Princess Diana’s brother Earl Spencer has nothing left to lose. He just dropped the mother of all bombs, confirming Diana was assassinated by Israel to protect Jeffrey Epstein’s access to the pedophile brothers in the [...]
Um incêndio de grandes proporções e muito violento está a lavrar no distrito de Coimbra.
As chamas resultam da junção de três fogos distintos que deflagraram quase em simultâneo em concelhos diferentes, dois dos quais no lugar de Sabouga, freguesia de Lavegadas (Vila Nova de Poiares), pelas 13h40, e outro em Murganheira, freguesia de Pombeiro da Beira (Arganil), pelas 13h35
Segundo o comandante do Comando Sub-regional da Região de Coimbra da Proteção Civil, Carlos Tavares, o fogo está a “progredir livremente” com uma frente em direção a Góis, mantendo três povoações na linha de fogo: Chapinheira, Arroças e Vila Nova de Ceira.
O comandante classificou como “muito estranho” o facto de três incêndios nascerem em simultâneo a pouca distância e acabarem por se fundir num só, aumentando drasticamente a libertação de energia e a gravidade da situação.
A área afetada é maioritariamente composta por eucalipto, pinheiro e mato denso, numa zona sem ordenamento florestal e onde já não ardia há vários anos.
Segundo o presidente da Câmara Municipal de Arganil, Luís Paulo Costa, a proximidade do aparecimento dos focos de incêndio em concelhos limítrofes gera fortes dúvidas.
Segundo a Autoridade Nacional de Emergência e Proteção Civil (ANEPC), pelas 20h00 estavam mobilizados 711 operacionais e 223 veículos no combate às chamas.
Os meios aéreos já foram retirados devido à falta de visibilidade noturna, concentrando-se agora o combate no terreno para tentar dominar o incêndio durante a noite.
The British government isn’t preparing for war because war is coming. War is coming because the British government is preparing for it. Households are being told to stockpile tinned food and bottled water. State media [...]
Gli ultimi sondaggi prima del voto di domenica 20 settembre si avvicinano molto a un incubo per Friedrich Merz e per i cristianodemocratici. Nella corsa per il sindaco di Berlino,...
Yuval Abraham y Rachel Szor se encuentran en el centro de un conflicto político que involucra al Primer Ministro israelí, dos ministros del gobierno y altos funcionarios de inteligencia. El detonante es *Naza*, el documental que presentaron en el 83.º...
Um camião dos Bombeiros Voluntários de Canha despistou-se, este sábado, na EN251, ao quilómetro 15,440, na zona de Coruche, entre Branca e Fazendas da Arriça, quando a equipa regressava de uma ocorrência de incêndio florestal.
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Do acidente resultaram quatro bombeiros feridos, sendo que um deles sofreu ferimentos considerados graves e teve de ser transportado de helicóptero para o Hospital Garcia de Orta, os outros três operacionais sofreram ferimentos leves.
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No local estiveram empenhados 26 operacionais, apoiados por 10 veículos de socorro e 1 meio aéreo.
L’AfD prepara colloqui con Mosca per riaprire i flussi di gas a basso costo verso la Germania – AfD sta preparando possibili colloqui con il presidente Putin e con il suo inviato economico e principale negoziatore Kirill Dmitriev, per riaprire i flussi di gas a basso costo verso la Germania
Non è passato molto tempo perché Alternativa per la Germania (AfD) — reduce dal risultato storico del 43,8% alle elezioni nello Stato orientale della Sassonia-Anhalt di inizio mese, che ha scosso il cancelliere Friedrich Merz e la sua Unione Cristiano-Democratica (CDU) — intraprendesse iniziative che costituiscono un vero e proprio colpo di avvertimento e uno schiaffo sia a Berlino sia a Bruxelles.
L’incontro potrebbe tenersi il prossimo anno, già a marzo 2027, e sarebbe guidato dai co-leader dell’AfD Alice Weidel e Tino Chrupalla.
È esattamente ciò che gli elettori tedeschi hanno sostenuto alle elezioni regionali, e l’AfD non ha mai nascosto l’intenzione di riaprire il rubinetto energetico russo. Weidel lo aveva detto con chiarezza in un’intervista di giugno:«L’energia a basso costo dalla Russia era il segreto del successo del “Made in Germany”. Dobbiamo riaverla».
«La perdita di questa energia ci ha fatto indietreggiare di anni. Sono stati persi centinaia di migliaia di posti di lavoro», aveva aggiunto allora la co-leader dell’AfD. «Ci ha resi dipendenti dagli Stati Uniti, che ci vendono energia a prezzi molto più alti».
Prima dell’inizio della guerra in Ucraina, la Russia forniva oltre la metà del gas naturale tedesco e più di un terzo delle importazioni di petrolio greggio del Paese.
Il gas russo verso la Germania è stato interrotto a tappe, in parallelo con i grandi attentati al Nord Stream e le relative inchieste. Berlino ha poi trovato fornitori alternativi come Norvegia e Paesi Bassi e ha aumentato la dipendenza dalle importazioni di GNL.
Molti tedeschi sono stanchi di vedere salire ogni giorno i prezzi della vita mentre risorse e miliardi incalcolabili vengono dirottati verso il governo Zelensky nella guerra in Ucraina.
Finora non è stato ancora annunciato né confermato nulla in modo ufficiale dal lato russo o tramite una dichiarazione ufficiale dell’AfD. Reuters, citando le proprie fonti, sottolinea però un punto decisivo: «L’incontro avverrebbe solo se prima fosse raggiunto un quadro di pace tra Russia e Ucraina, e gli organizzatori speravano che riunisse AfD, Russia e Stati Uniti. Tra le possibili sedi del vertice figuravano Israele, gli Emirati Arabi Uniti o l’India».18
In precedenza ZeroHedge aveva ripreso un commento di Andrew Korybko che sintetizza il clima sia a Mosca sia nelle strade tedesche, sempre più orientate a destra:
Infine, gli errori economici riguardano le sanzioni dell’UE sull’energia russa, che hanno portato il blocco a sostituire i contratti di gas a lungo termine e a basso costo con la Russia con importazioni costose a prezzo di mercato da altre fonti.
I prezzi ora sono quasi dieci volte più alti di prima e «potrebbero salire ulteriormente».
Putin ha criticato anche le politiche europee sugli stoccaggi di gas, «indifferenti allo stato tecnico di questi impianti e ai volumi fisici coinvolti». Tutto ciò danneggia l’economia dell’UE.
In sintesi, Putin sostiene che l’ascesa dell’AfD sia una rivolta elettorale contro queste politiche, tutte incentrate sulla Russia.
Questo non significa che il partito o i suoi sostenitori siano «filorussi», e tanto meno «marionette russe»: significa solo che comprendono l’importanza di rapporti pragmatici con la Russia per gli interessi politici, la sicurezza e lo sviluppo economico del proprio Paese. La paura ossessiva antirussa, il rischio di una Terza guerra mondiale sull’Ucraina e l’abbandono dell’energia russa a basso costo non hanno aiutato affatto la Germania.
«I migliori interessi per la Germania» da anteporre, là dove le forniture energetiche «sono più convenienti, cioè dalla Russia»…
Alice Weidel, leader dell’AfD tedesca, sulla Russia:
Dobbiamo procurarci i combustibili fossili là dove gas naturale e petrolio costano meno — cioè dalla Russia.
Avere buone relazioni con la Russia è nel nostro interesse di sicurezza e nel nostro interesse economico.
A titolo di richiamo, già a giugno c’erano stati gesti diplomatici molto provocatori da parte dell’AfD: il portavoce per la politica estera Markus Frohnmaier si era recato a San Pietroburgo per incontrare Dmitriev e l’amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, invitando a riaprire il gasdotto Nord Stream.
Nota di contesto (dall’esclusiva Reuters)
Secondo le fonti, gli organizzatori speravano che al vertice sul gas partecipassero anche i rappresentanti statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, per esaminare la riapertura dei gasdotti Nord Stream. Un alto funzionario USA ha però detto a Reuters che Witkoff e Kushner non sono stati informati né invitati.18
Le preparazioni mostrano la fragilità del sistema politico attuale (Merz in caduta libera) tedesco, dove il rifiuto storico dei partiti di governo di collaborare con AFD è messo alla prova dai successi elettorali dell’AfD.
Il partito ha appena vinto in Sassonia-Anhalt e affronta un’altra prova di popolarità in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Stato in cui i gasdotti Nord Stream arrivano in Germania.
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Mohammad Hamed Alshaer, who was born in Libya, has been charged with aggravated rape of a woman in her fifties while she was jogging along Ribersborgsstigen in Malmö on July 15.
According to the indictment submitted to Malmö District Court, the 37-year-old Alshaer struck the woman from behind, knocked her over, and dragged her into the bushes. There, he grabbed her neck and mouth, pulled her by the hair, and raped her vaginally and anally. The prosecutor wants the crime classified as rape with particular cruelty, citing exceptional violence, ruthlessness, and brutality.
Witnesses heard screams and thuds and alerted police. Officers arriving at the scene found a man lying half-undressed on top of a woman who was screaming for help.
The woman later told investigators she tried to wriggle free.
“I thought: I don’t accept this. I don’t give up,” she said, according to Swedish public broadcaster SVT. However, SVT and other Swedish outlets did not publish the suspect’s Libyan background and other key details, such as his name. Samnytt has reported on this information.
Alshaer has described the incident in terms similar to the woman’s account, with one major difference: he says the woman “inspired him” to have sex with her. He told police he had not had sex in several years and decided to “give her love.” After his arrest, he reportedly told officers he realized what he had done was wrong, yet he still denied the rape in court.
Alshaer, a Swedish citizen originally from Libya, has a prior conviction that includes sexual assault in a nightclub. However, since he holds Swedish citizenship, he cannot be deported. Despite obtaining citizenship, he requires an Arabic interpreter in court.
He is also charged with violent resistance and minor drug offenses. He denies the rape and the resistance charge but admits to the drug offense.
Nesta semana, o rio Tietê, em São Paulo, transbordou. A vazão do rio chegou a mais de duas vezes o limite máximo normal, causando alagamentos na capital e no interior.
No Jardim Pantanal, bairro historicamente afetado pelas enchentes do Tietê, o alagamento assustou os moradores pela intensidade e velocidade da água, ainda de madrugada. “Veio a chuva que não parou, foi incessante, chuva forte […] e acabou enchendo o rio. O rio transbordar foi até natural, porque foi devagar, mas aí veio a pressão da água, por volta das 6 da manhã, muito rápida […] Parecia uma cachoeira, quem estava andando tinha que estar apoiado em alguém pra não ser levado pela água. Foi uma correria, uma gritaria, para tirar os carros e depois, tirar os móveis”, conta o morador do bairro desde 1994 e jornalista Rafael Tavares.
Os alagamentos em São Paulo, apesar de serem um problema histórico, têm se intensificado devido às mudanças climáticas e falta de adaptação das cidades. “É a primeira vez que acontece isso em setembro. Normalmente, acontece no final de dezembro, janeiro, fevereiro, raramente em março, mas em setembro é a primeira vez”, relembra Tavares.
Moradores dos bairros Jardim Helena e Jardim Pantanal, na periferia da capital paulista, convivem com histórico de enchentes
Apesar da gravidade do problema, a Agência Pública apurou que o plano de ação climática da cidade, que tem orientações de como o poder público deve agir para proteger a população, ainda tem metas genéricas de ação. E pior: está sendo usado quase como um copia e cola para outra capital, Salvador, na Bahia.
Leia o plano de ação climática de São Paulo aqui e o de Salvador, aqui.
Segundo a Pública apurou, os dois planos foram elaborados pelas mesmas empresas e parcerias, como a C40 – redes de cidades mundiais com compromisso de reduzir as emissões dos gases de efeito estufa –, a consultoria WayCarbon e a associação internacional ICLEI, e executados pelos mesmos profissionais. São produções alinhadas a métricas globais e financeirizadas voltadas a agentes externos, e não para a população local.
Essas são as críticas do professor e pesquisador da Universidade Federal da Bahia (UFBA) Paulo Zangalli, líder do Grupo de Pesquisa Colapso – Natureza e Sociedade e membro do Conselho Deliberativo da Associação Brasileira de Climatologia. Zangalli pesquisa o capitalismo climático e como a agenda climática foi incorporada a práticas nada igualitárias, como especulação imobiliária e gentrificação do espaço urbano.
Segundo o pesquisador, o plano de Salvador inclui as mesmas diretrizes padronizadas do de São Paulo.
“Nos dois planos, há apenas o retrofit de prédios antigos como diretriz de uso do solo para redução de vulnerabilidade. O princípio em si não é um problema se pegássemos os edifícios que tenham possibilidade de serem recuperados, por exemplo, […] retirando as pessoas das áreas de risco e inserindo em uma área com valor e algum tipo de sociabilidade e proximidade aos locais de trabalho. Mas, na prática, tanto em São Paulo quanto em Salvador, isso significa que vamos usar o clima para fazer retrofit de prédio antigo, recuperá-los, torná-los energeticamente mais eficientes, colocar aproveitamento de água da chuva e outras soluções – que inclusive estão nas políticas e nas ações do plano, como desconto no IPTU – e expulsar as pessoas que moram ali e são indesejadas do ponto de vista da incorporação imobiliária”, explica.
Zangalli participou do Plano de Mitigação e Adaptação para Mudança Clima da capital baiana, cuja versão final é de novembro de 2020, e relata o esvaziamento da participação da sociedade, desde reuniões online com microfone silenciado. “Na verdade, fomos usados para validação dos documentos que vinham sendo produzidos por esse consórcio estranho ao território.”
Para ele, o documento revelou também falta de vontade de fazer mudanças estruturais. A adaptação – que tem impacto real na vida da população – foi tímida e sequer tinha financiamento garantido, dependendo de ativos do mercado financeiro.
A Pública questionou a Secretaria de Sustentabilidade, Resiliência, Bem-estar e Proteção Animal (SECIS), da Prefeitura de Salvador, sobre os apontamentos do pesquisador sobre o processo de elaboração do PMAMC. Por e-mail, a Assessoria de Comunicação da pasta afirmou que o plano “foi elaborado com base em metodologias internacionalmente reconhecidas” e “por isso, é natural que temas como mobilidade sustentável, soluções baseadas na natureza e gestão de resíduos apareçam em planos de diferentes cidades”. O governo soteropolitano também respondeu, destacando que houve participação social por meio de oficinas, audiências e workshops, e que, “como ocorre na elaboração de políticas públicas, a participação teve caráter consultivo e técnico, não de cogestão”. Leia a resposta completa aqui.
A reportagem também questionou a Prefeitura de São Paulo sobre o que foi feito para melhorar enchentes e alagamentos no Jardim Pantanal pela atual gestão e quais as metas práticas para adaptação no plano climático da capital. Por meio de sua Assessoria de Imprensa, a prefeitura afirmou que ”a região recebe R$ 59,8 milhões em obras de drenagem, pavimentação e contenção no Rio Tietê” e que “o Plano de Ação Climática de São Paulo, revisado em 2025, estabelece 36 metas específicas de adaptação. Entre as ações diretamente relacionadas à prevenção e redução dos impactos de alagamentos e inundações estão a implantação de 1.000 jardins de chuva até 2028, priorizando áreas com histórico de alagamentos”. Leia a resposta na íntegra aqui.
Leia abaixo os principais trechos da entrevista com Paulo Zangalli:
Você pode explicar primeiro o contexto de criação do plano de Salvador?
O Plano de Ação Climática de Salvador foi produzido no âmbito da C40 [rede global de metrópoles voltada para o clima], em que a cidade assinou, durante o Acordo de Paris, uma meta de intenções, junto a essa rede, de ter as emissões de carbono neutralizadas até 2050. Para isso, seria necessário produzir planos de ação.
Esse processo começa em 2015 com a produção do Plano de Resiliência Urbana, que, na sequência, vai dar origem ao Plano de Ação Climática. Teve financiamento do Banco Interamericano de Desenvolvimento (BID) e da Fundação Rockefeller e articulação da GIZ (agência de cooperação alemã), que contratou o consórcio WayCarbon e ICLEI.
É um plano estruturado em quatro eixos: Salvador Inclusiva, Verde-Azul, Resiliente e de Baixo Carbono. Esse documento, na verdade, apenas reproduz uma quantidade de metas e métricas, porque reproduz uma metodologia muito comum usada pela C40, GIZ e ICLEI para a produção de planos locais de ação climática. Ou seja, não está desconectado da realidade brasileira, já que esse consórcio produziu o plano de Porto Alegre. A C40 e a ICLEI participaram do plano de São Paulo e de outros municípios.
O documento organiza ações de enfrentamento às mudanças climáticas, mas o que percebemos é que essas ações estão desconectadas da realidade climática da cidade. Mesmo eles apresentando um diagnóstico, um inventário de emissões e um plano de risco climático, isso não é usado como orientação e parâmetro para a resolução dos problemas.
Por quê?
Por que o plano de Salvador está alheio à realidade soteropolitana? Porque das 56 ações que foram previstas para os principais problemas climáticos que são alagamento e deslizamento, apenas 16 das ações tratam do tema em específico e absolutamente nenhuma delas trata do ponto de vista estrutural, ou seja, com obras, com intervenção de adaptação que, de fato, preparem a cidade para uma chuva futura.
Segundo a prefeitura de Salvador, seu plano climático “foi elaborado com base em metodologias internacionalmente reconhecidas”
Então, por mais que ele aponte no índice de riscos climáticos áreas de suscetibilidade e vulnerabilidade a esse tipo de problema, as ações em si estão muito mais ligadas à transposição do problema para a esfera individual e para a capacitação de alguns setores para lidar com o desastre, e não necessariamente para preveni-los.
Por exemplo, quando falamos do calor excessivo, a própria Defesa Civil falou que “calor não é parte do business”, ou seja, não faz parte do “negócio” que eles gerem, que é chuva. Poucas ações do plano são, de fato, ligadas ao calor excessivo, como fazer um mapa de ilhas de calor e investir em arborização. São poucas ações e que não dão conta do problema que estamos enfrentando.
Você falou sobre existir um descompasso entre a mitigação e a adaptação no plano. Como funciona essa desconexão?
O plano de Salvador tem uma meta ambiciosa de ter carbono neutralizado até 2050, porque é o que exige a C40 e é um condicionante para a atração de investimentos, que é sua finalidade. Já a adaptação são as medidas mais necessárias e mais coerentes com os problemas climáticos de Salvador, que são alagamentos, inundações e deslizamentos. O calor também tem se configurado um problema, mas as pessoas tendem a perceber ele de outra forma.
Esse descompasso tem uma lógica de ser. A mitigação lida com a creditização e mercantilização do clima, está focada na atmosfera – precisa reduzir os gases de efeito estufa e pensar, portanto, na composição química da atmosfera. A adaptação, não. Precisa pensar a realidade, o espaço, a política urbana, o ordenamento territorial.
O plano de Salvador, por exemplo, tem um eixo de ordenamento e uso do solo, como os outros planos. Todas as diretrizes do plano de Salvador em relação ao uso e ocupação do solo são as mesmas do de São Paulo. Apenas uma é diferente. Em São Paulo, tem uma a mais, que são mecanismos de win-win, que não foi incorporado por Salvador. Esses mecanismos são os mesmos do mercado financeiro dentro de uma lógica de gestão flexível que tem sido implementada via empresas.
É uma lógica de gestão de conflitos, em que o papel do Estado dentro do planejamento é fazer com que os conflitos sejam apaziguados, não necessariamente resolvidos. O mecanismo de win-win pressupõe nesse jogo do planejamento, em que há interesses e conflitos, que todos podem sair ganhando, o que não faz o menor sentido, né?
Nessa comparação entre Salvador e São Paulo, a diretriz de uso do solo é a mesma. Ambas orientam para redução da vulnerabilidade. Na realidade de Salvador, que conheço mais, os componentes da vulnerabilidade são a falta de renda, a habitação do tipo casa – ou seja, nas favelas –, que representam 48% das áreas de risco mapeadas. O que deveria ter seria um plano voltado ao trabalho para que as pessoas tenham renda, um de moradia para que essas pessoas acessem a casas com alguma infraestrutura.
Nos dois planos, há apenas o retrofit de prédios antigos como diretriz de uso do solo para redução de vulnerabilidade. O princípio em si não é um problema se pegássemos os edifícios que tenham possibilidade de serem recuperados e, por exemplo, estão devendo IPTU ou estão abandonados, como é o caso do centro histórico das duas cidades, para destinar para a moradia popular, retirando as pessoas das áreas de risco e inserindo em uma área com valor e algum tipo de sociabilidade e proximidade aos locais de trabalho.
Mas, na prática, tanto em São Paulo quanto em Salvador, isso significa que vamos usar o clima para fazer retrofit de prédio antigo, recuperá-los, torná-los energeticamente mais eficientes, colocar aproveitamento de água da chuva e outras soluções – que inclusive estão nas políticas e nas ações do plano, como desconto no IPTU – e expulsar as pessoas que moram ali e são indesejadas do ponto de vista da incorporação imobiliária. Ou seja, na prática, isso significa expulsão da população para uma nova rodada de especulação imobiliária nos centros das duas cidades.
Desde a década de 1990, começou-se uma rodada de expulsão da população preta e pobre da cidade para a ocupação com empreendimentos imobiliários, sobretudo para a atração de investimento para o setor turístico. E a população sabe disso. Essa é mais uma tentativa de dizer: “Vamos reduzir vulnerabilidade, fazendo retrofit de prédio antigo”. Mas, na verdade, vai significar uma rodada de gentrificação climática. Como consequência, vai ter o aumento da vulnerabilidade e não o contrário.
O que significa o escanteamento da adaptação no plano?
Primeiro, porque custa dinheiro. Em segundo, porque não é lucrativo. Todas essas políticas estão dentro do capital e se espera que quem execute não seja necessariamente o Estado. Espera-se inclusive que o setor privado tenha interesse em executá-la. Tanto que, quando analisamos o financiamento dos planos, a adaptação não tinha financiamento garantido e era identificado como necessário parcerias internacionais para atração de recursos.
Você participou da elaboração do plano. O que tinha de expectativa e o que se concretizou de fato? O que foi uma desilusão?
Quando eu compus o Painel Salvador de Mudança do Clima, estávamos desde a criação e debatemos muito sobre o que deveria ser, como trabalharíamos, quem financiaria, a secretaria executiva. A ideia que se teve era de que os cientistas locais por ter conhecimento da realidade pudessem oferecer o seu conhecimento para a formulação do plano, junto com os movimentos. Mas, na verdade, fomos usados para validação dos documentos que vinham sendo produzidos por esse consórcio estranho ao território.
Eu percebi o que estava acontecendo cedo, mas a maior decepção dos meus colegas foi perceber que eles não estavam fazendo seu papel, não estavam avaliando criticamente o documento nem produzindo algo. Chegamos a fazer algumas coisas, que estão no anexo do plano, mas não foram incorporadas, apenas um uso para a validação dos produtos criados.
Tem um documento do Fórum Clima Salvador, a organização popular que surgiu a partir desse movimento, que fizemos exatamente essa análise, de que as reuniões eram reuniões de validação, com microfone fechado, pouca participação, sem poder falar. A Academia quando era convidada era apenas para validar, dizer se estava certo ou errado. E às vezes estava muito errado, como risco de alagamento nas áreas mais altas da cidade, sem sentido algum.
Nesse contexto, os planos brasileiros hoje são quase um “copia e cola” um dos outros?
Sim, são planos feitos pelos mesmos grupos, que vão apresentar as mesmas diretrizes, as mesmas ações, com algumas mudanças evidentemente territorializadas, uma vez que há também uma participação do Estado – inclusive na criação de produtos.
Você chegou a citar antes que algumas das metas colocadas no plano de mitigação já foram atingidas.
Sim, de redução de emissão, que é a meta central. A de médio prazo já foi atingida, que era a redução de 30% nas emissões de gases de efeito estufa. Quando falamos de sequestro de carbono, de mitigação, redução, imaginamos que alguém está medindo isso, mas não, é uma planilha de estimativa de quanto cada setor emite. Quando se altera um dado, é alterado o dado de emissão. Transporte público era indicado no inventário como um dos elementos centrais de emissão em Salvador. Se aumenta a frota elétrica, a emissão é reduzida, mas não necessariamente, apenas na métrica que está sendo usada.
O problema climático é produzido a partir da lógica espacial. Já vivemos com as mudanças climáticas e vivemos de outra forma. No nosso caso, produzimos uma cidade que é alheia à água. Só existe impacto porque tem produção espacial e, se o plano não está aderente a isso, não está aderente a nada, só está quantificando tudo.
E como seria um plano que lida com a realidade espacial das cidades?
Um plano que nasce das necessidades mais urgentes da população e que incorpora inclusive as tecnologias que já existem nesses territórios. A população já produz adaptação cotidiana, porque sofre o impacto. A cada chuva, a cada movimento, ela se organiza para que não ocorra novamente, porque não dá para esperar o Estado. Um plano popular surge disso, seja com a adaptação enquanto centralidade ou não, mas quem vai dizer são as pessoas envolvidas, com engajamento da população e da Academia.
Qual a relação da reprodução do capital e da financeirização dos planos? Como opera o capitalismo climático na elaboração desses documentos?
O primeiro ponto é por meio da creditização, que demanda a criação de títulos imobiliários para a comercialização no mercado financeiro. Esse é o principal elemento que temos hoje. Os planos vão produzir metricamente as condições dessa financeirização, identificando quais áreas têm potencial de creditização, onde pode produzir esse potencial. Algumas medidas são diretamente atreladas a isso. Por exemplo, o incentivo ao uso de energia renovável, tem o desconto na conta de energia, que é vendido no mercado, a compra verde do poder público, que atrai empresas que oferecem produtos que estão inseridos dentro da lógica financeira. Esses planos hoje têm a possibilidade de colocar em diálogo diversos setores que já estão lucrando com a mudança climática.
Desde o Relatório Stern em 2005, o mercado mudou a forma como avalia as mudanças climáticas. O economista britânico Sir Nicholas Stern do Banco Mundial fez um relatório ensinando como poderiam lucrar com as mudanças climáticas. A partir disso, muda-se a lógica, e a lógica financeira começa a tomar conta do mercado de crédito de carbono e dos mecanismos de financeirização desse processo.
A Fundação Rockefeller, que vem da empresa de petróleo que é uma das principais emissoras de gases de efeito estufa na atmosfera ao longo de todos esses anos, tem esse mesmo movimento do Banco Mundial. Em algum momento, a instituição prometeu que iria mudar toda sua lógica de produção e parar de produzir petróleo. Obviamente ela nunca fará isso enquanto o petróleo for lucrativo. Então, ela cria essas fundações, que financiam os planos de ação de mudanças climáticas. É uma contradição mesmo.
Os planos evidentemente têm avanços por colocar a agenda climática como um elemento importante, mas são avanços muito limitados. Precisamos entender que não precisamos reconfigurar as lutas históricas que temos travado para falar de clima. Aqui no nosso caso, a moradia é um elemento central para a produção do impacto climático, e a luta pela moradia é central também para movimentos sociais, que têm tecnologia e saberes sobre isso, mas não são incorporados – obviamente e nem faria sentido ser dentro da lógica que os planos estão.
Correva l’anno 2014. Le applicazioni per giocare da smartphone e tablet stavano vivendo il loro periodo d’oro. Tra le più popolari, in Italia, c’erano «My talking Tom» e l’amica «My...
Un’intelligenza artificiale (IA) fuori controllo potrebbe scatenare una futura Terza Guerra Mondiale?
Non abbiamo bisogno di film come *Terminator 2* e del suo SkyNet per immaginarlo: siamo nel 2026 ed esiste già un terrificante precedente reale che avrebbe potuto innescare un conflitto armato con la Cina, potenza dotata di armi nucleari.
Un analista dell’intelligence statunitense ha utilizzato dati raccolti da un’IA per un rapporto successivamente diffuso capillarmente attraverso i canali riservati del Pentagono; tuttavia, il chatbot su cui si era fatto affidamento aveva, di fatto, “allucinato” la presenza di componenti per armi nucleari trasportati a bordo di una nave cinese diretta in Iran.
Naturalmente, ciò ha fatto scattare i massimi livelli di allerta a Washington, nel bel mezzo di un conflitto armato in corso che il Presidente Trump aveva avviato proprio per prevenire tale eventualità: ovvero che l’Iran ottenesse un ordigno nucleare e componenti per armi atomiche.
A quel punto la pianificazione militare è entrata nel vivo, con l’imminente avvio di un’operazione di abbordaggio da parte delle forze speciali. Unità d’élite erano presumibilmente già in volo, pronte a calarsi sulla nave cinese in questione.
Tuttavia, “l’operazione è stata interrotta solo dopo che alcuni funzionari hanno esaminato più attentamente il rapporto di intelligence, scoprendo che era stato redatto con l’ausilio di un chatbot basato su IA”, riferisce la CNN in un’esclusiva clamorosa pubblicata venerdì. L’episodio sarebbe avvenuto la scorsa primavera.
Il grave errore è stato rilevato appena in tempo per annullare quella che avrebbe potuto rivelarsi la catastrofe e la gaffe geopolitica del secolo: “Il chatbot aveva identificato in modo errato il materiale trasportato dalla nave”.
In sostanza, gli Stati Uniti si sono ritrovati potenzialmente sull’orlo di un conflitto con la Cina basandosi su informazioni di intelligence completamente inventate.
Per prevenire qualsiasi sospetto di iperbole o sensazionalismo gratuito, una fonte ufficiale (rimasta anonima) ha dichiarato alla CNN che la valutazione dell’intelligence — rivelatasi “completamente falsa” — ha rischiato, alla fine, di “scatenare una guerra”. Sebbene i vertici del Pentagono – incluso il Comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti per il Pacifico (SOCPAC) – non abbiano ancora risposto alle richieste di chiarimento della CNN, l’emittente ha ricostruito la presunta sequenza degli eventi e le modalità con cui ciò potrebbe essere accaduto:
Nel caso specifico, l’analista ha interrogato un chatbot in merito ad alcuni rapporti di intelligence riguardanti il manifesto di carico della nave, provenienti dal SOCPAC con sede alle Hawaii. Non è emerso chiaramente se il chatbot fosse un prodotto disponibile in commercio o uno sviluppato dal governo statunitense.
“Gli strumenti interni sono per lo più copie di quelli commerciali, solo con un po’ di trucco in più”, ha affermato un ex alto funzionario statunitense esperto dei sistemi di IA utilizzati dagli analisti militari e dell’intelligence.
Il bot ha incrociato dati di intelligence provenienti da fonti aperte (OSINT) con informazioni riservate derivanti dall’intercettazione di segnali (SIGINT) in possesso del governo, giungendo a una conclusione fatale riguardo al carico trasportato dalla nave.
Successivamente, l’analista ha nuovamente impiegato l’IA per organizzare i risultati in un rapporto di intelligence standard – del tipo ritenuto affidabile dai vertici militari – e lo ha diffuso.
Il rapporto sembra suggerire che lo strumento di IA utilizzato – di cui non è nota l’identità – sarebbe stato considerato inadeguato e carente per una valutazione di tale importanza.
Un ulteriore elemento “rassicurante” per i lettori è che, dato che la massiccia integrazione dell’IA appare ormai una tendenza “irreversibile” all’interno del Dipartimento della Difesa e della comunità dell’intelligence, incidenti sfiorati di questo tipo…
DUBLINO – È un rapporto ricco di cautela sui rischi connessi all’intelligenza artificiale quello presentato ieri dal Fondo monetario internazionale ai ministri delle Finanze dell’Unione europea, riuniti qui...
China is cracking down on billionaires and corruption. Following the landmark sentencing of Evergrande founder Hui Ka Yan (Xu Jiayin) to life in prison and the seizure of his assets, independent journalist Ben Norton joins Amanda Yee to break down President Xi Jinping’s ongoing anti-corruption campaign and how a socialist government disciplines capital.
Norton explains how in China, capital may create wealth, but the Communist Party maintains control over the steering wheel of the economy. And while Western regulatory systems often protect private oligarchy and corporate impunity, Xi Jinping since 2012 has taken aggressive action against high-profile tycoons and corrupt Party officials alike.
Norton is a Beijing-based journalist and the founder and editor of Geopolitical Economy Report.
El presidente argentino Javier Milei ríe junto al primer ministro israelí Benjamin Netanyahu durante una sesión especial de la Knéset en honor de Milei, en Jerusalén, el 11 de junio de 2025. (Yonatan Sindel/Flash90)
Mientras se distancia de sus aliados...
Abbiamo parlato di percezione e di costruzione dell’opinione pubblica, adesso cerchiamo di capire come funziona l’officina dei media, dove insieme alla propaganda viene creata la realtà che devi percepire. Rispondiamo anche alle domande che ci avete lasciato nei commenti alle interviste precedenti. Le trovate lungo tutta la puntata.
Ne parliamo con Federico Povoleri, regista, documentarista e autore della trilogia Sub Limen e di Enigma Kubrick. Intervista a cura di Jeff Hoffman
Di cosa parliamo: Atmosfere, narrazioni, scenografie
Piattaforme, sistemi di raccomandazione, immagini sintetiche: quando fabbricare un video credibile non costa più nulla. L’Italia, dal neorealismo sepolto a Cinecittà affittata: chi riempie i nostri schermi e con quale immaginario.
E la domanda che ci avete fatto più di tutte: come ci si difende, e come si insegna a un figlio a guardare un film senza esserne guidato Antonio Gramsci scriveva nei Quaderni del carcere che il dominio non si regge soltanto sulla forza: ha bisogno del consenso, e il consenso si coltiva nella cultura. Un secolo dopo quella coltivazione ha un nome commerciale. Si chiama intrattenimento.
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Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese
di Margherita Furlan
19 settembre 2026
Aramco compra gasolio nel Mediterraneo dopo gli attacchi alle sue raffinerie. In quella stessa finestra di mercato si forma il prezzo che paghiamo alla pompa. L’Italia ci arriva senza impianti e senza bandiera
La fila di Aramco
Da alcune settimane Saudi Aramco presenta offerte d’acquisto nella finestra di contrattazione gestita da Platts per carichi di gasolio nel Mediterraneo. Secondo gli intermediari che seguono quella piattaforma, la società statale saudita cerca migliaia di tonnellate di prodotto raffinato; altri operatori riferiscono che sta sondando anche il mercato della benzina in Europa. L’azienda ha rifiutato di commentare.1
Conviene soffermarsi su cosa significhi. Aramco estrae, raffina e vende: è strutturalmente venditrice di distillati, non compratrice. Nel luglio 2025 l’Arabia Saudita aveva toccato il massimo storico delle esportazioni di gasolio, con una media mensile di 611mila barili al giorno, e Aramco si presentava come fornitore quasi solitario nelle finestre di valutazione del Nord Europa e del Mediterraneo, spesso a prezzi inferiori a quelli degli altri.2 Quattordici mesi dopo si mette in fila dall’altra parte del banco.
Il motivo non è un capriccio commerciale, sono gli impianti. Gli Houthi hanno rivendicato l’attacco alla raffineria di Yanbu, sul Mar Rosso, e nel corso dell’estate hanno colpito ripetutamente il centro di trattamento di Jazan, più a sud. Poi, il 10 settembre, droni partiti dall’Iraq hanno incendiato le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest nelle aree di Riad e Medina: il ministero dell’Energia saudita ha confermato l’attacco e la chiusura «precauzionale» della conduttura, mentre le immagini satellitari mostravano il pennacchio di fumo sopra la linea e i danni estesi a una stazione vicino ad Al Mesba’ah.
Quella conduttura non è un’infrastruttura qualunque. Con lo Stretto di Hormuz sostanzialmente sbarrato dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran nel febbraio 2026, l’oleodotto Est-Ovest è diventato la via di fuga del petrolio saudita: milleduecento chilometri dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, con circa cinque milioni di barili al giorno dirottati su quella direttrice. Lo aveva detto l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser: nel contenere la crisi di approvvigionamento il tubo aveva pesato più del rilascio delle riserve strategiche.3 Gli attacchi dell’aprile precedente avevano già sottratto al regno circa 600mila barili al giorno di capacità produttiva. Ad agosto l’estrazione saudita era scesa a 6,24 milioni di barili quotidiani, un livello che nessuno si aspettava di vedere dal principale produttore dell’OPEC.4
Nel frattempo si chiudeva anche l’altra uscita. Gli Houthi hanno proclamato a luglio un blocco marittimo contro le navi saudite, hanno preso il porto yemenita di Mokha e si sono avvicinati alle isole Hanish, cioè alla soglia di Bab el-Mandeb; il traffico attraverso quello stretto è calato di circa il sessanta per cento. Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra, l’oleodotto in mezzo è fermo: il regno che ha costruito la propria centralità mondiale sulla capacità di consegnare greggio ovunque si è ritrovato con tre porte socchiuse e un ordine d’acquisto da firmare nel Mediterraneo.
Il resto è politica. Nei giorni dell’avanzata su Mokha il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato due volte a Donald Trump per chiedere raid contro il movimento yemenita, secondo funzionari statunitensi citati dalla stampa americana.5 Riad, per ora, ha evitato la rappresaglia diretta contro l’Iraq e Baghdad ha condannato l’attacco e apprezzato la scelta di non reagire.6 Il petroliere più potente del pianeta ha scoperto che la sua potenza dipendeva da cose fragili: una stazione di pompaggio, una colonna di distillazione, una rotta.
Il bersaglio non è più il pozzo
C’è una regolarità, in questi mesi, che i comunicati non dicono e le mappe sì. Nessuno bombarda i giacimenti. Si colpiscono le stazioni di pompaggio, le raffinerie, i terminali, i tubi. Il giacimento è profondo, disperso, difficile da distruggere e costoso da presidiare; l’impianto che trasforma il greggio in qualcosa di utilizzabile è invece un oggetto concentrato, visibile dal satellite, vulnerabile a un drone che costa quanto un’utilitaria. La stessa grammatica si legge sul fronte opposto dell’Eurasia, dove da due anni le raffinerie russe sono bersaglio sistematico dei droni ucraini, con fermate di impianti e contrazioni della produzione di carburante. Non è una coincidenza tecnica: è una dottrina che si è diffusa perché funziona.
Clausewitz aveva chiamato centro di gravità il punto da cui dipende la coesione dell’intera forza avversaria, quello contro cui vanno concentrate tutte le energie.7 Per un secolo si è creduto che nel settore energetico quel centro fosse la risorsa: chi possiede il sottosuolo comanda. La stagione che stiamo attraversando dice il contrario. Il centro di gravità è la catena di trasformazione e di trasporto e chi la colpisce ottiene con mezzi minuscoli effetti che nessun esercito convenzionale potrebbe produrre a quel costo. Un movimento armato yemenita, senza marina né aviazione, ha ridotto le esportazioni del primo produttore mondiale e ne ha fatto un compratore di gasolio sul mercato libero.
Ne discendono due conseguenze che riguardano direttamente l’Europa. La prima è che il vantaggio difensivo è scomparso: proteggere una rete di impianti e di condutture costa incomparabilmente più che attaccarla e nessuna quantità di navi in scorta può cambiare questa aritmetica. La seconda è che la sicurezza energetica ha smesso di essere un problema di contratti di fornitura per diventare un problema d’infrastrutture fisiche. Si può avere il barile e non avere il litro. Si può avere il litro e non avere il modo di farlo arrivare. Chi ha smontato pezzi della propria capacità di trasformazione pensando che il mercato avrebbe sempre provveduto ha fatto una scommessa sulla stabilità permanente delle rotte altrui. Quella scommessa, nell’anno in cui il re del greggio si mette in fila per comprare carburante, si sta rivelando per quello che era.
Il prezzo non nasce alla pompa
Qui il ragionamento smette di essere mediorientale e diventa italiano perché il collegamento fra Yanbu e il distributore sotto casa non è una metafora, ma un meccanismo documentato e pubblico.
Il prezzo industriale dei carburanti in Italia, cioè quel che resta una volta tolte accisa e imposta sul valore aggiunto, non segue il costo di produzione delle raffinerie nazionali. Segue la quotazione internazionale dei prodotti raffinati nel bacino mediterraneo, il cosiddetto Platts CIF Med, rilevato dall’agenzia che pubblica le valutazioni giornaliere sulla base delle contrattazioni fisiche. Lo scrive senza giri di parole l’associazione delle aziende petrolifere italiane nella propria nota metodologica sui prezzi: la materia prima del prezzo alla pompa è la quotazione Platts, e il margine lordo è la differenza fra il prezzo di vendita al netto delle tasse e quel valore. Lo ripete la stessa associazione quando deve spiegare perché il greggio scende e i carburanti no: il riferimento non è il Brent, sono le valutazioni dei raffinati.8
Vale la pena fermarsi su cosa sia quella finestra. Non è una borsa regolamentata con un’autorità di vigilanza pubblica: è un processo di valutazione gestito da una società privata di informazione sui mercati, alimentato dalle offerte che gli operatori presentano in un intervallo di tempo definito. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in un’indagine del 2023 sui prezzi dei carburanti, ha osservato che i riferimenti internazionali dei prodotti petroliferi, Platts compreso, sono esposti a rischi di opacità, e lo ha argomentato richiamando da un lato procedimenti per sospette manipolazioni conclusi in giurisdizioni extraeuropee, dall’altro l’adozione di apposite linee guida da parte delle autorità internazionali di regolamentazione.9 È un’istituzione italiana che dice, in punta di diritto, che il termometro del nostro prezzo alla pompa non è un oggetto neutro.
In quella finestra, da alcune settimane, compra Saudi Aramco.
Il risultato lo hanno letto tutti sui cartelloni. Il 16 settembre 2026 il gasolio in modalità self service ha toccato il massimo storico italiano a 2,246 euro al litro, quasi due centesimi sopra il precedente primato del 17 marzo 2022, con 2,326 euro sulla rete autostradale e la quotazione all’ingrosso oltre i milleduecento euro per mille litri; il giorno seguente il servito viaggiava a 2,376.10 Senza il taglio dell’accisa il prezzo medio nazionale sarebbe stato di 2,416 euro.11
Nessuno impone a Roma cosa pagare. Semplicemente, il quadro dentro cui quel prezzo si forma è stato costruito da altri, si aggiorna ogni giorno in una finestra di mercato dove lo Stato italiano non siede, e il nostro margine di azione si è ridotto a decidere se restituire ai cittadini qualche centesimo di accisa. Non è dipendenza dal barile: è dipendenza dalla struttura.
Il mercato si era già ristretto
C’è un antefatto che rende il gesto di Aramco molto più pesante di quanto appaia e che riguarda l’Europa da vicino: la riserva di gasolio del Mediterraneo si era assottigliata per decisione politica mesi prima che i droni arrivassero su Yanbu.
Fino al 2022 circa il quaranta per cento del gasolio importato dall’Unione europea veniva dalla Russia. L’embargo ha chiuso quel canale ma non ha ridotto la domanda: l’ha deviata. Si è aperta così la scappatoia della raffinazione, il cosiddetto refining loophole, per cui India, Turchia e in parte Cina compravano greggio russo a prezzi scontati proprio grazie alle sanzioni occidentali, lo lavoravano nei propri impianti e rivendevano all’Europa prodotti formalmente non russi, perché la nazionalità di un carburante, nel diritto commerciale, è quella del Paese in cui avviene la trasformazione, non quella del pozzo. Non era un traffico clandestino: era legale, pubblico e quantificato. Nel giugno 2025 l’Europa ha ricevuto 124mila barili al giorno di gasolio dall’India e 94mila dalla Turchia, pari rispettivamente al sette e al cinque per cento delle importazioni totali; secondo le stime di Kpler, che includono anche il carburante per aerei, l’India, fino a pochi anni prima inesistente come esportatore verso il nostro continente, ha coperto nel 2024 il sedici per cento dell’import europeo, in un anno in cui il greggio russo rappresentava il trentotto per cento degli acquisti indiani.12
Per tre anni, insomma, l’Europa ha continuato a bruciare molecole di origine russa passate per Jamnagar o per İzmir, dichiarando di non comprare più dalla Russia. Poi, nel luglio 2025, il diciottesimo pacchetto di sanzioni ha chiuso anche quella porta: dal 21 gennaio 2026 è vietato importare nell’Unione prodotti petroliferi ottenuti in Paesi terzi a partire da greggio di origine russa, con esenzione per alcuni partner e per i Paesi esportatori netti di greggio.13 La misura ha due caratteristiche che meritano di essere dette. La prima è che nessuna analisi di laboratorio può stabilire l’origine di una molecola dopo la raffinazione, tanto più che si lavorano miscele di greggi diversi: l’applicazione dipende quindi da autocertificazioni e da tracciamenti documentali, e già al momento dell’annuncio gli operatori prevedevano un carosello di trasbordi destinato a confondere le carte. La seconda è che quel divieto ha ristretto l’offerta disponibile nel bacino mediterraneo in un momento in cui l’Europa non aveva ricostruito un grammo della capacità di raffinazione che aveva dismesso.
Ora si guardi la sequenza per intero, perché è la cosa più istruttiva di tutta questa vicenda. Il 21 gennaio 2026 l’Unione europea restringe per via normativa il proprio accesso al gasolio. A febbraio la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sbarra lo Stretto di Hormuz. Durante l’estate gli attacchi degli Houthi mettono fuori uso a intermittenza gli impianti sauditi sul Mar Rosso. Il 10 settembre saltano le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest. E in quel bacino ristretto, dove l’Europa deve comprare per forza, entra come acquirente anche il maggiore produttore mondiale. Nessuno di questi eventi, preso da solo, era imprevedibile; il loro sovrapporsi era un rischio di sistema che qualcuno avrebbe dovuto valutare prima di firmare i provvedimenti e prima di autorizzare le conversioni di impianti. Il differenziale fra il prezzo del gasolio e quello del greggio, che è la misura esatta della scarsità di capacità di raffinazione, aveva già superato i ventisei dollari al barile nell’estate 2025, il massimo dal febbraio 2024. Era un segnale, ed era leggibile da chiunque.
Va detto con chiarezza quel che l’Unione ha deciso senza dotarsi degli strumenti per reggerne le conseguenze non lo pagano le cancellerie, bensì chi mette il gasolio nel furgone alle sei del mattino.
La deindustrializzazione ha un indirizzo
A questo punto la domanda giusta non è perché il gasolio costi tanto, ma perché l’Italia sia arrivata a questo appuntamento in queste condizioni. E la risposta ha una data d’inizio, una sequenza e dei documenti.
Fra il 2000 e il 2024 il Paese ha perso il 12,7 per cento della propria capacità di raffinazione.14 Non è stata un’emorragia improvvisa: è stata una successione di decisioni aziendali, ciascuna ragionevole dal punto di vista di chi la prendeva, che sommate hanno prodotto un risultato che nessuno ha mai deliberato in Parlamento.
La raffineria di Cremona della Tamoil ha chiuso nel 2011 ed è stata convertita in deposito: l’amministratore delegato della società lo raccontò ai deputati della Commissione Attività produttive, spiegando che un impianto nella pianura padana, senza sbocco al mare, non riusciva più a collocare l’eccesso di olio combustibile e di benzina.15 La Raffineria di Roma, a Pantano di Grano, comunicò nel giugno 2012 l’intenzione di trasformare, a decorrere dal 30 settembre di quell’anno, lo stabilimento di lavorazione e stoccaggio in mero deposito di oli minerali: la dismissione dell’attività di raffinazione è scritta negli atti autorizzativi.16 La IES di Mantova, comprata quattro anni prima dal gruppo ungherese MOL, annunciò nell’ottobre 2013 la trasformazione graduale in deposito a partire dal gennaio successivo, con 350 esuberi su 390 dipendenti. Nel frattempo Eni fermava per sei mesi Porto Marghera e metteva in cassa integrazione a zero ore cinquecento persone a Gela.
Il Parlamento lo sapeva. Nel 2012 la Camera svolse una indagine conoscitiva specifica sulla crisi della raffinazione, con audizioni di aziende e sindacati, e il documento conclusivo registrava il rischio di chiusura di almeno quattro o cinque siti e la necessità di interventi a tutela del settore.17 Gli interventi non sono arrivati. È arrivata, invece, una narrazione più comoda.
Perché la seconda ondata è stata raccontata in tutt’altro modo. Porto Marghera è diventata bioraffineria nel 2014, Gela nel 2019, Livorno è in conversione con completamento previsto fra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Ogni annuncio è stato presentato come transizione ecologica e sul piano delle emissioni ha una sua logica difendibile. Sul piano della sicurezza degli approvvigionamenti, però, i numeri raccontano un’altra storia, perché le scale non sono paragonabili: Livorno, che sta completando il passaggio alla bioraffinazione, trattava quattro milioni di tonnellate di greggio l’anno e nessun impianto a scarti e oli vegetali lavora volumi simili. Un litro di gasolio idrogenato da scarti alimentari non è un litro di gasolio fossile in meno da importare: è un’altra filiera, con materie prime diverse, volumi diversi e limiti propri. La colonna di distillazione che smetti di far girare non torna.
Pasolini aveva coniato, per descrivere l’Italia che si trasformava sotto i suoi occhi, la formula dello «sviluppo senza progresso»: un Paese che si modernizza nelle forme e si impoverisce nella sostanza, perché il criterio della trasformazione non è il bene comune ma la convenienza di chi la guida.18 Non è un’analogia forzata. La dismissione della raffinazione italiana è stata razionale per ogni singolo azionista e distruttiva per l’interesse nazionale e nessuno, in vent’anni, si è preso la responsabilità politica di dire che quelle due razionalità non coincidevano.
Oggi restano poco più di dieci impianti attivi, di cui tre convertiti o in conversione alla bioraffinazione. È il patrimonio con cui l’Italia si presenta al mercato in cui, da alcune settimane, compra anche Saudi Aramco.
Il cambio di bandiera
Gli impianti sopravvissuti hanno cambiato proprietario, e la geografia di quei passaggi dice più di qualsiasi dichiarazione programmatica.
La ISAB di Priolo Gargallo, il complesso di raffinazione più grande del Paese, è passata in dieci anni dalla genovese Erg alla russa Lukoil, da questa al fondo cipriota G.O.I. Energy nel 2023, sotto la pressione delle sanzioni e con accordi decennali di fornitura e di ritiro affidati alla società di intermediazione Trafigura, e infine, nella primavera del 2026, a un gruppo italiano. È la vicenda più istruttiva dell’intero dossier e merita un capitolo a sé.
Sarroch, in Sardegna, è la seconda gamba del sistema: trecentomila barili al giorno, oltre un quinto dei carburanti italiani, in gran parte gasolio, cioè esattamente il prodotto di cui l’Europa non è autosufficiente. Era la Saras della famiglia Moratti; dal 2024 è di Vitol, il maggiore operatore mondiale indipendente nel commercio di petrolio. Augusta, centosettantamila barili al giorno, è della algerina Sonatrach, che l’ha rilevata nel 2018 da Esso Italia. Milazzo è per metà kuwaitiana, joint venture paritaria fra Eni e Kuwait Petroleum. Già nel febbraio 2024, facendo i conti con l’ingresso di Vitol in Saras, Il Sole 24 Ore osservava che circa metà della capacità di raffinazione italiana passava sotto controllo straniero.19
Poi è arrivato il passaggio più grande, e quasi nessuno se n’è accorto. Nel settembre 2025 la famiglia Brachetti Peretti ha firmato l’accordo vincolante per cedere il 99,82 per cento di Italiana Petroli, il gruppo Api, alla SOCAR, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian. Nel pacchetto, valutato attorno ai tre miliardi di euro, ci sono la raffineria di Falconara Marittima, quella di Trecate e oltre quattromilacinquecento stazioni di servizio a marchio IP. Il perfezionamento è arrivato nella primavera del 2026, dopo le autorizzazioni in materia di concorrenza, sovvenzioni estere e poteri speciali dello Stato. Non è più solo la raffinazione: è la rete capillare attraverso cui gli italiani fanno il pieno.
Sia chiaro cosa si sta dicendo e cosa no. Non c’è nulla di illegittimo in queste operazioni e nulla da eccepire sui compratori: un trader olandese, un fondo cipriota, una compagnia di Stato algerina e una azera hanno fatto quello che è nel loro mandato, cioè comprare beni che rendono. Il punto è l’altro lato del tavolo. Una raffineria per un operatore di mercato è un margine fra il costo del greggio e il valore dei prodotti e se quel margine si assottiglia la si spegne; per uno Stato è la differenza tra avere il petrolio e il carburante. Sono due criteri diversi e l’Italia ha lasciato che prevalesse il primo senza mai dichiarare di averlo scelto. La normativa sui poteri speciali è stata applicata come procedura di controllo su singole operazioni, non come strumento di una politica industriale: ha accompagnato i passaggi di proprietà, non li ha orientati.
È un mutamento reale dei rapporti di potere travestito da ordinaria amministrazione. La cessione dell’apparato di raffinazione italiano ne è un caso quasi scolastico. Nessun voto parlamentare ha mai stabilito che il Paese rinunciasse al controllo della propria capacità di trasformazione. È accaduto in quindici anni, un atto societario alla volta, e ogni singolo atto era legittimo.
Priolo, quattro proprietari in dieci anni
Se si vuole capire che cosa accade a un’infrastruttura strategica quando la si affida integralmente al mercato dei capitali conviene guardare da vicino Priolo Gargallo, provincia di Siracusa: le due raffinerie riunite sotto la sigla ISAB valgono circa un quinto della capacità di raffinazione nazionale, coprono una quota consistente della domanda elettrica siciliana, occupano attorno a mille persone in via diretta e ne sostengono diverse migliaia nell’indotto. Non è uno stabilimento, è un pezzo dell’ossatura del Paese.
La sequenza dei proprietari, in poco più di dieci anni, è questa: il gruppo genovese Erg esce dalla raffinazione, l’impianto passa alla russa Lukoil attraverso la controllata Litasco e nel 2023, quando le sanzioni rendono impossibile sia importare greggio russo che ottenere credito bancario per comprarne altrove, viene ceduto al fondo cipriota G.O.I. Energy. La cessione, secondo il Financial Times, fu agevolata dal gruppo di intermediazione Trafigura e da un investitore privato, e fu approvata dal governo italiano con l’esercizio dei poteri speciali; i dettagli delle condizioni imposte non sono stati resi pubblici. Lo Stato, in altre parole, ha scelto e autorizzato il compratore, e lo ha fatto in forza di un decreto legge concepito proprio per proteggere l’impianto durante l’uscita dei russi.
L’assetto era questo: la proprietà al fondo, il capitale circolante a Trafigura, che avrebbe fornito il greggio e ritirato i prodotti raffinati per dieci anni. Poi è arrivato il conto. Nel gennaio 2025 la società apre una procedura di composizione negoziata della crisi per gestire tensioni finanziarie; secondo il Financial Times l’azionista di controllo indiretto avrebbe cercato di usare quella procedura per rinegoziare o risolvere il contratto decennale con il trader, giudicato penalizzante per l’impianto, e l’esistenza di quel vincolo avrebbe ostacolato le trattative con possibili acquirenti. Nell’autunno 2025 emerge in sede giudiziaria che il prezzo di acquisto non sarebbe stato integralmente saldato al venditore russo, con un debito indicato fra i 150 e i 190 milioni di euro, e il tribunale apre alla possibilità di pignoramento delle quote. Nel febbraio 2026 la procedura di crisi si chiude con esito positivo; nella primavera il fondo firma la cessione a un gruppo italiano, con un’operazione articolata in due fasi, la prima relativa al 51 per cento. Il via libera dell’Autorità garante della concorrenza è arrivato; il vaglio dei poteri speciali, mentre scriviamo, è ancora davanti al governo, e i sindacati territoriali chiedono di essere coinvolti in quel passaggio.
Bilancio di dieci anni: quattro assetti proprietari, due procedure straordinarie, un contenzioso internazionale, perdite per centinaia di milioni nel 2023 e nel 2024 e un ritorno all’utile nel 2025 grazie a condizioni di mercato favorevoli. I lavoratori hanno attraversato l’intero percorso senza mai sapere chi fosse davvero il loro datore di lavoro l’anno successivo, e il sindacato, al primo tavolo con la nuova proprietà, ha dovuto porre come condizioni non negoziabili cose che in un Paese con una politica industriale sarebbero ovvie: salvaguardia dei livelli occupazionali, tutela dell’indotto, un cronoprogramma certo d’investimenti a partire dalla manutenzione di un impianto che tratta idrocarburi in un sito di interesse nazionale per le bonifiche.
David Harvey ha chiamato accumulazione per spoliazione quel meccanismo per cui il capitale, quando il profitto ordinario si comprime, torna a guadagnare non producendo di più ma appropriandosi di beni già esistenti, spesso pubblici o socialmente costruiti, e rimettendoli in circolo come attività finanziarie. La vicenda di Priolo non è la sua illustrazione perfetta, e sarebbe scorretto presentarla come tale: qui il rischio industriale c’è stato davvero e le perdite pure. Ma il nucleo del ragionamento tiene. Un impianto che vale un quinto della capacità nazionale è stato trattato per un decennio come una partecipazione da acquistare, da rifinanziare e da rivendere, mentre la sua funzione, per il Paese, era un’altra: garantire che ci fosse carburante. Quando il criterio finanziario e quello della sicurezza divergono, non è il primo a cedere.
Il ritorno dell’impianto sotto controllo italiano è una buona notizia e va detto. Ma è avvenuto per iniziativa di un gruppo privato al termine di una crisi, non per effetto di una strategia nazionale ed è ancora una volta lo Stato a doversi limitare a dire sì o no a un’operazione decisa da altri. Il golden power è solo un semaforo: regola il traffico, non decide dove si va.
Il fornitore diventa concorrente
L’Italia è un Paese che produce gasolio. Secondo i dati del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica relativi al 2025, il fabbisogno nazionale di gasolio si aggira sui 23,3 milioni di tonnellate e la produzione delle raffinerie italiane sfiora i 25 milioni: siamo esportatori netti, con circa 7,9 milioni di tonnellate vendute all’estero contro 5,2 importate. Chi racconta un Paese incapace di raffinare dice una cosa falsa.
E allora perché il prezzo alla pompa tocca il massimo storico proprio mentre a migliaia di chilometri saltano le stazioni di pompaggio saudite? Perché l’esposizione italiana non è fisica, è di posizione. Due numeri lo spiegano meglio di un saggio. Il 60 per cento del gasolio che importiamo proviene dall’area del Golfo, e il 47 per cento arriva dalla sola Arabia Saudita. Il nostro primo fornitore di gasolio è esattamente il soggetto che da alcune settimane presenta offerte d’acquisto nella finestra mediterranea dove si forma il nostro prezzo industriale. Non ha smesso di venderci: ha cominciato a comprare dove compriamo noi. Il fornitore è diventato concorrente, e ci è arrivato nel giro di un trimestre, senza che nessuno decidesse nulla.
Immanuel Wallerstein descriveva l’economia mondiale come un sistema unico articolato in centro, periferia e semiperiferia, dove la posizione di ciascuno non dipende dalla ricchezza assoluta ma dal punto che occupa nella divisione del lavoro e nella catena del valore.20 L’Italia energetica sta esattamente lì, nel mezzo: trasforma molto, decide poco, non controlla né la risorsa a monte né le regole di formazione del prezzo a valle. È una posizione che funziona benissimo quando il sistema è stabile e diventa una trappola nel momento in cui qualcuno, in Yemen o in Iraq, scopre che una stazione di pompaggio si buca con un drone.
L’accisa come anestetico
Lo Stato italiano f l’unica cosa che gli è rimasta da fare, e la fa in entrambe le direzioni nello stesso anno.
Il primo movimento è strutturale. Il decreto legislativo 43 del 2025 avvia il riavvicinamento graduale fra l’accisa sulla benzina e quella sul gasolio, e il decreto ministeriale del 14 maggio 2025 lo mette in pratica: un centesimo e mezzo in meno al litro sulla benzina, un centesimo e mezzo in più sul gasolio.21 Poi la legge di bilancio per il 2026 accelera bruscamente: dal primo gennaio le due aliquote sono parificate a 672,90 euro per mille litri, il che significa 4,05 centesimi in meno sulla benzina e 4,05 in più sul gasolio, senza gradualità, con la motivazione esplicita di superare un sussidio ambientalmente dannoso censito nel catalogo del ministero dell’Ambiente.22 La logica ambientale è comprensibile. L’effetto sociale, in un Paese dove il gasolio muove l’autotrasporto, l’agricoltura e la quota maggioritaria del parco veicoli, è una tassa che colpisce chi lavora. E c’è un precedente che nessuno ha chiarito: dopo il riequilibrio del maggio 2025 il rincaro sul gasolio si è trasferito ai prezzi quasi integralmente, mentre lo sconto sulla benzina, almeno sulla rete autostradale, si è visto in misura ridicola, tanto che un’associazione di consumatori ha depositato un esposto all’Antitrust.23 La partita di giro, sulla carta a somma zero, è diventata un aumento netto per il cittadino.
Il secondo movimento è d’emergenza, e va nella direzione opposta. Da quando il prezzo internazionale del gasolio ha cominciato a correre, il governo taglia la stessa accisa che ha appena aumentato: l’aliquota viene ridotta in via temporanea a 532,90 euro per mille litri, cioè quattordici centesimi al litro, più tre centesimi di minore imposta sul valore aggiunto, per uno sconto complessivo di diciassette centesimi.24 E lo fa per periodi brevissimi, rinnovati di decreto in decreto: dal 28 luglio al 6 agosto, dal 27 agosto al 5 settembre, poi fino al 10, poi fino al 17 con una copertura di circa 85 milioni di euro, poi con uno sconto dimezzato e infine ridotto a poco più di sei centesimi. Sedici proroghe, circa due miliardi di euro in sette mesi, e un prezzo che nel frattempo ha toccato comunque il massimo storico.
Messi in fila, i due movimenti raccontano meglio di qualunque analisi lo stato della politica energetica italiana. A gennaio lo Stato alza l’accisa sul gasolio di quattro centesimi per ragioni ambientali; da luglio la taglia di quattordici per ragioni sociali; a settembre torna a ridurre lo sconto perché non ci sono più coperture. È l’unica leva rimasta a un Paese che ha perso il controllo di tutto il resto della catena, e viene azionata avanti e indietro come il volante di un’automobile che ha i freni altrove. Ogni proroga dura una settimana o dieci giorni, esattamente la durata dell’attenzione mediatica che la accompagna.
Due miliardi sono una cifra seria. Sono circa quanto il Paese avrebbe speso per costituire una riserva strategica di prodotti finiti di dimensioni significative, o per finanziare la quota pubblica di un piano di ammodernamento della capacità di raffinazione residua. Sono stati spesi, invece, per ridurre di qualche centesimo e per qualche giorno un prezzo che si forma in una finestra di contrattazione privata nel Mediterraneo, dove nel frattempo è entrata a comprare Saudi Aramco. Un Paese senza controllo sulla catena può soltanto anestetizzare il dolore, mai curarlo.
Riprendersi la catena: i tre anelli
Mattei non aveva pozzi. Aveva capito che il potere non stava nel giacimento ma nella catena che porta il greggio dal sottosuolo al serbatoio e che quella catena si poteva costruire anche partendo da un Paese sconfitto e privo di risorse. A Tunisi, il 10 giugno 1960, nel giorno in cui firmava con il governo tunisino l’intesa per costruire una raffineria, spiegò che quelle intese nulla avevano a che vedere con «il modello obsoleto del capitalismo coloniale del XIX secolo», perché prevedevano compartecipazione finanziaria e cogestione fra Paesi produttori e Paesi consumatori, in condizioni di eguaglianza.25 Negli appunti preparati per quel viaggio, rimasti inutilizzati e conservati nell’archivio storico dell’Eni, la formulazione era ancora più tagliente: la condizione coloniale, annotava, esiste quando il gioco della domanda e dell’offerta di una materia prima vitale è «alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio», e nel settore petrolifero quella potenza aveva un nome, il cartello.26 Sessantasei anni dopo, l’incontro fra domanda e offerta del nostro gasolio si decide in una finestra di contrattazione privata che l’Autorità garante della concorrenza definisce esposta a rischi di opacità. La definizione di Mattei non è invecchiata: si è solo spostata di soggetto.
Che cosa vuol dire, in concreto, riprendersi la catena nel 2026? Tre anelli, e per ciascuno una cosa che si può firmare.
La raffinazione. Dichiarare gli impianti infrastrutture strategiche a tutti gli effetti, sottoporne ogni passaggio di proprietà e ogni riconversione a un vaglio che non sia solo di legittimità ma di merito, e vincolare le conversioni a bioraffineria a un piano nazionale che stabilisca prima quanta capacità fossile il Paese deve conservare e per quanti anni. Non si tratta di fermare la transizione: il punto è smettere di affidarne il calendario ai margini industriali di operatori privati esteri. Sul fronte delle scorte l’architettura esiste già e va usata: il decreto legislativo 249 del 2012, che recepisce la direttiva europea sull’obbligo di mantenere una riserva minima, ha istituito l’Organismo centrale di stoccaggio italiano, le cui funzioni sono affidate ad Acquirente Unico sotto vigilanza ministeriale, e ha stabilito che le scorte specifiche siano di proprietà pubblica e conservate sul territorio nazionale.27 Il punto è la composizione: in una crisi come quella di questo settembre a mancare non è il barile, è il litro raffinato. Servono scorte di prodotti finiti, in quantità dichiarate e verificabili.
La logistica. Abbiamo i rigassificatori, il terminale di Trieste con l’oleodotto transalpino che rifornisce anche Austria, Germania e Repubblica Ceca, il gasdotto adriatico che porta in Puglia il gas del Caspio, le condutture dall’Algeria e dalla Libia. Quello che manca non è l’infrastruttura, è la regia: un soggetto pubblico che tratti direttamente con i produttori, come faceva l’Eni delle origini, invece di comprare da intermediari che lucrano sulla differenza. Il Piano Mattei del governo ha preso il nome; il metodo era un altro, e consisteva in contratti diretti, condizioni migliori per il Paese produttore e controllo italiano dell’infrastruttura di trasporto.
La rotta. Il 17 settembre, al forum Risorsa Mare della Spezia, il ministro della Difesa ha annunciato di avere deciso con il capo di Stato maggiore di attivare la Marina per garantire il transito delle navi di interesse nazionale attraverso Bab el-Mandeb, aggiungendo di non voler aspettare che sia la missione europea Aspides a stabilire se le navi possano passare. L’Italia è il primo contributore navale di quella missione, e questo rende la frase più interessante di quanto sembri: non è un atto di forza verso lo Yemen, è la constatazione che la cornice europea non decide. Una scorta, però, è una toppa. Una rotta si tiene aperta prima di tutto con la diplomazia: con l’Egitto, che vive di Suez ed è il primo interessato alla riapertura del traffico, con i Paesi rivieraschi del Mar Rosso e del Golfo, e con chi controlla militarmente la costa yemenita, perché la storia dei passaggi obbligati insegna che si negoziano prima di essere scortati. È la lezione mediterranea di Moro, che cercò nel dialogo con il mondo arabo una posizione autonoma per l’Italia, e di Craxi, che a Sigonella dimostrò che rivendicare la giurisdizione nazionale di fronte all’alleato non significa uscire dall’alleanza.
Chi esegue e chi decide
I fatti di questi giorni, non le opinioni, dicono dove siamo. Dal 31 luglio 2026 l’Italia guida la missione di sorveglianza aerea della NATO nei cieli baltici, con quattro Eurofighter e un centinaio di uomini a Šiauliai: primo decollo su allarme il 3 agosto, drone non identificato abbattuto il 15 settembre dopo essere entrato dalla Bielorussia. Il 17 settembre la Marina viene attivata per Bab el-Mandeb. Sul fronte finanziario, il Paese ha chiesto accesso ai prestiti europei del programma per l’industria della difesa, con una dotazione indicativa di 14,9 miliardi notificata dalla Commissione, da restituire in quarantacinque anni. Alla pompa, il gasolio sta a 2,25 euro al litro.
È un profilo riconoscibile: un Paese che presidia i cieli di altri, scorta le proprie navi in un mare che non controlla, s’indebita per armamenti decisi altrove e resta fuori dai tavoli dove si tratta di ciò che paga. Ma questo profilo non è un destino, è una serie di scelte, e chi lo definisce inevitabile sta spacciando per realismo una scelta. L’Italia una politica estera l’ha avuta, quando ha deciso di averla, e non l’ha mai avuta contro l’America: l’ha avuta accanto all’America, con la schiena dritta.
Un governo che volesse cominciare a riprendersi la catena non avrebbe bisogno di una legge di bilancio. Avrebbe bisogno di tre firme. Un provvedimento che dichiari le raffinerie infrastrutture strategiche e subordini conversioni e cessioni a un piano nazionale della raffinazione. Una richiesta formale, a Bruxelles e a Washington, perché l’Italia sieda al tavolo in cui si discute dell’energia che arriva nelle case degli italiani. Una convocazione dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Mar Rosso, con l’Egitto in testa, per una rotta negoziata invece che soltanto pattugliata.
Nessuna delle tre costa un euro. Costano una cosa sola, ed è la sola che in questi anni è mancata: decidere di essere un Paese.
Perché la fila in cui si è messa Aramco dice esattamente questo. Chi controlla la trasformazione e il trasporto detta le condizioni a chi possiede la materia prima, e non il contrario. Il regno che ha il più grande giacimento del mondo lo ha imparato in una settimana, con tre stazioni di pompaggio in fiamme. Noi abbiamo avuto quindici anni per impararlo e abbiamo usato quel tempo per vendere gli impianti, chiamare transizione le chiusure e ridurre le accise di sei centesimi.
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce.
A Câmara de Santarém formalizou a compra do antigo centro comercial Escala 4, no centro histórico da cidade, por 607 mil euros. O município pretende transformar o edifício num pólo de apoio à actividade económica, com uma incubadora de empresas, estruturas ligadas à inovação e ao associativismo e a futura sede do Campus Tejo. A escritura foi realizada na segunda-feira, 7 de Setembro…
While Washington pursued and implemented decades-long campaigns (including sanctions, proxy wars, and direct military action) against Russia and Iran to weaken or collapse their governments, those policies have also produced adverse effects at home, the most visible being surging energy prices and inflationary pressure. How are the Wars Coming Along? By all measures, the proxy […]
A Guarda Nacional Republicana (GNR) levou a efeito, em todo o território nacional, um conjunto de operações de fiscalização entre os dias 11 e 17 de setembro, direcionadas para a prevenção e o combate à criminalidade, o controlo da sinistralidade rodoviária e a fiscalização de matérias contraordenacionais.
Durante este período, as autoridades efetuaram um total de 547 detenções em flagrante delito. O principal motivo esteve relacionado com crimes rodoviários, registando-se 229 detidos por condução sob o efeito do álcool e 107 por falta de habilitação legal para conduzir. No âmbito do combate ao crime, a Guarda deteve ainda 40 cidadãos por tráfico de estupefacientes, 17 por violência doméstica, 11 por posse ilegal de armas ou arma proibida e seis por furto e roubo.
No decorrer das várias ações no terreno, os militares da GNR apreenderam diversas quantidades de substâncias ilícitas, com destaque para 3 715,02 doses de haxixe, 1 482 de cocaína, 113,5 de heroína, 53,152 de liamba e 30,1 de MDMA. Na vertente do armamento e bens materiais, foram apreendidas 15 armas de fogo, 27 armas brancas ou proibidas, 522 munições de diferentes calibres, 4 128 artigos contrafeitos, 35 veículos e 2 055,34 euros em numerário.
Em matéria de fiscalização rodoviária, as operações culminaram na detetação de 7 773 infrações ao Código da Estrada. Entre as incumprições mais frequentes sobressaem 1 204 excessos de velocidade e 983 viaturas a circular sem a verificação periódica obrigatória. Foram igualmente registadas 453 anomalias nos sistemas de iluminação e sinalização, 373 faltas ou uso incorreto do cinto de segurança e sistemas de retenção para crianças, 342 condutores com taxa de álcool no sangue acima do limite permitido, 331 irregularidades no uso de tacógrafos, 297 faltas de seguro de responsabilidade civil e 294 infrações pelo uso indevido do telemóvel ao volante.
Segundo a GNR, estes números refletem os dados operacionais provisórios da atividade desenvolvida ao longo da última semana em todo o país.
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I tre fratellini — due gemelli di sette anni e la sorella maggiore di nove — attendevano con trepidazione questo momento da quasi un anno. Dopo dieci mesi di separazione, avrebbero dovuto finalmente rimettere piede nella nuova abitazione dei genitori, Catherine e Nathan, a Palmoli. Un ritorno a casa di poche ore, seppur sotto la rigida vigilanza di un tutor. All’ultimo minuto, però, i servizi sociali hanno bloccato tutto, impedendo ai piccoli di riabbracciare la madre, il padre e persino i loro amati animali domestici.
La motivazione ufficiale addotta dagli assistenti parla di “questioni di sicurezza e riservatezza”, un pretesto che ha spezzato nuovamente il cuore dei bambini, privati di un traguardo tanto atteso. Il colloquio è stato così dirottato in un’altra struttura.
Sulla vicenda è intervenuto duramente il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, definendo l’accaduto incomprensibile: “La macchina burocratica sembra voler fare tutto tranne che tutelare il benessere dei minori. Si continuano a dilatare i tempi inventando ostacoli ogni volta che si fa un passo avanti, come se i servizi sociali cercassero deliberatamente qualsiasi pretesto per frenare il ricongiungimento familiare”.
Dietro queste dinamiche emergono forti interessi economici. L’istituto di Vasto che ospita i minori percepisce 7.500 euro mensili, mentre la famiglia d’origine riusciva a crescerli spendendo appena un decimo di quella cifra. I dati del ministero, convalidati dall’Istituto degli Innocenti, mostrano come il sistema degli allontanamenti sia un ingranaggio colossale: oltre 38.000 minorenni vengono sottratti alle famiglie ogni anno, generando una spesa che supera i 100 milioni di euro solo per le rette delle comunità. A questo si aggiunge lo stipendio di 48.000 assistenti sociali e una fitta rete di periti psicologici e medici nominati dai tribunali (Ctu) e dai legali delle parti.
Una macchina burocratica mastodontica che spesso fallisce nel suo scopo primario. Nei contesti di reale marginalità, come i campi rom e le baraccopoli dove vivono circa 11.000 minori senza istruzione e spesso spinti alla criminalità sin da piccoli, questo apparato non interviene mai per paura di subire aggressioni.
A differenza di tali contesti, Catherine e Nathan hanno assecondato ogni imposizione: hanno lasciato l’abitazione isolata nei boschi, hanno rinunciato all’istruzione parentale (homeschooling) pur essendo un loro diritto, hanno iscritto i figli alla scuola pubblica e hanno spento i riflettori mediatici sulla vicenda. Anche di fronte a quest’ultimo diniego, hanno sofferto in silenzio senza proteste pubbliche. I tre bambini affronteranno il primo giorno di scuola accompagnati dagli assistenti sociali anziché dai genitori, prima di essere ricondotti in comunità.
Potranno rivedere la madre e il padre solo tra una settimana, affrontando due ore di viaggio complessive tra Vasto e Palmoli per un breve incontro vigilato, per poi tornare a dormire da soli nelle stanze della struttura. Una vera e propria demolizione del nucleo familiare dettata da posizioni ideologiche.
La fase attuale si concluderà il 30 ottobre. A novembre spetterà al tribunale dei minorenni — guidato da una presidente con un passato da parlamentare del Partito Comunista Italiano — stabilire il da farsi. Il 20 novembre segnerà un anno esatto dall’allontanamento dei bambini. Nel frattempo, di fronte alla richiesta del ministero della Giustizia di visionare i fascicoli del caso, la giudice ex deputata ha presentato un esposto al Csm, sostenuta dall’Anm, denunciando una presunta interferenza del governo.
Un’opposizione ingiustificata, dato che il controllo degli atti rientra proprio nei doveri del ministero.
L’ostruzionismo sul caso fa ipotizzare la volontà di nascondere gli errori originari (l’assistente sociale che ha dato il via all’iter è attualmente sotto indagine) e un pregiudizio contro una madre cattolica di origine australiana, colpevole solo di non essersi conformata al pensiero comune e di aver difeso le proprie convinzioni.