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Raccontare la fragilità a teatro, oltre il pietismo

10 October 2026 at 03:45

Quattro personaggi e quattro solitudini. In Cost of Living, il testo dell’autrice americano-polacca Martyna Majok che arriva al Teatro Franco Parenti, due coppie si incrociano senza mai incontrarsi del tutto: da una parte Eddie, camionista, e la sua ex moglie Ani, diventata tetraplegica da nove mesi dopo un incidente d’auto; dall’altra John, giovane con paralisi cerebrale, e Jess, che si presenta a un colloquio per diventare la sua assistente.

La regia è di Raphael Tobia Vogel, con Sara Bertelà, Filippo Lai, Pietro Micci, Martina Sammarco. Lo abbiamo incontrato alla vigilia del debutto. Delle molte tematiche che emergono dal testo, il regista ne indica due su tutte: la solitudine e la fragilità umana da un lato, dall’altro l’importanza della cura.

La prima, spiega Vogel, è di grande attualità «in una società che, anche per colpa dei social, ci tiene a mostrarsi sempre al meglio, a rimuovere quei lati dell’esistenza che ci fanno soffrire o sentire soli». I quattro protagonisti vivono invece ai margini, isolati, spesso segnati da traumi o da forme di dipendenza, fisica ed economica. Chiedono solamente di essere visti e provare una connessione, ma al contempo temono di essere feriti.

La seconda tematica, quella della cura, è ciò che più lo ha sorpreso: Martyna Majok rovescia lo stereotipo del forte che si prende cura del debole. Ani non può vivere senza l’aiuto di Eddie, ma Eddie ha bisogno di sentirsi importante per lei, e forse di espiare una colpa. Jess lava e veste il corpo di John, ma ha bisogno di compagnia e di uno stipendio, in un mondo in cui tutto costa troppo, anche per mandare soldi alla madre malata. «Il rapporto è sempre biunivoco», sintetizza il regista: chi ha più potere non è per forza il più forte, e non ha meno bisogno dell’altro.

Come si racconta la disabilità evitando eroismo e compassione? Secondo il regista, il merito è anzitutto della drammaturgia. Nel cinema e a teatro la disabilità viene spesso raccontata con toni eroici, o come una tragedia; Majok, invece, universalizza la vulnerabilità.

I suoi personaggi hanno desideri, ma anche difetti: John è arrogante, classista, con un senso di superiorità; Ani è rabbiosa, scontrosa, vendicativa. E John è un ragazzo bellissimo, un aspetto che manda in crisi le aspettative: arrivando al colloquio, Jess si trova spiazzata da una forte attrazione fisica. «Sono tutte cose che vanno contro i sentimentalismi tipici di questo tipo di racconti».

Per salvaguardare l’autenticità del racconto, la compagnia ha incontrato associazioni di persone con disabilità e con tetraplegia, tra cui l’associazione AUS Niguarda e l’APL, Associazione Paraplegici Lombardia. Un lavoro necessario, spiega il regista, anche perché, sottolinea, quello di scegliere attori non disabili per i ruoli dei personaggi disabili è un caso raro.

Le associazioni hanno risposto a tutte le domande della regia: le attività quotidiane, il ritorno a casa dopo l’ospedalizzazione, che cosa si prova quando un caregiver deve stare molto vicino, in modo intimo, e se questo imbarazza, supera i confini personali o toglie dignità. Alcuni dei loro membri sono venuti anche alle prove per dire se la direzione fosse credibile, anche nei movimenti che restituiscono gli spasmi della paralisi cerebrale. «Il testo è già molto crudo a suo modo: volevamo non perdere questo naturalismo».

Sul tema della cura, Raphael Tobia Vogel allarga lo sguardo: nel testo dello spettacolo esistono molte forme di cura, per lavoro, per amore, per obbligo, per scelta etica, o come modo di comunicare un affetto che non si è saputo dare prima. Un tema a cui il regista è particolarmente sensibili, essendo da poco diventato padre.

«Ti accorgi che ogni istante che passi con la tua neonata è un istante in cui quella vita ha bisogno totale della tua presenza, anche solo per sopravvivere», racconta. «Ma chi dà cura riceve in cambio moltissima energia». È ciò che accade a John e Jess: all’inizio sono distanti, ancora chiusi, ma a furia di prendersi cura di un corpo, sbloccano lati di sé che fino ad allora non avevano conosciuto. Lo stesso vale per Eddie, uomo medio americano, a tratti scurrile e maschilista, che arriva a lavare la moglie in una vasca da bagno con una delicatezza «quasi sacra».

In scena ci sono sia una scena di doccia sia una di vasca, e il modo di rappresentarle è stato influenzato proprio da questa riflessione. Il processo, osserva il regista, vale anche per chi cura una madre anziana o una persona con problemi di salute. Majok stessa è stata caregiver di due uomini in difficoltà nei periodi di precarietà economica, «e si vede». Gesti come lavarsi o vestirsi, che diamo per scontati e facciamo in fretta, per una persona disabile sono più difficili, faticosi e lunghi. Motivo per cui in scena l’azione dura «tutto il tempo necessario»: non è un montaggio che serve a passare al momento successivo, ma un restare nel presente. Può mettere a disagio, «non tanto per la nudità quanto per la lentezza», ma è anche una «lente di ingrandimento voyeuristica» su ciò a cui non pensiamo mai.

Vogel invita a non temere la propria fragilità. Chi ha subìto marginalizzazione a volte fatica a empatizzare con quella altrui; vedere sul palco difficoltà più intense può invece aiutare a riconoscere in sé fragilità e solitudini mai ammesse, e ad aprirsi con compagne, genitori, amici.

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C2C si prepara alla nuova edizione del festival con il record di presenze internazionali

9 October 2026 at 13:22

Il C2C Festival si prepara a spegnere venticinque candeline consolidando la sua statura di punto di riferimento globale per la musica avant-pop e la youth culture. Dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, Torino tornerà a trasformarsi nel capitale europea dell’elettronica d’avanguardia e della sperimentazione sonora per l’edizione 25 YEARS OF. Il quarto di secolo della kermesse – nata nei primi anni Duemila con il nome di Club To Club – arriva accompagnato da numeri record: le vendite dei biglietti viaggiano spedite verso il sold out per il quinto anno consecutivo, ma è la componente geografica a segnare uno storico sorpasso. Per la prima volta, infatti, il pubblico internazionale ha superato quello italiano, attestandosi al cinquantatrè per cento delle presenze complessive, a cui si affianca una schiacciante quota del settantotto per cento di spettatori under 35.

Il traguardo dei 25 anni segue i recenti successi internazionali del marchio torinese, con i sold out registrati sia alla seconda edizione di C2C NYC a New York sia al prestigioso Barbican Centre di Londra. Per l’occasione, il festival presenta il programma più esteso e ambizioso di sempre, estendendosi su una rete capillare di venue cittadine che raccontano l’anima barocca, post-industriale e contemporanea di Torino.

Se la main venue di Lingotto Fiere accoglierà le serate di venerdì e sabato mettendo al debutto il nuovo DAZED Stage, le OGR Torino confermano il proprio ruolo strategico ospitando il Grand Opening del giovedì e il Finissage della domenica. Non mancheranno poi storici ritorni e format evocativi: a undici anni dall’ultima volta, il Teatro Carignano riaprirà le porte sabato 31 ottobre per uno speciale matinée ideato con il supporto del Teatro Stabile e la coproduzione di MITO SettembreMusica. La giornata conclusiva del 1° novembre vedrà invece un evento diffuso accessibile con un unico titolo d’ingresso tra Le Roi — la celebre ballroom progettata da Carlo Mollino — e il Notorius, storico locale tra i luoghi simbolo della primissima edizione del 2002.

A completare la mappa del festival saranno il Teatro Regio, sede diurna dell’hub di incontri e dibattiti C2C Talks, e l’headquarters di Combo Torino. Quest’ultimo accoglierà già domenica 25 ottobre la preview C2C KIDS!, l’appuntamento dedicato ai più piccoli il cui ricavato di biglietteria sarà integralmente devoluto allo storico partner etico Medici Senza Frontiere.

La proposta artistica del 2026 riunisce icone pop, debutti attesissimi ed esclusive nazionali. Tra i set più attesi figura l’icona pop svedese Robyn, di ritorno a sette anni dall’ultimo lavoro solista con il nuovo album Sexistential, ma anche l’inedita e rara apparizione di coppia per i rapper e producer svedesi Yung Lean & Bladee. Spazio poi all’art-pop etereo della producer francese Oklou, al ritorno di Arca e a quello di Kelela, oltre allo show di Chuquimamani-Condori (fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia) e ai set di Shygirl, The Avalanches, Theo Parrish (protagonista di una maratona sonora di 7 ore), Grouper, Lorenzo Senni, Smerz e Sonnets/HEADACHE.

La celebrazione del venticinquennale si proietta infine nel futuro attraverso l’investimento sulle nuove generazioni. Quest’anno ha preso il via C2C Curators, un programma gratuito di formazione e professionalizzazione dedicato alla memoria del fondatore Sergio Ricciardone. Tra le oltre duecento candidature ricevute da tutta Italia, dodici giovani curatrici e curatori under 35 sono stati selezionati per affiancare i mentor internazionali Bill Kouligas, Simone Trabucchi ed Elisa Luengo, entrando direttamente nei meccanismi produttivi e curatoriali del festival.

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Stati Uniti e Ucraina cercano a Miami una proposta comune per riaprire le trattative con la Russia

9 October 2026 at 06:04

Gli Stati Uniti hanno intrapreso un nuovo tentativo diplomatico per fermare la guerra in Ucraina. Oggi a Miami, gli inviati del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, incontreranno una delegazione ucraina e rappresentanti europei per discutere nuove proposte di cessate il fuoco e cercare di costruire una posizione comune da sottoporre alla Russia. I negoziati dureranno due giorni e si svolgeranno proprio Mosca sta intensificando i bombardamenti sulle città ucraine. Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ci sono stati almeno 78 morti e 215 feriti negli ultimi due giorni. L’obiettivo di Washington  riprendere un processo diplomatico che negli ultimi mesi non ha prodotto risultati concreti, partendo dalle proposte elaborate durante le visite di Witkoff e Kushner a Mosca e a Kyjiv all’inizio di settembre. I due rappresentanti americani hanno mantenuto contatti con entrambe le parti, cercando di individuare possibili condizioni per una riduzione delle ostilità.

La delegazione ucraina sarà guidata dal capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov e comprenderà il direttore dell’intelligence estera Rustem Umerov, il consigliere diplomatico Serhiy Kyslytsya e il parlamentare Davyd Arakhamia, uno dei principali negoziatori di Kyjiv. Per gli Stati Uniti parteciperanno anche funzionari del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca e del dipartimento del Tesoro.

Washington ha invitato inoltre i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania, insieme a rappresentanti della NATO e dell’Unione Europea. Zelensky ha espresso l’aspettativa che i partner europei partecipino direttamente ai colloqui, in un formato più ampio rispetto ai precedenti contatti tra Washington e Kyjiv.

Al centro delle discussioni ci saranno le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano economico per la ricostruzione dopo la guerra e alcune ipotesi di tregua limitata. Una delle proposte prese in considerazione riguarda la sospensione reciproca degli attacchi contro le infrastrutture energetiche e la protezione dei trasporti di cereali nel Mar Nero. Si tratta di misure circoscritte, pensate per ridurre alcuni degli effetti più gravi del conflitto senza attendere un accordo complessivo sulle questioni territoriali e militari. Zelensky ha confermato che sono allo studio diverse forme di cessate il fuoco settoriale, ma ha evitato di indicare quali possano avere maggiori possibilità di essere accettate da Mosca.

La questione energetica assume particolare importanza con l’avvicinarsi dell’inverno. Negli ultimi mesi gli attacchi russi hanno colpito ripetutamente la rete elettrica ucraina, insieme a infrastrutture ferroviarie, impianti logistici e obiettivi civili. Per le autorità di Kyjiv, la continuità delle forniture di elettricità e riscaldamento rappresenta una delle principali priorità in vista dei mesi più freddi. Anche i governi europei hanno segnalato agli Stati Uniti le conseguenze economiche del prolungamento della guerra, in particolare l’aumento dei costi energetici e le pressioni sui bilanci pubblici. La loro partecipazione ai negoziati dovrebbe consentire di affrontare direttamente anche il finanziamento dell’assistenza all’Ucraina e le modalità di sostegno alla sua sicurezza nel lungo periodo.

Per Kyjiv, il coinvolgimento europeo è importante anche per evitare che eventuali compromessi vengano definiti attraverso colloqui separati tra Washington e Mosca. I governi europei intendono mantenere un ruolo nelle decisioni sulle garanzie di sicurezza e sugli strumenti economici necessari a sostenere l’Ucraina. Zelensky ha spiegato che con gli americani sarà affrontato soprattutto il rafforzamento della difesa aerea, mentre con gli europei saranno discusse le questioni finanziarie.

Giovedì il segretario di Stato americano Marco Rubio ha descritto la guerra come una situazione di stallo strategico particolarmente pericolosa, sottolineando che al momento non si intravedono condizioni favorevoli per un accordo negoziato. Rubio ha individuato uno dei principali ostacoli nelle richieste territoriali russe. Mosca continua a pretendere il controllo dell’intera regione orientale di Donetsk, compresi i territori che non è riuscita a conquistare militarmente. È una condizione che l’Ucraina considera inaccettabile e che impedisce di avvicinare le posizioni su un possibile accordo definitivo.

Il segretario di Stato ha inoltre avvertito che il prolungamento dello stallo potrebbe favorire un’ulteriore escalation, anche oltre i confini ucraini. Washington teme in particolare che episodi di sabotaggio o altre operazioni ostili nei paesi confinanti, alcuni dei quali appartengono alla NATO, possano provocare una crisi più ampia. Gli Stati Uniti restano disponibili a facilitare un negoziato, ma Rubio ha chiarito che la mediazione dovrà produrre progressi concreti.

Zelensky ha contestato la descrizione della situazione diplomatica fornita dall’amministrazione americana. Il presidente ucraino ritiene contraddittorio che Washington discuta con Mosca di possibili progetti economici futuri e contemporaneamente presenti il negoziato come bloccato. Secondo Zelensky, gli Stati Uniti dispongono ancora di strumenti per modificare la posizione russa, a cominciare da un ulteriore inasprimento delle sanzioni.

Il presidente ucraino ha chiesto anche un ampliamento dell’accesso alle capacità del sistema satellitare Starlink, che secondo Kyjiv potrebbe contribuire a individuare e colpire le piattaforme russe utilizzate per il lancio di missili balistici. Zelensky sostiene che rafforzare le capacità difensive e operative ucraine sia una condizione necessaria per indurre il presidente russo Vladimir Putin a negoziare seriamente.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha condiviso la valutazione di Rubio sullo stallo del conflitto e ha escluso che vi siano al momento prospettive immediate per un vertice tra Putin, Trump e Zelensky. Anche il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov ha dichiarato che non sono attualmente previsti nuovi colloqui nel formato trilaterale, pur sostenendo che Mosca rimane disponibile al dialogo. Secondo Axios, Witkoff e Kushner potrebbero tornare a Mosca entro la fine di ottobre per sottoporre alla leadership russa le proposte aggiornate dopo il confronto con ucraini ed europei. Zelensky ha indicato che la delegazione ucraina dovrebbe rientrare a Kyjiv entro lunedì 12 ottobre per riferire sui risultati degli incontri.

Ieri un attacco russo contro due autobus nella città orientale di Kramatorsk ha ucciso almeno 30 persone e ne ha ferite 18, secondo le autorità locali. La polizia ucraina ha riferito che i mezzi sono stati colpiti da una bomba aerea guidata mentre si trovavano in una strada cittadina. Il giorno precedente, un missile russo aveva colpito un edificio residenziale di cinque piani a Pryluky, nella regione settentrionale di Chernihiv, causando almeno 22 morti, tra cui cinque bambini.

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Il Pentagono trasmetterà in streaming la fucilazione di un ex militare condannato per la strage di Fort Hood

9 October 2026 at 06:00

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che il Pentagono trasmetterà in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, un ex maggiore dell’esercito statunitense condannato a morte per aver ucciso 13 persone e ferito altre 32 in una base militare del Texas nel 2009. L’esecuzione, che avverrà mediante fucilazione, sarebbe la prima esecuzione militare negli Stati Uniti dal 1961 e la prima esecuzione legale trasmessa in diretta nella storia del paese. Non è ancora stato comunicato su quale piattaforma sarà possibile seguire la trasmissione, né quali eventuali restrizioni saranno applicate al pubblico.

Hegseth aveva anticipato l’intenzione di rendere pubblica l’esecuzione durante un’intervista all’emittente conservatrice Real America’s Voice, mentre si trovava a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln. «Faremo in modo che le persone possano guardarlo», ha dichiarato, sostenendo che le persone debbano comprendere le gravi conseguenze di azioni come quelle commesse da Hasan.

Il segretario alla Difesa ha precisato che la fucilazione è stata programmata per le 13 di giovedì 3 dicembre. La scelta del luogo, del giorno della settimana e dell’orario è deliberata: corrispondono approssimativamente a quelli dell’attacco compiuto da Hasan il 5 novembre 2009. Hegseth ha inoltre difeso il ricorso a un plotone di esecuzione composto da soldati, presentandolo come una risposta appropriata alla gravità del crimine. Trump ha approvato nei giorni scorsi l’esecuzione su raccomandazione di Hegseth, come previsto dalla legislazione militare statunitense. 

Hasan, oggi 56enne, era uno psichiatra dell’esercito con il grado di maggiore quando, il 5 novembre 2009, entrò in un edificio sanitario della base di Fort Hood, dove numerosi militari stavano svolgendo le procedure mediche necessarie prima di essere inviati in missione. Armato di una pistola, aprì il fuoco contro le persone presenti, uccidendone 13 e ferendone 32. Durante l’attacco fu colpito dalle forze dell’ordine e rimase paralizzato dalla vita in giù. Da allora utilizza una sedia a rotelle.

L’attacco avvenne poche settimane prima che lo stesso Hasan dovesse essere trasferito in Afghanistan. Durante il processo militare spiegò di aver agito per impedire ai soldati statunitensi di partecipare alle operazioni militari contro altri musulmani. Le indagini accertarono inoltre che, nei mesi precedenti alla strage, aveva scambiato numerose email con Anwar al Awlaki, un predicatore radicale legato ad Al Qaeda, successivamente ucciso in Yemen da un attacco statunitense con un drone.

Nel 2013 una giuria militare riconobbe Hasan colpevole di 45 capi d’accusa per omicidio premeditato e tentato omicidio premeditato, condannandolo alla pena capitale. Durante il procedimento aveva scelto di rappresentare sé stesso, non aveva contestato sostanzialmente la ricostruzione dell’accusa e non aveva chiamato testimoni a propria difesa. Da allora è detenuto nel carcere militare di Fort Leavenworth, in Kansas.

La decisione di rendere pubblica la sua esecuzione rappresenta una rottura con la prassi seguita negli Stati Uniti da quasi un secolo. L’ultima esecuzione pubblica legalmente autorizzata generalmente riconosciuta risale al 1936, quando migliaia di persone assistettero all’impiccagione di Rainey Bethea, un afroamericano condannato per lo stupro di una donna bianca, nello stato del Kentucky.

Negli Stati Uniti le esecuzioni capitali possono ancora prevedere la presenza di testimoni, tra cui giornalisti, familiari e persone autorizzate. La trasmissione televisiva o attraverso internet, però, non è mai stata consentita. In passato alcune organizzazioni giornalistiche avevano cercato di ottenere il permesso di riprendere le esecuzioni, incontrando l’opposizione dei tribunali. Anche a livello internazionale le esecuzioni pubbliche sono diventate relativamente rare. Secondo Amnesty International, nel 2025 ne sono state documentate almeno 17, di cui 11 in Iran e sei in Afghanistan. Nessun paese risulta aver trasmesso in diretta televisiva o streaming un’esecuzione giudiziaria.

L’ultima esecuzione effettuata con questo metodo dall’esercito statunitense risale al 1945, quando il soldato Eddie Slovik venne fucilato dopo essere stato condannato per diserzione durante la Seconda guerra mondiale. L’ultima esecuzione militare in assoluto avvenne invece nel 1961, quando il soldato John Bennett fu impiccato dopo una condanna per stupro e tentato omicidio di una bambina in Austria.

Attualmente cinque stati americani prevedono la possibilità di ricorrere alla fucilazione per eseguire condanne capitali. Nel 2025 la Carolina del Sud ha utilizzato questo metodo per la prima volta negli Stati Uniti dopo quindici anni. L’amministrazione Trump ha inoltre ampliato i metodi consentiti per le esecuzioni federali, includendo nuovamente la fucilazione, l’elettrocuzione e l’asfissia mediante gas, anche in seguito alle crescenti difficoltà nell’approvvigionamento dei farmaci utilizzati per le iniezioni letali.

Le principali piattaforme social applicano infatti restrizioni alla diffusione di immagini di morti violente. Meta, proprietaria di Facebook, Instagram e Threads, vieta esplicitamente le dirette delle esecuzioni capitali. Una disposizione analoga è prevista da TikTok. Rimane quindi aperta la questione di quale servizio possa ospitare la trasmissione annunciata dal Pentagono. Non è inoltre certo che l’esecuzione possa effettivamente avvenire il 3 dicembre. Sebbene la Corte Suprema abbia rifiutato nel 2025 di riesaminare la condanna pronunciata dal tribunale militare, Hasan conserva la possibilità di presentare un ricorso davanti alla giustizia federale per contestare la legittimità della sua detenzione o della procedura di esecuzione.

Restano infine da definire diversi aspetti operativi. L’esercito non dispone di una procedura moderna già sperimentata per le esecuzioni mediante fucilazione: le istruzioni militari più dettagliate risalgono al 1959 e sono in corso i preparativi per aggiornarle. Non è ancora stato chiarito come saranno scelti e addestrati i soldati incaricati di eseguire la condanna, né quali adattamenti saranno necessari per le condizioni fisiche di Hasan.

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Come funziona la nuova legge elettorale

9 October 2026 at 06:00

La Camera dei deputati ha approvato definitivamente la nuova legge elettorale voluta dal governo Meloni. Il provvedimento, nato come Stabilicum e ribattezzato Melonellum dalle opposizioni, ha ottenuto 227 voti favorevoli e 164 contrari nello scrutinio segreto di ieri. La riforma sostituisce il Rosatellum e introduce un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per le coalizioni che raggiungono almeno il 42 per cento dei voti. Cambiano anche le modalità di scelta dei parlamentari, con il ritorno parziale delle preferenze, mentre partiti e coalizioni dovranno indicare prima delle elezioni il nome della persona che intendono proporre come presidente del Consiglio.

La nuova legge sarà utilizzata alle prossime elezioni politiche, previste nel 2027, e modifica in modo significativo il sistema con cui vengono assegnati i seggi alla Camera e al Senato. Il Rosatellum, in vigore dal 2017, combinava una componente proporzionale con una maggioritaria, nella quale i candidati si confrontavano direttamente nei collegi uninominali. Lo Stabilicum elimina questi collegi, con alcune eccezioni territoriali, e affida la distribuzione dei seggi prevalentemente al risultato ottenuto dalle liste nei collegi plurinominali.

Il cambiamento più importante riguarda il cosiddetto premio di governabilità, pensato per favorire la formazione di maggioranze parlamentari stabili. La lista o coalizione che ottiene più voti, raggiungendo almeno il 42 per cento dei consensi validi sia alla Camera sia al Senato, riceve 105 seggi aggiuntivi: 70 deputati e 35 senatori. Il premio viene assegnato soltanto se la stessa forza politica risulta prima in entrambi i rami del Parlamento e raggiunge in ciascuno la percentuale richiesta.

Se nessuna lista o coalizione soddisfa entrambe le condizioni, il premio non viene attribuito e tutti i seggi sono distribuiti secondo il sistema proporzionale. Lo stesso accade se i risultati delle due Camere producono vincitori differenti. La versione iniziale della riforma prevedeva un ballottaggio nel caso in cui nessuno avesse raggiunto la soglia necessaria, ma questa possibilità è stata eliminata durante l’esame parlamentare.

Il premio può incidere considerevolmente sulla composizione delle Camere, che dopo la riduzione del numero dei parlamentari del 2020 contano 400 deputati e 200 senatori elettivi. Per limitarne gli effetti, la legge stabilisce che nessuna lista o coalizione possa ottenere complessivamente più di 220 deputati e 113 senatori attraverso il nuovo meccanismo. I limiti corrispondono rispettivamente al 55 e al 56,5 per cento dei seggi e sono stati introdotti per evitare che il premio attribuisca alla forza vincitrice una maggioranza sufficientemente ampia da raggiungere da sola alcune soglie qualificate previste dalla Costituzione.

Restano le soglie di sbarramento già previste dal Rosatellum. Per partecipare alla distribuzione dei seggi, una lista deve ottenere almeno il 3 per cento dei voti, mentre una coalizione deve raggiungere il 10 per cento. È però prevista un’eccezione per il partito più votato tra quelli di una coalizione rimasti sotto il 3 per cento. 

Per esempio, in un’ipotetica coalizione di centrodestra composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati, quest’ultimo potrebbe ottenere il 2,5 per cento dei voti e partecipare comunque all’assegnazione dei seggi, purché sia la lista più votata tra quelle della coalizione che non hanno raggiunto la soglia. Lo stesso meccanismo si applicherebbe a una coalizione di centrosinistra formata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa: se +Europa ottenesse il 2 per cento e fosse l’unica lista sotto soglia, potrebbe essere ripescata. In entrambi i casi, la coalizione dovrebbe comunque superare il 10 per cento dei voti. 

C’è poi un’altra distinzione importante: anche i voti delle liste che non raggiungono il 3 per cento e non vengono ripescate contribuiscono al risultato complessivo della coalizione ai fini del premio di governabilità. Una forza politica minore, quindi, potrebbe non eleggere direttamente alcun parlamentare, ma contribuire comunque al raggiungimento del 42 per cento necessario per ottenere i seggi aggiuntivi.

Un’altra novità riguarda le preferenze, uno degli aspetti più discussi durante l’approvazione della legge. Gli elettori potranno tornare a indicare i candidati che desiderano eleggere, ma non avranno la possibilità di scegliere tutti i nomi presenti nelle liste. Ogni collegio plurinominale avrà infatti sette candidati, con un capolista bloccato e altri sei sottoposti al voto di preferenza.

Sulla scheda saranno stampati i nomi dei sei candidati tra i quali l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze. Quando viene indicato più di un candidato, dovrà essere rispettata l’alternanza di genere. Le preferenze successive che non rispettano questa regola saranno annullate secondo il meccanismo previsto dalla legge. Il capolista, invece, continuerà a essere scelto direttamente dal partito: la sua elezione dipenderà dai seggi conquistati dalla lista, senza che debba ottenere preferenze personali. Rimane inoltre possibile candidare la stessa persona in un massimo di cinque collegi plurinominali.

La riforma modifica anche alcune disposizioni sulla rappresentanza di genere. A differenza del Rosatellum, non è prevista una quota che obblighi i partiti a distribuire le posizioni di capolista rispettando un rapporto tra uomini e donne del 60 e 40 per cento. L’alternanza è invece richiesta per i sei candidati sottoposti alle preferenze. Un criterio di equilibrio tra i generi si applica anche agli elenchi circoscrizionali dai quali vengono individuati i parlamentari eletti attraverso il premio di maggioranza. Le opposizioni hanno contestato soprattutto la cancellazione delle quote per i capilista, sostenendo che potrebbe ridurre la rappresentanza femminile in Parlamento.

Tra le disposizioni più rilevanti sul piano istituzionale c’è l’obbligo per i partiti di indicare, insieme al programma elettorale, il nome della persona che intendono proporre al presidente della Repubblica per l’incarico di presidente del Consiglio. Le forze politiche che si presentano in coalizione dovranno concordare un unico nominativo, sottoscrivendo una dichiarazione comune.

L’indicazione non equivale però all’elezione diretta del capo del governo. Il nome del candidato non comparirà sulla scheda elettorale e la legge mantiene esplicitamente le prerogative attribuite dalla Costituzione al presidente della Repubblica, al quale spetta nominare il presidente del Consiglio. Rimane inoltre il principio dell’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari, previsto dall’articolo 67 della Costituzione. La disposizione non impedisce quindi agli eletti di assumere successivamente posizioni politiche differenti da quelle sostenute durante la campagna elettorale.

Cambiano anche le condizioni richieste alle formazioni politiche per partecipare alle elezioni. I partiti privi di rappresentanza parlamentare dovranno raccogliere almeno 6mila firme per collegio, rispetto alle 1.500 previste come soglia minima dalla normativa precedente. Il numero può arrivare a 7mila sottoscrizioni per collegio e la legge aumenta anche la quota di circoscrizioni nelle quali è necessario presentare candidature.

Sono previste esenzioni per i partiti che dispongono di gruppi parlamentari, comprese le formazioni con almeno un gruppo costituito entro il 31 dicembre 2025. Per quelle che hanno una componente parlamentare ma non un gruppo autonomo rimangono invece requisiti ridotti, con un numero di firme compreso tra 1.500 e 2mila per collegio. L’innalzamento delle soglie per le nuove formazioni è stato criticato perché potrebbe rendere più difficile l’accesso alla competizione elettorale per i partiti non rappresentati nelle Camere.

La legge introduce inoltre una disciplina stabile per il voto dei cittadini temporaneamente domiciliati lontano dal luogo di residenza. Chi si trova per motivi di studio o lavoro in una regione diversa dalla propria potrà votare nel comune di domicilio, purché la permanenza prevista sia di almeno nove mesi. Per chi si allontana dal comune di residenza per sottoporsi a cure mediche, il periodo richiesto è ridotto a tre mesi. Sarà necessario iscriversi in un apposito albo, rispettando i termini stabiliti dalla nuova normativa. La possibilità è stata estesa anche ai caregiver familiari che si trovano in un’altra regione per assistere persone ricoverate o sottoposte a cure. Le disposizioni sul voto fuori sede riguardano le elezioni politiche, quelle europee e i referendum.

Ulteriori cambiamenti interessano gli italiani residenti all’estero. Per l’elezione della Camera, le ripartizioni geografiche della circoscrizione Estero passano da quattro a due, distinguendo l’Europa dal resto del mondo. Per il Senato viene invece introdotta un’unica ripartizione, al posto delle quattro precedenti. Il numero complessivo dei parlamentari eletti all’estero rimane di otto deputati e quattro senatori, ma cambia la distribuzione territoriale delle candidature e dei seggi.

Ci sono poi alcuni dubbi sulla compatibilità della legge con la Costituzione. Uno riguarda il premio di maggioranza al Senato, perché la Costituzione stabilisce che i senatori debbano essere eletti su base regionale. Le opposizioni contestano soprattutto il premio di maggioranza, perché potrebbe assegnare a una coalizione molti più seggi rispetto alla percentuale di voti ottenuta. Criticano anche la scelta di mantenere i capilista bloccati: gli elettori potranno esprimere preferenze per alcuni candidati, ma i primi nomi delle liste continueranno a essere decisi dai partiti. Altre critiche riguardano l’aumento delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni, che potrebbe rendere più difficile la partecipazione dei nuovi partiti, e le nuoveregole sulla rappresentanza di genere, che secondo le opposizioni potrebbero ridurre il numero delle donne elette in Parlamento.

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Trump finanzia i Maga europei, e vuole pure che non la si chiami disinformazione

9 October 2026 at 03:45

Donald Trump

C’è un modo piuttosto semplice per capire cos’è accaduto intorno a #Disinfo2026: osservare chi è rimasto e chi se n’è andato. La conferenza annuale dell’EU DisinfoLab, il principale appuntamento europeo della comunità che si occupa di disinformazione, si è tenuta a Vilnius senza tre dei suoi principali sostenitori istituzionali. Il Canada e la Lituania hanno ritirato il loro sostegno, mentre l’European External Action Service, il servizio diplomatico dell’Unione europea, ha fatto sparire il proprio logo dai materiali dell’evento. La Francia, invece, è rimasta.

Il motivo è un panel dal titolo inequivocabile: «USA as a FIMI threat: acknowledge, adapt, push back». FIMI sta per foreign information manipulation and interference, la definizione utilizzata dagli europei per indicare le operazioni di manipolazione e interferenza informativa straniere. Per anni l’etichetta è stata applicata soprattutto a Russia, Cina e Iran. A #Disinfo2026 qualcuno ha posto la domanda se lo stesso schema analitico potesse essere applicato anche agli Stati Uniti.

A Washington non è piaciuto. E così, il dipartimento di Stato ha fatto pressione per giorni su Canada, Lituania e Francia affinché riconsiderassero la loro partecipazione. Tre funzionari americani hanno confermato l’attività diplomatica e la Reuters ha visionato la corrispondenza relativa alle pressioni. Un documento interno citato dal Guardian mostra inoltre che Washington ha ringraziato la Lituania per avere preso «sul serio» le sue preoccupazioni.

La spiegazione ufficiale degli alleati è diversa. Vilnius ha detto che alcune parti del programma non riflettevano la posizione ufficiale del governo. Il Canada ha parlato di modifiche alla partecipazione dopo cambiamenti nel modo in cui erano stati presentati alcuni panel. Anche l’Ue ha spiegato il ritiro del sostegno istituzionale con una formulazione non allineata alle proprie posizioni ufficiali. Il programma, però, era pubblico da mesi.

E soprattutto la conferenza non è stata cancellata. Il panel contestato si è svolto regolarmente.

È qui che entra in scena Sarah Rogers, sottosegretaria di Stato americana per la diplomazia pubblica. Secondo il Guardian, alcune delle comunicazioni partite da Washington sembrano provenire proprio dall’ufficio di Rogers. È la stessa funzionaria che negli ultimi mesi ha trasformato la diplomazia pubblica americana in uno degli strumenti più aggressivi dell’amministrazione Trump per intervenire nel dibattito politico europeo.

Rogers non è una figura marginale di questa strategia. Come aveva raccontato Linkiesta nei mesi scorsi, il suo ufficio ha promosso una linea di forte contrapposizione alle norme europee sulla libertà di espressione e sulla regolamentazione delle piattaforme, presentandole come strumenti di censura. E ha annunciato finanziamenti americani per organizzazioni europee impegnate su questa agenda.

Il punto è il paradosso. Washington sta utilizzando risorse e strumenti della propria diplomazia pubblica per sostenere in Europa un ecosistema politico e culturale vicino alle posizioni di Trump. Ma quando una conferenza europea sulla disinformazione decide di applicare alla politica americana la stessa lente con cui vengono studiate le operazioni russe o cinesi, Washington interviene perché gli alleati prendano le distanze.

Non è necessario stabilire se gli Stati Uniti siano davvero un attore della disinfromazione per capire il problema. È sufficiente notare che la domanda non dovrebbe essere proibita in partenza. Una conferenza che studia la manipolazione informativa deve poter discutere anche delle attività informative degli alleati, soprattutto quando queste attività sono rivolte allo spazio politico europeo.

La Francia lo ha capito e ha mantenuto il proprio sostegno. «Sosteniamo la società civile», ha spiegato una diplomatica francese a Reuters. Non soltanto per principio, ma per ragioni operative: la conferenza, ha detto, è un «laboratorio» utile a costruire le politiche europee sulla disinformazione.

Il caso #Disinfo2026 rischia così di diventare una dimostrazione involontaria di uno dei problemi più difficili nella lotta alla disinformazione: decidere chi abbia il diritto di stabilire quali minacce possano essere studiate.

Se il criterio cambia quando sul banco degli imputati informativi finisce Washington, il problema non è più soltanto la disinformazione. È il confine entro cui l’Europa è autorizzata a studiarla.

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Trump valuta di colpire l’Iran prima delle elezioni di midterm

9 October 2026 at 03:45

President Donald Trump speaks with reporters before boarding Marine One on the South Lawn of the White House, Wednesday, Oct. 7, 2026, in Washington. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Di tutte le scelte impulsive e scriteriate di Donald Trump, la guerra in Iran è forse quella che più di tutte gli si è ritorta contro. Il conflitto è impopolare, i prezzi della benzina sono aumentati e i candidati repubblicani temono che l’argomento possa essere la causa di un risultato disastroso al voto del 3 novembre. Anche per questo nelle ultime settimane si era instaurata una specie di regola non scritta: niente nuovi grandi attacchi americani prima delle elezioni di midterm. Una certezza che adesso si sta sbriciolando, come tutte le certezze che pensiamo acquisite ai tempi di Trump.

La Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di preparare opzioni per nuovi attacchi contro obiettivi iraniani che potrebbero essere eseguiti anche prima del voto. La notizia l’ha data ieri l’Atlantic dopo aver sentito diversi funzionari dell’amministrazione. I piani vengono elaborati dal Central Command, il comando militare che coordina le operazioni americane nella regione. «La dimensione e gli obiettivi degli attacchi potenziali, così come l’eventualità che l’amministrazione decida infine di procedere, sono ancora oggetto di discussione», scrive l’Atlantic, ma il semplice fatto che il Pentagono stia preparando delle opzioni è significativo.

Il ragionamento alla Casa Bianca è soprattutto politico. Trump vuole abbassare il prezzo della benzina e mostrare agli elettori di essere riuscito a ottenere un risultato dalla guerra. Anche i sostenitori di una nuova azione riconoscono che «attacchi limitati non basterebbero, da soli, a riportare l’Iran al tavolo dei negoziati, a ripristinare la sicurezza dei trasporti attraverso lo stretto di Hormuz o a far scendere il prezzo della benzina prima del giorno delle elezioni», scrive l’Atlantic. La loro speranza è che una nuova operazione, dopo mesi di relativa calma, permetta invece a Trump di mostrare la propria forza e di rivendicare una qualche forma di vittoria, dando ai repubblicani una spinta necessaria verso il voto.

Eppure in questi mesi la guerra ha già dimostrato di poter produrre l’effetto contrario. Il petrolio è arrivato quasi a 118 dollari al barile nella primavera scorsa e anche dopo le successive discese è rimasto intorno ai cento dollari. La benzina negli Stati Uniti costa in media 4,37 dollari al gallone, contro poco meno di tre dollari prima dell’inizio dell’offensiva americana e israeliana del 28 febbraio. «L’azione militare non ha fatto nulla per abbassare i prezzi del petrolio; ha fatto esattamente il contrario», ha detto all’Atlantic Will Walldorf, professore alla Wake Forest University e senior fellow di Defense Priorities.

A Linkiesta l’abbiamo detto fin dall’inizio, Trump fa annunci roboanti per risolvere militarmente problemi che prima dell’inizio della guerra semplicemente non esistevano. E dal punto di vista elettorale non è un problema da poco, perché nei due rami del Congresso la maggioranza repubblicana è a rischio, e anche per molti candidati repubblicani in tutto il Paese il contraccolpo dell’improvvisazione trumpiana potrebbe costare caro. Un esempio su tutti: Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato in Texas, ha detto in privato ai suoi finanziatori che l’aumento dei prezzi di benzina e diesel provocato dalla guerra è «di gran lunga il nostro problema più grande».

Va detto anche che Trump ieri sera ha provato a smentire la notizia di un attacco. «Non attaccheremo l’Iran in nessun momento prima delle elezioni di medio termine che si terranno negli Stati Uniti il ​​3 novembre», ha scritto su Truth, il suo social. Ma i suoi annunci, roboanti o meno, vanno sempre presi con le pinze. Soprattutto perché il primo a smentirli potrebbe essere lo stesso Trump, anche nelle prossime ore.

A Washington si teme anche che sia Teheran a voler sfruttare le settimane che precedono le elezioni. A inizio settimana, Semafor scriveva che alcuni funzionari dell’amministrazione considerano concreta la possibilità che l’Iran cerchi di danneggiare politicamente Trump prima delle midterm. «Potrebbero voler infliggere dei danni al presidente prima delle elezioni», ha detto a Semafor un funzionario dell’amministrazione, ipotizzando una possibile iniziativa iraniana nelle prossime settimane.

«L’Iran sta guardando il calendario e sa che si avvicinano le elezioni», ha scritto ancora l’Atlantic citando un consigliere dell’amministrazione. Ed è proprio questo a rendere più complicato il calcolo americano: un attacco prima del voto potrebbe servire a Trump per dimostrare forza, ma potrebbe anche riportare la guerra al centro della campagna elettorale, con conseguenze indesiderate – anche sulla sicurezza delle circa cinquantamila truppe americane in Medio Oriente.

La situazione sempre più intricata è dettata dal grado di improvvisazione, sempre più elevato, dell’amministrazione Trump. La Casa Bianca avrebbe voluto arrivare alle midterm con la guerra fuori dalle prime pagine e con il prezzo della benzina in discesa. Ma per ottenere entrambe le cose Trump sta valutando un nuovo attacco: farebbe tutto il necessario per poter dichiarare una vittoria, anche a costo di mandare tutto all’aria riaccendendo una guerra impopolare nel momento peggiore possibile.

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