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Santanchè, chiesto il rinvio a giudizio anche per i fallimenti Ki Group e Bioera: accuse di bancarotta e truffa allo Stato

22 October 2026 at 10:22

Nuova richiesta di rinvio a giudizio per Daniela Santanchè. La Procura di Milano ha chiesto il processo per la senatrice di Fratelli d’Italia ed ex ministra del Turismo e per altre 14 persone, più una società, per ipotesi di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione ai fallimenti delle società Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. Le indagini della Guardia di finanza, coordinate dai pm Luigi Luzi e Guido Schininà con il procuratore aggiunto Roberto Pellicano, erano state chiuse a luglio. A decidere sul rinvio a giudizio sarà il giudice dell’udienza preliminare. Tra gli imputati anche l’ex compagno e il figlio di Santanchè, Canio e Lorenzo Mazzaro, nonchè la sorella Fiorella.

Bioera, controllante di Ki Group, è stata dichiarata fallita nel 2024: Santanchè era stata presidente del consiglio di amministrazione dal 2012 al 2021, mentre Canio Mazzaro è stato amministratore delegato. Secondo l’accusa, l’ex ministra e gli altri amministratori si sono attribuiti compensi “del tutto sproporzionati” portando dolosamente le società al dissesto finanziario. Santanchè è già imputata per truffa ai danni dello Stato anche in relazione alla vicenda dei dipendenti di Visibilia, la sua ex casa editrice, che lavoravano pur risultando in cassa integrazione Covid: il processo è in fase di udienza preliminare. Per il fallimento di Visibilia, invece, la senatrice è stata rinviata a giudizio nel gennaio 2025 con l’accusa di false comunicazioni sociali e il dibattimento di primo grado è in corso. A causa delle vicende giudiziarie pendenti, Santanchè è stata obbligata a dimettersi dalla premier Giorgia Meloni a marzo 2026, dopo la sconfitta al referendum sulla riforma Nordio.

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Sanzionata per 75 minuti di straordinario: la dipendente vince e ottiene la revoca

22 October 2026 at 09:35

Quattro giornate di straordinario, per un totale di circa 75 minuti di lavoro in più, le erano costate un’ammonizione disciplinare. Ora, però, la vicenda si è conclusa con la revoca della sanzione e il pagamento delle spese legali da parte di Poste Italiane come riporta Il Corriere del Veneto.

Protagonista è una dipendente dell’ufficio postale di Bribano, frazione di Sedico, in Valbelluna, che si era trattenuta oltre l’orario previsto per completare le pratiche rimaste in sospeso, in un ufficio con un solo operatore e un significativo afflusso di utenti. I fatti risalgono all’estate del 2025. In tre giornate la lavoratrice aveva effettuato circa 15 minuti di straordinario, mentre nella quarta si era trattenuta per mezz’ora. Un impegno aggiuntivo limitato nel tempo, ma sufficiente a far scattare una contestazione disciplinare da parte dell’azienda.

La contestazione sui tempi di comunicazione

Al centro della vicenda c’era il regolamento aziendale, che prevedeva l’obbligo di comunicare entro un determinato momento della giornata la necessità di effettuare straordinari. La dipendente aveva invece segnalato l’esigenza verso la fine del servizio, dopo una mattinata particolarmente intensa. Poste Italiane le aveva contestato la comunicazione tardiva, comminandole un’ammonizione, nonostante le difficoltà organizzative già segnalate. La lavoratrice, inoltre, rientrava tra il personale fragile per motivi di salute.

Dopo aver presentato una memoria difensiva di sei pagine e chiesto di essere ascoltata con l’assistenza di un legale o di un rappresentante sindacale, senza ottenere l’audizione, la dipendente si era rivolta all’Ispettorato del lavoro. Il tentativo di conciliazione non aveva avuto esito positivo e la vertenza era arrivata davanti al giudice del lavoro, che ha dato ragione alla lavoratrice. A quel punto, Poste Italiane ha accettato di revocare la sanzione e sostenere le spese legali.

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Autista del Tribunale di Milano accusato di passare informazioni riservate al clan: arrestato

22 October 2026 at 09:13

Un foglio con i nomi degli indagati, stampato dal registro giudiziario e fotografato per essere condiviso con i vertici di un’organizzazione criminale. È uno degli elementi al centro dell’inchiesta che ha portato a 30 arresti e che, secondo la ricostruzione degli investigatori riportata dal Corriere della Sera, ha svelato anche il ruolo di un dipendente del Tribunale di Milano: autista dell’Ufficio dei giudici per le indagini preliminari, accusato di aver avuto accesso abusivo ai sistemi informatici della giustizia e di aver rivelato informazioni coperte da segreto.

L’indagine ruota attorno a una presunta banca ombra con sede operativa in un autonoleggio di Pero, alle porte di Milano. Il gruppo avrebbe offerto un servizio finanziario illecito per compensare le fatture false di imprenditori lombardi accusati di evasione fiscale, utilizzando contanti raccolti nella comunità cinese e trasferendoli su portafogli di criptovalute e conti esteri. La commissione richiesta per le operazioni sarebbe stata compresa tra il 2% e il 5%. Secondo l’accusa, il sistema avrebbe avuto collegamenti con ambienti della ’ndrangheta, della camorra e della cosiddetta quarta mafia foggiana. Le contestazioni comprendono associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione mafiosa, riciclaggio internazionale, frodi fiscali, bancarotte e traffici di droga.

Il foglio riservato e le informazioni ai presunti referenti mafiosi

Tra i 30 arrestati, 16 sono stati condotti in carcere e 14 posti ai domiciliari. Il giudice per le indagini preliminare Luca Milani ha disposto anche il sequestro di 21 milioni di euro. Tre degli arresti sono stati eseguiti in Spagna e Svizzera. L’autista, posto ai domiciliari, è accusato dai pubblici ministeri Grazia Colacicco e Pasquale Addesso di aver effettuato accessi abusivi al sistema informatico giudiziario e rivelato segreti su richiesta di persone ritenute vicine a cosche della ’ndrangheta crotonese. Tra queste figurano Giuseppe Piscioneri e Paolo Pelaggi, indicati dagli inquirenti come referenti del gruppo.

Il presunto tramite sarebbe stato un avvocato, già impegnato in numerosi processi di ’ndrangheta e anche lui finito ai domiciliari. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe veicolato le informazioni riservate, tra cui l’elenco delle persone sottoposte a indagine nell’inchiesta, aggiornato al 9 e al 18 dicembre 2025. Una volta ricevuto il documento, Piscioneri avrebbe raggiunto Pelaggi nella sua abitazione a Segrate. I due avrebbero quindi avvisato, attraverso la piattaforma di messaggistica criptata Signal, Luigi Mercadante, indicato dagli inquirenti, come un altro vertice della presunta banca ombra ed esponente del clan camorristico dei Casalesi. Per farlo, gli avrebbero inviato una fotografia della pagina stampata dal registro degli indagati.

Il precedente del Fondo Unico Giustizia

Il nome di Bruno era già emerso la scorsa estate in un’altra indagine. In quell’occasione non era stato arrestato, ma risultava indagato per truffa ai danni dello Stato e falso, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Secondo gli accertamenti, avrebbe tentato di svincolare dal Fondo Unico Giustizia quasi un milione di euro, somma bloccata prima che potesse essere trasferita a beneficio di un esponente della ’ndrangheta che aveva già favorito la latitanza di un importante boss calabrese.

Il dipendente del Tribunale avrebbe inoltre svolto negli anni mansioni delicate legate alla gestione dei beni sequestrati, senza che, secondo quanto riportato nell’inchiesta, fosse ancora chiaro attraverso quali ordini di servizio gli fossero state affidate tali funzioni.

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Decreto sicurezza dopo Milano, molte norme sono già in vigore: la stretta del governo introduce poche vere novità

21 October 2026 at 12:33

Il copione si ripete: dopo gli scontri, il governo annuncia una nuova stretta sulla sicurezza, moltiplica le fattispecie penali e presenta il decreto come la risposta necessaria a quanto accaduto. Questa volta il fatto di cronaca è rappresentato dalle violenze durante gli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre con saccheggi e devastazioni. Due giorni dopo, il 20 ottobre, il Consiglio dei ministri presieduto da Giorgia Meloni ha approvato un nuovo decreto-legge in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile. Ma, al di là dell’annuncio politico, quanto c’è davvero di nuovo? Otto articoli, nuove fattispecie penali, estensione delle misure preventive e cinquecento militari in più nel capoluogo lombardo. Di fatto si ampliano strumenti esistenti e interviene su misure che erano già all’esame del Parlamento. Vengono ripresi strumenti già introdotti dai precedenti decreti Caivano, Sicurezza e dalla stretta del febbraio 2026 e che – cronaca dimostra – non sono serviti a molto.

Violenza organizzata

Quella che appare l’unica novità sul fronte delle manifestazioni è il delitto di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche“. La norma riguarda chi, durante una protesta, partecipa a un gruppo di almeno cinque persone che agisce in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizza o lancia oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, creando un concreto pericolo per l’incolumità delle persone. Ma esiste già comunque il reato di associazione a delinquere che può essere finalizzato alla commissione di un reato. Per questa “nuova” condotta sono previste pene da due a cinque anni e una multa fino a 20mila euro. Le sanzioni aumentano in presenza di determinate circostanze, tra cui il volto coperto o il danneggiamento di infrastrutture e servizi di pubblica utilità.

Per chi organizza o promuove gruppi destinati a dar vita a manifestazioni violente, anche attraverso strumenti informatici o telematici, la pena indicata arriva da quattro a dodici anni. È una nuova fattispecie penale, ma non nasce in un vuoto normativo e comunque la pena massima sembra sproporzionata. L’ordinamento già punisce, a seconda delle condotte, il porto di oggetti atti a offendere, l’impiego di esplosivi, il danneggiamento, la devastazione e il saccheggio, oltre all’istigazione a delinquere e al concorso nei reati commessi da più persone. La questione è dunque se la nuova norma colmi una lacuna effettiva o finisca per sovrapporsi, almeno in parte, a reati già esistenti. Il decreto introduce inoltre un’aggravante specifica per il danneggiamento commesso da un gruppo organizzato di almeno cinque persone e aumenta le pene per alcune ipotesi di devastazione, saccheggio e attentato a impianti di pubblica utilità durante le manifestazioni.

Flagranza differita e i minori

Anche l’arresto in flagranza differita – che consente alle forze dell’ordine di arrestare i responsabili di reati violenti commessi durante o a causa di manifestazioni sportive entro un limite di tempo – viene esteso. Il meccanismo consente, a determinate condizioni e sulla base di elementi documentali, di procedere all’arresto dopo il momento in cui il fatto è stato commesso. Era già previsto in ambiti specifici, appunto quello dello sport e in particolare del calcio, ed era stato ampliato dai precedenti interventi in materia di sicurezza proprio per casi di cronaca. Il nuovo decreto ne allarga ulteriormente l’applicazione ai delitti individuati dal provvedimento e ai minorenni. Per i danneggiamenti di gruppo c’è la possibilità di arresto in flagranza differita.

Il capitolo dei minori contiene una delle modifiche più incisive. Per chi ha compiuto 14 anni viene introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, superabile con prova contraria. Il comunicato del Consiglio dei ministri non limita questa previsione alla fascia tra i quattordici e i sedici anni: parla dei minori che hanno compiuto quattordici anni. La norma cambia quindi il punto di partenza dell’accertamento dell’imputabilità. Oggi, per i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni, la capacità di intendere e di volere deve essere accertata dal giudice; con la nuova disciplina viene presunta, salvo prova contraria. Resta ferma, secondo Palazzo Chigi, la diminuzione di pena prevista per i minori imputabili.

Non significa che ogni 14enne diventi automaticamente colpevole o condannabile: imputabilità e responsabilità per il singolo fatto restano questioni distinte. La modifica, tuttavia, interviene su un principio centrale dell’articolo 98 del codice penale e solleva interrogativi sulle garanzie della giustizia minorile e sulla compatibilità della nuova impostazione con i principi costituzionali. La stretta riguarda anche il cosiddetto fermo preventivo. L’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia vengono estesi dalle manifestazioni alle specifiche operazioni svolte in luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone, quando vi siano elementi concreti per ritenere che un soggetto possa tenere condotte concretamente pericolose per la sicurezza. La misura potrà riguardare appunto anche i minorenni. Il comunicato ufficiale del Consiglio dei ministri parla di un massimo di dodici ore.

I giudici da applicare

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in conferenza stampa martedì ha spiegato che per quanto riguarda la “carenza di magistrati in circostanze occasionali … abbiamo previsto che al fine di consentire la procedura di convalida, vi sia la possibilità con effetto immediato e senza seguire le procedure ordinarie la possibilità di applicare dei giudici”. Per esempio ha spiegato il Guardasigiilli “se si hanno 30-40-50 arresti nell’arco limitato” “di una manifestazione in un pomeriggio, per avere la convalida dell’arresto occorre l’intervento del pubblico ministero e soprattutto del gip” e “può accadere che in certe città non ci sia sufficienza di giudici in grado di intervenire nei termini di legge per la convalida del fermo” e per questo . Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in conferenza stampa post Cdm. “Il presidente del tribunale può chiedere al presidente della Corte di appello l’applicazione di un giudice bypassando le procedure ordinarie e ottenendo una applicazione immediata”, ha spiegato ancora il ministro.

Divieto di raduno

Il questore potrà inoltre vietare, per un periodo non superiore a un anno, a determinate persone di radunarsi con soggetti specifici in luoghi individuati. La misura potrà riguardare anche ragazzi dai quattordici anni che abbiano tenuto comportamenti intimidatori o violenti in gruppo e siano già stati destinatari di provvedimenti di prevenzione o condannati per delitti contro la persona o il patrimonio nei cinque anni precedenti. Anche in questo caso il decreto amplia strumenti preventivi già presenti nell’ordinamento, compresi quelli sviluppati attraverso la legislazione sulla sicurezza urbana e il decreto Caivano del 2023.

Sul fronte della responsabilità dei genitori, il governo introduce sanzioni amministrative quando un minore, anche non imputabile, partecipa a determinati reati. I genitori possono evitare la sanzione dimostrando di non aver potuto impedire il fatto. Le multe saranno comprese tra 500 e 1.000 euro, con possibilità di raddoppio in caso di reiterazione. Il decreto prevede inoltre procedure più rapide per ottenere il risarcimento: per i danni ai beni pubblici potrà intervenire direttamente il prefetto, mentre i privati danneggiati potranno ottenere più rapidamente un decreto ingiuntivo. Anche qui non si parte da zero.

“Il prefetto – ha spiega il ministro del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi – quando irroga la sanzione può disporre una sorta di anticipazione del risarcimento del danno al genitore il pagamento di una somma a titolo di risarcimento dei danni cagionati in conseguenza dei fatti compiuti, qualora questi siano danni cagionata a beni appartenenti allo Stato, alla Regione agli enti locali, quindi a enti pubblici, danni di carattere pubblico”. Quando invece sono commessi danni in danno di privati il soggetto interessato “il prefetto può ricorrere ad un procedimento semplificato, per ottenere un riconoscimento veloce dei danni che gli sono stati cagionati dai fatti commessi

Il decreto-legge 23 del 2026 aveva già introdotto sanzioni amministrative per i genitori in relazione a specifici reati commessi dai figli minorenni, in particolare nell’ambito del porto di armi o strumenti atti a offendere. Il nuovo provvedimento amplia il campo d’intervento. La novità sta quindi nell’estensione delle condotte per le quali può scattare la sanzione, non nell’invenzione della responsabilità amministrativa dei genitori. Il decreto rende inoltre procedibili d’ufficio le lesioni personali lievi cagionate a un ufficiale o agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza nell’atto o a causa dell’adempimento delle proprie funzioni.

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Ponte sullo Stretto, acquisiti documenti da ministero e società nell’ambito dell’inchiesta per corruzione

21 October 2026 at 12:02

Nell’ambito dell’inchiesta per corruzione sul Ponte sullo Stretto di Messina, la Procura di Roma “ha delegato i Carabinieri del Ros all’esecuzione di un ordine di esibizione nei confronti del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, del Cipess”, il Comitato per la programmazione economica della Presidenza del Consiglio, “della società Ponte sullo Stretto e del Consorzio Eurolink, finalizzato all’acquisizione della documentazione predisposta e inviata alla Corte dei conti nell’ambito dell’attività di controllo” sui provvedimenti relativi alla grande opera. È l’ultimo sviluppo, comunicato dalla stessa Procura, dell’indagine emersa lo scorso giugno, quando era stato emesso un decreto di perquisizione nei confronti dei tre indagati: Tommaso Miele, magistrato in pensione ed ex presidente aggiunto della Corte dei conti, Giacomo Francesco Saccomanno, avvocato ed ex consigliere di amministrazione della “Stretto di Messina Spa”, e Vincenzo Virgiglio, imprenditore di Reggio Calabria.

Secondo l’ipotesi accusatoria, Virgiglio e Saccomanno hanno avvicinato Miele – mentre era ancora in carica – per “condizionare l’esame di legittimità della Corte dei conti sull’approvazione del progetto definitivo” della grande opera, terminato con una bocciatura. In cambio, hanno promesso al magistrato “il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata”. Nelle intercettazioni emerse dagli atti, l’ex presidente aggiunto definiva “deficienti” i colleghi che avevano negato il visto di legittimità, spiegando a Virgiglio di non aver partecipato a una manifestazione per evitare le domande dei giornalisti sulla questione, e rivendicando la sua vicinanza al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini: “I miei amici del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza“.

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Caso Kata, archiviata l’indagine sui due zii: “Non ci sono elementi per una condanna”

20 October 2026 at 17:38

È sparita il 10 giugno 2023, quando aveva 5 anni, dall’ex hotel Astor, il tre stelle chiuso per la pandemia e poi occupato abusivamente e dove la piccola viveva. Ora a distanza di oltre tre anni, il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla scomparsa di Kataleya Mia Alvarez Chicclo, detta Kata, accogliendo la richiesta della procura perché “gli elementi raccolti non consentono una ragionevole previsione di condanna”.

Le indagini non hanno permesso di ricostruire con certezza le circostanze della scomparsa, né di individuare prove sufficienti a sostenere l’accusa. Resta possibile la riapertura in presenza di nuovi elementi. Il provvedimento, depositato oggi, riguarda Argenis Abel Alvarez Vasquez e Marlon Edgar Chicllo Romero, rispettivamente zio materno e zio paterno della bambina, indagati per il presunto sequestro di persona della minore a scopo di estorsione.

Nonostante le numerose attività investigative svolte, non è stato possibile ricostruire con sufficiente certezza le circostanze della sottrazione e dell’allontanamento della piccola, né individuare elementi probatori specifici in grado di attribuire ai due uomini le condotte contestate. Le diverse ipotesi esaminate nel corso dell’inchiesta, secondo quanto emerge dal decreto, non hanno trovato riscontri abbastanza solidi da sostenere l’accusa in giudizio. L’archiviazione definisce dunque il procedimento nei confronti dei due indagati sulla base del quadro probatorio attualmente disponibile. A chiarirne la portata è il presidente del tribunale di Firenze, Angelo Antonio Pezzuti, che in un comunicato sottolinea come il provvedimento si fondi sull’assenza, allo stato, di una ragionevole prospettiva di condanna.

La decisione, tuttavia, non esclude in assoluto la possibilità di riaprire le indagini. Nel decreto viene infatti richiamato l’articolo 414 del codice di procedura penale, che consente al pubblico ministero di chiedere la riapertura del fascicolo qualora emergano nuove esigenze investigative e sia ragionevolmente prevedibile l’individuazione di ulteriori fonti di prova, da sole o insieme a quelle già acquisite, tali da giustificare l’esercizio dell’azione penale.

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Scontri in Duomo a Milano, in carcere 4 maggiorenni. Il gip: “Preciso progetto di destabilizzazione, alto rischio riaccada”

20 October 2026 at 17:29

Il rischio che “possa accadere di nuovo nel breve termine è altissimo” ed “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico”. Sono alcune delle motivazioni con le quali il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Fabrizio Ficile, ha disposto il carcere per quattro giovani arrestati sabato scorso durante i disordini in centro, mentre per un quinto ragazzo è stato posto ai domiciliari con il braccialetto elettronico. I cinque, tutti maggiorenni, sono accusati – a vario titolo – di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata. Per quanto riguarda i minorenni, invece, sono stati collocati in comunità o ai domiciliari gli 11 arrestati: in alcuni casi hanno rigettato la richiesta del carcere avanzata dalla procura.

Secondo il giudice del tribunale ordinario, gli scontri corpo a corpo con le forze dell’ordine in piazza Duomo e l’assalto ai negozi nelle vie del centro potrebbe essere ripetuti: ritiene, infatti, “altissima” la possibilità di un bis, “bastando considerare che il giorno successivo ai fatti, domenica 18 ottobre, si è creata una situazione analoga e che dal giorno successivo si sono diffuse nuove convocazioni via social” dagli account Italia in piazza e Movimento 17 ottobre. Canali, questi ultimi, si legge nell’ordinanza con la quale è stata decisa la detenzione, sui quali “sono in corso indagini” e che puntano a mantenere “un profilo decisamente violento e insurrezionale”. Non solo: si indaga anche, si legge nelle carte, “su quanto ci fosse di programmato in tale degenerazione sin dalla convocazione via social della protesta” e “su se vi fosse una regia organizzativa dietro gli eventi”.

“È importante notare come la ‘creazione’ di una situazione quale quella occorsa sabato 17 e domenica 18 ottobre, funga proprio da ‘detonatore esponenziale della violenza’”, una tentazione che impone come unica misura – a dire del giudice – il carcere, non essendo gli indagati di auto-contenersi di fronte ai propri istinti violenti. Il “battage via social” per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, ad avviso del gip, rende “evidente” che “è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico, che conta proprio sulla spontanea partecipazione di molti giovani”, i quali “perdono completamente il controllo dei propri impulsi e diventano a propria volta attori violenti e antisociali” trovandosi “in quella situazione di sfogo collettivo di rabbia e violenza”, conclude il giudice.

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Scontri in Centrale dopo il corteo pro-Pal, prosciolti due studenti minorenni: reati estinti dopo la messa alla prova

20 October 2026 at 11:02

Sono stati prosciolti dalle accuse di resistenza aggravata e danneggiamento i due studenti che, a 17 anni, erano stati arrestati il 22 settembre 2025 per gli scontri alla stazione Centrale di Milano, al termine di un corteo pro-Pal per Gaza. La decisione è arrivata nei giorni scorsi dal Tribunale per i minorenni, che ha dichiarato estinti i reati dopo l’esito positivo della messa alla prova, un percorso della durata di nove mesi che ha consentito di arrivare al proscioglimento.

La sentenza è stata emessa l’8 ottobre, sulla base delle relazioni positive relative al percorso svolto dai due giovani. Ammessi alla messa alla prova a gennaio, su richiesta dei loro legali, gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella, i ragazzi hanno seguito un programma che comprendeva lavori socialmente utili, colloqui con gli assistenti sociali e un corso di mediazione penale promosso dal Comune e organizzato dal professore e criminologo Adolfo Ceretti. Il processo abbreviato era stato sospeso durante lo svolgimento del percorso, valutato positivamente dal Tribunale.

La decisione chiude così il procedimento nei confronti dei due studenti, che frequentavano lo stesso liceo e che, dopo l’arresto, erano stati sottoposti alla misura dell’obbligo di permanenza in casa. Già il 9 ottobre 2025, il Tribunale per i minorenni aveva infatti accolto i ricorsi dei difensori, revocando la misura cautelare disposta dal gip e sostituendola con alcune prescrizioni.

I giudici del Riesame avevano ritenuto “sproporzionato” l’obbligo di permanenza in casa rispetto al rischio di reiterazione del reato. Per i due ragazzi erano quindi rimasti gli obblighi di frequentare regolarmente la scuola, seguire un percorso psicologico e psicoterapeutico e partecipare a uno o più incontri di educazione alla legalità.

Anche sul fronte amministrativo i provvedimenti adottati nei loro confronti erano stati sospesi. Il 19 gennaio il Tar della Lombardia aveva infatti sospeso i cosiddetti daspo urbani notificati ad alcuni dei giovani arrestati dopo gli scontri, tra cui i due studenti. I divieti prevedevano, per due anni, l’impossibilità di stazionare nelle vicinanze di ristoranti, bar, pizzerie, gelaterie, pasticcerie e altri locali in diverse zone di Milano e, per un anno, di accedere o avvicinarsi alla stazione Centrale, ai treni, alla metropolitana e alle aree limitrofe.

La vicenda giudiziaria legata agli scontri del 22 settembre 2025, quando al termine del corteo pacifico pro-Pal era stato tentato l’assalto per occupare i binari della stazione Centrale, resta però aperta per altri indagati e imputati. Per due studentesse universitarie di 21 anni, arrestate quel giorno e successivamente sottoposte all’obbligo di firma, il processo per resistenza e danneggiamento è ancora in corso davanti al Tribunale di Milano.

Nel corso delle indagini coordinate dalla pm Francesca Crupi e condotte dalla Digos, sono state inoltre disposte diverse misure cautelari. A marzo erano state emesse otto misure, tra obblighi di firma e di dimora, dopo gli interrogatori preventivi davanti alla gip Giulia D’Antoni. Altri sei giovani erano già stati destinatari di provvedimenti analoghi nell’ambito del procedimento per resistenza aggravata. A maggio, infine, sette persone erano finite agli arresti domiciliari, mentre per altre tre erano stati disposti l’obbligo di dimora e quello di presentazione alla polizia giudiziaria.

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Caso Regeni, la famiglia chiede all’Egitto di pagare 500mila euro: “Rispettare la parola data”

19 October 2026 at 16:34

A quasi dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la sentenza di primo grado che ha condannato tre agenti dei servizi segreti egiziani torna al centro della vicenda giudiziaria con una richiesta concreta: dare esecuzione alle provvisionali riconosciute alla famiglia del ricercatore italiano. I genitori, Paola e Claudio Regeni, attraverso i loro legali Alessandra Ballerini e Giacomo Satta, hanno scritto all’ambasciatore egiziano a Roma sollecitando un intervento per ottenere il pagamento delle somme stabilite dalla Corte d’assise. La lettera, inviata oltre due settimane fa, è rimasta finora senza risposta.

I giudici hanno disposto provvisionali immediatamente esecutive per complessivi 500mila euro in favore dei familiari: 200mila euro ciascuno per il padre e la madre di Giulio e 100mila euro per la sorella Irene. Altri 150mila euro sono stati riconosciuti alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Le somme costituiscono un anticipo sul risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, che dovrà essere quantificato in sede civile.

Nella lettera, riferisce Repubblica, gli avvocati ricordano che per l’esecuzione delle provvisionali non è necessario attendere il giudizio definitivo. Occorre però la collaborazione delle autorità egiziane, chiamate a intervenire nei confronti di appartenenti ai propri apparati di sicurezza. Ballerini e Satta richiamano inoltre una promessa fatta personalmente dall’ambasciatore ai genitori di Regeni durante un colloquio privato: avrebbe “rispettato qualsiasi decisione della Corte”. Da qui la richiesta di un “attivo intervento per facilitare l’esecuzione del dispositivo della sentenza”, con la fiducia che il diplomatico non venga meno “alla parola data alla famiglia Regeni”.

La pronuncia di primo grado ha inflitto dieci anni a tre imputati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Le condanne riguardano il sequestro di Regeni, avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016: i giudici hanno escluso l’accusa di omicidio, riconoscendo quella di sequestro di persona.

Nel commentare la decisione, il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, aveva sottolineato il risultato raggiunto nonostante quella che ha definito una “cooperazione non particolarmente proficua” da parte delle autorità egiziane. Il procedimento, ha spiegato, rischiava di rimanere bloccato, ma è stato possibile proseguire anche grazie all’intervento della Corte costituzionale. Ora, mentre si attende di conoscere le ragioni della decisione dei giudici, la famiglia Regeni chiede che almeno le somme riconosciute in via provvisionale trovino concreta esecuzione.

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Il Riesame dispone il carcere per le sorelle di Matteo Messina Denaro, il gip aveva negato l’arresto. Ora la parola alla Cassazione

19 October 2026 at 15:52

Il tribunale del Riesame di Palermo, accogliendo l’appello della Procura, ha disposto il carcere per Giovanna e Bice Messina Denaro, sorelle del capomafia deceduto Matteo, indagate per favoreggiamento e procurata inosservanza di pena aggravati. Per gli inquirenti della Dda avrebbero aiutato il fratello a sottrarsi alla cattura.

I pm avevano contestato loro l’associazione mafiosa e ne avevano chiesto l’arresto al gip, ma il giudice, pur ritenendo l’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza, non aveva disposto la misura per mancanza di esigenze cautelari. Sulla decisione del Riesame, che non è esecutiva, in caso di ricorso, si pronuncerà quindi la Cassazione.

Il quadro giudiziario della famiglia Messina Denaro resta complesso. Attualmente è detenuta Rosalia Messina Denaro, condannata a 14 anni per associazione mafiosa. Patrizia Messina Denaro, dopo avere scontato una pena di 14 anni e mezzo, è stata scarcerata nel luglio del 2025, mentre il fratello Salvatore è già libero.

In carcere si trova ancora Francesco Guttadauro, figlio di Rosalia, mentre il padre Filippo Guttadauro, marito della donna, sta scontando il cosiddetto “ergastolo bianco”. Detenuto anche Gaspare Como, marito di Bice Messina Denaro, condannato in appello a 22 anni per mafia: la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio di secondo grado per la rideterminazione della pena. È morto invece in carcere Rosario Allegra, marito di Giovanna Messina Denaro. Ha infine già scontato la propria condanna Vincenzo Panicola, marito di Patrizia Messina Denaro.

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Rigopiano, ricorso in Cassazione della procura generale di Perugia. L’avvocato di parte civile: “Impedire che cali il sipario sulle responsabilità”

19 October 2026 at 14:56

Il caso dell’hotel Rigopiano tornerà davanti alla Cassazione. Il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, ha impugnato la sentenza della Corte d’appello nel processo bis di secondo grado sulla tragedia del 18 gennaio 2017, quando una valanga travolse e distrusse l’hotel di Farindola, nel Pescarese, causando la morte di 29 persone. Il ricorso, articolato in 21 pagine, si concentra su tre questioni: l’assoluzione dell’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, quella del tecnico comunale Enrico Colangeli e il calcolo dei termini di prescrizione.

Sul primo punto, il Pg contesta l’esclusione della responsabilità di Lacchetta. Secondo la ricostruzione contenuta nell’impugnazione, anche in assenza della Carta di localizzazione del pericolo valanghe, il sindaco avrebbe avuto autonomi obblighi di prevenzione e intervento in quanto garante della pubblica incolumità. Una posizione analoga viene sostenuta per Colangeli, all’epoca funzionario dell’ufficio tecnico comunale. Per Sottani, gli obblighi del tecnico derivavano dal Testo unico degli enti locali e dalla normativa regionale. Nel suo ruolo rientrava inoltre la partecipazione alla commissione comunale per la prevenzione del rischio valanghe.

Il terzo fronte riguarda tutti gli imputati e l’applicazione della prescrizione. Il procuratore generale propone un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 157 del codice penale, affinché il raddoppio dei termini venga esteso anche all’omicidio colposo plurimo e non resti limitato, come attualmente previsto, al solo disastro colposo.

La sentenza impugnata aveva chiuso l’appello bis con tre condanne, cinque assoluzioni e due prescrizioni, dopo quasi otto ore di camera di consiglio. La Corte aveva condannato a due anni per disastro colposo gli ex dirigenti regionali Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci. Erano stati assolti, perché il fatto non costituisce reato, Lacchetta (che aveva rinunciato alla prescrizione), Colangeli e i dirigenti regionali Carlo Giovani, Emidio Primavera e Sabatino Belmaggio. Per gli ex dirigenti provinciali Mauro Di Blasio e Paolo D’Incecco era stato dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

Contro la sentenza si è mosso anche l’avvocato Wania Della Vigna, che assiste alcune parti civili e ha depositato un ricorso ai soli effetti civili per tutelare Giorgia Galassi, sopravvissuta alla valanga dopo essere rimasta per molte ore sotto la neve. La legale ha accolto con favore l’iniziativa della Procura generale, sostenendo che impedisce di far calare il sipario sulle responsabilità della tragedia. “Tocca ora agli Ermellini, attraverso il vaglio del giudizio di legittimità, rimettere in gioco la questione e tracciare con fermezza gli aspetti salienti del diritto”, ha dichiarato Della Vigna. “Le vittime, i familiari e i sopravvissuti di Rigopiano hanno il sacrosanto diritto di avere un’ultima, definitiva parola di giustizia da parte della Suprema Corte”. La tragedia avvenne il 18 gennaio 2017: la valanga investì l’albergo di Farindola, uccidendo 29 persone, tra ospiti e dipendenti, mentre undici persone riuscirono a sopravvivere. Ora spetterà alla Cassazione esaminare le questioni sollevate dai ricorsi.

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Stadio Roma, assolti De Vito, Mezzacapo, Lanzalone, Bardelli e Statuto. Prescrizione per Centemero e Manzoni

19 October 2026 at 13:21

La III sezione della Corte d’Appello di Roma ha ribaltato la sentenza di primo grado nel maxi processo sul progetto dello stadio di Roma che sarebbe dovuto sorgere a Tor di Valle. I giudici hanno assolto l’ex presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito, l’avvocato Camillo Mezzacapo e Luca Lanzalone, che in primo grado erano stati condannati rispettivamente a 8 anni e 8 mesi, 9 anni e 3 anni di reclusione.

Assolti anche gli imputati Gianluca Bardelli e Giuseppe Statuto, mentre per l’imprenditore Luca Parnasi la pena è stata ridotta a tre mesi, dai due anni stabiliti in primo grado nell’aprile 2024. Rideterminata anche la condanna per Adriano Palozzi, scesa da un anno e dieci mesi a otto mesi. La Corte ha inoltre dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Giulio Centemero, ex tesoriere della Lega, e di Andrea Manzoni.

L’inchiesta, coordinata dall’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, contestava agli imputati, a seconda delle rispettive posizioni, reati che andavano dalla corruzione al traffico di influenze illecite fino al finanziamento illecito. Diversi imputati erano già stati assolti in primo grado. Tra loro Francesco Bonifazi, ex tesoriere del Pd, l’ex assessore regionale Michele Civita, Gianluca Talone, Domenico Petrolo, Fortunato Pititto, Fabio Serini, Claudio Santini, Francesco Prosperetti e Davide Bordoni. Nell’elenco figurano anche Giampaolo Gola, Nabor Zafiri, Paolo Desideri e Vanessa Adabire Aznar.

Al c’erano il progetto dello stadio dell’As Roma avviato dal presidente James Pallotta – poi revocato con l’arrivo del nuovo patron Dan Friedkin – nell’area dell’ex Ippodromo di Tor di Valle e le manovre politiche per far sì che l’amministrazione pentastellata guidata da Virginia Raggi (inizialmente contraria) potesse avallare la realizzazione dell’opera. L’inchiesta deflagrò nel marzo 2019 con gli arresti ordinati dalla Procura di Roma, tra cui quello dell’allora presidente dell’Assemblea capitolina, De Vito, e del “facilitatore” Lanzalone, accusati di aver preso soldi e utilità per oliare i meccanismi e portare il progetto di Parnasi a buon fine.

Le accuse a Centemero riguardavano un finanziamento da 250mila euro erogato dalla Immobiliare Pentapigna srl e finito nelle casse della “Più voci”, onlus di area leghista. I soldi, per i pm, erano arrivati in due tranche: un primo bonifico da 125mila è stato emesso il primo dicembre 2015, un secondo con lo stesso importo è arrivato a febbraio del 2016. Si trattava di contributi “erogati – secondo il capo di imputazione – in assenza di delibera da parte dell’organo sociale competente e senza l’annotazione dell’erogazione nel bilancio di esercizio”. In passato Centemero aveva sempre spiegato che quei versamenti erano regolari e che neanche un centesimo era andato al partito di Matteo Salvini.

Ma la procura era convinta che la “Più Voci” fosse un’associazione “riconducibile alla Lega Nord quale sua diretta emanazione e comunque costituente una sua articolazione”. Per quanto riguarda Bonifazi, i fatti contestati riguardavano 150mila euro pagati dalla Immobiliare Pentapigna Srl, società in passato riconducibile all’imprenditore romano, a cavallo delle elezioni politiche alla Fondazione Eyu il 22 febbraio 2018. Per i pm il pagamento era solo un modo per camuffare il contributo economico, ma il giudice ha assolto Bonifazi sia in primo che secondo grado.

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Caso David Rossi, la Commissione “accusa” Giuseppe Mussari e Gabriele Ceccherelli: “Follia e calunnie”

19 October 2026 at 11:44

Il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta bis sul caso della morte di David Rossi, Gianluca Vinci, ha riferito ai componenti dell’organismo gli elementi raccolti nel corso dei lavori, indicando due nomi e delineando l’ipotesi di un’intimidazione organizzata, finita con la morte del responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena.

Secondo quanto dichiarato da Vinci, Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps, sarebbe stato il mandante di un’azione intimidatoria che inizialmente non avrebbe dovuto provocare la morte di Rossi. Gabriele Ceccherelli, ex calciante del Calcio storico fiorentino, avrebbe invece organizzato l’operazione, individuando le persone incaricate di intervenire materialmente, che al momento non sarebbero ancora state identificate. Ceccherelli, secondo questa ricostruzione, sarebbe rimasto fuori da Palazzo Salimbeni, sede della banca senese. Naturalmente le due persone indicate non sono indagate.

Le dichiarazioni della Commissione hanno provocato l’immediata reazione dei due uomini, che respingono ogni coinvolgimento. Mussari ha definito le accuse una “follia” e una “calunnia”, annunciando iniziative giudiziarie contro chi le ha formulate e contro chi dovesse ripeterle. L’ex presidente di Mps ha inoltre dichiarato di non essere mai stato convocato né ascoltato dalla Commissione e di non aver avuto contatti con le Procure che si occupano del caso. Anche Ceccherelli nega qualsiasi legame con la vicenda. “Non so niente, non conosco nessuno di questa vicenda, l’unica volta che sono stato a Siena è stato per comprare un paio di scarpe, non ho nulla a che fare con questa vicenda”, ha dichiarato, contestando la ricostruzione resa pubblica dal presidente della Commissione.

A fare da sfondo alle nuove conclusioni sono gli accertamenti tecnici condotti dai carabinieri del Ris sui filmati delle telecamere che riprendevano il vicolo Monte Pio, dove Rossi precipitò dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Durante un’audizione parlamentare, gli esperti hanno illustrato le immagini nelle quali si distinguerebbe l’ombra di almeno una persona rimasta all’imbocco del vicolo dalle 20.04 alle 20.20, circa venti minuti dopo la caduta.

Secondo la ricostruzione illustrata da Vinci, il tempo necessario per scendere dall’ufficio di Rossi, al terzo piano di Palazzo Salimbeni, fino al vicolo sarebbe di circa quattro minuti. Una coincidenza temporale che, nell’interpretazione del presidente della Commissione, rafforzerebbe l’ipotesi che qualcuno sia arrivato sul posto poco dopo la caduta e sia rimasto lì fino a quando il manager ha smesso di respirare. Per Vinci, quella presenza non sarebbe riconducibile a un semplice passante. La persona, o le persone, avrebbero atteso che Rossi morisse, impedendo eventuali soccorsi. Le immagini analizzate mostrerebbero inoltre, in alcune occasioni, ombre compatibili con la presenza di più individui, anche se l’identificazione delle persone coinvolte resta ancora da chiarire.

La tesi avanzata dal presidente della Commissione è che Rossi non fosse destinato a morire nell’immediato, ma che un’azione intimidatoria sia degenerata, trasformandosi in un intervento volto a impedirne il salvataggio. Vinci ha parlato di un’azione organizzata e ha riferito che alcuni elementi raccolti indirizzerebbero gli accertamenti verso un’organizzazione criminale, evocando la ‘Ndrangheta della bassa Lombardia. “Abbiamo deciso di trasmettere gli atti. Invieremo tutta la documentazione alla Procura. L’autorità giudiziaria saprà come muoversi” ha dichiarato etto Gianluca Vinci riferendosi a quanto acquisito da due detenuti.

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Posta le foto della compagna nuda (e inconsapevole) sottoponendola a violenze virtuali di sconosciuti per 12 anni

18 October 2026 at 18:58

Per 12 anni, nel Torinese, un uomo che oggi ha 55 anni ha postato sui social foto e video intimi della sua compagna – ignara di tutto – mettendola alla mercé di gruppi di uomini creati apposta, per farne oggetto di violenze verbali e di abusi virtuali. La storia, racconta La Stampa che l’ha pubblicata per prima, è venuta a galla per caso, quando l’uomo ha dimenticato il telefono a casa e la donna lo ha preso e ha fatto la scoperta agghiacciante.

L’uomo, indagato dalla Procura di Ivrea per revenge porn e maltrattamenti, ha patteggiato una pena di due anni e ha versato un assegno di 5mila euro alla ex “a titolo di risarcimento”. Concesse le attenuanti generiche su tutte le aggravanti contestate, la pena è stata sospesa, subordinata a un percorso per uomini maltrattanti. “Oggi vivo con un’altra donna” ha detto lui ai carabinieri, e abita proprio nel paese dove risiedono anche alcuni degli amici a cui mandava i video. Non c’erano infatti solo sconosciuti in quei gruppi che lui creava con degli pseudonimi, ma anche compaesani.

Il centro abitato conta circa tremila persone e sostanzialmente tutti sapevano di quanto accadeva. Tranne l’interessata, fino alla scoperta. “Lui era uscito. Aveva dimenticato il cellulare. Sospettavo che mi tradisse e ho guardato le chat. Ne ho aperta una, ho visto la figura di un uomo mascherato. Il numero non era registrato. Ho aperto le conversazioni. C’ero io nuda. Decine di foto e di video intimi di me. Alcuni glieli avevo dati io, su sua richiesta. Ma di altri, non sapevo nemmeno che me li avesse fatti. Ho pensato “non è possibile”. Ho chiamato un’amica. Il giorno dopo mi ha accompagnata dai carabinieri. Non mi ero mai accorta”, ha spiegato ai militari.

Ora lei però sta pensando di andare via dal suo paese, dove teme che qualcuno possa riconoscerla: sono almeno sessanta i nomi e cognomi di utenti identificati che hanno partecipato a quei gruppi. Le psicologhe intanto le stanno insegnando che non deve sentirsi in colpa. “Pensavo che volesse tenere quei file nel suo telefono, che fosse solo un gioco. Ero del tutto plagiata”, è la nuova consapevolezza della vittima dei reati compiuti dall’ex compagno. “Sarà un percorso lungo – spiega l’avvocata della donna, Silvia Bregliano -. I danni subiti ad oggi sono incalcolabili e gravi. Ci vorrà un giudizio civile per quantificare tutto quello che la mia assistita ha sofferto e che continua a soffrire”..

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Attentato a Sigfrido Ranucci, le motivazioni del Riesame: “Inverosimile” la versione di Lavitola. I giudici: “Materiale investigativo granitico”

17 October 2026 at 17:37

La versione fornita da Valter Lavitola sull’attentato contro Sigfrido Ranucci è “inverosimile” e le risultanze investigative a suo carico sono “granitiche”. È quanto sostengono i giudici del Tribunale del Riesame di Roma nelle 31 pagine di motivazioni con cui hanno respinto le richieste della difesa dell’ex editore, confermando la custodia cautelare in carcere. Lavitola è accusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista, di cui è indicato come mandante reo confesso. Davanti a giudici l’imprenditore ed ex editore si era assunto di aver dato un mandato in bianco Clesio Tavares Gomes, suo uomo di fiducia coindagato nel procedimento di assumersene la responsabilità. Al centro della decisione ci sono le contraddizioni emerse nelle dichiarazioni dell’indagato, che secondo i magistrati riguardano almeno tre aspetti: il sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci, le modalità con cui sarebbe stato organizzato l’attentato e i chiarimenti sul movente. Su quest’ultimo punto, scrivono i giudici, resta possibile una matrice politica. Confermata anche l’aggravante del metodo mafioso.

Uno degli elementi contestati riguarda il ruolo di Gomes. In un primo momento, l’ex editore avrebbe riferito di avergli affidato un incarico preciso: sparare tre o quattro colpi contro il muro dell’abitazione del giornalista, senza coinvolgere altre persone. Soltanto il giorno successivo all’attentato, secondo questa ricostruzione, avrebbe appreso dai mezzi di informazione che Tavares non aveva rispettato le istruzioni e aveva agito autonomamente, coinvolgendo soggetti a lui sconosciuti per collocare l’ordigno. Successivamente, però, Lavitola ha modificato la propria versione. Avrebbe prima ammesso di aver accettato il rischio che il coindagato, forte delle sue esperienze nel campo della sicurezza e in ambito militare internazionale, potesse discostarsi dalle indicazioni ricevute. In seguito avrebbe descritto l’incarico appunto come una sorta di “mandato in bianco”, sostenendo di non avergli detto espressamente come procedere né di avergli suggerito di rinunciare all’attentato.

Per il Riesame, le differenze tra le dichiarazioni sono rilevanti. I giudici ritengono inoltre “del tutto inverosimile” che Tavares abbia cambiato autonomamente le modalità esecutive senza consultare Lavitola. Una ricostruzione che, secondo il Tribunale, contrasta con il rapporto di fiducia reciproca, descritto dallo stesso ex editore come quasi filiale. I magistrati si chiedono perché il coindagato avrebbe dovuto tradire quel legame, assumendosi responsabilità penali e oneri economici.

Un altro punto riguarda il sopralluogo effettuato il 15 settembre 2025 nei pressi dell’abitazione di Ranucci, a Torvajanica. Lavitola lo avrebbe negato sia nelle prime dichiarazioni spontanee sia durante l’interrogatorio. L’analisi del traffico telefonico degli indagati avrebbe però evidenziato che quel pomeriggio lui e Tavares si erano recati nella zona in cui si trova la casa del giornalista, per poi rientrare immediatamente a Roma.

Il Tribunale conferma anche l’aggravante del metodo mafioso. I giudici richiamano le “allarmanti modalità dell’azione“, considerate di per sé evocative della forza intimidatrice di tale metodo. Nelle valutazioni dei magistrati pesa anche quanto riferito da Ranucci, che avrebbe raccontato di aver ricevuto negli anni ripetute minacce e avvertimenti legati alla sua attività giornalistica e d’inchiesta, anche sulla criminalità organizzata. Per questo, ricordano i giudici, al giornalista era stata assegnata una misura di tutela personale già dall’agosto 2021.

Le motivazioni sottolineano inoltre la gravità delle modalità dell’azione e la spregiudicatezza attribuita a Lavitola, che avrebbe incaricato Tavares di individuare gli esecutori materiali, disposti a compiere il fatto per pochi soldi. Un’azione che, osservano i magistrati, avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi, anche perché le automobili della persona offesa erano alimentate a gas. A sostegno della custodia cautelare in carcere viene indicato infine il pericolo di fuga. Secondo quanto emerso dalle intercettazioni, a partire dal primo luglio 2026, subito dopo l’esecuzione della misura nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali, Lavitola sarebbe stato in procinto di partire per l’Africa. I difensori dell’ex editore, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, contestano le conclusioni del Riesame, in particolare per quanto riguarda l’aggravante del metodo mafioso, e hanno annunciato ricorso in Cassazione.

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Violenze sulla Flotilla, non solo Ben-Gvir: indagato anche il ministro della Difesa Katz

16 October 2026 at 12:09

Sono una dozzina gli indagati dalla Procura di Roma nell’ambito delle indagine sulle due missioni della Global Sumud Flotilla. Nel procedimento è indagata la catena di comando delle autorità israeliane. Oltre al ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, risulta iscritto anche quello della Difesa Israel Katz. I fatti fanno riferimento al periodo di settembre-ottobre 2025 e aprile-maggio 2026: acclarati diversi reati dopo l’esposto di 50 cittadini italiani, partecipanti alle missioni della Global Sumud Flotilla e finalizzate all’accertamento dei reati di tortura, sequestro di persona, lesione personale, rapina e danneggiamento seguito da naufragio del Codice penale.

La Procura di Roma ha raccolto le denunce e le testimonianze dei cittadini italiani che hanno partecipato alla prima missione per Gaza e sono stati fermati dalle autorità israeliane. Dalle indagini è emerso che le imbarcazioni sono state abbordate in acque internazionali, in violazione del diritto internazionale. Durante le operazioni sono stati distrutti i dispositivi utilizzati per le dirette streaming e sequestrati i telefoni e gli altri apparecchi elettronici dei partecipanti. Le testimonianze hanno inoltre evidenziato maltrattamenti durante la detenzione, tra cui percosse, lesioni, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo. Sono state ricostruite tutte le fasi del fermo, dal trasferimento al porto di Ashdod fino all’arrivo nel carcere di Kzi’ot e al successivo rilascio con il rientro in Italia.

Secondo quanto ricostruito, i partecipanti sono stati anche privati di cibo, di assistenza medica, oltre a essere in condizioni igieniche precarie e privati del sonno. Infine, sarebbe stata riscontrata una grave carenza di assistenza legale e la difficoltà di comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche italiane e con i propri avvocati. Nel complesso, gli elementi raccolti dalla Procura delineano un quadro di violazioni dei diritti fondamentali e del diritto internazionale, che dovranno essere valutate nelle indagini.

La Procura di Roma ha esteso le indagini anche alla seconda missione della Global Sumud Flotilla per Gaza, svoltasi tra aprile e maggio 2026. Anche in questo caso, le testimonianze degli italiani fermati dalle autorità israeliane hanno documentato episodi simili a quelli della prima missione, ma caratterizzati da metodi ancora più violenti, tra cui percosse al buio, uso di taser e spari con proiettili di gomma contro i partecipanti. Nel giugno 2026, la Procura ha richiesto a Israele assistenza giudiziaria internazionale per ottenere informazioni utili a ricostruire i fatti e individuare eventuali responsabilità.

Per quanto riguarda la prima missione, tra gli indicati c’è appunto anche la catena di comando militare per le operazioni in mare comprende il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), generale Eyal Zamir, il comandante in capo della Marina dal 2 settembre 2021 al 24 dicembre 2025, vice ammiraglio David Saar Salama, il capo di Stato maggiore Tal Politis, il comandante dello Shayetet 13, colonnello Eldad Borochovich, e il responsabile della base navale di Ashdod, colonnello Eitan Paz. Per le operazioni di terra risultano invece coinvolti il capo della Polizia israeliana Daniel Levy, il comandante del servizio penitenziario israeliano (Ips) Kobi Yaakobi, il responsabile della polizia penitenziaria del carcere di Ktzi’ot Menachen Bibas, il comandante della Nahshon, unità operativa di intervento e scorta dell’Ips, Assaf Zagori, e il comandante del Magav Berik Yitzchak.

Per la seconda missione della Flotilla, viene evidenziata una sostanziale identità delle catene di comando rispetto alla precedente spedizione. Le differenze riguardano la componente navale, con l’indicazione del vice ammiraglio Eyal Harel quale comandante in capo della Marina e del maggiore generale Guy Levy nel ruolo di capo di Stato maggiore. Nell’ambito delle attività investigative, viene inoltre evidenziata l’esistenza di analoghe indagini sulle due spedizioni della Global Sumud Flotilla in diversi Paesi europei.

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Garlasco, Sempio: “Vorrei chiudere tutto in udienza preliminare”. E sull’impronta 33: “Non è attribuibile a me, né a nessuno”

15 October 2026 at 14:59

“Mi auguro di non arrivare al vero e proprio processo”. Andrea Sempio – che la procura di Pavia ritiene l’assassino di Chiara Poggi – guarda al prossimo passaggio dell’inchiesta sul delitto di Garlasco per cui è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi e, intervistato da Sky TG24, dice di sperare che la vicenda possa chiudersi già in udienza preliminare. Il 38enne si aspetta una richiesta di rinvio a giudizio: “Dopo che è cambiata l’accusa, è ovvio che non si andrà verso un’archiviazione, sembra scontato”. L’obiettivo, spiega, è arrivare rapidamente davanti al giudice e poter discutere gli elementi raccolti, senza trascinare la vicenda per altri anni.

Tra i punti su cui la difesa intende insistere c’è l’impronta 33, rinvenuta sulle scale della villetta di via Pascoli. “Secondo me non è attribuibile né a me né a nessuno”, afferma Sempio, sostenendo che in quel punto fosse normale appoggiarsi con la mano scendendo le scale. Dice inoltre di ritenere possibile dimostrare che non si trattasse di un’impronta insanguinata. A sostegno della propria posizione cita le analisi di due esperti, che avrebbero lavorato separatamente e sarebbero arrivati allo stesso risultato. Sempio contesta anche la compatibilità della traccia con la propria calzatura, ricordando di portare il numero 44 fin da quando aveva 17-18 anni.

Quanto alla cantina, racconta di esserci stato tre o quattro volte, come avrebbero confermato anche altri ragazzi del gruppo. La presenza di una sua impronta in un punto frequentato, sostiene, non sarebbe di per sé un elemento decisivo. Nell’intervista affronta anche la questione dei video intimi di Chiara Poggi e Alberto Stasi: dice di non averli mai visti e di aver appreso della loro esistenza soltanto attraverso i media. “Tra noi amici Chiara era una figura distante, non facevamo parte della sua vita e non si è mai parlato di lei”, afferma. Proprio Alberto Stasi, sentito dai pm di Pavia, esclude che Chiara gli abbia mai parlato di Sempio.

Sui messaggi a sfondo sessuale, in particolare quelli relativi allo stupro, Sempio respinge l’interpretazione secondo cui avrebbe celebrato la violenza. “In nessuno di quei messaggi io glorifico lo stupro o ne parlo come di qualcosa di positivo”, dichiara, riconoscendo tuttavia che il linguaggio utilizzato era forte e che gli stessi temi avrebbero potuto essere affrontati in modo diverso. Alcuni messaggi, aggiunge, sarebbero stati recuperati da un vecchio hard disk del 2014.

Il peso dell’inchiesta, racconta, si riflette anche sulla vita quotidiana. “La parte più brutta è l’attesa“, dice, spiegando di non lavorare al momento e di temere le difficoltà nel ricominciare con un procedimento giudiziario ancora aperto. Sempio afferma inoltre di non sapere se sia indagato anche per la vicenda legata a una presunta corruzione: la richiesta di chiarimenti presentata dai suoi legali, riferisce, non ha ancora ricevuto risposta. A Brescia è stato archiviato l’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, che era indagato in concorso con il padre di Sempio e gli atti sono stati trasmessi alla procura di Pavia per competenza. Sul contatto avuto nel 2017, dice di aver avvisato subito il proprio avvocato e di aver lasciato a lui ogni seguito.

Non individua, almeno per ora, errori nella nuova indagine, ma precisa che eventuali criticità saranno contestate se dovessero emergere. Quanto alla famiglia Poggi, dice che gli sarebbe piaciuto incontrarla, pur comprendendo che non sia il momento: “Hanno affrontato anni e anni di processi e hanno perso una figlia“.

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