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NVIDIA RTX PRO 5500: la nuova frontiera della guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina

By: A A
1 October 2026 at 22:05

La possibile autorizzazione cinese all’acquisto delle nuove GPU NVIDIA RTX PRO 5500 rivela le contraddizioni della competizione tecnologica globale: Washington limita l’accesso ai semiconduttori avanzati, mentre Pechino combina autosufficienza nazionale e acquisizione selettiva di tecnologie straniere.

Segue nostro Telegram.

La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina non riguarda più soltanto i grandi acceleratori installati nei giganteschi data center dedicati all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Il confronto si sta infatti estendendo a una categoria solo apparentemente meno strategica: le GPU professionali destinate alle workstation, alle simulazioni industriali, alla ricerca scientifica, alla produzione audiovisiva e all’esecuzione locale di modelli linguistici. Infatti, la recente comparsa della NVIDIA RTX PRO 5500 basata sull’architettura Blackwell mostra quanto sia ormai difficile tracciare una linea netta tra una scheda grafica professionale e una componente dell’infrastruttura geopolitica dell’intelligenza artificiale.

Proprio in questi giorni, il governo cinese starebbe valutando la possibilità di autorizzare alcune grandi imprese nazionali, tra cui Alibaba e ByteDance, ad acquistare la nuova RTX PRO 5500. Secondo fonti internazionali, il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione avrebbe chiesto alle società interessate di indicare il numero di unità richieste e gli impieghi previsti. Allo stesso tempo, va ricordato che, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese ha intensificato la sostituzione delle tecnologie straniere nelle infrastrutture pubbliche e nei settori considerati strategici. L’eventuale autorizzazione non rappresenterebbe quindi un abbandono della politica di autosufficienza, bensì l’applicazione di una strategia più flessibile: sostenere lo sviluppo delle alternative nazionali e, contemporaneamente, acquisire prodotti stranieri quando questi possono soddisfare esigenze immediate che l’industria interna non riesce ancora a coprire completamente.

La RTX PRO 5500, del resto, non è una normale scheda destinata al gaming. Secondo le specifiche preliminari, NVIDIA la presenta come una GPU professionale costruita sull’architettura Blackwell, dotata di 84 gigabyte di memoria GDDR7 con codice di correzione degli errori, una larghezza di banda di 1.398 gigabyte al secondo e un consumo massimo dichiarato di 600 watt. La scheda è progettata anche per l’installazione in workstation montate su rack, che possono essere centralizzate, condivise e integrate nelle infrastrutture aziendali. NVIDIA ne indica l’utilizzo per l’inferenza di grandi modelli linguistici, l’intelligenza artificiale generativa, gli agenti autonomi, la visione artificiale, il calcolo scientifico, la simulazione industriale e la produzione video.

Proprio queste caratteristiche rendono politicamente ambigua la categoria della workstation. Una singola RTX PRO 5500 può infatti essere utilizzata da un progettista, da un ricercatore universitario o da uno studio cinematografico, ma può anche essere collocata in un sistema centralizzato e suddivisa in istanze isolate per servire più utenti. Non possiede necessariamente le medesime capacità di interconnessione e di addestramento su larga scala degli acceleratori più avanzati destinati ai grandi data center, ma non può più neppure essere considerata soltanto una periferica grafica.

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale ha infatti ridotto la distanza tra le diverse categorie di processori. Addestramento, inferenza, simulazione e produzione di dati sintetici si sovrappongono sempre più frequentemente: una GPU professionale dotata di una quantità elevata di memoria può ospitare localmente modelli che in precedenza richiedevano infrastrutture remote; può inoltre essere impiegata per progettare robot, simulare impianti produttivi, sviluppare gemelli digitali industriali o elaborare informazioni sensibili senza trasferirle sul cloud. La capacità di svolgere localmente questi compiti ha conseguenze non soltanto economiche, ma anche militari, industriali e scientifiche.

Facendo un passo indietro, a partire dal 2022, Washington ha progressivamente limitato la vendita alla Cina dei processori più avanzati e degli strumenti necessari per produrli. La giustificazione ufficiale fa riferimento alla sicurezza nazionale e alla possibilità che le tecnologie per l’intelligenza artificiale vengano impiegate per scopi militari. Tuttavia, l’ampliamento continuo delle restrizioni mostra come l’obiettivo statunitense non sia limitato a impedire la fornitura di singoli sistemi d’arma, ma riguardi più generalmente la capacità cinese di sviluppare infrastrutture di calcolo competitivo.

La politica statunitense non segue, tuttavia, una linea completamente uniforme. Nel gennaio 2026, il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio ha introdotto la possibilità di esaminare caso per caso le richieste di licenza relative alla vendita in Cina di processori come NVIDIA H200 e AMD MI325X, purché vengano rispettate determinate condizioni di sicurezza. Nel maggio successivo, lo stesso organismo ha ribadito che le restrizioni sui dispositivi più avanzati possono applicarsi anche alle società controllate da gruppi cinesi e registrate in Paesi terzi.

Washington cerca dunque di conciliare due esigenze potenzialmente contraddittorie. Da una parte intende rallentare lo sviluppo cinese nei settori considerati strategici; dall’altra vuole evitare che la completa esclusione delle imprese statunitensi dal mercato cinese favorisca definitivamente i produttori locali. Una politica di interdizione assoluta, infatti, potrebbe ridurre nel breve periodo la disponibilità di processori avanzati in Cina, ma priverebbe NVIDIA e le altre imprese statunitensi di ricavi, rapporti commerciali e capacità di condizionare gli standard tecnologici utilizzati nel più grande mercato industriale del mondo.

La produzione di versioni modificate per rispettare i limiti normativi rappresenta il tentativo delle imprese statunitensi di muoversi all’interno di questa contraddizione. Le caratteristiche dei processori, dunque, non vengono più determinate soltanto dalla domanda commerciale o dalle possibilità dell’ingegneria, ma anche dalle soglie fissate dai regolatori. Potenza di calcolo, velocità di interconnessione e larghezza di banda della memoria diventano così variabili geopolitiche. La normativa contribuisce indirettamente alla progettazione dell’hardware, mentre le imprese cercano di collocare nuovi prodotti appena al di sotto dei parametri che farebbero scattare l’obbligo di licenza o il divieto di esportazione.

Secondo le informazioni finora disponibili, alcuni dirigenti del settore ritengono che la RTX PRO 5500 potrebbe non rientrare nelle restrizioni statunitensi attualmente applicate ai processori più avanzati. Inoltre, la possibilità giuridica di esportare il prodotto non garantisce automaticamente la sua accettazione sul mercato cinese. La stessa NVIDIA, infatti, ha osservato che le imprese statunitensi si trovano oggi strette tra quelli che un suo portavoce ha definito controlli statunitensi «obsoleti» e le limitazioni adottate dalla stessa Cina sull’impiego di tecnologie straniere.

Dal punto di vista cinese, autorizzare acquisti selettivi da NVIDIA non significherebbe rinunciare all’indipendenza tecnologica. La strategia di Pechino, del resto, si sviluppa su una scala temporale diversa da quella delle esigenze commerciali delle singole imprese. Alibaba, ByteDance e altri gruppi necessitano immediatamente di capacità di calcolo per competere nel settore dell’intelligenza artificiale; lo sviluppo di una filiera nazionale completa richiede invece investimenti pluriennali nella progettazione, nella produzione, nelle memorie, nei sistemi di interconnessione e soprattutto nel software. Si tratta, dunque, di due obiettivi complementari.

Il vantaggio di NVIDIA, infatti, non risiede esclusivamente nelle prestazioni dei suoi processori. Intorno alle GPU dell’impresa statunitense si è formato un vasto ecosistema basato su CUDA, sulle librerie specializzate e sugli strumenti utilizzati da ricercatori e sviluppatori. Sostituire una scheda significa quindi spesso modificare programmi, procedure di lavoro, competenze professionali e intere infrastrutture. È una forma di dipendenza meno visibile rispetto alla disponibilità materiale dei semiconduttori, ma altrettanto importante.

La Cina sta cercando di rispondere anche a questa dimensione del problema. Huawei, in particolare, sta sviluppando l’ecosistema Ascend e punta a compensare le difficoltà nella produzione dei singoli processori attraverso l’integrazione di numerose unità in sistemi di grandi dimensioni. Nel settembre 2026 l’impresa ha presentato nuove architetture basate su SuperPoD e SuperCluster, sottolineando il ruolo dell’interconnessione, della memoria condivisa e dell’integrazione tra processori, reti e sistemi di gestione.

Anche Alibaba sta seguendo una strada parallela. Nel corso della conferenza Apsara del settembre 2026, il gruppo ha presentato il processore Zhenwu V900 come parte di una strategia che comprende modelli, infrastrutture cloud, processori e strumenti per gli sviluppatori. L’obiettivo non consiste più soltanto nel produrre un sostituto di un determinato componente NVIDIA, ma nel costruire un sistema completo capace di ridurre la dipendenza dall’ecosistema tecnologico statunitense.

Questa evoluzione è coerente con gli indirizzi del XV Piano Quinquennale cinese per il periodo 2026-2030. I documenti programmatici, infatti, indicano i circuiti integrati, l’intelligenza artificiale, il software di base e le infrastrutture di calcolo tra i settori nei quali ottenere avanzamenti decisivi. Allo stesso tempo, Pechino continua a presentare l’autonomia tecnologica e la cooperazione internazionale come obiettivi compatibili, non necessariamente alternativi. Nel luglio 2026, la Cina ha inoltre pubblicato un piano per la cooperazione internazionale sull’intelligenza artificiale, comprendente potenza di calcolo, dati, formazione, standard, governance ed etica.

Di conseguenza, l’apparente contraddizione tra l’acquisto di processori NVIDIA e il sostegno ai produttori nazionali scompare se si considera l’autosufficienza come un processo e non come una condizione immediata. Pechino può utilizzare prodotti stranieri nel breve periodo, assimilarne le possibilità applicative e garantire continuità alle proprie imprese, mentre sviluppa un’infrastruttura alternativa nel medio e lungo termine. Al contrario, un divieto generalizzato delle tecnologie statunitensi potrebbe danneggiare le aziende cinesi proprio nella fase in cui devono accumulare esperienza, formare tecnici e finanziare la transizione verso piattaforme nazionali.

Anche i controlli statunitensi producono quindi risultati ambivalenti. Da un lato, essi possono rallentare l’accesso cinese ai processori più avanzati e aumentare i costi della costruzione di grandi infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Dall’altro, sono però riusciti a interrompere la ricerca cinese né a impedire lo sviluppo di modelli competitivi. Hanno invece incentivato gli investimenti nei semiconduttori nazionali, nelle tecniche di ottimizzazione e nelle architetture capaci di aggregare processori meno potenti. La pressione esterna diventa così, almeno in parte, un acceleratore della politica cinese di autosufficienza.

La vicenda della RTX PRO 5500, infine, interessa anche i Paesi del Sud globale. Se Washington estende la propria capacità di controllo ai clienti finali, alle filiali estere e alle infrastrutture situate in Stati terzi, l’accesso alla potenza di calcolo rischia di essere organizzato secondo una gerarchia politica. Università, imprese e governi potrebbero dipendere non soltanto dalla disponibilità economica dei processori, ma anche dalla collocazione geopolitica del proprio Paese e dalle relazioni con gli Stati Uniti. La competizione tra piattaforme statunitensi e cinesi può aprire nuove possibilità di diversificazione, ma può anche produrre ecosistemi incompatibili e nuove forme di dipendenza tecnologica.

La RTX PRO 5500 rappresenta dunque molto più di un nuovo prodotto commerciale. Essa mostra come una GPU destinata formalmente alle applicazioni professionali possa diventare oggetto di negoziazione tra governi, strumento della politica industriale e indicatore dello stato dei rapporti tra Washington e Pechino. Nel frattempo, la distinzione tradizionale tra tecnologia civile e strategica si fa sempre meno netta, perché gli stessi processori possono essere impiegati nella ricerca medica, nella progettazione industriale, nella robotica, nella simulazione militare o nell’elaborazione di grandi quantità di dati.

Xi dada le explica las realidades de la vida a un sociópata

By: A A
30 September 2026 at 16:45

Xi estableció, de hecho, el marco sobre cómo China y Estados Unidos deberían competir en términos de «beneficio mutuo».

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GUANGZHOU – El presidente chino, Xi Jinping, planteó la petición directamente en el Despacho Oval. El presidente «decisivo» —quien está sopesando si llevar a cabo un genocidio nuclear contra Irán, tal como reveló en el podio de la ONU— no dijo que sí.

Xi le dijo directamente a Trump que China está a favor de que Estados Unidos regrese de inmediato al Memorando de Entendimiento (MoU) de Islamabad —sí, el famoso «gato muerto». Las negociaciones deberían reanudarse «tan pronto

como sea posible», lo que conduciría a un acuerdo integral que incluya el tema nuclear.

Sin embargo, no hubo avances significativos. La Casa Blanca no emitió ningún comunicado por su cuenta. Trump eludió todas las preguntas sobre el contenido de su reunión de tres horas con Xi. Es fascinante cómo el explosivo tema de Irán se mantuvo al margen de la cumbre en lugar de ser parte de ella.

Al mismo tiempo, lo que podríamos llamar el «canal de Nueva York» sobrevivió y podría estar convergiendo en un acuerdo comercial por etapas.

Los negociadores están explorando una salida por etapas: Irán reabre el Estrecho de Ormuz; Estados Unidos levanta simultáneamente el bloqueo naval de Trump; y luego deberían liberarse los activos congelados. Teherán trasladaría entonces su exigencia de tarifas de tránsito a un anexo paralelo. No es precisamente una idea brillante, considerando los gánsteres con los que están lidiando.

Al menos ahora todo está claro. Ninguna de las partes cederá primero su ventaja.

El problema adicional es que Teherán podría haber abierto un segundo frente contra su propio negociador. Los legisladores de Teherán presentaron una moción de destitución contra el ministro de Relaciones Exteriores Araghchi, acusándolo de hablar con funcionarios estadounidenses sin autorización.

A los críticos que arremetieron contra Araghchi por no contar con la aprobación del Consejo Supremo de Seguridad Nacional (SNSC), un alto funcionario iraní respondió que la delegación tenía «plena autoridad».

Esto refleja el serio debate interno entre los reformistas y el sector más radical del Cuerpo de la Guardia Revolucionaria Islámica (IRGC). La cuestión ya no es solo qué ofrecerá Irán, sino quién en Teherán debe autorizar la oferta.

No hay duda de que, en última instancia, debería ser Mohsen Rezaee, secretario del SNSC y representante personal del líder Mojtaba Jamenei. Cualquier concesión diplomática deberá contar con su aprobación.

El presidente iraní Pezeshkian volvió a confirmar al primer ministro de Pakistán, Sharif, en una reunión bilateral en Nueva York, que el memorando de entendimiento «del gato muerto» sigue siendo «totalmente aceptable».

Mientras tanto, la escalada se intensificó incluso mientras avanzaba la diplomacia.

Un asesor de alto rango del líder Mojtaba confirmó que la guerra podría llegar al Océano Índico si Estados Unidos ataca nuevamente: «Nuestras fuerzas armadas… han preparado sus propios planes para los peores escenarios». Varias fuentes militares iraníes reiteran: «Tenemos el dedo en el gatillo».

Todo ello mientras Ansarallah lanzaba seis misiles balísticos hacia Yanbu y Taif —es decir, directamente contra la ruta alternativa saudí al Estrecho de Ormuz—. El Brent se mantiene por encima de los 100 dólares el barril.

¿Qué pasará después, durante el fin de semana? Una mezcla de contactos mediados y una continua presión económica. Aunque, con suerte, no habrá nuevos ataques aéreos de EE. UU.

La Casa Blanca está haciendo creer, como era de esperarse, que Trump «tiene todas las cartas» y se conforma con dejar que la presión surta efecto.

Trump, sin embargo, ha planteado una especie de “acuerdo” para después de las elecciones intermedias del 3 de noviembre. Esto significa que la vía de salida está trazada. Pero nadie tiene ni la autoridad ni el incentivo para dar el primer paso hacia ella.

¿Quieren las clases dominantes de EE. UU. una “relación constructiva”?

Si el concepto operativo ahora fuera la navegación por Ormuz para aliviar el bloqueo, por etapas, eso sería un enorme paso adelante. Sin embargo, la Casa Blanca insiste en ser un lastre, argumentando que Trump no tiene necesidad de negociar y que no se dejará «manipular». Hablamos de una disonancia cognitiva intergaláctica.

En cuanto al bloqueo aéreo, se filtró precisamente donde más importa. Los datos de seguimiento de vuelos confirmaron que Mahan Air aterrizó en Guangzhou, y que los vuelos a Nayaf, en Irak, operaron con normalidad. No hubo ninguna acción de Estados Unidos contra los aeropuertos chinos ni contra los operadores de tierra.

Los riesgos abundan a medida que avanzamos. Si Ansarallah inmoviliza totalmente Yanbu, eso significará el colapso de la única gran ruta alternativa al estrecho de Ormuz, lo que elevará aún más el precio del Brent y avivará la notoria impaciencia del sociópata antes de las elecciones de mitad de mandato.

Podría haber un veto interno iraní: algo así como una desautorización del Consejo de Seguridad Nacional (SNSC) que congele el único canal —diplomático— que está generando avances.

Podría haber un ataque desesperado de la administración de Trump contra Pickaxe Mountain, o una acción preventiva iraní contra movimientos que interprete como preparativos, lo que colapsaría catastróficamente el canal diplomático de inmediato.

Ahora volvamos a Trump y Xi. La lista de invitados a la cena de Estado fue impresionante: era como tener a la mayor parte de la economía de EE. UU. en una sola sala. Elon, Jensen Huang, Zuckerberg, Tim Cook, Bezos, Sundar Pichai, Jamie Dimon, Larry Fink, además de tres jueces de la Corte Suprema, el presidente de la Reserva Federal y la mitad del gabinete. En la mesa principal, junto a ambos presidentes, estaban Elon, Nvidia y Apple.

China publicó su comunicado de prensa oficial sobre la reunión de tres horas entre Xi y Trump en la Casa Blanca. Al momento de escribir este artículo, no había noticias de Estados Unidos

Xi estableció de facto el marco de cómo China y Estados Unidos deberían competir sobre una base de «ganar-ganar». En materia de comercio: cooperar. En inteligencia artificial: competir, pero cooperar. En cuanto a Taiwán: respetar las líneas rojas.

En conjunto, eso es lo que Xi —y los líderes de Pekín— entienden por una «relación constructiva de estabilidad estratégica».

El espíritu debe ser de igualdad y respeto mutuo. Solo así el beneficio mutuo se convierte en algo concreto.

¿Se comprometerán las clases dominantes de EE. UU. —Trump no es más que un estafador, un simple mensajero—? Nadie tiene muchas esperanzas.

Traducción:   Observatoriode trabajador@s en lucha

Trump-Xi summit’s real test will come in the months ahead

30 September 2026 at 09:36

For years, relations between Washington and Beijing seemed stuck on an escalation treadmill. Every quarter brought new semiconductor restrictions, naval jockeying in the South China Sea or retaliatory tariffs, locking the world’s two preeminent powers in an apparently irreversible downward spiral. Observers came to view every exchange as a prelude to confrontation, with diplomacy treated […]

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Trump-Xi summit bade farewell to ‘China plus one’

28 September 2026 at 11:28

President Donald Trump rolled out the red carpet for Chinese President Xi Jinping’s state visit to Washington, greeting him in person at Joint Base Andrews, a rare gesture for an American president. Critics in both parties warned that the pageantry would reward a rival. However, the red carpet, the state dinner with its exquisite menu, […]

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Beyond Tariffs: The Geopolitical Unravelling of the U.S-Canada Partnership

27 September 2026 at 05:59
The U.S.-Canada relationship is entering a period of strategic change as economic tensions, U.S. pressure and Canada’s push for diversification challenge the foundations of their traditional partnership. From Closest Partners to Strategic Friction The Trump administration imposed 50% tariffs on Canadian goods, in response to which Ottawa has imposed retaliatory 15%- 50% tariffs on the […]

US–Canada trade war: Carney has outplayed Trump

17 September 2026 at 11:35

On Wednesday (16 September) Canadian Prime Minister Mark Carney had a good day at the EU Parliament in Strasbourg. Commission President Ursula von der Leyen indicated that she would like to work with Mr Carney “on opening the door for Canada to be the first associate member of the European Union", writes Dick Roche.

Prime Minister Carney was given a standing ovation by the Parliament’s Members. While it is not clear  what ‘associate EU Membership’ means, the offer from the Commission President and the welcome by MEPs was a plus, of sorts, for Mr Carney in his battle with President Trump.

A bumpy relationship

The relationship between Prime Minister Carney and President Trump was always destined to be a bumpy one. Days before President Trump was sworn in for his second term Justin Trudeau stepped down as Prime Minister of Canada. As Trudeau was leaving office the president-elect repeated comments that he had made during the 2024 US elections about Canada becoming the 51st US State.

On 1 February 2025, as the contest to replace Mr Trudeau as the Liberal Party leader was getting underway President Trump, announced a 25% tariff on imports from Canada, Mexico and Canada: Canadian energy exports were subject to a 10% tariff. Trump explained the tariffs were intended to address the emergency related to fentanyl trafficking and illegal immigration.

Nine days later Trump announced a blanket 25% tariff on all imported steel and aluminium to “protect US industry and national security.” This hit Canada the biggest foreign supplier of steel and aluminium into the US market badly.

The pain for Canada did not stop there, on 26th March Trump announced his 25% tariff on all automobile imports into the US. Again, another bad hit on - most Canadian vehicle production is destined for the US market. The impact on Canadian auto producers was somewhat ameliorated by the fact that the tariff applied only to non-US content vehicle imports from Canada.

The stream of tariff announcements from the US while hurting Canada played to Mark Carney’s advantage in the race for leadership of Canada’s Liberal Party. While a "political ingénue" never having held political office or been a Member of a Member of Canada’s Parliament Mr Carney brought deep economic experience to the contest. He won almost 87% of the votes cast in the leadership election.

Mr Carney was sworn in as Prime Minister of Canada on 14th March 2025 - seven weeks into President Trump’s second term. Six weeks after his swearing in Mark Carney was elected to the Canadian House of Commons in the General Election of 28th April 2025.  

Placating a cranky neighbour

From the outset  Prime Minister Mark Carney invested considerable effort in improving relations with President Trump. The two leaders met in the White House on 6th May. The meeting, reportedly, went well.

Asked at the press briefing after the meeting about Trump’s suggestions that Canada should become the 51st US state, Carney responded humorously. He recalled that during the recent elections he had met the owners of Canada. They were not he said interested in ‘selling the property’, something that Mr Trump as a property man would understand. Smiling President Trump responded ‘never say never.’

At the G7 meeting held in Kananaskis, Alberta, in June President Trump and Mr Carney had another cordial meeting.  

The cordiality  did not last long. At the end of June the first payments on Canada’s Digital Services Tax (DST) were due to be made.  The DST legislation enacted during the Trudeau Government, hit US tech companies causing fury in the White House. Trump called the tax a "direct and blatant attack on our country" and announced all trade talks with Canada would cease immediately.

Within days Carney announced that his administration would rescind the DST and halt the collection of the tax to advance negotiations with the US.

There was another flashpoint in January when President Trump reacted to reports that Canada and China were pursuing a comprehensive free trade deal. Prime Minister Carney defused the situation by explaining the talks with China were focused on adjusting existing arrangements.

While Carney faced criticism for ‘climbing down’ on the DST issue and for being too eager to placate the White House on China, his approach got US-Canada trade talks back underway.

By August 2025 there was some optimism that a breakthrough trade talks was close.  On August 18th President Trump announced that a tentative understanding had been reached and as a result he was prepared to push back on the late August deadline for US tariff increases. 

The talks came to an abrupt halt three days later when Carney instructed Canada’s negotiating team to return to Ottawa.

That decision came as a surprise. Walking away risked incurring the wrath of President Trump. That was a risk that the Canadian PM had clearly calibrated.

When the US Trade Representative Jamieson Greer sought to blame Canada for the breakdown Carney responded that it was the US United States that made last-minute demands which Canada considered unacceptable, including efforts to introduce provisions that would impact Canada's trade autonomy and sovereignty.

President Trump  reacted immediately to Canada’s decision.  Using  a section of the Tariff Act 1930 that had never been used previously Trump imposed 50% tariffs across US$20 billion worth of Canadian products exported to the US.  

Carney announced that Canada would hit US exports to Canada with “dollar for dollar” retaliatory measures. These would come into  effect immediately after Labour Day 7th September –the day when the starting gun for US mid-term elections is ‘fired’ to get into full swing.

Asked at the press conference whether Canada was starting a trade war with the United States, Mr. Carney responded: “you’re at war when you get attacked—we got attacked.”

In a televised address, Carney acknowledged that the steps he was taking  would come at a cost but argued that U.S. actions had left him with little alternative. He characterized the measures being taken by the United States as an attempt to hurt and divide Canadians. That, he suggested, was a miscalculation. Rather than weakening Canada, U.S. pressure would, he said, bring Canadians closer together.  

Backing Carney

All of indications suggest that Prime Minister Carney was correct in his assessment.

The leader of the Conservative Party Canada, Pierre Poilievre who previously accused Carney of being too willing to concede to Trump, strongly supported the decision to walk away from those trade talks.

Mr Poilievre  was not alone, with one exception the Premiers of Canadian Provinces publicly supported Prime Minister Carney’s stance.

The Premier of Ontario Canada’s most populous province, Doug Ford, an open critic of the US President, encouraged PM Carney to respond to Trump “tariff for tariff, dollar for dollar.”

The Quebec Premier, Christine Fréchette, was particularly supportive  of Carney’s refusal to make concessions to Trump on Quebec’s cultural protections.

Other Premiers have encouraged Carney to “fight back,” praised “team Canada,” criticised US tariff threats as unjustified, promised “full support,” and urged that Canada not accept a ‘subordinate economic relationship’ to the US.  

The Premier of Alberta where a referendum on a range of questions including Alberta’s future within Canada is to be held on 19th October was the lone outrider,  cautioning against celebrating retaliatory tariffs and expressed the hope that negotiations be resumed.

Public support in Canada for the position taken by Carney has been positive. Reuters referred to  the tariff dispute encouraging a ‘rally around Canada’ effect that will likely dampen support for Alberta separation from Canada.

Ten days after the Canadian negotiating team abandoned the trade talks in Washington Carney’s Liberal Party received a very tangible indication of voter support when it won three by-elections for seats in the Canadian House of Commons including a seat in Quebec that had previously been held by a Conservative Party Member.

Opinion polls since the Canadian team walked away from the negotiations also show strong support for the position taken the Carney government.  

An Ipsos poll taken on August 26-27 indicates support across party lines for Canada standing up to the US - even if it resulted in higher costs and job losses: 63% of those surveyed felt Canada was right to stand firm in the negotiations.  Just 18 per cent said Canada should have made additional sacrifices to get a deal.

An Angus Reid Institute poll taken on 22 and 23 August immediately after the talks were ended found that 76% supported the line taken by the Canadian government.

A third poll by Abacus Data one of Canada’s most cited polling firms found that 60% approved of how the Carney government had handled the dispute while  18% disapproved.

Negatives for Trump

In the US, unsurprisingly, positions on the trade war with Canada splits along party lines. Democrats overwhelmingly oppose the Trump’s position arguing that tariffs cost consumers and businesses.

On 9th September a group of nine Democrat Senators from states with close business ties with Canada issued a joint statement attacking President Trump’s “senseless trade war” with a key trading partner, primary export market and most enduring defence partner, pointing out that the President’s actions would force Canada to “diversify away from the US and deepen trade ties with other countries including China.”

Republicans generally, but not universally, support Trump’s position, arguing that Trump’s tariff stance is ‘putting America first.’ Concerns have been flagged in the Republican ranks that the tariffs will be an issue in the November mid-terms, particularly in competitive Senate and House races.  

Senator Susan Collins of Maine, the US state most exposed to the tariff dispute with Canada, who is facing a tough re-election contest in November has labelled the tariffs on Canada ‘a mistake’ pointing out that Canadian retaliation could cost Maine up to $170 million in export losses.  The Republican governor of Vermont has also been openly critical.    

The position for President Trump is considerably less positive than that of Prime Minister Carney. The Canadian Prime Minister enjoys the public and political support that President Trump conspicuously lacks. As this week's appearance in the European Parliament demonstrated Mr Carney’s support is not confined to Canada; he has international support which, President Trump again conspicuously lacks.

At the moment there is no obvious ‘off ramp’ to facilitate  a return to the negotiating table. Politically and temperamentally it will be harder for President Trump to pull back from the position he has taken in the tariff war than it will be for Mark Carney. Mr Carney has more political support for his position, at home and internationally than President Trump. He has also  played an infinitely better game than Mr Trump. For the moment the ball is very much in Mark Carney’s court. 

Dick Roche is a former Irish Minister for European Affairs and former Minister for the Environment. 

Trump Is Making China Great (Again)

8 September 2026 at 12:30
America might still be the world’s most powerful country economically, but by turning trade into a weapon, Washington may be accelerating the very redistribution of global influence it fears the most. The trajectory of power The most important shift in the US-China competition may not be the size of either economy today, but the direction […]
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