattivo il proprio ecosistema. Sono dati e valutazioni presentati dall’industria: riflettono il punto di vista delle aziende, ma aiutano a comprendere perché la decisione di Roche venga osservata anche oltre i confini tedeschi.
La competitività farmaceutica, infatti, non dipende da un solo fattore. Conta il costo dei farmaci, ma anche quanto tempo occorre per avviare uno studio, ottenere autorizzazioni, negoziare il rimborso e portare una terapia ai pazienti. Una ricerca che nasce in Europa, ma viene sviluppata o commercializzata altrove può creare valore in altri Paesi: occupazione qualificata, know-how e attività produttive comprese.
Per chi si cura, l’effetto di queste dinamiche non è immediato né automatico. La pausa di Roche non prova che una terapia sarà ritardata o che l’accesso ai farmaci peggiorerà. Il rischio, se mai, si misura nel tempo: un territorio che perde attrattività può essere meno spesso scelto per le nuove attività e questo può incidere sulla rete di ricerca e produzione da cui dipende la disponibilità futura dell’innovazione.
Perché la vicenda riguarda anche l’Italia
L’Italia osserva questa partita da una posizione particolare: è un Paese con una filiera farmaceutica e produttiva rilevante, ma deve continuare ad attirare capitali e lavorazioni ad alto valore aggiunto. QuiFinanza ha raccontato il peso del comparto dei farmaci conto terzi: secondo l’analisi pubblicata sul tema, il settore italiano vale 4,3 miliardi di euro e rappresenta circa il 24% del mercato europeo.
Anche per il nostro Paese, dunque, la questione non è soltanto quanto si spende per la sanità. È capire come rendere compatibili la tutela dei conti pubblici e un ambiente in cui imprese e centri di ricerca abbiano ragioni concrete per investire. La spesa sanitaria italiana è in aumento e questo non sempre si traduce in servizi più accessibili o in un rafforzamento strutturale del Servizio sanitario nazionale.
Tenere sotto controllo i bilanci è necessario. Atrettanto necessario è evitare che il risparmio immediato indebolisca le capacità che servono a produrre innovazione, attrarre competenze e garantire cure nel tempo. Non esiste una soluzione semplice, né la scelta di un’azienda può dettare da sola le politiche sanitarie, ma quando un gruppo come Roche mette in pausa le decisioni future, il messaggio riguarda anche la qualità delle regole e la fiducia che un sistema riesce a offrire.
Per i pazienti non c’è, oggi, una conseguenza diretta annunciata. Per i governi e per l’industria, invece, la sfida è già aperta: trovare un equilibrio in cui la sostenibilità della sanità non si misuri soltanto con i risparmi ottenuti nell’anno successivo, ma anche con la capacità di continuare a innovare e produrre in Europa.
Il governo tedesco introdurrà una tassa sulle bevande zuccherate. A partire dal 1° luglio 2027, è prevista l’applicazione di un’imposta di 26 centesimi sulle bevande con un contenuto di zucchero pari o superiore a cinque grammi per 100 millilitri. Da un contenuto di zucchero di otto grammi per 100 millilitri, l’aliquota sale a 32 centesimi. L’imposta non si applicherà ai produttori che realizzano meno di un milione di litri di bevande zuccherate all’anno. Tuttavia questa esenzione, costituendo di fatto un aiuto di Stato, dovrà ricevere il via libera della Commissione europea. L’Italia ha introdotto la sugar tax nel 2019 con l’obiettivo di disincentivare il consumo di prodotti dannosi per la salute, ma l’effettiva entrata in vigore è stata da allora sempre rinviata rinunciando a un gettito di poco meno di 300 milioni l’anno.
All’inizio del mese, la Cancelleria aveva temporaneamente bloccato i piani del Ministro delle finanze Lars Klingbeil (SPD). Negli ambienti governativi si sosteneva che la sua bozza si discostasse dalla proposta della Commissione finanziaria per la sanità e che, in tale forma, non avrebbe ottenuto la maggioranza in seno al governo. Il testo iniziale è stato poi ammorbidito: è saltato il terzo scaglione di 38 centesimi per un contenuto di zucchero pari o superiore a 10 grammi per 100 millilitri, è arrivata l’esenzione per i piccoli produttori e sono stati esclusi succhi di frutta, bevande a base di latte, birre, vini e cocktail analcolici e bevande con altri dolcificanti. L’imposta si applicherà adesso a bevande a base di cola, aranciate, bevande a base di frutta e acqua gassata zuccherate, tè freddi, sciroppi zuccherati ed energy drink.
Con la tassa sullo zucchero, Klingbeil (SPD) intende non solo generare entrate per il bilancio, ma anche incentivare i produttori a ridurre il contenuto di zucchero e a rendere più sani i propri prodotti. Se il tributo sarà approvato dal Parlamento secondo l’attuale accordo, il governo stima che l’imposta frutterà circa 690 milioni di euro nel 2027 e 925 milioni di euro nel 2028, mentre per gli anni successivi fino al 2031 la cifra si aggirerà sui 890 milioni di euro ciascuno. Le entrate saranno utilizzate per ridurre il previsto taglio al contributo federale al fondo sanitario e mantenere stabili i contributi per l’assicurazione sanitaria obbligatoria. Si spera inoltre che ciò incoraggi le persone a seguire un’alimentazione più sana riducendo, nel lungo periodo, i costi per il sistema sanitario causati dall’eccessivo consumo di zucchero.
Il tributo peraltro colpirà solo le bevande e non anche i molti alimenti talvolta eccessivamente zuccherati, come cioccolato, biscotti e piatti pronti. Solo nei cereali per la prima colazione c’è stata una certa riduzione progressiva degli zuccheri dal 2016 introdotta autonomamente da parte dei produttori. L’Associazione dell’industria dei cereali, della molitura e dell’amido (VGMS) vanta di aver ridotto il contenuto medio di zucchero nei cereali destinati ai bambini di circa il 44%. Il che non equivale a un minor apporto calorico. A differenza di quanto avviene per le bevande, negli alimenti solidi lo zucchero non può essere semplicemente sostituito con l’acqua. Al suo posto, secondo l’associazione, vengono impiegati ingredienti a base di cereali ricchi di amido, in grado di fornire un apporto energetico paragonabile. Parallelamente, i produttori dichiarano di puntare sempre più sui cereali integrali, il che aumenta il contenuto di fibre, ma comporta anche un leggero incremento della quota di grassi, dato che il chicco integrale contiene il germe, ricco di grassi.
Fino all’ultimo, l’introduzione di una tassa sulle bevande zuccherate ha incontrato notevoli resistenze. Anche i nove ministri dell’agricoltura e della tutela dei consumatori dei Länder appartenenti all’Unione (CDU/CSU) si erano espressi pochi giorni fa contro la sua introduzione in una lettera indirizzata al Cancelliere Friedrich Merz (CDU) perché il tributo punta sull’intervento statale e grava inutilmente sull’acquisto di determinati prodotti alimentari. Anche dopo il raggiungimento dell’accordo, non sono mancate nuove critiche: il governatore dell’Assia Boris Rhein (CDU), rispondendo al quotidiano Kölner Stadt-Anzeiger, l’ha definita una “tassa che fa lievitare i prezzi”. L’aumento del costo della vita rappresenta una delle principali criticità e secondo Rhein “una tassa sullo zucchero invierebbe un segnale sbagliato” mettendo a rischio posti di lavoro in un settore, quello delle bevande, caratterizzato prevalentemente da imprese di medie dimensioni.
La struttura dell’imposta sulle bevande zuccherate è concepita effettivamente in modo idoneo ad essere trasferita sui consumatori con aggiunta dell’Iva, ma non se i produttori riducono gli zuccheri per evitare il tributo. Nel mese di gennaio, l’Istituto scientifico dell’Associazione delle imprese di assicurazione sanitaria privata (WIP) – indica ARD – è giunto alla conclusione che una tassa sulle bevande zuccherate potrebbe ridurne sensibilmente i consumi, contribuendo, a lungo termine, alla prevenzione di malattie. Le bevande zuccherate sono infatti considerate corresponsabili di obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e carie.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di assumere meno di 50 grammi al giorno di cosiddetti “zuccheri liberi”, idealmente meno di 25 grammi. Sono compresi gli zuccheri aggiunti agli alimenti dal produttore o dal consumatore e quelli naturalmente presenti in miele, sciroppi e succhi di frutta. In Germania questa soglia viene ampiamente superata: secondo i dati del Max Rubner-Institut – cita sempre ARD – le donne consumano 61 grammi al giorno e gli uomini 78 grammi. Chi consuma una porzione (200 ml) di una di queste bevande ingerisce tra i 20 e i 34 grammi di zuccheri liberi.
Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.
Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.
E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.
Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.
L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.
“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.
E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.
Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.
Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.
Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.
E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.
Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.
L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.
“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.
E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.
Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.
Fino al 17 gennaio 2027 il Gropius Bau di Berlino ospita Kreuzberg: Kunst und Migration seit 1960, una mostra che racconta una pagina rimossa della storia dell’arte tedesca. È quella degli artisti arrivati nella Germania Ovest con gli accordi di reclutamento della manodopera straniera tra il 1955 e il 1968, o nati dentro quella migrazione. A Kreuzberg, un quartiere povero e circondato per tre quarti dal muro di Berlino, la manodopera arrivata da Italia, Grecia, Turchia, Jugoslavia o Cile si mescolò ad artisti, attivisti e intellettuali.
Nacque così una vivace scena culturale, che dopo il 1989 fu quasi dimenticata. Le oltre cento opere in mostra raccontano gli alloggi fatiscenti, il lavoro in fabbrica, la nostalgia di casa e il razzismo della Germania postnazista. Abbiamo parlato con lo storico dell’arte Gürsoy Doğtaş, che ha curato la mostra insieme a Patrizia Dander. Figlio di lavoratori migranti turchi, Doğtaş racconta come un archivio di quartiere gli abbia fatto scoprire una storia taciuta, quella dell’arte migrante.
Courtesy of Gropius Bau
Quando ha iniziato a lavorare a questa mostra e perché ha deciso di affrontare il tema della migrazione a Kreuzberg? Per me la mostra è cominciata molto prima dell’inaugurazione al Gropius Bau. Direi circa cinque anni fa, quando stavo facendo ricerche per un articolo che mi era stato commissionato. Sono andato in un archivio di Berlino che si chiama Fontane-Apotheke e che fa parte dell’archivio del Kreuzberg Museum. Lì mi sono imbattuto in una mostra intitolata Mehmet Berlin’de / Mehmet aus Anatolien. Questa mostra mi ha colpito, o meglio mi hanno colpito i documenti che sono riuscito a trovare. Era stata organizzata da Dieter Ruckhaberle, allora direttore del Kunstamt Kreuzberg, che aveva invitato tre artisti dalla Turchia. Due di loro facevano parte di un’associazione di artisti turchi con sede a Kreuzberg. La mostra fu inaugurata nel settembre del 1975 e realizzata insieme ai Berliner Festspiele.
Quello che fecero era davvero avant la lettre: i tre artisti, Hanefi Yeter, Mehmet Cağlayan e Mehmet Aksoy, volevano rivolgersi anche al pubblico di lingua turca di Kreuzberg. Nel 1975 le persone provenienti dalla Turchia erano il gruppo di immigrati più numeroso: su circa centocinquantamila abitanti di Kreuzberg, circa venticinquemila venivano dalla Turchia, e proprio quell’anno il Senato vietò agli stranieri di trasferirsi nel quartiere.
Resero bilingue l’intero programma: la pubblicazione e tutti i manifesti. Volevano creare un programma capace di attirare persone che non avevano alcuna esperienza di musei o mostre. Bisogna immaginare che i lavoratori migranti arrivati dalla Turchia non erano affatto un gruppo omogeneo. C’erano accademici e insegnanti, ma anche persone provenienti dalle zone rurali della Turchia, come i miei genitori, che venivano anche loro da una regione rurale, anche se non arrivarono a Berlino ma ad Hannover. E volevano fare un programma che fosse attraente anche per loro. Invitarono musicisti e un coro, il Türkische Arbeiterchor Westberlin, che è presente anche al Gropius Bau. Invitarono ballerini, e la gente poteva fare picnic su Mariannenplatz, davanti al Bethanien. C’era anche un programma per bambini. Tutto funzionò benissimo e l’affluenza fu altissima. Mi ha colpito per tantissime ragioni.
Quali? Una è che già nel ’75 avessero sviluppato strategie curatoriali così avanzate, che però in seguito sono state in qualche modo trascurate. Poi le opere stesse: mi ha sorpreso non aver mai incontrato lavori del genere prima, e lo dico da persona che ha fatto un dottorato in storia dell’arte. Ho studiato storia dell’arte e ho continuato a studiare – una ventina d’anni di formazione – eppure non le avevo mai viste. Da un lato ero felice, ma mi sono anche sentito un po’ tagliato fuori dalla mia stessa storia e da una storia dell’arte, che non aveva nulla da offrire a me e a molte altre persone con una biografia simile in Germania.
Courtesy of Gropius Bau
Perché ha scelto Kreuzberg come luogo d’interesse per questa mostra? Avevo già fatto diverse mostre sulla migrazione per lavoro e sui suoi artisti, in Germania e in Austria. Come sa, i lavoratori migranti arrivavano nella Germania Ovest dall’Italia, dalla Spagna, dal Portogallo, dall’ex Jugoslavia, dalla Grecia, dalla Turchia, ma anche dalla Corea del Sud, dal Marocco, dalla Tunisia. Ed è diventato chiaro che Kreuzberg era un punto nevralgico molto importante. Insieme ai lavoratori migranti arrivavano artisti dagli stessi paesi, alcuni con borse di studio di istituzioni tedesche come il DAAD, altri tramite istituzioni culturali o ministeri dei loro paesi d’origine. E alcuni degli stessi lavoratori migranti diventarono artisti. Molte questioni urgenti emersero prima a Kreuzberg e poi acquisirono peso in tutta Berlino. Credo quindi che sia stata questa densità a convincere Patrizia Dander, la mia co-curatrice al Gropius Bau, e me. Con la densità venivano le reti, che comunicavano tra loro su tantissimi livelli diversi, cosa possibile perché si tratta di uno spazio piccolo. Qualcosa di simile difficilmente lo si trova ad Amburgo, a Colonia o a Monaco.
Pensa che questa densità di arti e culture abbia trovato nel corso degli anni uno spazio per svilupparsi? Ha visto dei cambiamenti nel tempo? Sì. Per Kreuzberg è un aspetto importante. È un po’ diverso dal resto della Germania. A Kreuzberg gli artisti che mi interessavano tennero la mostra del 1975 di cui le ho parlato, ma continuarono ad avere o a organizzare mostre: nel ’77, per esempio, la mostra su Nâzım Hikmet al Kunstamt Kreuzberg, poi mostre personali negli anni Ottanta, e così via. Da un lato racconto la storia della sottorappresentazione di questi artisti. Ma dall’altro, all’epoca, questi artisti erano davvero molto presenti. Questa presenza prosegue fino al 1989, che è anche il punto in cui si concentra l’arco storico della mostra. Quando cade il Muro, l’intero discorso a Berlino e in Germania cambia. Si guarda alla Germania Est, a Berlino Est, all’Europa orientale. Si vuole capire cosa c’è dall’altra parte dell’Europa e cosa fanno lì. Com’era la produzione culturale da quelle parti?
La riunificazione avvenne su moltissimi piani, compreso quello culturale. Diciamo così: quando Berlino fu riunificata, quasi ogni museo esisteva in doppio, due musei civici, due gallerie nazionali e così via. La città era quindi impegnata a ristrutturare e centralizzare tutto questo. E con ciò gli artisti di cui mi occupo uscirono dal centro dell’attenzione e non ebbero più mostre. Alcuni lasciarono la Germania, per Istanbul o Bodrum, per esempio, oppure facevano la spola tra la Germania e il loro paese d’origine. Quando ancora potevano esporre, lo facevano in luoghi diversi, per esempio alla Staatliche Kunsthalle Berlin, che è esistita fino al 1993. Oppure al Kunstamt Kreuzberg e in altre gallerie comunali. Bisogna immaginare che allora Berlino investiva nella cultura molto più di oggi. Berlino Ovest era un’isola, e poteva essere mantenuta attiva e vitale solo attraverso gli investimenti. Si temeva che senza quei soldi Berlino Ovest sarebbe andata perduta. Per questo penso che tutta questa storia sia anche storia dell’arte migrante.
Courtesy of Gropius Bau
In che modo questa mostra riflette l’identità di confine di Kreuzberg? Kreuzberg si trovava lungo il Muro di Berlino. È quindi un po’ come un’enclave anche all’interno della città. Per la produzione culturale e per la densità della città, però, conta di più la situazione del secondo dopoguerra che non il Muro. Durante la guerra Kreuzberg fu pesantemente distrutta, e i lavoratori migranti arrivati dagli anni Sessanta in poi si trovarono in questo contesto postbellico. Nel resto della Germania Ovest il reclutamento era cominciato nel 1955 con l’accordo con l’Italia. Berlino è diversa: prima del muro la manodopera arrivava dalla Germania Est e da Berlino Est. Una volta costruito il muro, le persone di Berlino Est non poterono più venire a lavorare per Siemens o AEG-Telefunken. È in quel momento che inizia il reclutamento. E quando le persone arrivano a Berlino, con quello che guadagnano non possono permettersi appartamenti dignitosi.
Così vanno a Kreuzberg, perché gli affitti sono bassissimi e nessuno vuole trasferirsi lì. Anche perché il quartiere è stretto dal muro e le case sono in pessime condizioni. Non c’è riscaldamento centralizzato, non c’è la doccia. A volte il bagno non è nell’appartamento e nemmeno sul pianerottolo: bisogna uscire dall’edificio e andare in un gabinetto nel cortile. Ed è proprio questo che lo rendeva così attraente per i lavoratori immigrati, per gli artisti e per tutte le altre persone che non potevano permettersi affitti alti.
Perché è importante mettere al centro queste narrazioni e la storia di persone che storicamente sono state sottorappresentate? C’è stato quel momento in cui mi sono sentito tagliato fuori da una storia dell’arte, che era anche la mia storia. E ho potuto vedere quanto avessero fatto gli artisti in quel periodo, e anche tutte le persone che lavoravano nella cultura. Volevo rendere accessibile questa parte della storia dell’arte, non solo per la mia generazione (sono figlio di lavoratori migranti, la seconda generazione) ma anche per la terza generazione, i nipoti. E guardando più da vicino, mi hanno colpito molte altre cose. Quando arrivano a Berlino Ovest, a Kreuzberg, affrontano tutti i temi importanti per i lavoratori migranti. Quindi la questione abitativa, le condizioni di lavoro, la nostalgia di casa, il creare una propria cultura, ma anche il confronto con il razzismo nella Germania post-nazionalsocialista, che è davvero forte. Bisogna immaginare: quando finisce la guerra, c’è un periodo di rieducazione e denazificazione. Ma i governi militari di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non lo portano avanti a lungo, perché presto l’Europa si trova nella Guerra fredda e gli Alleati occidentali hanno bisogno della Germania Ovest come partner.
Così la denazificazione non viene portata a termine come si deve. Un ex membro del partito nazista, Kurt Georg Kiesinger, diventa addirittura cancelliere, e altri occupano posizioni molto alte in Germania e plasmano la Germania del dopoguerra pur essendo stati nazisti. Gli artisti lo vedevano e cercavano di affrontarlo, dicendo: qui c’è del razzismo, dobbiamo chiamarlo per nome. Ma il razzismo opera anche su molti altri livelli, compresi quelli strutturali. E mi hanno colpito tutte le strategie che gli artisti svilupparono all’epoca. Anche da quella storia mi sentivo tagliato fuori, perché il razzismo in Germania non è diventato un tema solo negli anni Novanta, dopo la riunificazione. È un tema ricorrente, e i partiti di estrema destra sono entrati più volte nei parlamenti tedeschi e hanno influenzato la politica. La mostra cerca di capire cosa accadeva dagli anni Settanta ai primi anni Novanta, di riportarlo nel dibattito e di considerare gli artisti attivi allora e ancora in vita come testimoni a cui si può chiedere, per esempio, della storia di Kreuzberg negli anni Settanta.
Courtesy of Gropius Bau
Pensa che oggi, dal punto di vista dell’arte e della rappresentazione degli artisti con un background migratorio, ci sia più spazio per loro? È una domanda complessa. Quando ho cominciato, tutto è partito dalla ricerca. Alcuni degli artisti che esponevo facevano già parte di un discorso. Quindi non tutti gli artisti presenti nella mostra su Kreuzberg vengono esposti per la prima volta dopo molti anni. Ho notato i seguenti passaggi. In Germania il termine post-migrazione si è diffuso negli anni Duemila, e post-migrazione è la mia generazione che dice: non riusciamo davvero a identificarci con la storia della generazione dei nostri genitori, ma non apparteniamo nemmeno alla società tedesca bianca. Abbiamo bisogno di una nostra cultura e di una nostra storia.
Quando la post-migrazione ha cominciato a costruire questa cosa nuova, non si è voltata indietro; non ha voluto vedere chi fossero gli artisti arrivati con gli accordi di reclutamento. Così questi artisti sono rimasti esclusi. Quando, dagli anni Novanta in poi, curatori, storici dell’arte e operatori culturali hanno iniziato a guardare agli squilibri nelle narrazioni dell’arte e delle mostre, si sono occupati delle artiste rimaste escluse, degli artisti queer rimasti esclusi, poi di grandi regioni la cui produzione culturale non era mai stata mostrata in Occidente, perché la prospettiva occidentale ed eurocentrica era dominante. Anche allora gli artisti migranti che espongo furono lasciati fuori. Quello che faccio, quindi, è guardare indietro a un gruppo di artisti che purtroppo sono stati esclusi da tutti questi diversi momenti di revisione della storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni.
Courtesy of Gropius Bau
Ha raccolto molte opere provenienti da gruppi informali o dall’attivismo di base: come esporle senza monumentalizzarle? Esponiamo circa centotrenta opere di più di quaranta artisti. La maggior parte sono dipinti su tela e sculture, realizzati per mostre del loro tempo. Erano fatti per essere esposti nelle istituzioni; gli artisti volevano essere esposti, quello era l’obiettivo. Solo pochissime opere sono nate con un intento completamente diverso, che pure sarebbe stato tipico degli anni Settanta: rifiutare certe forme di produzione culturale, il sistema e le sue istituzioni. Le faccio un esempio.
C’è un’opera di Natascha Ungeheuer, artista tedesca bianca che alla fine degli anni Sessanta fondò con Johannes Schenk il Kreuzberger Straßentheater. Non ha mai voluto essere associata alle istituzioni. Per lei era importante stare in strada a Kreuzberg, essere facilmente accessibile e a bassa soglia dal punto di vista della lingua e della comprensione. Ha rifiutato l’istituzionalizzazione non solo per il Kreuzberger Straßentheater ma anche per il proprio lavoro: ha realizzato dipinti di straordinaria bellezza, e volevamo esporne alcuni. Lei ha rifiutato, ma ha accettato che mostrassero in mostra alcune parti del teatro di strada.
Quello che abbiamo fatto, quindi, è stato semplicemente un confronto con l’artista, chiedendole: cosa ti sembra accettabile? Nel caso del Kreuzberger Straßentheater è quasi un piccolo intervento. Mostriamo una fotografia dell’epoca, ingrandita quasi a grandezza naturale come rivestimento di una parete, insieme a due delle maschere originali del teatro di strada. Gli attori indossavano queste maschere, e le maschere annunciavano che lo spettacolo stava per cominciare. È quindi qualcosa che su un piano non appartiene alle istituzioni, eppure su un altro piano questi oggetti fanno già parte di una collezione: lei ha affidato le maschere all’archivio dell’Akademie der Künste perché se ne prenda cura.
Abbiamo dovuto guardare con molta attenzione per assicurarci che tutto fosse pienamente in linea con le intenzioni dell’artista, che è ancora in vita. Poi ci sono i libri della casa editrice Ararat, che per noi sono stati anch’essi una questione da risolvere. Avevamo deciso di esporre solo arti visive e alcuni film. Questi libri sono stati un’eccezione, perché erano gli artisti a disegnarne le copertine o a contribuire con illustrazioni, e ci sembrava importante mostrare che le loro pratiche sociali a volte si sovrapponevano alla loro arte. Poi c’è Cecilia Boisier, un’artista cilena. La cito anche perché è morta il 24 settembre, a ottantatrè anni, senza aver avuto la possibilità di venire all’inaugurazione e vedere la mostra. Arrivò a Berlino Ovest nel 1975, in esilio dopo il colpo di Stato in Cile, e vi visse per il resto della sua vita. Se ne andò una sola volta, per Vancouver. Aveva una forte pratica sociale e un profondo senso di giustizia. I dipinti che esponiamo ritraggono donne che leggono lettere o dormono, a Berlino, per strada, un po’ isolate. La sua morte, e scriverne, mi hanno colpito molto profondamente.
Grande affluenza presso il Tribunale regionale superiore anseatico di Amburgo mercoledì mattina per l’inizio del processo a carico del cinquantenne ucraino Serhij Kuznetsov, accusato di crimini di guerra come responsabile del sabotaggio con l’uso di esplosivo del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, avvenuto alla fine di settembre del 2022, che avrebbe dovuto trasportare il combustibile russo in Germania.
Nella prima giornata Kuznetsov ha deciso di tacere, è entrato in aula in giacca e cravatta e con i capelli rasati a zero. Agli osservatori è apparso molto tranquillo e rilassato. Ha rivolto un breve cenno di saluto militare verso il pubblico a sottolineare che si sente un soldato e un sorriso cordiale al banco dei giudici. Indossando cuffie bianche e scuotendo di tanto in tanto il capo, ha poi ascoltato l’interprete ucraina mentre veniva letto il cuore dell’atto d’accusa della Procura federale, che nell’insieme conta oltre cento pagine.
Serhij Kuznetsov è accusato di aver guidato nel 2022, prima dell’arresto avvenuto in Italia, una squadra di sabotaggio che ha fatto saltare in aria tre delle quattro condutture dei gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, agendo su mandato delle forze armate ucraine. Stabilire se si sia trattato di un crimine di guerra o, eventualmente, di un legittimo atto bellico è una delle questioni centrali che dovrà chiarire il tribunale. Uno dei tre avvocati dell’imputato ha definito infatti i gasdotti fatti saltare in aria un’arma finanziaria, militare e politica della Russia, poiché i proventi confluivano nelle casse della Federazione che sta conducendo una guerra di aggressione. Sarebbe stato quindi un ordine legittimo la sua distruzione. L’imputato non ha rilasciato dichiarazioni durante il processo perché in quanto ufficiale dell’esercito ucraino non dispone dell’autorizzazione a deporre, è costretto a “difendersi con le mani legate”, hanno affermato i suoi avvocati, tra cui figura il penalista italiano Nicola Canestrini.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sempre respinto un coinvolgimento del suo Paese, ma la ricostruzione degli inquirenti lascia trasparire che responsabili ucraini erano a conoscenza dell’attività del commando. La pipeline Nord Stream 1 era entrata in uso ma la Russia, al momento dell’attentato, aveva già cessato le forniture. Nord Stream 2 invece non era mai entrata in esercizio per lo scoppio della guerra. Con l’attentato venne tuttavia distrutta una struttura che poteva potenzialmente essere fonte di grossi guadagni per la Russia.
Roman Tscherwinskyj, ex agente dei servizi segreti ucraini, per gli inquirenti tedeschi è stato il coordinatore dietro il sabotaggio del gasdotto Nord Stream 2. In un’intervista a Radio Svoboda ha affermato che “Serhij è un ufficiale che ha prestato servizio nella mia unità e, al momento dell’esplosione, era ai miei ordini”. Ciò detto, a suo avviso non c’è alcuna necessità, per lo Stato o l’esercito ucraini, di esprimersi in merito a chi abbia commissionato il sabotaggio del gasdotto nel 2022. Il gasdotto rappresentava una delle fonti più redditizie per il colosso russo Gazprom e, di conseguenza, un’importante fonte di finanziamento per la guerra contro l’Ucraina. “Se fosse stata l’Ucraina a far saltare in aria il gasdotto”, per Tscherwinskyj, “si tratterebbe di un obiettivo legittimo”.
Anche il primo ministro polacco Donald Tusk si era espresso in termini analoghi in passato. “Il problema per l’Europa, l’Ucraina, la Lituania e la Polonia non è il sabotaggio del Nord Stream 2, bensì il fatto che sia stato costruito”, sottolineava l’anno scorso. Di conseguenza, non ci fu alcun interesse a estradare in Germania Volodymyr Zhuravlev, uno dei sommozzatori accusato di essere coinvolto nell’attentato, poi catturato però in Croazia e in attesa di estradizione.
Circa 150 rappresentanti dei media provenienti da molti paesi, tra cui Ucraina, Stati Uniti, Russia e Cina, figurano accreditati per il dibattimento. Davanti al tribunale, l’iniziativa civica ucraina “Vilni Hamburg” ha manifestato solidarietà all’imputato, sostenendo che il vero criminale di guerra è la Russia. La prima udienza è durata in tutto un paio d’ore, riferisce la rete tedesca di Amburgo NDR.
Al termine della prima giornata di udienza, in cui è stata data lettura dell’atto di accusa, l’imputato ha salutato e rivolto lo sguardo verso il pubblico in sala dove alcune donne gli hanno mimato il gesto del cuore con le mani. Alcuni uomini hanno sollevato tre dita, simbolo del tridente raffigurato nello stemma ucraino. Uno ha alzato il pugno chiuso. L’imputato ha sorriso, visibilmente compiaciuto di quei saluti.
Il processo riprenderà a fine ottobre, successivamente udienze sono già state calendarizzate fino a fine gennaio 2027. L’avvocato Canestrini, difensore dell’imputato, punta a un’assoluzione. Il processo d’altronde può danneggiare l’immagine di tutta l’Ucraina. Secondo inchieste giornalistiche sia Zelensky sia l’ex capo dell’esercito ucraino e attuale ambasciatore a Londra, Valerij Zalužnyj, potrebbero essere stati al corrente dei piani.
Due uomini residenti in Danimarca (uno di origine afghane) sono stati condannati dal tribunale superiore regionale di Amburgo per attività di spionaggioper conto dell’Iran e tentato coinvolgimento in omicidio e incendio doloso aggravato. Le pene sono di otto anni e mezzo per uno e quattro anni e mezzo per l’altro. I fatti, secondo il giornale tedesco Berliner Zeitung, sarebbero avvenuti nel corso del 2025.
I due uomini di 54 e 43 anni, indicati nei verbali tedeschi come Ali S. e Tawab M., avevano raccolto informazioni su persone di rilievo nella comunità ebraica tedesca; in particolare, avevano sorvegliato Josefg Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, e Volker Beck, presidente della Società tedesco-israeliana. Proprio ai danni di quest’ultimo si sarebbe dovuto realizzare un attentato, salvo poi la scelta dell’uomo più giovane di tirarsi indietro e cercare invece altre persone disposte a eseguirlo.
L’uomo di 54 anni è stato condannato alla pena più severa in quanto aveva compiuto anche atti preparativi ad un attacco incendiario a Berlino contro un negozio di alimentari kosher, cioè che vende quei prodotti conformi alla kashrut, l’insieme di leggi alimentari della religione ebraica. Secondo la procura federale, inoltre avrebbe ricevuto incarichi direttamente da ufficiali della Forza Quds, unità per le operazioni all’estero dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. La sentenza accoglie le richieste della procura federale, mentre le difese avevano chiesto l’assoluzione
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A few inches below the forest floor in the eastern Taunus hills lies a stretch of the Roman frontier that has barely been examined. The Kapersburg fort, near Rosbach vor der Höhe in Hesse, is one of the best preserved on the German limes, the chain of Roman border defences. Research has long concentrated on […]
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